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Catalogna, a rischio il referendum per l’indipendenza da Madrid

© EPA/TONI ALBIR

Il referendum in Catalogna, programmato per il prossimo autunno, ad ottobre, per l’indipendenza della regione, potrebbe essere rimandato per timore delle conseguenze sull’amministrazione centrale spagnola.

Lo ha confermato Carles Puigdemont, ministro del governo secessionista, parlando del primo giorno d’ottobre, data in cui doveva svolgersi la votazione. Jordi Baige, ministro regionale dell’occupazione, appellandosi alla Corte Costituzionale, per impedirlo a tutti i costi, ha definito questo referendum “illegale”.

Così, facendo appello all’articolo 155, manette e inchieste sono scattate per chi si era battuto per la votazione per l’indipendenza dalla capitale: Artur Mas, Carme Forcadell, ora indagata, Puigdemont, adesso diffidato. Lo stesso accadrà a ministri e funzionari che collaboreranno con il partito dell’indipendenza, fa sapere Madrid.

Ilaria Alpi è morta di caldo, quindi

Ilaria Alpi

Nello scorso ottobre l’unico imputato per l’omicidio della giornalista Rai Ilaria Alpi e dell’operatore Miran Hrovatin, avvenuto a Mogadisco il 20 marzo del 1994, è stato scagionato e rimesso in libertà dalla Corte d’appello di Perugia. E fa niente che Hashi Omar Hassan si sia fatto già 17 dei 26 anni di condanna. Dopo la tardiva assoluzione la madre di Ilaria, Luciana, disse: “Eppure, nessuno è riuscito a porre fine alle troppe bugie, ai troppi depistaggi che hanno caratterizzato questa vicenda. Io sono stanca – ha detto ancora Luciana Alpi – sono sola dopo aver perso mio marito sei anni fa e non sto neanche tanto bene. Parlerò con il mio avvocato per decidere che cosa fare. Personalmente ho l’impressione che gli inquirenti non siano mai stati interessati a scoprire la verità.”

Se c’è un omicidio e l’assassino era sbagliato significa che manca un pezzo di verità. Anzi, a ben vedere, significa che qualcuno ha avuto tutto l’interesse perché si accusasse la persona sbagliata per coprire quelle giuste e colpevoli. La morte di Ilaria Alpi ha un cattivo odore che parte da molto lontano.

E invece ieri la Procura di Roma ha chiesto l’archiviazione. Tutto nel cassetto. A firmarla è stata il pm Elisabetta Ceniccola, magistrato che assunse la titolarità degli accertamenti dopo che il gip Emanuele Cersosimo, nel 2007, respinse una richiesta di archiviazione sul duplice omicidio disponendo ulteriori accertamenti.

C’è un testimone falso che disse di essersi inventato le accuse “perché gli italiani avevano fretta di chiudere il caso”, c’è qualcuno che ha pagato il falso testimone per inventarsi tutto quanto ma, a quanto pare, non ci sono depistaggi. Niente di niente.

Di ufficiale sulla morte di Ilaria e Milan rimangono le parole del presidente della commissione parlamentare d’inchiesta Carlo Taormina che ebbe l’ardire di dichiarare il 5 settembre 2012«Ilaria Alpi è morta a causa di una rapina. Era in vacanza non stava facendo nessuna inchiesta, la commissione che presiedevo lo ha accertato. Ho un documento che manterrò privato per rispetto alla sua memoria che racconta tutta un’altra storia».

Oppure è morta di caldo. Del terribile caldo di Mogadiscio. E siamo a posto così.

Buon mercoledì.

 

Facebook, il drone Aquila è pronto a portare il Wi-fi dove non c’è Internet

Aquila, drone facebook

È ufficiale, dopo il test di volo effettuato in Arizona nei mesi scorsi, il drone Aquila è pronto. Gli ingegneri della creatura tecnologica di Mark Zuckerberg hanno postato un video del volo ed hanno espresso entusiasmo per il buon funzionamento del prototipo, progettato per innalzarsi fino a 18.000 metri e restare in aria per mesi. Un anno fa, durante il primo test il drone si era schiantato al suolo in fase di atterraggio. Ora tutte le migliorie sono state apportate e forse il primo esperimento fallimentare si può archiviare una volta per tutte.

Finalmente oggi l’idea di Facebook di portare internet anche nelle zone più remote della terra sembra una possibilità concreta e vicina grazie ad Aquila, un gigante volante delle dimensioni di un Boeing 737, alimentato ad energia solare (che consuma quanto tre asciugacapelli) che è rimasto in aria per 1 ora e 46 minuti, raggiungendo quota 3.000 piedi, per lo più con il pilota automatico.
Tra le modifiche effettuate al drone sono stati aggiunti dei diruttori di flusso (spoiler) sulle ali e molti sensori per raccogliere dati. Il problema principale stava nell’atterraggio, ma anche l’attrito del velivolo è stato ridotto grazie alle modifiche effettuate sul mezzo. Per le manovre più complicate ci sono equipaggi di terra; tutti i movimenti sono lenti: «Per come è stata progettata Aquila fa tutto in modo lento: decolla piano e discende anche più lentamente. Questo perché vogliamo che resti in cielo per periodi lunghi al fine di fornire l’accesso ad Internet» fanno sapere dall’azienda di Zuckerberg.

Far arrivare la connessione internet dove ancora manca e conquistare nuovi mercati attraverso la copertura dei posti più critici è senz’altro una “La sfida” dei grandi colossi del web e il social network mondiale Facebook è sempre in prima linea, a cominciare dal progetto Internet.org, una iniziativa “Free Basics”, in cui gli utenti possono accedere al sito da mobile senza costi per la connessione dati, in 42 Paesi, di cui più della metà in Africa.
Proprio in questi giorni sulle bacheche degli utenti stanno girando dei video postati da Facebook con le principali foto e azioni compiute dagli iscritti sul social network dal logo blu, video in cui si sottolinea che la comunità di Facebook vanta già oltre 2 miliardi di utenti, pari ai due terzi della popolazione mondiale con accesso a internet. Ma Zuckerberg guarda lontano e mira ad irradiare con il Wi-fi le più recondite aree del pianeta grazie ai suoi droni solari e punta a raddoppiare i suoi iscritti.

Da Venezia al Salento, la lunga danza di Amira

C’era anche Amira del debuttante Luca Lepone al Salento Finibus Terrae Film Festival Internazionale Cortometraggio, che si svolge in Puglia fino al 9 luglio. Il corto, interpretato da Alice Attala e dal violinista siriano Alaa Arsheed, è stato scritto e prodotto insieme a Paola Randi, con Recplay di Roberta Putignano e Vincenzo De Marco e Oz Film Produzioni Cinematografiche di Francesco Lopez.
Amira, vincitore del Progetto MigrArti 2016 promosso dal MiBACT, è stato di recente premiato alla 73esima Mostra del Cinema di Venezia, in ex aequo con Babbo Natale di Alessandro Valenti, ed  stato proiettato alla Multicinema galleria di Bari il 2 luglio.

Come ogni giorno, alla stessa ora, una giovane donna dai lunghi capelli neri cammina velocemente lungo le strade di una grande città. La donna, incinta, ha fretta di arrivare a quello che sembra essere il luogo di un incontro che, una volta raggiunto, diviene lo spazio prescelto per una particolare danza, incomprensibile ai più.
La gente le passa accanto, ma non comprende il linguaggio universale del suo corpo, che racconta della speranza e della possibilità di un rapporto che è puro sentire, quando migliaia di chilometri diventano, grazie a quella danza, pochi centimetri.

Amira è una storia d’amore. Una storia di cui si fanno portavoce il vento, la danza e le note di una musica raffinata, curata dallo stesso regista insieme a Giordano Corapi. Amira è la vita che verrà.
Ma Amira è, soprattutto, un corto di rara bellezza. Le inquadrature nette, perfette, quasi geometriche, ricordano i dipinti di Hopper, gli spazi antononiani, l’architettura del Bauhaus. Tanto grigio. Il grigio di una grande città. Tanto monotono andirivieni. E poi lei, una giovane donna, uno squarcio di sole, di poesia, dove poesia non c’è più. O dove semplicemente non la si sente più. Una pennellata prepotente di giallo-arancio, come la lunga stola che le incornicia il viso e le avvolge parte del corpo. Posa a terra la borsa. Nel grigio. E poi inizia la danza. Delle braccia, degli occhi, la danza di mani che camminano sul volto. È la danza di un tempo lontano. Nessuno sembra accorgersi della sua poesia. Stacco. Luogo indefinito, spazi aperti, quasi desertici. Un uomo corre sulla sua bici. Non pedala semplicemente. Corre. Forse c’è qualcuno ad aspettarlo. Forse una donna. Forse un incontro d’amore. Giunge in una stanza in una casa non più abitata. Siede su un tavolo polveroso e guarda fuori, dall’apertura di un muro vittima di una bomba. Siede e suona. Come se il violino che tiene tra le mani fosse il corpo di una donna. Siede e suona. E lei, da lontano, ascolta. E danza.

Luca Lepone nasce a Roma nel 1976. Appassionato di fotografia, cinema e musica, a 23 anni inizia il suo percorso come aiuto regista, per poi diventare filmaker, montatore, regista e sceneggiatore. Amira è il suo primo cortometraggio.

World population day: il ricorso alla contraccezione sia un diritto di tutte le donne

Si avvicina il giorno del World Population Day voluto dal Consiglio delle Nazioni Unite con un programma sviluppato nel 1989. La data ricade l’11 luglio, per ricordare il “day of five billion”, il giorno dei cinque miliardi della popolazione mondiale, raggiunto nel 1987 nella stessa data estiva. Il bambino numero “5 miliardi” era Matej Gaspar, croato. A metà giugno scorso abbiamo superato i sette miliardi e mezzo.

Si legge sul sito dell’ONU che 225 milioni di donne che vorrebbero evitare la gravidanza ed usare anticoncezionali, per mancanza di informazioni o servizi adeguati, non possono farlo: vivono nei 69 paesi più poveri del mondo. Tutto questo ha generato negli anni 70.000 morti materne, 24 milioni di aborti, 500.000 morti neonatali.

Accedere al voluntary family planning, pianificazione volontaria della famiglia, scrive l’ONU, è un diritto umano, è un punto centrale dell’uguaglianza di genere e del “women empowerment”, oltre ad essere un fattore chiave per ridurre la povertà.

In questo 2017 il giorno della popolazione coinciderà con il Family Planning Summit, dell’UNFPA, United Nation Population Fund, che vuole supportare l’accesso alla pianificazione volontaria familiare per 120 milioni di donne entro l’anno 2020.

Chi dice messa? Don Turturro, il prete condannato per pedofilia

PALERMO 17.09.2003 - PEDOFILIA: ALLONTANATO DALLA SUA PARROCCHIA E DALLA CITTA' PRETE ANTIMAFIA. PAOLO TURTURRO, PARROCO DELLA CHIESA DI SANTA LUCIA, SOTTOPOSTO AD INDAGINI PER EPISODI DI PRESUNTA PEDOFILIA.

Dalle parti del Vaticano dicono che ci sia stato un “giro di vite” contro la pedofilia nella Chiesa ma intanto a Palermo, nella parrocchia di Santa Lucia della zona di Borgo Vecchio, a officiare la messa c’è il parroco in persona, don Paolo Turturro, fresco di tre anni passati in carcere per pedofilia e con un abuso ancora più grave accertato ma finito in prescrizione.

Don Turturo è stato accusato di violenza da due ragazzini: uno disse di avere subito un bacio intimo mentre l’altro parlò di una violenza vera e propria. La Cassazione ha riconosciuto il prete colpevole per la prima denuncia mentre nel secondo caso l’abile lavoro degli avvocati del parroco ha spostato il reato nel 1999 piuttosto che nel 2000 facendolo cadere in prescrizione.

Dopo il carcere Pagliarelli il sacerdote ha scontato la sua condanna nel carcere dell’Ucciardone di Palermo. 3 anni in tutto. Lui avrebbe voluto i servizi sociali: istanza respinta. Si legge in giro che il Vaticano preveda senza sconti la sospensione dell’esercizio sacerdotale e la riduzione allo stato laicale invece don Paolo è tornato in parrocchia e “guida” i fedeli ogni domenica.

«La gente mi accoglie con affetto» ha detto. «Io ho portato la croce in questi anni con la serenità che Dio è amore e perdono. Fino ad ora non ho incontrato nessuno che si mostrasse scandalizzato del mio ritorno», ha dichiarato al Giornale di Sicilia.

Beh, a noi un po’ scandalizza. Sinceramente. Ecco tutto.

Buon martedì.

Legge sulla tortura, un brutto passo falso: l’appello di Ilaria Cucchi, Montanari, Guadagnucci e altri

Manifestazione contro la tortura con ingozzamento forzato e conseguente uccisione di papere e oche per la produzione del foie gras al Pantheon, Roma, 26 novembre 2014. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Nei prossimi giorni la Camera dei deputati discuterà e probabilmente approverà una nuova legge sulla tortura. Il 14 giugno, al termine di un importante convegno a Roma dal titolo “Legittimare la tortura?”, avevamo firmato e diffuso un appello ai parlamentari, per invitarli a non votare il testo uscito dal Senato (e sconfessato dal primo firmatario della versione iniziale, Luigi Manconi), perché confuso, inapplicabile e controproducente. Invitavamo i deputati a tornare alla definizione del “crimine” scritta nella Convenzione Onu contro la tortura, cioè la versione più seria, equilibrata e condivisa al momento disponibile.

Il nostro appello non è stato preso in considerazione e sono stati anche ignorati, cosa ben più grave, il preciso e pressante invito – reso noto il 21 giugno – del commissario europeo per i diritti umani, Nils Muižnieks, a cambiare il testo di legge, nonché le prescrizioni della Corte europea dei diritti umani contenute nella sentenza Cestaro contro Italia (sul caso Diaz) dell’aprile 2015 e ribadite con la nuova condanna inflitta all’Italia dalla Corte il 22 giugno scorso. È stato ignorato anche l’appello di undici giudici e magistrati del tribunale di Genova coinvolti negli scorsi anni nei processi per le torture nella scuola Diaz e nella caserma di polizia di Bolzaneto: il testo in esame – hanno scritto il 26 giugno alla presidente della Camera – non sarebbe applicabile alla maggior parte dei casi che abbiamo esaminato e che la Corte europea qualifica come tortura.

Si profila un esito legislativo disastroso e siamo perciò rammaricati che in queste settimane gli autorevoli appelli appena citati siano caduti nel vuoto; se fossero stati sostenuti da una decisa azione della cittadinanza attiva e da un’adeguata attenzione dei mezzi di comunicazione, forse il parlamento li avrebbe presi in considerazione, riportando così il nostro paese lungo la via maestra della tutela effettiva dei diritti fondamentali.

Non è accaduto e ne portiamo tutti la responsabilità: si è purtroppo creato nel paese un clima di desistenza e rassegnazione al peggio che non può portare niente di buono. I deputati stanno per approvare una norma-feticcio, che porta il titolo “legge sulla tortura” ma non ne ha la sostanza: davvero basta la parola, come sostiene ad esempio la sezione italiana di Amnesty International?

Noi non crediamo che sia così e anzi spiace e amareggia che un’organizzazione come Amnesty International si attesti su posizioni tanto arrendevoli e così in contrasto con le importanti e coraggiose prese di posizione italiane e internazionali degli ultimi giorni. Noi, come il commissario Muižnieks, come la Corte di Strasburgo, come i giudici genovesi e molti altri, pensiamo che la prevenzione e la punizione degli abusi di potere siano questioni troppo importanti per essere ridotte a giochi di parole e a compromessi al ribasso che svuotano di senso provvedimenti normativi attesi da trent’anni.

Il parlamento si appresta a compiere un passo falso che non farà certo avanzare la tutela dei diritti fondamentali e la qualità della nostra democrazia.

I firmatari:

Lorenzo Guadagnucci, Arnaldo Cestaro, Enrica Bartesaghi, Comitato Verità e giustizia per Genova

Enrico Zucca, sostituto procuratore generale a Genova, già pm nel processo “Diaz”

Roberto Settembre, già giudice nel processo d’appello per i fatti di Bolzaneto

Ilaria Cucchi e Fabio Anselmo, associazione Stefano Cucchi

Michele Passione, avvocato del foro di Firenze

Adriano Zamperini, università di Padova, autore di “Violenza e democrazia”

Marialuisa Menegatto, università di Padova, autrice di “Violenza e democrazia”

Marina Lalatta Costerbosa, università di Bologna, autrice di “Il silenzio della tortura”

Donatella Di Cesare, università di Roma La Sapienza, autrice di “Tortura”

Tomaso Montanari, presidente Libertà e Giustizia

Riccardo De Vito e Mariarosaria Guglielmi, presidente e segretaria generale di Magistratura Democratica

Vittorio Agnoletto, già portavoce del Genova Social Forum

Pietro Raitano, direttore, e la redazione della rivista Altreconomia

Russia: omicidio Nemtsov, condannati cinque ceceni. Mandanti ancora ignoti

Omicidio Boris Nemtsov, Russia, 28 February 2015. EPA/PAVEL BEDNYAKOV

Gelo a Mosca, mura del Cremlino, ponte Bolshoj Moskvoretskij Most: il calendario segnava la data del 28 febbraio 2015, l’oppositore politico Boris Nemzov passeggiava con la sua fidanzata ucraina. Nel computer aveva i file di lavoro sul dossier che stava preparando sulle truppe russe nella guerra in Donbass, Ucraina. Non lo finirà mai perché morirà quella notte.

Due anni dopo, dopo otto mesi di udienze, i processi continuano. Presi gli esecutori e condannati: sono tutti ceceni. I mandanti invece, restano ignoti e ignorati dall’investigazione, come è accaduto in altri processi contro oppositori, attivisti, giornalisti russi.

A sparare sarebbe stato Zaur Dadajev e avrebbe premuto il grilletto contro Boris Nemzov per circa quindici milioni di rubli, più di 220mila euro, per lui e il resto dei suoi quattro complici. Il “patriota”, come il leader ceceno Ramzan Kadyrov definisce Dadajev, è l’esecutore di un ordine che nessuno sa ancora chi ha dato.

«E’ stata l’imitazione di un’inchiesta» ha scritto la figlia di Boris, Zhanna. Quando i russi passano su quel ponte ora lasciano sempre fiori rossi. Adesso non si chiama più Bolshoj, ma tra loro lo chiamano Nemtsov Most, ponte Nemtsov.

Le donne? Per reggere gli ombrelli

Sì, lo so. Ci sono cose più importanti e gravi. Funziona sempre così: quando si discute di diritti e di parità di generi c’è sempre qualcuno che ci accusa di non occuparci d’altro. Forse davvero dovremmo accontentarci delle desinenze e non rompere. Quindi sgomberiamo il campo: ci sono cose più importanti ma ho il privilegio di scrivere qui un po’ di quello che ci pare, di incaponirci anche sulle cose minime. De presto se avessimo aspettato che i diritti fossero mainstream per poterne parlare saremmo ancora al secolo scorso. E, a proposito di secolo scorso, ecco una foto:

 

Siamo all’abbazia di Sulmona e va in scena una due giorni di “idee per lo sviluppo dell’Abruzzo” organizzata dalla Regione Abruzzo (nella persona del governatore Luciano D’Alfonso) e che ha visto la partecipazione del ministro alla Coesione territoriale Claudio De Vincenti.

Cotante teste di cotante idee sono tutte formalmente piantate in corpi maschili (tutti, tutti uomini) che discettano amorevolmente con alcune donne (tutte donne) utilizzate nel sontuoso ruolo di copri teste. Sembra la partenza di una Gran Premio di Formula 1 solo che questi, a differenza dei piloti, dovrebbero (e vorrebbero) cambiare in meglio il Paese. Mica puntare al podio.

Il (cattivo) gusto della foto l’ha descritto bene Alexandra Coppola (badate bene: dirigente del PD locale) che ha scritto: «Troviamo queste foto che ritraggono delle ragazze in funzione parasole e parapioggia che agevolano il dibattito di uomini beatamente seduti. Mi chiedo ma dove vogliamo arrivare?? Nella mia militanza ho fatto di tutto, attaccato manifesti, preparato sale che avrebbero ospitato ospiti importanti, ecc. ma mai nessuno mi ha chiesto di riparare dal sole compagni di partito. Queste immagini sono raccapriccianti. Mi fanno male vederle e mi fa male pensare che nel mio partito nessuna donna dirà nulla. Ora voglio capire chi è responsabile di questo messaggio maschilista».

Ma non è finita qui. Se volete inorridire potete leggere il comunicato stampa che ha sciorinato il portavoce del presidente: «Il presunto “caso degli ombrelli” accaduto a Fonderia Abruzzo è davvero una non-notizia, una boutade estiva giustificabile solo da una domenica senza la possibilità di andare in spiaggia. Nel dettaglio: durante due dei dibattiti svoltisi ieri alla Badia celestiniana di Sulmona, nel corso di Fonderia Abruzzo 2017, è stato necessario l’improvviso utilizzo di ombrelli per riparare i relatori dalla pioggia (al mattino) e dal sole (nel pomeriggio) poiché il palco era scoperto. Non appena si è verificata l’emergenza, alcuni volontari dotati di ombrello si sono attivati autonomamente. Giampiero Leombroni ha provato a coprire il ministro De Vincenti – presente al dibattito del mattino – con i fogli di un giornale locale ma non sono stati resistenti. Nell’apprendere di queste polemiche, per la prossima edizione di Fonderia Abruzzo D’Alfonso ha ironicamente pensato ad un capitolato d’appalto nel quale sia prevista una voce riguardante i portatori di ombrelli in caso di sole e di pioggia, tutti rigorosamente di sesso maschile, magari capitanàti da Leombroni. Il Presidente ha anche confidato: “Disponevo di un cappuccio nella giacca ma non l’ho usato per non passare per affiliato alla massoneria”. Scherzi a parte, la natura strumentale di questa polemica è lampante. I commenti di chi ha visto in questa vicenda un affronto alla parità di genere sono davvero fuori luogo o comunque frutto di disinformazione. Per il resto, c’è chi si attacca ad un ombrello pur di avere un po’ di visibilità mediatica».

Che ridere. Vero?

Buon lunedì.

L’Isis e la generazione perduta

Bilal s’era da poco laureato. Una di quelle lauree alla moda, con un nome carico di vaghe ma luccicanti promesse: management. Poi è partito per la Libia e neanche un mese dopo s’è sparato in cielo portando con sé ventun persone. Era partito con Seif che aveva appena comperato il suo primo scooter a rate: a modo suo un progetto, la promessa di mille avventure sulle strade sconnesse della Tunisia profonda: ma vuoi mettere se ti si prospetta l’occasione di saltare in piena notte su un camion di mangime per agnelli e passare la frontiera insieme al gruppo degli amici, per andare tutti insieme a combattere?

Anche Youssef studiava per diventare un manager. Esperto di occhiali da sole e profumi, si portava avanti con un suo piccolo commercio di griffe contraffatte. È morto a Kobane, combattendo nei ranghi di Daesh, sotto le prime bombe americane. Youssef era il fratello di Dj Costa, uno dei piû noti rapper della Tunisia: lo seguiva a tutti i concerti, da un giorno all’altro ha smesso di rivolgergli la parola, la musica era diventata per lui improvvisamente haram, peccato. Dj Costa non ha solo perso un fratello minore molto amato, il jihad gli ha portato via anche un amico, compagno di formidabili jam session: si chiamava Emino, detto don Camaleon e ha raggiunto una certa notorietà, dapprima con un video che lo ritrae al night circondato da ragazze sofisticate in minigonna, fumo di sigari e bicchieri tintinnanti colmi di whisky, poi con una fotografia che lo ritrae in Iraq in compagnia di una capra, indosso non piû il completo stiloso da gangsta ma una semplice tunica salafita e una kefiah d’ordinanza.

Seifeddine invece era un giovane ingegnere. Frequentava un master prestigioso e prima di uccidere e farsi uccidere ha sostenuto gli esami di fine anno. Era, anche, un provetto ballerino di break dance. Si esibiva per i turisti su quella stessa spiaggia di Sousse dove un giorno d’inizio estate si sarebbe presentato con un kalashnikov tra le mani: non piû Sésco, come lo chiamavano quando danzava, ma Abu Yahya al Kayrawānī.
Poi ci sono Ghofran e Rahma, facevano le majiorettes: un giorno hanno portato alla discarica i loro strumenti musicali, le bambole e i peluches, le t-shirt piû carine. “Improvvisamente parlavano tutto il tempi di Corano”, ci ha detto la loro mamma, “Se durante la cena raccontavo loro qualche piccolo fatto che era accaduto al lavoro o nei negozi del quartiere, mi rispondevano piccate: che t’importa delle persone, non si parla delle persone, pensa a Dio! Poi si alzavano, si chiudevano in camera, andavano su Facebook col telefonino e conversavano con gente che stava in Siria”.

Negli ultimi tre anni abbiamo attraversato più volte la Tunisia e il suo apparente paradosso: il paese musulmano storicamente più vicino all’Europa è anche quello che ha fornito il maggior numero di giovanissimi combattenti al sedicente Stato islamico. Volevamo capire come un ragazzo possa passare dalle capriole al massacro, dalla tenerezza all’odio, dagli eccellenti voti scolastici alla smania di morire. L’abbiamo chiesto a quanti l’hanno visto accadere. Abbiamo ascoltato a lungo i genitori, i fratelli, gli amici, gli insegnanti, gli allenatori sportivi dei tanti giovani “cambiati all’improvviso”. Abbiamo cercato di familiarizzare con il dolore di quegli estranei, e in definitiva con i molti fantasmi che popolano un mondo per noi europei abbastanza indistinto: un mondo che spesso pretendiamo di giudicare da lontano incapaci di riconoscerne la tragedia e di concedere ai percorsi altrui le stesse complessità che rivendichiamo per noi come un diritto. Non avevamo domande da rivolgere perché ci interessavano quelle – e sono molte – che loro stessi si facevano.

La prima cosa che abbiamo capito è che il forsennato entusiasmo con cui i ventenni tunisini hanno raggiunto i campi di battaglia siriani, iracheni e libici è il sintomo più lampante d’un male che va lentamente spandendosi un po’ ovunque nel mondo. Che tra quei giovani non necessariamente marginalizzati, cresciuti in famiglie di ogni tipo e fino a un attimo prima assorti in frivole faccende, vada tratteggiato il ritratto di gruppo di generazioni capaci di passare rapidamente dall’inseguimento di una identità globale all’ossessione identitarista. Non più aspiranti cittadini del mondo, ma alla ricerca di una identità forte di tipo tradizionale (là: «Io sono un musulmano»; qua: «Io non sono europeo, io sono francese, italiano, del nord Italia…»). E per questo in forte polemica con i padri, intesi come maschi musulmani adulti, accusati di essersi troppo allontanati dalla tradizione e di avere perso la loro autorevolezza pubblica.
Succede, là come qua, in un momento di crisi economica. E se tutto ciò che viene offerto ai ragazzi è oggi disoccupazione, corruzione, ingiustizia, come stupirsi che la religione, così piena di promesse, appaia ai loro occhi improvvisamente seducente? L’Islam radicale, uno dei tanti pensieri populisti e demagogici che oggi attraversano con grande fortuna il nostro mondo, su questo gioca la sua partita.

I reclutatori usano infatti il linguaggio e gli strumenti di tutti i populisti. Distillano teorie semplificatorie e parole divisive (“noi” e “loro”, anche là). Soffiano sul fuoco dei sentimenti di vittimismo e frustrazione e naturalmente trovano negli algoritmi che polverizzano e riducono in bolle il vasto mondo dei social network degli straordinari alleati.
«È incredibilmente facile creare il vuoto attorno a un ragazzino che sta su Facebook, separarlo dalle abitudini, allontanarlo emotivamente dalla famiglia e dalle persone che gli sono più care», ci ha detto un ex jihadista oggi impegnato a prevenire la radicalizzazione nel web.
Ma altrettanto illuminanti sono state per noi le parole di uno che è riuscito a venirne fuori e ora sa tutto su come ci si costruisce un’ identità solida, e a quali prezzi. Si chiama Abderhamen, a 18 anni aveva scoperto il salafismo e pensava di avere finalmente trovato qualcosa a cui appartenere; a 20 si è iscritto a Teologia e si è sudato sui libri il distacco critico da quel mondo; ora che ne ha 23 studia per la seconda laurea, Antropologia, e si definisce un umanista. Ci ha raccontato che i reclutatori presentano il Corano come fosse un manuale di informatica o ingegneria.

E ingegnere, come tantissimi jihadisti, è Malik. Lui ha combattuto contro gli americani in Iraq tra il 2003 e il 2004, è accorso in Siria dieci anni dopo, ha assistito all’arrivo di Daesh ad Aleppo, al repentino cambiamento dei metodi e delle facce, alle mattanze insensate (ci ha raccontato come ha visto ammazzare un bambino la cui unica colpa era di aver pronunciato invano il nome del Profeta), finchè quei suoi invasati fratelli minori, che non riconosce come tali, hanno cominciato a fare paura persino a lui, e per salvare la pelle è stato costretto a tornarsene a casa. «La verità» ci ha detto, «è che Daesh quando è arrivato in Siria ha rovinato tutto».
Malik, che ora guarda da lontano la disfatta sul terreno di un Califfo che non riconosce come tale, pensa che l’Iraq sia la chiave di tutto quel che sta accadendo ora. «Voi ve lo siete già scordato, noi no, per noi non è possibile dimenticare quel che succedeva nel carcere di Abu Ghraib. Un male così non passa mai, ogni volta che ci pensi senti che vuoi restituirlo, anche un bambino che sta nascendo ora, forse un giorno lo sentirà. Non si può sapere adesso come reagirà quel bambino tra vent’anni. La storia ce lo sta insegnando».

L’articolo di Anna Migotto e Stefania Miretti è tratto da Left n. 26  


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