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È vero: questo Pd non c’entra nulla con l’Anpi

Matteo Renzi alla Convenzione Nazionale del Pd all'hotel Ergife di Roma, 9 aprile 2017. ANSA/ PRESIDENZA DEL CONSIGLIO - TIBERIO BARCHIELLI +++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING +++

Ma davvero qualcuno pensava che il Partito Democratico, questo Partito Democratico di bulletti che ballano sulle loro stesse macerie, avrebbe perdonato all’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia il fatto di avere preso posizione nelle ultime vicende politiche italiane (referendum costituzionale in testa) piuttosto che dedicarsi agli unguenti e all’imbalsamatura?

Ma davvero serviva lo sbiadito Orfini per ricordarci che i punti fondativi dell’ANPI (Restituire al Paese una piena libertà e favorire un regime di democrazia per impedire in futuro il ritorno di qualsiasi forma di tirannia e assolutismo; valorizzare in campo nazionale e internazionale il contributo effettivo portato alla causa della libertà dall’azione dei partigiani; far valere e tutelare il diritto dei partigiani, acquisito, di partecipare in prima linea alla ricostruzione morale e materiale del Paese; promuovere la creazione di centri e organismi di produzione e di lavoro per contribuire a lenire la disoccupazione) non hanno nulla a che vedere con un partito che ha svenduto i diritti del lavoro (e dei lavoratori) in cambio di qualche lisciata di pelo (e qualche sacco di voti) dai capitalisti senza capitale?

Ma davvero si può pensare che questa truppa democratica abituata a credere che “parteggiare” sia sinonimo di “servire” possa sfilare al fianco di chi ha parteggiato perché sa da che parte stare piuttosto del “con chi”? Ma davvero si sarebbe potuto immaginare vedere sfilare a fianco dell’ANPI quegli stessi deputati che hanno sparato contro i partigiani durante la campagna referendaria dividendo i “partigiani veri” dai “partigiani falsi” per farsi notare dal capo mentre scodinzolavano?

Scriveva Italo Calvino: «D’accordo, farò come se aveste ragione voi, non rappresenterò i migliori partigiani, ma i peggiori possibili, metterò al centro del mio romanzo un reparto tutto composto di tipi un po’ storti. Ebbene: cosa cambia? Anche in chi si è gettato nella lotta senza un chiaro perché, ha agito un’elementare spinta di riscatto umano, una spinta che li ha resi centomila volte migliori di voi, che li ha fatti diventare forze storiche attive quali voi non potrete mai sognarvi di essere!»

Buon giovedì.

Vaccini e bugie, la parola ai medici contro le false credenze

Se oggi l’Italia è diventata un Paese di nuovo a rischio morbillo, tanto da essere segnalati per i viaggiatori che arrivano dall’estero, è anche merito di un irresponsabile filone anti scientifico che in Italia ha trovato sponda politica nel Movimento 5 Stelle di Grillo, fortissimo spacciatore di bufale, dalle scie chimiche, a «l’aids è una invenzione delle multinazionali» all’autismo che sarebbe causato dai vaccini.  Una falsità senza alcun fondamento scientifico, ma dura a morire, nonostante sia stato  dimostrato che il medico inglese Wakefield aveva lucidamente manipolato i dati per ordire una truffa a scopo di guadagno (ottenere risarcimenti dalle case farmaceutiche produttrici di vaccini). Non è bastato nemmeno che fosse radiato dall’ordine dei medici e che il suo studio fosse cancellato dagli archivi della rivista che l’aveva pubblicato. Una storia documentata, incontrovertibile, che abbiamo raccontato tante volte e tutte le volte che la rievochiamo compaiono frotte di troll che insultano e minacciano non avendo argomenti validi per contestare l’evidenza scientifica che non esiste alcun nesso vaccino trivalente e autismo.

Intanto la truffa di Wakefield «ha provocato danni enormi e continua a farlo» denuncia uno dei più grandi immunologi italiani Alberto Mantovani. «Ci fu una caduta delle vaccinazioni nel Regno Unito e l’onda lunga si è sentita un po’ in tutto il mondo». In Inghilterra dopo quella vicenda, la Bbc ha deciso di stilare una lista qualificata di esperti da consultare, come codice di auto regolamentazione. I media italiani ne avrebbero un gran bisogno, visto che non passa giorno in cui in tv come sui quotidiani questioni medico- scientifiche siano commentate da preti e da opinionisti senza una formazione appropriata rispetto all’argomento sul quale vengono chiamati ad esprimersi.

Quanto al Papilloma virus e al vaccino di cui si è occupata la trasmissione Report suscitando molte polemiche, forse è utile ricordare ciò che dice la letteratura scientifica, ovvero che si tratta di un  virus molto diffuso e resistente ed è una delle principali cause di tumore all’utero, specialmente nei  Paesi più poveri dove non sono diffusi a sufficienza gli strumenti di prevenzione. «Esiste in diverse forme, chiamate ceppi, ognuna identificata con un numero. Alcuni di questi ceppi sono praticamente inoffensivi per l’uomo, altri possono causare vari tipi di lesioni, altri ancora causano lesioni gravi fino al tumore», spiega il ginecologo e divulgatore scientifico Salvo Di Grazia, autore di Salute e bugie e del nuovo  Medicine e bugie. (Chiarelettere).  «Come per la maggioranza delle malattie virali non c’è una cura definitiva, si prova a distruggerle. Per esempio con il laser o con l’elettrobisturi o con un intervento chirurgico vero e proprio. Spesso sono necessari interventi ripetuti per distruggere completamente queste lesioni» spiega il medico siciliano, sul suo sito di informazione scientifica Medbunker. «Esiste un vaccino che permette di ridurre di moltissimo i danni dell’infezione. Altri mezzi, come il Pap-test, sono capaci di rilevare la presenza di lesioni (quindi il virus ha già esercitato la sua azione di danno) anche molto iniziali. Per controllare la progressione della malattia si ricorre ad esami di approfondimento, primo tra tutti uno che si chiama “colposcopia”, che consiste della visione ingrandita, tramite uno strumento apposito (colposcopio) del collo dell’utero.

Quanto al vaccino: «Contiene solo parte del virus (e quindi non può causare la malattia) che crea anticorpi per i ceppi più a rischio del virus, oggi è disponibile quello che previene il contagio di 9 ceppi del virus, la quali totalità delle lesioni possono quindi essere prevenute. Il vaccino è molto efficace e non ha mostrato particolari effetti collaterali. Possono vaccinarsi sia uomini che donne».

Riguardo ai presunti effetti avversi dice il presidente della Società italiana di virologia, Giorgio Palù  ribadisce: «Le evidenze scientifiche mostrano in maniera inoppugnabile come il vaccino anti-Hpv sia dotato di un ottimo profilo di sicurezza e di una straordinaria efficacia nel ridurre in maniera drammatica l’incidenza dell’infezione da Hpv e delle lesioni precancerose nei vaccinati. Queste condizioni sono entrambe necessarie per lo sviluppo del cancro del collo dell’utero e di altre neoplasie quali quelle dei distretti testa-collo, vulvovaginale e anale, come dimostrato da una serie di ricerche culminate con l’assegnazione del premio Nobel per la Medicina nel 2008».

Per concludere ci pare importante riportare ancora le parole di Salvo di Grazia, medico, ginecologo che lavora in ospedale, riguardo alla trasmissione Report e non solo: «Da ginecologo che cura proprio queste malattie, so cosa significa tumore del collo dell’utero (tema di una complessità enorme) e so che non si può liquidare un argomento con tanta leggerezza e nemmeno diffondere paure e dubbi perché una ragazza “si sente vuota” dopo la vaccinazione. Ha provato la giornalista a chiedere come “si senta vuota” una ragazza che ha avuto un tumore del collo dell’utero? Probabilmente no».

Premio Unesco per la pace alla sindaca Giusi Nicolini. E all’umanità di Lampedusa

Giusi Nicolini, Sindaco di Lampedusa, posa a margine della conferenza stampa di presentazione del progetto di Gianfranco Rosi, Leone d'Oro a Venezia per 'Sacro GRA', di un film-documentario girato nell'isola, prodotto da Rai Cinema, nella sede Rai di Viale Mazzini, Roma, 5 giugno 2014. ANSA/ FABIO CAMPANA

«Si è distinta per la sua grande umanità e il suo impegno costante nella gestione della crisi dei rifugiati». Con questa motivazione la giuria del Premio Houphouet-Boigny per la ricerca della pace dell’Unesco ha scelto la sindaca di Lampedusa Giusi Nicolini, a pari merito con SOS Méditerranée, l’Ong francese che ogni giorno salva numerose vite in mare. «Da quando è stata eletta sindaco nel 2012, Nicolini si è distinta per la sua grande umanità e il suo impegno costante nella gestione della crisi dei rifugiati e della loro integrazione dopo l’arrivo di migliaia di rifugiati sulle coste di Lampedusa e altrove in Italia», si legge nelle motivazioni. Prima di lei, a ricevere il premio istituito nel 1989 in passato anche Nelson Mandela e Yasser Arafat.

«Questo premio è un grande onore per me, per Lampedusa e per i lampedusani», ha commentato la sindaca. «Ma soprattutto è un tributo alla memoria delle tante vittime della tratta di esseri umani nel Mediterraneo. In un momento in cui c’è chi chiude le frontiere e alza muri parlando di una invasione che non c’è essere premiati con questa motivazione ci fa sperare in una Europa solidale, dove l’umanità non è sparita. È su questi valori, su questi principi che si fonda l’Europa. Diversamente rischiamo di naufragare anche noi insieme a profughi e migranti che tentano di attraversare il Mediterraneo».

Noi di Left facciamo le nostre congratulazioni a Nicolini e Lampedusa ripubblicando un monologo che la sindaca ha scritto per noi qualche tempo fa, insieme a Giulio a Cavalli e da lui recitato nel video qui sotto.

I migranti non rubano il lavoro. Lo creano

L’imprenditrice etipe, rifugiata in Trentino, Agitu Idea Gudeta. (Foto di Graziano Panfili, Fototeca Trentino Sviluppo)

Si tende a pensare che il mercato del lavoro sia un gioco a somma zero, in cui ci si contende un numero finito di impieghi possibili», scrive l’economista Kevin Shih, del Rensselaer Polytechnic Institute, università dello Stato di New York: «la realtà però è molto più complessa. Un migrante può concorrere per il posto di lavoro degli autoctoni, è vero: ma un singolo migrante con una buona idea, può creare centinaia di nuovi lavori che altrimenti non esiterebbero», continua il ricercatore che poi cita il noto caso dell’imprenditore sudafricano Elon Musk.

Eppure, non certo ignari di come funziona il mercato del lavoro, alcuni politici – da Salvini a Grillo, a Farage, Le Pen e Orban in Europa, fino a Trump negli Stati Uniti – si rincorrono a fare propaganda sui muri contro gli stranieri. Ma è l’Eurostat a dirci che in Italia, ad esempio, ci sono più di 550mila le aziende guidate da migranti, registrate dalla fine del 2015. Corrispondono al 9,1 per cento del totale e producono 96 miliardi di euro di valore aggiunto: il 6,7 per cento della ricchezza complessiva del Paese. In piena crisi economica, tra il 2011 e il 2015, sono peraltro aumentate di oltre il 21% (con 97mila attività in più), quando, nello stesso periodo, il numero delle imprese registrate da imprenditori italiani ha rilevato un calo complessivo dello 0,9 per cento. Serve però raccontarle, evidentemente. Ed ecco quattro storie di migranti imprenditori che non ci rubano il lavoro ma lo creano.

La prima storia inizia a Rosarno, nelle afose campagne calabresi. Dove i migranti vengono assunti dai caporali per lavorare nei campi per meno di 2 euro all’ora. Dopo avere partecipato alle rivolte del 2010, scoppiate dopo l’uccisione di un migrante a colpi di pistola, Suleiman Diara era stato costretto ad abbandonare la sua vita da raccoglitore di arance. Fuggito a Roma e poi a Casale di Martignano, a trenta chilometri dalla Capitale, aveva deciso di produrre yogurt con il metodo naturale imparato in Mali. Con 30 euro ricevuti da un volontario come capitale iniziale, Suleiman e l’amico senegalese Cheikh Diop hanno comprato 15 litri di latte e tentato la fortuna. Sei anni dopo, i due amici, insieme ad altri cinque migranti, producono yogurt biologico, che consegnano in bicicletta in barattoli di vetro, che poi vengono recuperati e riciclati. Nel 2017 hanno espanso l’attività con la coltivazione di ortaggi, la cura di un parco pubblico e assunto il loro primo lavoratore, un ragazzo italiano con la sindrome di asperger: «Per chi ha la sindrome di asperger a volte è difficile integrarsi nella società, è complicato riuscire a esprimersi e a comunicare. Esattamente come succede a noi migranti», dice Diara.

«Abbiamo chiamato la nostra cooperativa sociale Barikamà, che nella lingua del Mali significa “resistenza”: perché abbiamo dovuto attraversare così tante difficoltà per aprire questa azienda, ma non ci siamo mai arresi», racconta Diara, 32 anni, arrivato in Italia con un barcone dalla Libia, nel 2008. «Adesso i guadagni vanno alla nostra cooperativa e all’agriturismo che ci ospita. Non siamo più schiavi braccianti al servizio dei caporali nei campi per 2 euro l’ora». E arrivano anche i riconoscimenti. «Un’attività agricola, che è stata definita dagli esperti delle Nazioni Unite un esempio di agri-coltura per lo sviluppo sostenibile, che se replicato può aiutare a nutrire la crescente popola-zione mondiale», scrive la Thomson Reuters Foundation.

L’articolo continua su Left in edicola

 

SOMMARIO ACQUISTA

#IostoconGabriele perché lo dobbiamo a noi, innanzitutto

Gabriele Del Grande non è un “trattenuto” di quelli che impietosiscono in un secondo tutti gli strati del pietismo ufficiale, quello sempre ben cotto per fiaccole istantanee. Gabriele è terribilmente libero, innanzitutto. Libero di raccontare la complessità senza tradirla Gabriele ci ha raccontato i limiti della democrazia (e le sue bugie narcotizzanti) nelle zone del mondo lì dove non è concesso il vizio della curiosità.

Eppure Gabriele Del Grande è anche il documentarista che con il suo “Io sto con la sposa” (che racconta la vera storia di cinque profughi palestinesi e siriani, sbarcati a Lampedusa, che per arrivare in Svezia mettono in scena un finto matrimonio) ha dovuto finanziarsi con un crowdfunding perché tutto ciò che non rassicura (su migranti e pessime democrazie, come quella turca) deve faticare il triplo per riuscire ad avere voce.

Per questo è normale che Gabriele sia stato fermato in Turchia al confine con la Siria: se c’è un orlo del mondo che vorremmo scoprire raccontato da lui è proprio quel confine degli orrori (con la complicità dell’Europa). Gabriele è l’occhio (e la voce) che in molti vorremmo proprio lì.

Ciò che non è normale invece è che uno Stato sempre più sultanato come la Turchia (ne scrivevo giusto nel mio buongiorno di ieri) possa permettersi di trattenere un cittadino italiano con i documenti in regola senza dargli la possibilità di comunicare con l’esterno o di avvalersi di un avvocato. Dice il ministro Alfano che spedirà presto (si è svegliato, alla buon’ora) l’ambasciatore per gestire il suo rilascio (da cosa o per cosa chissà se ce lo spiegheranno) come se Erdogan non fosse lo stesso Erdogan che tratta altri 150 giornalisti allo stesso modo da mesi.

Intanto sappiamo (finalmente) che è riuscito a mettersi in contatto con l’Italia e che ha cominciato uno sciopero della fame:

Ma a noi non basta Gabriele libero. Vogliamo Gabriele libero di raccontare, anche. E anche tutti gli altri.

Buon mercoledì.

#FreeGabriele! Il commento del direttore di Left

La Fotonews | Nuovi guai per Fox News

epa05913942 A woman holds a sign with Bill O'Reilly's face in front of Fox News Channels' studios during a protest calling on the network to fire O'Reilly for sexual harassment allegations against him in New York, New York, USA, 18 April 2017. O'Reilly's show has reportedly lost up to 30 advertisers and is under increasing public pressure due to recent reports that O'Reilly and Fox has settled five cases in the past 15 years for $13 million with women working with O'Reilly. EPA/JUSTIN LANE

È la faccia più nota e popolare di Fox News, la rete conservatrice per eccellenza, ma rischia di dover lasciare. Bill O’Reilly è accusato di molestie sessuali da parte di diverse donne. Il destino di uno degli anchor man più popolari d’America verrà deciso dai vertici del gruppo di proprietà della famiglia Murdoch. I problemi per O’Reilly, al quale l’emittente aveva appena rinnovato il contratto, sono esplosi questo martedì quando un’altra donna ha denunciato il presentatore. La preoccupazione di Fox News è dovuta, oltre che a una pessima ricaduta d’immagine sulla trasmissione, al fatto che, dopo la pubblicazione questo mese di un articolo sul New York Times che descriveva dettagliatamente le accuse di molestie contro O’Reilly, più di 50 aziende hanno ritirato la pubblicità dallo show del presentatore. Se O’Reilly fosse costretto ad andarsene sarebbe comunque un duro colpo per la rete di Murdoch, non solo perché il suo programma detiene il record di ascolti fra tutti i programmi all news delle emittenti concorrenti, ma anche perché sarebbe il terzo volto importante a dare l’addio a Fox nel giro di un anno dopo l’ideatore della rete Roger E. Ailes, a sua volta licenziato a causa di accuse di molestie e della giornalista Megyn Kelly, divenuta famosa nel mondo per essere stata insultata da Trump durante un dibattito Tv durante le primarie.

La scelta populista (e pericolosa) di Theresa May

epa05913358 British Prime Minister Theresa May ahead of delivering a statement outside 10 Downing Street in London, Britain, 18 April 2017. British Prime Minister Theresa May has announced that she will call for a snap general election for 08 June. EPA/ANDY RAIN

L’annuncio di Theresa May di convocare elezioni a sorpresa il prossimo 8 giugno è un colpo di mano e una specie di golpe istituzionale. Fino a poche settimane fa dal governo giuravano che non ci sarebbero state elezioni anticipate. Non è più vero: il governo di Sua Maestà Britannica ha votato per sottoporre alla camera dei Comuni una mozione che convoca i comizi elettorali. Servono due terzi dei voti, ovvero anche una parte dell’opposizione.

Ci servono elezioni perché serve stabilità e perché abbiamo una finestra di opportunità mentre l’Europa ragiona su come si presenterà al tavolo della trattativa sulla nostra uscita dall’Unione europea – così ha spiegato May – Da quando sono premier ho detto il contrario (ovvero che non ci sarebbero state elezioni straordinarie), ma l’unica soluzione per avere stabilità è un voto e una chiara maggioranza… Ho una sfida all’opposizione: avete minacciato di bloccare le leggi e un’opposizione durissima a questo governo. È il vostro momento: votiamo per elezioni e facciamo decidere il popolo britannico».

Nel suo discorso la premier conservatrice ha rilanciato un’idea aggressiva di Brexit e magnificato il futuro lontano dall’Europa e attaccato gli oppositori che cercano di rallentare o ammorbidire il processo della Brexit, ricordando come i Lords che si oppongono alle sue scelte siano «non eletti». «Se non votassimo adesso ci troveremmo a fare la campagna elettorale a ridosso delle trattative cruciali con Bruxelles» ha detto May aggiungendo di volere un «Regno unito che traccia al sua strada, riconquista il controllo sulla propria moneta e sulle proprie frontiere, stipulando accordi commerciali con vecchi e nuovi partners».

C’è qualcosa di interessante nel discorso di May: l’appello diretto al popolo, la critica della “casta” dei Lord (una bestemmia per un conservatore), il ritorno al controllo di frontiere e moneta. Se non fosse un leader conservatore si potrebbe dire che è il discorso di una Marine Le Pen qualsiasi. I Tories, insomma, sembrano voler occupare lo spazio dell’Ukip e cavalcare quegli istinti bassi che hanno prodotto la vittoria del Leave. La stessa scelta poco istituzionale e non concordata, discussa con gli altri partiti di un’elezione anticipata è il segno di una tradizione della politica britannica che va in pezzi assieme alla Brexit. Come aveva fatto il premier Cameron scommettendo sul referendum per prendersi il partito e riaffermare la propria leadership nazionale, forte come era delle difficoltà laburiste, May scommette su se stessa e sulle proprie posizioni, invece di puntare alla stabilità del Paese e alla ricostruzione di un discorso istituzionale condiviso.

In casa laburista c’è il panico. La leadership di Jeremy Corbyn è in discussione dal primo minuto e la sua incapacità di guidare il partito a una vittoria è stata ribadita in queste settimane anche da molti suoi sostenitori. Ad esempio Owen Jones, che in un’intervista a Left in edicola aveva parlato di una sinistra laburista «non pronta per quella vittoria: non abbiamo le istituzioni intellettuali e le basi per una vittoria di quella portata. Mi ci metto anche io, sia chiaro. In genere ci definiamo attraverso battaglie difensive nelle quali la nostra identità si definisce sulla base di ciò a cui ci opponiamo. Basta privatizzazioni, no alla guerra, no allo smantellamento del servizio sanitario nazionale…manca una visione della società. E questo è un problema enorme». Jones pensava fosse necessario un cambio di leadership, ma oggi, con un editoriale su The Guardian, dice: perderemo ma dobbiamo limitare i danni e unirci attorno a Corbyn. Il tempo per un cambio di leadership non c’è più. Corbyn dal canto suo dice di essere pronto a raccogliere la sfida. Una sconfitta grave – e probabile – vedrebbe la sua leadership diventare tra le più brevi della storia del Labour. Al momento però non c’è nessuno che appaia in grado di diventare una figura capace di unire il partito. Chi si sfrega le mani sono invece i Liberal Democratici, gli unici a essere in maniera inequivoca uniti contro l’uscita dall’Europa, come del resto il 48% degli elettori britannici.

La scelta di May è scriteriata e non ha nulla a che vedere con le trattative con Bruxelles per diverse altre ragioni. La leader conservatrice spiega: con una maggioranza ampia saremo più forti al tavolo del negoziato. Falso: a Bruxelles non interessa quanto forte sia il mandato, a questo punto e data la posizione rigida del governo di Londra, ciascuno punta al miglior risultato per sé. A prescindere dal mandato nazionale. Poi ci sono la Scozia e l’Irlanda del Nord, con questa scelta e nell’eventualità che le posizioni conservatrici si rafforzino, cresce di molto la possibilità che a Edimburgo e Belfast decidano davvero di tenere dei referendum e staccarsi dal Regno Unito (e nel caso del Nord Irlanda, unirsi alla Repubblica irlandese). Questi sono tempi di crisi, le scelte politiche non convenzionali spesso pagano ma generano nuovo disordine. La premier conservatrice, in questo caso, sembra aver scelto di partecipare alla creazione di disordine. Qualsiasi sia l’esito delle elezioni da lei convocate.

Un post in ritardo sullo shopping nei giorni di festa (e sull’ambizione di Netflix)

epa05819421 Co-founder and CEO of Netflix, Reed Hastings, delivers his speech during the opening day of Mobile World Congress in Barcelona, northeastern Spain, 27 February 2017. More than 101,000 professionals and 2,200 exhibitiors attend the congress running until next 02 March. EPA/ALBERTO ESTEVEZ

«Noi siamo in competizione con il sonno» – leggo su il Post – ha detto Reed Hastings, il Ceo di Netflix. È una battuta, capisco, ma a me non fa ridere. Soprattutto dopo un fine settimana passato a pensare, personalmente, al saggio di Jonathan Crary, 24/7, il capitalismo all’assalto del sonno, pubblicato in Italia da Einaudi.

È una lettura consigliatissima, infatti, quella di Crary, che volevo usare per fare un post pensoso sulla polemica pasquale sullo shopping nei giorni di festa. Un brano di quel libro sarebbe stato perfetto per far bella figura e, scansando la compagnia di Luigi Di Maio, schierarmi contro la liberalizzazione degli orari di lavoro, invocando, se non un pentimento legislativo – che pure ci starebbe – almeno una maggiore responsabilità nei consumi, cosa che alla fine dipende solo da noi.

Ci servono tutte le cose che compriamo online e ci facciamo recapitare “in meno di 24 ore”? Siamo sicuri di dover proprio comprare a mezzanotte quel pugno di insalata, peraltro incartato in un chilo di plastica? Quell’ennesima magliettina a prezzo stracciato, un vero affare, ci piace tanto da sorvolare sulle condizioni di lavoro e la retribuzione di chi l’ha cucita? Eccetera, eccetera. Le domande retoriche che avrei messo in fila sarebbero state di questo tenore, ognuna utile per evocare un pezzo di una più generale sfida sul consumismo consapevole, che va dall’eccesso di carne nella dieta agli imballaggi di troppo, dal sostegno al commercio di prossimità alla qualità, ovviamente, del lavoro di chi produce, consegna o vende ciò che noi allegramente, e spesso superficialmente, consumiamo.

Domande a cui ognuno di noi – compatibilmente con le proprie disponibilità mentali, di tempo e di denaro (non voglio dilungarmi sui vantaggi economici di determinate attenzioni) – può ovviamente dare la risposta che reputa più giusta, sapendo però che siamo tutti su una stessa ruota – quella dell’iper lavoro e dell’iper consumo – e che qualcuno dovrà pur, a un certo punto, se non fermarla, almeno farla rallentare.

Il post però, alla fine, non l’ho fatto, preso da una sana pigrizia festiva (o meglio, sfinito dal traffico del ponte).

La frase di Hastings, però, mi permette di farlo adesso senza passare per quello che si accanisce. Crary, nel agile saggio pubblicato da Einaudi, racconta di farmaci che riducono il bisogno di sonno e di ricerche militari dalla sicura applicazione commerciale, snocciola statistiche sulle ore dormite dall’americano medio (dieci ore nel primo Novecento, sei e mezzo adesso), anticipa l’obiettivo confermato dal capo di Netflix: conquistato il nostro tempo libero – ormai prevalentemente votato al consumo e al lavoro, al lavoro e al consumo – il mercato ha puntato i nostri bioritmi, il nostro riposo.

E lo sta già conquistando: fateci caso. Perché non lavoriamo solo fino a tardi; fino a tardi, con l’iPad che ci illumina il cuscino di azzurro, siamo ad esempio sollecitati da pubblicità costruite sui nostri gusti e bisogni, irresistibili per il lavoratore che troverà lì magra consolazione alla condanna delle mail fuori dall’orario di lavoro.

Mi direte: nessuno ti obbliga a far shopping su Amazon a mezzanotte, e guardare un film, poi, è attività ricreativa. Vero. Però è vero anche che l’economia è un sistema. E negare che il consumo 24/7 sia tutt’uno con il lavoro 24/7 – con gli straordinari obbligatori, con la reperibilità non retribuita, con le partite Iva – è un po’ come darsi la zappa sui piedi.

Ecco: quello che avrei scritto a Pasqua e che scrivo oggi, è che l’apertura dei centri commerciali nei giorni di festa, se volete, è un simbolo ed ha quindi tutti i problemi delle battaglie simboliche, che possono sembrare pretestuose. Opporsi non serve però solo a ricordare che raramente il lavoratore – precario, stagionale, comunque “sostituibile” – può effettivamente scegliere se fare o meno lo straordinario; storcere il naso serve a evocare la sfida generale, che è forse la più urgente dei nostri giorni.

Il lavoro sta cambiando (come stanno cambiando i consumi) e il rischio è che sempre più ci sia chi lavora e consuma troppo, e viene comunque pagato poco, e chi lavora e consuma troppo poco. Buone leggi e buone pratiche (anche semplici, come quella, ad esempio, sul diritto alla disconnessione dopo l’orario di lavoro) servono a questo: contrastare la crescente disuguaglianza. Che rende infelici tutti, alla fine, salvo qualche amministratore delegato.

Dalla svolta del 18 aprile 1917 tutte le tappe di un anno rivoluzionario

Il 18 aprile 1917 una grande manifestazione a Pietrogrado per la giornata internazionale del Primo maggio, in nome della pace e della fratellanza fra i lavoratori, segnò un punto importante nelle tappe che portarono alla rivoluzione di ottobre. Le ha ripercorse per Left il professor Guido Carpi, docente di lingua russa all’università orientale di Napoli e autore di numerosi saggi, fra i quali Russia 1917, un anno rivoluzionario, da poco pubblicato da Carocci.

17 febbraio Pietrogrado. Gli operai delle immense officine Putilov chiedono un aumento salariale del 50% e annunciano sciopero; la vertenza dilaga. Le motivazioni politiche sono inizialmente assai vaghe.

22 febbraio In concomitanza con la partenza dello zar da Pietrogrado per il quartier generale, una delegazione operaia delle Putilov si reca dai deputati socialisti alla Duma Aleksandr Kerenskij e Nikolaj Čcheidze per ottenere una sponda politica.

23 febbraio Giorno della festa della Donna secondo il calendario giuliano in vigore in Russia. Una marea di popolane si riversa nelle strade per chiedere pane, mentre scioperi e tafferugli dilagano per la città

24 febbraio Lo sciopero è ormai totale, ma senza armi il movimento popolare non può avere la meglio.

25 febbraio Dopo altre manifestazioni oceaniche, verso le 9 di sera lo zar ordina al comandante militare della città, generale Sergej Chabalov, di «far cessare i disordini» tramite l’uso della forza. I soldati, in grande maggioranza contadini in armi, si mostrano recalcitranti.

26 febbraio Una compagnia del reggimento Pavlovskij fa fuoco sui gendarmi che stavano sparando sulla folla inerme.

27 febbraio La rivolta coinvolge anche le altre guarnigioni dell’esercito. Nel frattempo, sotto la direzione del menscevico Čcheidze, inizia a coagularsi l’ossatura di un Consiglio (Soviet) dei deputati degli operai e dei soldati, rappresentativo delle realtà produttive e militari dell’intera capitale. Il neonato Soviet di Pietrogrado – o Petrosovèt – si ispira agli omonimi consigli sorti spontaneamente durante la rivoluzione del 1905, ma assume fin da subito un ruolo e un’autorità senza precedenti, date le condizioni di insurrezione generale e il conseguente vuoto di potere. La folla vittoriosa occupa il Palazzo di Tauride, sede della Duma, e il Comitato esecutivo del Petrosovèt vi si insedia.

1 marzo Il Comitato esecutivo del Petrosovèt emana il cruciale Ordine № 1, che chiama le guarnigioni di Pietrogrado a far ritorno in caserma, e insieme istituisce comitati della truppa in ogni unità militare, decretando che, «quanto alle questioni politiche», i soldati debbano attenersi non più agli ordini dei superiori, ma alle disposizioni di tali comitati; i diritti politici e civili dei soldati sono equiparati a quelli di tutti i cittadini, i titoli per gli ufficiali sono aboliti.

2 marzo. Nicola II firma l’abdicazione in favore del fratello Michail, che rifiuta; la dinastia dei Romanov termina nell’indifferenza generale. A Pietrogrado nasce il primo governo provvisorio, definito nel corso di una riunione del Comitato provvisorio della Duma. I 12 ministri appartengono quasi tutti al Partito Costituzionale-Democratico (cadetti), più alcuni indipendenti del mondo delle professioni e degli affari; primo ministro diviene il presidente dell’Unione delle amministrazioni locali (zemstva) principe Georgij L’vov, ma il vero dominus del governo sarà per un mese e mezzo il leader cadetto e ministro degli esteri Pavel Miljukov. Unico ministro socialista è Kerenskij, alla giustizia.
4 marzo. A Mosca, alla temperatura di –10°, sulla Piazza rossa si tiene una parata\processione di grande effetto.
10 marzo. Viene firmato l’accordo fra Soviet e associazioni imprenditoriali sull’introduzione della giornata lavorativa di 8 ore.

15 marzo il Soviet emette un appello Ai popoli del mondo, secondo cui «è giunta l’ora di iniziare una lotta decisa contro le ambizioni predatorie dei governi di tutti i Paesi; è giunta l’ora che i popoli prendano nelle proprie mani la soluzione della questione sulla guerra e sulla pace»; al «proletariato germanico», finora convinto di «difendere la cultura d’Europa dal dispotismo asiatico», si fa presente che «la Russia democratica non può essere una minaccia alla libertà e alla civiltà».

23 marzo Sul Campo di Marte a Pietrogrado vengono celebrati i funerali delle vittime della rivoluzione.
Inizio aprile. Per tutto il Paese si riuniscono comitati contadini che iniziano a elaborare le proprie rivendicazioni e le proprie strategie sulla questione agraria.
3 aprile. Sera. Assieme a numerosi compagni, il leader bolscevico Vladimir Il’ič Lenin (Ul’janov) torna a Pietrogrado dopo avere attraversato la Germania (su un treno messo a disposizione dal governo tedesco), la Svezia e la Finlandia.

Dal 29 marzo al 4 aprile Prima Conferenza panrussa dei Soviet, che ribadisce il sostegno condizionato al governo, istituisce un Soviet panrusso (di cui il Petrosovèt non è ormai che una sezione, seppure la più rilevante) ed elegge un Comitato esecutivo centrale (Ispolkòm) ancora saldamente in mano ai socialisti centristi: menscevichi e socialisti-rivoluzionari (o esèry).

4 aprile. Lenin espone ai delegati della Conferenza panrussa dei Soviet le proprie Tesi d’aprile, che definiscono la nuova strategia bolscevica: la rivoluzione è attualmente in un momento di passaggio dove si pone con forza il tema del potere, che deve passare dalla borghesia al proletariato; pur in minoranza nei soviet, i bolscevichi devono spiegare alle masse «la necessità del passaggio di tutto il potere statale ai soviet», poiché in un momento in cui già esistono i soviet come forma di democrazia popolare, tornare alla repubblica parlamentare borghese sarebbe un passo indietro: sull’esempio della Comune di Parigi, la «repubblica dei soviet dei deputati degli operai, dei salariati agricoli e dei contadini» dovrebbe sopprimere polizia, esercito e corpo dei funzionari, sostituendoli con milizie popolari e funzionari eletti e revocabili; confiscare tutte le grandi proprietà fondiarie, nazionalizzare tutte le terre e metterle a disposizione dei soviet locali dei contadini; fondere tutte le banche del paese in un’unica banca nazionale sotto il controllo dei soviet. «Il nostro compito immediato non è l’“instaurazione” del socialismo, ma, per ora, soltanto il passaggio al controllo della produzione sociale e della ripartizione dei prodotti da parte dei soviet dei deputati operai».

18 aprile Grande manifestazione a Pietrogrado per la giornata internazionale del Primo maggio, in nome della pace e della fratellanza fra i lavoratori. In serata però, il ministro degli Esteri Miljukov emette una nota alle potenze alleate, in cui si ribadisce la determinazione della Russia a proseguire la guerra «fino alla piena vittoria».

20-21 aprile A Pietrogrado si tengono manifestazioni contrapposte: in centro il ceto medio manifesta a favore della prosecuzione della guerra, mentre dalle periferie e dalle caserme muovono cortei di operai e di soldati che manifestano per la pace. Si verificano scontri che spingono gli operai a organizzare i primi reparti di una propria Guardia rossa.

5 maggio. Esce dal governo l’ormai indifendibile Miljukov, entrano ministri socialisti, e il baricentro del potere si sposta su Kerenskij, nuovo ministro delle Guerra. Il Soviet accetta di partecipare al governo nella speranza di poter indire a breve una conferenza internazionale socialista che avvicini le trattative di pace, ma di congressi internazionali pacifisti non si parlerà più.

Maggio Si svolge il I Congresso panrusso del Soviet dei deputati contadini: fra le masse rurali crescono tanto le spinte autonomiste quanto l’irritazione per la mancata redistribuzione delle terre.

14-22 aprile Si riunisce la conferenza cittadina dei bolscevichi pietrogradesi (57 delegati di 12.000 membri), che approva le Tesi di Lenin a stragrande maggioranza.

23 aprile Vengono legalizzati i già capillari comitati di fabbrica: all’inizio essi si accontentano di controllare assunzioni, licenziamenti e bilanci, senza entrare nel merito delle scelte produttive; ma iniziano presto a vedere nella diretta cogestione dell’impresa il proprio compito principale, per impedire ai padroni di far danni. Il 19 maggio il pieno controllo operaio diviene politica ufficiale del Partito bolscevico, che si avvia velocemente a diventare egemone nelle fabbriche.
Fine maggio. Alle elezioni dei municipi di quartiere a Pietrogrado trionfano esèry e menscevichi, ma i bolscevichi conquistano il quartiere di Vyborg (45% di operai sulla popolazione). Il predominio di esèry e menscevichi è generale anche nei capoluoghi di governatorato (57,2%) ma anche i bolscevichi ottengono un’importante affermazione di media (12,9%), con picchi nelle roccaforti operaie.

Fine maggio – inizio giugno Si tiene il III congresso del Partito dei socialisti-rivoluzionari (esèry), vero e proprio “partito della nazione”, forte di più di 1 milione di iscritti, riuniti in 436 organizzazioni in tutti i governatorati, nelle flotte e su tutti i fronti della guerra. L’estrema divaricazione delle posizioni all’interno del partito non consente però di elaborare una linea condivisa e ne paralizza l’azione. Inizia a coagularsi un’opposizione interna di sinistra, guidata dall’ex terrorista Marija Spiridonova e decisa a battersi nel modo più energico possibile per la pace e la socializzazione delle terre.

3 al 24 giugno I Congesso panrusso dei Soviet, tenutosi a Pietrogrado, in rappresentanza di 8 milioni di soldati, 5 milioni di operai, 4,2 milioni di contadini; i moderati godono di una larga maggioranza (285 esèry, 248 menscevichi e 105 bolscevichi, più decine di indipendenti o appartenenti a piccoli gruppi, dai socialisti popolari agli anarchici); eppure, l’azione del Congresso è bloccata dall’incertezza sulla linea politica da seguire.

1 luglio A Pietrogrado le razioni alimentari vengono ridotte. Operai e soldati iniziano ad agitarsi. Assente Lenin, i bolscevichi decidono di aderire alle proteste e di promuovere una manifestazione «pacifica ma armata».

3 luglio Delegazioni di soldati si dirigono alle fabbriche per chiamare gli operai alla grande manifestazione che avrebbe dovuto conferire tutto il potere al Soviet. Per tutta la città si moltiplicano sparatorie e tafferugli.

4 luglio Nonostante Lenin abbia invitato alla «calma, prudenza, fermezza», verso mezzogiorno il Palazzo di Tauride, sede del Soviet, è circondato da una folla immensa che rifiuta di andarsene se il Soviet non assume i pieni poteri. Infine la manifestazione si scioglie da sola; mentre in città giungono truppe fedeli al governo, per le strade infuriano i combattimenti, i saccheggiatori spadroneggiano e anche i comuni cittadini devono ricorrere alle armi per proteggere le proprie case: alla fine, i morti negli scontri saranno circa 700. Lenin si dà alla macchia (finirà per riparare in Finlandia), mentre il partito bolscevico subisce repressioni e arresti, ed entra nella semi-illegalità.

6 luglio Finisce in modo inglorioso l’offensiva militare che si trascina da due settimane, i tedeschi avanzano su tutti i fronti e la dissoluzione dell’esercito russo entra nella fase irreversibile.

7 luglio Kerenskij diviene primo ministro.

26 luglio – 3 agosto. In un’atmosfera di semilegalità, i bolscevichi tengono il proprio sesto congresso (il secondo dell’anno). Lev Trockij e il suo gruppo confluiscono nel partito bolscevico. Se pure in forma vaga e incerta, la prospettiva insurrezionale diventa la linea guida del programma bolscevico.

13 – 15 agosto A Mosca, nel teatro Bol’šoj, lontano dalle sediziose masse pietrogradesi, si svolge la Conferenza di Stato (Gosudarstvennoe soveščanie), pletorica assise in cui 2.500 rappresentanti della politica, dell’economia e della società civile sono chiamati a dibattere sulle prospettive della democrazia russa. L’iniziativa però fallisce: masse popolari e ceti privilegiati non possono ormai trovare un terreno comune. Ormai più di Kerenskij, vero eroe dell’ala destra della Conferenza di Stato è il comandante in capo dell’esercito, il generale Lavr Kornilov, che richiama i delegati alla necessità di ristabilire legge e ordine nelle retrovie e disciplina al fronte. A latere delle sedute, industriali, finanzieri e politici si accordano con Kornilov e il suo entourage circa i finanziamenti dell’imminente colpo di Stato, con le necessarie coperture.

20 agosto I bolscevichi trionfano alle elezioni municipali di Pietrogrado, col 33%, laddove alle elezioni di quartiere, in maggio, avevano ottenuto solo il 20%.

22 agosto La battaglia di Riga si conclude disastrosamente, con l’occupazione della città-chiave del Baltico da parte dell’esercito germanico. Fra caduti, feriti, dispersi e prigionieri, i tedeschi hanno perso circa 4.500 uomini, i russi circa 25.000. La caduta di Riga apre ai tedeschi la strada verso il golfo di Finlandia e verso Pietrogrado.

27 agosto Il generale Aleksandr Krymov, su ordine di Kornilov, muove su Pietrogrado con la sua divisione di cavalleria. Kerenskij, che inizialmente aveva trescato coi golpisti, capisce che questi – occupata la capitale – instaureranno una dittatura militare e per prima cosa esautoreranno lui: dichiara dunque Kornilov “ribelle” e si affida alla difesa della capitale nel frattempo approntata dal Soviet e dai reparti della Guardia rossa, organizzati in un Comitato militare rivoluzionario (Revkòm) egemonizzato dai bolscevichi. In un paio di giorni, la divisione golpista si sbanda, Krymov si spara e Kornilov viene esautorato e arrestato.

Agosto-settembre A Helsingfors\Helsinki, nell’opuscolo Stato e rivoluzione (pubbl. fine 1917), Lenin dà una sistemazione organica alle riflessioni degli ultimi anni, e si concentra sul ruolo dello Stato, ossia sul carattere e sull’esercizio del potere nella fase di passaggio al socialismo: i comunisti preparano la sostituzione di un meccanismo di oppressione classista – quello borghese – con un altro meccanismo di coercizione organizzata, atto ad esercitare la dittatura del proletariato. La macchina dello Stato borghese va spezzata, le sue strutture – esercito, istituzioni politiche, burocrazia – vanno demolite e sostituite, sull’esempio dato dalla Comune di Parigi, da «qualcosa che non è più propriamente uno Stato», ma una sorta di comitato liquidatorio per l’estinzione di quest’ultimo. Lo Stato proletario attua una graduale soppressione di se stesso: l’esercito va rimpiazzato da milizie popolari, le istituzioni parlamentari borghesi vanno sostituite da una democrazia di base, organizzata dai lavoratori nei luoghi di produzione (i soviet), e in luogo della burocrazia che regola le infrastrutture deve subentrare il controllo operaio.

7 settembre Prosegue lo smottamento delle masse verso i bolscevichi: a questi ultimi va la maggioranza del Soviet di Pietrogrado, da sempre architrave degli equilibri fra socialisti, e ora in netta opposizione nei confronti dell’Ispolkòm, ancora in mano ai moderati. Alla presidenza del Petrosovet sale Lev Trockij, che da questo momento svolgerà negli avvenimenti un ruolo chiave, non inferiore a quello dello stesso Lenin. Nel medesimo periodo, gli esèry di sinistra escono definitivamente dal partito-madre, indebolendo così la maggioranza moderata dell’Ispolkòm e del governo.

14 settembre A un mese esatto dalla Conferenza di Mosca, al teatro Aleksandrinskij di Pietrogrado si apre la Conferenza democratica. La nuova assise non comprende i partiti “borghesi” e le organizzazioni padronali, ma affianca ai delegati del Soviet una nutrita schiera di rappresentanti delle cooperative, delle municipalità e degli zemstvo: la Conferenza ha infatti lo scopo di allargare la base di legittimazione di un Ispolkòm ormai screditato e traballante, nonché di decidere se il governo venturo dovesse essere nuovamente di coalizione coi partiti borghesi, oppure se fosse venuta l’ora di un esecutivo “omogeneo”, ossia composto dai partiti socialisti delle varie sfumature. Non stupisce dunque che alla fine, le votazioni incrociate della Conferenza portino a una risoluzione paradossale, che certifica l’impasse istituzionale: a favore di un governo di coalizione con la borghesia, ma – contro ogni logica – senza i cadetti, che della borghesia sono il referente politico! «La sinfonia patetica si è spezzata su un cialtronesco accordo di balalajka», commenta il 21 settembre il giornale della destra menscevica “Den'”.
20 settembre La Conferenza democratica vara il nuovo, assai pasticciato governo e istituisce un Consiglio provvisorio della Repubblica russa (o “Preparlamento”): nelle intenzioni, esso avrebbe dovuto indirizzare l’azione di governo, ma viene subito ridimensionato a organo consultivo, ossia del tutto inutile.

7 ottobre I bolscevichi escono dal Preparlamento, col che si chiude ogni spiraglio per una soluzione pacifica, “parlamentare” della crisi.

10 ottobre Si riunisce in contumacia il Comitato centrale bolscevico, alla presenza di Lenin e Zinov’ev ancora latitanti. Si decide per l’insurrezione, malgrado alcuni obiettino che «l’insurrezione armata può anche portare alla vittoria, ma poi che si fa?»; al che i sostenitori dell’insurrezione – ricorda Trockij – ribattono: «E voi che proponete?» «Beh, agitazione, propaganda, compattare le masse, et cetera…» «Sì, ma poi che si fa?»

12 ottobreIl Comitato esecutivo del Petrosovet inizia a mobilitare il Revkòm e la Guardia rossa, formalmente per tutelare l’ordine nella capitale. Il 18, le guarnigioni di Pietrogrado dichiarano che eseguiranno solo gli ordini operativi con la controfirma del Revkòm, col che il potere reale è già passato sostanzialmente ai bolscevichi, che nominano un commissario del Revkòm in ogni unità militare.

23 ottobreLe guardie governative tentano di chiudere il giornale bolscevico, e il Revkòm coglie il casus belli atteso da giorni, impartendo il segnale di attacco.

24 ottobre Piccoli drappelli della Guardia rossa agiscono in modo molecolare e chirurgico, disarmano le sentinelle governative, occupando stazioni, centrali elettriche, poste e telegrafi, da giorni sotto discreta sorveglianza; le operaie della Siemens organizzano il pronto soccorso mobile, con più di 200 infermiere. Dal punto di vista della preparazione tattica, l’Ottobre è un vero capolavoro.

25 ottobre Alla mattina, ai governativi rimane solo il Palazzo d’Inverno, presidiato da due compagnie di allievi ufficiali, da 40 cavalieri di San Giorgio invalidi e dalle soldatesse «spaventate a morte» del battaglione femminile (circa 140 unità), trascinate al Palazzo col pretesto di una parata. Il Revkòm diffonde il proclama Ai cittadini della Russia, che annuncia la presa del potere. Una cannonata a salve dalla fortezza dall’incociatore “Avrora” – ormeggiato in pieno centro! – dà il segnale dell’assalto al Palazzo d’Inverno. Alle 22 e 45 si è aperto il 2° Congresso panrusso dei Soviet, dove i bolscevichi godono di una solida maggioranza assieme ai pur recalcitranti alleati esèry di sinistra.

26 ottobre Il Congresso dei Soviet forma il primo governo sovietico: il Consiglio dei commissari del popolo, o Sovnarkòm, nonché il Comitato centrale esecutivo panrusso (Vcik), organo supremo del potere legislativo; fra i due organi non c’è una chiara divisione dei poteri. Alle 20 e 40 Lenin sale alla tribuna del Congresso e dà lettura del Decreto № 1 sulla pace: il governo operaio e contadino, forte dell’appoggio dei Soviet, propone a tutti i popoli belligeranti (e poi – ai loro governi!) l’immediato inizio di trattative per una pace giusta e democratica senza annessioni e senza indennità; per la prima volta nella storia, la legittimità dei possessi coloniali e la pratica della diplomazia segreta vengono ufficialmente rigettate, e il governo sovietico, nel proporre un armistizio, si rivolge in particolare agli «operai coscienti delle tre nazioni più progredite dell’umanità» – Francia, Inghilterra, Germania – affinché leghino la lotta per la pace a quella per il socialismo. Quando gli applausi si spengono, Lenin passa a illustrare il Decreto № 2 sulla terra, fondato sulla risoluzione del congresso contadino di primavera: la grande proprietà fondiaria è abolita senza indennizzo e la terra «è dichiarata proprietà di tutto il popolo e passa a tutti coloro che la lavorano»; hanno diritto al godimento della terra tutti i cittadini dello Stato russo (senza distinzione di sesso) che desiderano coltivarla con l’aiuto della loro famiglia o in cooperativa . Il lavoro salariato non è ammesso».

Ciò che segue è altra storia.

Perché i detenuti palestinesi nelle carceri israeliane fanno lo sciopero della fame

Dalla fine della scorsa settimana più di mille palestinesi detenuti nelle carceri israeliane hanno cominciato uno sciopero della fame. A promuoverlo è stato il leader di Fatah, in carcere da 15 anni, Marwan Barghouti – forse la figura politica più popolare tra i palestinesi. Lo stesso Barghouti è stato messo in isolamento dopo che un suo articolo è stato pubblicato dal New York Times e che, domenica, migliaia di persone hanno manifestato nei Territori. Nel testo il leader di Fatah spiega che lo sciopero è «la forma più pacifica di resistenza a nostra disposizione».

Il governo israeliano, per bocca del ministro della pubblica sicurezza Gilad Erdan, ha reso noto che non intende in nessun modo negoziare con i detenuti. Altri ministri hanno usato toni ancora più duri, il ministro dei Trasporti e dell’Intelligence Katz ha scritto su Twitter che la cosa migliore per figure come Barghouti è la pena di morte.  Le loro richieste riguardano le condizioni di detenzione: abolizione della detenzione senza processo, abolizione dell’isolamento, più visite dei familiari, un telefono a pagamento in ogni sezione. In passato ci sono stati molti altri scioperi simili, ma mai tanti prigionieri vi avevano aderito. L’avvocato di Barghouti ha fatto sapere che l’organizzazione dello sciopero della fame va avanti da un anno. Neppure il rifiuto di trattare da parte del governo israeliano è una novità, ma in passato, quando le condizioni dei detenuti hanno preso a peggiorare e si è posto il problema dell’alimentazione forzata, dei negoziati ci sono stati. Rifiutare il cibo è vietato e, in teoria, i detenuti potrebbero essere alimentati a forza, ma la cosa genererebbe un aumento delle proteste nei Territori.

Ma a cosa è dovuto questo sciopero e perché adesso? La presidenza Trump e la volontà presunta da parte del genero Jared Kushner di restituire agli Stati Uniti un ruolo e rilanciare una qualche forma di processo di pace sono una prima spiegazione. Da mesi, dopo la richiesta di riconoscimento dello Stato palestinese all’Onu fatta dal presidente Abbas, la leadership dell’Anp non sembra avere una strategia da opporre all’intransigenza e apparente disinteresse di Netanyahu. Barghouti sembra voler intervenire in questa assenza di leadership che è anche frutto della lunga e lenta lotta per la successione al presidente.

Ma quanto peserà questo sciopero? Lo vedremo nelle prossime settimane, quando le condizioni dei detenuti peggioreranno e la pressione delle manifestazioni crescerà di conseguenza. Un grande tema, oggi, per i palestinesi è il disordine regionale del quale si trovano a essere vittime. Se per decenni la loro vicenda è stata centrale per la politica mediorientale – nel bene e nel male, con governi che hanno usato la loro causa per cercare consenso e indicare un nemico (Israele, gli Usa) – oggi, tra Siria, Yemen e tensioni crescenti altrove, l’impatto che le proteste potranno avere è minore che in passato. Al contempo, la tensione è già talmente alta in Medio Oriente che una nuova sollevazione palestinese dovrebbe preoccupare tutti e far riflettere il governo di Israele sulla necessità di lavorare a qualcosa che non sia il trascinarsi dello status quo a cui si aggiunge la provocazione dei nuovi insediamenti.