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Madri di Plaza de Mayo, 40 anni di lotta raccontati da Vera Vigevani

Negli anni Settanta, nel tragico periodo dell’ultima dittatura, un’intera generazione di adolescenti dell’ambiente liceale di Buenos Aires, politicamente impegnati, si ritrova perseguitata. Ragazze e ragazzi dai 15 ai 20 anni, sono costretti ad abbandonare il Paese, divenuto teatro di sparizioni inquietanti. Attraverso le testimonianze, raccolte decenni più tardi da Diana Guelar, da Vera Vigevani e da Beatriz Ruiz, vengono salvate le vicende dolorose che precedettero le partenze, le storie di militanza, di presa di coscienza, di progetti e di utopie; le lotte, le certezze, i dubbi; le vicende di paura, di fughe e di clandestinità; fino alla drammatica decisione dell’esilio.
L’archivio di storie è stato riunito da Vigevani, Guelar e Ruiz nel libro dal titolo “I ragazzi dell’esilio” edito da 24Marzo onlus e Qudu Libri. Il testo, curato e tradotto da Susanna Nanni, include le corrispondenze che gli adolescenti esiliati hanno mantenuto con familiari e amici, attraverso vari testi, su un passato che non può passare.
In occasione del 40ennale della prima manifestazione delle Madri di Plaza de Mayo di fronte alla Casa Rosada in Buenos Aires, per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo la postfazione firmata da Vera Vigevani Jarach. Giornalista a Buenos Aires e redattrice fino al 1993 dell’agenzia italiana ANSA, Vera Jarach è stata cofondatrice di “Madres de Plaza de Mayo – Linea fundadora”. Sua figlia Franca è scomparsa a 18 anni, il 26 giugno 1976, ed è tuttora desaparecida.

Vera Vigevani Jarach

I ragazzi dell’esilio – Postfazione

di Vera Vigevani Jarach

Si potrebbe supporre che sia facile analizzare le ragioni che mi hanno spinto ad interessarmi alla vicenda dell’esilio degli adolescenti argentini all’epoca dell’ultima dittatura. Si potrebbe supporre, altresì, che unicamente una chiave di lettura potrebbe spiegare la mia motivazione ad accompagnare questi adolescenti dell’esilio nella loro personale riscrittura delle storie, frantumando così un lungo e doloroso silenzio nonché scoprendo le tracce lasciate, le torture e le ferite ancora non rimarginate. Si tratterebbe, insomma, di rendersi conto semplicemente di ciò che ha significato il ritrovarsi con Diana Guelar, la migliore amica di mia figlia Franca, appena dopo il suo ritorno in patria dall’esilio,
e di immaginare che tutto ciò che è accaduto successivamente non potesse essere che la logica conseguenza di questo incontro. Ciò che è vero, in ogni caso, fuori dall’immaginazione, è che tutte le vicende che si sono susseguite trovano il loro punto di partenza in quell’istante. Tuttavia, per comprendere a pieno le motivazioni del mio impegno, questa appena descritta apparirebbe comunque come una verità parziale, nella quale mancherebbero troppi elementi che invece considero essenziali: il mio incontro con Betty Ruiz, il cui carattere e la cui sensibilità mi hanno immediatamente fatto tornare alla mente quelli di Franca; la partecipazione ad una riunione di esiliati a Buenos Aires e l’organizzazione, con Diana, Betty e altri esiliati, di una commemorazione che avrebbe loro restituito la posizione che meritavano nel tragico contesto di quegli anni funesti. Così facendo, la mia unica motivazione si chiamerebbe Franca. Ma, come già detto, le cose non sono così semplici: non sono neppure facili da dipanare o almeno non sarebbero sufficienti a spiegare un processo lungo che va al di là del gruppo particolare di persone che vi si è costituito attorno. È proprio questo lungo processo che ha fatto sì che si creasse questo legame affettivo così solido e che si concretizzasse questo impegno comune per la Memoria.

Lascio dunque al lettore l’incarico di dare un ordine di priorità ai vari elementi di cui andrò a parlare. Certamente tra essi c’è Franca. Parecchio tempo prima del suo sequestro avvenuto il 25 giugno del 1976, appena qualche mese dopo il Colpo di Stato del 24 di marzo, mio marito Giorgio ed io, in vista di un pericolo sempre maggiore, avevamo fatto di tutto per convincerla a partire, a iscriversi ad un’università italiana per esempio. Se la situazione lo avesse reso necessario, saremmo stati pronti a raggiungerla e a tornare nel nostro paese di origine. Il secco rifiuto che Franca oppose non prevedeva possibilità di appello ed era quindi impossibile da discutere. Tutti gli esempi di cari amici già esiliati si sarebbero rivelati inutili per farle cambiare punto di vista. Dopo il sequestro di nostra figlia, i suoi amici più vicini finirono per lasciare in fretta e furia l’Argentina, evitando di fatto di imbattersi in un destino purtroppo simile. I mesi e gli anni che seguirono furono pieni di angoscia, di terrore e di disperati tentativi di ritrovarla e quindi di salvarla. Da un lato eravamo completamente annientati, dall’altro una debole speranza quasi “folle” guidava i nostri passi. Durante tutti questi anni fummo costretti a subire il silenzio della società e le nostre richieste di aiuto e i nostri appelli rimasero senza risposta. Ma ricevemmo anche l’appoggio, che ci fece riacquistare la forza, di coloro che soffrivano e vivevano per un dramma identico al nostro. Questo,
senza ombra di dubbio, è ciò che ci permise di affrontare almeno degnamente gli anni della dittatura e che ci permette oggi di avere una sorta di “famiglia allargata” di valore inestimabile. Incontrare di nuovo i compagni di Franca mi permise di riannodare quei legami affettivi e di aiutarli, quei ragazzi, a superare il trauma di essere stati vittima, seppur in modo diverso da mia figlia, della dittatura. Con loro abbiamo ripreso la storia là dove si era fermata, con uno scopo comune e cioè quello della vittoria della Verità e della Giustizia tramite la costruzione di una memoria collettiva condivisa.

Col passare del tempo abbiamo anche aggiunto il desiderio di recuperare gli ideali del nostro impegno passato. Certi sarebbero stati troncati dal genocidio, ma certamente non completamente cancellati per sempre così come la dittatura avrebbe voluto. Questa volontà di creare un mondo più giusto e quindi migliore sta portando a poco a poco, attraverso vie democratiche, i suoi frutti. Questa fiducia nell’avvenire, ne sono consapevole, proviene anche dal mio carattere prevalentemente ottimista; si tratta di un ottimismo moderato, ma sicuramente che si riflette e si costruisce attorno a diverse evidenze. Le altre motivazioni che rafforzano il mio impegno nella vicenda di questi adolescenti, hanno un rapporto diretto con il mio, di esilio. La mia famiglia emigrò in Argentina a causa delle leggi razziali che il regime fascista di Mussolini promulgò nell’ottobre del 1938. Fummo espulsi dalle scuole perché ebrei, soffrendo ogni giorno di più per la discriminazione nei nostri confronti e la nostra marginalizzazione. Per fortuna mia madre aveva presagito ciò che sarebbe avvenuto in Europa, quindi partimmo. A marzo dell’anno successivo arrivammo a Buenos Aires. E là, oltre al trauma e alla nostalgia provocati dall’esilio in una bambina di undici anni, compresi ciò che significava il dolore della perdita degli adulti, di mia sorella adolescente. Dolore causato dalla frattura nel rapporto, dalla paura per coloro che restavano, un gran numero dei quali fu eliminato durante la Shoah. In Italia ciò accadde soprattutto a partire dal 1943, quando i nazisti occuparono una gran parte del territorio nazionale e deportarono un numero inaudito di persone. Durante i lavori di scrittura di questo libro, si sono presentate numerose analogie tra la mia situazione passata e quella di questi adolescenti. Il valore inestimabile delle lettere, il sostegno che apportavano, scritte in una carta quasi trasparente e così leggera perché il loro costo fosse meno elevato. L’angoscia permanente che provavamo per coloro che erano restati, le famiglie, gli amici. La nostalgia. I destini tragici, le storie che purtroppo si ripetono: mio nonno materno deportato e assassinato a Auschwitz nelle camere a gas… e che non ha una tomba; Franca portata all’ESMA, torturata, assassinata e gettata da uno dei “voli della morte”… che neppure lei ha una tomba.

Le similitudini e i parallelismi vanno al di là dei contesti storici, delle distanze e del tempo. Essi hanno a che fare con le esperienze umane, con ciò che si è provato e che si è vissuto. Sono il frutto del terrorismo di Stato, del fanatismo, delle dittature che portarono a questo stato di totale immobilità creata dalla paura. E certe volte sono anche il prodotto, purtroppo occorre sottolinearlo, di collaborazioni e complicità dirette. Ecco quali sono dunque le diverse motivazioni delle storie che compongono questo volume, che hanno contraddistinto, per ciò che mi riguarda, lo sviluppo e la costruzione comune e che abbiamo perseguito con le altre autrici. Potrei descrivere queste motivazioni con la forza di altri dettagli e altri aneddoti; mi sembra però che il lettore abbia già compreso l’essenziale, percepito il valore aggiunto che la mia storia personale ha sommato alla mia tenacia. Ciò che importa è che comunque, oggi dopo tanti anni di perseveranza, siamo prossimi al “Giustizia è fatta!”; una Giustizia necessaria alla società, una Giustizia che assolutamente nessuno, tra le diverse vittime della dittatura, ha tentato di farsi da solo. È stato necessario affrontare e sormontare ostacoli impervi per abrogare leggi e decisioni già prese che assicuravano impunità totale ai colpevoli. Rendere giustizia ha un’importanza fondamentale per sostenere con forza l’ideale del “Nunca Mas”…Oggi osserviamo, seguiamo e viviamo con fiducia i processi che si stanno celebrando un po’ dappertutto nel nostro paese. Vengono portati avanti e sviluppati grazie alla forza della legalità, al coraggio dei testimoni e infine all’azione paziente e giusta di tutto l’apparato giudiziario.

Ecco infine un ricordo personale che ha a che fare con il concetto di Giustizia, ben lontano dello spirito di vendetta che, come sappiamo, non servirebbe a nulla. Lo racconto al presente perché è proprio così che continuo a viverlo, anche ora. Mio padre, avvocato, mi fa visitare, a nove anni, l’interno del palazzo del Tribunale di Milano (del quale la facciata fascista mi inquieta ancora oggi…) per mostrarmi in che cosa consiste “il lavoro di papà” che mi sembra così fantastico: il giudice, l’accusa, la difesa, la sentenza, ecc.. Un anno più tardi vengo espulsa dalla scuola perché sono ebrea… e si tratta di una “legge”. Allora la bambina riflette e si domanda se questa cosa così differente da come gliela aveva raccontata suo padre sia veramente la Giustizia. Questa domanda e questa inquietudine mi hanno sempre accompagnato e, ora che vedo che oggi, in Argentina, si rende finalmente giustizia per questi crimini passati che ci hanno così ferito, considero tutto ciò una sorta di riparazione morale.

È evidente che le ferite resteranno per sempre aperte; ma resterà anche “qualcosa” non solamente a noi, ma a tutto il mondo. Un traguardo etico raggiunto che d’ora in avanti sarà necessario rispettare e trasmettere alle nuove generazioni, come uno dei valori morali essenziali dell’umanità.

Buenos Aires, novembre 2011
Traduzione dal francese di Simone Cuva

Populismo, il vuoto della democrazia

Una foto combo mostra il premier Matteo Renzi, Beppe Grillo e Silvio Berlusconi. ANSA

“Il termine populismo dice tutto e dice niente. E’ un gravissimo errore trattare il populismo come se fosse una forma politica tradizionale, un ismo come erano gli ismi novecenteschi, il comunismo, il socialismo, il fascismo e così via, cioè una forma politica strutturata in movimento o partito con una identità di cultura politica stabile. Non è questo. E’ uno stile, un atteggiamento, un mood, rispetto al quale pensare di confrontarsi da partito a partito o da soggetto politico a soggetto politico, non fa altro che portare acqua al populismo. E’ uno stato d’animo, un mood”. A parlare è Marco Revelli, docente di Scienza della politica all’Università del Piemonte orientale e autore per Feltrinelli del saggio Populismo2.0. Si tratta di un’analisi che ricostruisce le radici dei populismi dal People’s party americano di fine Ottocento a Trump passando per la Brexit e arrivando alle ultime elezioni francesi, con Marine Le Pen e Emmanuel Macron che si sfideranno al ballottaggio del 7 maggio e che Revelli definisce due populisti, anche se in forme diverse. L’assenza della politica e della sinistra in modo particolare oggi è all’origine di tutti i tipi di populismi. La sinistra che ha voltato le spalle ai diritti delle classi più disagiate.
Venendo all’Italia e ai suoi tre populismi, quello televisivo di Berlusconi, quello della rete di Grillo e quello della rottamazione di Renzi, hanno contribuito a distruggere i partiti o sono i partiti che si sono suicidati e hanno permesso la formazione di questi populismi?
L’Italia in questa luce non appare una ritardaria, anzi è una precorritrice. Noi abbiamo avuto non un solo populismo – nel senso di populismo 2.0 come abbiamo detto – ma ben tre. L’inventore precoce è Berlusconi. Il suo è un perfetto stile neopopulista, con il suo linguaggio politico in cui metteva la sua intimità, con una comunicazione da bar sport. Il suo era un populismo da tempi ancora del benessere, da edonismo reganiano, con il suo baricentro nell’uso della televisione, allora mezzo potentissimo. Poi è venuto il grillismo prima ancora dei 5 stelle, un cyberpopulismo per l’uso che ha fatto della rete. Ma Grillo, come ha fatto notare Carlo Freccero sa ricombinare tutti i media, anche la televisione. E poi usa la piazza, il corpo, pensiamo solo alla nuotata nello stretto di Messina. L’ultimo è il populismo più subdolo, e assai antipatico, di Renzi. Subdolo perché si esprime in alto, è un populismo di governo che mima lo stile di chi rivendica le ragioni del basso. Ed è quello della rottamazione, in questo simile a Salvini con le immagini delle ruspe, il nuovo che seppellisce il vecchio.

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Sinistra e identità

La settimana scorsa abbiamo cercato di capire perché la sinistra perde. Questa settimana ci concentriamo sui populismi. Si potrebbe ridurre tutto ad una questione di marketing, ed in effetti non avremmo neanche torto. La sinistra non sa vendere le proprie idee, questo è certo. Ma noi vorremmo non solo che la sinistra sapesse vendere le proprie idee, ma anche che poi mantenga la parola data a chi decide di accettare quelle idee e, soprattutto, che la sinistra proponga delle Idee. Perché il vero e fondamentale problema per cui la sinistra perde è che non ha idee. È inutile girarci intorno. Si fanno editoriali, paginate di giornali e di siti per cercare di spiegare e di giustificare questo o quel fenomeno. Tutto giusto. Ma parziale. Il problema vero e di fondo è che le idee della sinistra, quelle residue che ci sono rimaste, sono ormai un ferro vecchio e polveroso del tutto inutilizzabile. Non le vuole più nessuno.
Dove trovare nuove idee?
Questo giornale è nato 11 anni fa con una promessa ambiziosa che era contenuta nell’ultima lettera del suo titolo. Uguaglianza, Libertà e la T di trasformazione. So cosa potrebbe pensare il lettore. Fago è un fagiolino e ci ripropone la solita solfa di Fagioli.
Beh sì, il lettore ha indovinato. Trovate in questo numero una sua intervista inedita. Bellissima.
Sono l’editore di questo giornale da 2 anni e devo fare un autocritica: siamo stati non abbastanza coraggiosi. Dietro l’idea di voler fare un giornale per la sinistra siamo diventati un giornale tante troppe volte fermo a idee vecchie. Anche se Massimo Fagioli ha sempre continuato a scrivere per noi, coraggiosamente e pazientemente, ogni settimana.
La rivolta si può e si deve cercare di fare. Ma, come ci spiega Fagioli nell’intervista di Giulia Chianese, è una rivolta che richiede una realizzazione interna. Altrimenti diventa solo distruzione e psicosi. La rivolta non è più, in realtà, rifiuto ma è negazione.
L’abbiamo cercato di dire tante volte ma troppo timidamente. Lo voglio dire da editore. La rivendicazione del fatto di aver pubblicato per 11 anni ogni settimana gli articoli di Massimo Fagioli non ci giustifica affatto.
Le idee per rifondare la sinistra in maniera del tutto nuova, se si vuole, sono qui, in Italia, da svariate decine d’anni. Sono contenute nei libri dell’Asino d’oro e nel lavoro di 41 anni di Analisi Collettiva che ha curato e formato migliaia di persone. Li ha fatti diventare dei ribelli che non possono impazzire e non sanno deludere il prossimo. Sono una straordinaria risorsa che si è palesata in alcune recenti occasioni di incontro e si paleserà ancora più limpidamente a Torino alla fiera del libro il 21 maggio in occasione della presentazione della nuova edizione di Istinto di morte e conoscenza alla sala dei 500. Già. La sala più grande della fiera del libro di Torino. E sarà anche troppo piccola, ne sono certo.
Se la sinistra vuole smettere di perdere è inutile che cerchi soluzioni razionali o economiche o sociali o di marketing. Senz’altro sono tutte cose da affrontare. Ma prima è necessario che si capisca che se non si comprende qual è la realtà vera dell’essere umano non ci potrà essere nessuna rivolta e nessuna sinistra.
Allora cara Sinistra, lo vogliamo dare un mazzo di rose a Massimo Fagioli e iniziare a leggere qualche suo libro?

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Anteprima Primo Maggio, con Camila e Clementino

In piazza San Giovanni in Laterano a Roma già da qualche giorno procede a tutto ritmo l’allestimento del mega palco per l’evento musicale della festa del lavoro: il concerto, detto Concertone, giunto quest’anno alla sua ventisettesima edizione. Scenario della musica, ma anche momento di riflessione per i contenuti sui temi del lavoro e del sociale, ormai lo ritroviamo in altre vesti anche in molte città della Penisola con l’esibizione di altrettanti artisti. Sul palco, come sempre, campeggeranno slogan e colori e non mancheranno le bandiere tra il pubblico foltissimo, in barba alle cifre slim offerte dalla questura. Insomma, i motori si scaldano con la presenza di CGIL, CISL, UIL, i promotori della performance, anche se forse con poco fasto, attesi i recenti fatti Alitalia, ma comunque, in generale, per la crisi nazionale e internazionale che imperversa. Lo show comunque va avanti e quest’anno il tema dell’evento saranno le radici del lavoro: come, quando e perché ce lo spiegheranno i protagonisti della manifestazione nel corso della maratona musicale, e televisiva. Il panorama musicale italiano sarà degnamente rappresentato da tantissimi artisti: alcuni della tradizione italiana, altri di quella estera, come il magistrale Ara Malikian, dalle nuove leve del cantautorato italiano e dai molti, e sorprendenti, esordi. Tra Bennato e Le Luci della centrale elettrica, mettendoci in mezzo gli originali Editors. Personaggi e momenti interessanti che Left racconterà nel corso di quella giornata. Intanto, abbiamo voluto parlare con coloro che faranno da padroni di casa: la conduttrice televisiva Camila Raznovich e l’imprevedibile rapper Clementino. Una coppia ben assortita, ne sono convinti gli organizzatori.

Camila Raznovich

Camila è in viaggio verso Roma, mi racconta che è appena terminata la stagione televisiva de Alle falde del Kilimangiaro, che è andata molto bene. Lei ha avuto poco tempo, fino a ora, per prepararsi all’evento, ma spesso si è sentita al telefono con Clementino. Conduttrice del concerto di San Giovanni già nel 2015, è stata scelta per la seconda volta a distanza di così poco tempo, ed è molto fiera di bissare: “È stata già una forte emozione la prima volta, lo è anche questa volta, anzi forse è peggio perché la prima hai l’incoscienza di non sapere che cosa vai a fare, la seconda vuoi godertela di più; forse sono ancora più emozionata e più ansiosa”.
Ti darai un consiglio?
Godermela perché sono cose che succedono una, due, tre volte massimo nella vita. Sono cose che racconterò ai miei nipoti. Sì, vorrò stare su quel palco e godermela.
Quando ti hanno richiamato, che cosa hai detto?
Ho detto esattamente “Wow”! Che bello, non pensavo così presto; l’ho fatto due anni fa. Ho pensato che era un onore, sono stata molto lusingata. Diciamoci la verità, quando vieni richiamato per una cosa così bella, evidentemente l’hai fatta bene! Per una cosa così importante, soprattutto in un momento così delicato per il nostro Paese, essendo l’Italia in crisi, per quanto riguarda il lavoro, la stabilità politica, l’incertezza economica, immagino che sarà una piazza complicata!
Pensi a quali saranno gli spunti, i temi di riflessione?
Io sarò lì a condurre un concerto musicale, non entro e non entrerò in faccende politiche, questo però non vuol dire che io sono distaccata dalla realtà e dal Paese, ma quello che cercherò di fare è di far trascorrere alle persone, che saranno in piazza e a casa un bellissimo pomeriggio, celebrando il lavoro, celebrando i lavoratori, insieme a bella musica.
Che cosa ha in più, e di diverso, il pubblico del Primo Maggio?
È molto informato, ha opinioni, è esigente, colto musicalmente. Non ci sono solo le ragazzine in delirio per il cantante pop del momento, ma è bello tosto e quindi richiede rispetto.
Quest’anno c’è un bel panorama indie rock: ti piacciono gli artisti, ce ne sono di tuoi preferiti?
Molto! Sì, sono tutti splendidi artisti, non esprimo preferenze per rispetto, ma ci sono artisti che conosco meglio, altri meno bene, questo è inevitabile. Sono molto contenta di ritrovare Edoardo Bennato, che ha fatto parte delle mia gioventù e, mi viene da sorridere, perché le mie figlie conoscono le sue canzoni, gliele ho fatte ascoltare, soprattutto la colonna sonora di Peter Pan, L’isola che non c’è (dall’album Sono solo canzonette ndr.), che loro adorano. Sono molto contenta di condurlo con Clementino perché sono curiosa di vedere come andrà, finora le telefonate che ci siamo fatti, devo dire, sono state molto divertenti, non ho dubbi che sarà un bellissimo viaggio.
A proposito di viaggi, tu hai viaggiato molto, per il tuo vissuto personale e familiare, fin da piccola: quale insegnamento ne hai tratto?
A stare al mondo! Mi è servito per tutto quello che so, nelle relazioni con agli altri, a usare l’istinto, l’intuito; la strada insegna tantissimo. Attenzione, non bisogna per forza andare lontano, la strada può essere anche quella sotto casa, la piazza, però viaggiare insegna tanto. Poi se la strada è in Nepal o in Sud America o è il vicolo sotto casa, va bene, però è importante stare per strada perché c’è un insegnamento che non è sostituibile con un altro strumento pedagogico, culturale di formazione.
Che esperienza è stata la conduzione de Alle falde del Kilimangiaro?
Dal punto di vista dello share abbiamo stravinto e questa cosa ci ha fatto molto piacere perché vuol dire che la squadra funziona, che è una squadra di cui sono molto fiera. Riprenderemo agli inizi di ottobre.
Amore criminale, invece: è vero che lo condurrai di nuovo?
No, me lo hanno chiesto, ma io sto pensando ad altro, preferisco non tornare su cose che ho già fatto, ho declinato la richiesta, ma anche stavolta sono lusingata che la Rete me lo abbia chiesto.
Musicalmente, che mamma sei?
Faccio ascoltare alle mie figlie tantissima musica, non solo contemporanea. Loro conoscono Gaber, De André, Bennato, ma anche Adele. Sono figlie che stanno crescendo con molta musica.

Clementino

Salutiamo Camila, con i migliori auspici possibili, e siamo anche noi curiosi di parlare con Clementino, in viaggio in treno verso Roma. Il rapper napoletano, assai attivo musicalmente, considerate anche le tante sue collaborazioni nell’ambiente, con orgoglio si è anche, in passato, fatto promotore di sensibilizzare fan e non su temi i rifiuti tossici del “Triangolo della morte”. Quando lo chiamo al telefono, mi avverte che deve parlare piano per non disturbare gli altri passeggeri, ma si sente che freme dalla voglia di raccontare, forse anche di cantare. Si percepisce che è un vulcano, come il titolo del suo ultimo album.
“Sono emozionatissimo – racconta –  è una vita che aspetto di presentare una manifestazione così importante. Io vengo dai villaggi turistici, facevo l’animatore: ho iniziato dal mini club per poi diventare capo animatore, un pochino mi mancava di presentare qualche evento. Poi la mia vita è salita sul treno del rap e non sono più sceso e adesso dopo anni mi hanno proposto questa cosa…È un onore gigantesco, mi ritroverò in una versione ultra professionale, è una figata.
Qual è la tua esperienza con il Concertone romano?
Io nel 1999 ero nelle ultime file tra il pubblico, poi nel 2004 ero al centro della grande piazza schiacciato dalla folla, nel 2014 sono salito come cantante e nel 2017 lo presento: da pubblico a presentatore, forse l’anno prossimo sarò direttore di Rai Tre! Il calore è immenso, mi ricordo che mentre cantavo non vedevo dove finiva la gente, mi emoziono solo a pensare che ci sono quasi 700 mila persone in quella piazza.
Tu che tipo di contributo darai alla conduzione?
Io sono un sagittario: casinista, vivace, viaggiatore, cordiale, distratto e disordinato (il tono della voce ormai è aumentato, ma io immagino che agli altri viaggiatori faccia piacere ndr). Sono un casinista nato, quando sono a cena con gli amici, anche al ristorante; sono uno che, come si dice a Napoli, fa “’u burdello”! Ma dovrò essere me stesso, senza pensare chi sa cosa. Spero di coinvolgere tutto il pubblico della piazza attraverso i miei freestyle, ossia le mie improvvisazioni rap, facendo fare al pubblico la base musicale con le mani e con i piedi per poi “rapparci” io sopra quella base! Immagina cosa può succedere se tutto il pubblico mi fa la base hip hop? Vorrei lanciarmi tra il pubblico e fare interviste. Voglio divertire e far divertire…
Ti sento già molto preso…
Sai, mi è arrivato un messaggio di Rosario Fiorello, che è il mio maestro. Devi sapere che io ho vari maestri, il mio maestro principale è Pino Daniele, poi per il rapper c’è Fabri Fibra e per l’animazione Rosario. Appunto, Rosario mi ha mandato un messaggio e mi ha scritto “Cerca di non gridare subito, altrimenti, arriverai alla fine senza voce!”. Poi mi ha consigliato un paio di cose che poi vedrete! Con i consigli del maestro Rosario, cercherò di portare a termine l’intera operazione.
Che consiglio ti piacerebbe dare ai ragazzi della piazza?
Personalmente, mi considero un artista che parla con tanti ragazzi, il mio è un consiglio più umano, che politico: trovandoci in un momento così critico in Italia, i ragazzi possono essere assuefatti dalla noia, specialmente se non hanno un lavoro e questa noia può far fare sciocchezze. Direi loro che bisogna trovare un’occupazione, che se non è il lavoro perché purtroppo manca, almeno sia un hobby.
Da poco è uscito il tuo album Vulcano, sarai in tournée per presentarlo?
Partirò per tutto maggio con una tournée europea: Stoccarda, Londra Zurigo e altre città, poi da giugno a settembre per tutta la penisola: sulla mia pagina facebook e su instagram troverete tutte le informazioni. Vulcano sta andando benissimo: è uscito il nuovo singolo Tutti scienziati con il mio tributo a Troisi e al suo film Non ci resta che piangere.
Che cosa può comunicare il rap, soprattutto alle nuove generazioni?
Sicuramente la verità perché io racconto tutte le cose che vedo già uscendo fuori casa mia a prendere un caffè, e poi una speranza, come lo è stato il Concerto del Primo Maggio per me. Non devo mai dimenticarmi da dove vengo, quest’anno il tema è quello delle radici poi. I sogni si possono avverare, basta andare avanti con determinazione, anche se le porte ti sbattono in faccia.

Brunori sas

A volerli sul palco con convinzione sono stati gli organizzatori della manifestazione, insieme alla Rete televisiva che, per ben otto ore, dalle 16 in poi, trasmetterà il tutto in diretta. Ne parliamo volentieri con Carlo Gavaudan, della Ruvido Produzioni srl, agenzia dello spettacolo milanese, fautrice, tra l’altro del Contest parallelo alla manifestazione. I tre finalisti, quest’anno, sono: Amarcord da Firenze, Doro Gjat da Udine e Incomprensibile FC da Torino. Il vincitore assoluto dell’1M NEXT 2017 verrà proclamato in diretta TV dal palco.
Questo è per voi il terzo anno: con quali intenti avete lavorato?
L’attenzione più forte è stata dedicata ai giovani, ai debuttanti e quest’anno in particolar modo, con un’azione molto forte a carattere europeo. Quando siamo arrivati abbiamo fatto partire questo Contest, inizialmente, solo italiano, ricevendo l’adesione di più di mille band, riscontrando realtà di qualità e lanciando gruppi interessanti, che poi si sono fatti strada come La Rua, Geometra Mangoni e altri. Quest’anno, per la prima volta, abbiamo allargato oltreconfine questa manifestazione, facendo selezioni in giro per l’Europa: a Barcellona, Berlino, Amsterdam, con una finale su Londra per poi portare i finalisti in Italia, sul palco del Primo maggio.
Nello scenario sociale italiano, come si colloca il concerto romano?
Le organizzazioni sindacali stabiliscono il loro tema, che quest’anno riguarda le radici del lavoro. Loro faranno i discorsi a Portella della Ginestra, a noi chiedono di concentrarci sul momento di festa, certamente avendo a mente le questioni del lavoro, che poi quest’anno sono molte tra i migranti, la condizione dell’Alitalia dall’altra, che durante le varie performance tratteremo. Noi su quel palco, però, racconteremo anche un po’ di eccellenze, di situazioni positive, di gente che ce l’ha fatta, dell’impegno dei lavoratori che a volte porta a uscire dalla crisi. Lanceremo in ogni caso un messaggio di speranza.
Le scelte musicali di quest’anno rappresentano un periodo felice per la nostra musica.
Sì, sicuramente. Le grandi manifestazioni televisive fanno da padrone, spesso lanciano personaggi del mondo musicale, ma oggi c’è anche il web e noi avremo la diretta streaming di Rai play perché aiuta ad individuare qualità e professionalità, indipendentemente dal mondo televisivo. Il panorama indie rock è anche sintomo di questo, ci sono personaggi che escono non solo dalle grandi trasmissioni televisive, ma anche che rappresentano il sottobosco della cultura musicale italiana.
Quindi, i talent sarebbero in decadenza?
In realtà, penso che non lo siano e che abbiano ancora altro da raccontare, ma penso che il nostro mondo stia cambiando rapidamente e che anche il web aiuterà molto ad imporre i gusti e le scelte del pubblico in tutti i settori, anche al di fuori dalle proposte televisive.
Due parole sui conduttori.
Camila ha già condotto con noi il Primo Maggio due anni fa, dimostrando grandi qualità. È in un periodo particolarmente positivo perché, televisivamente, ha risollevato le sorti di alcuni programmi, portandoli nel giro di pochi anni a un livello di ascolto importante su Rai Tre e ci sembra essere una grande professionista, che viene dal mondo della musica perché nasce su MTV e ha un rapporto con la musica sano. Sa gestire bene la folla particolarmente numerosa, insomma è una manifestazione nelle sue corde. L’abbiamo fortemente voluta insieme alle organizzazioni sindacali. Anche Rai Tre ha apprezzato l’idea e ci ha chiesto di metterle al fianco una figura che fosse non prevedibile, che potesse aiutare in termini di comunicazione. La riflessione fatta ha portato la Rete a segnalare di individuare la co-conduzione in un cantante, una figura meno esperta di conduzione che portasse entusiasmo alla manifestazione. Clementino ha aderito con grande entusiasmo, da subito.

Bombino

L’entusiasmo di questo evento lo ritroviamo anche parlando con Massimo Bonelli di iCompany srl, anche loro al terzo Concertone.
Fino a oggi, che esperienza è stata questa del Primo maggio?
Una bella esperienza formativa, sia umana che professionale, per cui sicuramente importante nella crescita aziendale e per il futuro speriamo di farne tanti altri e sempre meglio, questo è il proposito.
Come si pone l’evento musicale rispetto ai contenuti dei sindacati?
L’evento è di divertimento, di intrattenimento, però essendo legato a una festa importante e sentita, come quella del lavoro, ogni anno durante il concerto vengono inseriti dei momenti di riflessione con spunti di approfondimento su temi attuali, come è sempre avvenuto nel corso degli anni e avverrà anche quest’anno. È un momento di festa, ma tra un artista e l’altro si parla di quello che accade nel mondo del lavoro e nel mondo in generale.
Chi decide il cast del Primo maggio?
Siamo noi organizzatori che decidiamo il cast, è una scelta precisa, ben studiata. La volontà è quella di dare all’evento un sapore attuale, contemporaneo con gli artisti del momento. Ce ne sono tantissimi al di fuori del mainstream radiofonico e televisivo che stanno facendo la differenza, riempiono i palazzetti, i grandi locali, hanno tanto seguito, vendono molto, parliamo, per esempio, de Le Luci della città elettrica, di Brunori sas, de Lo Stato sociale, di Fabrizio Moro, Samuel, degli Ex-Otago, Questi artisti rovano naturalmente spazio su un palco che ha sempre rappresentato la musica altra in Italia, che è stato sempre il palco della musica che funziona, ma non ha i connotati per essere trasmessa in alta rotazione dalle grandi radio o vedersi in prima serata televisiva. Il Concerto romano di piazza San Giovanni torna ad essere una fotografia di quello che è il momento storico musicale italiano e questo ci fa piacere, lo abbiamo voluto.
La scelta dei conduttori?
Una coppia ben assortita che ci permette di essere professionali e irriverenti.
Conviene che è un momento florido per la nostra musica?
Lo è e io, citando Vico, dico che ci sono corsi e ricorsi storici. Infatti, ogni venti anni circa in Italia avviene questo fenomeno. Negli anni 90 gli Almamegretta, i Subsonica, gli Afterhours, i Bluvertigo davano questo segnale dal basso, negli anni zero è avvenuto in maniera più fredda, adesso sta accadendo con più forza con gli artisti che ho citato. Questa generazione sta dando un forte impulso sempre partendo dal basso, dalle piazze, dai club e questo è un segnale molto interessante che si sposa molto bene con il nuovo sistema di comunicazione della musica che è il web, che dà la possibilità al pubblico di fruire direttamente della musica senza intermediari. La funzione delle case discografiche cambia e questo è un segnale positivo che sblocca un sistema imbavagliato dai meccanismi di potere che non sempre sono capaci di leggere il nuovo e di promuoverlo, in questo caso è la gente che riesce ad apprezzare la musica rendendola di successo. Un ottimo momento e spero possa diventare una tendenza che duri nel tempo.

Da Piazza San Giovanni in Laterano, lunedì 1 maggio, vi racconteremo il dietro le quinte del grande concerto nazionale e internazionale. Tra gli artisti che incontreremo: Le luci della centrale elettrica,Samuel,

Edoardo Bennato

Ex-Otago, Lo Stato sociale, Fabrizio Moro, gli Editors e molti altri ancora…

Piccole meschinerie dei trafficanti di consenso sulle ONG

Some of 108 migrants disembark at Lampesusa's harbour by a ship called Aquarius of humanitarian group SOS Mediterranee, 18 April 2016. Six bodies were recovered and 108 migrants were rescued from a semi-submerged rubber dinghy as boat arrivals accelerate amid calm seas. A private rescue ship called Aquarius run by humanitarian group SOS Mediterranee found the bodies on the rubber dingy yesterday. ANSA/ELIO DESIDERIO

Ma davvero qualcuno crede che tutto questo ciarlare di rifugiati, Mediterraneo e ONG sia davvero figlio di un reale interesse per le sorti dei soldi e delle persone da parte di questi quattro tirapiedi che cavalcano un’inchiesta (conoscitiva, tra l’altro) per riuscire a solleticare un po’ di razzismo travestendosi da “responsabilmente preoccupati”?

Ma davvero è così difficile capire che massimizzare il profitto dai dubbi del Procuratore di Catania (che tra l’altro ieri dopo essersi goduto un giorno di celebrità televisiva ha già cominciato a smussarsi e a bisbigliare che è stato “frainteso”) significa soprattutto buttare a mare (appunto) il lavoro umanitario di chi sulle nostre coste si occupa del salvataggio di vite?

Il giochino è semplice, quasi banale: bisogna riuscire a drenare voti a destra fingendosi “umani” e progressisti e qualsiasi minuscola possibilità di dare addosso allo straniero giocando di sponda è un’occasione imperdibile. È l’eterno gioco di chi in politica non prende posizioni nette per accattare voti da destra a sinistra. Come quelli che non pronunciano la parola antifascismo e il 25 aprile sfilano in blu questi indossano i panni dei paladini della legalità per rimestare nel fango e concedere un’idea di “mancato soccorso” in nome della legge. L’indagine di Catania, i documenti Frontex e le testimonianze degli operatori in realtà sono solo strumentali.

Qui siamo oltre: dal lucrare sui morti siamo passati al lucrare su chi salva i vivi. Sognano di essere Salvini, insomma, ma non ne hanno nemmeno il coraggio.

Buon venerdì.

Gramsci, chi è costui? Ricercatori di “public history” al lavoro

Ci sono gli studenti con un garofano in mano, la signora con i vasi di gerani rossi, i ragazzi dell’Arci insieme con Carlo Testini con il manifesto che hanno realizzato per lui, pop e allegro, un uomo alto che timidamente porta una rosa rossa avvolta dalla carta. E poi alla spicciolata, anziani, adulti e ragazzi, che sfilano per il vialetto a destra del cimitero acattolico alla Piramide a Roma. Qui, un po’ ai margini, è seppellito Antonio Gramsci. Ci riuscì a dargli una sepoltura la cognata Tatiana che figurava come ortodossa.  Il luogo è immerso nel silenzio, con i cipressi scultorei attraversati dai voli chiassosi dei pappagalli verdi. Si respira un’aria di umanità dolente ma  dignitosa. E così sono anche le persone che oggi, nell’ottantesimo anniversario della morte, sono andate a rendere omaggio all’autore dei Quaderni del carcere che morì all’alba del 27 aprile 1937 nella clinica Quisisana due giorni dopo aver ottenuto la libertà dal Tribunale di sorveglianza di Roma.

«Sono dei venduti», esclama una signora riferendosi ai fiori con il nastro che indica il Partito democratico. «Si rivolterebbe nella tomba, lui», aggiunge un anziano. Dicono che è passato anche Matteo Orfini e di nuovo la signora lancia commenti acidi. Più tardi, sfilano sempre più persone. Dei ragazzi leggono alcune lettere di Gramsci in un clima partecipato.

Ma l’ottantesimo anniversario della morte di Gramsci è anche l’occasione per intraprendere una originale ricerca sull’immagine e la percezione che “dal basso” si ha della Storia. Fondamentale perché è solo partendo dalla conoscenza attuale che si può partire a livello “alto”, accademico. Diciamo pure che è una ricerca di stampo gramsciano. La raccontano Lorenzo Montesi e Tommaso Leone, due laureati in Storia a Bologna che frequentano il Master di Public History a Modena.

Dopo aver lasciato una copia di Left davanti al cippo funerario, spiegano perché si trovano proprio là, al cimitero acattolico di Roma. Vengono dalle Marche e per conto dell’Istituto Gramsci di quella regione, hanno iniziato un sondaggio e una ricerca da qui fino alla fine del 2017. «Per fare questo avremo bisogno del contributo di chiunque vorrà lavorare con noi a questa ricerca», si legge in un volantino che distribuiscono alle persone.

L’obiettivo è quello di raccogliere contributi vari – video, testi, immagini – soprattutto tra i giovani, sulla figura di Gramsci. Tutto il materiale andrà nel sito 80Gramsci, che «indica nel numero non solo gli anni dalla morte ma anche la generazione di trentenni», dice Lorenzo Montesi. Dal mese di maggio verranno coinvolte anche le scuole, le università e gruppi e associazioni culturali, prima di Marche, Abruzzo ed Emilia Romagna, poi, sperano di altre regioni italiane.

C’è un questionario poi che si trova nel sito che verte sul trinomio, Storia, passato e memoria. Domande semplici e veloci che però permetteranno ai ricercatori di ottenere delle risposte sulla “domanda di storia” presente nella società italiana. A cui il public historian dovrà organizzare l’offerta. È una disciplina che rappresenta una novità nel panorama accademico italiano, un modo di avvicinare gli studi accademici ancora di più alla società, non solo a livello culturale ma anche economico e sociale. «Noi siamo arrivati adesso, ma questo modo di considerare la storia nel mondo anglosassone esiste da molti anni. Spesso in Italia public history vien tradotto con “l’uso pubblico della storia o lo storico in pubblico”, ma sempre con una connotazione negativa in cui l’uso pubblico della storia ne presuppone la politicizzazione».

Invece a Modena sono stati mantenuti i due termini propri della tradizione anglosassone. «La public history è un grande cantiere sul tavolo, sia per l’accademia che per la politica», precisa Lorenzo Montesi. È anche uno strumento di formazione nel campo delle scienze umaniste che permette di far uscire dall’università dei laureati che forse riusciranno ad essere utili ovunque nella società ci sia bisogno di qualcuno che possa scrivere o comunicare la storia.

La storia non isolata nella torre degli accademici ma calata tra i cittadini. Che in questo modo, di sicuro, ne trarranno vantaggio. Perché siamo tutti intellettuali diceva Gramsci, e possiamo cambiare il modo di pensare. «Cominciare il nostro lavoro da Gramsci è perfetto. Il fatto che sia un personaggio studiato in mezzo mondo e da noi in Italia no, significa che un problema c’è», continua Lorenzo. «La storia è di tutti e ci piacerebbe che fosse la stessa cosa di Gramsci».

137 giorni. Zero legge elettorale. Producono veleno e lo chiamano populismo

Alla fine sono riusciti a svegliare anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, costretto a sgridare i presidenti di Camera e Senato urlandogli in faccia di sbrigarsi per non finire dietro alla lavagna con le orecchie d’asino: sono passati 137 giorni dall’insediamento di un governo che a detta di quasi tutti avrebbe dovuto fare in sciolta fretta una legge elettorale per poi correre al voto. Dico, ve lo ricordate? Tutti: Salvini, Grillo, Berlusconi e soprattutto Renzi. Tutti. Tranne ovviamente Angelino Alfano che è disposto a diventare sottosegretario alla cacio e pepe pur di fare una settimana di governo in più.

Sono passati 137 giorni. La legge elettorale che doveva essere più bella del mondo (sembra passato un secolo eppure lo dicevano quelli che oggi sono ancora lì) aveva il piccolo intoppo di essere incostituzionale, poi sembravano quasi tutti d’accordo sul Mattarellum, poi hanno voluto aspettare la Consulta e quando la Consulta li ha bocciati hanno detto che avrebbero voluto leggere le motivazioni, poi hanno letto le motivazioni e hanno promesso che se ne sarebbe parlato in Parlamento nei primi mesi di quest’anno (e intanto è quasi finita la scuola) e intanto hanno depositato qualcosa come una trentina di proposte. Epici.

E ora? Ora basta il sussulto di Mattarella perché tutti fingano di non riuscire a dormirci la notte. “Ha ragione il presidente della Repubblica sulle due priorità, non so per la politica ma certo per il Pd. Sin da oggi ci preoccuperemo in conferenza di capigruppo di calendarizzare entrambe le questioni, sulle quali peraltro la presidente Boldrini è sempre stata sensibile e attiva”, dice il capogruppo del Pd alla Camera Ettore Rosato; “Siamo stati i primi a dirlo già dal 4 dicembre, avendo presentato una proposta organica che fondamentalmente riprende la legge elettorale uscita dalla Corte Costituzionale. Si prenda quella, la si estenda al Senato e si vada a votare” dice Fico del M5S; “il capo dello Stato si rivolga al Partito democratico e al suo segretario in pectore, Matteo Renzi, che da mesi bloccano i lavori della commissione Affari costituzionali di Montecitorio in attesa che vengano celebrati prima il congresso e poi le primarie” dice Brunetta per Forza Italia.

E via con il balletto. Ancora. Pisciano veleno e poi lo chiamano populismo.

Buon giovedì.

Gramsci, un patrimonio che la sinistra non riesce a far suo

Portrait of Italian politician Antonio Gramsci (1891-1937). (Photo by Stefano Bianchetti/Corbis via Getty Images)

Era il 25 aprile 1937 e il giudice del tribunale di sorveglianza di Roma aveva comunicato a Antonio Gramsci, ricoverato nella clinica Quisisana, che era finalmente un uomo libero. Ma la sera stessa, dopo aver cenato, Gramsci venne colto da una emorragia cerebrale e all’alba del 27 aprile cessò di respirare. Aveva 46 anni e nonostante il carcere e la malattia, aveva realizzato una riflessione politica straordinaria.
Ottant’anni dopo, l’anniversario gramsciano dovrebbe essere l’occasione per riflettere sul pensiero, sulla filosofia della praxis, sul concetto di egemonia culturale dell’autore dei Quaderni. La sinistra dovrebbe attingere a piene mani a un patrimonio inestimabile, come ha accennato anche lo storico Angelo d’Orsi sulle pagine di Left adesso in edicola. D’Orsi, autore per Feltrinelli di una nuova biografia – cinquant’anni dopo quella di Giuseppe Fiori – afferma che è drammaticamente necessaria oggi una figura come quella di Gramsci che per tutta la sua vita ha avuto come stella polare «l’esigenza della liberazione dei ceti subalterni».

Ma oggi non esistono intellettuali come lui, capaci di analisi profonde e originali che nemmeno lo stesso partito comunista di allora riuscì a cogliere. E al tempo stesso, Gramsci, si presenta come un personaggio ingombrante, con cui è difficile identificarsi. Non è un “brand” qualsiasi. Ci ha provato Matteo Renzi con il suo consigliere Tommaso Nannicini a tirare in ballo il concetto di egemonia culturale al Lingotto di Torino. Ma la cosa è davvero poco credibile.

Un presidente del Consiglio che ha voluto una riforma come la Buona scuola cosa ha in comune con chi teorizzava il fatto che tutti gli uomini sono intellettuali e che la scuola è un cardine della lotta per lo sviluppo umano? Cosa c’entra davvero il Pd di oggi con il partito Principe di cui parlava Gramsci? I fatti, cioè le riforme renziane “centraliste”, vanno in direzione contraria rispetto ai concetti espressi nei Quaderni in cui le masse erano comunque sempre protagoniste nella lotta di emancipazione. E non si venga a dire che oggi non c’è bisogno di emancipazione, con i 4 milioni e mezzo di italiani in povertà assoluta, il quasi 40 per cento di disoccupazione giovanile e il record di abbandoni scolastici rispetto all’Europa.

Anche a sinistra del Pd, tuttavia, non si può dire che ci sia una corsa frenetica per prendere o comunque studiare l’opera di Gramsci.
Vedremo cosa uscirà oggi dal convegno Gramsci ottanta anni dopo a Roma (ore 9, Sala Gonzaga, Via della Consolazione 4), promosso da Sinistra italiana e organizzato dal professor Michele Prospero. Tra i partecipanti, Stefano Fassina, Luciana Castellina, Nicola Fratoianni, Claudio De Fiores, Piero Bevilacqua. (per la diretta qui)

Oggi Gramsci verrà commemorato anche alla Camera dei deputati dove, ricordiamo, venne eletto il 6 aprile 1924. Una carica che mantenne fino all’8 novembre 1926 quando venne arrestato. Per lui si sarebbe spalancato il portone di varie carceri italiane dove però con una forza incredibile, pur in condizioni di salute sempre più precarie fino a farsi gravi dal 1935, riuscì a scrivere la grande opera che Mario Lavia su L’unità definisce «una mole inevitabilmente di teoria “disorganica”». In realtà rappresenta una ricerca politica e culturale che non ha precedenti in Italia né prima e né dopo Gramsci. «Non c’è un argomento dello scibile umano di cui lui non si sia occupato», conferma Angelo d’Orsi.

Linguaggio, arte e letteratura, scuola, giornalismo, organizzazione politica, sono solo alcuni temi che si ritrovano nei Quaderni. I libriccini che cominciò a scrivere nel 1929 nel carcere di Turi saranno in mostra nella Sala della Lupa alla Camera fino al 7 giugno a cura della Fondazione Gramsci. Per la prima volta vengono esposti gli originali dei 33 quaderni e di cento volumi, tra libri e riviste, in possesso di Gramsci durante la detenzione. I manoscritti sono esposti accanto alla loro versione digitale e possono essere sfogliati integralmente.

Sempre oggi dalle 18 nella sede della Enciclopedia italiana il doppio evento Passato e presente, con One day exhibition, una installazione di Elisabetta Benassi e l’esecuzione dell’opera di Luigi Nono La fabbrica illuminata.
Quasi a sottolineare il legame con la cultura e l’arte che Gramsci aveva sempre avuto anche come giornalista e di cui si parla ampiamente anche nel numero in edicola di Left. Un’altra prova della grandezza della sua figura, in cui la politica va di pari passo con la cultura. Qualsiasi paragone con l’oggi è assolutamente improponibile.

Approfondimenti su Left in edicola

 

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Guernica 80 anni dopo, la forza inesauribile di un capolavoro

Picasso, Guernica

Era il 26 aprile 1937  quando la Legione Condor bombardò la cittadina basca Guernica. L’incursione aerea massacrò i civili, bambini, donne, vecchi.  Con l’aviazione legionaria fascista, la legione nazista  dichiarò che l’obiettivo dell’attacco era il ponte di Rentería, un passaggio di appena 19 metri di altezza e 9 metri di larghezza sul fiume Oca. Scopo: mettere in difficoltà i partigiani repubblicani. Evidente la dismisura dei mezzi impiegati.  Le bombe devastarono la città, quasi radendola al suolo. Solo per un fortunatissimo caso  si salvò l’Assemblea Basca.

«L’evento nel suo insieme fu impressionante – scrive Rudolf Arnheim in Guernica, genesi di un dipinto (Abscondita) -, non si trattava semplicemente di danni, ma della devastazione pressoché totale di una pacifica collettività. Si trattava della manifestazione della brutalità fascista nel senso più completo della parola. Guernica era una città di donne e bambini…».

A ricordare quell’agghiacciante azione italo-tedesca resta oggi nella cittadina basca nel nord della Spagna un suggestivo, ampio, giardino, con silenziose e potenti testimonianze di artisti, sculture primitive di Chillida e le forme classiche e solenni di una scultura di Moore. Ma è soprattutto l’omonimo, celebre quadro di Picasso, ad evocare  il dramma di quel disumano sterminio. L’artista spagnolo lo dipinse per l’Expo di Parigi del 1937. A patto che il quadro restasse depositato al MoMa fino alla caduta del dittatore Franco e al ritorno della democrazia. Così è stato: Guernica è rientrato a Madrid nel 1981, prima al Prado poi al Reina Sofía, di cui oggi è l’opera simbolo.

Per ricordare l’anniversario il Museo Reina Sofia, nel 2017, ha organizzato una grande mostra Pietà e terrore in Picasso: la strada a Guernica. Con 150 opere, oltre a Guernica,  per raccontare il percorso dell’artista spagnolo dagli anni Venti fino alla metà degli anni Quaranta. Oltre alle numerose opere di Picasso conservate in Spagna, figurano molti prestiti di musei internazionali: dal Musée Picasso e dal Centre Georges Pompidou di Parigi, dalla Tate Modern di Londra, dal MoMA e dal Metropolitan Museum di New York. 

Si racconta che un ufficiale tedesco sia andato a trovare Picasso e di fronte a Guernica abbia chiesto: «l’avete fatto voi, maestro?». «No, l’avete fatto voi. Con la Luftwaffe», fu la risposta secca dell’artista. Passione civile, consapevolezza del proprio talento e sapiente uso del proprio ruolo pubblico come artista di successo, brillano in queste sue poche parole. Anche su commissione, in un’occasione che poteva prestare il fianco alla retorica, Picasso si rivelò un grande innovatore. Invenzione, creazione di immagine e profonda conoscenza dell’arte del passato e delle fonti classiche si mescolano in questa potente rappresentazione in bianco, nero e una immensa scala di grigi. Un quadro che nelle sue forme scheggiate, impazzite di dolore, nel gesto disperato di una madre di fronte alla morte del figlio, fra distruzione e rovine evoca la tragedia greca antica, ma anche, nel pathos e nell’essenzialità del segno pittorico, capolavori come le fucilazioni del 3 maggio 1808 di Goya e L’esecuzione dell’imperatore Massimiliano di Manet. Qui si ritrova tutta la visionaria forza dei «desastres de la guerra».

Picasso, che fin da piccolo era dotatissimo nel disegno e sbalordiva tutti all’Accademia reale di San Fernando a Madrid, nel 1897,  del resto aveva  preso ben presto a saltare le lezioni per passare le giornate al Prado a copiare capolavori antichi: specialmente Velázquez, Goya e molti altri.  La memoria fantasia di quegli incontri con opere dà spessore a Guernica, capolavoro che qualche anno fa Carlo Ginzburg è tornato a rileggere in un denso saggio  sul potere delle immagini, dal titolo Paura, reverenza, terrore (Adelphi).  «Nel saggio su Guernica, lo scopo di ricostruire lo shock iniziale del quadro” è raggiunto con le armi della filologia, ripercorrendo la traiettoria del dipinto dai primissimi abbozzi, dell’etimologia (tracce di iconografia classica), dell’attualità politica, dell’inclinazione estetica», ha scritto Salvotore Settis. «Le urgenze dell’oggi ci spingono a leggere il passato come lievito vivente della collettività umana. Forse, verrebbe da dire, a leggerla bene tutta l’iconografia è politica».

Nell’addensata composizione di Guernica, per esempio Carlo Ginzburg, individua  un dettaglio interessante quanto eloquente: «la violenta giustapposizione di antico e contemporaneo operata da Picasso accostando una spada spezzata e una lampadina». E, in effetti, ossimorica appare a tutta prima la sua scelta di un linguaggio classicheggiante, con citazioni implicite di Pegaso e altri miti antichi, in mezzo a un tumulto di figure fatte a pezzi. Ma proprio l’antica spada spezzata potrebbe rivelare il messaggio nascosto di questo murale dipinto su commissione dall’artista spagnolo filo repubblicano e schierato contro l’oppressione di regime.  La presenza di un braccio con la spada evoca antiche statue d’accademia, una vetusta idea di patria e la figura del padre. Segnali non casuali secondo Ginzburg. «La spada rotta, il cui anacronismo è sottolineato dalla presenza della lampadina, suggerisce che di fronte all’aggressione fascista le armi della tradizione sono pateticamente inefficaci».

 

Stamina. Nuovo arresto di Vannoni

Arrestato questa mattina dai carabienieri del Nas Davide Vannoni, patron del metodo Stamina, privo di ogni fondamento scientifico. E’ accusato di aver continuato all’estero la pratica del metodo Stamina, condannato dalle autorità scientifiche e dai giudici.
L’esperto di comunicazione Davide Vannoni nel 2015  aveva patteggiato una condanna a un anno e 10 mesi, dopo una condanna per associazione per delinquere finalizzata alla truffa e somministrazione di farmaci difettosi per le circa 900 infusioni di staminali che tra Torino, Brescia, Trieste e San Marino che avevano coinvolto un centinaio di pazienti affetti da malattie neurodegenerative.

Gà nel luglio 2016  l’Ansa riportava che le infusioni di Stamina erano riprese al Mardaleishvili Medical Centre di Tbilisi, in Georgia, dove Davide Vannoni faceva da supervisore. Proprio in Paesi dell’Europa dell’Est erano partite le prime cosiddette sperimentazioni di Stamina che, di fatto, non avevano nulla di scientificamente sperimentale. L’agenzia di stampa aveva raccolto la testimonianza di  una signora italiana malata di Sla  che si era recata in Georgia per sottoporsi a quel trattamento che, speculando sulle speranze dei malati, fa loro sborsare ingenti somme, in cambio di nessuna cura. Anzi. Può capire che se ne esca molto peggio. In Italia l’autorità giudiziaria e due comitati scientifici hanno messo alla sbarra il metodo Stamina. Ma alcuni malati hanno deciso di andare all’estero per sottoporsi alla “terapia”. Fra loro, stando alla testimonianza del marito di una signora malata di Sla raccolta dall’Ansa, ci sarebbero anche i genitori del piccolo Federico e della piccola Celeste, che era stata sottoposta a infusioni in Italia, dopo che il ministro della salute Balduzzi aveva sciaguratamente avallato la sperimentazione  di Stamina in ospedali pubblici.

Nel 2013, infatti, il Senato votò il via libera al decreto sulle staminali che, convertito in legge, consentì a chi ha già iniziato le “terapie” con il metodo Stamina di continuarle e prevedeva una sperimentazione di 18 mesi per la quale furono stanziati 3 milioni di euro. E questo nonostante autorevoli scienziati, a cominciare da Elena Cattaneo, da tempo avessero denunciato la truffa di Stamina sulle più importanti riviste scientifiche internazionali, mobilitando su Nature e Science contro questo scandalo che mette a rischio la salute delle persone anche premi Nobel e un gran numero di medici e ricercatori. Ma evidentemente neanche l’inchiesta di Guariniello, finita con la condanna di Vannoni e del medico Andolina che lo aveva aiutato a mettere in atto il suo piano ai danni della salute pubblica, è bastata a sradicare le false speranze propalate da Stamina.

E purtroppo non si tratta di un caso isolato. In tutto il mondo cresce l’allarme per il “turismo” delle staminali. A denunciare il fiorire di cliniche private che promettono cure miracolose è il New England Journal of Medicine che mette in guardia dai loro metodi non validate e dalle promesse di guarigioni improbabili e di soluzioni miracolistiche, per malattie come l’Alzheimer, il Parkinson, le lesioni del midollo spinale, i danni da ictus. Sul New England Journal of Medicine questo inquietante scenario è raccontato attraverso storie drammatiche come quella di Jim Gass che si è sottoposto in Cina, in Messico e in altri Paesi a infusioni intratecali di staminali cioè a base di cellule mesenchimali, embrionali, fetali. Che gli hanno causato una paraplegia e incontinenza urinaria. Per poi scoprire che il midollo spinale a livello toracico risultava invaso da una massa, una “ganga cellulare rapidamente proliferante a differenziazione gliale”, con un Dna diverso da quelle del paziente. Una lesione, tecnicamente una ‘neoformazione’, era qualcosa di mai visto, apparentemente simile a quelle di un glioma maligno ma privo di altri tratti tipici dei tumori come le aberrazioni genetiche . Insomma un cancro inedito, mai descritto prima in clinica.
Il medico specialista Aaron Berkowitz e altri suoi colleghi del Brigham and Women’s Hospital di Boston che avevano segnalato il caso al New England sottolineano la potenzialità delle staminali di formare tumori se usate in questi tipi di infusioni: “le cellule staminali embrionali – scrivono – formano teratomi quando iniettate nei topi e le staminali neuronali murine possono trasformarsi in gliomi maligni”.
Senza una vera sperimentazione che prevede molti step e verifiche prima di intervenire sull’uomo e non considerando i rischi già accertati queste cliniche delle staminali che spuntano come funghi nelle zone del mondo dove minori sono i controlli procedono nel loro business senza tener conto delle “gravissime complicazioni legate all’introduzione di staminali ad elevata attività proliferativa nei pazienti”. I testimonial che si affacciano in rete per sostenerne i vantaggi sono moltissimi e in genere, come nel caso di Vannoni, non sono medici ma al più esperti di marketing, con forti interessi economici e del tutto spregiudicati nello speculare sulla sofferenza e disperazione di chi è affetto da malattie gravi, per le quali non c’è ancora una terapia efficace.