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Noi siamo Puffi blu, puffiamo su per giù, due mele e poco più

Dovendo trovare un titolo per il 25 aprile di quest’anno, sfogliando le cronache della giornata di ieri sui principali quotidiani, verrebbe in mente qualcosa come “l’evoluzione della mimetizzazione”. Travolti dal solito profluvio di fascismi mascherati da sotterfugi (l’ANPI lasciato giù dal palco alla manifestazione di Finale Emilia, per fare un esempio, o la bieca provocazione di Forza Nuova a Milano a braccio teso durante la commemorazione al Cimitero Maggiore) ci siamo sorbiti anche i nonni di Salvini («un Paese è libero se SICURO. I nostri nonni persero la vita perché non passasse “lo straniero” #legittimadifesasempre», ha scritto in un bieco tweet il segretario della Lega) e altri schifezze in giro.

Ma ieri il colore dell’imbarazzo è stato il blu: al grido #tuttoblue hanno sfilato alcuni degli iscritti del Partito Democratico nelle piazze italiane. Una manifestazione che, dicono loro, sarebbe servita per rimettere al centro l’Europa dagli attacchi dei nazionalismi. Tutto bene, per carità, se non fosse risaputa l’idiosincrasia per il rosso da parte di Renzi e di molti dei suoi e se non avesse la faccia dell’ennesima ripicca verso l’ANPI e i partigiani. Diluire il rosso in blu è l’ultima invenzione di chi di fronte ai valori della Resistenza (e di fronte ai risultati delle proprie politiche recenti) riesce solo a balbettare qualche mesta sceneggiata.

Così abbiamo visto di tutto. Anziani con cartelli che sostituiscono “Bella Ciao” con i versi di canzoni di canzoni dance di improponibili band:

Improbabili kit (almeno Silvio li dava gratis):

E poi, ovviamente, qualcuno a cui scappa troppo entusiasmo:

Quelli combattevano sulle montagne e qui c’è qualcuno che arrossisce anche solo a pronunciare la parola “liberazione” e a indossarne i colori.

Bravi. Avanti così.

Buon mercoledì.

Tempo di primavera, il diario della partigiana Giovanna Zangrandi

Giovanna Zangrandi era insegnante di scienze naturali e diventò staffetta partigiana in pochi giorni. “Cresciuta nel bolognese ma fuggita giovanissima tra le Dolomiti altoatesine”, ma la sua vita, scrive Marina Zancan nella prefazione al libro Giovanna Zangrandi, I giorni veri , pubblicato da Isbn , “ha una svolta improvvisa l’8 settembre del ’43, quando i nazisti annettono le province di Bolzano e Trento al Terzo Reich. Colta dall’urgenza di partecipare in prima persona alla lotta di Liberazione, si unisce alla Brigata partigiana Calvi e diventa un tassello fondamentale nel trasporto di informazioni, armi e documenti falsi, vivendo per quasi un anno nascosta nei boschi e tra le rocce”. Quando uscì questo suo prezioso e poetico dario nel febbraio 2012, per gentile concessione dell’editore Isbn ne pubblicammo su Left un estratto, che  oggi, 25 aprile, vogliamo riproporre.

Tai, aprile 1945
Rombo di motori, quasi continuato, soprattutto di notte; per la via Statale vanno sempre più fitti carichi, verso il nord. È chiaro che la definitiva disfatta del Reich è incominciata, ma vanno ancora ordinati, armati e non bisogna sottovalutarli. Le nostre ora sono giornate dense, vissute sempre correndo per qualcosa, con tutti i sensi tesi. Ogni tanto, in qualche breve sosta, arriva come una zaffata, l’odore della terra bagnata, non più dura di gelo, l’odore dell’erba sottile e nuova. Nel brolo di Angela non solo il mandorlo lo soffia con i suoi tre fatidici fiori, ma pure i meli hanno certi spunzoni e Sergio ha detto: «Veh, mettono patrone di Mauser, anche loro».
Sono tuttavia cose ben da poco, che si vedono in fretta in questo tempo nebbioso e sciroccoso, strano, come se un tardivo inverno fosse malattia di anni che stenta a mollare la terra. Nelle notti si fa sagra con i chiodoni a tre punte, la cantina di Angela ne è tanto piena da poter ferire
a morte, in certe sere, quella specie di serpente fitto di mezzi ch’è la strada di Alemagna; e gli uomini sono in pochi, i comandanti mi hanno affidato questo notturno incarico: mi piace assai. Stasera ero stesa a fianco di Angela vestita. Nemmeno lei dormiva, inquieta e con ragione. Infatti stasera tutte le stradette alte della frazione sono piene di tedeschi, compagnie e carriaggi che si sono messe in retrovia tra frassini e sambuchi a prender fiato, a curare ferite e malattie: al Fadalto, tra Feltre e Belluno, combattono. I nostri li affrontano e disturbano o furiosamente li attaccano e combattono, soprattutto quando qualche comandante tedesco fanatico minaccia di distruggere impianti idroelettrici o industriali. Qui da noi c’è un’apparente quiete: mettono il campo alla sera, si aggrumano dove possono, qualcuno di loro vanta che faranno ancora una resistenza efficace al Brennero, di là sarà più facile «vincere».
Noi si tace e si guardano, come si fa con i lebbrosi: non toccarli, lascia che si allontanino e creperanno. Dal Brennero invece arrivano ormai i primi prigionieri nostri fuggiti all’inferno dei «lager», accennano vagamente a una Germania in débacle; ma è gente disfatta che ha poca forza per parlare, per loro si cerca disperatamente del latte, certuni pare non riescano a ingoiare altro. E hanno allucinati occhi, la magrezza, le zigomature, le orbite livide li fanno più pazzi e paurosi; certuni dicono che a sera andranno a uccider tedeschi, qualunque siano «dopo quello che gli hanno fatto». Allora si cerca di calmarli, a due più esaltati sono riuscita a sciogliere del «pandorm» nel vino e indurli a andare a dormire nel fienile, che non succedano complicazioni in questa santabarbara umana che è ora il villaggio, le case. Perché poi stasera io e Angela avevamo appena affondati nel fieno del rustico alcuni di costoro quando è arrivato Sergio e tutto il comando della Calvi, e altri, staffette delle vallate e personaggi mai visti: li abbiamo lasciati a lungo in cucina a fare piani e organizzazione per questi giorni definitivi. Ada, sacramentando, ha messo materassi per terra nella camera di Sergio al primo piano, in quei tre per quattro bisogna farci stendere una dozzina di persone e che dormano bene e siano riposati ed efficienti domani. Si sono ritirati verso l’una, io e Angela ci buttiamo vestite nell’altra camera sopra, al secondo piano e forse stavamo per dormire, nonostante tutto, quando un inferno di calci alla porta e vociare in tedesco squassa la casa. Angela è balzata a sedere e geme: «Ahi, stavolta è finita… è finita!». «No, perdio!» ho detto saltando su «Proviamo l’ultima, no! Sta calma.» Lei mi guarda incredula, mi affaccio alla finestra e dico a quelli lì là sotto: «Ick komme, ich komme; ein Moment». Sentir parlare in tedesco li ha calmati un po’. Mentre volo giù per la scala, dalla camera di Sergio affiora la canna bucata di un mitra, il viso glabro di Alberto e le sue, le altre mani piene di bombe. Soffio in fretta: «Zitti, dentro, chiudetevi; mettete quella roba sotto al culo; vado a contargli che la casa è piena di prigionieri scappati, matti». Gli occhi di Alberto si sgranano increduli come a
dire «se ci credono…». Ho aperta la porta, mi accorgo che sto parlando un certo tedesco assurdo, di origini letterarie, velocissimo, con desinenze che non mi importano più, ma i verbi rigorosamente in fondo e sto spiegando che tutta la casa è invasa, piena dai «Narren Gefangene aus Reich ausgeflogen, angekommen, schreklich, ganz narr sind sie». Piagnucolo che ci hanno quasi uccise; notte di pioggia e incerate lucide nel barlume di una pila, visi tirati, non sono rastrellatori, si vede, è una compagnia di Wehrmacht strinata e disfatta, fradicia; un vecchio pieno di odore strano si appoggia allo stipite e dice parole staccate, affannose: «Schlafen nass regnet». «Ja» ho detto. «Aber bleiben Sie ganz ruhig, mann muss leben ietz, Krieg beendet; die Gefangene sind nicht gut. Ruhig! Non svegliarli.» E certo loro sanno quel che gli hanno fatto nei «lager», mi credono e hanno paura. Questa afona sfinita voce qui nella corrusca notte: «Regnet, schlafen in dem Haus». «Ja, kommen Sie mit mir» dico prendendo una di quelle mani fradicie, un senso di schifo, ma forse solo per il bagnato.
«Kommen Sie.» Li ho infilati in cucina e nell’atrio a pianterreno, sono crollati a tappeto sotto al tavolo e dietro al fornello, si vede che quel vecchio ha la divisa bucata da pallottole, è ferito e puzza, abbiamo tirato un catino di acqua tiepida dalla vasca, si medica da solo un braccio e sospira: «Partisan in Pelluno… Ah, ietz… so spät: vielleicht Friede». Quando ha finito di fasciarsi quel braccio gli viene come una specie di sorriso, su quel visuccio da antico funzionario è una smorfia squallida e gli occhi che cercano dove dormire; gli altri russano ormai, non lo hanno nemmeno aiutato a medicarsi, russano egoisti o fiduciosi, da uno viene un rivolo di acqua rossastra, chissà dove è ferito, chissà nemmeno se lo sa. Ora il vecchio non ha più posto e nessuno gliene fa, nell’angolo dell’atrio sposto il cestone della tacchina, cerco di non far capire quanto è pesante, con le sipe sotto la cova; stendo un sacco e, mentre il vecchio si accomoda, sotto la tacchina si sente pio, pio. Sono nati, da poche ore certo, prima erano mancora uova, due pulcini sbucano dalle penne, giallini, li ho indicati al vecchio, ho pregato di non toccare; lui sorride, stavolta ci riesce meglio e dice: «Oh, sì, pampìni, mia figlia ha due piccoli così. Oh schöne! Vielleicht Friede…». Ha assicurato che non disturberanno il cestone e si arrotola e appesantisce il respiro fiducioso, là dietro la cova, la strana cova del nostro tempo di primavera…..

Buon 25 aprile. Alla faccia dei professionisti della desistenza.

Piero Calamandrei

Come accade tutti gli anni hanno già detto tutto loro. In questo caso Piero Calamandrei:

«Oggi le persone benpensanti, questa classe intelligente così sprovvista di intelligenza, cambiano discorso infastidite quando sentono parlar di antifascismo. […] Finita e dimenticata la resistenza, tornano di moda gli «scrittori della desistenza»: e tra poco reclameranno a buon diritto cattedre ed accademie.
Sono questi i segni dell’antica malattia. E nei migliori, di fronte a questo rigurgito, rinasce il disgusto: la sfiducia nella libertà, il desiderio di appartarsi, di lasciare la politica ai politicanti. Questo il pericoloso stato d’animo che ognuno di noi deve sorvegliare e combattere, prima che negli altri, in se stesso: se io mi sorprendo a dubitare che i morti siano morti invano, che gli ideali per cui son morti fossero stolte illusioni, io porto con questo dubbio il mio contributo alla rinascita del fascismo.
Dopo la breve epopea della resistenza eroica, sono ora cominciati, per chi non vuole che il mondo si sprofondi nella palude, i lunghi decenni penosi ed ingloriosi della resistenza in prosa. Ognuno di noi può, colla sua oscura resistenza individuale, portare un contributo alla salvezza del mondo: oppure, colla sua sconfortata desistenza, esser complice di una ricaduta che, questa volta, non potrebbe non esser mortale.»

Antonio Gramsci fan delle avanguardie

La caballería roja (La carga de la caballería roja) (circa 1930), de Kazimir Malévich Museo Estatal Ruso, San Petersburgo, Russia

Quella di Gramsci fu certamente una visione d’avanguardia. Nei contenuti e per il metodo di pensiero. Libero, laico, antidogmatico. Ma anche per quel suo legare strettamente politica e cultura nell’idea di egemonia, come capacità di reagire all’oppressione, ingaggiando una lotta senza armi, avendo il coraggio di schierarsi contro il nazifascismo. Dai suoi scritti traluce una idea alta di cultura, intesa come l’espressione più profonda della realtà umana. Va di pari passo con il suo interesse per l’arte come linguaggio universale e per la ricerca di forme innovative capaci di esprimere progetti rivoluzionari. Non stupisce dunque che l’avanguardia artistica l’abbia sempre attratto in tutte le sue manifestazioni. Fin dai tempi in cui era giovane critico teatrale de L’Avanti, come testimoniano le sue recensioni, pubblicate trent’anni fa da Einaudi e più di recente riproposte in un nuovo volume da Aragno con prefazione di Davico Bonino. Un libro prezioso perché riporta in primo piano il suo avventurarsi solitario fra le innumerevoli facce e i fermenti del teatro di allora, diviso tra intrattenimento e sperimentazione, tra Niccodemi e Pirandello o Rosso di San Secondo, tra vaudeville e futurismo, senza tuttavia trascurare, autori «sociali» oggi difficili di digerire come Andreev. Con piglio corrosivo Gramsci si scagliava contro la degenerazione trombonesca del “grande attore” e smascherava le «ditte» che per ragioni commerciali puntavano al ribasso qualitativo dell’offerta. Da socialista non perdeva mai di vista l’educazione e l’emancipazione delle classi lavoratrici ma era anche sensibile alle questioni estetiche che non giudicava fine a stesse. Così fu il primo a lanciare Luigi Pirandello riconoscendogli quella sua speciale capacità drammaturgica di far vivere i personaggi sotto i nostri occhi. Anche se poi ebbe a dire che Pensaci, Giacomino! era un testo appesantito da «abitudini retoriche» e Il giuoco delle parti da un «verbalismo pseudo filosofico».
L’ idea gramsciana di letteratura era lontana dall’idealismo astratto ed estetizzante di Croce, quanto dal realismo socialista. La rivoluzione doveva darsi modi nuovi anche di espressione artistica. In Machiavellismo e marxismo Gramsci scriveva, «lottiamo per la nuova cultura. In un certo senso quindi è anche critica artistica, perché dalla nuova cultura nascerà una nuova arte…». Dunque fu molto incuriosito, soprattutto nelle prime fasi, dal futurismo, che cercava vie diverse per raccontare le trasformazioni della modernità. Quando uscì il primo manifesto il 20 febbraio del 1909, l’avvento del fascismo era ancora lontano. Allora appariva come un movimento magmatico, in cui accanto a Filippo Tommaso Marinetti, che pericolosamente inneggiava alla «guerra sola igiene del mondo», si muovevano personalità le più diverse. Fortissima all’interno del movimento era l’ala anarco-sindacalista. Il futurismo anarcoide fu un torrente rivoluzionario negli anni Dieci, tanto che, ancora nel 1921, Gramsci definiva quel filone «nettamente rivoluzionario, assolutamente marxista». Ma quel gruppo non divenne mai egemone. A prevalere, come è noto, fu l’ala futurista che diventò organica al regime.
Con la morte di Umberto Boccioni che si era arruolato volontario, il futurismo perse il suo miglior talento. Da tempo non c’era più quella volontà totalizzante di “rifondare” il mondo: di «ricostruire l’universo» come predicava il Manifesto del 1915 di Balla e Depero, che si erano dati inizialmente l’obiettivo di creare un’arte nuova, in sintonia con il mondo moderno, ridisegnando ogni aspetto del vivere: dall’ambiente, delle case, agli abiti, passando dalla scrittura, alla musica, al teatro, dal cinema, alla fotografia. Il sipario si era squarciato e i futuristi – specie quelli della seconda ondata – divennero picchiatori fascisti. Già nel 1920 Antonio Gramsci li accusava di essere solo una manica di irresponsabili scappati da un collegio di gesuiti: «sono solo degli scolaretti che hanno fatto un po’ di baccano nel bosco vicino e sono stati ricondotti dalla ferula sotto la guardia campestre». Molte cose erano cambiate da quando, nel 1913, ancora studente, era intervenuto sul Corriere Universitario di Torino in difesa dei futuristi attaccati dalla rivista bolognese San Giorgio, organo di gruppi cattolici integralisti e reazionari. Come ha scritto Umberto Carpi – autore di  Bolscevico immaginista (1981) e molti altri studi sul rapporto fra socialismo rivoluzionario e movimenti d’avanguardia – per Gramsci il fenomeno futurista andava letto nel quadro della rivoluzione formale operata in quegli anni dalle avanguardie artistiche europee. Non di bizzarrie si trattava, ma di un radicalismo formale ricercato e consapevole, che voleva rifondare il discorso artistico nell’ottica di una modernità vissuta come rivoluzionaria.

Giovanissimo e brillante intellettuale, Gramsci era impegnato in uno sforzo di comprensione di quella Torino operaia, città-fabbrica, simbolo della modernità e del macchinismo, tematizzato seppur in maniera ambigua dai futuristi. I pochi di sinistra, fra loro, facevano capo all’anarco-bolscevismo e al raggismo russo e a loro si rivolgeva cogliendone il rapporto con lo specifico della realtà industriale, come luogo del mutamento permanente, perché nella metropoli si realizzava il processo di distruzione del passato in un’ottica di incessante rinnovamento. Ed è lì che devono operare i rivoluzionari: su questa visione strategica ordinovisti e futuristi furono in assoluta sintonia. Ad Antonio Gramsci, poi, non sfuggiva l’importanza non secondaria della questione “culturale” nella battaglia per l’egemonia e la questione delle alleanze; per questo lavorava per indirizzare in senso progressista il ribellismo anti borghese delle frange intellettuali futuriste. Dall’osservatorio speciale di Torino capiva che non confrontarsi con i futuristi significava abbandonarli al richiamo forte dell’attivismo fascista. In questo contesto nasce nel 1921 l’Istituto di cultura proletaria (Proletkultur) con lo scopo dichiarato di rendere i “produttori” protagonisti anche della battaglia di rinnovamento rivoluzionario dell’arte e della cultura. Un progetto che trovò sponde nel gruppo dirigente dell’Internazionale comunista di cui era esponente Lunačarskij che era stato in Italia fra il 1905 e il 1912 e sapeva di Marinetti e del movimento da lui avviato. Un tentativo di dialogo che si tradusse in un episodio alquanto “singolare”: la partecipazione di una folta delegazione di operai ordinovisti alla esposizione futurista torinese del 1922, guidati dallo stesso Marinetti che raccontava una cronaca su L’Ordine nuovo, «si prodigò a spiegare il significato pittorico dei singoli quadri e il valore del futurismo in genere». Questo per dire quanto fosse confuso e complesso il quadro a pochi mesi dalla marcia su Roma del 28 ottobre del 1922. E la situazione ben presto precipitò, anche per Antonio Gramsci dal punto di vista personale. Nel giugno del 1922 giunse a Mosca la delegazione del Partito comunista d’Italia per partecipare all’esecutivo della Terza Internazionale. E nel novembre del 1923 il dirigente del Pcd’I Antonio Gramsci si trasferisce da Mosca a Vienna, nel maggio 1924 torna in Italia e l’8 novembre 1924  viene arrestato.

Ma torniamo ancora per un attimo al suo arrivo in Russia. Nel 1922 era noto a Mosca e apprezzato da Lenin come ideatore del movimento dei consigli di fabbrica e fondatore de L’Ordine nuovo e da tempo si interessava all’arte di avanguardia. Lo ricorda Noemi Ghetti in un denso paragrafo “Il comunismo e gli artisti” nel suo libro Gramsci nel cieco carcere degli eretici (L’Asino d’oro, 2014, l’autrice ne parla in un incontro con gli studenti a Latina il 28 aprile), ricostruendo le prime vicende del futurismo russo che aveva avuto un fulminante avvio con Schiaffo al gusto corrente di Chlebnikov e Majakovskij. La svolta di Kandinskij verso l’astrattismo era già iniziata nel 1905 come splendidamente racconta la mostra milanese Kandinskij, il cavaliere errante al Mudec (aperta fino al 9 luglio, vedi Left n.12).

Il gruppo cubo-futurista o Gileja conquistò presto la ribalta moscovita. «Sorta qualche anno dopo quella europea, l’avanguardia russa non conosce i confini che in Occidente dividono una corrente e una forma di espressione artistica dall’altra», annota Guido Carpi nella sua Storia della letteratura russa (Carocci, 2016). «Elementi desunti dal fauvismo e dal cubismo si fondono con elementi dell’espressionismo tedesco e del futurismo italiano. Il tutto in un contesto ancora ben memore del panteismo simbolista e delle concezioni teurgiche dell’arte nel 1910». Con la prima mostra del Fante di quadri la scena artistica russa fu scossa da una profondo terremoto anti-accademico. Dominava la scomposizione dei volumi, fiorivano forme e colori squillanti, immagini deformate segnate da violente linee nere, annota Guido Carpi, parlando dell’arte di Burljuk, Larionov, Gončarova, Ekster, Kandinskij, Lentulov, Koncalovskij, Tatlin. «Da questo gruppo ben presto si sarebbero separati Majakovskiij e Burljuk, i due più di sinistra», fa notare il professore di russo dell’ Università Orientale di Napoli.
Intanto Larionov aveva dato vita al raggismo (cosiddetto per i fasci di raggi irradiati), era «il primo esperimento di pittura non oggettuale in Russia. Un ideale condiviso di arte sintetica e dinamica portò alla collaborazione fra poeti e pittori. Il costruttivismo di Tatlin e il suprematismo di Malevič incontravano fortemente gli ideali della rivoluzione, alla quale Gramsci dedicò molti e approfonditi interventi (ora riproposti in Antonio Gramsci Come alla volontà piace, Castelvecchi).
In quel cruciale 1922, a Mosca, non frequentava solo il centralissimo Hotel Lux dove alloggiavano i dirigenti del Comintern e il sanatorio di Serebriani Bor, scrive Noemi Ghetti ne La cartolina di Gramsci (Donzelli, 2016). Ricordando che in quel periodo Gramsci incoraggiava Giulia a tradurre in italiano il romanzo politico-fantascientifico La stella rossa di Aleksandr Bogdanov, che nella Seconda Internazionale su ribattezzato la bestia nera di Lenin. Ancora una volta Gramsci si rivolgeva alla sperimentazione letteraria e cercava di tenere aperto il raggio dei rapporti per difendersi dal più rigido apparato.

Potremmo dire in conclusione che l’interesse per le forme sperimentali di arte non abbandonò mai Gramsci, nonostante le numerose delusioni? «Se il primo rapporto con il futurismo risale al 1913, si consolidò nel periodo de L’Ordine nuovo (1920-21). Si inseriva nel tentativo compiuto dal gruppo torinese di replicare in Italia quelle esperienze di originale “cultura proletaria” che in Russia avevano dato vita all’imponente movimento del Proletkul’t», risponde Guido Carpi, autore di Russia 1917, un anno rivoluzionario, appena uscito per Carocci. «Alle idee e alla pratica del proletkultismo, Gramsci era stato introdotto dal Commissario del popolo alla Cultura Anatolij Lunačarskij, da sempre convinto, sulle orme del filosofo marxista “eretico” Aleksandr Bogdanov, che la cultura sia esperienza collettiva organizzata e che debba mirare alla trasformazione del mondo e al superamento della cultura borghese, individualistica, passiva e sterilmente compensatoria». In questa prospettiva, conclude il docente dell’Orientale, «l’apporto fondamentale del futurismo era per Gramsci non certo il gusto per la provocazione fine a se stessa, ma il tentativo di elaborare l’alfabeto di un’arte legata indissolubilmente ai luoghi e ai ritmi della produzione industriale e della società di massa: esperimenti che in Russia portavano Majakovskij, Rodčenko e Šklovskij a fondare il movimento costruttivista, con la straordinaria “appendice” dei laboratori sperimentali Vchutemas. L’influenza di Bogdanov e Lunačarskij del resto, non si limitò a questo: l’idea che la classe operaia dovesse fungere da baricentro organizzativo per una trasformazione universale della cultura e, in prospettiva, della vita sociale, portò Gramsci a elaborare la concezione di “egemonia”».

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Abbiamo bisogno di Gramsci

Angelo D’Orsi, storico del pensiero politico all’Università di Torino, ha appena scritto una nuova biografia di Antonio Gramsci per Feltrinelli. Non solo, dirige anche la rivista Gramsciana (Mucchi editore), di cui è appena uscito il numero dal titolo “Egemonia e scienza”.
Professor D’Orsi, quanto è attuale il pensiero di Gramsci e cosa può interessare ai giovani?
Credo che il pensiero di Gramsci sia drammaticamente inattuale ma allo stesso tempo assolutamente necessario. Il mondo in cui viviamo è lontanissimo da Gramsci, sotto qualsiasi punto di vista. Ma ci sono degli elementi che lo rendono, ripeto, necessario. Sono la sua personalità, la sua serietà, il suo rigore, ma anche il suo appassionato sarcasmo così diverso dalla sguaiataggine che vediamo oggi. E poi la sua idea di un comunismo umanistico e anche anche la sua onnivora curiosità – non c’è ramo dello scibile che lo trovi estraneo. Insomma, noi oggi avremo davvero bisogno di figure come Gramsci.
E come dovrebbero essere?
Capaci di ragionare in termini complessivi, olistici, ma senza perdere di vista l’obiettivo di tutta la sua breve esistenza: l’esigenza della liberazione dei ceti subalterni. È stata la sua stella polare a cui non ha mai rinunciato. L’idea che Gramsci in carcere abbia cambiato idea, arrivando a una sorta di liberalismo, è assolutamente implausibile.
Le diseguaglianze adesso ci attanagliano, così come la sfiducia nei partiti alimenta i populismi di destra. Rileggere Gramsci potrebbe servire a capire il presente?
Ma non c’è dubbio. Più che rileggerlo, però, si tratterebbe di leggerlo e di studiarlo, perché è più citato che letto. Noi dovremo invece fare un lavoro diverso: dovremo contestualizzarlo. Perché è evidente che il Gramsci in carcere ha un orizzonte diverso da quello dei tempi giovanili torinesi ed è diverso dal Gramsci uomo di partito dal ’21 al ’26. Certo che bisognerebbe leggere Gramsci. A cominciare da quella sua frase: “la storia è maestra ma gli uomini sono cattivi allievi”. Basterebbe questo per capire quanto è importante per penetrare il tempo in cui viviamo. La sua riflessione in carcere è anche una critica sulla modernità, in cui si danno chiavi di lettura troppo avanti anche per il suo tempo. Quando infatti vengono pubblicate le sue note in Americanismo e fordismo non furono capite nel suo stesso partito e furono interpretate come un’apologia del capitalismo statunitense. Invece lui studiando gli Stati Uniti riesce a cogliere alcuni elementi dell’egemonia americana che ci illuminano sul presente. Gramsci pur rimanendo marxista non può essere rinchiuso nella gabbia marxista. La rompe e guarda fuori, allargando l’orizzonte.
E cos’è il capitalismo per Gramsci?
Non è più solo un modo di produzione, ma è una civiltà. Lui la analizza, cerca di capire come conforma le persone, su come come dobbiamo vivere, compreso il divertimento, i comportamenti sessuali. Tutto prestabilito, tutto organizzato. Sono testi che si avvicinano a quelli degli autori della scuola di Francoforte. (….) L’intervista continua su Left in edicola

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Siamo tutti intellettuali e possiamo cambiare il mondo

mostra a cura della Fondazione Gramsci - Torino xxix salone internazionale del libro 12-16 maggio 2016 - i quaderni di Gramsci, mostra dei manoscritti

Il 1° maggio 1919 a Torino esce il primo numero della rassegna settimanale di cultura socialista L’Ordine nuovo. Doveva rappresentare una svolta fondamentale per Antonio Gramsci che si accingeva a questa nuova avventura giornalistica dopo aver scritto su testate come l’Avanti, Il Grido del Popolo, La Città futura, L’Avanguardia. Con lui c’erano Umberto Terracini, Palmiro Togliatti e Angelo Tasca. E proprio con quest’ultimo Gramsci si scontrò duramente a proposito della linea editoriale da imprimere al nuovo settimanale. «Cosa intendeva il compagno Tasca per cultura, e dico, cosa intendeva concretamente e non astrattamente?», si chiede lo stesso Gramsci un anno dopo in due articoli usciti il 14 e 20 agosto e riportati da Lelio La Porta nella premessa del volume Gramsci chi? (Bordeaux edizioni, 2017).
Ebbene, il compagno Tasca per cultura, scrive polemico Gramsci, «intendeva ricordare, non intendeva pensare, e intendeva ricordare cose fruste, cose logore, la paccottiglia del pensiero operaio». Il settimanale quindi nei primi numeri «non fu nient’altro che un’antologia, una rassegna di cultura astratta, di informazione astratta», continuava implacabile Gramsci. Che con Togliatti, racconta, ordì un “colpo di stato redazionale”, nel senso che cambiò il rapporto con i Consigli di fabbrica a cui il settimanale si rivolgeva, instaurando così un legame continuo – anche con incontri e discussioni – tra giornale e lettori che così non vivevano più L’Ordine nuovo calato dall’alto, ma «sentivano gli articoli pervasi dallo stesso loro spirito di ricerca interiore: Come possiamo diventar liberi? Come possiamo diventare noi stessi?».
Ecco come doveva essere un giornale per Antonio Gramsci: non “fredde architetture intellettuali” ma articoli che rappresentavano le aspirazioni reali dei lettori e che rientravano in una ricerca più vasta, culturale, senza steccati ideologici tra i giornalisti e i lettori. Il giornale, come svilupperà più avanti in modo articolato nei Quaderni del carcere, sarà per Gramsci, “la scuola degli adulti”, con una funzione importantissima per la formazione stessa dell’uomo e in particolare delle classi operaie e contadine che non a caso idealmente volle unire sotto la testata de l’Unità, il giornale da lui fondato nel 1924.
Gramsci conosceva benissimo il mondo del giornalismo, in tutti i suoi meccanismi interni oltre che negli aspetti culturali ed ideologici. Aveva cominciato a scrivere su L’Unione Sarda, a 19 anni, nel 1910, una corrispondenza da Aidomaggiore, paesino vicino a Ghilarza, dove viveva, ottenendo il tesserino da giornalista. Ma fu a Torino che esplose la sua passione giornalistica fusa a quella politica. Lasciò gli studi di linguistica, dopo anni passati a tribolare povertà e freddo. (…) l’articolo prosegue s left in edicola

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Non c’è rivoluzione senza critica

isogna disabituarsi e smettere di concepire la cultura come sapere enciclopedico, in cui l’uomo non è visto se non sotto forma di recipiente da empire e stivare di dati empirici; di fatti bruti e sconnessi che egli poi dovrà casellare nel suo cervello come nelle colonne di un dizionario per poter poi in ogni occasione rispondere ai vari stimoli del mondo esterno. Questa forma di cultura è veramente dannosa specialmente per il proletariato. Serve solo a creare degli spostati, della gente che crede di essere superiore al resto dell’umanità perché ha ammassato nella memoria una certa quantità di dati e di date, che snocciola ad ogni occasione per farne quasi una barriera fra sé e gli altri (…).
La cultura è una cosa ben diversa. È organizzazione, disciplina del proprio io interiore, è presa di possesso della propria personalità, è conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti e i propri doveri. Ma tutto ciò non può avvenire per evoluzione spontanea, per azioni e reazioni indipendenti dalla propria volontà, come avviene nella natura vegetale e animale in cui ogni singolo si seleziona e specifica i propri organi inconsciamente, per legge fatale delle cose. L’uomo è soprattutto spirito, cioè creazione storica, e non natura. Non si spiegherebbe altrimenti il perché, essendo sempre esistiti sfruttati e sfruttatori, creatori di ricchezza e consumatori egoistici di essa, non si sia ancora realizzato il socialismo. Gli è che solo a grado a grado, a strato a strato, l’umanità ha acquistato coscienza del proprio valore e si è conquistato il diritto di vivere indipendentemente dagli schemi e dai diritti di minoranze storicamente affermatesi prima. E questa coscienza si è formata non sotto il pungolo brutale delle necessità fisiologiche, ma per la riflessione intelligente, prima di alcuni e poi di tutta una classe, sulle ragioni di certi fatti e sui mezzi migliori per convertirli da occasione di vassallaggio in segnacolo di ribellione e di ricostruzione sociale. Ciò vuol dire che ogni rivoluzione è stata preceduta da un intenso lavorio di critica, di penetrazione culturale, di permeazione di idee attraverso aggregati di uomini prima refrattari e solo pensosi di risolvere giorno per giorno, ora per ora, il proprio problema economico e politico per se stessi, senza legami di solidarietà con gli altri che si trovavano nelle stesse condizioni. (…)
Lo stesso fenomeno si ripete oggi per il socialismo. È attraverso la critica della civiltà capitalistica che si è formata o si sta formando la coscienza unitaria del proletariato, e critica vuol dire cultura, e non già evoluzione spontanea e naturalistica. Critica vuol dire appunto quella coscienza dell’io che Novalis dava come fine alla cultura.
Io che si oppone agli altri, che si differenzia e, essendosi creata una meta, giudica i fatti e gli avvenimenti oltre che in sé e per sé anche come valori di propulsione o di repulsione. Conoscere se stessi vuol dire essere se stessi, vuol dire essere padroni di se stessi, distinguersi, uscire fuori dal caos, essere un elemento di ordine, ma del proprio ordine e della propria disciplina ad un ideale. E non si può ottenere ciò se non si conoscono anche gli altri, la loro storia, il susseguirsi degli sforzi che essi hanno fatto per essere ciò che sono, per creare la civiltà che hanno creato e alla quale noi vogliamo sostituire la nostra. Vuol dire avere nozioni di cosa è la natura e le sue leggi per conoscere le leggi che governano lo spirito. E tutto imparare senza perdere di vista lo scopo ultimo che è di meglio conoscere se stessi attraverso gli altri e gli altri attraverso se stessi.
Se è vero che la storia universale è una catena degli sforzi che l’uomo ha fatto per liberarsi e dai privilegi e dai pregiudizi e dalle idolatrie, non si capisce perché il proletariato, che un altro anello vuol aggiungere a quella catena, non debba sapere come e perché e da chi sia stato preceduto, e quale giovamento possa trarre da questo sapere.

*“Socialismo e cultura”, in Il Grido del popolo, 29 gennaio 1916. Pubblicato nel volume Antonio Gramsci, Il giornalista, il giornalismo, a cura di Gian Luca Corradi (Tessere, 2017).

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E ora Cantone smutanda il Governo

Corruzione, mafie e malaffare hanno bisogno di una tensione tenuta sempre alta per essere combattute. La storia ci insegna che ogni volta che lo Stato (ma non solo, c’entra anche la tensione della società civile) hanno allentato la presa, più o meno consapevolmente, i poteri criminali ne hanno approfittato per assestare colpi che poi abbiamo scontato per anni.

Persi tra le sceneggiate popolari e populiste di queste settimane “l’affare Cantone” (con la sciagurata seduta del Consiglio dei Ministri da cui l’ANAC è uscita depotenziata) è stato messo nel cassetto delle ripicche come se non fosse il grave segnale che invece è: che sia stato per uno sgambetto (di Renzi o a Renzi) o per altro si tratta comunque di un attacco frontale (e pubblico) all’efficienza anticorruttiva dell’azione di governo.

Ieri Cantone, ospite di Giovanni Minoli, sulla nuova legge per gli appalti all’inizio è stata fatta “una rivoluzione copernicana” solo che poi “si è fatta retromarcia su molte cose e non si è data la possibilità di attuare il codice. Credo – ha detto Raffaele Cantone – che fosse una buona riforma e il fatto di andare avanti e indietro è un classico del nostro Paese. E ci sono tante opere incompiute. Il problema vero è che qualcuno ha pensato che bisogna consentire di realizzare opere pubbliche per smuovere l’economia ma non perchè servano davvero. E non smuovono nulla”.

In un Paese normale e responsabile, capace di riconoscere e rispettare le priorità, una dichiarazione del genere provocherebbe un terremoto politico, una sollevazione popolare e un unanime coro dalle associazioni impegnate nell’azione antimafia.

E invece niente.

Buon lunedì.

Cade anche foglia di fico di Cantone

Raffaele Cantone, presidente dell'Autorità per la Corruzione ad un convegno sull'abusivismo edilizio organizzato dalla Provincia di Napoli, 11 aprile 2014. ANSA / CIRO FUSCO

Dicono che per sbaglio, lo dicono i ministri di governo, hanno cancellato un comma che depotenzia l’azione di Raffaele Cantone e dell’ANAC nel controllo degli appalti. Per sbaglio, dicono loro, hanno “reciso” l’uomo che Reni ci aveva presentato come soluzione a tutti i mali, la faccia che avrebbe dovuto essere la garanzia di una seria lotta alla corruzione. Però dicono che rimedieranno l’errore quanto prima e l’Autorità Nazionale Anticorruzione potrà tornare in sella. Sembra una barzelletta, scritta così.

Raffaele Cantone è un magistrato che ha fatto moltissimo nella lotta alla camorra. Qualche anno fa, anche lui, ha ceduto alle lusinghe del corso renziano sempre in cerca di facce più che di sostanza accettando di presiedere l’ANAC convinto probabilmente di poter mettere al servizio della politica l’esperienza acquisita sul campo: non sapeva, Cantone, che la corruzione è più forte (troppo spesso) anche della propaganda.

Chi ha scavalcato il Parlamento cancellando quel comma fondamentale dalla nuova legge degli appalti durante il Consiglio dei Ministri? Si potrebbe fare come si fa con i bambini: se non viene fuori il colpevole allora fuori tutti, tutti in punizione.

È primavera ma cadono le foglie. Di fico.

Buon venerdì.

“Roma città aperta”, un film che ancora oggi ha tanto da dire

Screenshot di Roma città aperta, regia di Roberto Rossellini (1945), ispirato alla popolana uccisa dai nazisti . Questo è un fotogramma di una pellicola cinematografica girata in Italia (o in territorio italiano) ed è ora nel pubblico dominio poiché il copyright è scaduto. ANSA/ WIKIPEDIA EDITORIAL USE ONLY- NO SALES NO ARCHIVE

Il volto, e il corpo di Anna Magnani sono un fascio di nervi tesi quando dà lo schiaffo al soldato tedesco che tenta di bloccare lei ed altri abitanti nel cortile del palazzo di Via Montecuccoli. Di fronte alla retata dei nazisti, di fronte al suo uomo che sta per essere fatto salire nel camion, la sora Pina, scatta, si divincola e corre fuori del portone chiamandolo.  “Francesco, Francesco, Francesco”. Quell’urlo è ormai indelebile. Così come quel colpo di mitraglietta che ferma per sempre la corsa della donna.

Ogni volta che scorrono quei fotogrammi di Roma città aperta è impossibile non provare dei brividi. La guerra, il senso di ingiustizia, il dolore. Tutto affiora con una immediatezza e una potenza espressiva tali che fanno di quel film girato mentre ancora la guerra era in corso non solo un capolavoro del cinema ma anche un documento di memoria e umanità. La decisione di Roberto Rossellini di girare un film sulla Resistenza e sulla guerra a pochi mesi dalla fine dell’occupazione nazifascista della città fu davvero geniale. Una sorta di dovere etico, il suo, contribuire cioè con l’arte affinché la memoria rimanesse viva, perché non si potesse più cancellare quello che era accaduto in quei terribili mesi di occupazione nazista a Roma. E questo si respira nel film, nei volti delle comparse, uomini, donne e bambini che in qualche modo hanno recitato se stessi.

In attesa del 25 aprile, per la cui celebrazione si accendono di nuovo le polemiche – a Roma la comunità ebraica e il Pd romano non parteciperanno al corteo dell’Anpi – vale la pena quindi riprendere un po’ il filo della Storia e cercar di comprendere che cosa siano state la lotta di Liberazione e la violenza della guerra in Italia.

I personaggi principali, la Sora Pina (Anna Magnani) e il sacerdote (Aldo Fabrizi) si ispirano a persone realmente vissute, vittime della violenza nazifascista. A colpire i  romani era stata la fine di Teresa Gullace, una donna romana madre di cinque figli e incinta del sesto che voleva avvicinare il marito imprigionato nella caserma di Via Giulio Cesare. Lui era alla finestra, forse lei voleva solo parlargli o portargli del cibo, fatto sta che un soldato tedesco le sparò a bruciapelo, uccidendola. Era il 3 marzo 1944. All’assassinio assisterono alcune partigiane che erano davanti alla caserma come Laura Lombardo Radice e Carla Capponi. La stessa Laura Lombardo Radice e Pietro Ingrao scrissero un manifesto dopo l’accaduto. Teresa Gullace diventò ben presto un simbolo della Resistenza romana.

Ma torniamo al film. Si cominciò a girare a febbraio 1945 e venne ultimato a settembre dello stesso anno. Doveva essere all’inizio un documentario su don Morosini, il prete ucciso da nazisti nel 1944. Ma grazie agli sceneggiatori che affiancarono Rossellini, tra cui Federico Fellini e Sergio Amidei, il film sviluppò un racconto fluido in cui entrarono altre storie parallele che insieme restituiscono un quadro vivo della Roma sotto i nazisti. Così ci sono i popolani, gli eroi, i partigiani, ma ci sono anche le donne “perdute” conniventi con il regime. E c’è lei, la Sora Pina, una Anna Magnani vulcanica, passionale come non mai, che stava vivendo proprio durante le riprese del film, una travolgente storia d’amore con Roberto Rossellini. Interrotta tre anni più tardi per l’arrivo nella vita del regista di Ingrid Bergman, la quale, ironia della sorte, aveva scritto la famosa lettera a Rossellini – in cui aveva ammesso di conoscere in italiano solo le parole “ti amo” – , dopo aver visto Roma città aperta e Paisà, l’altro film manifesto del neorealismo uscito nel 1946.

Il film venne girato tra mille ostacoli. Le macerie ancora per le strade, la pellicola che scarseggiava, e poi anche i finanziamenti che vennero a mancare. Fu un commerciante di lana, Aldo Venturini, a dare una mano al regista e permettergli di realizzare quello che sarebbe stato considerato un capolavoro del cinema, vincitore nel 1946 del Grand Prix al festival di Cannes. Il titolo venne mutuato dalla quarta Convezione dell’Aja del 1907. Secondo quel regolamento “città aperta” significa città priva di obiettivi militari e di difesa in cui non sono ammessi attacchi e bombardamenti, né tantomeno la violenza bellica al suo interno. Regole che i nazisti e i repubblichini di Salò violarono a più riprese.

Domani 21 aprile il film di Roberto Rossellini nella versione restaurata dalla Cineteca di Bologna verrà proiettato al cinema l’Aquila (Via l’Aquila 66) nel quartiere Pigneto, a Roma. A promuovere l’evento (dalle ore 19) il centro di documentazione Maria Baccante, Archivio Viscosa e Scca, Spazio comune Cinema L’Aquila, in collaborazione con il Museo storico della Liberazione. Alla proiezione saranno presenti Renzo Rossellini, figlio del regista e uomo di cinema e grande produttore e Antonio Parisella, presidente del Museo storico della Resistenza.

Infine, una curiosità: Via Montecuccoli è a due passi dal cinema Aquila. Chi vuole può andare a vedere un luogo diventato famoso. Il portone da cui usciva correndo Anna Magnani è ancora lì, molto più curato naturalmente di quando venne girato il film. Allora l’intonaco dei muri era vecchio e sbrecciato, ma appena si nota perché l’attenzione è tutta su quei volti di uomini, donne e bambini dolenti, indimenticabili. È anche questa la Storia. Da non dimenticare.