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Il verde e il nero

La città si è già svuotata. Il traffico scorre più regolare. Non ci sono più ingorghi, andare da una parte all’altra della città è diventato facile e veloce. Fa soltanto molto caldo. Ma non sembra più esserci il problema del caos quotidiano, dei gesti e dei percorsi che si ripetono ogni giorno per andare al lavoro e poi tornare.

Tutti pensano al riposo estivo, alle settimane da passare con la famiglia e gli amici. Però in questi giorni c’è un altro pensiero… piccolo, nascosto ma… sempre presente. La terza settimana di luglio è stata per anni, per me e per tanti altri, un tempo di separazione. Era l’ultima settimana dell’anno “accademico” ed era segnata in un colore nero e verde su un calendario particolare, che segnava solo quattro giorni lavorativi a settimana, in colore nero, e poi 3 giorni in colore verde, il venerdì, il sabato e la domenica. Non esistevano feste religiose e nemmeno quelle civili su quel calendario: solo la festa (laica) del primo dell’anno. Un’alternanza continua di 4 giorni scritti in nero e 3 giorni scritti in verde. Poi, improvvisamente, alla fine di luglio il verde prendeva il sopravvento. Per 6 settimane… 5 settimane quest’anno… ci sono solo giorni verdi. Poi, alla fine di agosto, di nuovo l’alternanza nero e verde… È restato sempre sostanzialmente lo stesso da quando è stato ideato. Internamente cambiavano i giorni della settimana e la copertina con il nuovo numero dell’anno. I disegni ad accompagnare i mesi dell’anno sono sempre rimasti quelli. Anche le settimane del verde estivo sono sempre state 6. Quest’anno sono 5. Quel calendario, avrà capito il lettore, è stato ideato e disegnato da Massimo Fagioli tanti anni fa.

Quelle settimane verdi erano il tempo della separazione estiva, il tempo nel quale non si tenevano i seminari di Analisi Collettiva. Nel 2016 era aumentato il tempo dei seminari, una settimana in più a fine agosto.

Massimo Fagioli era molto attento al tempo e ai numeri che lo rappresentavano. Ricordo bene che quando è capitato di festeggiare insieme il capodanno, alla mezzanotte la prima cosa che faceva dopo aver brindato era aprire il foglio del nuovo calendario del nuovo anno appena nato.

Il vecchio era finito. Andava immediatamente chiuso e messo da parte per fare spazio al nuovo. Non c’è mai stato spazio per i rimpianti con Massimo Fagioli. Le sue separazioni erano radicali! Senza compromessi!

Una volta in una delle tante interviste gli chiesero: «Ma se tu dovessi lasciare improvvisamente la tua casa potendo portare una sola cosa, cosa porteresti via?». E lui disse «niente!».

È la separazione ciò che fa l’umano. Ma essa separazione deve essere con e perché c’è stato prima un rapporto.

Massimo Fagioli ha scoperto la pulsione di annullamento perché non sapeva fare la pulsione di annullamento. Le sue separazioni erano sempre creazione di qualcosa di nuovo. Ricreava se stesso e spingeva gli altri a fare altrettanto. In tutti i suoi scritti, a partire da Istinto di morte e conoscenza, c’è un’idea semplice e rivoluzionaria: è con la separazione che si realizza l’identità personale di ognuno. Perché è la separazione ciò che ci permette di realizzare noi stessi in maniera unica ed originale.

È la separazione che fa il nuovo superando il vecchio senza annullamento.

È quando si nega o si annulla la separazione che vengono i problemi… e ciò accade perché si nega o si annulla il rapporto precedente la separazione.

Quando la separazione è per annullamento, l’altro e il rapporto con l’altro vengono cancellati. Compare il vuoto interno che non è passività. È il risultato di un’attività. È il risultato della pulsione di annullamento. La separazione allora è senza affetti. È come se non fosse accaduto nulla. Ma in realtà dentro c’è il vuoto. Si è un po’ meno umani di prima.

Quel verde dei giorni d’estate è un invito alla bellezza…. Un invito a realizzare se stessi nella separazione. Se poi quella bellezza non c’era ancora Massimo Fagioli vedeva al di là. Spingeva alla ricerca. Sapeva che era una questione di tempo e il verde della vita felice sarebbe tornato. Lui avrebbe lavorato, come ha sempre fatto, con la certezza della bellezza degli altri. Qualche giorno fa, mia figlia Melania mi ha mostrato come si fa un cuore con le mani. Si uniscono i pollici e si mettono le altre dita piegate. Poi mi ha detto che in realtà quel cuore, fatto così con le mani, è un vestito.

Forse mi ha detto che i bambini sono così: il vestito che hanno nel rapporto con gli altri, il modo come si propongono agli altri, è fatto solo di cuore. Non c’è ragione. Non c’è utile. C’è solo l’amore per gli altri. I bambini hanno assoluta fiducia negli altri. Non concepiscono la cattiveria.

Penso sia questa la grande idea rivoluzionaria. La cattiveria e la stupidità non sono naturali.

Massimo Fagioli lo aveva compreso. E l’ha raccontato al mondo.

L’editoriale di Matteo Fago è tratto dal numero di Left in edicola


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«Quella volta che “il nero” svuotò il caveau della Banca di Roma»

Sono 20 gli anni di carcere che dovrà scontare Massimo Carminati. La notizia è di oggi: intorno alle 13 sono arrivate le condanne per il maxi-processo di Mafia Capitale, durato 2 anni e 240 udienze. “Solo” 20 anni per l’uomo che negli ultimi 40 anni è stato protagonista della storia nera del nostro Paese. Carminati ha attraversato, con il suo potere, la storia italiana, cambiando faccia di volta in volta: è stato un terrorista di destra, è stato uomo della Banda della Magliana e ha avuto un ruolo chiave nei processi per la strage di Bologna e per l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli. Massimo Carminati è il perno del potere di Mafia Capitale, l’uomo intorno a cui gira l’enorme criminalità organizzata della Capitale.
Ma il suo potere da cosa deriva? L’ha raccontato Lirio Abbate nel documentario L’uomo nero, in cui, insieme a Guy Chiappaventi e Flavia Filippi, ha ripercorso la storia criminosa di Carminati. Con documenti inediti viene raccontato il furto più importante degli ultimi decenni: quello avvenuto nel 1999 al caveau della Banca di Roma, organizzato e diretto da Carminati stesso, mentre era sotto processo insieme ad Andreotti per l’omicidio di Mino Pecorelli.

«Quel furto ha modificato il percorso politico e giudiziario del nostro Paese» ci spiega Lirio Abbate. «Ufficialmente sono stati rubati solo gioielli e denaro, però quelle cassette appartenevano a magistrati e avvocati impegnati in indagini delicate: dall’omicidio Pasolini, alla strage di Bologna fino al rapimento di Emanuela Orlandi». Un furto mirato quindi, per indebolire e ricattare chi stava indagando sui misteri (ancora irrisolti) del nostro Paese e che rende Carminati un “intoccabile”. «Quello che si racconta» dice Abbate, «è che Carminati fosse alla ricerca di documenti riservati che, secondo i testimoni, servivano a ricattare i magistrati».
Nel documentario L’uomo nero ci sono audio e video inediti, in cui per la prima volta si vede e si sente la voce di Carminati, per capire come opera, come agisce quest’uomo che è purtroppo «diventato una leggenda nella criminalità organizzata romana». Nel furto al caveau del 1999 non tutte le cassette di sicurezza vennero aperte: Carminati era in possesso di una lista in cui erano elencate le cassette in cui effettuare i furti. «Ed è proprio da questo che deriva il potere di Carminati», prosegue Abbate «dall’essere stato incaricato da qualche apparato di rubare questi documenti. Di essere stato quindi il braccio operativo di un furto del genere, di essere servito a qualcuno che ha voluto effettuare un furto che le vittime non hanno avuto il coraggio di denunciare».

Da questo deriva l’inquietante potere di Massimo Carminati, nella cui condanna oggi è stato cancellato il reato di associazione mafiosa: Carminati quindi è un delinquente come tanti altri e a Roma la mafia non esiste. Le condanne annunciate oggi sono pesanti, ma viene eliminato il 416 bis. Per “il nero” – così era soprannominato all’interno della Banda della Magliana -, l’uomo che ha attraversato una bella fetta di storia di stragi e delitti del nostro Paese, che è passato dal terrorismo, alle lotte armate tra bande, ai rapimenti, il reato di associazione mafiosa non c’è. E così si conclude il maxi-processo di una mafia che a quanto pare non è mai esistita. Restiamo in attesa di conoscere le motivazioni della sentenza.

Biblioteca nazionale, l’odissea degli “scontrinisti”: dal ministero solo risposte vaghe

«Loro continuano a dire che è una forma di volontariato, ma il volontariato è altro, noi svolgevamo lavori a tutti gli effetti, in modo continuativo da anni e anni, per quanto mi riguarda sei. Noi siamo stati sfruttati». A parlare a Left è Laura Leoni, una degli “scontrinisti”: ventidue ex-lavoratori della Biblioteca nazionale di Roma – la più grande del Paese – privi di alcun diritto. Con Nidil Cgil e Fp Cgil, sono stati ricevuti al ministero per i Beni culturali dopo un sit-in, al quale era presente anche una delegazione di Link coordinamento universitario.

Si definiscono «molto più di semplici precari». Niente ferie, malattie, congedi e contributi previdenziali retribuiti. Solo tanti scontrini, da raccogliere anche per terra, per poterli consegnare alla associazione Avaca e ottenere così un rimborso spese, un assegno di 400 euro mensili. E poi, all’improvviso, con un sms di Gaetano Rastelli – sindacalista e responsabile dell’associazione convenzionata col ministero dei Beni culturali – gli è stato annunciato il licenziamento. Una circolare della direzione biblioteche del Mibact del 20 aprile, infatti, avvertiva che tali forme di volontariato sarebbero state eliminate. Oltre al volontariato, però, si è deciso di eliminare pure i volontari. A rimpiazzarli, dal 30 giugno, i partecipanti al Servizio civile nazionale.

Ma gli scontrinisti, che operavano in ruoli cardine all’interno della biblioteca – magazzino, prestiti e controllo degli accessi – non si sono arresi, e sono riusciti oggi a parlare con un funzionario del ministero. «Un incontro non molto risolutivo – commentano – ma abbiamo ottenuto di essere auditi come lavoratori, di poterci spiegare. Non sapremo se le promesse verranno mantenute», ma «in ogni caso non ci fermeremo finchè non avremo risposte concrete». Il primo presidio davanti ai cancelli della biblioteca in viale di Castro Pretorio, subito appoggiato da Cgil funzione pubblica e Usb, che risale al 25 Maggio, non aveva portato a nulla, se non a un po’ di meritata visibilità, non da tutti compresa fino in fondo.

«C’è anche chi ci ha accusato di voler bypassare le normali procedure di assunzione con le nostre rivendicazioni» ma la verità per Laura è una altra. «Siamo consapevoli che non è che da un giorno all’altro potremmo avere un contratto coi beni culturali, ma da quello a non avere nulla c’è differenza».

Presente anche Claudio Meloni (Fp Cgil Mibact): «Ventidue lavoratori sono stati licenziati dal ministero quando hanno avuto il coraggio di fare una denuncia pubblica sulle condizioni di sfruttamento cui erano sottoposte», «siamo qui oggi per chiedere una soluzione. Noi chiediamo una assunzione di responsabilità politica al ministro, che ci deve dare delle risposte, in quanto lui ha la responsabilità della gestione dei rapporti di lavoro all’interno del ministero».

Col blocco delle assunzioni nel settore, alla grande necessità di forza lavoro si è deciso di rispondere con queste forme di precariato estremo, malcelati escamotage per coprire i buchi di una carenza di organico cronica. «L’associazione Avaca è attiva anche in altri enti – ricorda Laura – non solo in Biblioteca nazionale. Non siamo gli unici in queste condizioni».

Per approfondire, ecco il numero di Left in edicola questa settimana


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Mafia Capitale: Carminati condannato a 20 anni, non c’è stata associazione mafiosa

The interior of the bunker hall of the Rebibbia penitentiary during the "Mafia Capitale" process. Rome, Italy, 20 July 2017. In the afternoon there is the sentence of the process which he sees as main defendants Massimo Carminati e Salvatore Buzzi, considered the leaders of the criminal association. ANSA / MASSIMO PERCOSSI

Il processo “Mafia Capitale” si è concluso oggi, in primo grado, con le pesanti condanne ai due imputati “eccellenti” Massimo Carminati e Salvatore Buzzi: a 20 anni di carcere per il primo e 19 per il secondo. L’accusa per entrambi è di associazioni a delinquere semplice. L’ex terrorista nero Carminati e Buzzi, capo della cooperativa di ex carcerati 29giugno, sono stati riconosciuti come i vertici dell’organizzazione fondata su un«ramificato sistema corruttivo» per l’assegnazione di appalti e finanziamenti pubblici dal comune di Roma e dalle aziende municipalizzate. Ma è caduta l’accusa più pesante di associazione mafiosa, motivo per cui i pm avevano chiesto per Carminati una condanna a 28 anni di carcere e per Buzzi a 26 anni e 3 mesi.

La sentenza è arrivata intorno alle 13 di oggi dopo circa venti mesi di processo e centinaia di udienze, ed è stata pronunciata dalla presidente della X sezione del tribunale di Roma Rosanna Ianniello. Gli imputati in attesa di giudizio erano 46, in totale la Procura aveva chiesto condanne per oltre cinque secoli di prigione. Secondo l’impianto accusatorio, come ricorda l’Ansa, i vertici del gruppo potevano contare su una schiera di politici, sia di destra che di sinistra. Tra loro l’ex capogruppo del Pdl in Comune Luca Gramazio, che è stato condannato a 11 anni (erano stati chiesti 19 anni e mezzo). Per il presunto braccio destro di Carminati, Riccardo Brugia, la condanna è stata a 11 anni (chiesti 25 e 10 mesi); mentre il pm aveva chiesto una condanna a 22 anni per la cosiddetta “cerniera” tra Mafia Capitale e il mondo politico-istituzionale, Fabrizio Testa. Per lui la corte ha stabilito 11 anni di carcere. Un in più di quanto comminato a Franco Panzironi, l’ex amministratore delegato di Ama, la municipalizzata romana dei rifiuti.

Con il “parco Falcone e Borsellino” il sindaco Coletta offre una nuova identità a Latina

DAMIANO COLETTA SINDACO DI LATINA LAURA BOLDRINI PRESIDENTE DELLA CAMERA

Scriveva Vittorio Foa nel libriccino Le parole della politica che «La cosa più importante che si può chiedere a un politico è che deve dare l’esempio». Esempio ovviamente positivo, finalizzato al progresso sociale e culturale della collettività.
Sentendo parlare il sindaco di Latina Damiano Coletta ieri pomeriggio insieme alla presidente della Camera Laura Boldrini all’intitolazione del parco comunale a Falcone e Borsellino, quel luogo che originariamente portava il nome di Arnaldo Mussolini, mi è venuta in mente questa frase del grande uomo di sinistra famoso per la sua indipendenza di pensiero, che tra l’altro, negli ultimi anni viveva a Formia, poco distante da Latina. L’esempio di Damiano Coletta qual è? Il medico cardiologo eletto in una lista civica un anno fa che per la prima volta ha battuto quel centrodestra che deteneva da sempre il potere nella città pontina, ha compiuto un gesto che in apparenza è “normale”, cambiare cioè la denominazione di un luogo pubblico. Accade tante volte negli ottomila comuni italiani. Ma quella targa, nel giorno in cui si ricordava la morte di Paolo Borsellino, ha un enorme valore simbolico. Sì, qualche fischio c’è stato, insieme a qualche coretto da parte di esponenti della destra, ma Coletta ha detto che in quell’atto deciso dalla nuova maggioranza non c’è «nessuna volontà divisoria, nessuna negazione della storia nessun abbattimento di monumenti ma la volontà di unire». Il suo tentativo – difficile ma non impossibile – è quello di ricostruire una memoria comune, o meglio una identità nuova, su valori diversi da quelli celebrati finora.  E quindi per un Paese come l’Italia caratterizzato da una “memoria divisa” come lungamente ci spiegano gli storici (Sergio Luzzatto su Left del 22 luglio), l’essere andato, da parte del sindaco di Latina, oltre il passato “remoto” per affidarsi a idee ed esempi – è proprio il caso di dire – di personaggi che hanno lottato per la legalità come Falcone e Borsellino è qualcosa di dirompente. Soprattutto poi se consideriamo che il territorio pontino è stato dilaniato da forti collusioni tra criminalità e politica, come ha ricordato Coletta nel suo discorso. E come hanno dimostrato le indagini della magistratura. Insomma, le mafie nell’agro pontino sono un problema da tempo.

 

Soltanto celebrando i valori della legalità si unisce, dice il sindaco, perché solo attraverso la legalità e le regole, si costruisce la libertà e la democrazia. «Affermazione che non è figlia di una contrapposizione ideologica ma figlia della nostra Costituzione». La Carta nata dalla Resistenza che a Latina, ricorda Coletta, soltanto quest’anno ha visto un sindaco prendere parte alla celebrazione. La difesa della legalità è stata la strada percorsa dalla lista Latina bene Comune che ha portato Coletta ad ottenere al ballottaggio il 75% dei consensi. Ci sono tanti giovani dietro, c’è stata una grande manifestazione di Libera, insomma qualcosa davvero a Latina è cambiato. «Non c’è più rassegnazione e indifferenza», ha sottolineato Coletta. Per questo motivo «un sindaco ha il dovere morale, etico, di aprire gli occhi alla propria comunità, di non voltare la faccia e di essere un buon esempio tutti i giorni». Come appunto intitolare il parco a Falcone e Borsellino ricordati in maniera efficace sia dalla giovane e combattiva presidente della Provincia di Latina Eleonora Della Penna che dalla presidente della Camera Laura Boldrini che ci ha tenuto a smentire quelle dichiarazioni attribuitegli sul fatto che avrebbe voluto cancellare i simboli del Ventennio. «Sono bufale, assurdità inventate, menzogne inventate a tavolino», ha detto Boldrini.
Torniamo al sindaco e alla sua battaglia che è soprattutto culturale. Fatta di atti simbolici ma anche di ricerca, almeno per rimettere a posto la Storia. Lo ha ricordato lui stesso: la mostra su Oriolo Frezzotti, l’architetto che ha disegnato Littoria e l’accordo con l ‘archivio di stato per il recuperare la documentazione sui progetti della fondazione. Il rispetto per la Storia c’è. Ma poi bisogna andare avanti, con coraggio e con la schiena dritta, pensando al futuro. «Amministrare secondo le regole significa anche dire no, fare scelte impopolari che non portano consenso ma che sono scelte per le future generazioni e garanzia di libertà perché le regole e il rispetto della legalità sono la garanzia per la libertà. Amministrare significa scegliere non cosa conviene fare ma cosa è giusto fare, come in questo caso».
Scegliere non cosa conviene fare ma cosa è giusto fare: una lezione di alta politica.

Addio Larsen C. Dove andrà il gigante di ghiaccio? Il suo destino e la sua destinazione pongono nuove domande

EPA/NASA/Suomi NPP - VIIRS HANDOUT HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES

Chi non crede al riscaldamento globale adesso ha miliardi di tonnellate di prove. È un avviso non solo per i negazionisti del cambiamento climatico, ma per tutto il resto del mondo. Chissà ora dal Polo sud il Larsen C dove andrà…

La crepa si faceva sempre più lunga e, raggiunti i duecento chilometri, ha fatto cedere la calotta gelata. La causa è, purtroppo, scontata: un aumento di temperatura nei mari di Weddel di almeno 3° e il distaccamento adesso innalzerà di vari centimetri il livello dei nostri.

Così il gigante di ghiaccio ha cominciato il suo viaggio. Il più grande iceberg a memoria d’uomo si è staccato dalla calotta ghiacciata d’origine – chiamata appunto Larsen C – e adesso vaga negli oceani.

È il più enorme iceberg mai registrato: è grande due volte il Lussemburgo, 5mila chilometri quadrati, pesa 3mila miliardi di tonnellate. La Nasa lo studia dal 2014 e l’ESA, l’Agenzia Spaziale Europea, già da tempo avvisava dall’alto che Larcen C stava per dire addio al 12% della sua massa di ghiaccio totale.

Il suo destino e la sua destinazione sono l’origine delle nuove domande: se si scioglierà, se si dividerà in più piccoli iceberg, se si dirigerà a nord o a sud, gli esperti non lo sanno ancora. Intanto, fanno sapere, ridisegnano le mappe della zona.

Le scuse per Genova e il sangue raffermo

Franco Gabrielli, a nome della Polizia di Stato, ha chiesto scusa. «Un’infinità di persone subirono violenze che hanno segnato le loro vite. In questi 16 anni non si è riflettuto a sufficienza. E chiedere scusa a posteriori non è bastato», ha dichiarato in un’intervista a Repubblica che, almeno, ristabilisce la verità sulla macelleria della Diaz, di Bolzaneto e su una parentesi della democrazia che ancora oggi in molti si ostinano a negare.

L’ha fatto, Gabrielli, mettendo le parole al posto giusto, chiamando le cose per nome: «tortura» per Bolzaneto, «catastrofe» la gestione dell’ordine pubblico, «infelice» la scelta di Genova come luogo per il G8, vista la sua conformazione urbanistica e «sciagurata» la scelta dell’irruzione come metodo operativo.

In pratica, lo dice il capo della polizia, sono consapevolmente bugiardi tutti coloro che in questi 16 anni hanno voluto farci credere che davvero a Genova fosse tutto «normale». E non parlo solo dei condannati (condannati, si fa per dire, visto che alcuni del cordone di comando hanno addirittura ottenuto sonanti promozioni) ma anche e soprattutto di tutti coloro (politici compresi) che per salvare la polizia hanno dannatamente sfigurato la realtà dei fatti. Bugiardi, schifosi, per una carezza servile alle forze dell’ordine e oggi il capo della polizia gli risponde prendendoli a pesci in faccia. Pensa te.

Ma l’aspetto più interessante dell’intervista di Gabrielli è un altro, quando dice di immaginare «una polizia che non ha e non deve avere paura degli identificativi nei servizi di ordine pubblico, di una legge, buona o meno che sia, sulla tortura, dello scrutinio legittimo dell’opinione pubblica o di quello della magistratura».

Dall’esperienza, del resto, si dovrebbero trarre le conclusioni per scrivere le leggi e, ad oggi, ci ritroviamo tra le mani una pessima legge sulla tortura e un solido “partito della Polizia” che attraversa sia la destra che la sinistra. Se è vero che le scuse seppur tardive non possono che rinfrancare è pur vero che la politica, da tempo, considera Genova (ma anche Aldrovrandi, Cucchi e tutti gli altri) dei banali “incidenti di percorso”.

E vedrete che lo faranno anche con questa intervista di Gabrielli.

Fermi. Fermi loro. E il tanto il sangue che si fa raffermo.

Buon giovedì.

«Io alla Diaz c’ero, quella del capo della polizia non è una presa di coraggio»

Dopo 15 anni apre al pubblico la scuola Diaz per un convegno sul G8, 21 luglio 2016 a Genova. ANSA/LUCA ZENNARO

«Non la accetto come una presa di coraggio, non la è». A parlare è Lorenzo Guadagnucci, giornalista vittima delle torture avvenute all’interno della scuola Diaz nel G8 di Genova nel 2001. Guadagnucci che da anni porta avanti una strenua lotta per avere giustizia, risponde così a Left nel commentare l’intervista, pubblicata oggi su Repubblica, in cui il capo della polizia Franco Gabrielli ammette le responsabilità della polizia per i fatti del G8 di Genova.
«Gabrielli fa qualche ammissione di responsabilità, ma è anche un’intervista piena di omissioni» dice Guadagnucci. «L’unica novità positiva è il giudizio che lui dà sulla gestione di De Gennaro: Gabrielli oggi dice che Gianni De Gennaro avrebbe dovuto dimettersi. E questo è ciò che tutti noi chiedevamo già 16 anni fa. De Gennaro non ha fatto il bene delle forze dell’ordine con le sue scelte, peraltro assecondate dal potere politico, e così, con questa affermazione, Gabrielli chiude finalmente “l’era De Gennaro” della polizia».

«Il punto sul quale non sono assolutamente d’accordo» continua Guadagnucci, «è quando Gabrielli dice che siamo in una fase ulteriore rispetto a quando la polizia ha fatto le proprie scuse per quanto accaduto. Ma queste scuse non ci sono mai state: Gabrielli, come tanti altri, fa riferimento a una frase del 2012 in cui Manganelli, al momento delle condanne definitive per la Diaz, ha detto che “era arrivato il momento delle scuse”. Ma questo non vuol dire scusarsi, anche in italiano dire “è il momento delle scuse” non significa scusarsi».
Infatti per «chiedere scusa bisogna chiarire per che cosa e a chi si chiede scusa: questi non sono dettagli. Per che cosa si chiede scusa? Per le violenze dentro alla scuola Diaz o per le falsità che hanno accompagnato le violenze alla scuola Diaz? Per l’ostacolo alla giustizia che è stato attuato per 10 anni nei tribunali di Genova o per i mancati provvedimenti disciplinari verso i responsabili dei fatti? Ci sono tanti motivi per cui chiedere scusa».
Ed è importante specificare anche a chi si chiede scusa. «Immagino si chieda scusa a chi era dall’altra parte dei manganelli, a chi ha subito violenze fisiche, ma sarebbe interessante sapere se si chiede scusa anche a tutti i cittadini italiani per aver esercitato una funzione pubblica in maniera immorale, oltre che illegale. C’è anche da chiedere scusa a chi lavora in polizia e vorrebbe avere dei dirigenti che si prendano le loro responsabilità tempestivamente».

Tutto questo non c’è stato, non è mai avvenuto, al contrato di quanto dice Gabrielli. «Non siamo assolutamente nella fase che Gabrielli sembra voler indicare: non è ancora arrivato il momento di mettere il punto su quanto accaduto al G8 di Genova, siamo lontanissimi dal mettere un punto», afferma Guadagnucci. «Non è accettabile dire che ci siano state delle condanne esemplari per i fatti della Diaz e delle condanne modeste per i fatto di Bolzaneto: non è così, non c’è stata nessuna condanna esemplare. Gabrielli parla di condanne esemplari, ma quali sono state? Ci sono state condanne massime a 5 anni, mentre la maggioranza sono state inferiori e alcune addirittura sono coperte dalla prescrizione. Nel 2015 l’Italia è stata condannata dalla Corte europea di Strasburgo e il mese scorso è stata condannata anche per la lieve entità delle pene inflitte per i fatti della Diaz e di Bolzaneto: 5 anni, di cui 3 coperti dall’indulto non sono assolutamente una pena esemplare. E dato che a Bolzaneto va tutto in prescrizione, non si può parlare di “condanne modeste”: questa è impunità».

Il testo di legge con l’articolo 613-bis che introduce il delitto di tortura è stato approvato, suscitando molte critiche, il 17 maggio scorso al Senato. «Le dichiarazioni di Gabrielli sono colpevolmente tardive» dice Guadagnucci. «Se è vero che la polizia di Stato è disposta a confrontarsi, come è scritto in un passaggio dell’intervista, ad accettare una buona legge sulla tortura, allora Gabrielli avrebbe dovuto fare queste dichiarazioni prima che questa legge sulla tortura venisse approvata. Quella che è passata infatti è una legge truffa, e se queste dichiarazioni fossero state fatte in precedenza, magari il Parlamento avrebbe approvato una buona legge sulla tortura, al contrario di questa che la tortura nemmeno la punisce. Basti infatti pensare alla lettera che i magistrati che si sono occupati dei processi della Diaz e di Bolzaneto hanno scritto alla presidente della Camera, Laura Boldrini, prima che la legge fosse approvata, spiegando che questa legge, scritta così, non avrebbe potuto essere applicata in questi due processi. La legge sulla tortura in Italia è stata voluta dopo i fatti del G8 di Genova ed è un paradosso enorme che questa legge non avrebbe potuto essere applicata in questi due casi. Questa legge è una truffa».

I vaccini polivalenti sono sicuri. Elena Cattaneo, da scienziata, zittisce i senatori antivax

Elena Cattaneo, durante l'esame del ddl sulle riforme, Roma, 16 Luglio 2014. ANSA/ RICCARDO ANTIMIANI

«L’idea del sovraccarico vaccinale è priva di fondamento scientifico», «i vaccini trivalenti, quadrivalenti, esavalenti sono sicuri e ben tollerati, anche dalle persone già immuni». Elena Cattaneo – biologa e ricercatrice, nonché senatrice a vita e baluardo scientifico per quanto riguarda il fascicolo vaccinazioni – è intervenuta così oggi pomeriggio al Senato, per rispondere alla pioggia di critiche arrivate dalle opposizioni (ma non solo) nei confronti del decreto sui vaccini obbligatori in discussione a Palazzo Madama.

La battaglia si gioca sul tema delle “dosi monocomponenti”, ossia dei vaccini che possano garantire la copertura medica senza che sia necessario inoculare contemporaneamente anche prodotti contro malattie per le quali già si è immunizzati in precedenza. In prima fila la Lega Nord, che teme che l’ostilità del governo nei confronti dei vaccini in versione multipla sia in realtà una mossa per avvantaggiare le case farmaceutiche, senza un reale beneficio per la salute della cittadinanza.

In risposta, la senatrice a vita elenca – da scienziata – alcuni casi di specie. Tra i militari ad esempio, notoriamente “iper-vaccinati”, non sono stati rilevati scostamenti statistici per quanto riguarda malattie autoimmuni, allergie e altre malattie in genere. Per produrre i vaccini inoltre – commenta Elena Cattaneo – serve un grosso investimento, e l’industria dei vaccini rappresenta solamente l’1% della spesa sanitaria nazionale, pertanto «le case farmaceutiche non diventano ricche con i vaccini». Non esistono altri Paesi che stiano andando nella direzione dello sviluppo di vaccini monocomponente, e anche l’Inghilterra si sta valutando l’opzione esavalente.

 

Istanbul come Guantanamo: così Erdogan vuole vendicasi del golpe 2016

epa06090466 Turkish President Recep Tayyip Erdogan speaks during a ceremony to mark the first anniversary of Coup attempt on 15 July, in front of the Turkish Parliament in Ankara, Turkey, early 16 July 2017. The 15 July 2017 events mark the first anniversary of the failed coup attempt which led to some 50 thousand workers being dismissed, some eight thousand people arrested, and scores of news outlets shut down by the government. Turkish President Recep Tayyip Erdogan blamed US-based Turkish cleric Fetullah Gulen and his movement for masterminding the failed coup and Turkey remains under a state of emergency as a result. EPA/TUMAY BERKIN

Il sultano che un anno fa si è salvato grazie a uno smartphone e un video ritrasmesso dalla Cnn turca, ora ripete più volte dal palco alla folla oceanica, come la regina di Alice del paese delle meraviglie: tagliategli la testa. «Il golpe del 15 luglio 2016 non è stato il primo attentato contro il nostro paese, non sarà l’ultimo. Ma prima taglieremo le teste dei traditori, taglieremo le loro teste» dice Tayyip Erdogan. È questo il dizionario del presidente della Turchia.

Era previsto che il suo discorso cominciasse alle 2.32 di notte, l’esatto momento in cui l’attacco aereo 365 giorni fa colpiva il Parlamento, durante il tentativo di colpo di stato, ma Erdogan ha tardato di 49 minuti. Non ha colto l’attimo, ma è comunque diventato l’uomo del momento, di nuovo: alla commemorazione c’erano decine di migliaia di persone. Festeggia anche chi non vorrebbe, per paura di essere accusato di complicità. Per Erdogan il 15 luglio, un anno dopo, è il giorno della sua resurrezione, del suo destino ed è anche la fine del ramadan. Le bandiere turche coprono edifici di 20 piani. È celebrazione totale sul Bosforo. Da quella notte la repubblica di Erdogan ha vacillato ogni giorno di più, per poi smettere di esistere a poco a poco.

«I prigionieri dovrebbero essere vestisti come a Guantanamo», continua il dittatore. La folla applaude. Ha invitato ad ascoltarlo 300 giornalisti stranieri: russi, tunisini, egiziani, sudanesi, bosniaci, kirghisi, boliviani, argentini e pakistani. Gli occidentali si contano sulle dita di una mano.

La stessa notte di un anno dopo suona la musica e sventolano le bandiere contro chi ha fallito. Del putsch che non è riuscito è accusato Fethullah Gulen, con altre 50mila persone ora in prigione e 150mila licenziati. Ce ne sono altri, che tentano la via dell’esilio. Tra gli arrestati dell’ultimo mese spiccano due figure apicali di Amnesty international: il presidente dell’organizzazione locale, l’avvocato Taner Kilic, che in aprile aveva difeso il blogger italiano Gabriele Del Grande; e più di recente, dieci giorni fa, l’intero vertice di Amnesty Turchia, compresa la direttrice Idil Eser.

Nel 2016 250 persone sono morte per essersi opposte al tentativo di “ecoup d’etat” e sono diventate oggetto di culto organizzato dallo Stato: «Fino al 15 luglio erano i nostri figli, dal 16 sono i figli di tutta la Turchia» ha detto a Liberation la madre di uno dei 250 sehit, quelli che chiamano i martiri turchi, soldati e poliziotti che hanno «perso la vita per il paese: ora scuole, strade portano il loro nome».

«Devono pagare, noi chiediamo le esecuzioni» è la chiamata per la vendetta del presidente, che cita sermoni del Corano su traditori, martirio e resistenza. Per il nemico vuole la pena capitale. La martirologia fa parte della propaganda del leader, della storia di un Paese: «Il presidente Erdogan ha reso il 15 luglio la data commemorativa della nuova Turchia e del suo regime, i martiri di questa Turchia donano sacralità, una sacralità per i suoi abusi. Regolarmente Erdogan evoca il dovere di vendicare quei martiri, per giustificare tutte le operazioni eccezionali compiute in stato di emergenza» dice il politologo Ahmet Insel.

Temmuz, luglio è la parola del potere: quello che fa il sultano è proporre l’epopea del 15 luglio in televisione e sui giornali, per convincere il popolo turco di essere l’uomo della provvidenza e quella di Temmuz sarà ogni volta la festa della democrazia e unità nazionale.

Kemal Kilicdaroglu ha la stessa bandiera turca rossa e un’altra parola: adelet, giustizia. Ha guidato una marcia per quasi 500 chilometri d’asfalto, è stata percorsa da centinaia di migliaia di persone che chiedevano un altro volto per il loro paese ed è riuscito a mettersi a capo di un’opposizione divisa e del partito ereditato da Mustafa Kemal Ataturk. «Faremo uscire Erdogan dal suo palazzo, vinceremo le elezioni del 2019» ha detto, proprio quando, prima di tutto questo, la sua carriera sembrava essere al crepuscolo. Due Turchie, due in una o una dentro l’altra.