epa05912779 Turkish President Recep Tayyip Erdogan (R) speaks during a rally after referendum victory, at the Presidential Palace in Ankara, Turkey, 17 April 2017. Media reports Turkish President Erdogan won a narrow lead of the 'Yes' vote in unofficial results, 17 April 2017. The proposed reform, passed by Turkish parliament on 21 January, would change the country's parliamentarian system of governance into a presidential one, which the opposition denounced as giving more power to Turkish President Erdogan. EPA/TUMAY BERKIN
Un golpe fallito (e dalle dinamiche dubbie) che ha trasformato la Turchia in un sultanato ai piedi di Erdogan. E poi ci sono i numeri: Erdogan e il governo turco hanno arrestato 43mila persone, sequestrato 800 società, chiuso diversi giornali ed emittenti televisive, mandato in carcere 150 giornalisti (per 16 è stato chiesto l’ergastolo), allontanato dal lavoro 140mila dipendenti pubblici (tra cui funzionari, dirigenti, giudici, poliziotti), svuotato la magistratura e occupato tutte le fonti di informazione.
Sarebbe bastato questo, in un’Europa che aspiri a essere davvero presa sul serio, per sollevare un’indignazione internazionale che diventasse anche politica. E invece niente. Anzi, peggio: l’Europa finanzia Erdogan perché faccia della sua nazione il sacchetto dell’umido dell’immigrazione, trattando i rifugiati come percolato da nascondere quanto prima nel sacchetto dell’umido.
Poi, nei giorni scorsi, è arrivato anche l’esito del referendum sulla riforma costituzionale: Erdogan si cuce una costituzione su misura e diventa il padrone di un Paese che sembra correre veloce verso i suoi tempi più bui. Schede non autenticate eppure conteggiate, una campagna elettorale con nessuno spazio per il dibattito democratico, scrutini aperti ai rappresentanti del no solo dopo una buona mezz’ora dall’inizio dello spoglio e una lunga serie di amenità da terzo mondo dei diritti.
E l’Europa che fa? Un sussulto? Niente. Uno starnuto? Nulla. Anzi, continua imperterrita a portare avanti le trattative perché la Turchia ne diventi membro. Da una parte Erdogan esulta e promette in tempi brevi un nuovo referendum per ripristinare la pena di morte; dall’altra la politica europea si affida a grigiastri ragionieri affilatissimi con i bilanci e vigliacchetti con i prepotenti.
Antonio Di Martino e Fabrizio Cammarata ritornano ad ammaliare il pubblico con l’epica vita e le canzoni di Chavela Vargas. Il 19 aprile sul palco del Quirinetta di Roma riportano in scena “Un mondo raro”, la storia raccontata, ma soprattutto suonata e cantata, del loro viaggio in Messico sulle orme della cantante che fece innamorare Frida Kahlo e impazzire Ava Gardner. Dopo Roma le tappe di Firenze, il 22 aprile alla Sala Vanni, e Terni, il 9 maggio a Anteprima Encuentro. In attesa di ascoltarli ecco la nostra intervista ai due cantautori, pubblicata su Left n. 5 in occasione dell’uscita del disco e del libro “Un mondo raro” dai quali è tratto lo spettacolo .
Donne, grandi sbronze, canzoni romantiche e schiere di cuori infranti. È una vita piena quella vissuta da Chavela Vargas, nata in Costa Rica ma simbolo indiscusso del Messico. I cantautori siciliani Antonio Di Martino e Fabrizio Cammarata hanno deciso di raccontarla tra parole e musica con Un mondo raro, un libro (La nave di Teseo) ma anche un disco (Picicca dischi) dallo stesso titolo. Quella della Vargas è una storia epica e assume le dimensioni della leggenda perché parte dalla strada. Quella fatta da Di Martino e Cammarata per ripercorrere dalla Sicilia al Messico le orme di Chavela e quella fatta da lei stessa a 17 anni quando nel 1935 lascia, con il fagotto in spalla e il cuore carico di ambizioni, un Paese piccolo e bigotto per conquistare quello che in quegli anni era il regno di Frida Kahlo, Diego Rivera e Tina Modotti. Un Messico vivo, rivoluzionario e in fermento, come l’animo ribelle di Chavela che si vestiva da uomo, indossava un poncho rosso da mariachi e una fondina con una pistola per darsi un’aria da dura per poi sciogliersi appena apriva bocca per cantare le sue struggenti nenie d’amore.
«Il libro inizia con una porta in faccia e un produttore musicale che le dice: “Signorina Vargas lei ha una voce terribile”», racconta Antonio Di Martino. «Non è la prima porta in faccia che prende Chavela, ma volevamo sottolineare come i rifiuti fossero per lei uno stimolo, ad andare avanti e metterci ancora più impegno. Un mondo raro è la storia di una rivincita continua nei confronti della vita». Un canto, come le canzoni racchiuse nel disco, che invita a non darsi per vinti. «Tutta la sua esistenza è stata un andare contro un destino che sembrava avverso. O, se la si guarda da un’altra prospettiva, un inseguire un destino di cui solo lei all’inizio sembrava riconoscere il suono e il richiamo», spiega Fabrizio Cammarata, il primo dei due cantautori ad innamorarsi del mito di Chavela Vargas e a trascinare l’amico in questa avventura. «Non era una cosa così scontata essere una donna anticonformista e dichiaratamente omosessuale nell’America Latina, intrisa di machismo, degli anni 30 e 40» spiega Fabrizio «e non era una strada in discesa misurarsi con un Paese che non era il suo e con un genere musicale prettamente maschile. Quella di Chavela è stata una guerra continua contro gli elementi». Un’impresa epica appunto, fissata lì a monito ed esempio per chi per passione decide di andare contro, di insistere. «Come cantautori ci siamo sentiti dire di no innumerevoli volte e continuiamo a prendere porte in faccia» racconta Di Martino sorridendo, «ma forse – gli fa eco Cammarata – fa anche un po’ bene ricordarsi che nulla va dato per scontato, a qualsiasi livello della propria carriera si sia giunti».
Quello di quegli anni è un Messico vivo, rivoluzionario e in fermento, come l’animo ribelle di Chavela che si vestiva da uomo e indossava un poncho rosso da mariachi e una fondina con una pistola per darsi un’aria da dura
Ma la vita della Vargas è anche porte che si aprono, amicizie e incontri straordinari. Come quello con José Alfredo Jiménez, il più grande autore messicano di ballate rancheras. Una sera in una taverna di Città del Messico José sente Chavela cantare, la ascolta sbalordito e la invita a bere con lui. È la prima di molte altre serate alcoliche, ma soprattutto di un’amicizia e di una collaborazione fino alla fine indissolubili. La sete per la tequila, per la musica e per la vita in Chavela è inestinguibile. Beve, ma non ne ha mai abbastanza, «è un desiderio costante il suo, lo si vede soprattutto sul palco – dice Di Martino – dove emana un’enorme energia che allo stesso tempo riceve in cambio dal pubblico».
«Nella vita e durante i concerti, funzionava come una sorta di catalizzatore», aggiunge Cammarata «guardando i video delle sue esibizioni si ha l’impressione di trovarsi di fronte a qualcuno che sta cercando di raccogliere e cantare tutte le emozioni, il male e il bene delle persone presenti, sentimenti trasversali che ci fanno essere quasi un corpo unico… l’amore, la disperazione, la solitudine, la nostalgia e li trasforma in un rito. Chavela di fatto era una sciamana, questo la rendeva unica». Vargas infatti interpreta alla perfezione quella vita intrisa del senso della morte che è l’anima della mexicanidad, ma che possiamo ritrovare anche nella cultura della nostra Sicilia. «La Sicilia e il Messico forse sono fra i pochissimi posti al mondo in cui si celebra una vera e propria Festa dei morti», raccontano i due cantautori, «era come un secondo Natale, da bambini ci immaginavamo questi fantasmi che la notte fra l’1 e il 2 novembre entravano in casa per portarci i dolci. La Sicilia è intrisa di un senso tragicomico dell’esistenza, la morte è semplicemente il lato b della vita. Questo sentire ci ha reso più facile entrare nel mondo raro, prezioso e strano, di Chavela Vargas».
La sete per la tequila, per la musica e per la vita in Chavela è inestinguibile. Beve, ma non ne ha mai abbastanza
Un mondo nel quale non mancano aneddoti e volti noti. Ad Acapulco negli anni 50 si riversavano molti divi della Hollywood degli anni 50 alla ricerca di esperienze esotiche, ricorda Di Martino: «Di quelle notti Chavela amava raccontare di quando vide l’alba fra le gambe di Ava Gardner». La sensualità della cantante messicana è un altro tratto travolgente della sua personalità: «Durante il nostro viaggio in Messico abbiamo conosciuto anche Lila Downs, erede musicale dalla Vargas. Lila conobbe di persona Chavela quando lavorarono insieme sul set del film Frida con Selma Hayek. Chavela all’epoca aveva più di ottant’anni, Lila, trenta, ed era bellissima e carica di energie. Nonostante questo ci ha giurato che Chavela senza alcuna esitazione tentò un abbordaggio, non tradendo il suo spirito passionale». «C’è un brano che Vargas ha follemente amato cantare negli ultimi anni della sua vita», ci svelano i due cantautori come un segreto prezioso «si chiama “Las simples cosas”, “Le cose semplici”, e descrive, meglio di qualsiasi capitolo, anche i vent’anni di silenzio e di sparizione dalle scene pubbliche che hanno caratterizzato la vita di Chavela. Nella canzone ci dice che per lei la libertà era una cosa meravigliosa ma per possederla davvero bisognava pagare un prezzo altissimo: per lei quel prezzo era la solitudine».
#LeftPlay Chavela secondo Antonio Di Martino e Fabrizio Cammarata
«Ci sono persone che se le rappresenti votano». Sembra tutto così semplice quando lo dice Ada Colau che non a caso è sindaca della sua città, Barcellona. La città rifugio che scende in piazza per difendere i diritti dei migranti, la città che cresce – anche economicamente – in un Paese governato con l’austerity di Rajoy. E mentre in Italia si fa un gran parlare di “come costruire un soggetto unitario della sinistra”, val la pena stare attenti a cosa succede in Catalogna dove lo hanno appena fatto. Loro lo chiamano «processo partecipativo per costruire un nuovo e unitario spazio politico e sociale della sinistra». E precisano – le parole sono ancora di Colau – che è e deve essere «uno spazio in cui nessuno deve rinunciare alla propria identità e che permetta ai partiti del 3% di costruire l’egemonia, e di fare fronte al ritorno dell’estrema destra in Europa». Sabato 8 aprile, al padiglione di Vall d’Hebron di Barcelona, si è tenuta l’Assemblea Fundacional di “Un país en comú”, il partito unito della sinistra catalana, che ha eletto come suo leader il deputato al Congresso spagnolo Xavier Domènech.
Oltre la coalizione
«¡Unidad! ¡unidad». Come a Vistalegre lo scorso febbraio, anche a Barcellona è questo il refrain. Più che sulle identità di ognuno – e più che a spaccare il capello in quattro – qui si sono concentrati sugli obiettivi comuni: un nuovo modello economico ed ecologico fondato sul bene comune, un modello di benessere per una società giusta ed egualitaria, un Paese fraterno in tutti i suoi ambiti, una rivoluzione democratica e femminista, un Paese inclusivo in cui tutti trovino il loro posto, un progetto di Paese che parta da tutti i territori. Queste le cinque chiavi che aprono la porta al progetto unitario. «Siamo una forza inarrestabile e non cadremo nella trappola dei poveri contro i poveri», ha detto Colau. Del resto il partito nasce a sua immagine e somiglianza, e così ha convinto i movimenti sociali nati con la crisi economica a unirsi ai partiti. Una sorta di “cessione di sovranità” in un nuovo soggetto politico, dagli ambientalisti di Iniciativa per Catalunya Verds ai comunisti di Esquerra Unida i Alternativa, fino a – ovviamente – En Comú Podem, Barcelona en Comú, Podemos e gli indipendenti. Ma come si fa a mettere tutti insieme? Lo abbiamo chiesto a Ernest Urtasun, ecosocialista ed eurodeputatato catalano molto popolare nella sua terra, il secondo più votato all’assemblea di sabato scorso. «Abbiamo molto discusso come fare l’unità, eravamo di fronte a due modelli: un processo di coalizione, e cioè creare una struttura condivisa mantenendo le militanze separate e dunque componendo gli organi comuni in base alle quote di ogni partito o movimento. Questo modello non ci è sembrato ambizioso, perché semplicemente gestionale, perciò lo abbiamo superato per creare un nuovo partito». Un nuovo partito in cui il demos sono i militanti, di qualunque formazione o partito e, soprattutto, di nessuna organizzazione: «Il modello della coalizione non allarga, perché semplicemente somma l’esistente. Superare la coalizione, con un soggetto completamente nuovo, invece, è un grande richiamo per la maggioranza dei cittadini che al momento non partecipa da nessuna parte».
NL01 - 19981013 - VILLAFRANCA, ITALY : Six MK 82 free falling bombs of 500 pound each are ready to be loaded onto Dutch F 16 jet-fighters at the military airbase Villafrance, 13 October. The Dutch Royal Airforce are still preparing for possible NATO actions against Yugslavia despite the agreements between Holbrooke and Serb president Milosovic. (ELECTRONIC IMAGE)
EPA PHOTO ANP/MARCEL ANTONISSE
Nel Sulcis delle miniere dismesse, delle vertenze storiche come quella di Alcoa, Carbosulcis o Eurallumina, e della disoccupazione giovanile record, 74 operai costruiscono ogni giorno ordigni bellici. Nei periodi di “super-produzione”, frequenti negli ultimi tempi, quei 74 diventano anche 200, 250, dando inizio a una strana catena di montaggio che inizia nel sud della Sardegna, a Domusnovas, prosegue su navi e aerei che attraversano il Mediterraneo e termina drammaticamente sul suolo yemenita per opera delle forze armate dell’Arabia Saudita, per citare una delle destinazioni di cui più si è discusso negli ultimi anni. La fabbrica di armi e munizioni in cui sono “barricati” questi operai, costretti per contratto a un particolare vincolo di riservatezza, è in un anonimo edificio giallo ocra a poca distanza dal centro cittadino («ma abbastanza da non sentirla come una minaccia», ci dice il “minatore rosso” Antonello Tiddia). Si tratta della Rwm Italia Spa, partecipata del gigante tedesco Rheinmetall Waffe Munition Gmbh, meglio noto come Rheinmetall Defence, con sede principale a Ghedi (Brescia) e un secondo stabilimento a Domusnovas, sorto nel 1972 sulle ceneri di una società che produceva esplosivi per le miniere della zona.
Non ci sono insegne né cartelli a indicare la strada per arrivarci. A qualche centinaio di metri dalla Rwm, tenuti a debita distanza da circa duecento agenti, lunedì 3 aprile oltre sessanta attivisti hanno per l’ennesima volta manifestato contro la produzione delle bombe – tra cui le micidiali Mk83 o le bombe d’aereo di penetrazione Blu-109 cadute sullo Yemen, come conferma anche l’Onu – per poi dirigersi in paese, dove le proteste antimilitariste sono tutt’altro che gradite. «Ogni volta che in questa regione ci opponiamo a decisioni calate dall’alto ci ritroviamo davanti schieramenti notevolidi forze dell’ordine», racconta Rosalba Meloni, attivista del Cagliari social forum e del Movimento anti-militarista sardo. «Ma quando si tocca il discorso militare le cose peggiorano: il 3 aprile ci siamo ritrovati davanti sette cellulari pieni zeppi di poliziotti, numerose auto dei carabinieri, Digos, truppe speciali e un elicottero che girava sopra le nostre teste. Non oso immaginare quanto sia costato quest’apparato di sicurezza spropositato a noi contribuenti. Hanno creato una notevole tensione, ma noi non avevamo alcuna voglia di essere pestati e abbiamo semplicemente fatto e detto le cose che ci eravamo prefissati di dire e fare, anche discutendo animatamente. Soprattutto, con il nostro sit-in abbiamo impedito il cambio turno costringendo la fabbrica a trattenere gli operai del primo turno fino alle 18, anche se il nostro obiettivo iniziale era quello di bloccare la produzione».
Venerdì 28 aprile il Movimento antimilitarista sardo ha in programma un corteo dall’ingresso del Poligono di Quirra (Cagliari) per chiedere di liberare la Regione dalla presenza di basi militari e dalla produzione di armi, che occupano territori da bonificare e da restituire ad agricoltura e turismo di qualità. Sui danni della servitù militare di Quirra è in corso un processo a Lanusei. Da uno studio presentato in udienza l’8 marzo da un avvocato di parte civile risulta la presenza di torio, uranio, piombo, arsenico nelle carni degli animali da pascolo.
«Lavori per non pensare a che lavoro fai per chi ti chiede sempre di più. La paura non serve a nulla. L’amore al peggio ti fa dimagrire e non resta niente dei tuoi sogni, se da sveglio non valgono più» cantano i ragazzi de Lo Stato Sociale in “Sessanta milioni di partiti”, il brano che racconta al meglio come sono e che apre il loro ultimo album Amore, lavoro e altri miti da sfatare frutto di quasi due anni di lavoro. Lo Stato Sociale, lo si capisce già dal nome, non è una band come tante altre. I cinque bolognesi, Albi, Bebo, Lodo, Carota e Checco non hanno mai nascosto la loro passione per le “canzonette” e una certa anima pop, ma allo stesso tempo, fra cronaca e ironia, riempiono i loro brani di istanze sociali. «Abbiamo capito di essere un collettivo e l’importanza di questa parola, sempre meno usata e sempre più svuotata» spiegano. E allora chi meglio di loro, rappresentati per l’occasione da Bebo, per fare due chiacchiere sul mondo là fuori. Sulla politica che non interessa alla gente; sulla sinistra che non c’è; sull’avere trent’anni e non sapere dove sbattere la testa perché manca il lavoro, ma alla fine «finché c’è l’amore c’è speranza». E sulla musica, ovviamente.
Quali sono questi “altri miti da sfatare”?
Sono tutte quelle certezze che sono state pian piano smantellate dal Novecento in poi. Nel 2008 con l’arrivo dell’ultima crisi economica, abbiamo cominciato a mettere in dubbio molte di quelle che, fino a quel momento, erano le fondamenta della crescita personale. La nostra generazione, quella dei trentenni, si è affacciata su un mondo del lavoro completamente inesistente. Abbiamo assistito all’assassinio dell’Articolo 18, all’arrivo dei voucher e siamo stati traghettati nell’era Jobs Act. Non proprio il mondo fatto di stabilità e certezze che ci avevano raccontato. Gli altri miti da sfatare sono quelli che hanno conquistato la ribalta negli ultimi 10 anni. Facebook, per esempio, i selfie e il culto della personalità diffuso ad oltranza sui social, ma anche l’idea che il successo sia l’unico modo per sentirsi realizzati o il mito delle frontiere da alzare per proteggersi e la convinzione che i migranti ci rubino il lavoro e prendano 36 euro al giorno.
“Sessanta milioni di partiti” parla proprio di questo.
Il testo è uno spaccato piuttosto ampio di come guardiamo a quello che succede oggi. È una sorta di “bignamino” di quello che accade nel disco ed è la canzone a cui siamo più affezionati.
L’album è un ritratto fedele della vostra generazione. Quella dei millennials che i giornali spesso bollano come bamboccioni.
Raccontare la nostra generazione è complicato, ci siamo trovati di fronte a un guado e noi stessi siamo stati incapaci di dar vita a una nostra narrazione quando c’era il bisogno di essere compatti e tirare fuori delle istanze. Forse eravamo troppo occupati a ritrovare una bussola che era smarrita, perché ci stavano mettendo i bastoni fra le ruote dal punto di vista economico e sociale. Se già fatichi tu a saperti raccontare, non puoi certo aspettarti accuratezza dagli altri, soprattutto se parliamo dei media tradizionali che sono dei dinosauri. Quando ho letto Gli sdraiati di Michele Serra, avrei voluto dirgli «bella vez» ( “ehi vecchio” in bolognese) sono 50 anni che fai quel mestiere lì, c’hai tre quattro poltrone, due case, due famiglie, facile dire che noi siamo una generazione affaticata, quando tu te ne stai seduto comodo comodo su un trono del Novecento. A parte questo qualche forma interessante per raccontarci l’abbiamo trovata, ci sono dei bravi cantautori e dei bravi autori, Zerocalcare per esempio è uno che è partito dal movimento ed è diventato una star. Forse stiamo riprendendo un po’ in mano la narrazione, la possibilità di spiegarci ecco…
Un' immagine della Costituente comunista al Circolo Arci San Lazzaro (Bologna) per ricreare il partito della falce e martello puntando a fare, del nuovo partito, un approdo per tutti i comunisti italiani, Bologna, 25 giugno 2016. ANSA/GIORGIO BENVENUTI
Perché la sinistra perde?Con o senza punto interrogativo, questo era il compito che i miei colleghi mi hanno assegnato per la storia di copertina del numero di Left che trovate in edicola. Dopo aver chiacchierato per quasi due ore con Owen Jones ed essere rimasti senza parole di fronte a domande – a cui noi di Left avremmo dovuto invece saper rispondere in grande scioltezza (del tipo: Perché nonostante in Italia la crisi sia molto forte, la sinistra non vince?) -, sono stata spedita al festeggiamento dei 60 anni dell’Arci perché la sinistra, quella italiana, sarebbe stata tutta lì. Tutta in prima fila sulle poltroncine del teatro Orione, in via Appia a Roma.
E in effetti in prima fila c’erano tutti. Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra italiana, Matteo Orfini, presidente del Partito democratico, Giuliano Pisapia, leader di Campo progressista, Susanna Camusso, segretaria della Cgil, Andrea Orlando, ministro della Giustizia e contendente alle primarie del Pd di Matteo Renzi, Roberto Speranza, leader di Articolo Uno, Michele Emiliano (in collegamento), presidente della regione Puglia e terzo candidato alle primarie del Pd, Paolo Ferrero, ex segretario di Rifondazione comunista, Riccardo Magi dei Radicali e anche Sergio Staino, vignettista, padre di Bobo ed ex direttore de l’Unità.
Insomma c’era tutta – ad eccezione forse di Possibile – la sinistra italiana. Sulla carta almeno. Sul palco insieme a loro c’erano pure le sagome (questa volta di cartone) dei protagonisti del Quarto stato di Pellizza da Volpedo e una presentatrice che si irritava ogni volta che l’invitato a parlare sforava i dieci minuti di tempo che gli erano stati concessi. E il pubblico, sessanta persone circa che riempivano sì e no, a macchia di ghepardo, una platea davvero troppo vuota. Dov’è il popolo? Quello della sinistra? Com’è che non è lì?
Non serve troppo tempo per capirlo. Soprattutto avendo in testa le parole – queste sì di sinistra, che leggerete sul nostro settimanale – scambiate poche ore prima con Owen Jones che abbiamo incontrato in redazione. Basta guardare la distrazione della platea. Sarebbe bastato chiedere a quei 60 spettatori se si fossero mai sentiti “pensati” dagli invitati sul palco, e anche se avessero ancora fiducia nel fatto che quelle parole, tante parole di quegli invitati, sarebbero poi diventate prassi politica, e azione. Collettiva.
Io rispondo – qui in sintesi, sul giornale più lungamente. Per me, due soli picchi emotivi (superati presto dalla visione serale di un documentario, Avanti!, di una giovane regista, Lucia Senesi, che vi consiglio, che ha girato l’Europa con Gramsci in testa). Banali, nel senso di molto molto familiari, ma almeno picchi. Il primo quando Nicola Fratoianni rivolgendosi ad Andrea Orlando, cofirmatario del famoso decreto Minniti-Orlando di cui abbiamo lungamente scritto, dice al ministro: «Attento perché il Daspo uccide un pezzo della Storia migliore di questo Paese». Bello, perché Fratoianni ritiene evidentemente pezzo migliore della Storia di questo Paese l’accoglienza e la solidarietà. E bello, perché ritiene che uno strumento come il daspo, un foglio di via, per barboni, migranti… soggetti ritenuti dalle autorità “socialmente pericolosi”, uccida quella Storia migliore. Uccida quell’idea insindacabile e universale di un’uguaglianza che è alla nascita e che nessun colore o ruolo sociale o Paese d’origine o mezza politica o interesse nazionale potrà mai intaccare. Il secondo picco è quando Paolo Ferrero si avvicina al palchetto, sempre con la sensazione di essere fuori posto e fuori tempo (un po’ lo è, in effetti), e cita Albert Einstein: «Il cervello è come un paracadute, funziona solo se si apre» dice. Lo so che può sembrare una sciocchezza, eppure lì con quelle sagome di cartone del Quarto Stato, la presentatrice irritata, gli ospiti concentrati su smartphone e tablet, la platea semivuota, mi è sembrato un miracolo di “presenza”. Umana e politica.
Di picchi emotivi per i 60 anni dell’Arci basta così, per il resto le ragioni per cui la sinistra perde (senza punto interrogativo) si susseguono sul palco. Qui ne anticipo due: Matteo Orfini che spalleggia il decreto Minniti (e Orlando) e sostiene che “sicurezza” è una parola di sinistra quanto “integrazione”. Anzi che la “sicurezza” non va lasciata alla destra e ci racconta perle dal suo quartiere di periferia che gli chiede proprio sicurezza. Massimo Bray che spiega ai 40 (a quel punto) in platea che la terra è in prestito, come dice papa Francesco, e quindi non la dobbiamo rovinare perché non è nostra.
9 Aprile 2017. Istanbul, Turchia. Un comizio elettorale per il referendum costituzionale che si terrà il 16 aprile, sulla modifica del sistema parlamentare corrente in una presidenza esecutiva. (Photo BULENT KILIC/AFP/Getty Images)
I vigili del fuoco lavorano per spegnere un enorme incendio scoppiato a campo Grande-Synthe, il campo profughi alla periferia di Dunkerque che ospita più di 1500 persone. (Photo PHILIPPE HUGUEN/AFP/Getty Images)
11 aprile 2017. Santiago, Cile. Una marcia degli studenti che chiedono l’accesso ad un’istruzione pubblica e gratuita per tutti. (Photo MARTIN BERNETTI/AFP/Getty Images)
12 aprile 2017. Dortmund, Germania. Poliziotti di guardia davanti a un bus della squadra di club di calcio francese AS Monaco, il giorno dopo l’attacco al bus della squadra del Dortmund. (Photo SASCHA SCHUERMANN/AFP/Getty Images)
Una donna turca con una bandiera raffigurante il fondatore della Turchia moderna Mustafa Kemal Ataturk, durante un comizio referendario. (Photo BULENT KILIC/AFP/Getty Images)
13 aprile 2017. Un soldato della NATO in servizio nelle forze di pace (KFOR) vicino al villaggio di Harilaq, Kosov. (Photo ARMEND NIMANI/AFP/Getty Images)
13 aprile 2017. Caracas, Venezuela. Poliziotti della Guardia Nazionale in assetto antisommossa. Sono cinque le vittime degli scontri delle ultime due settimane, in seguito alle proteste contro il presidente Maduro. (Photo JUAN BARRETO/AFP/Getty Images)
14 aprile 2017. Pechino, China. Una donna osserva la città avvolta dallo smog: nella capitale cinese è allerta arancione, quella che precede la massima, la rossa, per l’inquinamento atmosferico. (Photo FRED DUFOUR/AFP/Getty Images)
4 aprile 2017. Profughi iracheni in arrivo al un centro di smistamento a Mosul prima di essere trasportati nei campi profughi.
(Photo CHRISTOPHE SIMON/AFP/Getty Images)
Pendolari della Corea del Nord leggono i giornali locali in teche di vetro nella metropolitana a Pyongyang, Corea del Nord. Ansa EPA/HOW HWEE YOUNG
Un momento della protesta degli occupanti del Centro Baobab in Campidoglio, in occasione della seduta straordinaria dell'Assemblea Capitolina su via Cupa e il Baobab, Roma, 11 ottobre 2016. ANSA/ CLAUDIO PERI
Dalla Val Roya a Roma, passando per Ventimiglia. Gli attivisti del Baobab di Roma sono a Ventimiglia. Mentre le istituzioni latitano, cittadine e cittadini si organizzano non solo nei territori ma anche facendo rete, dalla punta alla cima del Paese. «Abbiamo ritrovato qui molti di quelli che sono stati ospitati al Baobab», ci dice Andrea Costa e vuole precisare che sono ore tutto sommato piacevoli in cui si apprende che molti di loro stanno ancora bene. Ma non appena torniamo a parlare di Roma i sorrisi si spengono. «Ieri sera, e cioè appena 24 ore dopo l’approvazione del decreto Minniti, la polizia è venuta a farci visita al campo di Roma», racconta Costa. «Dei circa 80 ospiti presenti ne hanno trovati solo 36 e li hanno portati via per identificarli. E pensare che da settimane molti di loro tentano di farsi ricevere in questura perché vogliono accedere al percorso regolare di ospitalità». I 36, quindi sono stati identificati e poi liberati, e sono quindi tornati al campo. Sono in 80, dicevamo, e tra loro ci sono molti bambini e molte donne, qualcuna incinta, qualcuna reduce dagli stupri in Libia. «Lo stesso Paese con cui noi abbiamo appena stretto un accordo», sottolinea Andrea.
Poi non dite che è un’emergenza…
«Oggi a Roma manca ancora una struttura di prima accoglienza», dice l’attivista del Baobab con il tono di chi è quasi esasperato dalle sue stesse parole. Sono mesi, anni, che le romane e i romani lo denunciano. E non è la prima emergenza migranti nella Capitale. «Abbiamo cominciato a piantare le prime tende. E se abbiamo già 80 ospiti, vuol dire che a maggio saranno almeno 200. sappiamo bene che avremo anche quest’anno una situazione ingestibile». E il Ferrhotel che, lo scorso 30 dicembre, la giunta Raggi aveva promesso di allestire entro giugno?, chiediamo. «Ci è stato comunicato dal dipartimento al sociale che non sarà pronto prima di dicembre 2017 o gennaio 2018», risponde Costa. Un’alternativa all’ex albergo dei ferrotranvieri romani, sul piazzale della stazione Tiburtina, non è stata annunciata. Per questo il Baobab ha indetto l’ennesima conferenza stampa, per mercoledì prossimo. «Non ci crediamo finché non lo vediamo», avevano detto allora gli attivisti.
Il 14 febbraio Liberi tutti, il nuovo spettacolo di Elda Alvigini e Natascia Di Vito ha debuttato al Teatro dell’Orologio a Roma, facendo il tutto esaurito. Poi, d’un tratto, è calato giù il sipario. Cancellate le repliche perché il teatro non era a norma, scattati i sigilli. Le opere d’arte di Alessio Ancillai che in questo spettacolo svolgono un importante ruolo drammaturgico, da co-protagoniste insieme agli attori, restano “in ostaggio,” segregate per giorni. Solo un lungo iter buracratico ha portato alla loro “liberazione”. Un’odissea impensabile in altre capitali europee. Ma siamo a Roma dove il teatro di ricerca, che propone idee nuove, rischia di diventare clandestino, mancando spazi e finanziamenti.
Nelle settimane scorse, mentre la direzione del Teatro Eliseo annunciava il rischio di una nuova chiusura, c’è stato però un bel colpo di scena: Liberi tutti è tornato a vivere, questa volta sul palco del Piccolo Eliseo. Il 12 aprile si sono riaccesi i riflettori su questo originale lavoro diretto da Elda Alvigini che ne è anche interprete insieme a Marius Bizau, Valerio Di Benedetto e Jun Ichikawa.
Liberi tutti ha il merito di far riflettere su un tema doloroso: la separazione. Lo fa con humour e profondità. Con calviniana “leggerezza”. Al tempo stesso avendo il coraggio di raccontare il latente nella dinamica di rapporto delle due coppie, le cui si storie, a tratti, tragicomiche, si dipanano in parallelo. Si ride molto. Anche se spesso a denti stretti. Perché quello che le due autrici raccontano ci tocca da vicino. Le vicende sono sì quelle di quei quattro giovani tipicamente italiani che vediamo in scena, fra mammismo, precarietà e sindrome da Peter Pan, ma c’è anche molto altro.
L’opera rossa di Alessio Ancillai (2017)
Sotto la veste scintillante delle battute si scorge qualcosa riguarda tutti. Già, perché – come suggeriscono indirettamente le note di regia – riuscire a sfangarla nello svezzamento dalla madre, da piccoli, non è cosa da poco. Riuscire poi a realizzare una bella separazione da amanti, fidanzati e mariti, è un’altra portentosa scomessa. Separarsi per sempre dalle persone amate, senza preciptare nel buio, è un passaggio cruciale in cui ci si gioca tutto….
I quattro attori, ognuno con una propria personalissima cifra, spingono a guardare in faccia questi nodi, con la seduzione di una recitazione, in cui il linguaggio del corpo, del canto, della poesia è altrattanto importante delle immagini silenziose. La potenza del color sangue che promana dall’installazione di Alessio Ancillai, L’opera rossa (in foto) che evoca “il superamento del comunismo” ci coinvolge in una dolorosa presa d’atto: la necessaria separazione da una storia del comunismo, che parlava di “uomo nuovo”, ma è finita nelle purghe staliniane. Al contempo proprio la vitalità di quel rosso richiama un pensiero nuovo, che non rinuncia agli ideali che rimette in moto la ricerca. L’opera di Ancillai ci dice molto più di tante parole.
Così come la scena, molto fisica, quasi danzata, in cui Elda Alvigini dà voce e corpo ad un’altra difficile separazione, quella di una giovane migrante costretta a lasciare la propria terra e ad affrontare il mare. È uno dei momenti più forti e toccanti di Liberi tutti, spettacolo prismatico, con molti livelli di lettura, capace di passare con disinvoltura da un registro all’altro, fra un cambio di scena e l’altro, tutti realizzati a vista.
Ritrovandoti (2017) di Alessio Ancillai
Abbiamo parlato dei toni alti, drammatici, ma non mancono i momenti comici com’è nello stile di questa formidabile coppia di autrici. Le note più esilaranti s’incontrano in scene familiari, lo sguardo più acuto si posa sui tic di fidanzati mammoni e “Totti- dipendenti”. Memorabile la scena in cui una arcigna madre sulla sedia a dondolo, degna di Psycho, mette in campo tutti i propri acuminati “ami” non intendendo mollare il suo “pesciolino” neanche se già sfiora gli “anta”. Ma anche i signori uomini avranno pane per i loro denti di fronte ai maldestri tentativi di aspiranti fidanzate, che si dicono amanti, ma poi finiscono per fare di tutto, ma proprio di tutto, per prendere il posto della “cara mammina”.
Nuovo ed importante è il testo, brillante la rappresentazione, grazie al versatile talento dei quattro attori e nuovissima è l’interazione fra i personaggi e le opere d’arte create da Ancillai, come accennavamo, di grande forza espressiva. Si tratta di dipinti e di una installazione in tessuto rosso e led. Opere ispirate dal testo drammaturgico e create ex novo, altre sono scelte (fra le opere già realizzate da Ancillai) dai quattro protagonisti in base alle proprie esigenze espressive. Da sottolineare, in finale, è anche l’uso del video che contribuisce a fare di Liberi Tutti un’opera multimediale, in cui si fondano diversi linguaggi.
Tutt* liber* di Alessio Ancillai, presentato ad Artissima off 2016
TOPSHOT - A picture taken on January 25, 2017 shows a mural, vandalized with paint, depicting Russian President Vladimir Putin (L) and US President Donald Trump and bearing the Cyrillic letters reading "Kosovo is Serbia", in Belgrade. / AFP / ANDREJ ISAKOVIC / RESTRICTED TO EDITORIAL USE - TO ILLUSTRATE THE EVENT AS SPECIFIED IN THE CAPTION (Photo credit should read ANDREJ ISAKOVIC/AFP/Getty Images)
«Non è la prima volta che Assad si siede in una pozzanghera». Immagino che stia sorridendo amaramente mentre lo dice perché è una cosa che fa spesso nella sua nuova redazione vicino a piazza Majakovskij, a Mosca. La pozzanghera è un errore di calcolo, una svista svergognata, una bugia scoperta, e sedercisi dentro è l’espressione russa, comune e confacente, che usa per descrivere la situazione Boris Yunanov, giornalista al desk di uno degli ultimi magazine indipendenti di Mosca, il Novoe Vremja, anche conosciuto come il “New Times Russia”. È come interrogare l’enciclopedia di una vecchia volpe cinica, perché Boris osserva e riflette sull’uomo di cui il resto del mondo parla da lontano forse da troppo tempo. L’uomo la cui faccia impassibile, sempre con la stessa espressione, è in ogni aula di scuola in Russia, dal Baltico fino a Vladivostock, per finire sulle matrioske dell’Arbat del centro della Capitale. A dicembre, al gelo, i commercianti dicevano che le bambole di legno che si vendevano di più erano quelle di Putin, ma, per quanto inusuale, anche quelle di un altro presidente, nonostante americano, non andavano male.
Fino ad ora sono stati gli ordini – dati e ricevuti – da cacciatorpedinieri e squadre d’assalto marine, che hanno deciso l’ultima fase della guerra in Siria, ma battevano tricolore e aquila russa. «La strategia americana in Medio Oriente sta cambiando» dice Boris. La nostra conversazione cambia alla velocità delle copertine del suo giornale, si sposta in un solo secondo dalla piazza e dai manganelli di Minsk, da quelli della protesta contro la corruzione a Mosca, dall’attentato a Pietroburgo, alla base dell’aviazione siriana di al Shayrat, fino alla portaerei americana salpata da Singapore verso la penisola di Corea. Non parleremo più di Alekseij Novalnij, appena liberato «grazie a chi ha protestato ed è pronto a nuove azioni».
Su Left in edicola l’intervista a Boris Yunanov di Michela Iaccarino e Umberto Di Giovannangeli sul significato dell’attacco missilistico deciso da Donald Trump contro Assad.
Una guerra calda rinviata nella Russia delle proteste di Michela AG Iaccarino
Le manifestazioni di piazza a Minsk, l’attentato di Pietroburgo e l’attacco americano alla base di Assad, ecco il racconto dei giorni frenetici di Mosca. Che ha «il problema vero delle guerre in casa e della povertà», ci dice Boris Yunanov, giornalista del Novoe Vremja
Dove muoiono le Nazioni Unite di Umberto De Giovannangeli
Cosa ci dicono i 59 missili Tomahawk lanciati la notte del 7 aprile? Che si preferisce, ancora una volta, l’uso della forza alla diplomazia. In una guerra senza fine e figlia dei tempi sovranisti. Dove non si cede potere a istituzioni sovranazionali