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Immigrazione, un apartheid silenzioso avvelena la convivenza civile

Un momento della manifestazione di Forza Italia e del contropresidio dei centri sociali davanti all'hub di via Mattei, nodo regionale di smistamento dei migranti, Bologna 7 gennaio 2016. ANSA/GIORGIO BENVENUTI

Quando, in primavera, si andrà al voto, lo scontro tra i partiti verterà principalmente sulle questioni dell’immigrazione. In vista di una ossessiva campagna che rischia di essere monotematica, tutta incardinata sulla sicurezza e sulle scorribande barbariche alle porte, i toni del confronto subiranno una accentuazione retorica ancor più incontrollata di adesso. Lo ius soli è, in questo quadro, la vittima annunciata di una esasperazione del tutto strumentale delle istanze di difesa dei confini etnico-culturali di un territorio raffigurato come impotente luogo di conquista destinato all’invasione di alieni, spesso dal colore scuro. Nel momento stesso in cui Renzi ha scandito il motto salviniano dell’aiutiamoli a casa loro, i diritti di cittadinanza delle persone che nascono, vivono, studiano e lavorano in Italia cadevano nell’oblio. L’unità politica dei cattolici è stata ripristinata sul collante di un tema etico-politico come quello della cittadinanza da negare e il postdemocristiano Renzi si riconcilia con il postdemocristiano Alfano alfiere della crociata contro gli infedeli che affluiscono in occidente. Considerare straniero chi nasce e risiede in Italia, condivide cioè le stesse passioni e conduce le stesse pratiche di vita che maturano in un territorio comune, alimenta una visione bellica della convivenza di persone che occupano lo stesso spazio. Questo apartheid silenzioso, che divide lo stesso territorio in un ambito amico riservato ai bianchi, e magari cattolici e in un universo nemico popolato da corpi di altro colore e con altri simboli di fede, in prospettiva produrrà problemi enormi nella convivenza civile. Il rifiuto della inclusione attraverso gli strumenti giuridici della cittadinanza solo in apparenza è un segno di forza. In realtà la chiusura nelle strategie della cittadinanza è una manifestazione di debolezza e inaugura una stagione di profonda regressione nel tessuto civile del Paese. Il piccolo padroncino, che sostiene la destra leghista, per i suoi interessi economici si serve dell’immigrazione, anche di quella incontrollata, perché percepisce, nella creazione anomala di un esercito industriale di riserva, lo strumento per una contrazione dei diritti del lavoro, per la riduzione dei costi, per il ricatto sui dipendenti. Dopo essersi avvalso del lavoro dei migranti come calmiere del salario e come riduttore dei diritti, il padroncino organizza la protesta politica contro gli immigrati che producono insicurezza, disagio, abbandono degli spazi pubblici. Attorno allo ius soli si gioca anche un piccolo episodio di lotta di classe. Mantenere milioni di lavoratori senza diritti di cittadinanza è infatti una maniera antica per dividere il mondo dei subalterni tramite la reclusione civile di schiere di proletari e di sottoproletari che sono condannati a rimanere afoni dinanzi alla potenza del padrone. Costruendo barriere etico-giuridiche tra corpi che lavorano e convivono negli stessi luoghi della produzione e distribuzione delle merci, il capitale racimola ulteriori effetti di padronanza. Mettendo al centro della contesa il tema rinverdito della difesa della purezza etnico-nazionale calpestata dai figli dei migranti, la politica subirà un ulteriore scivolamento culturale verso destra. E meno diritti per la persona che lavora, e che ha un altro colore, non significa certo conservare i diritti per gli italici che, con una fabbrica mediatica della falsificazione, si sentono assediati e non più padroni a casa loro.

Il commento di Michele Prospero è tratto dal numero di Left in edicola


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L’Arabia Saudita umilia le donne e l’Onu la premia

MECCA, SAUDI ARABIA - JUNE 21: (----EDITORIAL USE ONLY MANDATORY CREDIT - "BANDAR ALGALOUD / SAUDI ROYAL COUNCIL / HANDOUT" - NO MARKETING NO ADVERTISING CAMPAIGNS - DISTRIBUTED AS A SERVICE TO CLIENTS----) Saudi Crown Prince Mohammad bin Salman al-Saud (not seen) attends a ceremony held for pleding Saudi local emirs and other notable people's allegiance to him as the new Crown Prince of Saudi Arabia in Mecca, Saudi Arabia on June 21, 2017. Saudi Arabia's king has appointed his son Mohammed bin Salman as his crown prince, deposing his nephew Mohammed bin Nayef. In a royal decree early Wednesday, King Salman bin Abdulaziz placed deputy crown prince Mohammed bin Salman, 31, as the first in line to the throne. The decree relieved prince Mohammed bin Nayef, 57, from his position as the deputy prime minister and interior minister. (Photo by Bandar Algaloud / Saudi Royal Council / Handout/Anadolu Agency/Getty Images)

C’è chi sostiene che il vero “Stato islamico” esista già e la sua capitale non sia Raqqa ma Riad. «È evidente come le attività di controllo e di coercizione, lo Stato poliziesco e l’uso del terrore attraverso punizioni corporali e la morte, il mancato rispetto dei più elementari diritti umani, l’applicazione delle pene coraniche, l’utilizzo dell’Islam come ideologia e indottrinamento di Stato, il totale disprezzo per la democrazia e il pluralismo, rendano l’Is e l’Arabia Saudita complanari», rimarca in proposito Barbara De Poli, docente di Storia delle istituzioni dei Paesi islamici e Storia del pensiero politico dei Paesi islamici all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Teocrazia più petrodollari: l’Arabia Saudita.
Con l’avvento della manna petrolifera, come scrive lo studioso francese Gilles Kepel, gli obiettivi dei sauditi erano diventati quelli di «espandersi, diffondendo il wahhabismo in tutto il mondo musulmano, di ‘wahhabizzare’ l’Islam», riducendo così la pluralità delle voci all’interno di questa religione in un unico credo, un movimento che avrebbe trasceso le divisioni nazionali. Rilancia Kamel Daoud in un articolo sul New York Times: «L’Arabia Saudita, sorta di Is bianco, resta un alleato dell’Occidente nel gioco delle alleanze mediorientali. Viene preferita all’Iran, un Is grigio. Ma si tratta di una trappola che, attraverso la negazione, produce un equilibrio illusorio: il jihadismo viene denunciato come il male del secolo ma non ci si concentra su ciò che lo ha creato e lo sostiene. Questo permette di salvare la faccia, ma non le vite umane». Lo Stato islamico, aggiunge Daoud, «ha una madre: l’invasione dell’Iraq. Ma anche un padre: l’Arabia Saudita e la sua industria ideologica. Se l’intervento occidentale ha fornito delle ragioni ai disperati del mondo arabo, il regno saudita gli ha offerto un credo e delle convinzioni. Se non lo capiamo, perderemo la guerra anche se dovessimo vincere delle battaglie. Uccideremo dei jihadisti ma questi rinasceranno nelle prossime generazioni, nutriti dagli stessi libri».
Tra le vergogne occidentali c’è quella di rappresentare l’Arabia Saudita come un Paese retto da un regime “moderato”. Niente di più falso. Cosa c’è di “moderato” ….

 

L’articolo di Umberto De Giovannangeli prosegue su Left in edicola


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Testamento biologico, due parole (di e) su Rodotà

Stefano Rodot‡ a Palazzo San Macuto durante il convegno "Costituzione e Parlamento" a Roma, 8 aprile 2013. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Il 25 luglio, la legge sul testamento biologico arriva in Senato dopo essere stata approvata in aprile dalla Camera. Potrebbe pertanto chiudersi un iter iniziato nove anni fa dopo la morte di Eluana Englaro. Fortunatamente lo scellerato ddl che fu presentato allora dalle destre negli anni ha cambiato “volto” e relatori. Erano i tempi in cui il senatore Quagliariello urlava sguaiatamente: «Eluana non è morta, l’hanno ammazzata». Si voleva far passare l’idea falsa e antiscientifica secondo cui interrompere il flusso di un sondino nasogastrico equivalesse a far morire di fame una persona in stato vegetativo persistente. Circa un anno dopo, nell’aprile del 2010, ebbi la fortuna di poter rivolgere alcune domande a Stefano Rodotà. Il ddl caro a Quagliarello, Berlusconi e compagnia era arenato in Parlamento ma toccammo lo stesso questo tema. Ancora oggi le sue risposte rimangono di estrema attualità. Anche per questo sappiamo già che il 25 luglio sentiremo più che mai la mancanza di una persona, di un intellettuale, di un laico come il grande giurista scomparso di recente.

Professor Rodotà, le istituzioni stanno perdendo il senso di laicità dello Stato. C’è il rischio che accada anche in ambito scientifico-culturale?

Se usiamo la categoria della laicità, io penso che sia corretto farlo pensando alla laicità come autonomia. Nel momento in cui la ricerca scientifica perde autonomia, diventa “strumento di”. In qualche modo è indotta o costretta ad allinearsi e perde di rigore scientifico e in misura notevole altera la qualità del dibattito pubblico.

Ci spieghi meglio.

I sintomi sono diversi. Ormai, in alcune materie particolarmente sensibili appena si prende una posizione si viene etichettati. Guardiamo alla bioetica. Oggi il dibattito è in questi termini: stai dalla parte della maggioranza o dell’opposizione? Pensiamo a come è gestita la presenza degli studiosi nei media. In tv ci deve essere sempre il contraddittorio con chi studioso non è, i giornali presentano sempre due pareri contrapposti, uno pro e uno contro. In questo modo viene banalizzato l’intervento e si da la sensazione che non ci sia la possibilità di sfuggire a questa categorizzazione.

Pensando alla legge 40, agli attacchi contro l’aborto, all’assenza di una legge sul Testamento biologico, oggi ci ritroviamo impegnati in battaglie per difendere diritti che si davano per acquisiti.

C’è stata una fase in cui il rapporto tra politica e cultura era molto intenso. Non c’era subordinazione e nemmeno c’erano i “consiglieri del principe”.

L’intervista inedita a Stefano Rodotà prosegue su Left in edicola


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Macron e quei cinque centimetri in più che “deve avere un presidente”

epa06096877 French President Emmanuel Macron wavess toward spectators on the finish line of the 17th stage of the 104th edition of the Tour de France cycling race over 183km between La Mure and Serre Chevalier, France, 19 July 2017. EPA/GUILLAUME HORCAJUELO

Ventiquattro ore dopo le dimissioni del capo di Stato maggiore dell’esercito francese, il generale Pierre de Villiers, è stata la volta di un sindaco a essere indignato. Romain Senoble, il sindaco di Forges (Seine-et-Marne), eletto con una lista civica, si sfoga sui social network. Il presidente della Repubblica, Emmanuel Macron, ha infatti voluto per sé stesso un ritratto ufficiale più grande di quello dei suoi predecessori. Finora il formato della fotografia ufficiale del presidente della Repubblica era di 50 x 65cm. «Chissà perché, scrive il sindaco, quella di Emmanuelle Macron è di 50 x 70 cm». Ovvero 5 cm di troppo.

Eppure già lo scorso febbraio in un’intervista al settimanale francese l’Obs, Emmanuel Macron annunciava il suo gusto per l’eccesso, dichiarando: «La funzione di presidente della Repubblica esige dell’estetismo e della trascendenza»; e aggiungeva che «essere un candidato alla presidenza è avere un modo di vedere e uno stile». Uno stile che lascia basito Romain Senoble, il quale sottolinea che 36.000 comuni di Francia dovranno acquistare per 77 euro, la tariffa Sedi (azienda che vende attrezzature per municipi), una nuova cornice, spendendo complessivamente, secondo i suoi calcoli, 2.772.000 euro. Di contro Le Figaro smentisce che sia in atto un’operazione del genere, mentre l’Eliseo tace.

Ma la vera ragione della rabbia di Senoble è l’annuncio da parte del governo, che gli enti locali (regioni, dipartimenti, comuni …) dovranno risparmiare tredici miliardi di euro prima della fine dei cinque anni presidenziali. Tre volte di più di quanto era indicato nel programma del candidato Macron.

Al contempo Emmanuel Macron ha annunciato la sua intenzione di ridurre il numero dei consiglieri negli enti locali: «Meno eletti ma più protetti, meglio pagati e più liberi di agire». Più protetti da cosa, ci si chiede? Una logica, la sua, che lascia senza parole. I politici locali entrano in allarme per questa minaccia ma non solo: vedono anche il loro budget diminuito in modo draconiano a causa della l’eliminazione prevista dal governo delle tasse sulle abitazioni.

Al di là delle ambiguità, «meno eletti, ma più liberi», l’obiettivo finale della politica di Macron è quello di conseguire 4,5 miliardi di euro di risparmi, per portare il deficit della Francia al 3 per cento del Pil, come prevedono i trattati europei. Macron applica ricette neoliberiste in nome del pragmatismo come aveva riassunto in una intervista del 2013 alla testata online Mediapart. Macron, allora vice segretario generale dell’Eliseo, dichiarava: «Secondo i periodi della storia, ci si può più o meno liberare dai vincoli della realtà. (..) Oggi, l’equazione è storicamente sovradeterminata dalle sollecitazioni esterne, sia della finanza che dell’europea, che delle richieste sociali. Dobbiamo quindi accettare le condizioni per come sono, questo è il momento di raddrizzare il paese».

Ma le condizioni come sono rappresentano anche un rischio per Macron. La destra tradizionale vede l’opportunità di raccogliere il malcontento degli enti locali per recuperare il consenso perduto dopo la sconfitta di Fillon alle presidenziali. Con la riforma del lavoro in corso, le clamorose dimissioni del capo di Stato maggiore, ed ora la crisi nei rapporti con gli enti locali, Macron potrebbe essere già in difficoltà. Sembra più facile apparire in pompa magna accanto a Putin e Trump piuttosto che affrontare i problemi del paese. Nel frattempo, per risolvere il problema di 5 cm e risparmiare sulle nuove cornici, c’è chi sussurra di tagliare la testa del presidente, un vecchio vizio del paese. Peraltro sono passati pochi giorni dal 14 luglio.

In Palestina si muore a ventitré anni

Foto di Chiara Cruciati

Prima un selfie davanti alla Cupola della Roccia, poi le pistole: alle 7 del mattino di venerdì 14 luglio la Spianata delle moschee è stata teatro della morte di cinque persone, due poliziotti israeliani e i tre aggressori palestinesi. Si chiamavano tutti Mohammed Jabarin e venivano da Umm al Fahem, città araba di Israele nel cosiddetto “triangolo”, area a maggioranza palestinese marginalizzata e dimenticata dalle autorità di Tel Aviv. Mohammed Ahmed Mohammed Jabarin, 29 anni, Mohamed Hamad Abdel Atif Jabarin, 19, e Mohammed Ahmed Mufdal Jabarin, 19, hanno aperto il fuoco sulla polizia che come ogni giorno presidia il terzo luogo sacro dell’Islam. E come tanti prima di loro sono stati uccisi, mentre fuori Israele blindava Gerusalemme e imponeva chiusure punitive per il resto della popolazione palestinese.

Due giorni prima, il 12 luglio, l’esercito israeliano è entrato nel campo profughi di Jenin, in Cisgiordania, alle prime ore dell’alba. I residenti sono usciti dalle case attaccate l’una all’altra, ricostruite con difficoltà dopo la devastazione e il massacro dell’operazione Scudo difensivo dell’aprile 2002. I giovani hanno lanciato pietre, i soldati lacrimogeni e granate stordenti, mezzi di “dispersione” della folla che in passato non hanno mancato di uccidere. Poi hanno aperto il fuoco, pallottole vere, e hanno ucciso due ragazzi. Uno di loro aveva 17 anni, Aws Mohammed Salama; il secondo 21, Sa’ad Hasan Salah, un fratello prigioniero politico e un altro ex detenuto nelle carceri israeliane. È stato colpito alla testa. Il 10 luglio a morire sotto i colpi dei soldati era stato il 24enne Muhammad Ibrahim Jibri, residente nel villaggio di Tuqu’, Betlemme, piccola comunità circondata dalle colonie. Con la sua auto avrebbe tentato di investire

Il reportage di Chiara Cruciati prosegue su Left in edicola da sabato 22 luglio


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Ius soli, la politica si nasconde dietro un dito annullando #1milione di giovani

Lo ius soli è diventato di tendenza: è bastata una foto per far diventare virale la legge sulla cittadinanza. La foto è di Youness Warhou, tra i fondatori del movimento Italiani senza cittadinanza, che dallo scorso 17 luglio impazza sui social. «Tutto è partito dal rinvio di Gentiloni: non ce lo aspettavamo e la rabbia è stata fortissima», ci ha detto Youness «mi sentivo intrappolato in quelli che sono i protocolli del linguaggio istituzionale che impone determinate barriere, mentre io avevo il bisogno dire come mi sentivo senza filtri».
Da questo bisogno è nata una fotografia, postata sui social a poche ore dal rinvio dell’approvazione dello ius soli e che è diventata immediatamente virale: scatenando un vero e proprio movimento intorno all’hashtag #1milione. «Mi trovavo in piazza Vittoria a Reggio Emilia», ci racconta Youness «e mi sono scattato una fotografia con un dito alzato, a simbolo di quel milione di ragazzi che il governo aveva deciso di ignorare per l’ennesima volta».

All’apparenza un gesto semplice, che però è stato in grado di arrivare a moltissime persone che si sono sentiti parte di questa lotta: «In poche ore centinaia di persone hanno cominciato a condividere la mia fotografia, e da lì è partita una fortissima campagna social. Le persone hanno cominciato ad imitare il mio gesto e a rilanciare l’hashtag #1milione e in poco tempo è diventato di tendenza». Il gesto degli Italiani senza cittadinanza è stato imitato da centinaia di persone che hanno così mostrato solidarietà al movimento, e hanno condiviso il gesto anche alcuni esponenti politici, fra cui Andrea Maestri e tutto il gruppo di Possibile, che hanno fatto una forte campagna social legata a #1milione.

Mentre i cittadini si muovono in questa direzione, la politica sembra però avere ben altre intenzioni. Le dimissioni del 19 luglio scorso di Enrico Costa dalla carica di ministro per gli Affari Regionali e il suo ritorno fra le schiere di Forza Italia era già nell’aria quando Costa aveva minacciato di dimettersi se lo ius soli fosse stato approvato. Non è stata quindi una novità, ma è un segnale preoccupante per la maggioranza e per la tenuta del gruppo centrista in Senato; segnale che già si era manifestato proprio con la decisione del governo di rimandare a dopo l’estate l’approvazione definitiva della legge sulla cittadinanza. Un bastian contrario sembra essere Pietro Grasso, deciso a non candidarsi alle prossime elezioni in Sicilia, ma che intima ai partiti di varare in tempi brevi la legge sulla cittadinanza, rendendola una priorità.

Il popolo del jazz torna nei luoghi del sisma: centinaia di session in quattro regioni

Palo Fresu (d) e la sua band durante l'evento "Il jazz italiano per L'Aquila", kermesse di 12 ore, da mezzogiorno a mezzanotte, nel centro storico con 500 artisti e 20 location organizzata per ridare luce alla città vecchia distrutta dal terremoto del 6 aprile 2009, L'Aquila, 6 settembre 2015. ANSA/PROFILO TWITTER SIAE +++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING +++

Dopo l’evento epocale di Jazz italiano per l’Aquila nel 2015, e la replica nel 2016, trasformatasi in Jazz italiano per Amatrice visto il primo terremoto del 24 agosto 2016, anche quest’anno i musicisti italiani di jazz si mobilitano in massa per un progetto più articolato che coinvolge tutte e quattro le regioni colpite dal sisma, in altrettante città simbolo.
Jazz italiano per le terre del sisma (questo il titolo scelto per la nuova edizione) parte il 31 agosto da Scheggino, perla della Valnerina, in Umbria, per poi proseguire il 1 settembre nelle Marche a Camerino, nella Rocca Borgesca; il 2 settembre sarà la volta di Amatrice, lil posto più duramente colpito, per concludersi con una grande kermesse che durerà tutta la giornata, come due anni fa, il 3 settembre a L’Aquila, con 600 musicisti distribuiti in ben 18 siti diversi, a partire dalle 11 di mattina fino a notte fonda.
In tutto saranno coinvolti un centinaio di gruppi e più di settecento artisti provenienti da tutta Italia, a testimoniare vicinanza e solidarietà con le popolazioni delle zone colpite.
Non mancherà neppure la partita organizzata della nazionale di calcio “Jazzisti” per raccogliere i fondi da destinare all’acquisto degli strumenti musicali per la Banda di Amatrice, distrutti dal sisma.
Paolo Fresu sarà di nuovo il direttore artistico dell’iniziativa, organizzata ancora una volta da I Jazz ( Associazione nazionale dei Festival di jazz ) da Midj, l’Associazione italiana dei musicisti di jazz guidata dall’energica presidentessa Ada Montellanico, da Casa del jazz, e promossa dal Mibact (ministero per i Beni e le attività culturali e del turismo) e dal comune de L’Aquila (Comitato Perdonanza).
Nella conferenza stampa di Roma presso il Mibact, alla presenza del ministro Franceschini, assieme ai sindaci dei quattro comuni coinvolti, Fresu ha sottolineato la continuità di intenti e di obbiettivi tra le iniziative degli anni scorsi e quella di quest’anno, che si articola in maniera più capillare e diffusa sul territorio.
Il grande trombettista ha sottolineato ancora una volta il valore di testimonianza, solidarietà, sostegno morale alle popolazioni colpite. «Il jazz– ha ricordato Ada Montellanico – è l’arte dell’incontro e del dialogo tra culture e popoli diversi; è una musica capace di costruire ponti tesi a favorire il rapporto tra le persone, a creare unione».
Dunque il mondo della cultura e dello spettacolo si mobilitano a sostegno delle zone terremotate. Ricordiamo per l’occasione anche l’iniziativa RisorgiMarche, promossa da Neri Marcorè con importanti concerti nelle aree colpite.
In un momento critico, dopo un durissimo inverno di immobilismo assoluto, in cui la fase di “emergenza”, complici anche gli “sciami sismici” tuttora in corso, sembra non finire mai, e la fase “ricostruzione” muove i primi timidi passi, ben vengano tutte le iniziative artistiche e culturali che tengano alta la tensione morale e soprattutto continuino a tenere accesi riflettori su una vicenda che, inesorabilmente e colpevolmente sta scomparendo dagli schermi delle televisioni generaliste ed anche dalle pagine dei giornali nazionali.
Prima ancora delle case, delle strade, delle scuole è importante stimolare la voglia di esserci. E questa per ora non manca alla gente del posto. Cerchiamo di non approfittare troppo della loro atavica tenacia.

Pechino censura Winnie the Pooh da tutti i social network

La scure della censura cinese cala su Winnie the Pooh per presunti riferimenti derisori al presidente della Cina Xi Jinping. Lo scrive il Financial Times spiegando che nelle ultime ore i post che citavano il nome cinese del celebre orso dei cartoni animati sono stati censurati su Sina Weibo, la piattaforma della ChinaTwitter, durante il fine settimana, mentre una serie di immagini animate con l'orsetto è stata rimossa dall'applicazione sociale WeChat. ANSA/FINANCIAL TIMES

Più della bolla immobiliare che aleggia su Shangai e sulle borse finanziarie, più dei fattori di rischio della sovrapproduzione: oggi è Winnie the Pooh a far paura a Pechino. Per la censura cinese l’orso arancione è soggetto sgradito, perché per i cittadini a Levante «l’orsetto con poco cervello» – secondo la descrizione del suo stesso autore – è il presidente Xi Jinping.

La notizia è sul Financial Times in prima pagina: la censura digitale cinese ha eliminato Winnie senza spiegazioni dai social network, dalle chat e da tutto il resto del web. Su Sina Weibo, il whatsapp cinese, se si prova a scrivere il nome Winnie sul cellulare, la scritta che appare è: «questo contenuto è illegale».

L’immagine di Xi Jinping in macchina, accostata a quella di Winnie in auto, è stata l’immagine più censurata del 2016, secondo l’istituto Global Risk Insight. Le foto del presidente cinese accostate a quelle di Winnie sono diventate virali nel 2013, dopo una visita dell’ex presidente Obama, nella stessa posa di Tigro, l’amico dell’orso. È bandito anche Eeyeroe, asino triste di pezza, perché nelle caricature dei commentatori digitali è Shinzo Abe, il premier giapponese.

Qiau Mu, professore della comunicazione e media alla Beijing Foreign Studies University, ha detto al quotidiano americano che in Cina «due cose sono storicamente vietate: l’organizzazione politica e l’azione politica. Adesso si è aggiunta la terza: non parlare del presidente. Winnie fa parte del trend» e ha ricordato che alcuni utenti che hanno commentato online il governo sono finiti in detenzione.

Prove di oblio per censori efficienti, prove di fantasia per gli utenti che usano adesso parole inventate e metafore per continuare a commentare la politica del loro presidente. Nemmeno un orso che non esiste può tentare di minare il potere di Xi, che in autunno dovrà essere riconfermato al Congresso. Nel paese del Dragone non c’è bisogno di spiegazioni ufficiali per decidere di bandire un’immagine o vietare una parola. Dopo la morte del dissidente cinese Liu Xiaobo pochi giorni fa, la parola scomparsa dal web in Cina è stata RIP.

Così è morta Leila: torturata e violentata in Libia e sbarcata per morire

È una storia minima ma ha dentro tutto quello che serve per interrogare le coscienze. Perché la protagonista è una ragazza, appena diciottenne, che chiamano con un nome di fantasia, Leila, come l’ha chiamata per primo il giornalista Bruno Palermo che questa vicenda l’ha scovata tra le pieghe di una Calabria in cortocircuito.

Leila è sbarcata a Crotone lo scorso 28 giugno, soccorsa dalla nave Bourbon Argos di Medici Senza Frontiere, uno dei “taxi del mare”, come dice qualcuno, che trasportano in gita di piacere quelli che andrebbero “aiutati a casa loro”. Lei, a casa sua, la Somalia, è stata costretta a scappare per non rimanere schiacciata dalla violenza e mentre attraversava la Libia in attesa di trovare la salvezza via mare ha trovato l’orrore: violentata e torturata Leila arriva in Italia con lo sguardo nel vuoto e un figlio in grembo, frutto di quegli stessi stupri che le hanno spento lo sguardo.

Rifiutava il cibo, Leila. E dopo avere partorito si è lasciata morire. L’autopsia dirà quale sia stata la causa finale di un morte che si potrebbe dire per “mancanza di speranza”. Ora, dopo l’autopsia di rito, saranno fissati i funerali. E chissà se quest’altra vittima potrà servire convincere uno, anche uno solo, di questa transumanza di disperazione che oltre al dolore deve sopportare una disaffezione così grande per i lutti degli altri.

Chissà se i vigliacchi capaci di essere forti solo con i deboli non avranno il coraggio di manifestare anche durante il funerale di Leila. In fondo lei semplicemente non ce l’ha fatta, ma “casa loro” e il “viaggio con i taxi del mare” sono gli stessi.

Buon venerdì.

Se la sinistra batte in ritirata

L'ingresso esterno di Forza Nuova a Napoli, 18 marzo 2017. ANSA /CIRO FUSCO

Il fascismo è una radice sempre viva, alimentata dalle emozioni che serpeggiano nel popolo democratico: quelle della paura, del risentimento, della disillusione. Paura di vedere eroso il proprio benessere (già incerto per i numerosi tagli alla spesa pubblica che hanno colpito i comuni per primi); risentimento per il diverso e chi non è in grado di fermarlo; disillusione per la mancanza di potere che i cittadini avvertono. Oggi tutto questo genera fascismo, un fascismo interno alla democrazia. I fascisti di CasaPound (che hanno interrotto il consiglio comunale di Milano) e i loro vicini di bottega, i leghisti di Matteo Salvini, hanno un obiettivo polemico specifico negli africani rifugiati e immigrati. Non è tanto l’immigrazione il loro nemico, ma una specifica immigrazione, quella che ha un colore nero o bruno. La razza, parola che ci riporta agli anni ’20 e ’30 del Novecento, è la linfa dell’ideologia fascista; oggi con più facilità di ieri, poiché la razza, l’altra razza per eccellenza, è già qui. Se i colonizzatori andavano a conquistare l’Africa e riconfermavano la loro anima razzista, oggi è l’Africa a venire nei Paesi degli ex-colonizzatori. E questa volta, contrariamente ad allora, è molto probabile che il razzismo colpisca tutti, anche i non fascisti dichiarati o votanti, tutti uniti nella paura dell’“invasione”. L’ideologia fascista questa volta rischia di permeare il corpo politico alla radice. È questo che deve far preoccupare tutti noi, cittadini e rappresentati delle istituzioni, politici e giornalisti. Una prova di quanto dico viene proprio dalle regioni rosse, in particolare l’Emilia Romagna, il modello di governo democratico progressista, fondato su valori inclusivi e di eguaglianza. A guardare i dati delle ultime elezioni amministrative vi è di che essere preoccupati. Due fenomeni si sono registrati, che vanno sempre più a braccetto: l’astensionismo e il voto di destra. Anzi, la sterzata a destra….

L’articolo di Nadia Urbinati prosegue su Left in edicola


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