Home Blog Pagina 888

Nuove professioni mafiose: il facilitatore

Carlo Chiriaco, ex direttore sanitario dell'Asl di Pavia, ritenuto uno degli esponenti pi˘ importanti delle cosche della 'Ndrangheta che operavano in Lombardia dopo oltre otto mesi trascorsi in una cella del carcere di Torino, si Ë presentato nell'aula del Tribunale di Pavia con la barba lunga e dimagrito di 20 chili, OGGI 5 APRILE 2011. ANSA/ GIORGIO GARBI

Si tratta di un soggetto intermedio ed autonomo, a suo modo un professionista nel mondo delle opere e dei servizi pubblici. Anche in questo caso sono venuti in rilievo professionisti qualificati che avevano un passato nel settore pubblico. In particolare, vengono in considerazione, spesso, ex politici o para-politici, ex funzionari pubblici, che, con la pregressa pratica, hanno imparato a conoscere la macchina degli apparati pubblici, i suoi tempi, i suoi meandri, i suoi passaggi. Ed hanno, quindi, amicizie nel descritto contesto, come nelle organizzazioni che a loro si rivolgono per ottenere le loro prestazioni». Sono le parole, precise e taglienti, della Relazione annuale della Direzione nazionale antimafia e terrorismo (Dna), presentata il 12 aprile del 2017 e presentata alla stampa (con tanta retorica e sempre troppa poca analisi) qualche settimana fa a Roma. Un quadro impietoso sullo stato di salute delle organizzazioni criminali nel nostro Paese (Cosa nostra, ‘Ndrangheta, Camorra, Sacra corona unita e le mafie straniere) sulle risultanze investigative nel periodo che va da luglio 2015 fino a giugno 2016. Una relazione che, in una democrazia matura, avrebbe acceso i riflettori sull’incapacità politica e sociale di contrastare un fenomeno criminale che sembra essere l’unico vero filo rosso che lega l’Italia da nord a sud: le mafie stanno benissimo, sono in ottima salute e continuano imperterrite a fare affari, a stringere relazioni, a prendersi cura dei propri affiliati e a garantirsi un roseo futuro.
Ma torniamo al «soggetto intermedio ed autonomo, a suo modo un professionista nel mondo delle opere e dei servizi pubblici» che, si badi bene, non è un mafioso tout court ma compare per la prima volta nelle parole del procuratore nazionale antimafia: il «facilitatore», com’è chiamato nelle 965 pagine del documento, è l’ultima evoluzione delle mafie che hanno compreso come le relazioni e la conoscenza delle leggi (e dei regolamenti) siano molto più fruttuose delle armi e delle minacce…..

L’inchiesta di Giulio Cavalli prosegue su Left in edicola


SOMMARIO ACQUISTA

Il ’77 e quella ferita ancora aperta tra partiti e movimenti. Il racconto di Giovanni De Luna

In una foto d'archivio del 20 maggio 1977 a Roma, il segretario del Partito comunista italiano Enrico Berlinguer (sinistra) stringe la mano al presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro. ANSA/ARCHIVIO

Anche se sono 40 anni esatti, l’anniversario del ’77 sta passando sotto silenzio. Per la logica che lo storico Giovanni De Luna definisce “perversa”, anche nelle date vige la regola dell’ubi maior minor cessat e quindi il 50esimo anniversario del ’68, ormai alle porte, schiaccia tutti gli altri. Eppure quell’anno, il ’77, che ha dato il nome addirittura a un movimento, è d’importanza cruciale. «Si consuma allora una rottura tra partiti e movimenti che arriva fino ad oggi», dice De Luna che ha insegnato Storia contemporanea a Torino e che è autore di Le ragioni di un decennio 1969-1979 (Feltrinelli, 2009) un libro «sospeso tra lo sguardo del testimone e il senno di poi dello storico». De Luna infatti era militante di Lotta Continua, la formazione politica scioltasi nel 1976 ma che con il suo quotidiano rimane protagonista del movimento del ’77.
Professor De Luna, si dice che il movimento italiano del ’77 sia un caso unico. O è solo l’ultimo atto del periodo di lotte che inizia con il ’68?
Ma proprio per questo è un caso unico, perché essendo l’epilogo del ’68, ne sottolinea anche la lunghezza, a differenza di altri Paesi. In Francia tutto si risolve nel maggio, negli Stati Uniti addirittura la rivolta è avvenuta prima del ’68, con Berkeley. Il ’77 si distingue anche per altri motivi. Il ’68 appartiene totalmente al Novecento, il ’77 invece ha fortissime caratteristiche postnovecentesche, è qualcosa di autonomo.
Quali sono le sue caratteristiche?
Soprattutto la frammentazione di quello che era stato l’universo del ’68, nel senso che il ’77 non propone più quel mondo, che era molto riconoscibile. Il ’68 aveva una priorità: la centralità operaia, e organizzava i movimenti e la spontaneità attorno al quel criterio. Nel ’77 tutto questo non c’è più. C’erano tante tribu che si affiancavano: le donne, gli studenti, gli operai, gli autonomi.
Questa particolarità del ’77 la si ritrova anche nel linguaggio? Lei nel suo libro parla proprio di «babele di linguaggi».
Sì, il linguaggio del ’68 era un linguaggio unitario e riconoscibile, con pezzi di vecchi linguaggi comunisti legati al mondo operaio più altri nuovi legati alla comunicazione. Tutto era molto “compatto”: dalla dimensione esistenziale alla musica fino agli abiti, direi. Nel ’77 tutto questo….

L’intervista al prof. De Luna prosegue su Left in edicola


SOMMARIO ACQUISTA

Fine vita, la lezione inglese

Connie Yates (L) and Chris Gard, parents of terminally-ill 10-month-old Charlie Gard, walk out of the Great Ormond Street Hospital for Children after delivering a petition of signatures supporting their case, in central London on July 9, 2017. The British hospital treating a terminally ill baby boy said on July 7, 2017 it would examine claims that he could be treated after US President Donald Trump and Pope Francis drew international attention to the case. / AFP PHOTO / Tolga AKMEN (Photo credit should read TOLGA AKMEN/AFP/Getty Images)

«Quando ho accettato la richiesta di Fabo, sapevo di andare incontro al rischio di essere processato, così come lo sanno Mina Welby e Gustavo Fraticelli per le altre persone che abbiamo aiutato e continuiamo ad aiutare. Il processo sarà l’occasione per difendere il rispetto della libera e consapevole scelta di Fabo di interrompere una condizione di sofferenza insopportabile. Sarà anche l’occasione per processare una legge approvata in epoca fascista che, nel nome di un concetto astratto e ideologico di vita, è disposta a sacrificare e calpestare le vite delle singole persone in carne e ossa». E così per Marco Cappato, il tesoriere dell’associazione Luca Coscioni, è stata disposta nei giorni scorsi l’imputazione coatta per aver accompagnato in Svizzera Dj Fabo per la pratica del suicidio assistito. Nel commentare la decisione del gip di Milano Luigi Gargiulo, Cappato ha espresso rispetto per la giustizia e ha annunciato che «l’azione di disobbedienza civile» che l’associazione porta avanti dal sito soseutanasia.it proseguirà «fino a quando il Parlamento non avrà avuto il coraggio di decidere sulla nostra proposta di legge di iniziativa popolare depositata ormai quattro anni fa». Già, perché come nota il tesoriere dell’associazione Coscioni «persino sul testamento biologico la politica ufficiale è incapace di assumersi le proprie responsabilità». L’isolamento della Coscioni appare palese e alla sordina mediatica imposta alle sue iniziative di civiltà – che non riguardano singoli casi ma sono sempre condotte nell’interesse della collettività – si somma il doppio gioco della politica italiana. Che sul fine vita, sin dal disegno di legge sul testamento biologico elucubrato subito dopo la morte di Eluana Englaro nel 2009, si mostra più attenta a non urtare la suscettibilità del Vaticano, che ai diritti costituzionali dei cittadini. Su tutti, quello alla salute. Non a caso le bozze di legge si impolverano in Parlamento, e non a caso anche al di fuori del Palazzo il dibattito pubblico su eutanasia e dichiarazioni anticipate di trattamento mostra un encefalogramma piatto. Salvo rianimarsi temporaneamente quando la Chiesa cattolica decide di intromettersi pubblicamente per depotenziare gli effetti di situazioni che ritiene “pericolose”. Intervenendo con le sue bocche da fuoco in maniera ideologica e antiscientifica. È accaduto con Welby, Dj Fabo e altri, e sta accadendo con il caso di Charlie Gard. “La vita è di Dio quindi un medico non può staccare la spina”. Si può tranquillamente sintetizzare così la bioetica cattolica sul fine vita. Un’idea astratta che denota indifferenza per le sofferenze cui è sottoposto inutilmente un malato terminale. Ben diversa, per dire, da quella che c’è dietro ogni azione e decisione dei medici del Great Ormond Street Hospital di Londra e dei giudici della Corte londinese che si sono pronunciati sulla opportunità di interrompere le cure palliative di Charlie per evitargli inutili sofferenze. Al centro c’è la persona, tutto ruota intorno al concetto di «child’s best interest». Questo principio ha permesso al giudice di porsi nei panni del piccolo paziente e di decidere in modo autonomo e oggettivo quale sia l’interesse prevalente per lui, avendo rilevato su istanza dei medici che i genitori – comprensibilmente disperati per la morte certa del figlio e illusi da improbabili cure testate solo su topi – non ne erano più in grado.
Charlie è vissuto intubato in rianimazione 10 mesi e due settimane dei suoi 11 mesi di vita. Al momento di andare in stampa non sappiamo fino a quando sarà tenuto artificialmente in vita. Ma sappiamo che ogni secondo della sua brevissima esistenza non è mai stato solo. Attorno a lui anche numerosi “sconosciuti”. Medici e giudici per i quali la priorità è il suo diritto alla salute e a non essere torturato da sofferenze inutili. Tutti si sono adoperati affinché gli fossero garantiti senza lasciare nulla di intentato. Fino al suo ultimo, dignitoso, respiro. Questo, in Italia non sarebbe possibile.

L’articolo di Federico Tulli è tratto da Left in edicola


SOMMARIO ACQUISTA

Caso Chioggia, l’assessora all’Istruzione riscrive la storia a modo suo: Chi si deve vergognare sono gli antifascisti

L’imprenditore Gianni Scarpa, tristemente noto alle cronache per aver trasformato la spiaggia di Playa Punta Canna a Chioggia, in Veneto, in una succursale estiva di Predappio, è stato indagato per apologia del fascismo. Bene. In un’intervista l’assessora regionale all’Istruzione in Veneto, Elena Donazzan (Forza Italia), svuota di senso il grave episodio di cui Scarpa si è reso protagonista e la butta in farsa lanciando dalle pagine locali de Il Tempo l’idea di un party in maschera a tema anni ’30, dove indosserebbe il costume di Margherita Sarfatti, la giornalista veneta amante di Benito Mussolini. Non bene.

Del resto secondo la responsabile dell’Istruzione (sic!) in Veneto, la questione dell’antifascismo non si pone. Lo spiega chiaramente e senza pudore, con una prosa da brivido, sulla sua pagina Facebook. Ecco la perla: «Per me è allucinante che da giorni si stia parlando della diatriba fascismo/antifascismo. Fatti superati, che dovrebbero essere consegnati alla storia. Ma questa diatriba serve alla sinistra, debole e sfilacciata al proprio interno, per avere un nemico comune su cui tentare una nuova sintesi. Anche se trattasi di un nemico di 70 anni fa, poco importa. Una sinistra che fonda la propria azione contro qualcuno e non per qualcosa, non per l’Italia, non per rispondere alle priorità degli italiani. Ma a chi non arriva a fine mese o non ha il lavoro o ha una pensione da fame o si sente a disagio a vivere in città insicure e piene di clandestini allo sbaraglio, interessa davvero che venga sanzionato chi va in giro con un accendino con il volto del Duce? Siamo seri. La sinistra di governo sia seria. E al posto di promuovere leggi illiberali e liberticide come la legge Fiano dia risposte all’Italia che brucia per gli incendi. Peccato che per i tagli del governo Renzi 28 elicotteri su 32 del Corpo Forestale smantellato in modo irragionevole non possano essere utilizzati. Si vergognino». Avete capito bene, voi che ancora vi aggrappate alle disposizioni transitorie e finali della Costituzione, sappiate che gli antifascisti, secondo questa rappresentante politica di Forza Italia si devono vergognare per il solo fatto di essere antifascisti. A posto così. 

Il post della consigliera veneta di Forza Italia fa seguito a quanto lei stessa poche ora prima aveva detto durante la trasmissione di Rai Tre Agorà Estate, questa mattina, definendo il caso di Chioggia una semplice goliardata (ricordiamo, per rendere l’idea, che sulle cabine della spiaggia c’è anche la scritta “camera a gas”). La Donazzan, probabilmente nostalgica di Salò, ha avuto anche il “buon gusto” di definire la Resistenza una guerra civile. E qui le ha risposto Massimo Giannini: «Non si può declinare il Ventennio in questo modo, non è accettabile. Il fascismo è una cosa seria. È stata una dittatura contro la quale c’è stata una guerra di liberazione, e per fortuna ci siamo liberati. Definire il ventennio guerra civile è una chiara volontà di manipolare la storia».

Una petizione per sostenere la lotta del Baobab in difesa dei diritti di rifugiati e richiedenti asilo

Un momento della protesta degli occupanti del Centro Baobab in Campidoglio, in occasione della seduta straordinaria dell'Assemblea Capitolina su via Cupa e il Baobab, Roma, 11 ottobre 2016. ANSA/ CLAUDIO PERI
 

Ci sono stati venti sgomberi, ma la lotta del Baobab in difesa dei diritti di rifugiati e richiedenti asilo prosegue con coraggio. I volontari del Baobab Experience hanno lanciato una petizione online indirizzata all’amministratore delegato e al direttore generale delle Ferrovie dello Stato chiedendo di poter utilizzare per le proprie strutture il parcheggio abbandonato dietro la stazione Tiburtina di Roma, ribattezzato Piazzale Maslax, dove da mesi il Baobab ospita i migranti transitanti in strutture di fortuna. La petizione ha già raggiunto i 17.000 sostenitori, ma i volontari del centro Baobab vogliono raggiungere una cifra dal forte valore simbolico: 17.311 firme, quante sono le persone morte in mare dal 2015 a oggi. Un simbolo forte per portare avanti una proposta coraggiosa che potrebbe segnare una svolta nella realtà dell’accoglienza romana: un modo per accostare ognuna di quelle 17.311 persone morte in mare a un altro nome, un nome di qualcuno che crede si possa ancora fare qualcosa per accogliere dignitosamente quanti ce lo chiedono.

I volontari del Baobab sono pronti ad attrezzare un presidio umanitario in pochissime ore grazie all’enorme rete di associazioni mediche e legali, alle Ong internazionali e ai cittadini che sono solidali con il centro che è ormai diventato un punto di riferimento nel panorama romano e che da mesi accoglie i migranti con sistemazioni di fortuna in un parcheggio abbandonato. Questo spiazzo è stato ribattezzato dai volontari “Piazzale Maslax” in ricordo di Maslax Moxamed,un giovanissimo ospite del Baobab, che lo scorso marzo si è tolto la vita a 19 anni in un parco di Roma. Maslax era arrivato nella Capitale ad agosto dopo un lungo viaggio dalla Somalia per raggiungere la sorella in Belgio, ma una volta arrivato, a causa del regolamento di Dublino, è stato rispedito a Roma.

Nei campi del Baobab sono passate più di 70.000 persone che hanno avuto accesso a cure mediche, assistenza legale, cibo e riparo per la notte. Donne e uomini in transito verso altri paesi europei o che richiedono asilo in Italia e che, senza i volontari del Baobab, sarebbero abbandonati a loro stessi. Come Left aveva raccontato, alle 7.30 di mattina del 19 giugno il Baobab è stato di nuovo sgomberato, raggiungendo un triste record: si è trattato del ventesimo sgombero in due anni. Una persecuzione continua contro un centro che potrebbe rappresentare l’esempio di un nuovo modello di accoglienza di fronte ai fallimenti di un sistema politico che stenta a dare risposte concrete per affrontare quest’emergenza.

Baobab Experience nasce dall’ex centro Baobab di via Cupa, un centro d’accoglienza autogestito per migranti che tra il 2015 e il 2016 ha accolto più di 35.000 persone. Lo scorso 30 settembre il centro di via Cupa è stato però definitivamente sgomberato e dopo vari spostamenti e presidi di fortuna il Baobab si è “insediato” nel parcheggio di Piazzale Maslax, dove i volontari sono riusciti a garantire accoglienza fino allo scorso giugno, quando, per un rimpallo di responsabilità tra Ferrovie dello Stato e Questura, sono stati sgomberati di nuovo. Ora i volontari del Baobab chiedono aiuto alle Ferrovie della Stato, consci che anche dopo venti sgomberi, la situazione nella Capitale non è migliorata: la sicurezza non è aumentata, né i servizi che vengono offerti, mentre non sono certamente diminuiti gli arrivi, che anzi, continuano sempre più numerosi.

La petizione, che ha in breve raggiunto un numeroso gruppo di sostenitori, raccoglie anche le firme di personaggi noti, dall’ex sindaco di Lampedusa, Giusi Nicolini, a Susanna Camusso, Valerio Mastrandea, Ilaria Cucchi, Sabina Guzzanti, Giuseppe Civati, Valeria Golino, Stefano Fassina. Si spera che, almeno questa volta, si decida di dare spazio a chi da anni, dà garanzie e sicurezze a chi arriva nel nostro paese.

 

“Primavera progressista”: l’avventura degli under 30 che vogliono riunire la sinistra

Costruire una rete di under 30 per rimettere insieme i cocci di ciò che sta a sinistra del Pd ripartendo dai giovani e dai territori. Ennesimo slogan incartapecorito, annotato da cronisti a margine di un comizio di partito? No, è un giovane ravennate a dirlo. Alan Arrigoni, 18 anni, III liceo classico. Ma non è da solo: al suo fianco i cento ragazzi che hanno firmato il suo appello “Per la Sinistra unita”, nei primi due giorni dalla pubblicazione. «Ragazzi contattati in giro per l’Italia e impegnati in partiti differenti, da Articolo 1 a Possibile, dai Verdi a Sinistra italiana – spiega Alan a Left – ma anche attivisti di formazioni civiche e del mondo del volontariato».

L’obiettivo è titanico, ma il suo accento romagnolo non tradisce timore. «Chiediamo agli schieramenti che si collocano a sinistra responsabilità, unità e un progetto alternativo al Pd chiaro, di governo e lungimirante, che non nasca con l’obiettivo di un cartello elettorale destinato a vita breve» si legge nell’appello. «Un fronte comune che parta dal basso e dai territori, in quanto mosse politiciste e scelte calate dall’alto non possono che risultare perdenti in partenza, che sappia prendere decisioni nette e che sia in grado di coinvolgere i milioni di elettori progressisti sfiduciati, disorientati o accasatisi al M5S, mettendo al centro contenuti validi e proposte credibili». E la rete di giovani battezzata da Alan “Primavera progressista”, composta per ora dai sottoscrittori dell’appello e dai blogger del sito, dovrebbe rappresentare un esempio, l’innesco di questo percorso virtuoso. Ma, prima ancora, uno spazio di discussione e di confronto tra giovani che antepongono ciò che li unisce da ciò che divide.

«Inizialmente pensavo fosse utopistica – confessa il ravennate – ma la risposta positiva che ha avuto mi ha stupito». Oltre ai cento firmatari, ci sono le 1100 – 1200 visualizzazioni del sito (https://primaveraprogressista.wordpress.com). «Tutto è partito dai social network e dai canali che permettono comunicazioni rapide», ma al più presto il terreno del confronto si potrebbe spostare nel mondo analogico. «Siamo ai primi step, bisognerà vedere come organizzarsi, si pensava ad una associazione, ma decideremo tutto dopo una assemblea, si pensava a settembre». Un progetto che vorrebbe essere un modello per la sinistra “dei grandi”, troppo spesso rottamatrice soltanto a parole. Alan conosce da vicino i meccanismi della politica, è consigliere territoriale di “Sinistra per Ravenna” e vicepresidente della commissione “Scuola cultura e sport” della sua circoscrizione. E su come i partiti trattano le “nuove leve” non le manda a dire. «Il ruolo delle giovanili di partito – il tono diventa più tagliente – è stato un po’ svilito. Non possono solo chiudersi in una stanza per capire come far prendere il 3-4 percento al proprio partito. Noi stessi dovremmo stare attenti ad evitare questa scelta perdente, in futuro».

Quello che apre Alan è lo spaccato di una politica che è riuscita a rendere l’imperativo “spazio ai giovani” un motto tanto diffuso quanto vuoto. Ma gli under 30 che rifiutano questa logica ci sono «A differenza dello stereotipo dei giovani, sono in tanti ad avere questa esigenza». E il rifiuto è anche verso la frammentazione: «Siccome c’è un vuoto completo di organizzazione trasversali, noi vorremmo colmarlo».

Per questi motivi la critica non è diretta solo al Pd – «chi dice che il Pd è argine ai populismi sbaglia, sono proprio le sue politiche liberiste che portano consenso ai populisti» – ma anche al progetto di Pisapia: «Rifondazione comunista muoveva perplessità su Pisapia per esempio, noi non vorremmo escludere nessuno». I tre pilastri fondamentali della sinistra che verrà dovranno essere: unità, il ripartire dal basso (dalle fabbriche, dalle periferie), l’essere alternativi Pd (considerato un partito centrista, verticista e liberista). E poi, un europeismo critico ma convinto dalla maggior parte del gruppo, e il rifiuto convinto del leaderismo.

Anche la loro pagina internet rispecchia la voglia di unità, persino quella tra generazioni: in alto in apertura c’è un sorridente Berlinguer. «L’emblema della nostra sinistra», lo definisce. Non proprio un personaggio giovane, e non proprio un “anti-leader”, bisogna ammettere. Ma forse la loro scelta è eloquente. I giovani hanno bisogno di organizzarsi, di costruire i propri simboli. E, quando non hanno spazio, provano a costruirlo senza chiedere permesso.

E Bella intonò un canto per i migranti in salvo e per i loro soccorritori

935 migrants disembarked from Vos Prudence's ship of Medecins Sans Frontières (MSF) at Salerno's Harbour, 14 July 2017.ANSA/CESARE ABBATE

I migranti continuano a raggiungere le coste italiane, oggi sono 3223 a sbarcare nei porti. Un fiume inarrestabile, costituito da moltissimi bambini e donne incinte. Il segno che la fuga da luoghi inospitali è ormai una priorità, al punto che anche persone particolarmente fragili osano mettersi in viaggio rischiando la propria vita. Un canto, per una manciata di minuti, riporta l’armonia tra chi ha vissuto momenti terribili. Accade anche questo nel “normale” tran tran dei soccorsi. E per fortuna, perché significa che l’umanità non viene mai perduta, nonostante il dolore e la paura.

La nave Vos Prudence di Medici senza Frontiere, con 935 migranti a bordo, è attraccata questa mattina intorno alle sette al Molo Manfredi di Salerno. È il 21esimo sbarco sulle coste salernitane. Da qui, secondo il Piano Nazionale di Riparto centocinquanta verranno accolti in strutture della regione Lombardia, 100 in Campania, altrettanti nel Lazio (Frosinone, Latina, Viterbo), 80 in Piemonte, 55 in Veneto, 50 in Emilia-Romagna e altrettanti in Abruzzo, Molise, Umbria, Marche. Dei 935 migranti, 793 sono uomini. 125 donne (di cui sette in gravidanza e una in travaglio che è stata anche la prima persona a scendere dalla nave insieme a un ferito di circa 30 anni) e 16 minori, di cui due neonati.

C’è stato un momento commovente al molo Manfredi del Porto di Salerno quando una donna nigeriana – si chiama Bella e ha 22 anni si legge sul Mattino – mentre stava scendendo dall’imbarcazione, ha intonato un canto di preghiera del suo Paese. Una litania dolce e toccante, che ha spinto uno dei soccorritori a chiederle di ripeterlo attraverso un microfono. Il canto, che ha suscitato l’emozione dei presenti, si è poi conclusa con l’applauso dei migranti, dei soccorritori e di tutti coloro che erano presenti sul molo. Un momento difficile da dimenticare. Per fortuna.

Ma non è finita qui. In Puglia una nave con a bordo circa 860 migranti, salvati nel Canale di Sicilia ha attraccato questa mattina al porto di Brindisi. Si tratta del guardapesca Acquarius, dell’associazione Sos Mediterrané a bordo della quale, durante il trasporto, è nato un bimbo.
Gli 860 migranti saranno smistati per la gran parte in Lombardia e Lazio, ma anche in Piemonte, Veneto, Toscana, in altre strutture della Puglia, in Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Marche, Abruzzo, Molise e Umbria. Infine in Sicilia, sempre questa mattina è giunta stamane nel porto di Catania la nave Diciottidella Guardia Costiera con a bordo 1.428 migranti, tra cui un centinaio di minori, salvati nei giorni scorsi in diverse operazioni di soccorso.

Franceschini I, lo zar d’Italia

DARIO FRANCESCHINI

La cultura non può essere consegnata alle logiche di mercato. Un prodotto può essere di grande valore culturale ma non essere redditizio e quindi occorre mettere confini fra ciò che si fa al servizio dell’umanità e ciò che si fa per profitto. La cultura è un servizio». Un sorprendente Dario Franceschini quello che a giugno 2014 in un dibattito con il presidente di Google, Eric Schmidt, parlava di cultura e turismo. Fu perfino spiazzante il ministro nell’affermare «che la cultura e il turismo non sono il petrolio del Paese, ma l’ossigeno che lo fa respirare». Che quindi le prime impressioni, non propriamente positive, di molti fossero sbagliate? Che l’allarme scattato, soprattutto tra gli addetti ai lavori, fosse soltanto l’infastidito tentativo di opporsi al cambiamento? Già perché per Franceschini, come per il suo ex presidente del Consiglio Renzi, chi è in disaccordo e mostra perplessità, è poco più che un oscurantista. In ogni caso qualsiasi speranza di una nouvelle vague del ministro, è stata annullata nel giro di pochi mesi.
«L’Italia è una superpotenza culturale e il ministero della Cultura è il più grande dicastero economico del Paese», la prima dichiarazione da ministro il 22 febbraio 2014. Quello il suo piano programmatico. Quello l’autentico Franceschini. Il rivoluzionario ministro dei Beni culturali che punta forte sulla valorizzazione con il pretesto che così la tutela possa trarne effetti benefici. Nella sostanza ridefinendo il concetto stesso di valorizzazione. Non più esplicitazione dei caratteri di ogni singolo elemento del Patrimonio. Non più miglioramento della fruibilità del singolo sito, né tanto meno incremento dei servizi disponibili. Molto di più. La nuova valorizzazione non conosce limiti, non ha restrizioni. L’obiettivo principale è fare cassa.
Musei e pinacoteche, aree archeologiche e palazzi storici trasformati da luoghi della cultura in location. Per matrimoni, presentazioni con aperitivi, cene aziendali, sfilate di moda ed anche gran balli, senza dimenticare corsi di yoga e lezioni di lirica. Qualcuno, fuori dal coro, ha provato a dire che queste operazioni, costringendo a drastiche riduzioni di orari di apertura, qualche volta perfino a chiusure, avrebbero leso i diritti dei “semplici” visitatori. Pochi hanno scritto che questo utilizzo del patrimonio storico-archeologico sarebbe stato un atto anti democratico. Tanto più grave perché realizzato proprio dallo Stato. Tutto inutile.
«Penso che in Italia ci sia un gran bisogno di campi da golf e che ci sono alcune regioni, in particolare del Mezzogiorno, che ampliando l’offerta di campi da golf riusciranno ad attrarre il turismo straniero, che oggi non si riesce ad attirare». Dichiarazione dell’aprile 2014 che ha segnato un ulteriore passaggio del disegno di Franceschini. A volte il patrimonio….

L’articolo di Manlio Lilli prosegue su Left in edicola


SOMMARIO ACQUISTA

Ripartiamo dall’articolo 9

Come è possibile che nell’Italia uscita a pezzi dalla guerra, povera e affamata, si pensasse a costituzionalizzare il valore dell’arte e del paesaggio? È una domanda che ci siamo posti tante volte. E ogni volta rileggendo l’articolo 9 della nostra Carta torna la gioia e lo stupore di fronte a quella formulazione rivoluzionaria che lega strettamente la tutela del patrimonio storico artistico e del paesaggio alla ricerca. Ogni volta, ad ogni rilettura, torna l’ammirazione per Lelio Basso che contribuì alla stesura del secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione là dove dice: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli al pieno sviluppo della persona umana». Parole che lasciano intendere una visione antropologica complessa, a tutto tondo, in cui la realtà psichica, i valori “immateriali” dell’arte e della cultura contano almeno quanto i bisogni primari. Una concezione raffinatissima rispetto a quella che – senza soluzione di continuità – ci propone la classe politica italiana dagli anni Ottanta, dalla Milano da bere di Craxi e Berlusconi fino agli anni Duemila di Renzi e della valorizzazione intesa come monetizzazione, sfruttamento intensivo del patrimonio culturale che De Michelis chiamò «petrolio d’Italia», inaugurando una bruttissima stagione di cartolarizzazione, svendite, condoni varata dalla finanza creativa di Tremonti e tristemente portata a compimento dai governi di centrosinistra guidati da Renzi a Gentiloni, in perfetta continuità fra loto grazie al ministro dei Beni culturali e del turismo, Dario Franceschini. Paladino dell’ambiente, autore di romanzi, che, folgorato sulla via di Damasco del renzismo, si è tramutato in rottamatore superando persino il maestro (che ora rischia di essere a sua volta rottamato dal democristiano ferrarese). Con la politica delle promesse, con imprese come il recupero dell’arena del Colosseo a cui sono stati destinati ben 18 milioni di euro, con iniziative imbarazzanti come il sito Very Bello e il flop del concorso internazionale per la direzione di venti musei e, soprattutto, con una disastrosa riforma delle soprintendenze e della rete museale, Dario Franceschini dimostra di aver appreso molto dall’ex premier. Emulando le gesta del sindaco di Firenze che trapanava il Salone de’ Cinquecento alla ricerca impossibile di lacerti della Battaglia di Anghiari di Leonardo, che improvvisandosi novello Michelangelo annunciava di voler completare la facciata di San Lorenzo lasciata da lui incompiuta, che, sodale di Farinetti, considerava di buon gusto il suo Eataly che attrae frotte di turisti per un pic nic fra riproduzioni miniaturizzate del campanile di Giotto e del Duomo, a due passi dagli originali. Il nuovo che avanza è il vecchio e usurato kitsch dell’era berlusconiana, che per la valorizzazione dei beni culturali si affidava al manager di McDonald’s Mario Resca. Ma c’è ben poco da ridere di queste grottesche politiche di un governo di centrosinistra che, al pari di quelli di destra, considera l’Italia un brand da sfruttare, usa i beni culturali per fare cassa, pensa che investire in cultura e in ricerca sia un lusso ma non lesina denaro pubblico per inutili operazioni di marketing. Per nostra fortuna segnali di mobilitazione, proteste di associazioni di cittadini, intellettuali, ambientalisti, studenti a Venezia come a Roma, fanno sperare che la concezione dell’ambiente e del patrimonio artistico come mera merce e l’idea di una “buona scuola” finalizzata alla produzione abbiano i mesi contati. Anche noi di Left lavoreremo per far crescere questa consapevolezza.

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola


SOMMARIO ACQUISTA

E intanto Giulio Regeni appassisce

Parents of Giulio Regeni, Claudio (L) and Paola, show the picture of a mural made upon a wall in Berlin, by Egyptians writers, with the image of their son and a stylized cat during a press conference at the Italian Senate, 04 April 2017. Regeni's parents appealed to Pope Francis to bring up the case of the Italian student tortured and murdered in Cairo when he visits Egypt on April 28-29. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Al presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi «abbiamo portato un messaggio estremamente chiaro», e anche «molto unitario, della delegazione: L’Italia avverte fortemente il bisogno di verità» sul caso di Giulio Regeni, sull’ «omicidio di un nostro figlio», ha detto il senatore Nicola Latorre al Cairo aggiungendo che «questa verità ha bisogno di un impulso significativo nell’attività di cooperazione giudiziaria». Lunedì la delegazione del Parlamento italiano (guidata proprio dal senatore Latorre) ha raggiunto l’Egitto (anche) per capire a che punto stiamo con la verità su Giulio Regeni. Indietro. Molto indietro.

Per darvi un’idea: da una parte noi italiani abbiamo chiesto che si rafforzassero (o forse, si “attivino” sarebbe più giusto visti i risultati scarsi fin qui) le linee di cooperazione fra magistratura italiana e Egitto mentre Al Sisi rispondeva augurandosi di «proseguire la cooperazione stretta e continua fra gli inquirenti nei due Paesi». In pratica noi gli abbiamo detto «bisogna cambiare passo!» e quelli ci hanno risposto «avete ragione, allora continuiamo così!».

E qui sta il punto: la verità su Giulio Regeni passa per forza dal coraggio di dismettere i panni falsi cortesi di chi continua a trattare Al Sisi come il sincero democratico che non è. Lo spettacolo dell’Egitto avvenuto con la delegazione italiana (con il leader egiziano principalmente preoccupato di “rilanciare le relazioni internazionali” tra i due Paesi) è umiliante. Ancora. Per l’ennesima volta.

Anche se ogni volta sembra che se ne parli sempre un po’ meno.

E intanto Giulio Regeni appassisce.

Buon venerdì.