Home Blog Pagina 892

Stregati dalle Otto montagne di Cognetti

Il nostro critico Filippo La Porta è stato severo con lui, scrivendo che Le otto montagne di Paolo Cognetti (Einaudi) gli aveva suscitato in eguale misura ammirazione e noia. “Ammirazione perché questa storia di neve, rocce e sassi squadrati è nata dalle viscere dell’autore, e perché per essere moderni non occorre parlare di smartphone, computer e ipermercati. Qui l’autore riversa tutto il suo amore per la montagna da quando i genitori decisero di andare a vivere vicino al Monte Rosa ( poi da lì deciderà di visitare quasi in pellegrinaggio le 8 montagne più belle del mondo). Noia perché è un libro che, nella sua indubbia sincerità, trasuda retorica. All’inizio vediamo i genitori del protagonista, Pietro, un ragazzo solitario, in una Milano anni ’70 con scontri di piazza e case popolari sovraffollate. Non ne possono più, della metropoli e del logorio della vita moderna”. E poi rincarando la dose: “Infatti si trasferiscono nel paese di Grana, dove un “mondo artico” incombe sui pascoli estivi. Il padre subisce una metamorfosi: quando torna la sera dalle sue lunghe passeggiate, impolverato e bruciato dal sole, è “stanco e felice”, anche se odia gli sciatori, perché è offensivo scendere per la montagna senza la fatica di salirci. Quando si mette sulle sue ginocchia il figlio lo trova “allegro e loquace, tutto l’opposto del padre di città”. Ed è lì che anche il figlio scopre la sua vocazione per la montagna, che poi lo porterà fino sul Tibet. Lassù in alto infatti non ci sono “Padroni. Eserciti. Preti. Capi reparto…”. Romanzo di formazione, poiché la montagna è un sapere e uno stile di vita. E anche la storia di un’amicizia intensa, tra Pietro e Bruno, che si siedono al tramonto con mezzo litro di vino rosso a rievocare la loro infanzia.Verso la fine entra in scena una camoscia ammazzata da due perfidi cacciatori: scuoiata e decapitata “sembrava molto più piccola adesso”. Va bene, Gide si sbagliava, la letteratura si fa anche con i buoni sentimenti, però lo scheletro di Bambi che penzola dal ramo dell’albero no, vi prego!”.
Per certi versi, difficile non dargli ragione. Ma da lettrice che non ama la letteratura di montagna, che anzi alla contemplazione della natura è del tutto refrattaria, devo ammettere che Cognetti riesce a comunicare qualcosa che va al di là della trama, forse un po’ prevedibile, del romanzo. Ci riesce non per una celebrazione esornativa del paesaggio, ma per come racconta in profondità i rapporti umani e la separazione, come coraggiosa scelta di guardare  l’altro da lontano per cercare di conoscerlo… Così dopo la morte del padre il protagonista, Pietro – che a trent’anni e passa si accorge di aver fatto scelte diversissime da lui – si mette sulle sue orme per ricostruirne le mappe di viaggio in montagna. Come un perfetto sconosciuto, ma con profondo desiderio di sapere. E’così che un padre e un figlio – nella memoria viva di quest’ultimo – smettono di essere tali e diventano compagni di cordata. E’ così che la natura è solo un termine astratto che usano i cittadini mentre per chi abita la montagna essa parla con una lingua viva fatta di ruscelli, pietre, rovi . Il punto è cercare la parola giusta, parole che non sono pietre, che non sono ciottoli vuoti. Per chi vuol sentirle risuonare c’ è questa prosa limpida,  forse naif, ma dotata di una schiettezza irresistibile. Che finalmente fa riscuotere a Cognetti il successo che avrebbe meritato una delle sue opere più vere e vibranti, Sofia si veste sempre di nero.
Ecco il video della presentazione del libro di Paolo Cognetti organizzata dalle Biblioteche di Roma a cui abbiamo partecsipato

Gas e petrolio alle aziende russe che esportano mercenari in Siria

Le aziende russe che forniranno servizi in Siria saranno pagate in gas naturale e petrolio. La Evro Polis, per esempio, riceverà il 25% di petrolio e gas prodotto sul territorio riconquistato allo Stato Islamico.  Uno dei primi a dare la notizia è stato il sito Fontanka.ru.

Due compagnie hanno già beneficiato di questa nuova policy: la Evro Polis, che riceverà profitti da petrolio e gas dispiegando contractors sul territorio e la Stroytransgaz, a cui andrà una miniera di fosfato, in precedenza sotto controllo dei militanti dello Stato Islamico.

Questi accordi, stretti con il governo siriano, «sono incentivi per le compagnie russe affiliate alle agenzie di contractors», che secondo i dati hanno 2500 persone dispiegate sul terreno contro lo Stato Islamico nei dintorni di Palmira.

La Evro Polis, scrive sempre Fontanka, collabora con l’agenzia di contractors Wagner, sotto inchiesta al tempo delle sanzioni contro la Russia per aver spedito mercenari in Ucraina.

«Il Cremlino ha una nuova arma contro lo Stato Islamico in Siria» scrive Andrew Kramer sul New York Times ed «è il profitto». Gli incentivi che verranno dati alle agenzie di contractors che decideranno di lavorare in Medio Oriente contro gli islamisti saranno ora in risorse energetiche naturali.

 

Repressione in Turchia: arrestata la direttrice di Amnesty International

La direttrice di Amnesty International Idil Eser è stata arrestata questa notte in Turchia, nei pressi di Istanbul, insieme ad altre 11 persone.
Con altri attivisti per i diritti umani Idil Eser doveva partecipare ad un meeting sulla sicurezza informatica. Secondo quanto riportano i media internazionali, gli arresti sono avvenuti durante il corso di un’operazione a Buyukada, un’isola vicino Istanbul.
L’organizzazione per i diritti umani ha fortemente condannato l’arresto definendolo «un grottesco abuso di potere». Il segretario generale di Amnesty Inernational, Salil Shetty ha dichiarato che «questo abuso di potere evidenzia la precaria situazione degli attivisti per i diritti umani in Turchia». E ha concluso dicendo che «Idil Eser e gli altri arrestati con lei devono essere rilasciati immediatamente e senza condizioni».
Insieme a Idil Eser sono stati arrestati altri sette attivisti per i diritti umani: İlknur Üstün, Günal Kurşun, Nalan Erkem, Nejat Taştan, Özlem Dalkıran, Şeyhmuz Özbekli, Veli Acu, il proprietario dell’albergo dove si svolgeva il meeting e due formatori stranieri, dalla Germania e dalla Svezia.
Per ora non sono state formalizzate accuse contro il gruppo di attivisti e nessuno di loro ha potuto incontrare i legali.

D’altra parte non è la prima volta che l’organizzazione per i diritti umani finisce nel mirino della polizia turca. L’ultima mossa per colpire l’organizzazione, sempre in prima linea per difendere i diritti umani e la libertà di stampa, risale a meno di un mese fa. Lo scorso 7 giugno è stato Taner Kilic, presidente di Amnesty International Turchia, a finire in carcere. Kilic era stato accusato, insieme ad altri 22 avvocati, di essere legato alla rete del predicatore islamico Fethullah Gulen, considerato da Erdogan l’organizzatore del fallito colpo di stato del luglio 2016.
Gulen è stato a lungo un alleato di Erdogan, ma a partire dal 2007 i i dissapori fra i due leader si sono fatti molto forti, fino ad essere ritenuto il responsabile del golpe contro Erdogan. Gulen, esiliato in Pennsylvania, ha sempre negato di essere l’organizzatore del golpe, ma dal luglio 2016 le persone licenziate in Turchia perché ritenuto vicine al suo movimento sono quasi 150mila.

Mancano pochi giorni all’anniversario dal golpe fallito (15 luglio 2016) e la Turchia continua a essere in stato d’emergenza, come imposto dal presidente Erdogan. A distanza di un anno la repressione di Erdogan non sembra arrestarsi, sembra anzi accentuarsi ogni giorno e fino ad ora ha portato all’arresto di oltre 40mila persone accusate di «avere legami con il terrorismo».
In Turchia il clima di sospetto e repressione sta toccando vette mai viste prima, tanto che da Strasburgo il Parlamento europeo chiede di “sospendere i negoziati di adesione con la Turchia se il pacchetto di riforme costituzionali sarà attuato senza modifiche”. Il Parlamento europeo sembra quindi fare un passo indietro, prendendo atto della repressione attuata del governo turco in risposta al tentato golpe.

Senza immigrati oggi, niente pensioni agli “italiani” tra 20 anni

L’ipotesi di chiudere porti e frontiere ai cittadini extracomunitari non è solo una questione di miopia politica e/o di carenza di umanità (che a volte sfocia in vera e propria xenofobia) delle istituzioni e dei partiti di destra e centro. Se dovesse tramutarsi in realtà potrebbe costare oltre un miliardo e mezzo l’anno alle casse dell’Inps. È stato il presidente dell’Inps, Tito Boeri, a gettare il sasso nello stagno con una simulazione resa pubblica durante la presentazione della Relazione annuale dell’Istituto nazionale di previdenza sociale di mercoledì a Montecitorio: se dovesse essere impedito l’accesso a nuovi migranti, questa “politica” fino al 2040 potrebbe costare alle casse dell’Inps 38 miliardi. In pratica, ha detto Boeri avremmo 73 miliardi in meno di entrate contributive e 35 miliardi in meno di prestazioni sociali destinate agli immigrati «con un saldo netto negativo di 38 miliardi». Insomma, ha osservato Boeri davanti al ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Giuliano Poletti, «una manovrina in più da fare ogni anno per tenere i contri sotto controllo». Le considerazioni del presidente Inps hanno scatenato il consueto vespaio di polemiche dal profilo infimo da parte dei soliti politici terrorizzati da una inesistente «invasione» (termine che ormai alcuni usano come sinonimo di immigrazione). Non riteniamo sia il caso di rilanciarle. Ci sembra invece più importante e interessante riportare le parole equilibrate che Boeri ha pronunciato durante Tutta la città ne parla la trasmissione di Radio Tre condotta da Pietro Del Soldà.
«Il tema dell’immigrazione è molto controverso, quindi suscita sempre reazioni molto sanguigne. Io però penso che sia molto importante dire la verità agli italiani» ha esordito Boeri: «Senza gli immigrati l’Inps crollerebbe, lo abbiamo dimostrato con la nostra simulazione». E per quale motivo il nostro sistema sociale fallirebbe? I problemi di fondo sono due: «Il primo è che le persone vivono più a lungo e quindi si pagano molte più pensioni rispetto a prima e così il sistema non riesce più a reggere». Il secondo è che a causa della lunga crisi economica e del calo demografico ci sono sempre meno lavoratori quindi sempre meno contribuenti. E qui arriviamo al ruolo degli immigrati. Il sistema pensionistico si regge sul fatto che chi lavora paga le pensioni di chi le riceve. «Gli immigrati che oggi lavorano stanno versando i contributi delle nostre pensioni» rimarca Boeri. Quelli che arrivano in Italia sono sempre più giovani: il numero degli under 25 che contribuisce all’Inps è passato dal 27,5% del 1996 al 35% del 2015. Si tratta quindi di 150 mila contribuenti in più ogni anno. Numeri che compensano tra l’altro il continuo calo delle nascite: «Le natalità sono sempre più in diminuzione» spiega Boeri, se anche dovessero essere approvate tutte le proposte di sostengo alla genitorialità «ci vorranno vent’anni prima che i nuovi nati comincino a lavorare».
«Gli immigrati invece sono già qui da noi e non diamo loro la possibilità di lavorare in modo regolare e quindi di pagare i contributi». Non dando agli immigrati la possibilità di lavorare togliamo quindi loro la possibilità di versare contributi. Contributi che invece potrebbero fare la differenza per la nostra economia e per il nostro sistema pensionistico. È falso poi e priva di basi statistiche l’affermazione – anche questa molto in voga specie presso la destra, estrema e non – secondo cui i lavoratori stranieri portino via il lavoro agli italiani. «Gli stranieri fanno lavori diversi, con retribuzione diverse. Studiando il fenomeno dei lavoratori stranieri si è notato che “inizialmente (i lavoratori stranieri) pagano poco perché hanno dei salari molto bassi, sono circa 2800 euro all’anno, ma poi hanno delle progressioni molto rapide e in soli dieci anni danno dei contributi importanti per il pagamento delle nostre pensioni». E qui una stoccata al fallimento delle politiche di accoglienza. «Quando arrivano i rifugiati li teniamo per due anni in centri di accoglienza in cui non sono nelle condizioni di poter lavorare e quindi di poter contribuire. Sarebbe molto più lungimirante cercare di integrare subito queste persone, di farle lavorare. Sarebbe una cosa utile per loro e sarebbe una cosa utile per i nostri pensionati». Il presidente dell’Inps pensa quindi che l’Italia dovrebbe puntare nell’integrazione nel mondo del lavoro. Un processo che certamente richiederebbe tempo e che comporterebbe dei costi, ma che è necessario. E non più procrastinabile.

Nibir, Ruz e gli altri: la carica delle nuove generazioni

In un sabato mattina di giugno a Roma una biblioteca comunale apre le porte del suo giardino ai “libri umani”. Seduti nelle loro postazioni sotto l’ombra di un albero o di un gazebo sono pronti a narrare la propria storia. Si chiamano Nibir, Ruz, Kwanza, Fioralba, Samir, Roberto, Freddy, Amarilda, Igor, ragazzi dai nomi particolari ma con un denominatore comune. Tutti di origine straniera, ma nati o cresciuti a Roma. Ecco, sono loro la Biblioteca vivente.
Elaborata dalla cooperativa milanese ABCittà, in collaborazione con Roma Capitale – Biblioteche di Roma (Roma Multietnica), il giornale Piuculture, l’associazione New Romalen e Spazio culturale Rampa Prenestina, la Biblioteca Vivente 2G ha affrontato il tema delle seconde generazioni. Pregiudizi che s’incontrano e si scontrano con scorci di autobiografie. Ogni lettore ha 30 minuti di tempo per consultare un libro umano. Ogni incontro parte da una storia e poi si trasforma, una vera e propria interazione tra libro umano e lettore. «Alla fine mi sono trovato a interessarmi anche io della vita del mio lettore», racconta Nibir, ragazzo bengalese. La sua storia parla di jeans e punjabi (il vestito tradizionale bengalese) e di tutte le volte che viene fermato dalla polizia quando lo indossa. Samir, ragazzo rom di 31 anni racconta invece il passaggio da Casilino 900 a Salone. Ed è proprio quell’indirizzo scritto sulla sua carta di identità, Via di Salone, 323 che non gli permette di trovare una casa in affitto nonostante abbia un contratto di lavoro. Freddy, capoverdiano: la sua storia inizia con il naso rotto per uno spintone di un bullo a scuola quanto aveva 14 anni. «Mi sono emozionato a fare il libro umano. In genere sono sempre io ad ascoltare gli altri, mentre questa volta erano gli altri ad ascoltare me».

Amarilda ha una storia che si scontra con la tradizione del Paese dove è nata, l’Albania. «Un paio di anni fa ho portato il mio nipotino di 6 anni in vacanza. In spiaggia ho incontrato altre due ragazze albanesi poco più grandi di me, che non ci hanno pensato due volte a mostrarmi il loro disappunto: “Amarilda, che sia l’ultima volta che porti il tuo nipotino in vacanza, tutti penseranno che è tuo figlio e non troverai mai marito”». Giovane trentenne, Amarilda cerca la propria realizzazione personale a prescindere dalla cultura del proprio Paese di origine o da quella del Paese dove è cresciuta.
Ruz è il piccoletto del gruppo, ragazzo rom di 15 anni. Jeans, maglietta bianca e un taglio di capelli alla moda. «L’anno scorso, sull’autobus, una signora iniziò a urlare contro una famiglia rom perché erano sporchi. Diceva che tutti i rom sono così. Mi sono arrabbiato tantissimo, ho iniziato anche io a gridare contro la signora e dirle: “Mi guardi anche io sono rom e sono pulito e profumato, lo vede che non siamo tutti uguali?” Dopo sono sceso dall’autobus, con ancora un po’ di rabbia dentro. Io sono nato in Italia in un campo rom, poi ci siamo trasferiti in una casa. Mio padre ha rubato nella sua vita ed è anche finito in galera» racconta abbassando lo sguardo.

«Ma a me ripete tutti i giorni che quelli sono stati degli errori e che io mi devo impegnare a studiare». Ruz ha capito l’importanza di andare a scuola ed ha appena finito il primo anno delle superiori. Kwanza ha la mamma italiana, il papà brasiliano ed è nata in Germania. Il titolo del suo libro umano è Melanina. «Un giorno un mio amico mi ha detto: ma voi neri sentite più caldo visto che avete la pelle scura?» racconta Kwanza divertita. Pregiudizi e ignoranza a volte si trovano anche in persone dalle quali meno te lo aspetti. I 2G? «Non siamo secondi a nessuno, siamo nuove generazioni», conclude Kwanza.

(Foto di Simone Zamatei ©)

 

 

L’articolo di Amarilda Dhrami è tratto dal numero di Left in edicola


SOMMARIO ACQUISTA

Renzi, il Pd e lo streaming “ma non troppo”

Ops. L’ultima direzione nazionale del Pd non è andata in streaming. Il feticcio che Renzi a tutti i costi aveva voluto importare dai propositi (del resto mai realizzati) del M5S oggi non è già più di moda. La direzione nazionale del Partito democratico sui risultati (pessimi) delle ultime elezioni amministrative si è svolta nel clima da “caminetto” che lo stesso Renzi ha perculato per mesi su tutti i giornali e in ogni ospitata tv.

Dice Renzi che la decisione è stata presa perché altrimenti «qualcuno si sarebbe alzato solo per farsi notare sapendo della diretta tv»: osservazione legittima se non fosse che lo stesso Matteo sia proprio un’invenzione televisiva di chi ha colto nella “rottamazione” il messaggio che abbracciava i cuori quando, ormai sono anni, quel piccolo sindaco di Firenze divenne simpatico a tutti per la sua volontà distruttrice.

Un personaggio televisivo che odia la televisione è un po’ come un Berlusconi che si batte per la dignità delle donne: ripensamenti tardivi e poco credibili che servono più che altro a parare le crepe evidenti piuttosto che avere un senso.

«Hanno cercato di “ammazzarmi” ma non ci sono riusciti, e anche la roba di Pisapia si è rivelata un mezzo flop, ora portiamo avanti la nostra idea di partito maggioritario e poi vediamo quello che succede alle elezioni, dove ognuno si presenterà per conto proprio, niente coalizioni pasticciate. Ora il sondaggio che ci dà più bassi, quello di Masia, ci attribuisce un 27,2 per cento. Il che significa che male che va avrò 200 deputati e un centinaio di senatori. E se il problema è quello delle liste, chi si vuole candidare lo dovrà dire apertamente e con chiarezza, senza fare giochetti». Questa è l’analisi dell’uomo che vorrebbe risollevare l’Italia. Roba da chiacchiere da bar. Analisi da bulletti traditi. E intanto l’Italia galleggia.

Bene così.

Buon giovedì.

L’identità dell’uomo e della donna

Renzi ha completato l’opera. Dopo la chiusura dell’Unità è stato tenuto il battesimo del nuovo quotidiano del Pd: Democratica. Un Pdf che viene distribuito gratuitamente in rete, firmato da Andrea Romano e dai giornalisti che già lavorano ad Unita.tv, il sito che ha sostituito due anni fa quello del quotidiano unita.it. Un quotidiano che, peraltro, non reca nemmeno la registrazione della testata né tantomeno indicazione di una registrazione in corso.
Democratica è uno strano nome per un giornale. Come se fosse necessario ribadire, nel nome, l’essere democratici. Come se fosse necessario ribadire, nel nome, di avere un pensiero che non nega la donna.
Il sospetto è che entrambe queste cose non siano più nel pensiero e nell’azione del Partito democratico ormai da tempo. Per lo meno da quando Matteo Renzi è segretario.
Renzi ha completato l’opera di distruzione del Pd. Sicuramente esso non sarà più un partito che corrisponde alla parola sinistra. Inutile girarci intorno e pensare che possa non essere così.
Anche se Franceschini riuscirà a scalzare Renzi dalla segreteria, non farà che confermare la nuova identità del partito: non più Partito democratico ma Partito democristiano.
L’idea che il pensiero religioso cristiano possa avere qualcosa da dire in termini politici è ormai un pensiero comune, direi dato per scontato in politica, da qualunque prospettiva la si guardi. È questo il grande problema della politica italiana.
È difficile, difficilissimo, trovare un esponente politico che abbia voglia di esporsi a dire “qualcosa di laico”. La Chiesa non si può contestare. Il papa non si può criticare. La politica non vuole pensare in termini critici. La politica accetta, subisce ed esegue gli ordini del papa re.
Perché “il papa è buono”. Perché “il papa dice cose giuste”. Perché “meno male che c’è il papa, almeno lui certe cose le dice…”
Quindi dobbiamo ascoltare a reti unificate l’ovvietà delle affermazioni del papa, tipo “L’ Europa deve accogliere i migranti”, “Il lavoro è importante”, “I sindacati devono difendere i lavoratori”.
Come possiamo non essere d’accordo? Diceva un commentatore su Facebook: “perché voi di Left siete contro il papa? In fondo dice cose giuste e finché sarà così io sarò d’accordo con lui”.
Va chiarito questo passaggio: noi non siamo contro il papa. Il papa è in verità solo un venditore. Lo strumento di un pensiero violentissimo, quello sì da rifiutare completamente.
Un pensiero che promette e afferma cose che non esistono (la vita dopo la morte o l’esistenza del diavolo come “persona”) affermando continue falsità sulla realtà umana.
Tanto per dirne una: il pensiero religioso dice che gli esseri umani sono spontaneamente cattivi. Il cosiddetto peccato originale. Ma se così è, inevitabile pensare che il razzismo sia naturale!
Chi ha ragione? Noi che pensiamo che gli esseri umani diventano razzisti perché hanno un problema con il diverso da sé o la Chiesa che dice che gli esseri umani sono cattivi e semmai vanno costretti a non esserlo seguendo delle regole che stabiliscono loro?
L’avevo già detto qualche settimana fa: la religione sfrutta la normale “piccola” alienazione che tutti possiamo avere in misura minore o maggiore, per insinuare il suo pensiero mortifero: la realtà umana è la sofferenza, lo scopo dell’essere umano è la morte perché dopo la morte ci sarà la vera vita, la verità umana è il rapporto con il non essere, è il rapporto con dio.
Tutto questo è falso.
La verità umana è il rapporto con gli altri esseri umani. La realtà umana che compare alla nascita (e non prima) con la comparsa della realtà psichica che si crea dalla biologia umana tramite un meccanismo di reazione alla luce, lo stimolo nuovo. La reazione è inevitabile. La nascita è inevitabile. La reazione è la pulsione di annullamento – il mondo non esiste – che diventa istantaneamente, con la vitalità della biologia del corpo, fantasia di sparizione. La pulsione viene trasformata in pensiero. Il mondo resta là dov’è ma viene messo da parte. L’annullamento diventa completo disinteresse per il mondo non umano. Il pensiero umano è tutto rivolto verso l’umano perché il mondo non umano non esiste. È annullato. Esiste solo la certezza dell’esistenza di un altro essere umano. L’essere umano nasce inetto perché non ha rapporto con il mondo non umano. Se il bufalo annullasse il mondo quando nasce come gli esseri umani sarebbe immediatamente ucciso da un predatore. Deve subito camminare, essere subito indipendente. L’uomo cammina dopo un anno di vita. Perché deve prima superare l’alienazione insita nella nascita e prendere rapporto con il mondo.
Il lettore che voglia comprendere questo pensiero affascinante legga Istinto di morte e conoscenza di Massimo Fagioli (ed. l’Asino d’oro) per capire appieno come questa dinamica spazza via ogni pensiero religioso.
Ci si potrebbe poi chiedere: questo vale per il bambino, ma per gli adulti? Qual è l’identità dell’uomo e della donna?
La risposta è apparentemente semplice. L’ho ascoltata dalla bella voce di Elena Pappagallo in un video di un convegno del 2000 all’Aula magna dell’Università di Roma “Sapienza”.
«Forse posso pensare qual è la causa della depressione. Uno strano rapporto, mortale, tra uomini e donne. Perché per un verso gli uomini non hanno mai capito che la loro identità siamo noi. E noi donne, non abbiamo mai capito, o se per una volta abbiamo capito poi non abbiamo voluto o non abbiamo avuto il coraggio di imporre agli uomini, che la loro identità siamo noi. Perché siamo noi la loro immagine interna. Se la mia colpa mi porta alla depressione penso potrò calmarmi un po’ soltanto se riuscirò a dimenticare me stessa per essere la bellezza di un uomo».

L’editoriale di Matteo Fago è tratto dal numero di Left in edicola


SOMMARIO ACQUISTA

La sinistra in ginocchio

Close view of men's hands with rosary on a dark background

Le sinistre, tutte le sinistre, sono innamorate del papa: come degli studentelli con la ragazza più bella della classe fanno a gara tra loro per mettersi in mostra ai suoi occhi, per citarne un concetto, per evocarne la grandezza. Sono divise su tutto le nostre sinistre, ma non sull’ammirazione che nutrono per il pastore cattolico venuto «quasi dalla fine del mondo». I motivi dell’infatuazione non sono facili da individuare, ad eccezione di quello, biecamente opportunistico, di citare, apprezzandolo, un personaggio popolarissimo, nella speranza che parte di quella popolarità ricada anche su chi pronunzia il complimento. Insomma, il ragionamento dei leader delle nostre sinistre finisce per essere pressappoco questo: se la gente ama il papa e io mostro di fare altrettanto, casomai la gente finisce per amare un po’ di più anche me.
Tolto questo, quali altri motivi hanno le sinistre per genuflettersi dinanzi a Francesco? Io francamente non ne trovo. Si dirà: ci sono le sue parole sui temi economico-sociali, la sua predicazione sull’ingiustizia e la sofferenza sociale. Sì è vero il papa parla spesso di questi temi, ma rimanendo rigorosamente, come è ovvio, entro i confini della tradizionale dottrina sociale della Chiesa. Si leggano alcuni discorsi di Ratzinger sulla povertà o si prendano documenti come la Caritas in Veritate (sempre di Benedetto XVI) e si ritroveranno, espresse forse con un linguaggio leggermente diverso, esattamente le stesse nozioni alle quali si riferisce Francesco. Non c’è nel pensiero sociale di Bergoglio nessuna particolare originalità teorica. E non c’è quindi niente di sinistra, niente di più di quel che vi sia sempre stato nelle parole dei papi, che si sono immancabilmente, almeno dai tempi di Leone XIII e della scoperta della “questione sociale”, riferiti alla povertà e ai poveri, alla necessità di rimediare alle diseguaglianze, all’importanza di liberarsi dall’adorazione idolatrica del denaro e dei consumi. Tutto ciò sempre in un quadro rigorosamente interclassista e auspicando al massimo la conversione spirituale di quella parte malvagia delle elites che dovrebbe cambiare atteggiamento verso i poveri e scoprire la bellezza del dono e della solidarietà. Non si trova, nelle parole del papa, nessun accenno all’opportunità del conflitto sociale o a qualche soluzione politico-organizzativa alternativa al capitalismo. Quello di Francesco è un approccio da papa, cioè essenzialmente moralistico, ai problemi sociali e politici. Il popolo che Francesco ama e benedice, il suo popolo, è quello dei pellegrinaggi e delle adorazioni eucaristiche, non quello dei cortei e delle rivendicazioni sociali….

L’articolo di Marco Marzano prosegue sul numero di Left in edicola


SOMMARIO ACQUISTA

Medici senza frontiere: Chiudere i porti ai migranti è insensato avrebbe conseguenze umanitarie inaccettabili

La chiusura dei porti italiane alle navi umanitarie cariche di migranti scampati ai naufragi, come hanno minacciato di fare nei giorni scorsi il presidente del Consiglio Gentiloni e il ministro dell’Interno Minniti, non sarebbe solo un’iniziativa in netto contrasto con le normative di diritto internazionale vigenti. Per fare il punto e capire quali ricadute “umanitarie” potrebbe avere una azione di questo tipo abbiamo rivolto alcune domande a Marco Bertotto responsabile attività di difesa di Medici Senza Frontiere. «Non capiamo se l’idea del governo di chiudere i porti agli sbarchi di migranti si tratti di una provocazione o di un’iniziativa concreta» , osserva Bertotto. «Se fosse una provocazione potrebbe avere un senso, per chiedere collaborazione e compartecipazione dagli altri Paesi europei, ma se si dovesse concretizzare provocherebbe delle conseguenze sul piano umanitario che non sono accettabili». Provocazione o no, le polemiche non si sono placate nemmeno dopo un intervento del ministro Del Rio che ha smentito la possibilità del blocco portuale. Del resto sarebbe anche in netto contrasto con le normative di diritto internazionale vigenti. Sarebbe ad esempio incompatibile con la convenzione di Amburgo del 1979, in cui è previsto che le persone soccorse in mare siano portate nel porto sicuro più vicino alla zona del salvataggio, motivo per cui le Ong trasportano in Italia tutti i migranti soccorsi nel tratto di mare fra Libia e Italia. «Il soccorso in mare – spiega a Left Bertotto – si basa sull’importanza di avere sempre delle unità navali di soccorso al centro del Mediterraneo e se si costringessero queste unità a sbarcare in altri paesi si renderebbe più difficile il viaggio per i migranti. I naufraghi che soccorriamo in mare – aggiunge – versano in condizioni drammatiche: queste persone non potrebbero sopravvivere, passando ancora giorni e giorni in mare in attesa di poter sbarcare. Se noi, con le nostre navi, dovessimo impiegare per arrivare ad un porto più lontano rispetto a quello italiano, una o due settimane, avremmo molte più navi in giro per il Mediterraneo alla ricerca di un porto di sbarco piuttosto che nelle zone di soccorso. Questo ovviamente renderebbe ancora più alto il rischio di naufragi». Gentiloni e Minniti hanno chiesto agli altri Paesi europei di rispettare gli accordi stipulati nel 2015, relativi a un ricollocamento con un sistema di quote di 160mila richiedenti asilo. L’Italia ha chiesto all’Europa di non essere lasciata sola a gestire quest’emergenza e ha lanciato l’ultimatum. Il presidente francese Emmanuel Macron ha replicato dichiarando solidarietà ai migranti che arrivano in Italia, ma ha fatto una netta distinzione tra migranti economici e rifugiati politici.

«Noi pensiamo che la distinzione fra migrante economico e rifugiato politico sia una distinzione abbastanza artificiale» sottolinea il responsabile attività di difesa Msf. «Ci sono diversi fattori che rendono quella divisione un po’ artificiale. Per dire, chi arriva come migrante economico sapendo di esserlo? Basti pensare che secondo questa definizione viene considerato migrante economico una persona che dieci anni fa è andata a lavorare in Libia e si è trovata intrappolata in un meccanismo di sfruttamento, finendo nelle mani di un trafficante, ed è stata costretta a partire, buttando via migliaia di euro, per salvare la propria vita». Questa persona può essere considerata un migrante economico? «Lo è solo perché alcuni governi ormai hanno assunto questa definizione legale, semplicemente pensando che se una persona proviene da alcuni paesi è migrante economico mentre altri, che provengono da paesi in stato di guerra sono rifugiati. La situazione è più complessa di così e quindi converrebbe abbandonare questa vecchia logica della divisione tra migrante economico e rifugiato politico». Frontex ha denunciato di aver ricevuto minacce dalla guardia costiera libica. «È successo anche alle navi di Msf. Diverse volte la Marina libica si è resa responsabile di interventi al di fuori degli standard corretti. Il 17 agosto 2016 la nostra nave Bourbon Argos è stata raggiunta da alcuni colpi di arma da fuoco. Per fortuna non ci sono stati feriti. Ma abbiamo dovuto sospendere le nostre operazioni per alcune settimane per capire se fosse stato un incidente e quali fossero le ragioni per cui era successo. C’è stata inoltre un’altra situazione simile di pericolo, il 3 maggio scorso».

Oltre agli “incidenti” in mare vanno segnalate le dichiarazioni del portavoce della Marina libica, Ayyoub Qasem. «Le Ong ostacolano gli accordi tra la Libia e l’Italia» ha detto Qasem all’Adnkronos International ed ha aggiunto: «Le cosiddette Ong, che si trovano in gran numero nel Mediterraneo, soprattutto di fronte alle coste libiche commettono aperte violazioni alla sovranità marittima libica; inoltre incoraggiano i migranti illegali». «Inutile commentare cose già sentite» dice Bertotto. «Capiamo che la guardia costiera libica abbia interessi a mantenere una certa rete di rapporti con le autorità europee. Rispettiamo queste esigenze, ma noi di mestiere facciamo le organizzazioni umanitarie e lo facciamo in modo indipendente e autonomo quindi non vogliamo nemmeno entrare troppo in questo tipo di dibattito». Il 2 luglio a Parigi si è tenuto un nuovo vertice fra Italia, Francia e Germania per discutere dell’emergenza migranti ed è stata raggiunto un accordo di “massima intesa”. Hanno partecipato Marco Minniti, Gérard Collomb e Thomas de Maiziere, i ministri dell’Interno dei tre Stati, e il commissario europeo Dimitris Avramapoulos. Al vertice si è discussa la possibilità di limitare la libertà di movimento delle navi delle Ong, vietandone l’ingresso in acque libiche. «L’ingresso in acque libiche è una circostanza eccezionale, avvenuta in alcune situazioni di emergenza» precisa il responsabile attività di difesa Msf e conclude: «In quelle occasioni avevamo notizie di rischi di naufragio all’interno delle acqua libiche e abbiamo richiesto le autorizzazioni necessarie per intervenire. Credo che il governo italiano e le autorità europee si debbano esprimere chiaramente dicendoci se davvero pensano che di fronte al rischio di un naufragio all’interno delle acque libiche sia corretto decidere di non intervenire, facendo prevalere una logica di rispetto di una regola che peraltro, anche dal punto di vista legale è opinabile, o se prevalga una stato di necessità che autorizzi il comandante comunque a intervenire».

Sud Sudan, conflitto fuori controllo: un milione di persone in fuga. Il Rapporto di Amnesty international

epa04021149 South Sudan's soldiers stand guard in Mvolo County, Western Equatoria State, South Sudan, 14 January 2014. According to local media sources, 13 men turned themselves to authorities in Mvolo claiming they are dissident fighters from the rebel forces. The United Nations says about 355,000 people have been displaced in South Sudan, where rebels headed by rebel leader Riek Machar have been fighting army units loyal to President Salva Kiir since mid-December. More than 1,000 people are estimated to have died in the conflict, which started off as a power struggle between Machar and Kiir. It has increasingly turned into a conflict between their respective ethnic groups, the Nuer and the Dinka. EPA/PHILLIP DHIL

È lo Stato più giovane del mondo ma versa già in gravi condizioni. Il Sud Sudan indipendente solo dal 2011 è nel pieno di una pericolosissima crisi umanitaria. «La più grave dopo la seconda guerra mondiale» secondo Stephen O’Brien, il sottosegretario dell’Onu per gli affari umanitari. A fare il punto è un rapporto di Amnesty International in cui sono stati elaborati i dati di una missione che si è appena conclusa. Nella sola regione di Equatoria sono ammassati quasi un milione di sfollati, si legge nel rapporto. Si tratta di persone fuggite a morte certa e ai peggiori crimini contro l’umanità legati al violentissimo conflitto armato che è scoppiato alla fine del 2013 tra le milizie del vicepresidente pre-secessione e le forze dell’Esercito di Liberazione del Popolo di Sudan, fedeli al presidente Salva Kiir. Come sempre in questi casi ci vanno di mezzo i civili: violenze su donne e bambini, stupri, sequesrti torture e stragi senza senso. Donatella Rovera di Amnesty descrive così la situazione: «L’aumento delle ostilità nella regione di Equatoria ha significato brutalità ancora più diffuse contro i civili. Uomini, donne e bambini sono stati uccisi, pugnalati a morte coi machete e bruciati vivi nelle loro abitazioni. Donne e bambine sono state rapite e sottoposte a stupri di gruppo». Le persone sfollate sono centinaia di migliaia perché «abitazioni, scuole, ambulatori e sedi delle organizzazioni umanitarie… tutto è stato razziato, vandalizzato e raso al suolo. Il cibo è usato come arma di guerra» conclude Rovera, descrivendo le atrocità in corso.

Nel rapporto ci sono i racconti dei testimoni oculari dei villaggi intorno a Yei, che accusano le milizie di omicidi crudeli e deliberati: «La sera del 16 maggio i soldati hanno arrestato 11 uomini del villaggio di Kudupi, nei pressi del confine ugandese. Hanno costretto 8 di loro a entrare in una capanna, ne hanno chiuso la porta, hanno appiccato il fuoco e sparato alla cieca». Amnesty ha incontrato quattro dei sopravvissuti. Raccontano che due dei prigionieri sono stati arsi vivi e altri quattro sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco.

Anche il cibo è un’arma, un’arma di ricatto perché sta diventando sempre più raro. È del 22 giugno scorso il monito delle Nazioni Unite sul fatto che l’insicurezza alimentare abbia raggiunto livelli senza precedenti in Sud Sudan. Sia il governo che l’opposizione hanno bloccato le forniture di cibo e le milizie si dedicano a saccheggiare i mercati e le case, limitando l’accesso di cibo ai civili, che non possono nemmeno più andare in cerca di alimenti nei campi, perché verrebbero fermati ai posti di blocco, dove non si può passare con le provviste. «È crudelmente tragico – commenta Joanne Mariner, consulente di Amnesty per le risposte alle crisi – che questa guerra ha trasformato il granaio del Sud Sudan, che un anno fa poteva sfamare milioni di persone, in un campo di morte che ha costretto quasi un milione di persone alla fuga in cerca di salvezza».