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La normalizzazione dello sterco

È un’operazione che richiede tutta una sua scienza la normalizzazione dello sterco. Rendere potabile ciò che prima era solo una rivoltante deiezione ha bisogno di un fortunoso contesto, di un perfetto incastro di eventi che diventano scivolo per digerire l’inammissibile, di una schiera di avvoltoi pronti a tutto per garantire l’autopreservazione, di un’opposizione culturale blanda e sfibrata, della giusta dose di paura (quanto basta per sdoganare la legittimità di un “egoismo solo per legittima difesa”) e di un’informazione prona ai desiderata degli agitatori nei posti di potere.

La normalizzazione non segue i percorsi consueti delle riforme. No. La normalizzazione (che non ha nulla a che vedere con il riformismo o la naturale evoluzione) entra di soppiatto dalla porta del retro per incendiare la folla senza prendersi la responsabilità di informarla e istruirla per poi poter dire “andava fatto così” o “ce lo chiedevano tutti”: oggi, luglio 2017, lo “Ius Soli” (che tra l’altro non lo è nemmeno, se non di nome, tanto che hanno dovuto aggiungerci “temperato” per farci intendere che si tratta di una concessione, una leccata fugace ad un diritto) si blocca in Parlamento perché serve una pausa di riflessione, come ci dicono loro, e perché “molto dipenderà dal clima dell’opinione pubblica” (come mi ha detto ieri un alto dirigente di questo vergognoso centrocentrocentrocentrosinistra che sta al governo).

E se serve recuperare voti a sinistra (perché questi i voti li “recuperano”, come si dice di un cliente scontento da lisciare offrendo il limoncello) allora ci si ingegna in una legge sull’apologia di fascismo (brutta e pasticciata) per dare un colpetto al cerchio e uno alla botte. Una legge che ancora una volta serve più a non perdere fette di mercato piuttosto che avere l’aspirazione di essere una matrice culturale: una legge che vuole punire “istigazione ed apologia dei delitti contro la vita e l’incolumità della persona” nel caso fosse compiuto tramite “telefono, Internet e social network” e non importa che siamo il Paese in cui la xenofobia di antica memoria fascista possa tranquillamente rientrare nei resoconti stenografici del Parlamento come se fossero noccioline.

È un gioco di normalizzazione lenta allo sterco con qua e là qualche contentino, con tutti concentrati ad ammaestrare un popolo bue curando i dettagli della distrazione. Perché poi, giova ricordarlo, alla fine stiamo parlando degli stessi che vorrebbero aiutare i migranti “a casa loro” dimenticando l’articolo 33 della Convenzione di Ginevra (“Nessuno Stato contraente potrà espellere o respingere – in nessun modo – un rifugiato verso le frontiere dei luoghi ove la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a causa della sua razza, religione, nazionalità, appartenenza ad una determinata categoria sociale o delle sue opinioni politiche”). Sono gli stessi che colonizzano l’Africa per aprire i rubinetti all’Eni e poi si propongono per instaurare ricchezza e democrazia. Sono gli stessi che armano le guerre in giro per il mondo e si propongono per risolverle.

Il problema non è solamente quello di avere (e avere avuto) un governo di centrosinistra che ha sdoganato le politiche della destra. Qui siamo oltre: qui abbiamo un governo che ha deciso di allinearsi al fango per terrore degli elettori, rotolandosi negli inferi di quegli stessi istinti che vorrebbero cancellare da Facebook illudendosi di combatterli così.

Perché la mancata approvazione dello “ius soli” (come il ventiquattrenne morto di appendice e razzismo a Napoli, come l’urlare di “non avere l’obbligo morale di salvare tutti” o come la barzelletta della minaccia di “chiudere i porti” o la scenetta di indignarsi per gli accordi firmati con l’Europa) ha un odore (e un riscontro) ben più putrido di un busto di Mussolini (che putrido rimane). Ma è tutto così realisticamente normale. Invece.

Buon mercoledì.

Donald Trump non fa paura ai migranti. Entro l’estate migliaia di nuovi cittadini Usa

© EPA/MICHAEL REYNOLDS

 

Negli Stati Uniti che fanno quotidianamente i conti con le politiche xenofobe del presidente Trump si contano almeno cinquemila nuovi americani al mese. Entro la fine dell’estate almeno 15.000 immigrati saranno protagonisti del giuramento sulla bandiera a stelle e strisce in decine di “celebrazioni di naturalizzazione”, dal Monte Vernon in Virginia, al Museo della Seconda Guerra Mondiale a New Orleans fino alla California.

«È un ottimo momento per ricordare che siamo una patria di migranti da 241 anni», ha scritto Alan Gomez su Usa Today il 4 luglio, giorno dell’Indipendenza,«quello che è cambiato drammaticamente sono i motivi per cui le persone migrano, che ruolo giocano nella società, come ci relazioniamo a loro, come sono trattati dai nativi, in che dibattito sono coinvolti».

Il 13,5% della popolazione statunitense, circa 43 milioni di persone, è costituita da immigrati. La percentuale  attuale è più bassa rispetto a quella del 1800, ma più alta subito dopo quella della Seconda Guerra Mondiale. Mentre il presidente Trump vara Muslim ban e parla di wall e barriers per arenare i migranti economici dal Messico, propagandando queste scelte come una tattica antiterroristica governativa, altre centinaia ogni giorno da Africa, Asia, America Latina si mettono in viaggio, entrano in USA da visitors e diventano undocumented migrants.

Una ricerca della National Academy of Sciences, Engineering and Medicine ha calcolato che i migranti di prima generazione costano ai contribuenti americani oltre 57 miliardi di dollari all’anno, «una cifra che il presidente Trump ha citato al Congresso a febbraio, per giustificare il tema chiave della sua campagna elettorale nel 2016. Ma ha omesso la seconda parte della ricerca: la seconda e terza generazione di migranti crea un beneficio economico netto di 223,8 miliardi di dollari. L’ultima frase del report dice che i migranti sono un big plus per gli Stati Uniti nel tempo».

Mentre l’Europa combatte contro se stessa per le quote di rifugiati, in America il dibattito procede al pari nella società civile nel mese dell’anniversario della battaglia per l’indipendenza: «La battaglia sul ruolo della migrazione in America non finirà presto. Una sola cosa rimane certa: mentre celebriamo la nascita della nostra nazione, centinaia di persone alzeranno la mano, faranno il loro giuramento e diventeranno cittadini degli Stati Uniti d’America».

Staccano la testa a Falcone perché il suo cuore funziona ancora

La statua di Giovanni Falcone che sta di fronte all’istituto comprensivo Giovanni Falcone a Palermo, nel quartiere dello Zen. Qualcuno ha pensato bene di staccargli la testa e usare un pezzo del busto per martellare una delle pareti della scuola. Cinque anni fa, quella stessa statua, era stata vittima di un altro atto vandalico che aveva colpito la memoria del giudice ucciso dalla mafia. Il fatto che tutto questo accada in uno dei quartieri più poveri (e mafiosi) della città di Palermo, aggiunge ovviamente un valore simbolico.

Sulla vigliaccheria di un gesto simile (e sulla preoccupazione per altri episodi simili che ieri sono stati raccontati) ieri hanno scritto tutte massime autorità dello Stato, oltre alle associazioni, i comitati e migliaia di cittadini.

Eppure sono convinto che Flacone ne avrebbe anche sorriso. Dopo la rabbia, la delusione, e tutto il resto. Avrebbe sorriso. In un Paese che lascia marcire le statue ingoiate dall’edera e che stampa targhette in bronzo per salvare i cognomi dall’oblio Giovanni Falcone, che sia di gesso, bronzo o di carta, incarna ancora quei valori che vengono visti che universalmente riconosciuti. E quindi ambiti anche per i vandali e per infami gesti dimostrativi.

Insomma Falcone è ancora Falcone. La sua storia nonostante tutto pulsa. Staccano la testa a Falcone perché il suo cuore funziona ancora. Questa è la buona notizia. Questa è l’eredità.

Emigriamo come negli anni Quaranta: ogni anno 250.000 persone lasciano l’Italia

La nave Vullcania parte con gli emigranti dal poerto di Napoli in una delle immagini dell' Archivio fotografico Carbone per il quale, parte un crowdfunding per recuperare e preservare gli oltre mezzo milione di negativi che lo compongono, 9 novembre 2016.A ANSA / ARCHIVIO FOTOGRAFICO CARBONE NAPOLI

Sembra essere tornati nell’immediato secondo dopoguerra con oltre 250.000 persone che lasciano l’Italia ogni anno. E’ questa in estrema sintesi la fotografia che ci restituiscono le anticipazioni del Dossier Statistico Immigrazione 2017 di Idos e Confronti. Il rapporto, che uscirà in autunno, mette in luce numeri importanti ma anche un aspetto qualitativo degli italiani che emigrano all’estero, in quanto il numero di diplomati e laureati che abbandonano lo stivale è sempre in aumento.

«L’emigrazione degli italiani all’estero, dopo gli intensi movimenti degli anni ’50 e ’60 – si legge nella nota diramata da Confronti – è andato ridimensionandosi negli anni ’70 e fortemente riducendosi nei tre decenni successivi, fino a collocarsi al di sotto delle 40.000 unità annue. Invece, a partire dalla crisi del 2008 e specialmente nell’ultimo triennio, le partenze hanno ripreso vigore e, secondo stime, hanno raggiunto gli elevati livelli postbellici, quando erano poco meno di 300.000 l’anno gli italiani in uscita».

Sotto l’impatto dell’ultima crisi economica, che l’Italia fa ancora fatica a superare, i trasferimenti all’estero, rilevano i ricercatori Idos-Confronti, hanno raggiunto le 102.000 unità nel 2015 e le 114.000 unità nel 2016, mentre i rientri si attestano sui 30.000 casi l’anno.

«A emigrare sono sempre più persone giovani con un livello di istruzione superiore. Tra gli italiani con più di 25 anni, registrati nel 2002 in uscita per l’estero, il 51% aveva la licenza media, il 37,1% il diploma e l’11,9% la laurea ma già nel 2013 l’Istat ha riscontrato una modifica radicale dei livelli di istruzione tra le persone in uscita:  il 34,6% con la licenza media, il 34,8% con il diploma e il 30,0% con la laurea, per cui si può stimare che nel 2016, su 114.000 italiani emigrati, siano 39.000 i diplomati e 34.000 i laureati. Le destinazioni europee più ricorrenti sono la Germania e la Gran Bretagna;  quindi, a seguire, l’Austria, il Belgio, la Francia, il Lussemburgo, i Paesi Bassi e la Svizzera (in Europa dove si indirizzano circa i tre quarti delle uscite) mentre, oltreoceano, l’Argentina, il Brasile, il Canada, gli Stati Uniti e il Venezuela».

Questi dati, notano gli autori della ricerca, «meritano già di per sé un’attenta considerazione anche perché ogni italiano che emigra rappresenta un investimento per il Paese (oltre che per la famiglia): 90.000 euro un diplomato, 158.000 o 170.000 un laureato (rispettivamente laurea triennale o magistrale) e 228.000 un dottore di ricerca, come risulta da una ricerca congiunta condotta nel 2016 da Idos e dall’Istituto di Studi Politici “S. Pio V” sulla base di dati Ocse».

In realtà, prosegue l’analisi, «i flussi effettivi sono ben più elevati rispetto a quelli registrati dalle anagrafi comunali, come risulta dagli archivi statistici dei paesi di destinazione, specialmente della Germania e della Gran Bretagna (un passaggio obbligato per chi voglia inserirsi in loco e provvedere alla registrazioni di un contratto, alla copertura previdenziale, all’acquisizione della residenza e così via). Come emerso in alcuni studi, rispetto ai dati dello Statistiches Bundesamt tedesco e del registro previdenziale britannico (National Insurance Number), le cancellazioni anagrafiche rilevate in Italia rappresentano appena un terzo degli italiani effettivamente iscritti. Pertanto, i dati dell’Istat sui trasferimenti all’estero dovrebbero essere aumentati almeno di  2,5 volte e di conseguenza nel 2016 si passerebbe da 114.000 cancellazioni a 285.000 trasferimenti all’estero, un livello pari ai flussi dell’immediato dopoguerra e a quelli di fine Ottocento. Peraltro, non va dimenticato che nella stessa Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero il numero dei nuovi registrati nel 2016 (225.663) è più alto rispetto ai dati Istat. Naturalmente, andrebbe effettuata una maggiorazione anche del numero degli espatriati ufficialmente nel 2008-2016, senz’altro superiore ai casi registrati (624.000)».

«I flussi degli italiani verso l’estero – così si conclude nel rapporto – meritano maggiore attenzione. Innanzi tutto sotto l’aspetto quantitativo, avendo raggiunto, se non superato, i livelli conosciuti dall’Italia quando si concepiva ancora come un paese di emigrazione. Ma va preso in considerazione anche l’aspetto qualitativo, perché è elevato  il numero di diplomati e laureati coinvolti. Seppure in un contesto globalizzato la mobilità rappresenti una prospettiva normale, è necessario attuare una politica occupazionale più incisiva e occuparsi con maggiore concretezza dell’assistenza a quanti si sentono costretti a emigrare, assicurando loro in pieno il diritto di essere cittadini italiani, incluso il voto».

Il fascismo ai tempi di CasaPound: nel mirino, venditori ambulanti e bagni chimici

Un frame tratto da un video mostra un momento del blitz anti ambulanti immigrati sulla spiaggia di Ostia da parte di una quindicina di militanti di Casapound con tanto di fratini rossi, Roma, 10 Luglio 2017. ANSA/ WEB/ CASAPOUND

Una spedizione punitiva in stile Ventennio sul litorale romano: quindici contro uno. Siamo a Ostia, anno 2017 inoltrato. Ma per chi fa parte di CasaPound il tempo non sembra passare mai (nonostante l’uso dei social e dei video come strumento di propaganda; del resto, Isis docet). Le vittime prescelte dal manipolo di energumeni sono stati degli inermi venditori di oggetti da spiaggia. L'”eroico gesto” è stato ripreso con uno smartphone e pubblicato dagli stessi autori. Nel video si vedono una quindicina di militanti di CasaPound, con tanto di pettorine rosse, in servizio di ronda che intimano di allontanarsi dall’arenile ai venditori che di volta in volta incontravano. In bella mostra, fiero, c’è Luca Marsella, responsabile di CasaPound Italia. Racconta di essere stato contattato da numerosi bagnanti e commercianti della zona infastiditi da questa economia abusiva. Nel video viene denunciata da CasaPound anche l’annosa questione dei bagni chimici la cui «presenza nasconde il panorama delle spiagge ai passanti, senza contare che tra qualche giorno puzzeranno».

Il blitz arriva dopo una serie di azioni a sfondo razzista avvenute nella Capitale. Una decina di giorni fa a Tor Bella Monaca un cittadino italiano di origini bengalesi che aveva ottenuto l’alloggio nelle case popolari è stato aggredito da quattro persone. Howlader Dulal, 52 anni, impiegato in un ristorante di Prati, dopo una lunga attesa in graduatoria, aveva ottenuto una casa avendone tutti i requisiti: in Italia da 26 anni, un figlio disabile e lui cardiopatico. Dulal si trovava nel suo nuovo quartiere e ha chiesto indicazioni a quattro ragazzi italiani per raggiungere il suo appartamento. Per tutta risposta è stato picchiato, gli è stato intimato di non farsi vedere più, di «tornare al suo Paese», di «lasciare le case agli italiani» perché «noi qui i neri non li vogliamo». Anche questo è un ever green. E CasaPound ha voluto fornire il suo interessante commento alla vicenda: «Se queste cose accadono è perché gli italiani sono esasperati, le graduatorie a cui ha attinto, così come altri stranieri, partono da leggi che sono antinazionali, leggi che risalgono a 10 anni fa e che mettono in pole position i cittadini non italiani». Ma si tratta di un’affermazione falsa poiché come abbiamo detto Dulal è un cittadino italiano. Duro da digerire per chi ragiona (si fa per dire) in termini di colore della pelle.

Dulal non è il primo a subire violenze per il solo fatto di aver ricevuto un alloggio nelle case popolari. Nel dicembre scorso a San Basilio gli abitanti si sono rivoltati contro l’assegnazione di una famiglia marocchina, costretta a cambiare quartiere. Mentre a gennaio in via Montecucco una famiglia egiziana è stata cacciata dalle case popolari, dove un picchetto di CasaPound e Forza Nuova ha bloccato l’ingresso alla famiglia egiziana che aveva regolarmente ottenuto l’appartamento.

Sempre CasaPound si è resa protagonista delle manifestazioni contro la legge sullo Ius soli, il diritto alla cittadinanza per i figli nati in Italia, degli immigrati. Il 15 giugno nelle strade di Roma hanno sfilato in 200. Nello stesso giorno (in realtà di notte), a Milano, i loro “colleghi di Forza Nuova hanno pensato bene di attaccare al muro della sede Anpi un manifesto a suo modo esilarante, in cui hanno voluto ribadire la loro contrarietà all’approvazione di questa legge: «Italiani si nasce, non si diventa». Che poi è proprio l’essenza della norma in discussione al Senato. Ma forse, poiché è il punto cardine di una legge di civiltà, per costoro si tratta di un concetto troppo complicato.

Istat, casalinghe con 50 ore di lavoro a settimana. E sono pure a rischio povertà

© Felix Hoerhager

Secondo il rapporto Istat su donne e lavoro, nel 2016 le casalinghe in Italia sono in calo rispetto a 10 anni prima. Infatti, nel 2016 “solo” 7.338.000 di donne si dichiarano casalinghe, ben 518.000 in meno in confronto al 2006.

Il report dell’Istat intitolato Le casalinghe in Italia rivela che l’età media delle donne che si dedicano esclusivamente alle faccende domestiche è di 60 anni, dove le over 65 rappresentano il 40,9% del totale e le più giovani ( fino a 34 anni) sono l’8,5%. Le statistiche elaborate dall’Istat sulle attività produttive familiari utilizzano i dati dell’Indagine Uso del tempo 2013-2014, ma sono in fase di individuazione metodologie appropriate ad assegnare in modo indiretto un valore economico alle ore lavorate per la produzione familiare.

Per quanto riguarda i dati socio-demografici il 63,8% delle casalinghe vive nel Centro-Sud e lavora in media 2.539 ore l’anno, sette ore al giorno, comprese domeniche e festivi (molto di più dei lavoratori occupati). Oltre la metà delle casalinghe non ha mai avuto un lavoro retribuito (fuori casa) e di esse, il 10,8% delle donne tra i 15 e i 64 anni (pari a 600.000 donne) pur avendo cercato lavoro al di fuori delle mura domestiche non l’ha ancora mai trovato. Inutile dire che queste donne si dichiarano scoraggiate circa la possibilità di trovare un impiego.

Ma non è solo la mole di lavoro a pesare sulle spalle delle casalinghe. Anche la crisi gioca un ruolo importante.  Nel 2015 sono più di 700.000 le casalinghe in povertà assoluta. Per quanto riguarda la situazione economica, le casalinghe vivono maggiormente in famiglie monoreddito e soprattutto nel Sud sono le più esposte al rischio di povertà. Infatti, per il 47,4% di loro le risorse economiche familiari sono insufficienti, valore che tra le donne occupate scende al 30,8%. Per quanto riguarda l’uso di bancomat o di una carta di credito, ne è in possesso solo il 37,7% delle casalinghe, il 75% delle casalinghe laureate, e già va meglio per chi risiede al Nord (52,3%) e per le più giovani, da 45 a 54 anni (46,5%).

Le casalinghe disoccupate investono poco nella formazione  e nella fruizione culturale: nel 2012 solo l’8,8% delle casalinghe totali ha frequentato corsi di formazione, quelle tra le giovani di 18-34 anni sono il 12,9%. Anche la fruizione di Internet è bassa: ne usufruisce solo il 17,8%. Si collegano a Internet soprattutto le più giovani e soprattutto al Nord Italia. Nonostante questi dati, non proprio incoraggianti, oltre un terzo delle casalinghe rappresentate nel rapporto, dichiara un valore alto di soddisfazione della propria vita (percentuale che aumenta tra le donne occupate). Ben 560.000 casalinghe in Italia sono straniere (il 7,6% del totale), soprattutto cittadine marocchine e albanesi, residenti in particolar modo nel Centro-Nord Italia.

Le casalinghe sono molto esposte al rischio di incidenti domestici. Oltre un terzo di tutti gli infortuni per le donne sono incidenti domestici: nel primo trimestre del 2014, il 2% ha subito un incidente in casa, per un totale di 169.000 incidenti, soprattutto tra le donne di 65 anni e oltre. In particolare, nel 65% dei casi la caduta è stata l’incidente più frequente, seguita delle ustioni (18,5%) e le ferite (14%), soprattutto in cucina.

Le ore di lavoro non retribuito per attività domestiche riguardano non solo le faccende di casa ma anche la cura di bambini, adulti e anziani. Nel 2014 in Italia sono state svolte 353 milioni di ore di lavoro non retribuito da donne e uomini. In dettaglio, diminuisce il tempo che le madri casalinghe dedicano al lavoro familiare (-47 minuti al giorno tra il 1989 e il 2014, di cui 24 minuti in meno negli ultimi 5 anni), mentre è in leggerissimo aumento il contributo dei padri (+35 minuti di cui +16 negli ultimi 5 anni). Analizzando tutte le attività domestiche, le madri casalinghe hanno aumentato il lavoro di cura dei figli (+39 minuti dal 1989 al 2014) a discapito del lavoro domestico (-1h23’ dal 1989 al 2014). I padri invece contribuiscono quasi solo nella cura dei figli (+28 minuti dall’1989 al 2014).

Marchionne, leader di entrambi

Silvio Berlusconi: «Per il centrodestra punto su Sergio Marchionne. Tra non molto gli scade il contratto negli Stati Uniti (quello con FCA, ndr.), e se ci pensate bene sarebbe l’ideale…».

Che Berlusconi volesse davvero candidare Marchionne alla Presidenza del Consiglio è una notizia a cui non crede nessuno e difatti a stretto giro di posta è arrivato il rifiuto dell’imprenditore feticcio che tra i casini italiani e un tranquillo stipendio all’estero (con un comodo regime fiscale) ha ovviamente deciso di stare dov’è. Intanto però Berlusconi per la milionesima volta con la sua frase s’è preso i titoli dei quotidiani, ha fatto incazzare ancora un po’ Salvini e ha fatto mancare per qualche minuto la terra sotto i piedi ai suoi servili servitori e ai suoi servili alleati.

Ma il punto vero messo a segno da Berlusconi è un altro: con la boutade su Marchionni Berlusconi ha rigirato il coltello sulla svolta di Matteo Renzi senza nemmeno avere bisogno di nominarlo. Marchionne, ricordiamolo, è la scelta che il leader del PD da tempo ha preso sul mondo del lavoro: «Quando in un paese c’è la disoccupazione giovanile al 39 per cento, vuol dire che abbiamo bisogno di creare lavoro. – disse Renzi nell’aprile dell’anno scorso – In questo paese si è detto che c’era un disegno squallido contro i lavoratori, ma io penso che in questo paese abbia fatto più Marchionne, più alcuni imprenditori, che certi sindacalisti. Io sto con Marchionne».

In pratica: Renzi si innamora di un uomo che ha tutti gli stili e i valori del centrodestra, Berlusconi lo candida (per finta premier) e il tilt è compiuto. Ma non è un tilt: è la rappresentazione più fedele di due partiti (PD e Forza Italia) e due leader che fanno i distanti e invece sono sovrapposti sui temi del lavoro, della finanza, dei diritti. Oltre che sull’immigrazione, ovviamente.

Molto bene.

Buon lunedì

 

Turchia, la forza della marcia pacifista contro Erdogan

La coraggiosa “rivolta contro l’ingiustizia” dei turchi si è conclusa domenica a Istanbul. La lunga marcia di protesta di centinaia di migliaia di persone contro il regime teocratico-militare del presidente Erdogan è durata più di tre settimane, 25 giorni, e si è snodata per quasi 500 chilometri. Tutti coloro che si sono uniti al fiume dei manifestanti lo hanno fatto per partecipare alla “Adalet Yuruyusu”, la marcia per la giustizia, iniziata ad Ankara, al parco Guven, il 15 giugno scorso.

«Nessuno deve pensare che questa marcia sia finita: questa marcia sta iniziando. Questa è la nostra rinascita, la rinascita del nostro paese, per i nostri figli. Ci rivolteremo contro l’ingiustizia» ha detto Kemal Kilicdaroglu, 68 anni, leader del partito repubblicano, il CHP, il cui partito è il maggior organizzatore dell’evento.

La marcia si è conclusa a poichi giorni da un anniversario drammatico: quello del colpo di Stato che l’anno scorso ha sconvolto il destino di decine di migliaia di turchi. Il 15 luglio sarà un anno dal giorno in cui morirono 249 persone e dall’inizio delle epurazioni del presidente autocrate. Licenziati in migliaia, arrestati in 50mila, in una vita sospesa altre decine di centinaia: adalet, per tutti loro, la folla urla “adalet”, agita la parola scritta rosso su bianco, colori della bandiera turca, e sono molte a sventolare alla marcia, proprio come alle manifestazioni governative.

Dopo 450 chilometri di strada insieme, i manifestanti – gli organizzatori parlano di un milione di partecipanti- si sono salutati a Maltepe, nella parte asiatica di Istanbul, una tappa finale simbolica, nei pressi del carcere dove è rinchiuso il deputato socialdemocratico Enis Berberoglu, condannato a 25 anni per “rivelazione di segreto di Stato”, colpevole di aver denunciato la vendita di armi dalla Turchia alla Siria con camion dei servizi segreti di Ankara.

«Siamo qui, milioni di noi vogliono un nuovo contratto sociale». Prima di concludere, Kilicdaroglu ha lanciato verso il cielo turco una colomba bianca.

Le mani su Mosul, ricostruirla è un business

L’avanzata è lenta ma incessante. Da ottobre l’esercito governativo di Baghdad è impegnato nella controffensiva per la ripresa della seconda città irachena, il principale centro sunnita e cuore commerciale dell’Iraq, dall’occupazione dello Stato Islamico. Una battaglia dal sapore storico, campale: Mosul è ad un passo dalla liberazione. Mentre andiamo in stampa, si contano ancora 3-400 miliziani islamisti, arroccati in 500 metri dentro la Città Vecchia ma affatto intenzionati ad arrendersi: domenica scorsa l’ennesima strage, 28 civili in fuga uccisi dai cecchini islamisti, mentre una kamikaze si faceva saltare in aria in un campo profughi a 0 km dalla città uccidendo 14 sfollati.

Sono ancora 100mila i civili intrappolati, principali vittime della guerra: nei giorni scorsi i comandanti dell’esercito iracheno hanno parlato di un bilancio indefinito di corpi sotto le macerie delle case bombardate dal cielo o colpite via terra dagli scontri strada per strada.

Una battaglia campale ma non liberatoria come dovrebbe essere. Dopo Mosul, l’Iraq si trova di fronte al baratro. La percezione della devastazione sociale e nazionale (prima che fisica, in termini di vite umane, sfollati, infrastrutture) ci era stata svelata con amara chiarezza nei campi profughi del Kurdistan iracheno, a poca distanza dalla linea del fronte, e dagli sfollati abbandonati in una terra di nessuno tra la provincia di Nineve e Kirkuk. Nei primi sono stati accolti yazidi scampati al genocidio di Sinjar, kurdi, sunniti da Mosul, cristiani da Qaraqosh. Nella terra di nessuno sono finiti centinaia di migliaia di sunniti delle regioni occidentali, a cui i peshmerga di Erbil e le autorità di Baghdad hanno chiuso le porte.

I loro racconti seguivano un unico leitmotif…

L’articolo di Chiara Cruciati prosegue su Left in edicola


SOMMARIO ACQUISTA

Le armi nucleari sono fuorilegge, firmato lo storico Trattato Onu contro la proliferazione. Se 72 anni vi sembran pochi

I negoziati in corso all’Onu dallo scorso marzo si sono conclusi con l’approvazione da parte di due terzi dei 192 Stati membri delle Nazioni Unite di un Trattato dai toni molto netti per la proibizione delle armi nucleari. La società civile a livello internazionale, organizzata da Ican (International Campaign to Abolish Nuelear weapons), è stata l’agente determinante che ha consentito di raggiungere questo obiettivo, ed ha preso parte attivamente ai negoziati. Il testo del Trattato, oggetto di animate discussioni che hanno prodotto varie formulazioni intermedie introducendo importanti anche se contrastati miglioramenti, è stato adottato con il voto a favore di 122 Stati, un voto contrario e un astenuto, e salutato da cinque minuti di applausi e la profonda commozione della presidente della Conferenza, la costaricense Elyane Whyte.

L’ampia partecipazione degli Stati a questi negoziati, e la lunga campagna vi ha dato origine, si basano sulla profonda sfiducia verso il Trattato di Non Proliferazione del 1970 e l’arrogante inadempienza del suo Art. VI che imponeva «trattative in buona fede per concludere quanto prima un disarmo nucleare e generale» Al contrario, da allora il numero di testate negli arsenali nucleari mondiali è più che raddoppiato da 30.000 a 70.000, e il numero di Stati dotati di armi nucleari è passato da 6 a 10 (compreso il Sudafrica che nel frattempo ha smantellato il proprio arsenale).

Questo Trattato non è ancora un accordo per procedere all’effettiva eliminazione delle armi nucleari, dal momento che gli Stati nucleari (Usa, Russia, Francia, Israele, Gran Bretagna, Cina, India, Pakistan e Corea del Nord) e i paesi della Nato, molti dei quali ospitano testate nucleari degli Stati Uniti, non hanno aderito e partecipato ai negoziati. Tuttavia resterà una pietra miliare e condizionerà comunque ogni passo futuro. Fino ad oggi esistevano trattati che stabilivano l’illegalità delle armi biologiche (1972), chimiche (1993), delle mine (1997), delle bombe a grappolo (2008), il cui uso è classificato come un crimine nel diritto internazionale. Pensiamo alle recenti strumentalizzazioni del presunto arsenale chimico di Assad in Siria, con minacce di intervento militare, ma se gli USA sferrassero un ben più devastante attacco nucleare non sarebbe finora stata possibile una denuncia di violazione del diritto internazionale. Da oggi questa denuncia sarà possibile, anche se per ora tutt’altro che automatica.

Tra i paesi Nato ha partecipato ai negoziati solo l’Olanda. E sembra essere stata una quinta colonna dell’Alleanza poiché si è opposta all’approvazione del Trattato per consenso ed ha espresso l’unico voto contrario (l’astenuto è Singapore).

Premessa fondamentale del Trattato è il riconoscimento, importantissimo in uno strumento giuridico internazionale, delle “catastrofiche conseguenze umanitarie” delle armi nucleari, e che la loro completa eliminazione “rimane il solo modo di garantire che esse non siano mai usate in qualsiasi circostanza”. L’Art. 4 suona “Verso la totale eliminazione delle armi nucleari”, e l’Art. 12 impegna gli Stati aderenti a farsi promotori del bando presso gli altri Paesi, in modo che il Trattato raggiunga l’universalità.

Il nucleo del Trattato è l’Art 1 che vieta in termini molto fermi agli Stati che vi aderiranno di: sviluppare, testare, produrre, acquisire qualsiasi dispositivo nucleare esplosivo, qualunque sia la sua potenza; trasferirli o riceverli a/da chicchessia; consentirne lo schieramento (vieta quindi esplicitamente il nuclear sharing, in base al quale l’Italia ospita circa 70 testate termonucleari statunitensi); assistere, incoraggiare o indurre chicchessia in siffatte azioni proibite. Il Trattato vieta non solo l’uso delle armi nucleari, ma anche la minaccia, negando quindi la legittimità della deterrenza che ha consentito la crescita demenziale degli arsenali nucleari durante la Guerra Fredda, e la folle corsa agli armamenti (purtroppo oggi ripresa, lo spreco più scandaloso di risorse, un affronto ai problemi drammatici del mondo.).

Il Trattato inoltre garantisce una specifica assistenza ai colpiti dall’uso o dalla sperimentazione di armi nucleari, e sancisce la necessità di bonifica ambientale (articolo 6).

Usa, Gran Bretagna e Francia hanno rilasciato una dichiarazione congiunta che “Non firmeremo, ratificheremo e aderiremo mai” al Trattato, affermando che esso “non affronta le preoccupazioni per la sicurezza che continuano a rendere che necessaria la deterrenza nucleare”. Senonché una guerra nucleare non può essere vinta e non deve mai essere combattuta, come dichiarò nel 1984 una fonte insospettabile, il presidente Ronald Reagan, ed hanno ribadito il 27 giugno scorso in una lettera aperta ai presidenti Trump e Putin personaggi di levatura internazionale, Wolfgang Ischinger, Sam Nunn, Igor Ivanov e Desmond Browne.

L’ambasciatrice Usa all’Onu Nikki Haley ha affermato: «Qualcuno pensa che la Corea del Nord eliminerebbe le armi nucleari?». Ma quale credibilità hanno gli Usa per sostenere la non proliferazione, quando hanno finanziato un colossale programma trentennale di modernizzazione di queste armi di ben mille miliardi di dollari?. La “resistibile” ascesa nucleare della Corea del Nord ha cause che risalgono al voltafaccia di Bush Jr. rispetto all’Agreed Framework del 1994.

Il nuovo Trattato costituirà in qualsiasi caso una pietra miliare, generalizzerà e rafforzerà la consapevolezza e la pressione dell’opinione pubblica (i media non potranno perpetuare l’ignobile cortina di silenzio che hanno steso sui negoziati, e ora sul Trattato.), eserciterà inevitabilmente un’influenza sui governi ora refrattari e condizionerà la loro azione. I trattati che hanno messo al bando le armi biologiche e chimiche, le mine e le bombe a grappolo hanno dimostrato come armi in precedenza accettate sono ora rifiutate dalla comunità internazionale. Questo Trattato sarà un forte strumento nelle mani degli Stati non nucleari nelle prossime scadenze, come la Conferenza dio Riesame del Tnp del 2020.

Vi sono nel Trattato anche delle ombre, che comunque non possono appannare il valore storico di questo risultato. I contrasti, anche forti, che vi sono stati mostrano che questo Trattato è il risultato migliore che si poteva ottenere nelle condizioni presenti. I maggiori contasti sono stati sull’Art 17, che dà la possibilità ai Paesi aderenti di recedere dal Trattato in caso di «eventi straordinari legati all’oggetto del trattato» che ne abbiano «compromesso gli interessi supremi». La società civile che ha partecipato ai negoziati, sostenuta da molti Stati, si è opposta strenuamente a questa clausola, considerandola giustamente un controsenso, ma un blocco di Stati intransigenti ne ha impedito l’eliminazione: una guerra nucleare non può essere in ogni caso una risposta, non potrebbe essere “vinta” e i suoi effetti sarebbero deleteri per l’umanità intera, per cui gli obblighi del Trattato dovrebbero essere assolutamente vincolanti.

Un limite è anche di continuare ad insistere sul diritto degli Stati di sviluppare le tecnologie nucleari per usi civili, che ormai si sono dimostrate la porta per accedere alle tecnologie militari, poiché il dual-use è la caratteristica intrinseca e ineliminabile di questa tecnologia.

Un ulteriore appunto che mi sento di muovere è che non è stata accettata né considerata la proposta che era stata avanzata da rappresentanti italiani e francesi della società civile di estendere una definizione generale di “dispositivo nucleare esplosivo” a “qualsiasi tipo di arma la cui esplosione sia dovuta a un processo di fissione o fusione nucleare qualsiasi sia la potenza” dell’arma che si ottiene: non era una questione di lana caprina, anche se molto specialistica, perché nei laboratori militari sono in corso ricerche per realizzare micro-esplosioni tramite la fusione nucleare di minime quantità di nuclei leggeri senza la necessità di innescarla con l’esplosione di una bomba a fissione, che necessita della presenza di una massa critica di plutonio. La Convenzione che vieta le armi biologiche è attualmente messa a rischio da progressi delle biotecnologia che erano impensabili nel 1972.

Il Trattato sarà aperto alle firme il 20 settembre, ed entrerà in vigore entro 90 giorni da quando sarà ratificato da 50 Paesi. Esso prevede la prima revisione ufficiale 6 anni dopo l’entrata in vigore, ma emendamenti, secondo l’art. 10, possono essere proposti e fatti circolare in ogni momento. Essi possono essere approvati dalle riunioni degli Stati aderenti e dalle Conferenze di revisione con una maggioranza qualificata di 2/3. Gli emendamenti entrano in vigore dopo che la maggioranza degli Stati aderenti al momento dell’adozione depositano la ratifica.

Il compito più urgente per le reti organizzate in Ican è ora la campagna per le firme e le ratifiche. Il gruppo internazionale di Parlamentari che hanno preso parte ai negoziati ha elaborato un documento programmatico per coordinare le pressioni sugli Stati per la firma e la ratifica del Trattato. Nel Parlamento italiano giacciono in proposito 4 mozioni, di orientamento diverso: la loro discussione era prevista alla fine di giugno, ma poi è stata spostata e non si sa quando verrà calendarizzata.

C’è da augurasi che i principali quotidiani e notiziari nazionali rompano finalmente l’ignobile congiura del silenzio (perché non si promuove un mail bombing sui Direttori delle testate?), e che la consapevolezza e la volontà dell’opinione pubblica crescano, esercitando una pressione crescente sul nostro governo perché aderisca alla campagna che da questo storico momento si impegnerà per eliminare le armi nucleari dalla storia.

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L’autore: Angelo Baracca è stato professore di Fisica e di Storia della fisica all’Università degli Studi di Firenze. In particolare si è occupato di energia e di disarmo nucleari, come testimoniano i volumi, pubblicati con Jaca Book, A volte ritornano: il Nucleare (2005); L’Italia torna al nucleare (2008) e SCRAM. Ovvero la fine del nucleare (2011). Collabora da oltre 20 anni con la facoltà di Fisica dell’Università dell’Avana, a Cuba, che lo ha portato a una ricostruzione dello sviluppo scientifico straordinariamente avanzato di questo Paese (v. A. Baracca e R. Franconi, Subalternity vs. Hegemony, Cuba’s Outstanding Achievements in Science and Biotechnology, 1959-2014). Sempre per Jaca Book ha appena pubblicato il saggio divulgativo Storia della fisica italiana. Un’introduzione