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Ius soli, lo spartiacque tra diritti umani e calcolo politico

I senatori della Lega protestano nell'Aula del Senato contro lo 'Ius soli', Roma, 15 giugno 2017. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Contro lo ius soli, una legge che riconosce un fondamentale diritto umano, quello di diventare cittadino del Paese dove si nasce e si vive, viene agitata la bandiera di una politica sempre più povera di linguaggio e di pensiero. Il diritto alla cittadinanza per i figli di immigrati nati in Italia (ius soli) e per i minori arrivati da piccoli e che hanno compiuto il primo ciclo di studi (ius culturae) viene sempre più spesso accostato a paure – perlopiù indotte da politici e media – come quella del terrorismo o della criminalità legata al fenomeno dell’immigrazione. Non conta la vita reale di 800mila giovani “italiani senza cittadinanza” da decenni nel nostro Paese, che hanno compiuto i loro studi qui, che tifano Roma o Inter, che parlano i mille dialetti d’Italia. I fatti vengono falsificati e così anche lo ius soli scivola nel gran calderone della sicurezza, efficace strumento elettorale. La Lega lo cavalca ormai da tempo, in compagnia adesso del M5s che sullo ius soli ha fatto una giravolta con l’astensione al Senato, in pratica un voto contrario. Cosa sta accadendo? «Uno spostamento continuo di significati e tanta confusione», commenta Filippo Miraglia, vicepresidente dell’Arci che da anni è in prima fila nella campagna per la cittadinanza. «L’immigrazione si presta a una grande strumentalizzazione, per cui si passa da quelli che sbarcano a quelli che nascono, dai musulmani all’intercultura: tutto è uguale, tutto fa brodo per indurre una sensazione di assedio e di estraneità degli immigrati». Lo ius soli è stato tirato in ballo anche per spiegare la sconfitta del centrosinistra e il fallimento del Pd di Renzi alle ultime elezioni amministrative. «A me sembra una sciocchezza, perché il tema della sicurezza è sempre stato l’argomento principale della destra. È l’unica cosa che sanno dire alle persone che vivono la crisi economica: la colpa è degli immigrati».
Sempre a proposito delle elezioni amministrative, il 25 giugno, giorno del ballottaggio, un articolo diNando Pagnoncelli sul Corriere della Sera ha avuto un roboante effetto mediatico, rilanciato durante tutta la giornata e anche nei giorni successivi da tv e radio. Veniva riportato un sondaggio Ipsos: rispetto al 2011 gli italiani favorevoli a concedere lo ius soli ai figli di immigrati passano dal 71% al 44%. Il sondaggista poi spiega che gli italiani sarebbero preoccupati perché gli immigrati «sono giudicati troppo numerosi, gravano sui conti pubblici e competono nel mercato del lavoro» con i possibili rischi «per la sicurezza, non solo per gli episodi di microcriminalità (scippi, furti negli appartamenti, spaccio, ecc.) ma anche per la possibile presenza di terroristi». Ecco qua, il gioco è fatto. Ma il clima che si è creato pregiudicherà l’approvazione della legge, sostenuta da Pd, Mdp, Sinistra italiana e Ncd, e che attende da due anni dopo l’ok della Camera?
La senatrice Doris Lo Moro, Mdp, relatrice del disegno di legge, ammette di esserci rimasta male leggendo l’articolo di Pagnoncelli. «Quel sondaggio dimostra che più il tempo passa, per via dell’indecisione dei politici, e più sorgono dubbi anche in chi prima non li aveva», dice. Per questo bisogna fare in fretta e arrivare all’approvazione che secondo la senatrice, visto lo schieramento a favore, potrebbe avvenire entro la fine dell’estate.

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Lo Stato della poesia

L’estate nel nostro Paese tornano puntuali il caldo da tropici, le diete, il neo-noir sotto l’ombrellone e anche i festival e reading di poesia. Così dal 2 al 9 luglio ad Ancona tra i monumenti storici della città e la Baia di Portonovo si svolge un festival di poesia, “La punta della lingua”, giunto alla XII edizione (con trasferta a Recanati sui luoghi leopardiani, soprattutto al colle dell’Infinito).
In otto giorni più di quaranta autori, nazionali e internazionali (Tiziano Scarpa, Antonella Anedda, il poeta inglese Jan Noble…): letture, eventi, presentazioni, gare di Slam Poetry, perfino dentro una casa di reclusione.
La domanda è: manifestazioni del genere servono a creare quel pubblico della poesia che non esiste da decenni, o meglio che si identifica con un (fantasmatico) milione di poeti (ufficialmente recensiti!), una moltitudine di autori cioè impegnatissimi a pubblicare, anche con editori infimi e a pagamento, ma che, fatalmente, leggono solo se stessi? Difficile dirlo. Il programma è fittissimo e non privo di interesse, solo con qualche incongruenza (va bene Walter Siti come critico di poesia, ma che c’entra qui il suo ultimo romanzo, che ha avuto un grande exploit mediatico ma che – fortunatamente – pare ignorato dal pubblico?). E forse Tiziano Scarpa è più memorabile come estroso, sulfureo saggista che come poeta. Ma ci si riconcilierà tutti intorno a un “menu leopardiano”. Spicca tra le altre cose l’omaggio a Bob Dylan, affidato a uno studioso, poeta e finissimo critico della poesia del valore di Alessandro Carrera. Però peccato non averlo messo a confronto con un detrattore del Nobel a Dylan, come ad esempio Magrelli,
Dunque un pubblico indubitabilmente di massa – quello della poesia – però singolarmente inappetente, autoreferenziale, perlopiù incolto (scrive versi molto più che leggerli). Eppure ci si forma un gusto personale, e si coltiva una propria eventuale vocazione lirica, solo attraverso la lettura. Anche perché la critica di poesia nel nostro Paese tende a latitare (trovo particolarmente penose le quarte di copertina di libretti di poeti esordienti firmate da Luzi, Giudici, etc, e evidentemente scritte per ragioni “alimentari”). Segnalo allora velocemente ….

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La sfrontata bellezza di Manet. Ultimo weekend

Manet, Berte Marisot

In vita fu denigrato dalla critica e contestato dal pubblico benpensante. Ma l’opera del colto e dirompente Édouard Manet ha conosciuto nell’ultimo secolo il giusto riscatto, conoscendo un successo e una attenzione crescenti. Merito anche del suo modo “modernissimo” di rappresentare le donne, di indagarne la psicologia e il narcisismo, in tutte le sue sfumature, dando forme e colori alla bellezza consapevole di sé delle parigine, ma anche raccontando lo sguardo apparentemente sfrontato, ma al fondo drammaticamente freddo, delle prostitute, obbligate a vendere il proprio corpo.
Manet è stato forse il maggiore interprete della vita nella Parigi della seconda metà dell’Ottocento, ne ha saputo rappresentare la vivacità intellettuale e lo scandalo, denunciando silenziosamente l’ingiustizia che colpiva le donne, di cui sosteneva l’emancipazione, seppur dal punto di vista di un alto borghese e impenitente seduttore.

Lo racconta bene la mostra milanese Manet e la Parigi moderna, aperta fino al 2 luglio nelle sale di Palazzo Reale, percorsa da vari fili rossi: la metropoli, l’universo femminile, l’attrazione per la cultura spagnola, il mare. Attraversate le sale abbaglianti che precedono la mostra, dedicate a una esposizione di diamanti, si scivola ancor più volentieri nel buio delle sale dove compaiono come improvvise epifanie l’affascinante ritratto della pittrice Berthe Marisot, eleganti autoritratti in inchiostro al chiaro di luna, visioni di mare in tempesta solcato da una piccola barca in fuga. Un percorso affascinante di luci e ombre, molto teatrale, attraverso opere del Museo d’Orsay selezionate dai curatori Guy Cogeval, Caroline Mathieu e Isolde Pludermacher che nei loro saggi (pubblicati nel catalogo Skira) approfondiscono la genesi colta dei dipinti di Manet e la spregiudicatezza espressiva trasmessa dal libero accostamento dei colori. Una licenza poetica che scatenò le negazioni violente di commentatori e colleghi invidiosi.

Manet  Olympia, 1863

Il pubblico borghese dei Salon nel 1865 giudicò l’Olympia di Manet uno scandalo: troppo dirompente troppo reale e presente. Come ricorda Lauretta Colonnelli in Cinquanta quadri (Edizioni Clichy) ricostruendo la vicenda della pittrice e modella Victorine Meuren che si prestò a interpretare la parte della prostituta nel quadro per essere poi scambiata dal pubblico per una prostituta vera. Difficile comprendere allora il dirompente realismo di Manet che non era copia della realtà, ma creazione di immagine che poi risultava più vera del vero. Con tutto ciò che faceva scattare nell’intimo di chi guarda. Quello di Manet era il rassicurante impressionismo di Claude Monet, con i suoi laghi di ninfee né un realismo alla Courbert che non andava oltre la figurazione razionale. Nel 1963 dell’Olympia  il pittore impressionista disse che «sembrava la regina di picche appena uscita dal bagno».

In quello stesso anno, Édouard Manet aveva dipinto anche Le déjeuner sur l’herbe dove apparentemente riprendeva il tema del Concerto campestre di Tiziano rappresentando una giovane prostituta nuda sulle rive della Senna con due studenti vestiti di tutto punto. Qui a scatenare lo scandalo, più che il nudo in sé (che già compariva nel precedente rinascimentale) fu l’aver citato modelli alti e antichi togliendo loro ogni “aura”. Come rileva Federica Rovati ne L’arte dell’Ottocento (Einaudi, 2017) ciò che fece arricciare il naso agli organizzatori del Salon che rimandarono indietro il quadro fu «l’onta» di un’opera piena di citazioni a partire dall’incisione di Marcantonio Raimondi tratta dal Giudizio di Paride di Raffaello «abbassando i prestigiosi prototipi a un livello banale, anzi volgare, anziché trasfigurare la realtà su un piano ideale». Evidentemente erano abbastanza colti da cogliere tutte le citazioni ma non abbastanza sensibili da comprenderne il senso.

Manet faceva un uso spregiudicato delle sue molteplici fonti, trattando con «insolente libertà dipinti, incisioni e qualsiasi altro materiale l’epoca mettesse a sua disposizione». E questo pareva inaccettabile. Durante il suo secondo viaggio in Italia Manet si fermò a Firenze. Agli Uffizi passava lunghe ore “copiando” opere di Parmigianino, Andrea del Sarto e degli amati veneti, come Tintoretto, dai quali aveva mutuato l’arte di di dipingere senza disegni preparatori. In particolare si mise a studiare Tiziano. Al Louvre si era già esercitato sulla Venere del Pardo e Firenze si dedicò alla Venere di Urbino, la sensuale bionda che scandalosamente si tocca, evocata nell’Olympia, al pari della Maja desnuda di Goya.

La copia della Venere di Urbino è tutt’altro che un esercizio accademico: la libertà di tocco e l’eliminazione di alcuni dettagli ne fanno tutt’altro che una riproduzione servile e «fotografica». L’artista trasforma il soggetto emulato lo immette in una nuova visione. Colpisce l’imprevedibilità dei percorsi iconografici di Manet, colpiscono gli accostamenti analogici con i quali sconvolge ogni gerarchia dei generi e «le regole del decoro». Tutto questo appare evidentissimo a Milano davanti a Il balcone, un quadro di Manet tradizionalmente abbinato a Goya e che per l’atmosfera sospesa richiama le Due Dame veneziane di Carpaccio (una precedente mostra curata da Cogeval esplicitava questo nesso) ma lo scrittore Gautier quando vide questa intrigante creazione del 1868 se ne uscì dicendo: «L’artista era in concorrenza con gli imbianchini», stigmatizzando il colore verde del balcone che riprende le persiane, senza guardare alla sinfonia del verde, del bianco, con il rosso del ventaglio di Berthe e del fiore giallo nei capelli della giovane violinista Fanny Claus.

Manet, ritratto di Mallarmé

Manet si muoveva su un filo di ricerca continua: «Non ripetere mai il giorno appresso ciò che si è fatto il giorno prima, essere sempre ispirato da qualcosa di nuovo». Così la pittrice e poi cognata Berte Marisot ritratta in questa scena spagnoleggiante appare completamente diversa nel bellissimo ritratto di Berthe con il mazzo di violette (1872). Ancora diversi, forse un poco più freddi, i ritratti degli amici pittori del Caffè Guerbois, dell’amico Zola (con sullo sfondo alcune stampe giapponesi che per Manet furono una preziosa fonte di ispirazione) e quello quasi in dissolvenza di Stéphane Mallarmé, che Manet aveva conosciuto nel 1873. Il poeta e amico lo difese in un lungo articolo sostenendo che Manet era l’unico artista che aveva aperto ad una via nuova impressionisti ai quali rifiutò sempre la propria adesione a proclami. «Monet ama l’acqua, di cui sa rendere in special modo la mobilità e la trasparenza, sia essa di mare o di fiume» notava Mallarmé. «Sisley fissa i momenti fuggitivi della giornata, osserva una nube che passa e sembra dipingerla nel suo volo… Pissarro, il più anziano dei tre, ama l’ombra densa dei boschi, l’estate, le terre rigogliose, e non teme l’impasto che, talvolta, serve a rendere l’aria visibile come bruma luminosa, satura di raggi solari. Non è raro che uno dei tre batta sul tempo Manet, il quale poi, percependo d’un tratto il risultato o l’intenzione, sintetizza tutte le loro idee in un’opera magistrale e definitiva».

Lettera aperta a Giuliano Pisapia

ROME, ITALY - JUNE 18: Tomaso Montanari during the assembly to build a popular alliance for Democracy and Equality, a United Left Alternative to the Democratic Party at the Brancaccio Theatre on June 18, 2017 in Rome, Italy. The assembly was called by Anna Falcone and Tomaso Montanari with a view to creating a new movement in Italy, seeking to attract broad support from citizens as well as sympathetic political parties, movements, associations, committees and across all civil society. (Photo by Simona Granati - Corbis/Corbis via Getty Images)

Oggi, primo luglio in piazza Santi Apostoli, a Roma, Giuliano Pisapia spiegherà finalmente – almeno così in molti speriamo – quale strada intende imboccare. Grande coalizione da Carlo Calenda a lui, passando per il Pd di Matteo Renzi, ma con un governo a guida di Piero Grasso, si dice oggi, mentre scrivo.
La formula Genova, insomma: il che non suona rassicurante, visto il risultato.
Ma non è questione di formule, è questione di sostanza. E la sostanza è che queste grandi manovre di vertice danno per scontato che metà del Paese non voti più. Se per caso l’altra metà degli italiani tornasse a manifestarsi, anche solo al dieci per cento, tutto questo castello di carte verrebbe giù: come insegna il voto del 4 dicembre.
Anna Falcone, io, le 1.500 persone che erano al Brancaccio e le 65.000 che hanno seguito in streaming l’assemblea del 18 giugno: saremmo stati tutti felici se Pisapia avesse accolto il nostro invito a parlare, e ad ascoltare. O se solo avesse risposto alla nostra richiesta di prendere oggi la parola a Santi Apostoli. Ma mi rendo conto che non abbiamo l’appeal di Bruno Tabacci, o del napoletano Michele Pisacane.
Provo allora a scrivere qua ciò che gli avrei voluto chiedere in pubblico.
È d’accordo, caro Pisapia, sul ripristino dell’articolo 18 e anzi sull’estensione, che era prevista dal quesito referendario della Cgil? È d’accordo ad istituire un reddito di dignità così come lo propone Libera? È d’accordo con la ricostruzione di una seria progressività fiscale, che alzi oltre il 60% lo scaglione per i redditi più alti? È d’accordo nel riaffermare il ruolo centrale dello Stato nella economia? Cioè, in concreto, è d’accordo nel sospendere le alienazioni del patrimonio pubblico e nel fermare le privatizzazioni? È d’accordo nella ricostruzione di un vero diritto alla salute, omogeneo sul territorio nazionale? È d’accordo nello stabilire il consumo di suolo a zero e nel varare una grande opera pubblica di risanamento del territorio? È d’accordo nel dire no al Ceta? È pronto ad impegnarsi a togliere dall’articolo 81 della Costituzione il pareggio di bilancio? È d’accordo nel ritirare lo Sblocca Italia, la Buona Scuola e il decreto Minniti? È pronto a dividere draconianamente le cariche di partito dalle cariche di governo, a cominciare dalla presidenza del Consiglio?
Non è un programma estremistico. È anzi assai più moderato di quello che propone Jeremy Corbyn. Ed è esattamente questo l’orientamento condiviso dalla base a cui lo stesso Pisapia dice di richiamarsi. Per esempio: l’assemblea regionale lombarda di Articolo Uno – Mdp che si è riunita il 24 giugno, ha approvato una mozione in cui si legge: «Occorre un nuovo soggetto politico che sappia offrire al vasto mondo del centrosinistra un’alternativa al  Pd, che sia credibile e con ambizioni di governo. Un nuovo centrosinistra  non può esistere a prescindere da questo nuovo soggetto. Per fare questo serve: il riconoscimento degli errori compiuti negli ultimi tre anni di governo, ma anche una forte discontinuità con le politiche neoliberiste che hanno condizionato anche le migliori esperienze  di centrosinistra degli ultimi 20 anni; la piena consapevolezza di ciò che ha rappresentato il voto del 4 dicembre».
Su questa base la sinistra non solo sarebbe unita: sarebbe anche una bella sinistra. Troppo bella, per essere vera?

L’articolo è tratto dal numero di Left in edicola


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La scena culturale di Hong Kong sfida la censura

Si riempie di nuove ombre Bauhinia Square, la piazza simbolo di Hong Kong dove il primo luglio del 1997 fu siglato il passaggio della città-Stato, dopo 159 anni, dalla Gran Bretagna alla Cina. In questi venti anni la vita nella popolosa metropoli ha continuato scorrere, per quanto a ritmo alterno fra i grattacieli disegnati da archistar e i più diffusi alveari verticali con appartamenti minuscoli ma ugualmente costosi. Il vivace melting pot honkongese sovrasta la City e la strada, alimenta il grande cinema d’autore e quello di genere, la letteratura colta e il noir. Riesce abilmente a far incontrare questi due registri, alto e basso, lo scrittore Chan Ho Kei, che abbiamo conosciuto tre anni fa in occasione dell’uscita per Metropoli d’Asia del suo Duplice delitto ad Hong Kong. Dopo il successo asiatico del suo The Borrataya owed in attesa di leggere ad agosto il suo nuovo libro che racconta storie di hackers e indaga il fenomeno del cyberbullismo, siamo tornati a trovarlo per sapere cosa è cambiato nella scena culturale di questa vivace regione amministrativa speciale della Cina; per cercare di capire cosa potrebbe cambiare in peggio riguardo alla libertà e al rispetto ai diritti umani che i ragazzi di Occupy central tre anni fa chiedevano con forza e strumenti di lotta non violenta.

Mentre si avvicina il ventesimo anniversario del ritorno di Hong Kong alla Cina si intensifica il controllo di Pechino?

Per capire cosa sta succedendo bisogna tornare a tre anni fa, alla cosiddetta Rivolta degli ombrelli del 2014. Da allora ci sono stati molti cambiamenti nel mondo dell’editoria ad Hong Kong. Sono usciti tanti libri di storia locale. Le persone sono molto interessate a tutto ciò che riguarda la nostra società. Oserei dire che negli ultimi 50 anni non sono mai state così attente a ciò che accade dal punto di vista sociale come lo sono oggi. Escono numerosi titoli di taglio politico. È un bel segnale, ma al tempo stesso è il frutto di una preoccupazione crescente per la sfida che ci aspetta.

Almeno giova al mercato editoriale?

In realtà gran parte delle case editrici sono state costrette a chiudere a causa dal costo molto alto degli affitti. Così negli ultimi vent’anni molti libri sono stati stampati in Cina. Con il risultato che molte librerie qui hanno cominciato a censurarsi nelle scelte. Preferiscono non ordinare libri considerati poco in linea con ciò che piace al governo di Pechino. La conseguenza è che molti libri devono essere stampati qui, ma i costi diventano vertiginosi.

Nonostante questo però sono usciti titoli che hanno scatenato un certo dibattito.

Sì negli ultimi tre anni alcuni editori locali si sono concentrati sulla pubblicazione di libri sulla politica cinese. Alcuni sono diventati estremamente popolari, ma fra lettori che non vivono qui. Hanno trovato un folto pubblico fra i turisti provenienti dalla Cina. Da loro sono libri. Così vanno a ruba fra i cinesi di passaggio che di contrabbando li portano nella madrepatria. Dopo la vicenda del sequestro e della sparizione di alcuni editori della Causeway Bay, tra il 2015 e il 2016, molte case editrici specializzate in questo tipo di pubblicazione sono state costrette a chiudere i battenti. Temevano che agenti segreti cinesi potessero rapirli come è successo ai loro colleghi.

Censura e autocensura sono due fenomeni macroscopici in Cina. Teme che possano riguardare anche Hong Kong?

Anche se la piena libertà di Hong Kong comincia a scricchiolare siamo ancora protetti dal patto “Un Paese con due sistemi”. I libri censurati in Cina, come ad esempio i romanzi di Yan Lianke, sono ancora pubblicati ad Hong Kong e sono reperibili nelle librerie. Gli scrittori di qui possono ancora trattare temi proibiti in Cina. Possiamo mandare i nostri lavori a Taiwan e farli pubblicare da un editore di lì e poi venderli qua (in Hong Kong più del 70 per cento dei libri sono stampati a Taiwan). Al momento possiamo ancora scrivere senza censura. Ma non so quanto potrà durare.

L’intervista a Chan Ho Kei è tratta da Left n. 25/2017


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Ius nativitatis

Perché mai l’essere figlio di qualcuno (per esempio di italiani) dovrebbe garantire dei diritti?
E perché mai il luogo dove si nasce (per esempio in Italia) dovrebbe garantire dei diritti?
Il lettore non mi fraintenda. Ben venga lo ius soli. È giusto che chi nasce e chi vive da tempo in Italia abbia gli stessi diritti di chi discende da persone italiane.
Ma credo sarebbe più giusto ancora fare un passo in più. Quello che si potrebbe chiamare ius nativitatis
Gli esseri umani, tutti gli esseri umani, a prescindere da chi siano i loro genitori biologici o dal luogo dove gli capita di nascere o dalla scuola che hanno frequentato, dovrebbero godere degli stessi diritti. Di tutti i diritti, compresi quelli di cittadinanza.
L’articolo 3 della costituzione dice: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.
In questo articolo della Costituzione, e mi scusino i costituzionalisti se mi azzardo, ci sono due problemi.
Il primo è che si parla di razze, anche se al negativo. Senza distinzione di razza. Il fatto è che però le razze umane non esistono. Esiste solo la specie umana, a prescindere dal colore della pelle, dei capelli o dalla statura. A prescindere da dove uno è nato o di chi è figlio. La nobiltà e la schiavitù non esistono più, almeno non in termini legali.
I tribunali non giudicano in base all’origine di nascita. In effetti non giudicano nemmeno in termini di cittadinanza, in questo superando la Costituzione in cui si afferma che solo i cittadini sono uguali di fronte alla legge. E questo è il secondo problema dell’articolo 3. I tribunali invece affermano che la legge è uguale per tutti. Ovvero che siamo tutti uguali, davanti alla legge, a prescindere dalla cittadinanza.
Bisogna fare un passo in più: andare anche oltre l’uguaglianza di ogni essere umano davanti alla legge.
Le differenze biologiche sono un’apparenza. Anche le differenze culturali sono un’apparenza. Le differenze esistono ma sono come un vestito. Sotto a quel vestito, che fa una differenza, c’è un’uguaglianza.
La chiave per vedere quest’uguaglianza, apparentemente invisibile, sta nella Teoria della nascita di Massimo Fagioli.
La nascita, l’origine del pensiero come reazione allo stimolo luminoso assolutamente nuovo, quella dinamica di formazione del primo pensiero di rapporto con il mondo e di certezza dell’esistenza di un altro essere umano e del rapporto con esso, è l’uguaglianza di fondo. È una dinamica che riguarda tutti. È universale. Ovunque si nasca, da chiunque si nasca. La dinamica della nascita è qualcosa che accade necessariamente e in cui il feto che nasce realizza il primo pensiero di rapporto con il mondo nel rapporto con una realtà non umana. la luce. È una dinamica universale perché per tutti è così.
Nel corso della sua breve vita, 37 anni appena, Mozart ha creato opere che oggi sono conosciute e ascoltate in tutto il mondo. Si potrebbe dire che la sua musica viene compresa senza nessuna difficoltà da chiunque, che sia un bambino o una persona anziana, che sia nato in in Brasile o in Cina, che abbia la pelle nera, gialla o bianca e a prescindere dalla formazione culturale o dalla lingua parlata.
La musica di Mozart ha in sé qualcosa di universale, qualcosa che è compreso da tutti. Se vi capita, andate a visitare la sua casa a Vienna. Sono poche semplici stanze, quasi vuote perché non si hanno indicazioni di come fosse arredata e disposta la sua casa. L’emozione è grande. È come se ci trovassimo nel luogo dove ha abitato una persona che abbiamo conosciuto bene, come se fosse un caro amico, una persona con cui abbiamo avuto un rapporto profondo.
È il rapporto con quella persona, mai vista e mai incontrata, che però ci ha parlato mille e mille volte con la sua musica, ogni volta che lo abbiamo ascoltato e ci siamo emozionati.
Mozart era un genio.
E se il genio fosse colui che riesce ad avere rapporto con tutta l’umanità?
È colui che ha un rapporto così profondo con gli altri che riesce ad esprimere qualcosa che è valido per tutti.
Il genio può essere un pittore. Può essere uno scrittore. Può essere un musicista. Il genio può essere uno scienziato.
Il genio è colui che riesce a vedere in profondità, a parlare con quel qualcosa che ci rende tutti uguali, che vale per tutti, a prescindere da qualunque differenza, culturale o biologica, ci possa essere.
Il genio ha la certezza del rapporto con gli altri esseri umani. È a loro che parla.
Il genio è colui che parla, con la sua propria nascita, alla nascita di tutti gli esseri umani.

L’editoriale di Matteo Fago è tratto dal numero di Left in edicola


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Uguali e diversi, tutti cittadini

MANIFESTAZIONE IUS SOLI AL PANTHEON MANIFESTAZIONE PER LA CITTADINANZA AGLI STRANIERI PROTESTA MANIFESTANTE MANIFESTANTI

L’idea che le leggi razziali del 1938 fossero una conseguenza di quell’avvicinamento tra Hitler e Mussolini culminato nel Patto d’acciaio del 1939, non regge all’analisi storica. L’Italia, infatti, aveva una propria tradizione di pensiero razziale risalente a ben prima di quei fatidici anni. Nutrito da figure quali i celebri economisti Pareto e Maffeo Pantaleoni, lo statistico Gini, Rocco e Agostino Gemelli, il razzismo fu infatti una componente significativa del pensiero sociale italiano. Vale la pena di ricordarlo, oggi, anche perché non ha altro fondamento, se non quello razziale, l’idea che l’identità dei membri di un popolo possa essere definita su base biologica, e dunque quest’ultima debba figurare come requisito per l’acquisizione della cittadinanza.
In tema di cittadinanza si hanno due principi: il primo, quello seguito da Paesi quali Stati Uniti, Francia, Spagna, Germania, Regno Unito, riconosce sotto alcune condizioni lo ius soli, cioè muove dall’idea per la quale la cittadinanza è assegnata a chi nasce sul territorio nazionale. Il secondo principio, quello che vige in Italia e che il Senato – nonostante l’opposizione della destra e del Movimento 5 Stelle – si spera riesca finalmente ad abolire, è basato all’opposto sul ius sanguinis: è cittadino chi, nato in Italia o all’estero, è di discendenza italiana e non lo è, salvo il verificarsi di alcune condizioni, chi nasce sul territorio italiano da genitori che non sono già cittadini del Paese. Quest’ultimo principio tradisce la sua origine nel pensiero razziale: non contano la lingua, la cultura, l’istruzione, o anche il periodo più o meno lungo di permanenza nel Paese, ma vige un’idea per la quale vi sarebbe, come indica la dizione stessa, un diritto alla cittadinanza italiana che si dovrebbe trasmettere per via fisico/biologica. Chi ne è privo è pertanto costretto a vivere una condizione diversa, con meno diritti, in conseguenza appunto di una circostanza a carattere genetico.
Ora, a parte il fatto …

L’articolo di Andrea Ventura prosegue su Left in edicola


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Il cyberbullismo non si risolve con le condanne

La Corte di cassazione ha confermato la condanna per i quattro studenti campani accusati di atti persecutori contro un compagno di scuola. Questo sfortunato ragazzo sul quale i quattro bulli si sono accaniti per ben due anni, con ogni sorta di angherie, percosse, poi filmate e messe in onda sulla rete, è stato costretto a trasferirsi in Piemonte per sfuggire alla persecuzione. Una grave lesione all’occhio, provocata da questi quattro violenti compagni di scuola, ha reso nota la triste vicenda e dato inizio ad un processo, in seguito al quale sono stati condannati a dieci mesi di reclusione. La condanna è stata ora confermata dalla Cassazione. Si tratta di una delle prime condanne per minori, che nel frattempo sono diventati maggiorenni, che passa in giudicato e quindi diventa definitiva. Un passo in avanti? Giusta punizione? Noi come psichiatri e psicoterapeuti ci chiediamo se questo sia davvero l’intervento più efficace per combattere questa drammatica «peste del nostro tempo». Ma cosa è il cyber bullismo? E perché si è diffuso in questo modo così invasivo, tanto da richiedere l’attenzione dei magistrati che si sono mossi per contenere il fenomeno almeno dal punto di vista della legge? Fu Bill Belsey, educatore canadese, che nel 2005 coniò il termine «cyber bullismo», volendo con questo termine intendere un comportamento prepotente, decisamente violento, basato su insulti e percosse, diretto contro un compagno timido e fragile, comunque incapace di difendersi. I social network vengono utilizzati così per schernire, offendere, denigrare la vittima in ogni modo. Il fenomeno è molto diffuso anche tra le ragazze. La vittima viene considerata uno “sfigato” in genere….ed egli non sa e non può difendersi. Il cyber bullo agisce sempre affiancato da un gruppo di “sostenitori”. Il bullismo, che c’è sempre stato, trasferitosi nel web è diventato più pericoloso poiché la sua caratteristica è l’ubiquità. La vittima non avrebbe scampo poiché la Rete la raggiunge ovunque mancando i limiti di spazio-tempo. A volte è condotta alla disperazione e si suicida, come accadde a Carolina Picchio, che si tolse la vita a 14 anni dopo aver detto che le parole facevano più male delle botte. Come terapeuti siamo chiamati a cercare di rispondere con una ricerca e una proposizione di cura, per questi fenomeni morbosi del nostro tempo. Studiando il fenomeno per una importante pubblicazione sulle dipendenze da internet di imminente uscita, (Internet: l’amico pericoloso. Collana Dafni e Cloe secondo volume, Liguori editore) apprendiamo che le nuove generazioni, i “Nativi digitali” (così chiamati perché nati negli anni 2000) sono immersi nella realtà della rete costantemente. E ci siamo resi conto che essi hanno scavato un solco profondo fra loro stessi ed i propri genitori. I “migranti sociali” di cui siamo parte anche noi, devono fare un salto, uno scatto d’intelligenza per comprendere cosa sta accadendo. E noi, per poter comprendere abbiamo chiesto aiuto a delle adolescenti e ne è venuto fuori un dibattito affascinante dal quale emerge però una realtà di disagio profondo. Sono sempre connesse, ma questa connessione non….

L’articolo della psichiatra e psicoterapeuta Ludovica Costantino prosegue su Left in edicola


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Gas sarin su donne e bambini in Siria, l’Opac denuncia: abbiamo le prove. Ignoti per ora i responsabili

Il 4 aprile è stato usato il gas sarin contro i civili. Lo ha confermato l’Opac, l’Organizzazione per la proibizione di armi chimiche, premio Nobel per la Pace 2013. È accaduto a Khan Sheikhun, nella provincia di Idlib.

Secondo il Report appena pubblicato sul sito dell’Opac, il punto d’origine da cui l’arma chimica si è diffusa, uccidendo oltre cento persone, contaminandone oltre trecento, è un cratere lungo la strada della cittadina che si trova a metà strada tra Aleppo e Homs. La versione del governo siriano e di quello russo, secondo cui tutto sarebbe avvenuto a causa dell’esplosione di un deposito di armi chimiche dei ribelli – di cui non c’è alcuna menzione nel rapporto Opac – non reggerebbe. Grazie al ritrovamento del cratere c’è invece la conferma della versione di vittime e testimoni secondo i quali il bombardamento con il sarin è stata opera di un aereo siriano che sorvolava la città ribelle il mattino del 4 aprile.

Washington lunedì scorso aveva dichiarato che la Siria «pagherà un prezzo altissimo» se dovesse utilizzare di nuovo agenti chimici proibiti, ricordando che ad aprile la risposta della Casa Bianca all’attacco con il sarin sono stati i 59 missili da crociera Tomahawk.

Saranno le Nazioni Unite ora a dover investigare per individuare i responsabili degli eventi di aprile, responsabili i cui nomi per il momento mancano nel rapporto dell’Opac. Ahmet Uzumcu, direttore generale dell’organizzazione non governativa, ha detto di «condannare profondamente questa atrocità, i perpetratori di questo attacco orribile devono essere riportati alla responsabilità dei loro crimini».

Hong Kong e Shanghai affascinanti rivali

Traditional chinese junkboat with typical red sails sailing across victoria harbour under dramatic late afternoon light and cloudscape. Hong Kong Skyline in the background, Hong Kong, Asia.

Solo 150 anni fa l’isola di Hong Kong era un villaggio di pescatori attraversato dal tropico del cancro. Venendo da occidente, è la prima isola che si incontra navigando lungo la costa orientale della Cina. Infatti furono proprio gli europei a fare la fortuna di questo isola, grande appena due volte l’isola di Ischia. Qui sbarcarono per la prima volta i portoghesi al principio del Cinquecento e, nella sua grande insenatura a meridione, la prima che si incontra venendo da sud, la Baia di Aberdeen, si stanziarono le navi inglesi che iniziarono a commerciare porcellana e tè in cambio di argento e oppio. Era il principio dell’Ottocento, i cinesi non avevano mai visto un mercante europeo, da quando i gesuiti erano stati cacciati dall’Imperatore alla fine del Seicento per la rissosità con i missionari domenicani. Gli inglesi nei primi decenni dell’Ottocento erano autorizzati a raggiungere la città di Canton situata all’estuario del Fiume delle Perle, poco lontana da Hong Kong, solo per brevi periodi dell’anno quando si svolgevano le transazioni commerciali. Non avevano interpreti: nessun inglese conosceva il cinese e nessun cinese conosceva quella lingua così strana. Tutto si svolgeva grazie ad intermediari che sapevano comunicare storpiando alcune parole degli uni o degli altri, sarebbe così nato il Pidgin English, per indicare appunto una lingua franca, il primo modello di quell’inglese internazionale, che si parla oggi un po’ ovunque nel mondo. Il desiderio delle navi inglesi di intensificare i commerci con la Cina e soprattutto la necessità di vendere l’oppio che gli inglesi producevano in India e la cui importazione era vietata in Gran Bretagna, produssero un irrigidimento della corte cinese che, nel 1839, requisì e fece distruggere oltre una tonnellata di oppio. La reazione inglese non si fece attendere e dopo un breve conflitto, la Gran Bretagna ottenne la firma del Trattato di Nanchino il 29 agosto 1842, con il quale acquisiva la sovranità sull’Isola di Hong Kong, oltre all’apertura al commercio internazionale di cinque porti: Canton, Fuzhou, Xiamen, Ningbo e Shanghai, tutti sulla costa meridionale cinese. Il trattato di Nanchino segnava l’inizio della forzata apertura della Cina all’Occidente, ai suoi usi e costumi, al suo commercio, ma anche alle sue idee. Solo cento anni dopo la Cina avrebbe riconquistato, nel 1949, la sua piena sovranità territoriale.

L’isola di Hong Kong iniziò così a prosperare come colonia inglese, con palazzi in stile Vittoriano e ricchi abitanti occidentali, circondati da servitù cinese. L’isola divenne il modello dello sviluppo capitalistico in Asia Orientale, un pezzo di Europa nel Mar Cinese. Tutti i contatti del mondo occidentale con la Cina passavano per Hong Kong, ma al tempo stesso cresceva anche il porto di Shanghai, l’altro piccolo villaggio di pescatori situato all’estuario del Fiume Azzurro, che prima della guerra dell’Oppio era solo abitato da pescatori cinesi e che successivamente, grazie alla sua posizione strategica, come punto di accesso alla principale via fluviale della Cina, divenne una seconda città europea in territorio cinese, con un lungo fiume, il Bund, sul quale si affacciavano meravigliosi palazzi in stile europeo, dove ogni notte fino all’alba si svolgevano feste e concerti, con ostriche e champagne. Ma in queste due città, di giorno un numero crescente di europei imparava a conoscere la Cina e la sua lingua e lentamente anche qualche cinese pensava fosse utile imparare il modo in cui parlavano quei popoli barbari, privi di cultura, manchevoli di rispetto verso gli antenati, intenti solo a commerciale e a combattere con lame affilate come quelle che in Cina solo i cuochi sanno maneggiare. Due successive guerre, nel 1860 e nel 1898, permisero alla Corona Britannica di prendere altri territori sulla terraferma davanti all’isola di Hong Kong, ma questa volta solo per cento anni e infatti fu proprio questa limite a determinare nel 1997 la necessità di rinegoziare il possedimento, oppure procedere alla cessione, come poi effettivamente avvenne con il passaggio alla Cina non solo delle zone continentali di Hong Kong in scadenza, ma anche dell’Isola, che in realtà nel 1842 era stata concessa in uso perpetuo. Hong Kong e Shanghai divennero quindi la porta della Cina con l’occidente, i luoghi dove si formarono generazioni di intellettuali e politici che avrebbero poi contribuito alla nascita della Cina moderna.

A Hong Kong i primi moderni intellettuali cinesi avrebbero conosciuto l’esistenza stessa dell’Europa e dell’Occidente, e a Shanghai nel 1921 Mao fondava il Partito Comunista. Da sempre quindi le due città hanno nutrito una sorta di rivalità, una “veramente” inglese, Hong Kong, ma piccola ed isolata, l’altra cinese, ma colonizzata dagli occidentali. Le vicende di queste due città sembrarono separarsi per sempre nel 1949, quando a Pechino iniziò a sventolare la bandiera della Repubblica Popolare Cinese e Shanghai fu additata come il peggior esempio della depravazione occidentale e capitalista e in effetti la città era diventata negli anni Trenta e Quaranta uno dei luoghi più lascivi e corrotti del mondo intero.Shanghai divenne solo la seconda città della Cina, città industriale e sempre un po’ guardata a vista dal regime, a causa di questo suo passato così controverso. Hong Kong, invece, dopo il 1949 conobbe il periodo del suo massimo splendore. Lì si trasferirono tutti gli occidentali che volevano continuare a osservare la Cina dall’interno, essendo l’unico punto di tutta la Cina geografica, in cui era consentito agli europei risiedere. Qui arrivavano tutte le navi occidentali che commerciavano con la Cina e qui s’installarono tutti i diplomatici e i giornalisti che volevano osservare la Cina, continuando a crogiolarsi in un’atmosfera coloniale, anche se i tempi erano mutati e la seconda guerra mondiale era finita.

Arrivare a Hong Kong, territorio inglese, era una esperienza quasi metafisica; dopo aver attraversato in treno distese di risaie a perdita d’occhio, popolate solo di cappelli conici di paglia, sotto i quali si presumeva si celassero esili contadini con i piedi immersi nel fango, che spingevano con una lentezza antica aratri trainati a spalla o trascinati da sparuti buoi d’acqua. Con gli occhi pieni di riso e colori, si arrivava davanti ad un ponte di legno, al di là del quale si intravvedevano costruzioni moderne. Passata la dogana dei funzionari cinesi, vestiti con divise verdi militare sempre troppo grandi e strette alla cinta, si percorreva quel ponte scricchiolante alla fine del quale si ergeva un bobby inglese che, dopo tanta Cina, sembrava ancora più alto e impettito con i suoi lunghi baffi, che ti dava il benvenuto nella colonia di Sua Maestà. Sembrava un salto nel passato, in un mondo – per fortuna – ormai andato, dove si trascorrevano le serate nella meravigliosa villa di Tiziano Terzani, il principe dei China Watch, sorseggiando liquori, rigorosamente scozzesi e godendo della frescura delle prime rumorosissime macchine per l’aria fredda. A Hong Kong si leggeva quello che in Cina non si poteva sapere, si conoscevano persone che avevano viaggiato in quel continente e si assaporava il vero colore dell’antica cultura cinese, fatta di rapporti personali, cibo e lettura. A Hong Kong, già quarant’anni fa, si poteva godere di uno dei più strabilianti skyline al mondo, quando con un vecchio battello di linea ancora in uso, per pochi spiccioli, si passava dalla terra ferma, dove erano i palazzi più moderni, alla rocciosa isola, tutte curve e insenature dove si poteva alloggiare in ottocenteschi dormitori per marinai di passaggio, consumando al mattino un perfetta colazione inglese, con uova e bacon, in una bettola tutta cinese.

A Shanghai invece, in quegli anni, dopo il 1949 non c’erano più stranieri, ma erano restati solo i loro sontuosi palazzi lungo il fiume. Solo in un fascinoso albergo da cui si godeva una vista sull’immenso estuario del fiume azzurro, la sera di poteva ascoltare una jazz band composta tutta di anziani suonatori cinesi, che con le loro nostalgiche note facevano rivivere il sapore della vecchia Shanghai europea. La storia sembrava segnata e invece proprio negli anni Ottanta con l’apertura della Cina all’Occidente, la città di Shanghai ha iniziato nuovamente a crescere come finestra della Cina sul mondo. Quelli che un tempo erano solo terreni incolti sull’altra sponda del fiume, hanno iniziato a ospitare i più alti grattaceli al mondo e la città è cresciuta al punto da diventare la prima metropoli dell’Asia. Hong Kong invece ha perso il suo ruolo di unica porta di accesso al mondo per la Cina, ma ha conservato tratti particolarissimi. Dopo la cessione alla Gran Bretagna a firma di due personaggi con Deng Xiaoping e Margareth Thatcher. Hong Kong sulla carta ha mantenuto la possibilità dello sviluppo di un sistema vagamente democratico, quel sistema che gli inglesi in 150 anni non si erano mia sognati di volerle dare, ed è anche diventata la fucina di tanti movimenti intellettuali e politici, che aspirano a innescare meccanismi di trasformazione politica e sociale nella Cina continentale.

Tuttavia, in fondo, Hong Kong è rimasta una colonia inglese, un territorio, dove si parlano tre lingue, cantonese, mandarino e inglese. Il cantonese è la lingua locale, considerata in Cina un dialetto: una lingua antichissima, che conserva tracce del cinese parlato mille anni fa; una lingua fortemente tonale e difficile all’orecchio occidentale, ma parlata da una amplissima diaspora di cantonesi nel mondo. L’unico dialetto cinese che vanta una ricca letteratura e che continua a mostrare una straordinaria vitalità. A Hong Kong, dopo il 1997, tutti hanno iniziato anche a studiare la lingua dei nuovi governanti, la lingua mandarina o putonghua, la lingua parlata a Pechino (che dista da Hong Kong quasi duemila chilometri) e dai mezzi d’informazione della Repubblica Popolare, ma che viene appunto percepita come una nuova lingua coloniale, anche se cinese. E poi c’è l’inglese, la lingua un tempo parlata dai colonizzatori, oggi percepita e difesa come strumento di modernità e indipendenza, straordinario veicolo per il commercio materiale e delle idee. Infatti proprio ad Hong Kong si trovano alcune delle migliori università dell’Asia, dove si possono seguire corsi in inglese e in cinese, ascoltando nelle strade la meravigliosa cantilena dei toni della lingua cantonese. Anche la cultura cinese si è tramandata nell’isola assai meglio che altrove: usi, costumi, abitudini millenarie – come il capodanno cinese, caduto per un lungo periodo quasi in disuso in Cina e solo da poco ripristinato con un tono a volte posticcio-, a Hong Kong sono vissute con grande convinzione. Hong Kong a distanza di centinaia di anni, dopo fasi di splendore e relativa decadenza, continua a esercitare sul visitatore un fascino fuori dal comune, grazie ai suoi odori e ai suoi meravigliosi colori, che le fanno sempre meritare il nome di Porto dei Profumi, o Hong Kong, appunto, secondo il suo suono cantonese.

L’articolo del sinologo Federico Masini è tratto dal numero di Left in edicola


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