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Se la realtà umana del bambino non esiste

Protect your children wherever they are

Chi abusa un bambino è un grave malato mentale, nonostante ciò che afferma la psichiatria americana nel DSM-5 e con buona pace della Chiesa cattolica. Il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali definisce la pedofilia un disturbo del comportamento sessuale e la inserisce tra le parafilie. Le caratteristiche essenziali di questo “disturbo” sarebbero quindi: fantasie, impulsi sessuali o comportamenti ricorrenti e intensamente eccitanti sessualmente che riguardano: oggetti inanimati; la sofferenza o l’umiliazione di se stessi o del partner; bambini o altre persone non consenzienti. Nel catechismo insegnato ai bambini che devono fare la prima comunione, la pedofilia è equiparata alla lussuria e con essa è inserita nella lista delle offese alla castità. Nel Codice di diritto canonico si parla di «atto sessuale di un chierico con un minore», che è considerato un’offesa a Dio e quel “con” dice che non si tratta di una violenza psicofisica agita da un adulto contro un bambino e mette entrambi i soggetti sullo stesso piano. “Abuso morale” l’ha definito Benedetto XVI nel 2013 e di recente anche papa Francesco nella premessa all’autobiografia di una vittima di sacerdote pedofilo. Da un lato c’è l’idea della psichiatria organicista che tende a fornire un alibi “biologico” ai pedofili: essendo persone nate con una connettività cerebrale fatta in un certo modo non sono responsabili di essere come sono. Dall’altro, c’è quella religiosa secondo cui l’abuso è un “atto impuro” (VI Comandamento), cioè un peccato. Di conseguenza i responsabili, secondo la visione degli appartenenti al clero, devono risponderne a Dio, nella persona del suo rappresentante in terra, e non alle leggi della società civile di cui fanno parte. Entrambe le impostazioni, sebbene il fanciullo in età prepuberale non ha e non può mai avere la sessualità, affermano di fatto che lo stupro di un bambino è in realtà un atto sessuale a cui partecipa la stessa vittima. Quindi, la pedofilia rientrerebbe nell’ordine naturale delle cose e non essendoci un violentatore di conseguenza non c’è nemmeno il violentato.

L’idea che il bambino abbia una propria sessualità e che finisce per giustificare il pedofilo non appartiene solo a queste due correnti di pensiero apparentemente distanti tra loro. Basti pensare a Michel Foucault e a molti altri intellettuali francesi difensori della cosiddetta “pedofilia dolce”. Secondo l’icona del Sessantotto e padre della presunta “rivoluzione sessuale”, se il bimbo non si rifiuta non c’è violenza. Questo diceva in una tristemente nota intervista del 1977: «Si può fare al legislatore la seguente proposta? Con un bambino consenziente, con un bambino che non si rifiuta, si può avere qualunque tipo di rapporto, senza che la cosa rientri nell’ambito legale?… Il problema riguarda i bambini. Ci sono bambini che a dieci anni si gettano su un adulto – e allora? Ci sono bambini che acconsentono, rapiti. Sarei tentato di dire che, se il bambino non si rifiuta, non c’è alcuna ragione di sanzionare il fatto, qualunque esso sia». Il pensiero di Foucault ha inciso nella formazione di molti intellettuali delle generazioni successive. Tra i più noti c’è Daniel Cohn-Bendit che nel suo libro Le Grand Bazar, scrive: «Mi è successo che qualche bimbo mi aprisse la cerniera dei pantaloni e iniziasse ad accarezzarmi. Io reagivo in modo diverso a seconda delle circostanze. Il loro desiderio mi creava dei problemi. E chiedevo: “Perché giocate con me e non con gli altri?”. Ma quando loro insistevano, io li accarezzavo». Concetti ribaditi durante il programma televisivo “Apostrophes” del 23 aprile 1982. E poi l’11 marzo 2010 in un’intervista al settimanale tedesco “Die Zeit”, uscita nel pieno dello scandalo pedofilia che ha travolto la Chiesa cattolica in Germania, Cohn-Bendit ha commentato al giornale che le norme «repressive» in vigore prima del 1968 avevano provocato «danni», ma ha sottolineato che è necessario saper imporre dei limiti. Per poi concludere: «È giusto riconoscere ai bambini e agli adolescenti la loro forma di sessualità, ma il fatto che gli adulti impongano ai bambini le loro regole sessuali sotto delle apparenze libertarie va contro la stessa emancipazione». Come dire, se il bimbo è consenziente per di più istigatore che male c’è? È difficile comprendere come un minore possa essere complice di una violenza che subisce, salvo non ipotizzare come Sigmund Freud che i bambini siano polimorfi perversi quindi potenziali seduttori di adulti. In ogni caso dalle frasi di Foucault e Cohn-Bendit, intrise di mentalità freudiana, emerge un pensiero finalizzato a colpevolizzare la vittima, che viene ritenuta corresponsabile per attenuare la gravità del gesto dell’adulto.

Pensiero e mentalità che di tanto in tanto riaffiorano e ci vengono riproposti surrettiziamente nelle forme più disparate. Come ad esempio nel nuovo romanzo di Walter Siti Bruciare tutto, il cui protagonista è un prete pedofilo che riesce a resistere alle avances di un bambino. Il quale, a causa del rifiuto ricevuto, si suicida. Di qui tutto il tormento del sacerdote che nemmeno tanto tra le righe appare come un dito puntato contro le leggi morali (terrene e non) dietro cui il prete si trincera per resistere alla “tentazione”, e che dunque sarebbero le vere responsabili della morte del ragazzino. Di più non vogliamo dire anche per non fare pubblicità a un libro letto con grande fatica ma difficile da ignorare, così come l’intera pagina di recensione firmata da Michela Marzano su Repubblica del 13 aprile scorso. È letteratura quella di Siti? si chiede Marzano che definisce il romanzo «inaccettabile». Forse la domanda è un’altra: si può definire romanzo la narrazione apologetica di un pensiero falso? A tal proposito c’è una ulteriore considerazione da fare. Non una sola riga della Marzano è dedicata a confutare la perversa idea che il bambino, coprotagonista suo malgrado diremmo noi, abbia una sessualità e il desiderio e che quindi cerchi il rapporto sessuale con l’adulto. È pertanto lecito chiedersi perché per Michela Marzano e Repubblica il romanzo di Siti sarebbe inaccettabile. Lo spiega la filosofa al termine della recensione: «È troppo comodo, per uno scrittore, utilizzare la narrazione e nascondersi dietro la licenza del creare. La letteratura ha le spalle molto larghe, certo. Ma può sostenere anche il peso dell’assoluzione?». Quindi il problema sarebbe “solo” il tentativo di giustificare la violazione della norma, morale o penale che sia. Possiamo anche essere d’accordo su questo, ma il bambino e la sua realtà umana in questo suo argomentare dove stanno?
Proviamo a fare un po’ di chiarezza, interrogando la moderna psichiatria. «Il bambino non ha sessualità, punto» osserva lo psichiatra e psicoterapeuta Andrea Masini, direttore della rivista Il Sogno della Farfalla. «Per sessualità s’intende una dimensione che riguarda l’adulto, che prevede lo sviluppo puberale, che prevede la presenza di tutta una serie di realtà fisiche e biologiche, prima di tutto, e mentali, che il bambino non ha. Tutta la sua dimensione di rapporto, che è potentissima, si svolge in un ambito che possiamo chiamare “di affetti” che di sessuale non ha assolutamente nulla, e non lo può nemmeno avere. Possiamo pertanto ribadire che, mutuando il pensiero aristotelico prima e quello della Bibbia poi, Freud teorizza che il bambino non “esiste”».

All’inizio si diceva che il pedofilo è un grave malato mentale (oltre a essere un criminale). Perché? «Il bambino rappresenta quell’immediatezza, spontaneità, vitalità che il pedofilo ha irrimediabilmente perduto per vicende personali» spiega la psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti. «Giustamente – aggiunge – c’è chi ha definito l’abuso su di un minore come ‘omicidio psichico’: non ha niente di sessuale in quanto è un’azione, una pulsione se vogliamo usare una terminologia psichiatrica, che va contro la potenzialità psichica ed evolutiva del bambino. Ciò che però è caratteristico del comportamento pedofilo è il suo essere sottoposto a un controllo razionale: se la pulsione omicida, compulsiva e ripetitiva, rappresenta l’aspetto psicopatologico della pedofilia, il controllo razionale gli conferisce una qualità criminale. Infatti quest’ultimo consente, fino a un certo punto, di evitare le conseguenze penali oltre che l’utilizzo di sofisticate strategie di scelta e di avvicinamento delle vittime». Cosa accade al bambino che subisce l’abuso? «Tradito da una figura importante di riferimento, il minore può andare incontro a uno stato dissociativo, a una grave depressione reattiva, a sensi di colpa intensi che minano il senso della propria identità. Nel caso in cui le vittime siano soggetti prepuberi, ciò che si va a colpire è la possibilità del rapporto uomo-donna. Qualcosa di analogo accadeva nella relazione fra maestro e allievo nell’antica Grecia: questa era imposta in un momento critico della vita del fanciullo, quando la maturazione del corpo, fondendosi con la realtà mentale, poteva far emergere il desiderio verso la donna».

Articolo pubblicato su Left del 29 aprile 2017

 

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Il populista è l’algoritmo

Sono populisti gli algoritmi del web? Uno per tutti: è populista l’algoritmo di Facebook? Questa è ormai la domanda da porsi. Perché non viviamo più l’era delle grandi speranze di Internet, della fede cieca nelle connessioni wireless, degli smartphone usati come arma politica. Viviamo un’epoca di post-rivoluzione, invece, con il mondo che non “cambierà” grazie a Internet perché è già cambiato con Internet. Immersi in questi nuovi equilibri non si può ignorare che il grande algoritmo non è più curiosità da smanettoni, è diventato Citizen Kane piuttosto, il quarto potere di Orson Welles, capace di tirare le fila, modellare l’opinione pubblica.

Per algoritmo si intende la serie di istruzioni informatiche che decidono cosa ci viene mostrato tra le attività, i video, i post, le immagini dei nostri amici e delle nostre relazioni online. Per chi scrive, vi anticipo, l’algoritmo è senz’altro populista. Lo è, in primo luogo, perché è una tecnologia commerciale che risulta più redditizia quando favorisce la quantità sulla qualità, la suggestione sulla verità. L’algoritmo del web forgiato dai social, inoltre, avvantaggia le emozioni sui ragionamenti e, laddove sono le emozioni e non le argomentazioni a farsi largo, e lì che si trova il terreno fertile per ogni populismo.

Per mostrare il “populismo” dell’algoritmo nel dettaglio e nella sua evoluzione, però, bisogna cominciare dalla tecnologia e solo dopo arrivare alla politica. E bisogna partire da un fatto fondamentale che fa da pilastro al ragionamento che segue: ci sono ancora molti, inguaribili ottimisti, convinti che ogni tecnologia sia neutra, né buona né cattiva. «Non dipende dallo strumento, ma da come lo usi» ripetono gli ottimisti quando parlano del web e delle piattaforme che ci girano sopra. A noi post-rivoluzionari più realisti, invece, appare chiaro che la tecnologia in sé non è né buona né cattiva, ma che non è affatto neutra. Il giurista Lawrence Lessig, padre delle licenze Creative Commons, ha trasformato questa riflessione in una massima («La tecnologia non è buona né cattiva, ma non è neanche neutra», appunto) ritenuta valida dalla comunità scientifica. E basta un pizzico di buon senso per capire il senso del ragionamento.

Il pezzo integrale lo trovate su Left in edicola

 

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Quando Grillo raccontava come la difterite si sarebbe estinta da sola. La campagna contro i vaccini del 2007

L' articolo pubblicato dal New York Times in cui afferma che 'In Italia il movimento Cinque Stelle (M5S) guidato da Beppe Grillo ha portato avanti una campagna attiva su una piattaforma anti vaccini ripetendo i falsi legami tra vaccinazioni e autismo'. Beppe Grillo accusa il Nyt di "fake news" e sul suo blog scrive che "a sostegno di questa balla non c'è nulla, neppure un link, un riferimento, una dichiarazione. Nulla. Non c'è perché è una balla". ANSA/ EDITORIAL USE ONLY -NO SALES NO ARCHIVE

La percentuale di bimbi non vaccinati, aumenta. E di conseguenza, aumentano i contagi. A tal punto da destare allarme internazionale. Non solo gli americani infatti obbligano alla vaccinazione contro il morbillo i cittadini statunitensi che intendano recarsi in Italia, ma stamattina sulle colonne del New York Times è comparso un editoriale dal titolo “Populismo, politica e morbillo” che attacca direttamente il nostrano Movimento 5 stelle.

La prestigiosa testata americana accusa «il movimento populista» di diffondere teorie false e allarmiste in merito ai vaccini e di aver «fatto attivamente campagna anti vaccini, ripetendo i falsi legami tra vaccinazioni ed autismo».  Per «scettici» di questo tipo, scrive preoccupato il giornale, «la diffusione del morbillo in Italia dovrebbe suonare come un allarme forte».

Niente di tutto ciò, anzi: la reazione del comico – che ha sempre elogiato la stampa estera, unica alla quale concedeva interviste – è la solita. Dal suo blog attacca e sbraita contro il quotidiano statunitense: «Una balla. A sostegno della quale non c’è nulla, neppure un link, un riferimento, una dichiarazione. Nulla. Non c’è perché è una balla». Una «fake news», una «bufala internazionale» per la quale «il direttore deve chiedere subito scusa». E chiude: «Subito obbligatorio un vaccino contro le cazzate dei giornalisti».

In realtà, di link e dichiarazioni in merito alla pericolosità dei vaccini, e contro la loro obbligatorietà, ce ne sono parecchie. Di attivisti come di parlamentari pentastellati, che giusto a gennaio chiedevano «giustizia per le centinaia di persone che hanno subito i danni da vaccino – 673 casi accertati dal ministero della Salute» e che «non si negano». O che dal Parlamento europeo nel 2015 ci spiegavano, per bocca dell’eurodeputato Piernicola Pedicini, perché «vaccinare meno è vaccinare meglio».

Ma soprattutto ne esistono del capo comico Beppe Grillo. Nel 2007, tre mesi dopo il primo V day a Bologna, ovvero nel pieno della sua campagna per fondare il Movimento, il leader nascente parla ampiamente della “truffa dei vaccini”. Nel suo spettacolo, paragonava l’obbligo di vaccinarsi con l’obbligo di giocare a poker – alludendo evidentemente a un qualche interesse economico che lo Stato dovrebbe trarre dall’immunizzazione delle case farmaceutiche – e narra di come la difterite si sarebbe estinta da sola. Soprattutto, mette in guardia dai vaccini, che iniettando “il virusino”, vanno a danneggiare quel «sistema immunitario perfetto» che avrebbero «i bambini di un anno».

 

Perché è importante l’archiviazione di Cappato sul caso Dj Fabo

La notizia, la cronaca, è che i magistrati milanesi Tiziana Siciliano e Sara Arduini hanno proposto l’archiviazione per Marco Cappato, indagato per aver guidato la macchina che ha portato in Svizzera, a morire, Fabiano Antoniani (noto come Dj Fabo), rimasto tetraplegico in seguito a un incidente stradale.

Antoniani è morto il 27 febbraio scorso in una clinica svizzera con una pratica di suicidio assistito. Marco Cappato, volto dell’associazione Luca Coscioni, si era subito, rientrato in Italia, autodenunciato alla procura, secondo cui, però, non ci sarebbe nulla di penalmente rilevante nella sua condotta, e la giurisprudenza, soprattutto, avrebbe «inteso affiancare al diritto alla vita tout court il diritto alla dignità della vita inteso come sinonimo dell’umana dignità». La parola ora è al Gip, e ovviamente vi aggiorneremo sugli sviluppi.

Interessanti sono però le reazioni. A cominciare da quella di Cappato, ovviamente, che dopo aver documentato e reso pubblica la battaglia di Antoniani, oggi, dialogando a distanza coi pm, scrive: «La vita è un diritto, non un dovere. Sulla base delle motivazioni proposte dal Pm, l’assistenza alla morte volontaria di una persona affetta da malattia irreversibile si potrebbe fare non solo in Svizzera, ma anche in Italia». Cappato quindi rilancia, indicando quella che è una strada alternativa rispetto al dibattito parlamentare – che chissà se procederà e con quali ritmi. La legge sul testamento biologico, approvata dalla Camera – e giudicata positiva dalla stessa Coscioni – è infatti ora alla prova, ben più difficile, del Senato (Qui vi spieghiamo cosa prevede la legge in questione).

Importanti sono poi le parole di Mina Welby, che le affida a Repubblica. Anche lei attivista radicale, la linea è infatti la stessa di Cappato: «Non mi aspettavo le parole scritte dalle due pm», dice Welby, «e cioè che il suicidio assistito non viola il diritto alla vita, quando questa è ritenuta intollerabile e non più dignitosa da una persona malata. Dette da due giudici sono affermazioni straordinarie».

Di tutt’altro tenore sono le reazioni di un certo mondo cattolico, più radicale, o di destra. Due titoli val la pena citare, come rassegna stampa: quello di Avvenire e quello de La Verità. “I pm legalizzano il suicidio assistito” è il titolo del pezzo che compare sul quotidiano di Belpietro, che si chiede se Cappato sia quindi solo un “tassista di cuore”, «un ruolo che a noi pare riduttivo». Avvenire, invece, si concentra sul fatto che i magistrati sembrerebbero così anticipare la legge che il Senato dovrebbe (nelle più rosee speranze) approvare solo per la fine di giugno. La tesi, espressa con ben più moderazione, è più o meno quella esposta anche nell’editoriale di Sallusti. Che sul Giornale si domanda a questo punto a cosa serva il Parlamento «se in questo Paese decidono tutto i magistrati, vuoi per clamorosi vuoti legislativi, vuoi per subdole invasioni di campo?».

In effetti il precedente – se confermato e, soprattutto, se ripetuto in un’identica inchiesta che riguarda sempre Cappato su un altro viaggio, quello di Davide Trentini, morto il 13 aprile – è importante. Perché lo spiega Filomena Gallo, avvocato di Cappato e sempre della Coscioni. Secondo Gallo il leader radicale avrebbe «non tanto aperto le porte alla possibilità di aiutare le persone affette da malattie irreversibili a interrompere le proprie sofferenze insopportabili in Svizzera, ma a farlo in Italia».

L’archiviazione e la battaglia di Cappato, dunque, sono un buon segno per la battaglia generale. È innegabile. Forse lo sono meno per l’iter parlamentare – i centristi da Ap a gli ex forzisti chiedono ulteriore prudenza: «il magistrato chiedendo l’archiviazione del procedimento contro Cappato ha già deciso che la richiesta di Fabo non è contraria alla legge. Una semplice, elementare prova, che la legge appena approvata alla Camera contiene in se stessa tutti i germi che ne fanno una finestra spalancata sull’eutanasia», dice ad esempio Paola Binetti – ma tanto il passaggio al Senato è stretto lo stesso. Inutile pensare che non sia così.

E dunque. «Perché ostinarsi a difendere la vita anche quando, senza aver perso ogni dignità, ci si trascina malamente e si vorrebbe solo che tutto finisse?», nota giustamente Michela Marzano, deputata indipendente, e scrittrice e filosofa, che saluta con favore, sempre su Repubblica, la relazione dei Pm milanesi: «Eppure questa è l’idea che continua a prevalere almeno in Parlamento, costringendo ancora una volta (eh già, ancora una volta, ribadiamo noi) la magistratura a farsi interprete dei desideri più profondi di ognuno di noi e a trasformarsi in palatina dell’etica della cura».

Una cosa di sinistra? Difendere i diritti del lavoro. Tsipras ripristina il contratto nazionale in Grecia

epa05901634 Greek Prime Minister, Alexis Tsipras speaks during a joint statement held on the occasion of the Southern European Countries Summit, at El Pardo Palace in Madrid, Spain, 10 April 2017. EPA/JUAN CARLOS HIDALGO

Dalla tanto criticata Grecia di Alexis Tsipras, spesso rimproverato di non essere abbastanza di sinistra, arriva una notizia che non può certo passare in secondo piano. Da tempo il governo greco insiste sulla contrattazione collettiva come punto dirimente per le proprie politiche e nell’ultimo memorandum, ne viene finalmente previsto il ripristino a partire dal 2018. Mentre Matteo Renzi definisce il Jobs act «la cosa più di sinistra», insomma, il premier greco incassa almeno un risultato di sinistra:  «I diritti dei lavoratori e la contrattazione collettiva, aveva scritto Tsipras in una lettera ai suoi omologhi europei, nel mio Paese sono limitati».

Dopo innumerevoli ricatti ed estenuanti trattative, il 2 maggio il governo di Atene ha raggiunto il nuovo accordo preliminare con le istituzioni europee. Un pre-accordo, per la verità, che dovrà essere ratificato dall’Eurogruppo il 22 maggio. Prima, però, Alexis Tsipras dovrà convincere il suo Parlamento che il testo è il male minore, rispetto al «liberismo senza limiti» del centrodestra. Gli obiettivi, difficili ma non impossibili nel Paese che si è ormai fatto suo malgrado simbolo dall’austerità, è quello della riduzione del debito greco: uscire dal commissariamento e accedere al quantitative easing della Bce, ripristino della contrattazione collettiva e costruzione di uno stato sociale che dia a tutti la possibilità di accedere alle prestazioni fondamentali. In cambio, però, un nuovo un taglio alle pensioni di 900mila cittadini che percepiscono, al momento, più di 700 euro al mese (in media, un taglio del 9%, con picchi del 18%), l’abbassamento della no tax area da 8.636 euro a 5.681 euro.

Ma torniamo al Lavoro, quello che passa – erroneamente – in secondo piano nel racconto dei vari Memorandum. «Quasi 200mila persone prendevano uno stipendio sotto ai 100 euro al mese, il mercato del lavoro era messo molto male, decine di migliaia di lavoratori rimanevano ancorati ad aziende chiuse ma non andate in fallimento in maniera da continuare a ricevere il sussidio di disoccupazione. C’erano persone che dopo 20 mesi senza stipendio e senza reddito non potevano avevano diritto al sussidio, il lavoro nero era arrivato a quota 20%, la disoccupazione ufficiale al 30% e grazie alla deregolamentazione completa i contratti a livello aziendale superavano quelli di categoria, per non parlare dell’abolizione dei contratti nazionali. Ogni datore di lavoro poteva denunciare gli accordi della sua categoria e disconoscere i relativi contratti. Per la prima volta in Grecia il ministro del Lavoro poteva decidere il livello di salario minimo senza consultazione o trattative tra le parti». Così Andreas Nefeloudis, segretario generale del ministero del Lavoro greco, ci raccontava come stava la Grecia prima del loro governo (l’intervista è dell’8 febbraio scorso, e potete rileggerla qui). E in quell’intervista ci metteva in guardia: «I governi europei – specialmente quelli con alti tassi di disoccupazione o di orientamento progressista – anche se sono costretti a sopportarli, devono stare molto attenti nell’applicare misure di deregolamentazione del lavoro, anzi devono spingere per l’abolizione dei voucher nel mercato di lavoro. In Grecia, intanto, su iniziativa delle nostra ministra del Lavoro, abbiamo abolito i voucher nei programmi del ministero e per qualsiasi cosa siamo in diretto contatto con i disoccupati. Il voucher non può sostituire né il salario minimo, né il lavoro occasionale. L’unica risposta alla disoccupazione è un lavoro vero, dignitoso, protetto e garantito per far prosperare le famiglie, la società e i nostri Paesi. Il governo di Alexis Tsipras in Grecia lavora in questa direzione».

Mentre i – rimasti – 27 discutono ancora di Brexit – e di tutti i possibili -exit – e si fa un gran parlare di “fuori o dentro l’Ue”, la Grecia batte la strada europeista.

Riepilogo ONG: Salvini mente, Siracusa smentisce Zuccaro ma la chiarezza la chiedono tutti (ONG incluse)

Il segretario federale della Lega Nord, Matteo Salvini, posa con alcuni migranti durante la diretta Facebook a margine dei controlli di massa eseguiti dalla forze dell'ordine davanti la stazione centrale di Milano, 02 maggio 2017. ANSA/DANIEL DAL ZENNARO

Ormai sta diventando una saga. Della becera idiozia.

Salvini vaneggia di un fantomatico “dossier segreto” (pensa di essere 007 e invece ha l’acume di Superpippo) e viene smentito. La secchiata di fango gliela versa in testa Giacomo Stucchi presidente del Copasir (e leghista, giuro, da morire dal ridere): «Con riferimento alle notizie circolate circa l’esistenza di un rapporto (dossier) predisposto dai Servizi segreti italiani e attestante rapporti tra scafisti e ONG per il controllo del traffico dei migranti nel Mediterraneo – scrive Stucchi – , dopo le verifiche del caso, alla luce di informazioni assunte, ritengo corretto evidenziare come tali notizie risultino prive di fondamento».

Poi c’è il procuratore di Siracusa, Francesco Paolo Giordano, che, in audizione al Senato, sulle parole di Zuccaro, procuratore capo a Catania ha risposto: «A noi come ufficio non risulta nulla per quanto riguarda presunti collegamenti obliqui o inquinanti tra ong o parti di esse con i trafficanti di migranti. Nessun elemento investigativo». Una risposta che non stupisce: che non esistano elementi investigativi in fondo si capisce anche dalle (troppe) parole di Zuccaro ma qui, se serve, un dubbio vale come un’accusa, per fare baccano.

In compenso ci sono le parole di alcune ONG. MSF: «Che si indaghi, che sia fatta chiarezza. Ciò che stiamo facendo da tre anni è tutto trasparente, tutto tracciabile. Noi non abbiamo nulla da nascondere […] Se parliamo di soccorso in mare, a segnalazione si interviene. Quando noi avvistiamo imbarcazioni in difficoltà, prima segnaliamo alla Guardia costiera e attendiamo da loro l’autorizzazione per intervenire. Non abbiamo alcun contatto con i trafficanti».

Giancarlo Perego, direttore di Mograntes, fondazione della Cei: «È giusto che la Procura e la Magistratura siano vigili e assumano conoscenze sulla situazione attuale nel Mediterraneo, perché i migranti non siano doppiamente vittime».

In compenso passata la tempesta sulle ONG (che già sembra diventata un pioggierellina) in Serie A il calciatore di colore Muntari viene squalificato per aver reagito ai cori razzisti dei tifosi del Cagliari e a Milano è andata in scena una bella prova tutta muscoli e elicotteri della Polizia. Perché è questo, alla fine, il filo rosso. Quello vero.

Ma quindi, esattamente, di cosa stiamo parlando?

Buon mercoledì.

Contro il bavaglio all’informazione e per la libertà di stampa in Turchia, oggi sit in a Roma

Nella Turchia di Erdogan fare il giornalista è diventato un mestiere molto pericoloso. Sono oltre 150 i reporter in prigione, secondo le ultime stime dell’osservatorio per la libertà di stampa P24. E almeno un centinaio quelli costretti a fuggire dal Paese per evitare il carcere. Nei mesi scorsi ci siamo occupati del caso della scrittrice Asli Erdogan, arrestata solo per aver collaborato con un giornale che il governo di Ankara giudica filo curdo. E più di recente del caso di Daniele Del Grande che è stato arrestato mentre stava facendo interviste per il suo nuovo libro. Il suo rilascio è stato un passo importante, ma la situazione per i professionisti dell’informazione in Turchia continua ad essere più che drammatica. Per mantenere alta l’attenzione contro il “Bavaglio turco”, alla vigilia della Giornata mondiale della libertà di stampa, oggi a Roma in piazza Montecitorio (ore 11.30), Fnsi, UsigRai, Amnesty International Italia, Odg Lazio, Pressing NoBavaglio e altre organizzazioni per i diritti umani hanno organizzato un sit in. Alla mobilitazione partecipa anche Articolo 21, che scrive questa nota:

La nuova “democrazia” voluta da Erdogan, dopo il colpo di Stato fallito in luglio e il referendum popolare vinto con il 51% e tante ombre di brogli, continua a preoccupare l’Europa e i delicati rapporti diplomatici nello scacchiere mediorientale. Migliaia le persone che sono finite nelle carceri turche dopo il tentato colpo di stato per far capitolare il nuovo sultano Erdogan. Tra loro anche tanti giornalisti, documentaristi, blogger, fotografi e videomaker. La loro colpa? Aver dato voce all’opposizione del presidente.
Archiviata felicemente la liberazione di Gabriele Del Grande – fermato a Rehali, mentre si trovava al ristorante per raccogliere una delle storie di vita che saranno raccontate nel prossimo libro “Un partigiano mi disse” sulla nascita dell’Isis e finanziato grazie al crowdfunding – tra i giornalisti che rimangono nelle carceri c’è anche Deniz Yucel, arrestato lo scorso 14 febbraio, reporter turco-tedesco del Die Welt. Fermato perché accusato di “propaganda terroristica”, “istigazione all’odio” e “diffusione di dati”. Una posizione delicata anche per il possesso del doppio passaporto. A poco sono serviti gli appelli di Angela Merkel, Martin Schulz e le campagne stampa organizzate da alcuni grandi quotidiani europei appartenenti al gruppo Leading European Newspaper Alliance (Lena).
I reportage di Yucel sono stati considerati eccessivamente critici nei confronti del governo turco. Yucel durante la convalida del suo arresto, dopo 14 giorni di fermo stabiliti dalle autorità turche, si è difeso raccontando di avere lavorato ad un pezzo su RedHack, collettivo di hacker turchi che diffuse alcune mail di Berat Albayrak, ministro dell’Energia e genero del presidente Recep Tayyip Erdogan. Proprio il sultano in persona disse che Yucel avrebbe meritato l’ergastolo perché “fiancheggiatore del terrorismo”. Adesso rischia 10 anni ed è recluso in un carcere senza poter avere contatti con altri detenuti: le uniche persone che può vedere sono i suoi legali. Da circa 75 giorni il reporter turco-tedesco non conosce il proprio destino. Altri sei reporter turchi sono in cella per lo stesso caso: secondo il quotidiano tedesco Die Welt alcune mail dell’affaire Wikileaks riguardavano proprio la Turchia e in particolare il controllo sui gruppi editoriali e l’influenza sull’opinione pubblica mediante una rete di account fake su Twitter.
Nonostante la prigionia Deniz Yucel è riuscito a sposare Dilek Mayaturk, collega che lo affianca da molti anni. Un matrimonio di cui non esiste nemmeno una foto: il ministro della Giustizia turco Bekir Bozdag ha emesso un divieto ad hoc affinché durante la cerimonia non venissero scattate foto né girati video.
Il clima di preoccuazione all’interno delle redazioni turche ovviamente non migliora. Non è un caso che in questi ultimi anni l’indice di libertà di stampa in Turchia sia sceso in maniera preoccupante: oggi è scivolata al 155° posto su 180, secondo la classifica di Reporters Sans Frontiers. E c’è il timore, purtroppo realistico, che le cose possano anche andar peggio di così.
Il 2 maggio a Roma la Federazione della stampa, Articolo 21, No Bavaglio, Amnesty, Arci, Ordine dei giornalisti del Lazio e tante altre associazioni, hanno deciso di promuovere, di fronte alla Camera dei deputati, un sit in per leggere tutti i nomi delle giornaliste e dei giornalisti detenuti nelle carceri turche: “Un modo per raccogliere gli appelli che arrivano dalla Turchia – affermano gli organizzatori – ma anche per chiedere alle autorità politiche ed istituzionali, internazionali e nazionali, di non fingere di non vedere e di non sapere cosa stia accadendo, e non da oggi, in quel paese”.
La situazione viene definita da Rsf “difficile” o “molto grave” in 72 paesi, fra cui Cina, Russia, India, quasi tutto il Medio Oriente, l’Asia centrale e l’America centrale, oltre che in due terzi dell’Africa. Ventuno i paesi classificati come “neri”, in cui la situazione della libertà di stampa è “molto grave”: fra questi Burundi 160/o su 180), Egitto (161) e Bahrein (164). Ultima assoluta, come negli ultimi anni, la Corea del Nord, preceduta da Turkmenistan ed Eritrea. Male anche Messico (147) e Turchia (155). In testa alla classifica, sempre i paesi del Nord Europa, ma la Finlandia cede il primo posto che deteneva da 6 anni alla Norvegia, a causa di “pressioni politiche e conflitti d’interesse”.

Vendiamo armi e produciamo profughi, li ingoiamo e poi ci sputiamo sopra.

Yemen armi Italia Amnesty

Parlano di “dimostrazione di una capacità di penetrazione e flessibilità dell’offerta nazionale all’estero…” e, a leggerla così, sembra l’apertura di un depliant confezionato per decantare le virtù italiche nel campo dell’artigianato o dell’arte. E invece si parla di armi. Meglio: sono le parole che il governo usa per declamare i successi di un 2016 che ha visto impennare l’export degli armamenti verso (anche) regimi tutt’altro che democratici. Gli stessi regimi che provocano guerra, gente in fuga e rifugiati sulle nostre coste.

Produciamo profughi, li ingoiamo e poi ci sputiamo sopra. 

La Relazione consegnata dal Governo sul commercio e sulle autorizzazioni all’esportazione di armi per il 2016 sottolinea con entusiasmo che le esportazioni italiane di sistemi militari hanno superato i 14,6 miliardi di euro, con un aumento dell’85,7% rispetto ai 7,9 miliardi del 2015. Certo incide molto la commessa di 28 Eurofighter della Leonardo al Kuwait del valore di 7,3 miliardi di euro ma vale la pena sottolineare come l’export globale italiano nel quinquennio 2010-2014 si è attestato mediamente intorno ai 3 miliardi di euro, ma già dal 2015 era giunto ad 8 miliardi di euro.

Ma c’è un punto che sanguina vergogna, su tutto: a chi vendiamo?  Tra gli altri al Kuwait (per 7,7 miliardi), l’Arabia Saudita (427,5 milioni, più degli USA), poi Qatar (341 milioni) e Turchia (133 milioni). La legge 185 del 1990 dice che «l’esportazione ed il transito di materiali di armamento sono vietati verso i Paesi in stato di conflitto armato» in contrasto con le direttive Onu, «verso i Paesi la cui politica contrasti con i principi dell’articolo 11 della Costituzione» e verso i Paesi «responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani». Ma la legge, evidentemente, non vale quando si tratta di incassare.

Il caso dell’Arabia Saudita poi è emblematico: parliamo degli stessi sauditi che Renzi (e la ministra alla guerra Pinotti) hanno riempito di lunghe smancerie; parliamo della stessa Arabia Saudita che continua impunemente a bombardare lo Yemen producendo (lo dice Amnesty International) almeno 4600 morti tra i civili e qualcosa come 8000 feriti. Il fornitore di bombe sei sauditi è la Rwm Italia, che ha sede legale a Ghedi (Brescia) e azienda a Domusnovs, in Sardegna. E proprio vicino alla sede bresciana c’è la piccola Banca Valsabbina che è terza nella classifica delle banche con più transazioni finanziarie legate agli armamenti. Terza dietro solo a Unicredit e Deutsche Bank. La Banca Valsabbina, per dire.

Produciamo profughi, li ingoiamo e poi ci sputiamo sopra. Tutti impegnati a spulciare le navi delle ONG.

Buon martedì.

Diritti, lavoro, ricostruzione post terremoto. Un concertone di note e impegno

Il concerto del Primo Maggio si apre ricordando l’eccidio  di Portella della Ginestra. Piazza San Giovanni   in questo modo  si collega idealmente al discorso del segretario nazionale Cgil Susanna Camusso che questa mattina, con Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo, ha ricordato quell’evento tragico di 70 anni fa.

Nel  segno dei diritti dei lavoratori  ricordando quanto sia costata la loro conquista, entra nel vivo attesissimo concerto romano. Evento unico, in Europa – promosso da Cgil -Cisl e Uil – che si snoda in otto ore di diretta con trenta artisti live dalle quindici del pomeriggio a dopo mezzanotte. Questa ventisettesima edizione è animata dal rapper Clementino, che affianca alla conduzione la bravissima Camila Raznivich.

Una piccola città viene ricostruita dietro al sorprendente palco, pullulante di artisti, tecnici, addetti al lavori, allestita,dice orgogliosamente Carlo Gavaudan della Ruvido Produzioni, dalle eccellenze del settore, così come i suoni sono realizzati dai migliori fonici. Gli artisti, che via via si esibiranno su quella piattaforma roteante, sono ben disposti a concedere due parole, anche solo per esprimere tutta la loro emozione in attesa di perdere lo sguardo tra migliaia di persone in festa, di proporre i loro tre, quattro brani, di farsi conoscere da quel pubblico generoso o, in alcuni casi, di confermare il loro attuale talento. Una selezione, quella di quest’anno, così varia, così contemporanea, come ha ribadito Massimo Bonelli, di iCompany che è limitato definire “indipendente”, ma che, di gran lunga, è superiore a quello che propongono i canali ufficiali. Non dobbiamo solo pensare all’attuale, spesso discusso, antagonismo tra indie e mainstream, ma, come dice a left Dario Brunori, alias Brunori sas  ciò che conta per l’arte, la cosa importante, è che ci sia questo vasto ventaglio di scelte, diverse tra loro. Il concertone è anche un luogo di aggregazione, di festa ed è bene che questa festa sia colorata e varia. Continua l’artista calabrese: “Sono molto felice di essere qui perché a me piace molto partecipare a eventi di aggregazione. Sono felice egoisticamente perché è una situazione che mi arricchisce di energie e perché è un’epoca in cui bisogna molto stimolare che le persone si incontrino. Al di là del messaggio dell’evento, mi piace l’idea che si creino delle interazioni tra le persone dal vivo: che le persone si possano guardare, toccare, ascoltare”. Alla conferenza stampa del Concertone lo fiancheggiava Vasco Brondi, leader de Le luci della centrale elettrica, altra band rappresentativa di quel sottobosco che emerge da un canale che non è quello usuale delle radio e delle televisioni, ma è espressione del gusto di un pubblico attento e anche colto. Spiega Brondi: “Mi sembra sempre un grande antidoto quando c’è la possibilità di stare nello stesso posto, nello stesso posto adesso poi che è un momento di solitudini, moltitudini virtuali e un po’ fredde. Questa rimane la tecnologia più grande che c’è: usare la musica non per fare musica soltanto, ma per un contesto in cui c’è la tematica del lavoro e della condivisione. Mi sembra che ci sia l’atmosfera giusta per celebrare questa cosa che c’è e non c’è, che è il lavoro. Per chi ha trentanni adesso significa non sentirsi solo davanti alle difficoltà e alle frustrazioni che può generare il lavoro, che è cambiato e non ha più quella collocazione identitaria che aveva una volta”.

Apres la classe

A intermezzare gli interventi, il rapper napoletano Clementino che promette, di far “rappare” la più diligente Camila, e ricorda, a proposito delle radici che si festeggiano quest’anno, che lui viene dai centri sociali, delle Officine 99, del Leoncavallo, lì dove il rap è cresciuto; mentre la conduttrice milanese, scongiurando un suo possibile coinvolgimento rap, fa notare che quest’anno, tra gli artisti, ci sono molte barbe (ed è vere) e magnifiche scelte rtistiche. Ai rappresentanti dei sindacati, presenti anche loro alla conferenza, chiediamo in quale modo il sindacato oggi si avvicina ai giovani e Anna Grieco, della CISL, ammette: “Molti giovani i sindacati li guardano e tanti di loro sono coinvolti, mentre i giovani disoccupati sono delusi da tutto: dalla società, dal governo, dal momento politico che stiamo vivendo, vedono lontano la realizzazione della propria persona, ma già il fatto che vengano a un evento promosso da CGIL CISL UIL dimostra che credono ancora nei sindacati”. Questa la sua visione, anche se la festa della musica, e i festeggianti, spesso è ben lontana dal fatto che dietro vi siano le tre sigle, in passato anche divise, ci fa notare Tonino Crescenzi della UIL, ma che, comunque, la festa musicale l’hanno sempre condivisa, appunto! Quest’anno tuttavia, soprattutto dopo i recenti fatti Alitalia, la situazione è ancora più delicata e di questo loro sono ben consapevoli, ma Silvano Campioni, della CGIL, risponde: “C’è bisogno di riportare il lavoro al centro del dibattito di questo Paese. La responsabilità è di tutti: ci vogliono atti simbolici, ma poi politiche attive, soluzioni perché l’unico modo di parlare con i giovani è quello di farli lavorare. Poi certo possono esserci azioni più o meno intrusive”, ma questo, lo sappiamo, è quello che è accaduto e che ha gettato sconforto e sfiducia tra i lavoratori. Chiosa Ascenzi: “Dovremmo ricostruire un po’ di fiducia e lo possiamo fare offrendo possibilità di buon lavoro stabile, ben retribuito e in sicurezza. Dovremmo altresì lottare contro le tre disuguaglianze di potere, di sapere e di reddito”. A suggellare il tutto, soprattutto i buoni propositi espressi, torna il discorso della musica con una scaletta rivoluzionaria perché non concentra i big, diremmo così, nella parte finale dell’evento, ma nel corso della maratona canora e sonora.

Teresa De sio

Le performance, intanto, sono state anticipate dai tre finalisti del Contest, e da quello europeo, decretato al Contestaccio, presentati, oltre che dai conduttori ufficiali, dal giornalista Massimo Cotto, felice di dare ai quattro gruppi la possibilità di esibirsi davanti a così tante persone: “Ogni volta che si parla con i ragazzi che vogliono fare musica, si parla sempre del fatto che la discografia è in crisi, che non si vive più di musica, etc.. Oggi comunque è difficile trovare lavoro sempre e ovunque, tanto vale battersi in qualcosa in cui si crede veramente”.

Ad aprire il concerto sono stati i salentini Après la classe al loro terzo Concertone, reduci da un live a Porto Sant’Elpidio. Band colorata e d’impatto, capeggiata da Cesko, origini francesi, ma, ci tiene a dire: “…salentino e terrone, di origine certificata e garantita…” come tutti gli altri della band. In attesa dell’uscita del prossimo album, il 9 giugno, si preparano per salire sul palco con un intento preciso: “Il nostro compito è quello di portare il sorriso sulle labbra della gente”. Emozionatissimo, alla sua prima esperienza nella piazza romana, il romagnolo Braschi, è qui per presentare i singoli tratti dal suo primo album Trasparente: “Per me è una grande occasione, speriamo sia la prima di una lunga serie”. Dopo di lui, Il Geometra Mangoni, vincitori dello scorso Contest, il bravissimo violinista Ara Malikian.

Il pomeriggio prosegue con Rocco Hunt, che proprio al Primo Maggio presenta il suo nuovo singolo, “Kevvuo”, insieme alla sua storica band, con cui faranno freestyle e improvvisazione. Felice del “fratello” Clementino alla conduzione della kermesse, ci confessa che i suoi brani, a cominciare da “Nu journo buono”, con cui nel 2014 vinse Sanremo, sono inni alla sua generazione, alla sua periferia che vuole emergere nonostante tutto. Un ritorno alle origini, come il tema di quest’anno, con il cantare in dialetto napoletano. Così come farà Teresa De Sio, che si esibisce dopo l’Orchestra di saltarello abruzzese e Mimmo Cavallaro, profeta della tarantella calabrese. L’artista partenopea, ormai romanizzata, perché vive qui da trent’anni, rende omaggio al grande Pino Daniele con tre brani tratti dall’album Teresa canta Pino, la raccolta di canzoni, con l’inedito “’O Jammone” scelte tra quelle in dialetto del Cantautore. Non vuole parlare troppo di politica, invece, dimostrandosi nostalgica per un passato in cui c’era una maggiore compattezza sociale, lavorativa, ideologica, mentre preferisce affidare a un brano come “Je So’ Pazzo”, che porterà sul palco, il messaggio di questo momento storico: “…si confà molto bene a questa epoca scombinata, caotica, confusa in cui anziché sottostare ai dettami delle major nel campo musicale, come anche ai politici, forse è meglio dire ‘io so’ pazzo non me scassate…”. Molto sentita, tra gli artisti, l’inadeguatezza, in questo momento, di parlare di politica, ma anche del lavoro, a favore, invece, di un pensiero che sia non di consolazione, ma di incoraggiamento, da porgere alle nuove generazioni. Un segnale che sia positivo che, al di là della lucidità di Brunori sas nel raccontarci una visione disillusa dell’esistenza nella sua “La verità”, permetta a chiunque, giovane o meno giovane, di sperare ancora.

Maldestro

Sicuramente in piena festa, anche personale, i genovesi Ex-Otago, band del momento, con il loro bellissimo brano “Gli occhi della lun”a, che eseguono (senza Jack La Furia, in questa occasione) insieme all’altrettanto azzeccata Quando sono con te e il pezzo, lo definiscono loro così, generazionale I giovani d’oggi. Entusiasti insomma di portare su questo palco pazzesco i brani di Marassi, il loro ultimo album riedito che vanta una collaborazione artistica per ogni singolo brano. Prima di loro: il pianista Giovanni Guidi, Marina Rei (senza Paolo Benvegnù, purtroppo, recentemente colto da un malore), Artù, artista romano, Sfera Ebbasta, che offrirà un’altra variante del rap e i Ladri di Carrozzelle. Saranno poi Motta, vincitore quest’anno della Targa Tenco, Le luci della centrale elettrica e Bombino, chitarrista del deserto, a chiudere la prima parte della maratona musicale, intorno alle 19.

Alle 20, a riprendere la festa i vincitori del Contest del 2015, i sei componenti de La Rua, carichissimi e alle prese con la preparazione di una tournée fitta di date, per le molte richieste. Per oggi, si dicono davvero emozionati e fieri, perché proporranno tre brani che fanno parte del loro ultimo album: “Sul palco porteremo la nostra musica, appoggiando i diritti dei lavoratori. Ulteriori parole non servono da noi che siamo una band agli inizi e che ancora deve dimostrare molto e lo vogliamo fare attraverso la musica. Nelle nostre canzoni ci sono dei pezzi molto forti e quelli cerchiamo di tutelarli all’interno della culla musicale nella quale sono nati”.

Dopo di loro, Levante, un’artista amata e apprezzata che con il suo recente Nel caos di stanze stupefacenti ci costringe tutti alla riflessione sui social. A seguire, intorno alle 20.30, gli Editors,“la chicca del concerto”. Dopo la band britannica, i bolognesi Lo Stato sociale, autorizzati quest’anno a suonare la loro, mitica “Mi sono rotto il cazzo”, insieme a tutti gli altri “miti da sfatare” dell’ultimo album: un concentrato di luoghi comuni spesso dissacrati nei loro testi. Spiegano: “Suonando i nostri pezzi, vorremmo far pensare, far tornare a casa la gente con qualcosa a cui pensare. Essere solo indignati è un grande alibi, è poco produttivo, mentre vorremmo stimolare alla riflessione. Quindi noi proviamo a stare in equilibrio tra la festa e il discorso politico, sociale”. Li seguiremo con curiosità, un po’ delusi perché non canteranno la geniale Buona sfortuna, ma curiosi di ascoltare quel brano irriverente e così liberatorio. Il saggio Brunori sarà poi tra Francesco Gabbani ed Ermal Meta per quel discorso dell’aver mischiato livelli di celebrità e di generi di cui parlavamo, anche se è corretto dire che Gabbani viene da anni di cantautorato, al di là del successo della canzone della scimmia. A Brunori, tuttavia, abbiamo chiesto quanto è fiero delle sue di radici: “Il mio rapporto con le radici è di grande attaccamento, mi sento radicato, ma spero di sentirmici sempre, in quanto essere umano; in quello che faccio c’è sempre stata la mia ‘calabresità’. Io mostro sempre la mia visione attraverso la terra in cui sono nato e dove ancora abito. Un legame molto forte, che mi permette anche di vedere le criticità, forse perché ne sono innamorato e voglio raccontarlo il mio luogo fuori, ma anche raccontare nel luogo in cui vivo le esperienze che faccio fuori”. Poi gli chiediamo del futuro prossimo e cioè di come affronterà quel palco: “Cerco sempre di non cadere nella retorica perché è molto facile ma non voglio cadere nel cinismo, dicendo che è solo un evento mediatico. Dobbiamo salvare l’aspetto intrinseco e il fatto che è un incontro, una festa, un momento di aggregazione”. Ci sarà poi un altro degnissimo rappresentante della scuola napoletana, Edoardo Bennato. Dopo di lui, il giovane, ma già assennato, Maldestro, che, a proposito di rimedi per affrontare il futuro ne ha veramente uno speciale ossia la tenerezza, mentre porta in giro “I muri di Berlino”, suo ultimo album: “Ho raccontato i muri che ci portiamo dentro: dalla noia, ai treni in partenza. Rispetto al primo disco è meno arrabbiato, più tenero; in questo momento ritengo che la tenerezza sia il modo migliore per affrontare meglio le cose. Sono meno polemico, più tenero. Come diceva Che Guevara, bisogna essere rivoluzionari, senza perdere la tenerezza”. Non vede l’ora di salire su quel palcoscenico pazzesco, lui che per anni ha fatto tanto teatro e che, invece, a differenza di quasi tutti i suoi colleghi, tra la folla del copioso pubblico della piazza romana non c’è mai stato. Fabrizio Moro, con il quale avevamo recentemente parlato, ci racconta invece delle tante volte che, insieme ai suoi amici, è venuto sotto questo palco: una tradizione, alla stregua del natale, ammette, da ripetere tutti gli anni. Quanto alle radici, le sue, quelle della periferia, non le dimentica proprio mai: “Ho sempre cercato di arrampicarmi con le unghie sugli specchi, il lavoro è sempre stato una delle mie turbe”. A come affrontare quel palcoscenico ancora non ci ha pensato, visto che è sempre stato in giro per concerti nell’ultimo mese per portare il suo “Pace”. Dopo di lui: Samuel, con il suo progetto da solista, i Planet Funk e, per ultimi, i Public Service Broadcasting.

 

Inchiesta sulle ONG: «Questi sono dati piuttosto approssimativi, ma che hanno un’approssimazione abbastanza affidabile»

Mercoledì 22 marzo 2017 il “Comitato parlamentare di controllo sull’attuazione dell’Accordo di Schengen, di vigilanza sull’attività di Europol, di controllo e vigilanza in materia di immigrazione” ascolta in audizione il procuratore della Repubblica presso il tribunale di Catania, dottor Carmelo Zuccaro. Proprio lui. Il resoconto stenografico è qui. Rileggere alcuni passaggi può essere utile alla discussione:

– La Presidente Laura Ravetto (sì, proprio lei): “Si tratta di accuse che sarebbero state già prospettate in due rapporti interni di Frontex (l’ex agenzia dell’Unione europea delle frontiere esterne, recentemente trasformata in una nuova agenzia europea) con riferimento a fenomeni tra alcune ONG e trafficanti sulle rotte migratorie dalla Libia all’Italia.” (Falso. Ma ha usato il condizionale. Da noi si usa così)

– Sempre la Ravetto: “Frontex avrebbe segnalato un primo caso registrato in cui le reti criminali avrebbero trasportato i migranti direttamente sull’imbarcazione di una ONG. Non viene specificato quale”. (Insomma, capito? C’è un caso. Non si sa dove. Ma era qui da qualche parte).

– Ravetto: “Più recentemente, in un filmato trasmesso su internet e ripreso in una trasmissione televisiva, Striscia la Notizia, il blogger Luca Donadel avrebbe tracciato la rotta delle navi della Guardia costiera italiana e di organizzazioni non governative in transito dalla Sicilia alla Libia per soccorrere i migranti, notando Pag. 4 a suo dire alcune anomalie”. (Questo è il secondo caso. L’affare si ingrossa, in effetti).

– Ravetto, riferendosi a Zuccaro: “Risulta al Comitato, come riferito anche da notizie di stampa (la Repubblica 17 febbraio 2017), che lei stesso avrebbe dichiarato che da parte della procura da lei diretta non c’è nessun fascicolo, ma solo l’acquisizione di informazioni da parte di un gruppo specializzato della procura a livello di studio”. (Non c’è nessun fascicolo. Non c’è nessuna inchiesta. Eh)

– Sempre Ravetto, rivolgendosi a Zuccaro: “non vi sarebbero prove di un collegamento diretto tra i clandestini e i terroristi, ma abbiamo ragione di ritenere Pag. 6che parte dei proventi del traffico delle migrazioni clandestine finisca in mano a organizzazioni terroristiche o paraterroristiche”. (Non ci sono nemmeno le prove. Oltre al fascicolo.)

– Eccolo, Zuccaro: “Abbiamo registrato la presenza, nei momenti di maggiore picco, nelle acque internazionali di 13 assetti navali, come lei, presidente, ricordava. Ci siamo voluti interrogare, cercando di essere attenti all’evoluzione del fenomeno, sulla strategia migliore per poterlo contrastare, cercando di capire perché mai vi fosse stato un proliferare così intenso di queste unità navali. Soprattutto, abbiamo cercato di capire come si potessero affrontare costi così elevati senza disporre di un ritorno in termini di profitto economico”. (Non credo servano commenti)

– Zuccaro: “Questi sono dati piuttosto approssimativi, ma che hanno un’approssimazione abbastanza affidabile.” (Anche qui come sopra)

– Zuccaro: “Questo mi induce a ritenere che la presenza di queste organizzazioni, a prescindere dagli intenti per cui operano, non ha attenuato purtroppo il numero delle tragedie in mare. Sono convinto che i dati ufficiali di questi morti rispecchino soltanto in maniera molto approssimativa il dato effettivo delle tragedie che si verificano in alto mare”. (Del resto, chi li conta i morti?)

– Zuccaro: “Per quanto riguarda il MOAS, sappiamo che quelli che hanno finanziato questa ONG sono degli imprenditori italo-americani, Christopher e Regina Catrambone, i fondatori del MOAS. Sappiamo anche quali sono i loro principali sponsor, la stessa Schiebel, l’azienda austriaca che produce i droni di cui quest’organizzazione si avvale, Caritas Germany, Unique Maritime Group e così via. Sono i principali sponsor del MOAS”. (Ehm, quindi?)

– Fuori microfono si sente una voce: “… è stato provato?”, risponde Zuccaro: “Ecco, questo è il punto. Questo non è stato provato, ma non è stato neanche escluso”. (Questo è il punto)

– Zuccaro: “Qual è la volontà che anima le ONG? Noi abbiamo ovviamente fatto un ventaglio di ipotesi. Si può partire da quella peggiore, che è quella di un consapevole accordo che sarebbe potuto intercorrere tra le ONG e queste organizzazioni. Questa, che è l’ipotesi sicuramente peggiore, non dà al momento alcun riscontro, ma è ovvio che ci lavoriamo”. (Non dà al momento alcun riscontro)

– Zuccaro: “questi soggetti, a prescindere dal fatto che ancora non ci risulta” (a prescindere, diciamo)

Scriveva ieri Luigi Manconi (qui): “Sia chiaro: certamente vanno indagate le possibili ombre che l’attività di soccorso può suscitare, va incentivata la massima trasparenza e vanno stabilite regole condivise: non contro le organizzazioni, ma a loro stessa tutela. Ma qui si è fatto l’esatto contrario. Qui si è allestita la più velenosa campagna di denigrazione e manipolazione contro le politiche per l’immigrazione e l’asilo: una campagna che, per ragioni molto serie e preoccupanti, è penetrata fino in fondo alle culture tradizionalmente considerate della solidarietà (riconducibili alla sinistra, e non solo).”

Buon lunedì.

(grazie a @JohannesBuckler)