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I docenti universitari rompono col Miur: salta un appello d’esame nella sessione autunnale

L'ingresso dell'aula magna del Politecnico di Milano in piazza Leonardo da Vinci. Quello milanese si conferma il primo ateneo italiano: nella nuova classifica del QS World University è 170/o e guadagna 13 posti. Per la prima volta quattro università italiane sono tra le prime 200 al mondo: dopo il Politecnico figura l'Alma Mater di Bologna (188/a, sale di 20 posizioni) e per la prima volta entrano la Scuola Superiore Sant'Anna Pisa e la Scuola Normale Superiore (entrambe al 192/o posto). Milano, 9 giugno 2017. ANSA / MATTEO BAZZI
Più di 5000 professori e ricercatori di 79 università italiane incroceranno le braccia durante la sessione autunnale di esami. Uno sciopero limitato a 24 ore, in concomitanza col primo appello della sessione che va dal 28 agosto al 31 ottobre. Lo scopo della protesta è lo sblocco degli scatti stipendiali e delle progressioni di carriera bloccati nel quinquennio 2011-2015 dall’1 gennaio 2015 (e non dall’1 gennaio 2016, come è attualmente) e il riconoscimento dello stesso quinquennio ai fini giuridici.
Nella lettera di proclamazione dello sciopero, i docenti ripercorrono la genealogia che ha portato alla rottura col governo: la vertenza risale al 2014, quando i prof. scrissero numerose missive di protesta, una lettera al presidente della Repubblica il 2015 e tre al premier tra 2014 e 2016, in seguito alle quali una delegazione di insegnanti era stata ricevuta dalla presidenza del Consiglio. Poi lo sciopero bianco del 2015 e il tentativo di boicottare la Vqr, il meccanismo di valutazione. E infine gli ultimi abboccamenti con delegati del Miur a marzo e a giugno. Senza però ottenere i risultati sperati.
Il soggetto che sta per mobilitarsi non è un vero e proprio sindacato, bensì una rete trasversale di docenti e ricercatori, guidata da tre portavoce, Carlo Vincenzo Ferraro del Politecnico di Torino, Carmela Cappelli della Federico II di Napoli, Paolo D’Achille di Roma Tre. Le loro rivendicazioni sono chiare, ma i problemi dell’università non si limitano al blocco di scatti e classi di carriera voluti dal governo Berlusconi. I docenti sono diminuiti del 12% in sei anni, da 62.753 ai 54977 del 2015. E poi il blocco del turnover, il 18° posto nell’Ocse per quanto riguarda la quota di Pil dedicata alla ricerca e allo sviluppo, come confermano i dati Anvur (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario).
Proprio perché le problematiche della scuola sono più grandi e strutturali, Francesco Sinopoli (Flc-Cgil), dalle colonne del Manifesto lancia l’invito ad allargare il fronte della mobilitazione: «Va bene questa vertenza ma bisogna costruire un movimento che tenga dentro tutte le componenti dell’università a cominciare dagli studenti, dai precari e dal personale tecnico-amministrativo che soffre per lo stesso blocco degli stipendi».
Anche per l’associazione studentesca Link – Coordinamento Universitario bisogna evitare frammentazioni interne al mondo universitario. Se è vero che la decisione di scioperare «è stata seguita da una scia di polemiche in aule, biblioteche e bacheche facebook, soprattutto riguardanti la forma della protesta ed i disagi che produrrebbe sugli studenti» e che la componente docente «in questi anni è stata poche volte accanto alle nostre battaglie per i diritti degli studenti e delle studentesse», per Link è comunque necessario «uscire dalla lotta intestina, dalle ritorsioni, dalla visione compartimentale, che alimenta la frammentazione e l’isolamento costante tra le componenti dell’università. Occorre provare a re-indirizzare verso il nemico comune la rabbia di chi vive giornalmente, in forma diversa, le miserie dell’università italiana».
Ad ogni modo i disagi per gli studenti che affronteranno gli esami dopo l’estate, e che magari devono rispettare i ritmi imposti dalle borse di studio, saranno contenuti. I prof. rassicurano: negli atenei in cui è previsto un solo appello per la sessione, i docenti chiederanno alle strutture competenti di fissare un appello straordinario dopo il quattordicesimo giorno successivo alle 24 ore di sciopero. Almeno un appello sarà dunque garantito, e l’estate sui libri di numerosi studenti non sarà stata vana.

Caldo in Italia, Rapporto Ispra sul 2016: lo scorso anno è andata peggio del 2015. E il 2017…

Il fiume Po in secca a causa dell'assenza di precipitazioni e del grande caldo in località Ragazzola (Parma), 23 giugno 2017. ANSA/SANDRO CAPATTI

Quella dell’enorme iceberg A68 che si sta staccando dalla banchisa antartica, grande quanto la Liguria, molto probabilmente sarà l’immagine più emblematica del caldo record del 2017. Ma il 2016 se ci ricordiamo bene, non andò meglio. La conferma viene ora dal XII Rapporto Ispra sugli indicatori del clima in Italia, secondo cui il 2016 risulta essere stato il sesto anno più caldo per l’Italia dal 1961.

L’aumento delle temperature che si è registrato in Italia lo scorso anno è di poco superiore ai valori climatici globali del mondo, rileva l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale. Nel 2016, per il terzo anno consecutivo, «la temperatura media annua globale del pianeta ha segnato un nuovo record». La media annuale italiana, infatti, è aumentata di 1,35° mentre quella mondiale si è fermata, si fa per dire, a +1.31 °C.

Le anomalie dei cambiamenti climatici non riguardano solo le terre emersea: nei mari italiani c’è «un’anomalia media di +0.99°C rispetto al periodo di riferimento 1961-1990». Secondo i dati Ispra il 2016 si colloca «al 4° posto della serie, dopo il 2015, il 2012 e il 2014», afferma ancora Ispra. Nel 2016 tutti i mesi sono stati più caldi della norma, soprattutto dicembre al Nord (+2.76°C), febbraio al Centro (+3.02°C) e aprile al Sud e sulle Isole (+2.99°C). Ecco perché tanta siccità e bombe d’acqua. «Nel 2016 non sono mancati eventi di forte intensità, anche prolungati, come quelli che hanno colpito la Liguria e il Piemonte nella terza decade di novembre. Tuttavia, la caratteristica più rilevante del 2016 è stata forse la persistenza di condizioni siccitose», dicono infatti gli esperti. Lo scorso inverno è stato registrato un record negativo: pochissime precipitazioni, per un livello inferiore o uguale a 1 mm registrato a Capo Bellavista (Nu) con 334 giorni di seguito senza pioggia.

Puttane e antifasciste, ecco la storia di Adele e le altre che si opposero a Mussolini

Adele non ha ancora compiuto 29 anni, vive a Genova e di professione fa la prostituta. Il 28 marzo 1927 alle 3 del mattino viene arrestata dalla polizia per motivi di pubblica sicurezza. Mentre viene trascinata via la rabbia ha il sopravvento e urla: «carogna Mussolini, per colpa sua, voialtri ci arrestate!». Questo è quanto, tanto basta per essere condannata e schedata come “donna di sentimenti contrari al regime” e per essere condannata a 8 mesi e 10 giorni di reclusione e a una multa di 800 lire.

Quella di Adele è una delle storie che Matteo Dalena ha raccontato nel suo libro Puttane Antifasciste nelle carte di polizia: 27 storie di prostitute che dal 1927 al 1942 sono state denunciate e schedate per aver insultato il capo del governo, Benito Mussolini. Molte di loro erano prostitute clandestine che dovevano essere sanzionate per misure di pubblica moralità, per “adescamento al libertinaggio”, che però al momento dell’arresto si scagliavano contro il regime insultando il Duce stesso. E così, bastavano poche parole per non essere più giudicate solo per ragioni di pubblica moralità, ma per essere perseguite in linea politica, guadagnandosi l’etichetta di antifasciste.

Quella di antifasciste non era però solo un’etichetta: le pene infatti cambiavano considerevolmente. Se da “semplici” prostitute infatti rischiavano un massimo di 6 mesi di reclusione, da antifasciste le attendevano ben altre condanne. Il solo sospetto di nutrire idee sovversive era sufficiente a far scattare l’ammonizione giudiziale che prevedeva una serie di forti privazioni della libertà personale. Come ci spiega l’autore del libro: «La condanna più temuta da queste donne era la misura preventiva del confino di polizia: molte prostitute venivano relegate in lande desolate, soprattutto del meridione, solitamente per tre anni». Ma non c’era solo il rischio del confino, molte di queste donne finivano nei sifilicomi, strutture dedicate alla cura delle patologie veneree, soprattutto della sifilide, da cui prendevano il nome. Ad altre invece veniva diagnostica una “demenza paranoide” e venivano spedite in qualche sperduto manicomio di provincia fino alla fine dei loro giorni.

È stata proprio questa la sorte di Maria Degli Esposti, prostituta bolognese schedata come antifascista nel 1928 e che nelle carte di polizia viene bollata come “ebete”. Evidentemente per i funzionari di polizia Maria aveva tratti fisionomici che tradivano l’idiozia di cui, secondo le autorità, era succube. Per la polizia Maria infatti presentava tutte quelle caratteristiche che doveva avere una prostituta nata: non aveva pudore, era dedita all’alcol e vendeva il proprio corpo. «Si tratta dell’esempio più lampante di come in epoca fascista le teorie di Lombroso e dei post lombrosiani sulla cosiddetta “donna delinquente” fossero penetrate nei metodi di polizia scientifica» dice Dalena. Maria, come molte altre, è stata poi internata in un manicomio fino alla fine dei suoi giorni.

Maria, Adele, Giuseppa, Agnese, Filomena e le altre sono tornate a vivere grazie al lavoro di Matteo Dalena, che ha deciso di raccontare queste storie di donne che sarebbero rimaste sconosciute se non fosse stato per quell’unico contatto con un potere che le voleva schedare ed etichettare.  Matteo Dalena spiega che è stato possibile raccontare le loro storie grazie ai fascicoli trovati in archivio, documenti che possono rivelare molto. «Le carte di polizia, pur rimanendo l’unica fonte in grado di raccontare queste esistenze infime», dice Dalena,«sono però purtroppo parziali perché ci danno una rappresentazione della persona schedata funzionale agli interessi dell’istituzione. Ma talvolta nei verbali degli interrogatori emergono virgolettati bellissimi che aprono degli sprazzi di luce nel buio di queste vite. Talvolta emergono le loro abitudini, le loro emozioni, oppure echi di ribellioni stroncate dal potere».
Puttane antifasciste racconta di un tempo di ribellione al regime in cui persone emarginate come le prostitute comunque trovavano il coraggio di lottare contro l’oppressione.  Ora è arrivato il momento di conoscere anche questa storia.

Istat, l’Italia è sempre più povera. Gli indigenti sono ormai oltre quattro milioni

© ANSA/ CIRO FUSCO

Oltre 1 milione e 600mila famiglie vivono in condizione di povertà assoluta, per un totale di più di 4 milioni e 700mila persone. E’ questo il dato più drammatico del rapporto Istat, che misura la povertà in Italia nel 2016 secondo due distinte unità di misura: la povertà assoluta e quella relativa, elaborate sulla base delle spese per consumi delle famiglie.

La situazione del 2016 resta stabile rispetto al 2015, ma la povertà assoluta aumenta tra le famiglie numerose tanto da far spostare l’ago della bilancia a 3 componenti, dove si stenta a condurre uno stile di vita dignitoso. il numero medio di componenti delle famiglie in povertà assoluta è ormai prossimo a tre. Nel 2016 l’incidenza della povertà assoluta sale, infatti, al 26,8% dal 18,3% del 2015 tra le famiglie con tre o più figli minori, situazione che riguarda 137.771 famiglie e 814.402 persone nel 2016. La povertà relativa é ugualmente stabile rispetto al 2015. Nel 2016 la povertà relativa riguarda il 10,6% delle famiglie residenti per un totale di 2 milioni 734mila, e 8 milioni 465mila individui, il 14,0% dei residenti. La fotografia della povertà nel 2016 è simile all’anno precedente: anche l’incidenza percentuale della povertà assoluta è in linea con i valori degli ultimi 4 anni: 6,3% per le famiglie e 7,9% per gli individui nel 2016.

La povertà per ripartizione geografica

La povertà assoluta riguarda soprattutto il Mezzogiorno e ancora di più il Centro Italia, sia per quanto riguarda le famiglie (5,9% da 4,2% del 2015) sia gli individui (7,3% da 5,6%): peggiora la situazione economica nei comuni fino a 50mila abitanti al di fuori delle aree metropolitane (6,4% da 3,3% dell’anno precedente). Solo i dati del nord Italia sono migliori di quelli del 2015, quando erano 613.000 le famiglie povere (il 38,8%), mentre nel 2016 sono 609.000 (37,6%); al Centro crescono a 311.000 nel 2016 (19,2%) rispetto ai 225.000 del 2015 (14,2%); al sud sono 699.000 nel 2016 (43,2%), contro i 744.000 dell’anno precedente (47%). Il malessere economico colpisce soprattutto le famiglie degli operai, in cui l’incidenza della povertà assoluta è doppia (12,6%) rispetto a quella delle famiglie nel complesso (6,3%), mentre la situazione è ben diversa tra le famiglie di dirigenti, quadri e impiegati (1,5%).

Più poveri i più giovani

La povertà assoluta è calcolata sulla base della spesa mensile (soglia minima) necessaria per standard di vita minimamente accettabile. Prosegue la relazione inversa tra incidenza di povertà assoluta e l’età della persona di riferimento: dal 2012 aumenta la prima al diminuire della seconda. Infatti, nelle famiglie con persona di riferimento over 64 troviamo il valore minimo, pari al 3,9%, mentre il valore massimo del 10,4% colpisce le famiglie con persona di riferimento sotto i 35 anni. Anche il benessere dei minori è in netto peggioramento: si è passati da un’incidenza di povertà assoluta pari al 3,9% nel 2005 ad un valore più che triplicato nel 2016 (10,0%).

La stessa relazione inversa vale anche per il titolo di studio della persona di riferimento: 8,2% per chi ha la licenza elementare e 4,0% se è almeno diplomata. La soglia di povertà per una famiglia di due componenti risulta pari a 1.061,50 euro nel 2016 (+1,0% rispetto al 2015). Le famiglie composte da due persone che hanno una spesa mensile pari o inferiore a tale valore sono classificate come povere. Nel 2016 la povertà assoluta è più bassa tra le famiglie di soli italiani (4,4%) mentre aumenta tra le famiglie con componenti stranieri: 25,7% per le famiglie di soli stranieri, con il Mezzogiorno a sfiorare addirittura il 30%. Per le famiglie miste il valore dell’incidenza è pari a 27,4%, con una crescita più accentuata nel Nord (da 13,9% a 22,9%).

Nel 2016 le famiglie “sicuramente” povere sono il 5,6%, quota che sale a 10,5% nel Mezzogiorno; è “appena” povero (spesa inferiore alla linea del 20%) il 5,0% delle famiglie; è invece “quasi povero” il 7,0% delle famiglie, mentre il 3,3% ha valori di spesa superiori alla linea di povertà di non oltre 10%, quote che salgono rispettivamente a 11,1% e 5,9% nel Mezzogiorno. Le famiglie “sicuramente” non povere, infine, sono l’82,4% del totale, con valori pari a 90,1% nel Nord, 84,8% nel Centro e 69,2% nel Mezzogiorno.

La marcia degli imam a Parigi, contro il terrorismo

epa06078874 Participants of the 'Muslim March Against Terrorism' demonstration pose with a banner as they pay tribute to the victims of terrorism at Brussels Bourse place, in Brussels, Belgium, 10 July 2017. A group of about 30 Muslims and Imams took part in the initiative originally started by French Imam Chalghoumi and Jewish writer Marek Halter. The group tours Europe and visits the sites of recent Islamist terror attacks with Berlin, Brussels and Paris being the main points of their tour. EPA/OLIVIER HOSLET

Un autobus, l’islam e piccoli atti di coraggio. I leader musulmani europei hanno deciso che è scoccata l’ora esatta per cominciare un tour europeo contro il terrorismo, ma questa idea è venuta a un ebreo.

L’idea è di Marek Halter, celebre scrittore francese, e di un suo amico, l’imam di Drancy, sobborgo settentrionale di Parigi. Gli imam e tutti i “musulmans contre le terrorisme”, partiti da Parigi, Champs-Elysées hanno fatto tappa a Berlino, Nizza, Bruxelles, per ritornare a Parigi domani, 14 luglio, anniversario della rivoluzione francese, ma anche dell’attacco letale a Nizza, in cui persero la vita 86 persone.

I leader religiosi sono arrivati l’8 luglio dalla Gran Bretagna, Francia, Belgio, Tunisia e hanno incontrato i capi delle altre comunità proprio nel luogo dove il poliziotto Xavier Jugele ha perso la vita ad aprile. Il tour degli imam ha toccato ogni luogo in cui un attentato è avvenuto in Europa per ricordare le vittime e condannare la violenza, da Nizza fino a Berlino. Sono partiti in trenta, ma con l’autobus torneranno in sessanta, perché altri si sono uniti durante le tappe del viaggio.

Intanto continuano in questi giorni in Francia gli arresti per la tragedia di gennaio 2015. La pistola Tokarev e i fucili d’assalto usati dal terrorista Coulibaly a Parigi erano stati comprati da un’azienda di proprietà della moglie di un sospetto trafficante di armi, Claude Hermant. Hermant, ex mercenario in Yugoslavia, dice di averle vendute invece ad un altro trafficante d’armi, noto come Samir L., che è stato fermato e dice di non avere a che fare con questo piano.

Eccolo qui l’esempio: il gerarca Corsaro contro Fiano

A vederlo viene voglia di non crederci:

Il deputato Massimo Corsaro, piccolo fascistello nostalgico, passato dai Berluscones ai sostenitori di Fitto (rendetevi conto, Fitto) riesce in una sola frase ad essere stupido, schifoso, antisemita e volgare. Un capolavoro che nemmeno il peggior comico riuscirebbe a condensare in una sola frase.

Fiano, da parte sua, avrebbe la colpa di essere estensore di una legge contro la propaganda fascista (legge che personalmente ritengo piuttosto pasticciata) ma soprattutto di essere ebreo e circonciso: così il gioco viene facile.

Al di là della personale solidarietà per Fiano (e tutto il disgusto per Corsaro) la vicenda è l’esempio lampante di una “moda di manganello” che piuttosto che nuove leggi avrebbe bisogno di punizioni esemplari con le leggi che già ci sono. Questo post è un reato. Chiaro. Semplice.

Ora serve solo uno Stato che abbia la capacità di punirlo.

Ecco qua.

Buon giovedì.

La Libia vuole l’aviazione contro i migranti, l’Italia stringe sulle Ong

A handout provided on 30 August 2016 and released by the Italian Navy showing migrants on a boat during rescue operations in the Mediterranean Sea, off the Lybian coast. Italian Navy ships Fasan, Sfinge, Cigala Fulgosi, rescued on 29 August almost 2500 migrants. Over 6000 migrants, mostly from Eritrea and Somolia, were rescued off the coast of Lybia in the Mediterranian Sea. The joint operation involved several Italian and International agencies. ANSA/ US MARINA MILITARE - ITALIAN NAVY PRESS OFFICE +++ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING+++

 

Nel giorno del vertice Gentiloni-Merkel-Macron a Trieste, in cui i tre leader hanno parlato principalmente di migranti senza – pare – grossi passi in avanti, il premier libico del “governo di unità nazionale”, Fayez Al Serraj, passa dalle parole ai fatti, chiedendo alle sue forze armate di «usare l’aviazione» contro «l’emigrazione illegale». È quanto risulta da una comunicazione interna tra Comando supremo dell’esercito e capo di Stato maggiore delle forze aeree, riportata questo pomeriggio dall’Ansa. Nel documento si legge: «Siete pregati di prendere immediatamente e urgentemente le vostre misure di partecipazione alla lotta contro l’emigrazione illegale e il traffico di carburanti e suoi derivati attraverso l’uso dell’Aviazione e servendovi della forza in caso di necessità per impedire, in collaborazione con il Comando delle forze marittime, questo crimine».

Una dichiarazione forte, dalla quale trasparirebbe un inasprimento delle prassi con cui le forze libiche tentano di ostacolare la traversata di chi sfida il Mediterraneo. Prassi già piuttosto violente, che consistono spesso nell’aprire il fuoco verso le imbarcazioni cariche di esseri umani. Numerosi sono i resoconti di chi riesce ad approdare in Italia, per non parlare delle raffiche di mitra della Guardia costiera libica rivolte alla motovedetta Cp 288 dei colleghi italiani lo scorso maggio. Le scuse, arrivate a stretto giro dalla Libia, sono piuttosto eloquenti: i militari “avrebbero scambiato l’unità italiana per un barcone di immigrati».

Ma sul banco d’accusa del governo italiano non c’è la Libia bensì le Organizzazioni non governative (Ong). Proprio questo pomeriggio, secondo un’altra indiscrezione dell’Ansa, l’Italia avrebbe messo a punto un “Codice di condotta” per le Ong che salvano vite nel Mediterraneo: 11 regole tra le quali il divieto di telefonare «per facilitare la partenza di barconi che trasportano migranti», l’obbligo permettere la presenza a bordo delle forze di polizia giudiziaria e quello di possedere una certificazione tecnica per le attività di soccorso in mare.

«L’Italia ha fatto e continuerà a fare la sua parte sul tema del soccorso e dell’accoglienza ma contemporaneamente si batte perché la politica migratoria non sia affidata soltanto ad alcuni paesi ma sia condivisa da tutta la Ue» afferma Gentiloni a margine del vertice trilaterale di Trieste. La volontà è quella – più volte dichiarata – di ridiscutere con l’Ue il regolamento dell’operazione di Frontex “Triton”. Ma per il momento, all’orizzonte, si intravedono soltanto più ostacoli per chi rischia la vita nelle acque del Mediterraneo.

Hanif Kureishi: L’ideologia è morta. Viva il socialismo

Hanif Kureishi

«Mi piace Corbyn, mi piace il suo manifesto, è molto forte, è quello che serve a questo Paese. I giovani l’hanno votato perché rappresenta la libertà, difende il multiculturalismo, il dialogo, crede nello Stato, nell’education» ha dichiarato Hanif Kureishi, all’indomani del voto in Gran Bretagna. Anche se Theresa May è ancora in sella «è stato comunque un risultato sorprendente. Per questo – rilancia lo scrittore anglo pakistano – il Primo ministro dovrebbe dimettersi».
Autore della sceneggiatura di film dirompenti come My beautiful Laundrette, ed Intimacy, di romanzi come il Budda delle periferie che, nel 1990, celebrava la creatività del melting pot londinese rendendo protagonisti, per la prima volta, immigrati di seconda generazione, Hanif Kureishi ha da poco pubblicato con Bompiani Uno Zero (The Nothing): romanzo dal forte impianto teatrale che evoca Pinter nel tratteggiare la dinamica del rapporto a tre fra un regista ottantenne, sua moglie di vent’anni più giovane e un critico e documentarista compiacente che diventa l’amante di lei. Il non detto, il latente dei rapporti, il coraggio di raccontare la frastagliata geografia del desiderio in età avanzata fanno di questo breve romanzo un piccolo capolavoro di scavo psicologico, aperto alla conoscenza, senza infingimenti. Parte da qui la nostra conversazione. Flemma inglese e sguardo vivo, Kureishi ci accoglie comodamente seduto su un divano di un albergo torinese. Ha un’aria seria, senza vezzi, salvo le due teste di gatto che luccicano alle sue dita, rivelandone l’anima rock.
Come in altri suoi romanzi anche Uno zero affronta un tema inconsueto, regalandoci una figura di donna, Zee che, a più di sessanta anni, scopre di essere attraente per gli uomini. Perché ha scelto questo tema?
Mi interessa da sempre, forse perché sono cresciuto negli anni 60. In quel periodo ci si occupava solo dei giovani. Allora io ho cominciato a chiedermi cosa facessero le persone più anziane. In questo romanzo ho raccontato la storia di un uomo ottantenne, in carrozzina, che se ne sta andando a poco a poco, ma può ancora sentire gli odori, cogliere elementi dal mondo fuori, è ancora vivo, ha ancora vigore e desiderio.
Waldo è un regista famoso, è stato un sessantottino, ma ora ammette che rompere le regole può essere un modo per riconfermarle.
L’ho pensato anche io. Prendi Donald Trump, per esempio, lui è estremamente distruttivo e “anarchico”. Dice cose non convenzionali. Però rompere le regole non fa di lui un rivoluzionario. Non basta. Ma per certa opinione pubblica, in confronto, persone come me e te sono viste come molto conservatrici oggi, perché vogliamo preservare le conquiste degli anni Sessanta e Settanta che riguardano i diritti delle donne e delle minoranze, i servizi sociali, il welfare. Paradossalmente noi passiamo per conservatori e questa è la peggiore posizione che ci potesse capitare, è scioccante.
«Noi pensavamo che tutti volessero diritti e libertà, invece eravamo solo degli snob», constata Waldo amaramente. Lei che ne pensa?
Credevamo che quei valori e ideali fossero condivisi da tutti. Ma oggi viviamo in anni reazionari e questo è spaesante per chi cerca di trasformare se stesso e rendere il mondo migliore.
Il sesso libero come mezzo di liberazione è stata un’altra chimera di quegli anni?
Innamorarsi, fare sesso, realizzarsi nelle relazioni private è quanto mai importante, ma non porta necessariamente benifici alla collettività (ride). Noi di sinistra dobbiamo pensare seriamente a quale futuro possiamo costruire e a come rendere egemoni le nostre idee. Non è facile. In Gran Bretagna i media sono quasi tutti di destra. Abbiamo tantissimi mezzi di comunicazione ma sono pro Brexit, pro Le Pen, pro Trump. È sbalorditivo.
Quanto al Guardian?
Non ci resta che The Guardian, un solo giornale.
E l’Independent?
Ha chiuso. Ora è solo online. Ed è letto ormai da poche persone. Ci troviamo schiacciati all’opposizione. Ma dobbiamo trovare il modo di diventare mainstream.
I giovani che hanno votato per Corbyn e sono contro la Brexit indicano una strada possibile?
I giovani sono sempre molto importanti. Ma in Italia ci sono altissimi livelli di disoccupazione giovanile, come in Spagna. In Inghilterra va leggermente meglio. Ma non troppo. Io ho tre figli, sono preoccupato per il loro futuro, come potranno mantenersi o trovare un appartamento? Finita l’università uno dei miei ragazzi ha cominciato a fare consegne a domicilio in bicicletta, lo stipendio era molto basso, non aveva assicurazione sul lavoro. Il turbo capitalismo ha distrutto ogni sicurezza. Dobbiamo cercare di rendere la sinistra capace di attrarre le persone.
È una bella sfida.
Il problema è che la nostra visione sembra fuori moda, datata. Le ideologie sono crollate, ma dal 1989 non siamo ancora riusciti a rilanciare il socialismo in modo nuovo, facendo cadere i pregiudizi di chi ci affibbia l’immagine di quelli che vogliono tornare alla Germania dell’Est o agli anni Settanta.
Come possiamo fare?
Beh, ripeto, dobbiamo pensare molto, rielaborare le nostre idee, trovarne di nuove. È una grande opportunità per noi. Non abbiamo più un’ideologia ma dobbiamo avere un pensiero nuovo e forte perché il capitalismo si auto-rigenera continuamente. Le persone credono al capitalismo perché pensano di poter diventare ricchi. Si illudono, credono a queste falsità. È un problema anche per noi.
In Italia abbiamo anche un altro guaio: i politici che si dicono di sinistra e rincorrono il centro. Renzi pensa che il neo liberismo offra una prospettiva.
Il neo liberismo ha fallito. Il capitalismo ha fallito. Sta in piedi solo perché sinistra ne ha regimato gli eccessi, impedendogli di esplicare al massimo la sua distruttività. Cinquant’anni fa l’ha temperato con welfare, i servizi sociali, la scuola e la sanità pubblica pubblica. Se distruggi la sinistra, se distruggi le minoranze e i lavoratori, il capitalismo implode. Noi lo sappiamo, il problema è che la gente ancora non lo capisce.
La letteratura può essere anche un modo più coinvolgente per far arrivare questo “messaggio”?
Dobbiamo pensare, parlare e contribuire al dibattito. Detto questo dobbiamo anche prendere atto che negli Usa ci sono buoni media, giornalisti molto bravi, artisti e scrittori di valore ma non sono riusciti a fermare Trump. In Italia le élite culturali detestano Berlusconi ma la gente lo vota. Abbiamo una grossa questione da risolvere.
Gli scrittori e gli intellettuali dovrebbero prendere di più la parola?
È importante parlare, è rapporto con le persone. Per me è sempre stato difficile parlare, forse anche per questo sono diventato uno scrittore. Quando ero ragazzo vivevo nei sobborghi di Londra. La realtà era molto dura, violenta. Non mi sentivo compreso e accettato, pesavano i pregiudizi razzisti. Cominciai a scrivere perché non potevo parlare. E ora mi imbarazza quel me stesso di allora che non riusciva a parlare. Ero inibito. Forse anche per questo oggi mi viene da sottolineare con forza l’importanza della parola perché ti mette in connessione diretta con gli altri, perché ti costringe a venire fuori, altrimenti sono solo congetture.
«L’immaginazione è il mio mestiere ma può essere un posto pericoloso» constata il protagonista di Uno zero. Ma l’immaginazione serve per costruire un mondo diverso. Qual è il suo pensiero?
Io credo che l’immaginazione preceda il cambiamento, occorre immaginare, sognare, come noi possiamo essere diversi, avere un diverso sentire, come possiamo comunicare diversamente con le altre persone. L’immaginazione può essere pericolosa perché, se sei fortunato, può distruggere lo status quo. L’immaginazione è l’inizio del cambiamento.

Carla Nespolo (Anpi): Basta fascismo, scenderemo in piazza

Participants at the far right movement CasaPound demonstration against the "Ius Soli" in the centre of Rome, Italy, 24 June 2017. The controversial bill grants 'ius soli' ('law of the soil' in Latin) citizenship rights to children born on Italian soil from immigrant parents. ANSA/ANGELO CARCONI

«Una grande manifestazione nazionale antifascista. Ecco che cosa stiamo pensando di fare, anche perché ce lo chiedono i comitati provinciali di tutta Italia». In questo modo l’Anpi, Associazione nazionale partigiani italiani, intende rispondere agli episodi sempre più frequenti di matrice fascista e xenofoba che vengono quotidianamente riportati dalle cronache.

Lo racconta a Left la vicepresidente Anpi, Carla Nespolo, commentando anche la proposta di legge in discussione alla Camera dei deputati. Il ddl presentato da Emanuele Fiano, del Partito democratico, vuole istituire il reato di apologia e propaganda del fascismo e del nazismo e vuole punire chi inneggia o diffonde immagini o contenuti sul web.

Qual è il suo parere e cosa ne pensa l’Anpi delle reazioni del Movimento 5 Stelle, che definisce «liberticida» la legge, e di Salvini secondo cui la norma arriverebbe a punire le idee?

«Questa proposta di legge è sicuramente un fatto positivo. Noi come Anpi guardiamo con grande favore al fatto che venga approvata perché in questo modo si dà continuità alla Costituzione, combattendo l’apologia del fascismo. Perché la Costituzione italiana, bisogna sempre sottolinearlo, è antifascista».

Ecco, quindi, un richiamo alla memoria storica: Nespolo rievoca il dibattito tra Moro e Togliatti negli atti della Costituente per ricordare come l’Italia non sia un Paese a-fascista, ma antifascista, proprio a partire dalla sua Costituzione.

«Perché dopo oltre vent’anni di dittatura, guerra, sterminio, razzismo, deportazioni e alleanza col nazismo, l’Italia rinasce di nuovo grazie a quei combattenti, i partigiani, allora ragazzi e ragazze, alcuni dei quali per fortuna ci sono ancora – tra cui il Presidente nazionale dell’Anpi Carlo Smuraglia – che hanno avuto il coraggio di rompere il regime dittatoriale, violento e razzista, che opprimeva il nostro Paese dopo una guerra sanguinosa. Bisogna sottolineare che questa non è una storia lontana, è un fatto che è avvenuto poco più di 70 anni fa ed è alla base della nostra identità nazionale. Sarebbe bene che anche la scuola si impegnasse a mantenere viva la memoria tra i giovani, perché quello che noi come Anpi notiamo con preoccupazione vivissima è l’affievolirsi della memoria».

Il suo parere sugli ultimi episodi di cronaca?

«Non è tollerabile vedere i saluti romani, non è una buffonata la spiaggia di Chioggia… Più di 500 pagine su oltre 3500 di Facebook che inneggiano al fascismo sono inaccettabili. Io trovo sinceramente che questa norma che intensifica le pene per chi fa propaganda ideologica del nazismo attraverso i nuovi linguaggi e strumenti, sul web, sia assolutamente giusta. Poi, naturalmente, sappiamo bene che non bastano le leggi e non bastano le pene, che bisogna conquistare una coscienza civile e democratica nel nostro Paese che rischia ogni giorno di essere appiattito sulla quotidianità. Ci sono tanti giovani, tante donne, tante persone sinceramente antifasciste. Non devono essere ogni volta avvilite, mortificate da questo sciocco ritorno di simboli fascisti. Ogni tanto qualcuno dice che è una barzelletta Chioggia. No, non è una barzelletta, è un atto presuntuoso, arrogante, oltre che ignorante, che non si può più tollerare. Ecco, da questo punto di vista sono contenta di una legge che comunque sarebbe un passo avanti».

L’obiettivo della proposta di Fiano apparentata alla legge Scelba (645 del 1992), che sanziona l’apologia di fascismo e alla legge Mancino (2015 del 1993), contro le manifestazioni razziste, non rischia di creare confusione? 

«No, qui si sta parlando di apologia del fascismo, poi bisogna vedere come la legge uscirà perché è importante che non si sovrappongano. Adesso è il primo giorno che è arrivato in aula, dopo un lungo lavoro di commissione… Io non apprezzo neanche che quotidianamente a Predappio si diffondano i gadget dei fascisti. Basta! Bisogna finirla, perché non è né una carnevalata, né uno spettacolo, è una storia di lacrime, sangue e valori, che riguarda sia i partigiani e sia chi li ha aiutati».

Si dice favorevole alla proposta di Fiano anche la presidente della Camera Laura Boldrini, che difende il reato di apologia, che già abbiamo e che va fatto rispettare: «Ci sono i partigiani che si sentono offesi dai monumenti fascisti. Hanno dedicato la loro giovinezza a liberare il loro Paese e che si sentono poco a loro agio quando passano sotto certi monumenti». Cosa ne pensa?

«Io non ne conosco tanti di monumenti fascisti, saltuariamente c’è stato qualche episodio, ma noi siamo sempre stati vigili su questo punto. Sacrosanta la pietà per i morti, tutti, ma non mischiamo vittime e carnefici, altrimenti non ci capiamo più. Il fascismo è stato un regime reazionario di massa, e di germi fascisti ce ne sono in giro per il mondo…»

Mi chiamo Luke, sono morto in battaglia contro l’organizzazione fascista dell’Isis

Alla fine dell’addestramento, dopo un mese, gli è stato chiesto, come ad ogni volontario: «Sei pronto a combattere?», e lui ha risposto «yes», dicendo che voleva battersi «contro l’organizzazione fascista dell’Isis». Era il primo marzo 2017. Con il nome di guerra Soro Zinar è andato in battaglia.

Si chiamava Luke, aveva 22 anni, era inglese ed è morto a Raqqa. Luke era di Birkenhead e combatteva nello YPG, le unità popolari di difesa curde. Il suo comandante ne ha riportato il decesso durante un agguato ad una roccaforte dell’ISIS: è ormai “martire”, lui che «partecipava attivamente alla vita collettiva, promossa dallo YPG».

A Raqqa sono morti anche due americani, Robert Grodt e Nicholas Warden. Robert, un attivista di Santa Cruz, California, aveva partecipato ad Occupy Wall Street. Nicholas, 29 anni, di Buffalo, dopo un attacco, è morto in seguito per le ferite riportate. Anche di lui riferisce lo YPG, come per Luke. È stato un attivista curdo ad informare la madre del britannico, che non sapeva si trovasse in Siria. Dopo le granate dell’ISIS, il corpo di Luke è stato portato ad al Hasakah per l’autopsia. Sarà seppellito in Siria o rimpatriato.

http://www.youtube.com/watch?v=fiC5Ak9ZrNs

Nel video dello YPG press office ci sono ormai quelle che sono diventate le sue ultime parole. Il ragazzo dai capelli rossi in divisa dice: «Il mio vero nome è Luke Rutter, il mio nome di battaglia Soro Zinar. Sono inglese e sono nato a Liverpool. Mi sono unito allo YPG per le ragioni per cui ognuno lo fa. Penso che lo YPG sia la migliore opportunità per la pace che questa regione possa avere. Ho mentito alle persone che amo per venire qui. Ho detto loro che sarei andato da un’altra parte e non l’ho fatto. Mi scuso enormemente per questo. Non rimpiango la mia decisione. Spero che voi la rispettiate».