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Conto alla rovescia per Tsipras

Il premier greco Alexis Tsipras

Ce la farà Alexis Tsipras a finire il suo mandato fino all’autunno del 2019 oppure sarà costretto a cedere prima le armi e proclamare elezioni anticipate? La questione è dibattuta all’interno del partito della sinistra greca Syriza. È vero che nel settembre 2015 il dolorosissimo compromesso raggiunto dal premier con i creditori fu approvato dagli elettori. Due anni dopo però le cose sono cambiate. Il conto è stato più salato del previsto, grazie alla teutonica determinazione di Berlino di schiacciare senza pietà qualsiasi focolaio di insubordinazione all’interno dell’eurozona. In primavera sono stati approvati nuovi tagli alle pensioni, che entreranno in vigore dal 2019, mentre sono rimasti lettera morta i solenni impegni dei creditori di alleggerire il debito greco. Per Atene alleggerire il peso del debito è questione di vita o di morte. In termini assoluti si tratta di una inezia, circa 330 miliardi, ma rappresenta circa il 180 per cento del povero Pil del Paese. Il semplice annuncio di un deciso taglio o di un prolungamento delle scadenze a tassi favorevoli, aprirebbe la strada all’acquisto di bond greci dalla Banca centrale europea, una pioggia di liquidità sul desertico mercato greco. Ma la destra tedesca si oppone: nessuna concessione agli “scrocconi e sfaticati” del sud Europa. Perché i debiti dei greci sono pochi, ma quelli degli italiani sono molti di più e se si apre la strada… Eppure, dopo cinque anni di precipitosa caduta, con la perdita di quasi il 26 per cento del suo valore, il Pil greco ha cominciato a dare timidissimi segni di vita. L’anno scorso ha registrato un significativo segno più davanti allo zero virgola e lo stesso è avvenuto il primo trimestre di quest’anno.
La stagione turistica è partita alla grande e promette di battere ogni record, con più di 30 milioni di visitatori. Non solo valuta preziosa, visto che oramai il turismo rappresenta il 20 per cento dell’economia, ma anche posti di lavoro estivi (400 euro al mese) e anche entrate fiscali per lo Stato. L’epoca in cui le imposte le versava solo chi non poteva evadere sembra finita. L’apparato di riscossione, quasi del tutto smantellato dai precedenti governi di destra, è stato reso più efficiente e molto meno sensibile alle sistemazioni sotto banco da parte dei potenti. Il 2016 ha segnato un avanzo primario nelle entrate dello Stato del 3,4 per cento, quando le più ottimistiche previsioni della Commissione europea parlavano di meno della metà. Tra qualche mese il Pos per Bancomat e carte di credito diventerà obbligatorio per tutti gli esercizi…

L’articolo è tratto dal numero di Left in edicola


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Datemi un’auto elettrica e farò respirare il mondo

Pechino, Cina

ntónio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, ne è convinto: «Il treno della sostenibilità ha lasciato la stazione». Ma, sostengono Christiana Figueres, leader di Mission 2020, e un gruppo internazionale di suoi colleghi, quel treno ha solo tre anni per raggiungere la sua destinazione. L’uno e gli altri, Guterres e il gruppo Figueres, si riferiscono ai cambiamenti climatici e, in particolare, all’obiettivo fissato a Parigi nel dicembre 2015: contenere l’aumento della temperatura media del pianeta ben al di sotto dei 2° C, possibilmente entro gli 1,5° C rispetto a quella che il mondo aveva prima dell’epoca industriale.
António Guterres ha ragione, perché i segnali positivi degli ultimi anni sono molti e niente affatto trascurabili. In primo luogo le emissioni di carbonio si stanno disaccoppiando dalla produzione di ricchezza. Da tre anni le emissioni globali di origine antropica, sono stabili, mentre l’economia del mondo è cresciuta al ritmo del 3,1% l’anno. Solo tre altre volte negli ultimi 40 anni – ricorda su Nature la stessa Figueres – le emissioni non erano cresciute prima d’ora: nei primi anni 80, nel 1992 e nel 2009. Ma in tutti questi casi la diminuzione delle emissioni si era verificata in occasione di una caduta dell’economia. È la prima volta che gli sversamenti in atmosfera di gas serra diminuiscono nonostante l’economia cresca. Buon segno, certo. Anche perché vengono proprio dai due colossi dell’inquinamento mondiale: Cina e Usa. Negli Stati Uniti lo scorso anno le emissioni sono diminuite del 3%, mentre il Pil è aumentato dell’1,6%. Anche in Cina le emissioni sono diminuite, di un buon 1%, nonostante l’economia sia cresciuta del 6,7% e la domanda di elettricità sia aumentata del 5,4%. La spiegazione è semplice: la nuova domanda di elettricità è stata soddisfatta per i due terzi da fonti rinnovabili e carbon free. L’Europa non è da meno: il 75% della nuova domanda di energia è stata soddisfatta da fonti pulite, mentre il carbone – la fonte che più di ogni altra produce biossido di carbonio – è diminuito di un secco 10%. Tutto questo dimostra che la green economy sta già funzionando. Produce ricchezza e genera posti di lavoro.
Anche le previsioni per il futuro sembrano rosee. Alla fine del 2015 le fonti rinnovabili e carbon free ci hanno dato il 23,7% dell’energia elettrica prodotta nel mondo. Secondo l’International energy agency (Iea) questa quota potrebbe salire anche al 27% entro il 2020. Secondo un recente rapporto della Carbon Tracker, le sole auto elettriche potrebbero farci risparmiare due milioni di barili di petrolio al giorno entro il 2025 e addirittura 25 milioni di barili entro il 2050. L’Iea calcola che gli sforzi per tentare di bloccare i cambiamenti climatici faranno crescere l’economia mondiale di 19.000 miliardi di dollari. E che anche solo applicando gli accordi di Parigi, il Pil mondiale aumenterà di 13.500 miliardi di dollari da qui al 2050….

L’articolo prosegue sul numero di Left in edicola


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Liste civiche ma con metodo, il caso Padova

PADOVA, ITALY - FEBRUARY 15: A view of 'Piazza delle Erbe' next to the Antonio Ferrari restaurant on February 15, 2017 in Padova, Italy. The restaurant offers a 5% discount off the total food bill if children are well behaved throughout their lunch or dinner. (Photo by Awakening/Getty Images)

Quando ho visto le mie professoresse del liceo con la maglietta arancione in piazza, ho pensato che sì, la cosa poteva davvero funzionare». Arturo Lorenzoni sorride quando ricorda l’entusiasmo delle sue insegnanti ormai in pensione da anni e poco interessate alla politica. Il caso Padova, emerso come felice eccezione (insieme a Lecce) nella disfatta generale del centro sinistra alle amministrative, è dovuto in buona parte a questo cinquantenne professore universitario (insegna Economia dell’Energia), candidato sindaco della Coalizione civica. L’esperienza veneta di rappresentanza politica nata dal basso, citata di sfuggita anche da Giuliano Pisapia nella reunion di Campo progressista dell’1 luglio, ha portato al successo un centrosinistra diverso dalla “formula tradizionale”, come ha fatto notare il filosofo Umberto Curi, anche lui mobilitato contro la Lega e il “sindaco sceriffo” Massimo Bitonci. «Nella città veneta è andata in scena una politica innovativa» scrive ancora Curi, fatta di tre elementi: i soggetti, il metodo e i contenuti. Coalizione civica è arrivata terza al primo turno ma – e qui sta la novità – non si è accontentata e ha fatto un apparentamento con l’altra lista civica del centrosinistra di Sergio Giordani, per cui al ballottaggio la Lega è stata battuta e i “civici” hanno ottenuto così 9 consiglieri, 4 assessori, con Lorenzoni vicesindaco.

L’articolo di Donatella Coccoli prosegue sul numero di Left in edicola


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Foucault, longevità di una impostura

Michel Foucault 1977

 Tra tutti i filosofi francesi sulla cresta dell’onda negli anni Sessanta e Settanta «lui è quello che ha avuto maggiore fortuna critica», nota Jean-Marc Mandosio in Longevità di una impostura: Michel Foucault, puntuale e sferzante saggio che Oltralpe ha fatto molto discutere e che ora esce in Italia  pubblicato da Enrico Damiani. Dopo essere stata il punto di riferimento per il Maggio francese la sua opera «ha conosciuto una seconda giovinezza con l’infatuazione dei docenti americani per la French Theory» e poi  ha ispirato una lunga schiera di epigoni, alcuni – come vedremo – a dir poco imbarazzanti per un pensatore che si dice progressista. Ciò che colpisce lo studioso e polemista Mandosio è anche l’intoccabilità della sua figura diventata nel giro di pochi anni quasi un oggetto di culto.

Un consenso unanime e acritico, denunciaMandosio, circonda Foucault nonostante le sue numerose giravolte politiche, nonostante la dissociazione che mina i suoi scritti e il nihilismo che li abita. «Citazionista disinvolto», «banderuola opportunista», «sofista incoerente e irresponsabile». Così lo definisce il docente della Sorbona in questo suo acuminato pamphlet, argomentando con dati e fatti alla mano. Resta però un mistero: se la costruzione filosofica foucaultiana «è una deliberata invenzione» che sulla scorta di Heidegger arriva a negare l’esistenza di una natura umana universale, se il suo pensiero anti identitario contesta ogni tentativo di ricerca della verità, perché è diventato un santino della sinistra?

«Foucault ha saputo presentarsi come un pensatore che ha “rivoluzionato” tutto, dalla storia della follia alla teoria del potere, dall’epistemologia, alla storia della sessualità, mentre si è sempre mantenuto in sintonia con le mode intellettuali del tempo: fenomenologia negli anni 50, strutturalismo negli anni 60, maoismo dopo il 1968, antitotalitarismo dopo l’arrivo di Solženicyn, per finire con gli “esercizi spirituali” e la scoperta del liberalismo economico negli anni di Thatcher e Reagan. Sicché in Foucault c’è di tutto per tutti», dichiara Mandosio a Left. Sottolineando che «Foucault è la figura più compiuta che ci sia di anti-istituzionalismo istituzionale». Le sue opere sono raccolte nella collana della Pléiade che accoglie solo classici, e le sue carte sono state dichiarate “tesoro nazionale” dallo Stato francese nel 2012. «Perciò rivendicare Foucault – chiosa l’autore di Una lunga impostura – offre un doppio vantaggio: quello del finto radicalismo (i foucaultiani parlano spesso del “rischio” che si corre a pensare con Foucault), temperato dal riconoscimento accademico che fa di Foucault una carta vincente». Il risultato? «Chi critica Foucault è quindi automaticamente messo fuori gioco. Ciò permette di fare come se le critiche, numerosissime sin dagli anni Sessanta sui diversi aspetti dell’opera di Foucault, non esistessero.

L’intervista di Simona Maggiorelli aJean-Marc Mondosio prosegue sul numero di Left in edicola


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Salva-banche, il fallimento del mercato e la bufala del bail-in

Le nuove banconote da 20 euro a margine dell'inaugurazione dell'esposizione 'La Banconota delle idee: creatività, sicurezza e tecnologia', Roma, 25 novembre 2015. ANSA/CLAUDIO ONORATI

La soluzione alla crisi delle due banche venete mostra, ancora una volta, la distanza abissale che separa il disegno culturale e ideologico che sottende l’Unione Europea, e al suo centro l’unione monetaria, dalla realtà dei fatti, che tale disegno quotidianamente smentisce. Il disegno, è noto, assegna al mercato una assoluta centralità e dominio, lungo praticamente ogni dimensione del funzionamento delle nostre società. Si è approvato il “bail-in” per le banche: significa che le crisi bancarie non vanno più risolte con l’intervento dello Stato, cioè con i soldi dei contribuenti, ma vanno fatte pagare a coloro che nella banca hanno investito o alla quale hanno affidato i propri soldi: i sottoscrittori di azioni della banca, oppure di obbligazioni e, oltre un certo limite, anche i titolari di conti correnti. Si è sbandierato che questo è l’unico modo veramente efficace per “disciplinare” i manager delle banche. Azionisti, obbligazionisti e correntisti, sapendo che in caso di crisi saranno chiamati a pagare, si guarderanno bene dal dare i propri soldi a banche con manager inetti o truffaldini, li affideranno solo ai bravi e agli onesti, e in ogni caso controlleranno strettamente il loro operato. Così le banche funzioneranno bene, le crisi bancarie scompariranno e non si spenderanno più soldi pubblici per salvarle. Ma è una bufala. Azionisti, obbligazionisti e correntisti non hanno né le informazioni né gli strumenti istituzionali per controllare i manager e mandarli a casa nel caso sgarrino. Dei manager bancari sono sempre stati preda e, così stando le cose, continueranno a esserlo.
Ecco dunque che, nei fatti….

L’articolo di Ernesto Longobardi prosegue sul numero di Left in edicola


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Scene di guerra in Egitto. Autobomba nel Sinai: 40 morti

Il giorno di guerriglia più sanguinoso dell’anno. Il bilancio è quello tragico di uno Stato in guerra, anche se l’Egitto ufficialmente non lo è: 40 morti tra i miliziani dello Stato Islamico, 23 tra le fila dei soldati dell’esercito regolare di Al Sisi. I militari pattugliavano la zona nord orientale del deserto del Sinai. L’autobomba è esplosa al valico del compound di Al Barth. Si è consumato ieri l’attacco più letale dell’anno contro le divise del Cairo, dove oltre venti soldati hanno perso la vita.

I takfiri, come i soldati neri di al Bagdadi vengono chiamati in Egitto, indossavano divise dell’esercito quando sono arrivati a bordo dei fuoristrada aprendo il fuoco e uccidendo, tra gli altri, membri delle forze speciali e il colonnello del loro battaglione, Ahmed el Mansi. Per questo attentato, rivendicato da un’ala affiliata allo Stato Islamico nel Sinai, l’esercito egiziano ha risposto a poca distanza dal compound, sito nel cuore di una roccaforte dell’IS.

A sud di Rafah i soldati hanno così aperto il fuoco contro i miliziani, almeno 40 hanno perso la vita durante la battaglia. La presenza degli islamisti a ovest e sud di Rafah, intorno alla città di Sheikh Zuweid, è massiva come nell’area del Sinai sita intorno alla città di el Arish. E’ ancora in vigore nella zona desertica dell’Egitto lo stato di emergenza proclamato da Al Sisi nell’ottobre del 2014, mese in cui 30 soldati egiziani persero la vita in un singolo attacco.

Stalking: Ester, Sara e le altre vittime non per caso

Il pericolo di una depenalizzazione dello stalking sembra sventato. Dopo l’allarme lanciato da sindacati e centri anti-violenza, il ministro della Giustizia, Orlando, si è detto disposto a rivedere l’articolo 162 ter, contenuto nella recente riforma del codice penale, in base al quale lo stalking rientrerebbe tra i reati estinguibili per condotte riparatorie.
In parole semplici, un uomo che avesse perseguitato, molestato, minacciato una donna in modo grave, tanto da arrivare davanti a un giudice, potrebbe evitare la pena dimostrando di aver messo in atto «le restituzioni o il risarcimento» tali da eliminare «il danno cagionato dal reato» e perfino «le conseguenze dannose e pericolose del reato» stesso (le citazioni sono ovviamente dal testo del famigerato articolo 162 ter). La valutazione finale, «dopo aver sentito le parti e la persona offesa», starebbe naturalmente al giudice, anche per quanto riguarda la congruità dell’eventuale risarcimento. Il reato verrebbe estinto e, per eliminare ogni ingiustizia, per i meno abbienti è previsto il pagamento in comode rate.
Il caso ha voluto che pochi giorni prima che la riforma venisse approvata, l’oncologa abruzzese Ester Pasqualoni fosse stata brutalmente uccisa dall’uomo che la perseguitava da quattro anni, e che subito dopo si è suicidato. La donna lo aveva denunciato due volte, ma entrambi i procedimenti erano stati archiviati. Questo ennesimo tragico caso di morte annunciata ricorda, se ce ne fosse bisogno, che un comportamento persecutorio può sfociare nel massimo della violenza, tanto che la legge prevede che nei casi di femminicidio lo stalking venga perseguito anche in assenza della querela, altrimenti necessaria, da parte della persona offesa. Il dramma di Ester Pasqualoni dimostra, soprattutto, che spesso la gravità degli atti persecutori può non apparire evidente neanche a chi amministra la giustizia. Le vittime poi, si sa, troppo spesso giustificano i loro persecutori perché li pensano mossi da un sentimento, il più delle volte dalla gelosia. Lo si sente in televisione, lo si legge sui giornali.
Ogni due giorni, nel nostro Paese, una donna muore uccisa da un uomo con il quale in genere ha avuto un lungo, intimo rapporto. Un rapporto che ha finito, evidentemente, per ammalarsi così gravemente da arrivare all’omicidio. E nemmeno le recenti leggi sullo stalking e sul femminicidio hanno avuto per ora l’effetto di prevenzione che le aveva ispirate: sono leggi intrinsecamente contraddittorie, si è detto, e soprattutto la loro interpretazione e applicazione è tutt’altro che automatica. In ogni caso è chiaro che non ci possiamo permettere il minimo passo indietro….

L’articolo è tratto dal numero di Left in edicola


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Il genocidio silenzioso. Oltre sei milioni di morti in Congo in 20 anni, nell’indifferenza dei media

© congojustice.org

Nella Repubblica Democratica del Congo è in atto un genocidio da oltre 20 anni, nel silenzio generale dei media: Nel giugno scorso l’Onu ha avviato un’inchiesta internazionale sulle violazioni dei diritti umanidopo che negli ultimi mesi si sono susseguite violenze e attacchi militari contro le milizie anti governative, soprattutto nel Kasai e nelle altre regioni minerarie più interne e poco accessibili.

L’inchiesta internazionale sulle violazioni dei diritti umani nella Repubblica democratica del Congo è stata disposta dall’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Zelda Ra’ad Al Hussein, il 6 giugno a Ginevra, dopo i numerosi ritrovamenti di fosse comuni nel Kasai. Il conflitto si è intensificato dopo che che il leader tribale Kamwina Nsapu è stato ucciso dai soldati congolesi nell’agosto del 2016. In meno di un anno per sfuggire agli scontri armati tra le forze dell’ordine e i ribelli gli sfollati hanno raggiunto il milione.

Il quadro della situazione è disumano. Nel Paese è in atto una vera e propria emergenza umanitaria, con almeno 400.000 bambini a rischio di morte per fame. Tra maggio e giugno sono state scoperte 42 fosse comuni per oltre 400 morti. Tra di essi anche due funzionari dell’Onu inviati in Congo e scomparsi il 12 marzo. Solo allora la Farnesina ha diffuso un comunicato sull’aggravarsi della situazione nella Repubblica del Congo.

Il direttore dell’associazione Anpil  (presente in Congo dal 2007)  Massimiliano Salierno, ha raccontato così la situazione ai microfoni di Radio Vaticana: «Il problema attuale del Congo è la successione alla presidenza. Al momento ricopre il ruolo Kabila, figlio dell’ex presidente congolese che ha terminato il suo mandato nel dicembre dello scorso anno, ma non ha alcuna intenzione di lasciare il potere, quindi questo crea una grandissima tensione. Le elezioni  che si dovevano tenere non si sono ancora svolte. C’è anche un tentativo da parte del presidente Kabila di cambiare la Costituzione per consentirgli di avere un ulteriore mandato presidenziale. Da qui nascono gli gli scontri che, purtroppo, stanno insanguinando la regione». La denuncia di Salierno spiega il motivo per cui le violenze si svolgono soprattutto nel Kasai, una regione storicamente in contrasto con il potere della capitale, tenuta sempre sotto controllo e repressa.

Ma già a metà febbraio in rete circolava un video in cui i militari sparano su civili disarmati. Molti volontari italiani in fuga hanno rischiato la vita. Il Fatto Quotidiano ha raccolto testimonianze audio e video dal posto. Don Jeanot Mandefu a giugno ha raccontato: «I soldati sono entrati all’università e hanno rastrellato gli studenti». Cosa che la presidente del COE Scandella interpreta così: «Verrebbe da pensare che il motivo sia quello di far fuori quanti più giovani possibile in una regione scomoda perché si oppone al potere centrale». Le immagini di violente uccisioni, di corpi massacrati e ammassati nelle fosse comuni  hanno incontrato un agghiacciante silenzio mediatico. Pochissimi giornali parlano della situazione drammatica in cui versa il Kasai, ma sul web circolano alcune foto e video del genocidio.

Il Congo è una terra ricchissima di materie prime e quindi la guerriglia non è scatenata solo da problemi di natura politica, ma anche dagli interessi economici che ruotano intorno alle concessioni per sfruttare il sottosuolo, alimentando corruzione non solo dentro il Paese. Molte risorse naturali congolesi sono sfruttate nelle economie occidentali, non solo nel settore automobilistico e aerospaziale, ma anche nell’high-tech. Basti pensare al coltan (columbo-tantalite), un elemento essenziale nella fabbricazione dei componenti elettronici di tv, pc, smartphone.

Il governo congolese utilizza il caos che domina il Paese per rimandare all’infinito le elezioni, con buona pace dell’“accordo di San Silvestro”, con cui maggioranza e opposizione avevano concordato un anno di transizione ed elezioni entro la fine del 2017. «Ma tutte le fasi stabilite dall’accordo non vengono rispettate dal governo. Alcune fonte denunciano gli Stati Uniti di appoggiare le milizie ruandesi e le dittature che crescono nel Congo, che alimentano una sempre maggiore povertà, l’aumento del tasso di Aids (che ha raggiunto il 20% della popolazione nelle province orientali) a causa dei continui stupri, le epidemie e gli spostamenti di massa che derivano da condizioni di vita impossibili. Una guerra che dal 1996 ad oggi ha già fatto 6 milioni di morti, la metà dei quali sono bambini, come racconta il documentario video realizzato da Congo justice.

A Cipro la riunificazione non s’ha da fare. Salta l’accordo tra greci e turchi

© EPA/KATIA CHRISTODOULOU

Nessun accordo raggiunto per Cipro, l’isola divisa a metà da oltre quarant’anni. Chi sperava nella riunificazione, come i residenti, molti turchi e greci, e tutti i membri della delegazione coinvolta, rimarranno delusi.

In Svizzera, dove si teneva il meeting per trovare una soluzione per la riunificazione dell’isola mediterranea, gli accordi sono falliti questa mattina molto presto tra il presidente dei greci ciprioti Nicos Anastasiades e il leader dei turchi ciprioti Mustafa Akinci, proprio come non sono stati trovati negli anni precedenti, a partire dal lontano 1974.

I diplomatici hanno riferito che i turchi erano pronti a concedere troppo poco alla comunità greca che richiedeva il ritiro totale delle truppe di Ankara dall’isola, mentre i greci ciprioti erano disponibili a rispondere alle richieste turche sulla rotazione alla presidenza, altra questione chiave per la riunificazione.

Antonio Guterres, segretario generale ONU, ha dichiarato in conferenza stampa: «Sono molto triste nel comunicarvi che, nonostante il forte impegno e coinvolgimento, con le delegazioni di diversi partiti, la conferenza su Cipro è terminata senza raggiungere alcun risultato». Guterres ora è atteso per un ‘incontro con Trump per il G20 ad Amburgo.

Consigli (non richiesti) per non chiudersi a riccio. A sinistra

Faq per non chiudersi a riccio

Il discrimine è il no al referendum?

Va bene. Sono d’accordo. Allora però hanno votato no, a sinistra, anche D’Alema e Bersani, Speranza e Scotto e tanti altri che riempivano la piazza dei Santi Apostoli, in cui ha parlato Onida, che ha sostenuto e votato no.

Sì, ma io il Pd non l’ho mai votato.

Ricordiamo che in passato sono successe molte cose. In un governo Prodi erano ministri Ferrero e Gentiloni, insieme. Vendola era alleato di Bersani e fece le primarie con Renzi. La lista Ingroia, in cui era candidata Anna Falcone, non raggiunse il quorum.

Parliamo di programma.

Brancaccio e Apostoli hanno parlato di articolo 18, progressività, financo di patrimoniale. Poi, certo, sarebbe interessante capire che tipo di impianto complessivo e quali misure specifiche, ma una settimana fa il discrimine era l’articolo 18. Oggi? Davvero vale la pena cercare il discrimine senza avere ancora ascoltato i programmi? Perché il discrimine sulle intenzioni, quello, anche no.

Intanto c’è anche chi quel programma lo sta scrivendo punto per punto, e non solo scrivendo i titoli ma anche gli svolgimenti. Per questo il lavoro da fare è soprattutto un Manifesto a disposizione di tutti per un confronto nel merito che parli di “cosa” e non di “chi”. Probabilmente sarà più facile ritrovarsi e soprattutto non perdersi.

Buon venerdì.