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Delrio: se questo è un ministro

Scritto volutamente minuscolo. Delrio ieri ha testimoniato nell’ambito del processo Aemilia per raccontare di quella sua visita all’allora prefetto di Reggio Emilia Antonella De Miro in cui prese le difese degli imprenditori cutresi, alcuni dei quali si rivelarono mafiosetti poco raccomandabili. Delrio si è difeso dicendo che «non era in discussione lo strumento delle interdittive», bensì «il fatto che nella comunità dei cutresi non ci fossero persone perbene». «A fronte di una crescita dell’opinione pubblica – ha detto Delrio – e di notizie allarmanti che emergevano sulla stampa, qualcuno si sentiva ingiustamente accomunato ai delinquenti e questo è un fenomeno da stigmatizzare perché i cittadini reggiani sono sia di origine cutrese che non. Quelli che fanno i delinquenti lo fanno e le persone perbene non devono dire da dove vengono per dimostrarlo». In pratica il ministro ci dice che da sindaco si è preoccupato più di difendere i cutresi dal rischio di ghettizzazione piuttosto che preoccuparsi dei segnali che la prefettura gli inviava in tema di criminalità organizzata.

Delrio ha anche minimizzato il suo viaggio a Cutro (mentre era sindaco di Reggio Emilia) dichiarando di avere ricevuto numerosi inviti. Non c’è che dire: dalle dichiarazioni emerge una consapevolezza quasi nulla sul pericolo mafioso. Beato lui. «Un sindaco non può rendersi conto delle infiltrazioni mafiose solo perché il prefetto adotta i provvedimenti o perché viene il dottor Gratteri a parlare del pericolo», aveva dichiarato nel 2012 il magistrato antimafia Roberto Pennisi.

E oggi quella frase sembra vera più che mai.

Solo che questo, alla fine, è diventato ministro. Per dire.

Buon mercoledì.

Lavoro, una ricerca della Ue conferma: l’Italia non è un Paese per giovani

Cresce la disoccupazione giovanile

L’indagine 2017 sull’Occupazione e sugli sviluppi sociali in Europa (Esde) pubblicata dalla Commissione Ue conferma l’Italia come patria dei Neet (Not engaged in Education, Employment or Training): i giovani tra i 15 e i 24 anni che non cercano un lavoro né sono impegnati in un percorso di studi o formazione. Quasi un giovane su cinque in Italia fa parte dei Neet e la media italiana è notevolmente più alta (19,9%) rispetto a quella europea (11,5%). Secondo lo studio, tra il 2015 e il 2016 in Italia è aumentato anche il numero di persone che vivono in condizioni di povertà estrema (11,9%): unico caso in Europa con Estonia e Romania. E la disoccupazione tra i 15 e i 24 anni nel 2016 è stata del 37,8%, in calo rispetto al 40,3% del 2015, ma che comunque si classifica terza in Europa, dopo Grecia (47,3%) e Spagna (44,4%).

Secondo questi dati, sembrerebbe quindi che i giovani italiani non vogliano lavorare, né studiare. Purtroppo o per fortuna però non è così, ci sono infatti gravi e numerosi fattori che condizionano le loro scelte. Primo fra tutti, i giovani hanno sempre più difficoltà ad entrare nel mondo del lavoro e anche qualora ci riescano la situazione è ben diversa da quella che ci si aspetta. Chi riesce ad ottenere un impiego infatti si trovano nella maggior parte dei casi a firmare contratti temporanei: una soluzione atipica e ad alto rischio precarietà. In più del 15% dei casi i giovani lavoratori hanno contratti a tempo determinato di qualche mese, che comportano anche una minore copertura previdenziale.

Un altro dato significativo e preoccupante per quanto riguarda l’occupazione giovanile è che chi è così fortunato da trovare un impiego guadagna in media il 60% in meno rispetto ad un lavoratore ultrasessantenne. Inoltre con tutta probabilità le nuove generazioni avranno pensioni più basse rispetto alla loro remunerazione e l’indagine dell’Esde prevede che da oggi al 2060 assisteremo ad un calo dello 0,3% annuo della popolazione in età lavorativa. Ad attenderci sarà quindi un futuro in cui una forza lavorativa ridotta dovrà fronteggiare un numero sempre crescente di anziani a cui pagare la pensione.

La conseguenza è che i giovani italiani si rendono indipendenti e diventano a loro volta genitori tra i 31 e i 32 anni, molti anni più tardi rispetto ad una decina di anni fa e molto dopo la media europea: i giovani europei infatti vivono da soli e fanno figli già dai 26 anni. A questo si aggiunge un sistema scolastico che abbandona lo studente una volta finiti gli studi superiori e che non prevede veri e propri percorsi che aiutino lo studente a trovare la propria strada per il futuro. Inoltre in media chi riesce a laurearsi aspetta almeno 36 mesi prima di trovare un impiego (se si è abbastanza fortunati da averlo) e anche chi è in questo limbo risulta essere parte dei cosiddetti Neet.

Questa grande fetta di giovani ovviamente ha un costo significativo per lo Stato: circa 36 miliardi di euro, pari al 2% del Pil. Secondo il rapporto Young workers index di PricewaterhouseCoopers del 2016 per far crescere il Pil del nostro Paese dal 7 al 9% sarebbe sufficiente trovare un lavoro a questi giovani Neet. Secondo la stimata società di consulenza infatti i Neet rappresentano un enorme spreco per le casse del nostro Stato: sono un valore potenziale pari a mille miliardi di dollari. A riuscire nel difficile compito di impiegare questa enorme forza lavorativa è stata, ad esempio, la Germania che oggi è il secondo miglior paese (dopo la Svizzera) per le opportunità offerte ai giovani. Negli ultimi anni la Germania è riuscita a rilanciare i propri giovani partendo da un programma scolastico in cui viene dato ampio spazio all’alternanza scuola-lavoro: oltre il 50% degli studenti tedeschi sono infatti coinvolti in periodi di formazione in aziende.

L’alternanza scuola-lavoro è stata una delle principali innovazioni della riforma della cosiddetta Buona Scuola voluta da Renzi che ha destato varie polemiche, ma che in Germania sembra essere stata una carta vincente per inserire i giovani nel mercato del lavoro. Per capire se effettivamente questa riforma possa funzionare è ancora presto: ci vorrà qualche anno per capire se effettivamente la riforma aiuterà l’Italia a sbloccare la precaria condizione dei Neet. Il quadro emerso dall’inchiesta presentata lo scorso 29 maggio dall’Unione degli studenti non è però rassicurante. Lo studio, svolto su 15mila studenti di scuole superiori di nove regioni italiane (Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Piemonte, Toscana, Abruzzo, Sardegna, Sicilia, Campania, Puglia) riporta che il 57% dei ragazzi intervistati ha partecipato a percorsi di alternanza scuola-lavoro non inerenti al proprio percorso di studi, mentre 4 studenti su 10 ammettono di non essere stati messi nelle condizioni di poter studiare, oltre a lavorare, o di essere seguiti da un tutor, entrambi diritti che gli sarebbero dovuti essere stati garantiti per legge.

Nelson Mandela Day, una festa a cui siamo tutti invitati

epaselect epa05689887 A view of the memorial depicting Nelson Mandela at the place where he was arrested near Howick, South Africa, 28 December 2016. The first black president of South Africa, Nelson Mandela, was arrested at this place on 05 August 1962 and went on to spend 27 years in prison before being released and leading the country into its first four years of political freedom after the Apartheid system was abolished. EPA/KIM LUDBROOK

Dal 2009 ogni anno il 18 luglio si celebra il Nelson Mandela international day, una giornata internazionale istituita ufficialmente dalle Nazioni Unite, perché il 18 luglio del 1918 nasceva colui che è universalmente riconosciuto come un simbolo di giustizia, tenacia e coraggio. Nelson Madiba Mandela, questo il suo nome completo – perché ricevette dagli anziani della sua tribù sudafricana il titolo onorifico di “Madiba” – é un uomo che ha cambiato non solo il suo Paese, ma il mondo intero, con le sue azioni ed il suo esempio.
La decisione delle Nazioni Unite nacque con la speranza che l’esempio del presidente africano e premio Nobel potesse essere imitato e messo in atto almeno per un giorno all’anno, in ogni angolo della terra: ogni persona dovrebbe sapere che, volendo, ha il potere di cambiare il mondo con le sue buone azioni; se ognuno di noi aiutasse gli altri, come ha fatto Mandela nei suoi 67 anni di vita, le azioni di solidarietà e pace potrebbero diventare globali. Questo l’obiettivo dell’Onu.

Mandela ha lasciato in eredità valori inalienabili e imprescindibili dall’essere umano come la difesa della vita e della dignità personale, la difesa per la pace, il rifiuto di razzismo e oppressione. A 22 anni Mandela scelse di lottare in prima persona per la liberazione dal regime, divenendo uno dei più noti attivisti anti-apartheid in Sudafrica. Poi, fuggito dal suo villaggio, decise di studiare Giurisprudenza a Johannesburg e presto aderisce all’African national congress (Anc). Proprio per aver speso la sua vita ribellandosi al regime e alle ingiustizie nei confronti dei neri africani, venne imprigionato nel 1964 nella prigione 466, sull’isola di Robbennel, e fu liberato dal carcere soltanto nel 1990. Con la sua condotta e le sue lotte ha guidato la transizione del Sudafrica verso una democrazia multirazziale e nel 1993 ottenne il Premio Nobel per la pace, insieme all’ex presidente sudafricano Frederik Willem de Klerk. Mandela, sempre in prima linea contro la repressione del regime bianco sui neri, fu eletto presidente del Sudafrica nel 1994, in carica fino al 1999 ed è stato anche padre di 4 figli, dei quali ne perse 3 a causa dell’Aids, malattia contro la quale ha lottato tutta la vita. Tra le iniziative del Mandela Day rientra anche la campagna “46664”, in riferimento al numero di prigione (e all’anno di imprigionamento) di Robben Island, una campagna lanciata inizialmente per aumentare la consapevolezza dell’HIV/AIDS ma anche per ricordare lo sforzo di un uomo contro il razzismo.

Organizzazioni e associazioni di tutto il mondo partecipano alle molte attività organizzate appositamente per il Nelson Mandela day, per onorare il suo lavoro e per promuovere progetti umanitari, soprattutto dedicati a raccogliere fondi e donazioni per agire tutti insieme contro la povertà. Naturalmente non mancano iniziative e omaggi dedicati a Mandela, come la statua che si trova a Nelson Mandela Square a Johannesburg, in Sudafrica o il ponte omonimo, sempre a Johannesburg o i francobolli a lui dedicati.

Russian gate: tutti gli uomini dei due presidenti

epa06073408 Russian President Vladimir Putin (L) and US President Donald J. Trump (R) meet on the sidelines of the G20 summit in Hamburg, Germany, 07 July 2017. The G20 Summit (or G-20 or Group of Twenty) is an international forum for governments from 20 major economies. The summit is taking place in Hamburg from 07 to 08 July 2017. EPA/MICHAEL KLIMENTYEV / SPUTNIK / KREMLIN POOL / POOL MANDATORY CREDIT

All’alba del mattino del 16 luglio, gli Stati Uniti d’America si sono svegliati al grido cinguettato del loro presidente che li informava che «#FakeNews is distorting democracy in our country» (le fake news stanno distorcendo la democrazia nel nostro Paese). Eppure, dietro l’ennesimo tweet contro i media, c’è proprio l’azione di un giornalista, un vecchio amico della famiglia Trump, che cercava di aiutare Donald durante la campagna elettorale, quando era solo un candidato improbabile del partito, su cui nessun repubblicano voleva scommettere. È il 2016 quando il reporter di un tabloid inglese, Rob Goldstone, intermediario tra il clan di The Donald e affaristi russi, manda un messaggio al figlio dell’attuale presidente degli Stati Uniti: ci sono documenti ufficiali e informazioni utili, dice, contro la candidata democratica nella battaglia presidenziale, Hillary Clinton. Queste informazioni, dice Rob, sono «sensibili», «di alto livello, e sarebbero utili a tuo padre». Tutto ciò fa parte «del sostegno del governo russo per Trump». Un contributo che, risponde Donald junior, «ama, soprattutto a fine estate». Il cerchio del Russian Gate, come un cappio politico, si sta facendo sempre più stretto intorno ai Trump e tutto quello che lo riguarda è ormai una specie di segreto pubblico.
È così – ha scoperto il New York Times – che Trump figlio ha incontrato nella torre che porta il suo nome, l’avvocatessa Natalia Veselnitskaya, 42 anni, moscovita, laureata in legge nel 1998, dirigente della Camerton, società legale privata, amica del procuratore generale nominato da Putin, Yuri Chaika. Si incontrano d’estate al 25esimo piano della T tower: sopra le loro teste c’è l’ufficio di Trump padre, dietro di loro, invece, c’è un altro avvocato e un’altra epoca di corruzione e ritorsioni di Washington contro Mosca.

Serghey Magnitsky aveva 36 anni quando è morto in un carcere moscovita nel 2009 in circostanze misteriose. Nonostante fosse morto, per la prima volta nella storia e in contrasto con lo stesso diritto penale, la sentenza del reato di cui era accusato – frode fiscale – venne comunque emessa. Anche un altro provvedimento legale però portava il suo nome: la legge firmata da Barak Obama nel 2012, passata alle cronache come il Magnitsky act, una lista nera di ufficiali russi, coinvolti nella violazione di diritti umani. La risposta in arrivo da Mosca a quella decisione dell’ex presidente è stata il divieto di adozione dei bambini russi per le famiglie americane. Nei casi di corruzione su cui indagava il deceduto Magnitisky erano coinvolti membri e ufficiali del governo Putin e la donna che incontra il figlio di Donald Trump nel 2016 è arrivata negli Stati Uniti già un anno prima, proprio per difendere uno di loro: il figlio di un esponente governativo, Denis Katsyv, alla sbarra del tribunale USA con l’accusa di aver riciclato denaro sporco per 14 milioni di dollari, dopo averne frodati 230, con la sua società Prevezon.

All’incontro con Trump junior e l’avvocatessa di Mosca partecipa anche Anatoly Samochornov, un traduttore che aveva lavorato sia con la Veselnitskaya che con il dipartimento di Stato americano, e un presunto ex agente della GRU, i servizi segreti russi, Rinat Akhmetshin, che ha doppio passaporto, sia russo che americano, e molti interessi, dopo essere diventato lobbista a Washington.

Akhmetshin smentisce alla stampa: ha servito nell’esercito dell’Armata Rossa dal 1986 al 1988, dove non è mai stato addestrato per diventare una spia, ha solo partecipato a qualche operazione di controspionaggio nel Baltico. All’incontro ai piani alti ci sono otto persone e una cartellina di plastica: le informazioni “high level”, compromettenti e dannose su Hillary e sui finanziamenti illeciti finiti al suo comitato, sono state stampate e trasportate su carta. Lo stesso Akhmetshin ha ammesso di non sapere due cose: da dove vengono quei dati – se dal Cremlino – e dove vanno a finire. Perché nessuno sa se la cartellina di plastica rimane al 25esimo piano, nella stanza, o se qualcuno del team americano la prende. Questo, secondo Adam B. Schiff, deputato democratico della California della commissione Intelligence alla Camera, è «solo un altro dettaglio disturbante su questo incontro segreto» e un’ennesima prova di collusion with the Russians, quella che Jay Sekulow, della squadra legale del presidente Trump, va in onda su tutti i canali tv a smentire quotidianamente.

Trump figlio – è questa l’ultima versione dei fatti – era interessato alle informazioni compromettenti su Hillary, ma non sapeva, rivela ora, provenissero dal Cremlino e con suo padre, comunque, dell’incontro non ha mai parlato. Per gestire le risposte giuste sul Russian Gate, di cui ogni giorno una puntata nuova viene pubblicata dai quotidiani americani, è stato ora assunto Ty Cobb, tra gli avvocati più in vista nella capitale. Sui legami della Veselnitskaya con il Cremlino, recentemente pubblicati, è arrivata subito una smentita dalle autorità sulla Moscova e dal portavoce del presidente russo, Dimitry Peskov. È il deputato Adam Schiff che sta premendo adesso per chiamare a testimoniare in commissione Rinat Akhmetshin, riguardo quell’incontro avvenuto solo una settimana prima che gli hacker riuscissero a violare il server delle mail del comitato democratico – un evento che, per molti in America, ha cambiato l’esito delle ultime e più controverse elezioni americane. Le connessioni si vedono e le teorie non mancano. Dei fili della matassa del Russian Gate che si stanno sciogliendo a Washington mancano solo gli anelli di congiunzione, le prove evidenti, le pistole fumanti di un cerchio che si attorciglia intorno a un altro, lasciando nel mezzo, a galla, nomi e interessi, avvocati, lobbisti, agenti segreti, russi e americani. Sono già fuori il generale Micheal Flynn – dimessosi dopo aver mentito sui suoi contatti col governo russo. Prima di lui è stato allontanato Paul J. Manafort, ex capo della campagna elettorale di Trump, ma anche di Viktor Yanukovich, l’ex presidente filorusso scappato da Kiev dopo la rivoluzione di Maidan. Jered Kushner, marito di Ivanka Trump e consigliere di suo padre, ha incontrato l’ambasciatore russo, ma è ancora al suo posto, dove probabilmente rimarrà anche Donald Trump junior finché al suo posto rimarrà anche suo padre.

Lo Ius soli, il pavido premier e il ministro piccolo piccolo

Il ministro degli Affari Esteri Angelino Alfano (s) e il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni alla Camera durante comunicazioni in vista del Consiglio europeo straordinario, Roma 27 aprile 2017. ANSA/GIUSEPPE LAMI

«Si è trattato di una decisione di buon senso». Da Bruxelles, a margine del Consiglio affari esteri, il ministro agli Affari esteri, Angelino Alfano, ha risposto così  alle domande sul voto per lo Ius Soli che Gentiloni ha rimandato all’autunno. E che in realtà vedrete che non passerà mai.  «Molti dicono che sia stato un nostro successo – ha continuato – ma noi crediamo sia stato un successo della ragionevolezza perché farlo adesso, nel pieno degli sbarchi e poco prima della pausa estiva, sarebbe stato contro ogni logica. Abbiamo apprezzato il comportamento del premier Gentiloni che non ha rinunciato all’idea di approvarlo, ma in questo momento temporale ha deciso con grande realismo la cosa giusta».

Ecco, se si volesse davvero avere il coraggio di dire le cose come stanno, il problema vero del mancato voto sullo Ius Soli è tutto qui: avere reso fondamentale un patetico ministro come Angelino Alfano (e quel minuscolo caravanserraglio che è il suo volubile partito) elemento fondamentale di un intero governo. “Angelino sempre in piedi”, con il suo 3% che non prenderà mai più, decide le sorti di una legge che tutti dichiaravano fondamentale e che invece si incaglia.

E non si incaglia su chissà quali articolati pensieri. No. Si incaglia sul servilismo di Alfano verso il «sentimento popolare» e sugli istinti bassi di una campagna elettorale che è già cominciata da un pezzo. E non solo: si incaglia sull’enorme bugia che questa legge abbia a che vedere con gli sbarchi, mentre in realtà non c’entra nulla con l’ondata migratoria.

E Gentiloni (e i suoi) permettono ad Alfano di dichiarare che «farlo adesso, nel pieno degli sbarchi e poco prima della pausa estiva, sarebbe stato contro ogni logica».

Che vergogna. Per Alfano. Per Gentiloni. Che vergogna.

Buon martedì.

Antonio Natali: i musei non sono macchine da soldi, ma spazi di ricerca

Dopo 35 anni di lavoro nella Galleria degli Uffizi, il direttore Antonio Natali se ne andò raccontando in un video ironico e un po’ bianciardiano, il suo mettere tutto in una scatola e chiudere la porta del maggior museo fiorentino che per lunghi anni era stato di fatto la sua casa. Da funzionario, con uno stipendio che si aggirava intorno a 1600 euro, Natali ha fatto sì che gli Uffizi si aprissero al territorio e diventassero un luogo di studio, con mostre con cui sono stati riscritti capitoli importanti della storia del Manierismo, incentrati sui suoi amatissimi Pontormo e Rosso. Poi Renzi e Franceschini, in veste di premier e ministro dei Beni culturali hanno deciso di indire il famigerato concorso internazionale per la nomina di venti direttori di altrettanti musei italiani, tutti insieme. Così è stato selezionato l’attuale direttore degli Uffizi, Eike Schmidt, con molta esperienza nel mondo delle aste. Il mese scorso quel famigerato concorso è stato invalidato dal Tar perché violava norme vigenti, ma anche per irregolarità nei colloqui a porte chiuse. Di tutto questo l’ex direttore Natali preferirebbe non parlare, ma la sua passione per la ricerca e nuove uscite nella sua collana “iconologia” per l’editore Maschietto ci hanno offerto lo spunto per questa sua generosa intervista.

Professor Natali, si parla molto dell’Italia come museo diffuso perché ogni piccolo borgo ha monumenti di rilevanza storico artistica. Per dirigere un museo occorre anche una conoscenza approfondita del territorio?

Il museo degli Uffizi è nato dal collezionismo di una famiglia, i Medici, e poi son venuti i Lorena e lo Stato italiano. Ha strettissimi rapporti con l’intorno. Perciò come direttore mi ero concentrato sulla restituzione al territorio, con la collana di mostre La città degli Uffizi in particolare badavo a riallacciare i fili della storia anche dimostrando la riconoscenza dell’istituto che dirigevo nei confronti di quesi contesti che nei secoli gli avevano dato linfa. Un museo non è solo un luogo di conservazione, né tanto meno serve solo per far denaro come viene detto oggi («Gli uffizi sono una macchina da soldi» disse Renzi il 29 novembre 2012 ndr), ma è un luogo di educazione e di formazione, è un istituto culturale, ma anche un luogo dalla propensione centrifuga. Nel senso che il museo si deve aprire alle terre intorno, e così è accaduto, fino al punto di arrivare in terra partenopea con la mostra Gli Uffizi a Casal di Principe nel 2015. Il museo è il luogo da cui la cultura parte e si diffonde.

Lei ha realizzato 13 mostre in 9 anni, che alle spalle avevano un lavoro scientifico. Il museo è anche luogo di ricerca?

Il numero non l’ho contato, ma sì, questo lo posso dire perché il mio fine era divulgare, che per me è un fine molto nobile, ovviamente deve essere una divulgazione scientificamente fondata, è lo strumento più democratico. Lavoravamo con i più esperti, avvertendoli che il pubblico era ad ampio spettro. Una mostra non deve essere una funzione liturgica per pochi intimi, doveva essere popolare, ma con dietro preparazione, altrimenti si scade nella comunicazione turistica dove vale più l’aneddoto che altro. Importante è stato anche scegliere bene gli argomenti che non fossero dei feticci. Le mostre fatte in luoghi privati o da organizzazioni private hanno bisogno di un ritorno immediato, lo capisco. Ma il rischio è che si ripetano sempre gli stessi argomenti con i soliti nomi. Io credo che lo Stato abbia il dovere di fare proposte culturali che allarghino le vedute, non deve proporre feticci, pensando solo al profitto. I musei, la scuola, le biblioteche non si possono valutare con i sistemi aziendali, in base ai guadagni. Ciò che conta è se da un museo si esce più colti. Per questo avrei voluto intitolare ….

L’intervista ad Antonio Natali prosegue su Left in edicola


SOMMARIO ACQUISTA

Ius soli addio, i giovani senza cittadinanza: così il governo ci distrugge la vita

L'ex presidente del consiglio Matteo Renzi (D) con il presidente del consiglio Paolo Gentiloni durante l'assemblea nazionale del Pd all'Hotel Parco dei Principi, Roma, 19 febbraio 2017. ANSA/ANGELO CARCONI

Il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha annunciato domenica che il Parlamento non procederà con l’approvazione della legge ius soli, che avrebbe concesso la cittadinanza italiana ai bambini nati in Italia – con uno dei due genitori residenti nel Paese da più di 5 anni – e a quelli venuti qui da piccoli dopo aver compiuto un ciclo di studi (ius culturae).  Un vero dietrofront da parte del governo che fino a qualche settimana fa si dichiarava assolutamente favorevole all’approvazione del ddl.
«Ci sentiamo non solo traditi dal governo, ma anche presi in giro: dopo tante promesse ci troviamo ancora nella stessa situazione» ci ha detto Youness Warhou, 23 anni, tra i fondatori del movimento Italiani senza cittadinanza, «Hanno calendarizzato il ddl, hanno detto che l’avrebbero votato entro fine luglio e adesso l’hanno rimandato. Non si rendono conto che stanno giocando con la vita di giovani e bambini che sono appesi ad un permesso: ci stanno distruggendo».
Nella nota rilasciata domenica dal presidente del Consiglio si legge che: «Tenendo conto delle scadenze urgenti non rinviabili in calendario al Senato e delle difficoltà emerse in alcuni settori della maggioranza, non ritengo ci siano le condizioni per approvare il ddl sulla cittadinanza ai minori stranieri nati in Italia prima della pausa estiva. Si tratta comunque di una legge giusta. L’impegno mio personale e del governo per approvarla in autunno rimane».
Nella nota Gentiloni si riferisce all’indisponibilità del partito di Angelino Alfano, Alternativa popolare, a votare per il disegno di legge. Il partito di Alfano, che è il principale alleato del Partito Democratico, ha infatti espresso molti dubbi rispetto all’approvazione dello ius soli, per ragioni di “opportunità”: in altre parole, Alfano e il suo partito si sono mostrati timorosi di perdere consensi votando una legge del genere in un momento in cui le preoccupazioni sull’immigrazione sembrano crescere di giorno in giorno.
«Sono solo giochi politici da palazzo a cui noi ormai siamo abituati: sono 13 anni che fanno questi giochetti e sembra che la parte politica di cui ci fidavamo, la maggioranza, non sia più affidabile» ha amaramente detto Youness, «Continuano a rimandare perché manca il coraggio. Non ci sono i leader giusti, perché se ci avessero tenuto a questa causa non avrebbero continuando a rimandare e a tirarsi indietro davanti ad atti di giustizia e di diritto, perché lo ius soli è questo: un atto di diritto. Se ci tenessero alle nostre vite, se capissero quanto questo influenzi la nostra esistenza di tutti i giorni, non avrebbero ancora tardato».
Nella nota il presidente del Consiglio assicura che la discussione del disegno di legge verrà rimandata all’autunno. Ma che cosa cambierà in autunno non è ben chiaro. «Sembra che tutto sia più urgente dei nostri diritti, perché questa è una manovra già vista: è già successo al referendum del 4 dicembre ed è successo di nuovo a febbraio» ci spiega Youness, «Sono solo bugie, per prenderci in giro, per far tardare quest’approvazione, per affossare questa legge per sempre. Perché questa legge non la si vuole fare. Sappiamo benissimo che in autunno si parlerà di legge elettorale e di altre cose e noi saremo ancora qui».
La decisione di Gentiloni risulta presa in accordo con il segretario del Pd Matteo Renzi, le cui insistenze per l’approvazione della legge sembravano essere maggiori. Ovviamente la decisione del governo è stata celebrata come una vittoria da Forza Italia e dalla Lega, il cui leader Matteo Salvini l’ha immediatamente definita una “vittoria della Lega”.
Nonostante questo dietro front del governo il movimento Italiani senza cittadinanza non si fermerà: «Stiamo scendendo nelle piazze di quasi tutte le città italiane» ci assicura Youness. «Adesso siamo a Reggio Emilia davanti al Comune, nel pomeriggio saremo a Modena, a Padova e anche a Roma per dimostrare il nostro dissenso contro questo ennesimo rinvio».
Una battaglia che continuerà e che è importante che continui. Soprattutto perché se la sinistra italiana si dimostra cosi miope, così spaventata di perdere voti dal rinunciare ad approvare quello che altro non sarebbe se non un atto di civiltà, c’è estremo bisogno di persone che continuino a lottare per vedere rispettare i propri diritti.

Hacker russi, Putin respinge le accuse di Washington

epa05689291 A visitor to the congress rides a hoverboard through the hall at the Chaos Communication Congress (CCC) in Hamburg, Germany, 27 December 2016. The world's largest non-commercial hacker meeting takes place in Hamburg between 27 and 30 December 2016. EPA/AXEL HEIMKEN

Ogni giorno si stringe il cerchio intorno allo staff di Donald Trump, in contatto con avvocati, businessman, ambasciatori, diplomatici legati al Cremlino. Sono accuse «inutili e dannose», secondo il presidente russo Vladimir Putin, quelle che arrivano quotidianamente da Washington a Mosca, sin dall’inizio di ottobre scorso, quando gli Stati Uniti hanno ufficialmente accusato il suo paese di intervento durante la battaglia per le presidenziali.

La Russia c’entra col collasso del servizio di registrazione degli elettori durante il referendum sulla Brexit? E quali erano i legami della Russia con l’hacking della campagna francese di Emmanuel Macron durante le elezioni a maggio? L’interferenza russa nelle democrazie occidentali non è certo una novità, risale alla guerra fredda. Ma ora l’attenzione sul tema è massima, con le elezioni tedesche alle porte.

Per il direttore generale dei servizi segreti inglesi – l’M15 – Andrew Parker, la Russia sta usando «una vasta gamma di poteri nella sua politica estera in maniera sempre più aggressiva: propaganda, spionaggio, sovversione e cyber attacchi compresi. La minaccia russa è in aumento anche in Gran Bretagna, usa tutti gli strumenti più sofisticati a disposizione per raggiungere i suoi scopi». Per la prima intervista rilasciata dai servizi segreti inglesi nel Regno Unito, Parker ha scelto il Guardian, il quotidiano che ha pubblicato gli “Snowden files”, «perché riconosciamo che in un mondo che cambia anche noi dobbiamo cambiare».

Il senatore Giarrusso e la solidarietà che si fa solo con i propri sodali

Il senatore M5S, Mario Michele Giarrusso, in aula del Senato durante le dichiarazioni di voto per la fiducia al Governo per le modifiche al codice penale, di procedura penale e all'ordinamento penitenziario, Roma, 15 marzo 2017. ANSA/CLAUDIO ONORATI

«Quel senatore è pericoloso». A parlare non è uno qualunque ma Giuseppe, uno dei fratelli Graviano, boss di Cosa Nostra in Sicilia, in carcere al 41bis. La notizia è stata data dal settimanale siciliano S e il senatore di cui parla Graviano è Mario Michele Giarrusso, senatore del Movimento 5 Stelle che da anni si occupa di criminalità organizzata e che in commissione giustizia ha dato battaglia (tra le altre cose) per l’inasprimento delle pene del 416bis, sulla scrittura dell’articolo 416ter (sul voto di scambio politico mafioso) e altro.

Un boss storico di Cosa Nostra, insomma, dimostra, mentre è intercettato nella sua cella, di conoscere bene i meccanismi parlamentari e individua con nome e cognome il presunto “responsabile”. Per Giarrusso questa è una medaglia da appuntarsi sul petto, senza dubbio: dispiacere ai mafiosi è sempre un bel merito, soprattutto in questo tempo di amici degli amici che si mimetizzano perfettamente.

Il buon senso quindi vorrebbe che oggi, le persone sinceramente democratiche e antimafiose, esprimessero la propria solidarietà a un uomo dello Stato (nonostante il disgustoso vizio di svilire il Parlamento per abitudine, piuttosto che alcuni suoi parlamentari) che si ritrovi in questa spiacevole situazione. E invece.

E invece continua a prendere piede quest’orribile abitudine di essere solidali solo con i propri sodali. Se la minaccia mafiosa arriva a qualche compagno di partito (o a qualcuno comunque vicino) si sventolano l’indignazione, la solidarietà e tutto il resto mentre se capita a qualcuno che non “amiamo” allora ci si impegna a sminuire o peggio ancora a non parlarne. E alla fine anche su Giarrusso i comunicati solidali arrivano da una parte sola.

Ed è un peccato. Davvero. Perché l’essere antimafiosi dovrebbe essere il prerequisito essenziale per essere candidabile, ancora prima di essere eletto e perché un uomo di mafia (che sia Graviano o altri) che esprime giudizi di questa risma contro un parlamentare sono sempre una cattiva notizia. E invece niente.

E lo dico, si badi bene, con tutta la distanza e lo sconcerto che mi separano da Grillo e da alcune posizioni politiche del Movimento 5 Stelle. E lo dico, si badi bene, con a memoria tutte le volte che con Giarrusso (e altri, mi viene in mente Giulia Sarti) mi sono confrontato con piacere sugli spinosi temi della criminalità organizzata nel nostro Paese.

Ma qui è tutto tifo. Anche la solidarietà.

Buon lunedì.

Rischio Jihad, la stretta di Pechino

Two ethnic Uighur women pass Chinese paramilitary policemen PHOTO / Peter PARKS (Photo credit should read PETER PARKS/AFP/Getty Images)

Il 10 giugno, le autorità dello Xinjiang cinese hanno arrestato una decina di esponenti della minoranza etnica kazaka per «avere avuto stretti legami» con un gruppo di uiguri. L’ha riportato Radio Free Asia, citando fonti locali. I kazaki sono stati arrestati nel distretto di Dushanzi, nella città di Karamay, e sarebbero stati accusati di avere pregato insieme agli uiguri al di fuori dei luoghi consentiti, secondo recenti disposizioni della autorità che considerano «legali» solo alcune moschee.

Pochi giorni prima, sempre secondo Rfa e sempre in Xinjiang, un imam kazako di nome Akmet era morto mentre si trovava agli arresti. La versione ufficiale parla di suicidio.

Durante il mese del Ramadan – dal 26 maggio al 24 giugno – nella prefettura di Hotan, nel sud della regione autonoma, a ogni nucleo familiare uiguro è stato assegnato un funzionario che, per almeno 15 giorni, ha condiviso ogni aspetto della sua vita quotidiana. L’intento era quello di controllare che le famiglie non digiunassero e non pregassero. Nel frattempo, in tutta la regione, i ristoranti erano obbligati a restare aperti e veniva ristretto l’accesso alle moschee.

In maggio sul singaporiano Straits Times si segnalava invece il pericolo ancora presente e concreto posto dalla JI. La sigla sta per Jemaah Islamiyah, gruppo islamista che a quanto pare starebbe tornando in forze dopo essere stato decimato dalle operazioni antiterrorismo che seguirono gli attacchi contro gli hotel Marriott e Ritz Carlton di Jakarta nel 2009. Nello stesso anno l’esercito indonesiano riusciva ad uccidere Noordin Mohamed Top, il leader dell’organizzazione fondata anni prima da un ulema locale, il cui marchio è legato alla strage di Bali del 2002, rivendicata dai qaedisti. Secondo la ricostruzione del giornale, il gruppo starebbe poco a poco ricostruendo una propria struttura. Attualmente potrebbe contare su circa duemila miliziani, più o meno le stesse forze che poteva vantare all’apice della sua notorietà a cavallo del passaggio agli anni 2000 e subito dopo gli attacchi dell’11 settembre. Secondo un rapporto pubblicato in aprile dall’Ipac (Institute for policy analysis of conflict), decine di arresti condotti nel 2014 dimostrano che l’organizzazione ha la sua roccaforte a Java, con ramificazioni in tutto l’arcipelago. Il reclutamento ...

L’articolo di Ernesto Corvetti e Andrea Pira prosegue Left in edicola


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