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Una mobilitazione collettiva, oltre il click

London, United Kingdom - April 28, 2011: Crowds on the street near Trafalgar Square in London, United Kingdom during the Royal Wedding of Prince William, Duke of Cambridge, and Catherine Middleton

Le file per le primarie del Pd e i click del movimento Cinque Stelle, le firme della Cgil per il referendum sui voucher e quelle delle petizioni online lanciate dai cittadini su Change.org. Nel dibattito italiano sul rapporto tra Rete e democrazia, il luogo comune degli internet-entusiasti vuole un contrasto netto tra l’ascesa dei movimenti online e il declino dei partiti, tra il potere dei social media e la crisi delle organizzazioni tradizionali. Questa contrapposizione, però, è piuttosto superficiale e quantomeno fuorviante.

L’innovazione tecnologica non può essere ridotta a un pretesto per lo scontro tra progresso e conservazione, tra nuovo e vecchio, quasi tra bene e male, secondo la brutale retorica del movimento di Grillo e Casaleggio. A generare questa confusione, infatti, non poco ha contribuito il modo con cui è stato presentato il M5s, che si è intestato l’uso virtuoso della Rete in politica, nell’inerzia del fronte progressista, dai partiti alle associazioni, ai media.

Se questo è successo finora in Italia, negli Stati Uniti, dove la Rete è nata, la politica progressista ha saputo utilizzare con creatività gli strumenti offerti dalla rivoluzione digitale. Internet ha aiutato a innovare e a rafforzare le istituzioni democratiche, senza rinnegarle né demolirle, ma stimolando lo spirito critico e il coinvolgimento della base. È dalla metà degli anni 90 che gli attivisti americani pensano a come sfruttare il digitale per dare più forza alle domande dei cittadini e più efficacia alla loro pressione sui governi, locali o nazionali. Allo stesso tempo, i leader politici democratici e quelli sindacali sono riusciti a cogliere l’opportunità del digital campaigning per ascoltare meglio i propri sostenitori, estendere il consenso, arruolare più volontari e raccogliere molti più fondi dai cittadini stessi con piccole donazioni, riducendo il condizionamento schiacciante delle grandi lobbies. Lo hanno fatto con successo i candidati John Edwards, Barack Obama e Bernie Sanders, che attraverso Internet ha mobilitato centomila volontari e raccolto oltre 200 milioni di dollari per la campagna delle primarie 2016. Infatti adoperare la tecnologia in politica non significa più solo moltiplicare i propri contatti su Facebook o Twitter, replicando lo schema di comunicazione tradizionale da uno a molti. La sfida è conoscere a fondo gli strumenti più interattivi per concepire e applicare strategie efficaci di coinvolgimento. Queste tecniche sono spesso mutuate dal marketing per gestire il rapporto di fidelizzazione con i clienti – non a caso si usano applicativi Customer Relationship Management (Crm). In politica e nel mondo delle Ong l’obiettivo è entrare nella dimensione online per riattivare quella offline, è raggiungere i cittadini attraverso lo smartphone e poi portarli a incontrarsi in una piazza, a discutere e mobilitarsi. Il pragmatismo statunitense ha visto nella Rete un’opportunità per uscire dalla crisi della partecipazione ai partiti, una via per risvegliare nelle persone la “consapevolezza politica latente” – come la chiamano i guru americani della comunicazione – in una nuova concezione di cittadinanza e di sfera pubblica.

L’articolo continua su Left in edicola

 

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La verità umana non è quella raccontata dai tre monoteismi

Il mondo moderno, le nuove tecnologie, la comunicazione ultra-rapida e pervasiva ha contribuito a rendere piccolo il mondo. Si dice che le nuove tecnologie abbiano smontato la politica tradizionale, che l’abbiano resa virtuale. Quelli che le sanno usare, insomma, avrebbero già vinto. In realtà credo che non sia del tutto vero. La tecnologia delle comunicazioni ha solo agevolato e accelerato un processo che ha le sue radici nella perdita di senso dei grandi sistemi ideologici che spiegavano il mondo e soprattutto spiegavano il senso per l’essere umano dell’essere nel mondo. Anche se, apparentemente, le uniche grandi architetture ideologiche sopravvissute sono le religioni monoteiste. Cristianesimo, islamismo ed ebraismo. Hanno ancora senso?

Perdita di senso… sarebbe meglio dire senso che non è mai stato verità completa. Erano verità parziali: La verità umana non è solo l’uguaglianza. La verità umana non è solo la libertà. La verità umana non è solo la realtà materiale e il rapporto con essa. La verità umana non è il rapporto con il non essere, con la divinità. In verità le religioni monoteiste sono in grande difficoltà se papa Bergoglio sostiene che sia necessario che i monoteismi si alleino per combattere la “perdita” di Dio che si sta diffondendo nel mondo. Il mondo sta cambiando e le nuove tecnologie accelerano un processo di cambiamento che si porta avanti da… decenni? O millenni?
La liberazione degli esseri umani dall’alienazione religiosa, l’aprire gli occhi, l’avere un rapporto con la realtà degli altri esseri umani sempre più esatto perché sempre meno soggetto alla pulsione di annullamento.

Ma come? Se il mondo è pieno di guerre e di fascismi e di disastri assortiti? È certamente vero. Ma è altrettanto vero che c’è una vita quotidiana di miliardi di persone in cui, spontaneamente, c’è una ricerca della propria e altrui realizzazione perché esiste una naturale e spontanea sanità, che se non oppressa e uccisa sul nascere nei primi mesi di vita, può realizzarsi facendo sì che gli uomini e le donne siano meno violenti con gli altri e con se stessi, rispetto a quanto lo sono state le generazioni precedenti.
Giovedì scorso ho avuto la fortuna di vedere lo spettacolo di Elda Alvigini, Liberi tutti. Al di là della bravura degli attori e della felice messa in scena, cui contribuisce una magnifica opera dell’artista Alessio Ancillai, la cosa che più mi ha colpito è la straordinaria sceneggiatura, scritta dall’attrice e regista con Natascia Di Vito. L’accostare i piccoli ed inesistenti drammi quotidiani di giovani o meno giovani alle prese con amori fugaci più o meno importanti alle vere tragedie, dei migranti che abbandonano tutto per cercare una nuova vita e che troppo spesso incontrano la morte nel mare.
Lo spettacolo di Elda Alvigini raggiunge il suo apice con un doppio monologo sulla separazione dal padre comunista: padre che dà la speranza della rivolta… rivolta che però è inesistente, che delude. Fallimentare perché senza identità. L’ultima scena, la più struggente. Una separazione di due bambini, analoga a quella finita male che viene rappresentata all’inizio dello spettacolo, ma che questa volta riesce. Un bambino lascia la sua cosa più preziosa ad una bambina. Non si vedranno mai più. Ma questo non vuol dire che la separazione non si possa fare bene. È certamente vero che non può esistere una separazione felice. Ma può e deve esistere una separazione che sia realizzazione personale. Per essere diversi, per essere più belli, per essere più intelligenti. Come un bambino che diventa grande.

Ieri Melania, mia figlia, mi ha chiesto di comprarle delle ciliegie. Mi ha detto “Papà mi compri le ciliegie? Come quella volta che le ho mangiate sul terrazzo da Massimo”. Il giorno dopo aveva un viso particolarmente bello, più del solito. E mi ha detto “Io lo amo Massimo. Anche se adesso non c’è più, lui ci sarà ancora nel suo giornale”. Le ho chiesto qual è il suo giornale. Mi ha detto subito, senza esitazione: “Left! Left è il suo giornale.”. Hai ragione bambina mia.

L’editoriale è tratto dal numero di Left in edicola

 

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Lo short film “L’altro paio”, una manciata di minuti di poesia

Una manciata di minuti di pura poesia con due bambini come protagonisti. Ha vent’anni Sarah Rozik e con il suo cortometraggio The other Pair (L’altro paio) ha vinto il Luxor film festival. Il video è del 2014 ma sta girando in rete in questi giorni e in ogni caso, anche se la notizia non è “fresca”, comunque vale la pena di vederlo.

Il soggetto è semplice: un incontro tra due bambini in una città povera e polverosa di un qualsiasi Paese del Medio Oriente, alle prese con un paio di scarpe. Sì, un paio di scarpe che ormai in certi angoli del mondo sono diventate un bene prezioso. Lo short film, girato nel 2014, scritto da Mohammed Maher e prodotto da Eman Samir è ispirato alla vita di Gandhi, ma ha un significato universale.

Per certi versi fa tornare alla memoria certe immagini di film del neorealismo come Ladri di biciclette di De Sica o Paisà di Rossellini, in cui dei bambini con i loro volti esprimevano tutto il dramma della povertà e della guerra. Ma nel film di Sarah Rozik, il filo di pensiero è un altro: i due bambini rappresentano il futuro e, parola oggi inusuale, la speranza. Il fatto che a girarlo sia una ventenne è un altro elemento positivo.

Forse a qualcuno, intrappolato nella realtà attuale, decisamente cruda, farà storcere il naso. Ma per un attimo, si potrebbe lasciare un po’ di spazio alla fantasia… Tanto il film dura pochi minuti.

La legittima difesa esiste già e assolve i più. A che serve la nuova legge?

Protesta dei parlamentari della Lega Nord durante il seguito della discussione in materia di difesa legittima in aula della Camera, Roma, 21 aprile 2016. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Il punto è che la legge che c’era prima – e c’è ancora, dovendo il nuovo testo sulla legittima difesa, oggi approvata della Camera, passare comunque per il Senato – è una buona legge. O meglio: è una legge coi suoi limiti – quella che ha modificato non più di undici anni fa l’articolo 52 del codice penale – ma che non ha certo sbattuto in galera tutti coloro i quali si son difesi, arma in pugno o no. Anzi. Il dato sugli effetti della nuova formulazione – che è del 2006, epoca Berlusconi, prometteva di far crollare i furti in appartamento e ha posto, però, non pochi problemi alla giurisprudenza che ha dovuto ribadire il principio di “proporzionalità” della difesa – lo dà il sottosegretario alla Giustizia Gennaro Migliore e lo confermano i magistrati ascoltati in commissione. Sui furti non ha inciso granché, ma i casi aperti per legittima difesa sono (al 2015) in tutto 136 e per oltre il 90 per cento si prevede l’assoluzione.

(Qui un dossier della Camera sulle modifiche, che spiega bene anche il quadro normativo)

Per il Parlamento, evidentemente, anche il solo esser indagato – il fatto che qualcuno si prenda la briga di verificare se la legittima difesa ci sia stata o se invece si sia ucciso o ferito inutilmente – è però troppo. La nuova legge, questa è l’intenzione, dovrebbe fermare in tempi ancora più brevi l’azione della magistratura.

La legge precedente già consentiva di difendersi (Come dice alla Stampa il capo dei Gip di Milano Aurelio Barazzetta, secondo cui è francamente difficile «tutelare ancora di più» chi si difende in casa propria, ricordando che esiste già persino la legittima difesa putativa, «nel caso», ad esempio, «di rapina notturna in cui è difficile sapere se il ladro sia armato o no»)? Fa nulla. Cronaca e pancia suggeriscono di fare di più. Come dice anche Stefano D’ambruoso, deputato dei Civici e Innovatori che – prima di votare comunque a favore – ha riconosciuto che «i numeri che ci forniscono i tribunali non fanno ritenere questo intervento prioritario» e che evidentemente il testo «risponde più a ragioni politiche». Testo che si approva, ovviamente, negando che così si apra al Far west.

«Non c’è alcuna legittimazione della “giustizia fai da te”», spiega il ministro degli Affari regionali con delega alla famiglia, Enrico Costa, in un’intervista al Messaggero: «Più semplicemente eliminiamo il percorso processuale per persone aggredite in casa propria che, lo dicono i numeri, non vengono condannate quasi mai». Siccome i più non vengono di solito condannati, è dunque il ragionamento, si può evitare di verificare. O meglio, spiegano ancora dalla maggioranza – a parlare è Antonio Marotta, alfaniano e contento – siccome «l’obbligatorietà dell’azione della magistratura resta», a cambiare è «l’approccio». Si presume, insomma, l’innocenza.

A rafforzare la tesi di Costa c’è l’opposizione dei gruppi parlamentari più di destra, tipo Fratelli d’Italia, con Ignazio La Russa che si è alzato in Aula per strillare che questa legge «è un bluff», «una trappola», e con i leghisti che sostengono come il provvedimento non eliminera «la gogna» a cui è condannato chi difende «la sacralità» della propria casa o del proprio luogo di lavoro.

A commentare negativamente un testo che in effetti porge il fianco (intervenendo inizialmente solo sull’articolo 59, per esempio, e non sul 52, o individuando la “notte” – ma quando comincia la notte? – come momento più legittimo per reagire al “grave turbamento”) sono anche i giornali di destra, come Libero. Che scrive: «Puoi sparare ai ladri solo di notte. Mesi di discussioni e promesse su come riformare il diritto di proteggersi dalle aggressioni per poi partorire un aborto».

C’è poi l’opposizione di Silvio Berlusconi, che consente al Pd – nonostante le critiche da sinistra, che arrivano da Sinistra italiana, Possibile & co – di sostenere la correttezza del testo, che è stato dai dem emendato, alla fine, in una forma di mediazione con gli alleati alfaniani. E approvato nonostante i dubbi di alcuni, tra cui quelli dello stesso ministro della Giustizia Andrea Orlando.

 

Cosa c’è da sapere sul dibattito Macron – Le Pen

epa05942547 French presidential election candidate for the far-right Front National (FN) party, Marine Le Pen (L) and French presidential election candidate for the En Marche ! movement, Emmanuel Macron pose prior to the start of a live brodcast face-to-face televised debate in television studios of French public national television channel France 2, and French private channel TF1 in La Plaine-Saint-Denis, north of Paris, France, on 03 May 2017 as part of the second round election campaign. Pro-EU centrist Emmanuel Macron and far-right leader Marine Le Pen face off in a final televised debate on 03 May that will showcase their starkly different visions of France's future ahead of this weekend's presidential election run-off. EPA/ERIC FEFERBERG / POOL MAXPPP OUT

L’impressione dopo due ore e mezza di trasmissione è più quella di aver assistito a un match di boxe (nemmeno troppo entusiasmante) che a un dibattito fra i due candidati alla presidenza francese. La leader del Front national Marine Le Pen e il centrista Emmanuelle Macron, come era prevedibile, hanno rimarcato il loro essere in disaccordo praticamente su tutto con accuse, battute, sorrisini, ma senza riuscire davvero a spiegare quale fosse il loro effettivo programma. Nonostante la violenza del dibattito – che il New York Times descrive come «un violento combattimento verbale» e il Washington Post come «una rissa all’americana», molto poco francese insomma – i due candidati, a quanto sostengono i corrispondenti di Politico, non sembrano essere riusciti a conquistare gli indecisi. Le Pen ha puntato soprattutto su una retorica anti-establishment, paragonando Macron a Hollande (non proprio nelle grazie dei francesi), chiamandolo «Hollande Junior» e «pupillo del sistema e delle élite», e ribadendo che lei «non discute nelle camere di commercio con i rappresentanti sindacali, lei va sul campo, incontra gli operai». Macron, che sembra sostanzialmente aver vinto il dibattito ed essere andato sicuramente meglio delle occasioni precedenti, ha cercato invece di mostrarsi più affidabile e concreto incalzando per esempio l’avversaria sul suo programma di uscita dall’euro – «Mi spieghi, un contadino dovrebbe acquistare i suoi prodotti in euro e venderli in franchi, come vuole gestire tutto questo concretamente?» -, ribadendo la volontà di lavorare per far uscire la Francia dalla crisi e di non essere un cinico populista . «Io non mi nutro della paura della paura dei cittadini», ha detto a Le Pen, alludendo alla campagna anti terrorismo sbandierata dalla candidata del Front national – «Il primo atto della mia presidenza sarà chiudere tutte le frontiere» ha detto – e alla strumentalizzazione degli ultimi attacchi rivendicati da Isis a Parigi.

La disputa sull’euro

Oltre alla questione terrorismo e della chiusura o meno delle frontiere come soluzione, come è ovvio grande spazio è stato dato al tema europeo. «L’euro è la moneta dei banchieri, non è la moneta del popolo, e questo è il motivo per cui è necessario riuscire a rompere con questa moneta» ha dichiarato Le Pen, mentre Macron, ministro dell’economia nel secondo governo Valls, ha puntato su quella che alcuni hanno definito “Macronomics”, un piano di rilancio del commercio francese aperto all’Europa ma all’insegna della tutela dei prodotti nazionali in un’ottica di «reciprocità».

“Francia-Russia una faccia una razza”?

Non potevano mancare accenni alla Russia, sempre grande protagonista delle ondate populiste che stanno scuotendo il mondo occidentale (se volete saperne di più leggete qui) e soprattutto grande “spingitrice” di Marine Le Pen. Non bisogna dimenticare infatti che alla campagna della candidata del Front National sono arrivati finanziamenti da banche russe e non è un caso che Marine abbia così difeso pubblicamente il suo “sponsor”: «Non abbiamo alcuna ragione di condurre una guerra fredda con la Russia, abbiamo invece tutte le ragioni per stabilire con la Russia una relazione diplomatica e commerciale».

Cosa dicono i sondaggi?

Secondo i dati IFOP Macron ha un vantaggio su LePen di 20 punti percentuali, nonostante questo Marine sembra essere particolarmente forte nelle regioni del sud della Francia come riporta FranceTv

Fonte: France Tv

Il potere delle periferie e della provincia

Qui un video reportage interattivo realizzato da Euronews fra i giovani delle periferie di Parigi per capire come la pensano. Inoltre, dopo aver visto gli americani eleggere Trump e gli inglesi della provincia votare in massa a favore della Brexit, l’attenzione è tutta puntata sul voto di queste aree della Francia, più sensibili alle istanze xenofobe anti-establishment e anti-europeiste di Le Pen.

Il diritto di rifiutare i vaccini. Cosa prevede la legge M5s

La pagina del blog di Beppe Grillo che accusa il NYT di diffondere notizie false sul Movimento 5 Stelle. ANSA/BLOG GRILLO ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING

«Non esiste nessuna campagna del MoVimento 5 Stelle contro i vaccini, né una piattaforma anti vaccini, né sono mai stati ripetuti falsi legami tra vaccinazioni e autismo». Mai toppa fu peggiore del buco. La smentita di ieri di Grillo delle accuse comparse sulle colonne del New York Times ha generato un boomerang: su social e giornali, continuano a uscire link e citazioni di esponenti del Movimento 5 stelle che mettono in relazione i vaccini con le conseguenze più allarmanti. Ed essendo i pentastellati notoriamente prolifici nel diffondere le loro opinioni, gli è tornato indietro un vero e proprio bombardamento. Dalle parole di Paola Taverna («C’è una sentenza che sostiene che il vaccino può causare l’autismo») e al «vaccinare meno è vaccinare meglio» degli europarlamentari (2015) fino ai video degli spettacoli di Beppe Grillo di oltre 20 anni fa e ai post sul blog, allora gestito dal defunto Gianroberto Casaleggio senior (datato 8 aprile 2007):

Stamattina, in una lettera pubblicata sul Fatto Quotidiano, Grillo tenta di smarcarsi dalla polemica, spostando l’attenzione sull’accanimento nei suoi confronti. «mi ostinavo con questa storia del l ’automobile a idrogeno quando c’è già la bomba all’idrogeno! Questo potrebbe mettermi in pole position con il leader della Corea del Nord: è più attuale», provoca. E prosegue: «Servitevi pure, nei miei testi c’è di tutto, altro che morbillo. Sono anche un voltagabbana: troverete video in cui fracasso dei computer! Da bravo populista, mi troverete a spingere per il reddito di cittadinanza e l’acqua pubblica: probabilmente voglio utilizzare l’acqua per diffondere qualche pestilenza».

Vero. Ma soprattutto c’è – perché spiace per il leader ma questo è l’argomento – anche l’accusa alle case farmaceutiche complici di voler vendere vaccini di cui non avremmo bisogno. Su Left.it abbiamo ricordato come proprio il capo-comico Beppe Grillo denunciava in un suo spettacolo i “violatori” del vergine sistema immunitario infantile. Era il 2007 e proprio nello stesso periodo (a settembre), Grillo aveva entusiasmato le masse a Bologna, in una Piazza Maggiore straripante, nel primo V-day di quella che sarebbe stata la storia del Movimento 5 Stelle. Una vera e propria campagna di adesioni.

Oggi, sono in Parlamento e come è legittimo, seguono le linee e le credenze del Movimento con il quale sono eletti. E del quale si fanno “portavoce”, attraverso proposte di legge che disegnano una (più o meno, diciamo) precisa idea di Stato. È così che depositata alla Camera, ferma in commissione Affari Sociali dal 2014, c’è una proposta di legge atta ad autorizzare il rifiuto delle vaccinazioni obbligatorie.

Cosa dice la legge

Il testo, va detto, si riferisce esclusivamente al «personale civile e militare, al quale per ragioni di servizio è richiesto di sottoporsi a vaccinazione». Ma la premessa scientifica è chiara:

Recenti studi hanno però messo in luce collegamenti tra le vaccinazioni e alcune malattie specifiche quali la leucemia, intossicazioni, infiammazioni, immunodepressioni, mutazioni genetiche trasmissibili, malattie tumorali, autismo e allergie.

Composta di “ben” 3 articoli, il testo vorrebbe lasciare alla libera iniziativa il sottoporsi a immunizzazioni. Per questo all’articolo 1 stabilisce che la persona sia «preventivamente informata anche con motivazione scritta: a) sulla composizione del vaccino somministrato e sulle malattie rispetto alle quali dovrebbe immunizzare; b) sugli eventuali effetti collaterali e controindicazioni di ogni vaccino somministrato».

Ora, avete mai letto i bugiardini delle medicine? Siamo tutti preventivamente informati sui rischi dalle case farmaceutiche: questo evita che le prendiamo in caso di malattie o infezioni? E se si, siamo sicuri sia un progresso?

Secondo: chi di noi saprebbe discernere, una volta elencati le caratteristiche di principi attivi ed elementi farmacologici che compongono il farmaco (senza consultare un medico e dunque rimettendosi nuovamente a parere di uno scienziato)?

Il punto cardine della legge è costituito dal «il diritto al diniego» dell’uso dei vaccini, sancito al secondo comma del primo articolo. In base al quale, si legge, la persona si assume le responsabilità «in caso di contrazione di malattie al cui contrasto il vaccino è finalizzato». Peccato che questa precisazione, anziché essere – come vorrebbe – un’assunzione di responsabilità, è l’attestazione dell’esatto opposto: la non considerazione dell’effetto che il contagio può avere sulla salute della collettività. È esattamente questo il motivo per cui il ministero della Salute obbliga alla vaccinazione i militari in trasferta facendola rientrare frai compiti di “difesa della Patria”. Ed è sempre per la tutela della salute di tutti i cittadini che si punta a debellare le malattie epidemiche proprio con l’immunizzazione. Come del resto sancito dalla Costituzione proprio all’articolo 32, lo stesso che i Cinquestelle citano a fondamento della loro legge: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività».

Sempre all’articolo uno, si prevede un risarcimento per malattie contratte a causa dei vaccini. Tralascia però di specificare come dovrebbe essere accertata questa correlazione. Finora la giurisprudenza in materia ha sempre smentito tale correlazione. Soprattutto istituzionalizza e certifica la possibilità di correlazione fra vaccini e malattie di ogni tipo – come infatti delineato nell’introduzione.

All’articolo due stabilisce test preventivi per verificare l’efficacia del vaccino somministrato. Anche questo lascia un vuoto su come ciò dovrebbe avvenire. Mentre all’articolo tre obbliga il ministero della Salute a relazionare sulle vaccinazioni dei dipendenti della pubblica amministrazione, sullo stato del diniego, e sugli effetti collaterali delle vaccinazioni.

 

 

 

 

La bella idea di confiscare i beni anche ai corrotti

Tra le buone leggi che ci teniamo a mente e di cui possiamo andare fieri in giro per il mondo la legge Rognoni-La Torre sulla confisca dei beni ai mafiosi forse è una delle più splendenti per la sua funzione di manifesto senza mediazioni del contrasto alla criminalità organizzata.

Pare, da queste parti, che compito il compito di certa politica sia quello di imbellettarsi in occasione della commemorazione di La Torre e di sfoderare una certa retorica per magnificare il passato.  Nel 1982, quando la politica decise che le ricchezze guadagnate con il sangue fossero illegali e quindi da ritornare allo Stato, la svolta legislativa fu anche l’inevitabile inizio di un sferzata culturale e morale sul tema delle mafie. Uno di quei dibattiti che, nel bene o nel male, impedisce ai protagonisti di chiamarsene fuori.

Tra le impolverate carte del Parlamento giace da tempo una proposta di legge che chiede di estendere la normativa antimafia di sequestro dei beni anche ai casi di corruzione. Che mafia e corruzione siano spesso a braccetto è un’analisi ormai condivisa e troppe volte negli ultimi anni abbiamo assistito a processi in cui gli imputati si sono scapicollati per sembrare “solo” corrotti (e non mafiosi) per salvare il proprio patrimonio. Aggiungeteci che tra gli estensori di questa proposta di legge spicca anche il nome di Franco La Torre, figlio di Pio, e verrà semplice immaginarla come una “La Torre bis” ideale prosecuzione dell’impegno che fu.

Visto che tutti si riempiono la bocca di “riforme” eccone una bella pronta che potrebbe salvare il governo Gentiloni dal destino di essere stato trasparente.

Buon giovedì.

Quando il lavoro (senza diritti) uccide. Daniele Vicari racconta il suo ultimo film “Sole, cuore, amore”

In questi giorni esce nelle sale cinematografiche l’ultimo film di Daniele Vicari “Sole, Cuore, Amore” con Isabella Ragonese e Francesco Montanari. Di cosa parla? Del lavoro: quello che non c’è, quello che non conosce più diritti, quello che a volte uccide, per stanchezza. Per l’occasione vi riproponiamo l’intervista di Don Pasta al regista comparsa sul numero 44 di Left.

Lo aspettavo a casa con melanzane sott’olio e orecchiette con le rape. Daniele Vicari è un grande amante della cucina popolare e del mio Salento. La prima domanda me la fa lui guardandomi negli occhi, severo: «Da amico a amico, il film ti è piaciuto?». Non posso che rispondere con franchezza: «Lo trovo un film coraggioso nel tema, nella drammaturgia e nella scelta stilistica. Ma non capisco il secondo personaggio femminile. Lo trovo debole, di fronte all’importanza, anche simbolica, della protagonista, che lavora come una schiava e muore di stanchezza». Dopo le muffettate, dolce salentino antichissimo, passo io all’attacco.
Sei uno precisissimo, attento a ogni particolare, fai un film ogni cinque anni, mi domando se non l’hai fatto apposta a provocare lo spettatore, come con Diaz. Dico io, si può finire un film con una che muore di stanchezza? M’è venuta una tristezza… Che poi paradossalmente in Diaz hai fatto di tutto, con delicatezza, per rendere digesto l’indigeribile di quella violenza. Qui dai un pugno in faccia allo spettatore. È un atto voluto?
I film perfetti o imperfetti che siano, quando sono vivi, non portano mai all’unanimità di giudizio. Sole cuore amore è un film che puoi amare o può farti incazzare, ma non è un film consolatorio. Non lo è sul piano formale e nemmeno su quello dei contenuti. L’ho scritto in tre giorni, girato in 25. Mi sono buttato. Non è una provocazione, però è vero che ci sono delle scelte che vanno contro il senso comune dello spettatore. È un atto unico di 1 ora e 50. Rallenta progressivamente anziché accelerare, ha due protagoniste che sono due antieroine ma opposte, una “calda” e l’altra “fredda”, una ha una famiglia numerosa e l’altra è sola.
Di fondo il film ha a che fare con le vittime della società occidentale. Mi pare si ponga la questione di identificare chi e dove si trovi il cattivo e cosa fanno i buoni per resistere, per ribellarsi. Ma non ne esce fuori un ritratto ottimistico.
Ho cercato di raccontare la frammentarietà che viviamo. Questo modo di vivere è drammatico, ci mette in disequilibrio. È incredibile ma in Occidente si può morire di fatica, altro che società opulenta. Come è capitato alla pugliese Paola Clemente e, prima di lei, alla romana Isabella Viola. Non è propriamente un morire di lavoro, è tutto il meccanismo in cui siamo immersi che è schiacciante, inadatto agli esseri umani. Il modo in cui è organizzata la società è totalmente folle. Se, per esempio, passi una parte fondamentale della tua vita sui mezzi pubblici, quello è tempo di vita sprecato, bruciato. Ok, la protagonista si riposa quando sta sull’autobus, ma è un riposo nevrotico, insano.
I personaggi sono entrambi femminili. Mi pare altamente metaforico il fatto che tu voglia mostrare come questo “indefinibile” meccanismo si eserciti di più sulle donne. Ma la protagonista non poteva evitare di fare quattro figli?
Mia sorella ha tre figli, e sono partito da lei per scrivere la sceneggiatura. Mentre scrivevo è morta Paola Clemente, foggiana con tre figli, Isabella Viola ne aveva 4… Eli, la mia protagonista, ha fatto una scelta centrata: 4 figli, un marito, due lavori, come da tradizione. Poi il marito viene licenziato e resta lei sola a lavorare. Ecco che i 4 figli diventano una “colpa”. Non mi pare il massimo, chi pensa che sia una colpa non capisce che se vivi in una determinata condizione sociale la tua forza diventa debolezza in un attimo, perché il meccanismo sociale è più forte di te. Infatti Eli (come mia sorella) non si cura pur di andare a lavorare. Tira la corda fino a romperla. Sono soprattutto le donne che vivono queste sofferenze. Se ti capita di prendere l’autobus da Nettuno la mattina, per il 90 per cento ci sono donne italiane e straniere che vanno in città, sono impiegate, fanno le pulizie, accudiscono le persone. Da molti anni le giovani coppie vivono fuori città perché non hanno un salario sufficiente. E una donna che gestisce la famiglia ma ha anche una vita fuori dalle mura di casa, si carica di una quantità di responsabilità e di tensione che noi uomini facciamo fatica a cogliere. Non riusciamo a entrare dentro questo sentire femminile. Siamo ottusi.
Ma la protagonista non poteva evitare di fare quella fine? Perché non si ribella?
La nostra non è una società conflittuale, è autolesionistica, la rivolta non c’è, e nemmeno la percezione dei diritti, da qui si genera la tragedia, non il melodramma. È per questo che io rifiuto il melodramma come esaltazione delle passioni primarie, preferisco rappresentare la condizione dei protagonisti, nella sua durezza. Eli deve portare a casa la pagnotta e fa una fatica bestiale. Di chi è la colpa? Del proprietario del bar in cui lavora? Ma anche lui è schiavo di un meccanismo, è un padrone immiserito. Non siamo più in Fronte del porto. Se avessi fatto una cosa del genere (la storia di un conflitto sindacale) avrei fatto una cosa consolatoria, avrei trovato un colpevole, rilasciato un certificato di conversione e tutti contenti. Io invece spero che lo spettatore non si identifichi in un personaggio, ma in una “condizione”. Questo ingenera frustrazione, ma una frustrazione “sana”, che spero lavori dentro le persone che vedono il film.
Veniamo alla coprotagonista. Mi dici che è una ribelle, allora me l’aspetterei radiante, sicura di sé, allegra. Hai disegnato un ritratto di una donna incerta, malinconica. È un antieroe, capisci che non ci faciliti la lettura del film così…
Vale non è una ribelle, ha solo deciso di essere completamente fuori dal mercato, dal sistema, dalla famiglia, dal “lavoro produttivo”, è un nuovo tipo antropologico. Non ha punti di riferimento, l’unico è la sua amica Eli. La loro è una “sorellanza”. Vale probabilmente ce la farà a resistere, perché è la modernità fatta persona. Sottrae il suo corpo dal meccanismo produttivo, accetta l’idea che il conflitto sia “sopra di noi” e segue una strada individuale per “rivoltarsi”. Non si carica delle fatiche estreme di cui si carica Eli, rifiuta questa forma di organizzazione sociale. Nella sua rivolta, che è intima e quotidiana, diventa la chiave, perché si sottrae a ogni forma di potere e dice “io sono mia”. È un personaggio ispirato a una cara amica, Miriam, che è il prototipo di questa donna nuova. Chiaro che una scelta del genere ha un costo, perché se prendi questa strada la devi percorrere fino in fondo, sei piena di incertezze, cambi la percezione che hai di te, sessualità compresa.
Di fondo tu sei come quella ribelle. Non trovi spazio negli spazi angusti del potere e te lo cerchi altrove, tentennando, pronto a sbagliare anche. È questo che volevi dire? Ora capisco il ruolo nel film, però mi ci sono volute due ore di conversazione.
Se davvero è così, sono io che ho sbagliato… oppure tu l’hai rifiutato. Io non faccio cinema come atto di coraggio, cerco solo di raccontare cose che mi toccano. Se non c’è lo spazio per fare questo, semplicemente faccio altro. Calvino diceva «scriviamo per uno scaffale ipotetico, per un ipotetico lettore». Qualcuno pensa che io sia “ideologico” perché tratto certi temi. Ma rifiuto questa etichetta, per me l’unica cosa che conta è essere lontano dal potere. In Sole cuore amore il potere sta fuori dall’inquadratura, nel film non c’è la Roma monumentale, per esempio. È nel modo in cui è strutturata la società e la direzione che prende la storia che si rivela il potere, nel fatto che una donna muore perché è costretta a lavorare 7 giorni su 7, con uno stipendio ridicolo, passando 4 ore al giorno su un autobus che spesso si rompe solo per arrivarci. Penso che non ci rendiamo conto di ciò che sta succedendo, che stiamo sottovalutando una serie di crepe della nostra società. Se leggo sul giornale che una donna è morta in metro di stanchezza, madre di quattro figli, io devo guardare dentro questo “fatto di cronaca”. E se mi devo scontrare con mister “tastiera d’oro”, mi ci scontro. Mi assumo la responsabilità dei miei errori. Facciamo così, prendi il mio film come una preghiera laica, fatta prima di tutto a me stesso. Mi dico: guarda, apri gli occhi, altrimenti vai a sbattere. E invece voglio fermarmi in tempo.

Se la realtà umana del bambino non esiste

Protect your children wherever they are

Chi abusa un bambino è un grave malato mentale, nonostante ciò che afferma la psichiatria americana nel DSM-5 e con buona pace della Chiesa cattolica. Il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali definisce la pedofilia un disturbo del comportamento sessuale e la inserisce tra le parafilie. Le caratteristiche essenziali di questo “disturbo” sarebbero quindi: fantasie, impulsi sessuali o comportamenti ricorrenti e intensamente eccitanti sessualmente che riguardano: oggetti inanimati; la sofferenza o l’umiliazione di se stessi o del partner; bambini o altre persone non consenzienti. Nel catechismo insegnato ai bambini che devono fare la prima comunione, la pedofilia è equiparata alla lussuria e con essa è inserita nella lista delle offese alla castità. Nel Codice di diritto canonico si parla di «atto sessuale di un chierico con un minore», che è considerato un’offesa a Dio e quel “con” dice che non si tratta di una violenza psicofisica agita da un adulto contro un bambino e mette entrambi i soggetti sullo stesso piano. “Abuso morale” l’ha definito Benedetto XVI nel 2013 e di recente anche papa Francesco nella premessa all’autobiografia di una vittima di sacerdote pedofilo. Da un lato c’è l’idea della psichiatria organicista che tende a fornire un alibi “biologico” ai pedofili: essendo persone nate con una connettività cerebrale fatta in un certo modo non sono responsabili di essere come sono. Dall’altro, c’è quella religiosa secondo cui l’abuso è un “atto impuro” (VI Comandamento), cioè un peccato. Di conseguenza i responsabili, secondo la visione degli appartenenti al clero, devono risponderne a Dio, nella persona del suo rappresentante in terra, e non alle leggi della società civile di cui fanno parte. Entrambe le impostazioni, sebbene il fanciullo in età prepuberale non ha e non può mai avere la sessualità, affermano di fatto che lo stupro di un bambino è in realtà un atto sessuale a cui partecipa la stessa vittima. Quindi, la pedofilia rientrerebbe nell’ordine naturale delle cose e non essendoci un violentatore di conseguenza non c’è nemmeno il violentato.

L’idea che il bambino abbia una propria sessualità e che finisce per giustificare il pedofilo non appartiene solo a queste due correnti di pensiero apparentemente distanti tra loro. Basti pensare a Michel Foucault e a molti altri intellettuali francesi difensori della cosiddetta “pedofilia dolce”. Secondo l’icona del Sessantotto e padre della presunta “rivoluzione sessuale”, se il bimbo non si rifiuta non c’è violenza. Questo diceva in una tristemente nota intervista del 1977: «Si può fare al legislatore la seguente proposta? Con un bambino consenziente, con un bambino che non si rifiuta, si può avere qualunque tipo di rapporto, senza che la cosa rientri nell’ambito legale?… Il problema riguarda i bambini. Ci sono bambini che a dieci anni si gettano su un adulto – e allora? Ci sono bambini che acconsentono, rapiti. Sarei tentato di dire che, se il bambino non si rifiuta, non c’è alcuna ragione di sanzionare il fatto, qualunque esso sia». Il pensiero di Foucault ha inciso nella formazione di molti intellettuali delle generazioni successive. Tra i più noti c’è Daniel Cohn-Bendit che nel suo libro Le Grand Bazar, scrive: «Mi è successo che qualche bimbo mi aprisse la cerniera dei pantaloni e iniziasse ad accarezzarmi. Io reagivo in modo diverso a seconda delle circostanze. Il loro desiderio mi creava dei problemi. E chiedevo: “Perché giocate con me e non con gli altri?”. Ma quando loro insistevano, io li accarezzavo». Concetti ribaditi durante il programma televisivo “Apostrophes” del 23 aprile 1982. E poi l’11 marzo 2010 in un’intervista al settimanale tedesco “Die Zeit”, uscita nel pieno dello scandalo pedofilia che ha travolto la Chiesa cattolica in Germania, Cohn-Bendit ha commentato al giornale che le norme «repressive» in vigore prima del 1968 avevano provocato «danni», ma ha sottolineato che è necessario saper imporre dei limiti. Per poi concludere: «È giusto riconoscere ai bambini e agli adolescenti la loro forma di sessualità, ma il fatto che gli adulti impongano ai bambini le loro regole sessuali sotto delle apparenze libertarie va contro la stessa emancipazione». Come dire, se il bimbo è consenziente per di più istigatore che male c’è? È difficile comprendere come un minore possa essere complice di una violenza che subisce, salvo non ipotizzare come Sigmund Freud che i bambini siano polimorfi perversi quindi potenziali seduttori di adulti. In ogni caso dalle frasi di Foucault e Cohn-Bendit, intrise di mentalità freudiana, emerge un pensiero finalizzato a colpevolizzare la vittima, che viene ritenuta corresponsabile per attenuare la gravità del gesto dell’adulto.

Pensiero e mentalità che di tanto in tanto riaffiorano e ci vengono riproposti surrettiziamente nelle forme più disparate. Come ad esempio nel nuovo romanzo di Walter Siti Bruciare tutto, il cui protagonista è un prete pedofilo che riesce a resistere alle avances di un bambino. Il quale, a causa del rifiuto ricevuto, si suicida. Di qui tutto il tormento del sacerdote che nemmeno tanto tra le righe appare come un dito puntato contro le leggi morali (terrene e non) dietro cui il prete si trincera per resistere alla “tentazione”, e che dunque sarebbero le vere responsabili della morte del ragazzino. Di più non vogliamo dire anche per non fare pubblicità a un libro letto con grande fatica ma difficile da ignorare, così come l’intera pagina di recensione firmata da Michela Marzano su Repubblica del 13 aprile scorso. È letteratura quella di Siti? si chiede Marzano che definisce il romanzo «inaccettabile». Forse la domanda è un’altra: si può definire romanzo la narrazione apologetica di un pensiero falso? A tal proposito c’è una ulteriore considerazione da fare. Non una sola riga della Marzano è dedicata a confutare la perversa idea che il bambino, coprotagonista suo malgrado diremmo noi, abbia una sessualità e il desiderio e che quindi cerchi il rapporto sessuale con l’adulto. È pertanto lecito chiedersi perché per Michela Marzano e Repubblica il romanzo di Siti sarebbe inaccettabile. Lo spiega la filosofa al termine della recensione: «È troppo comodo, per uno scrittore, utilizzare la narrazione e nascondersi dietro la licenza del creare. La letteratura ha le spalle molto larghe, certo. Ma può sostenere anche il peso dell’assoluzione?». Quindi il problema sarebbe “solo” il tentativo di giustificare la violazione della norma, morale o penale che sia. Possiamo anche essere d’accordo su questo, ma il bambino e la sua realtà umana in questo suo argomentare dove stanno?
Proviamo a fare un po’ di chiarezza, interrogando la moderna psichiatria. «Il bambino non ha sessualità, punto» osserva lo psichiatra e psicoterapeuta Andrea Masini, direttore della rivista Il Sogno della Farfalla. «Per sessualità s’intende una dimensione che riguarda l’adulto, che prevede lo sviluppo puberale, che prevede la presenza di tutta una serie di realtà fisiche e biologiche, prima di tutto, e mentali, che il bambino non ha. Tutta la sua dimensione di rapporto, che è potentissima, si svolge in un ambito che possiamo chiamare “di affetti” che di sessuale non ha assolutamente nulla, e non lo può nemmeno avere. Possiamo pertanto ribadire che, mutuando il pensiero aristotelico prima e quello della Bibbia poi, Freud teorizza che il bambino non “esiste”».

All’inizio si diceva che il pedofilo è un grave malato mentale (oltre a essere un criminale). Perché? «Il bambino rappresenta quell’immediatezza, spontaneità, vitalità che il pedofilo ha irrimediabilmente perduto per vicende personali» spiega la psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti. «Giustamente – aggiunge – c’è chi ha definito l’abuso su di un minore come ‘omicidio psichico’: non ha niente di sessuale in quanto è un’azione, una pulsione se vogliamo usare una terminologia psichiatrica, che va contro la potenzialità psichica ed evolutiva del bambino. Ciò che però è caratteristico del comportamento pedofilo è il suo essere sottoposto a un controllo razionale: se la pulsione omicida, compulsiva e ripetitiva, rappresenta l’aspetto psicopatologico della pedofilia, il controllo razionale gli conferisce una qualità criminale. Infatti quest’ultimo consente, fino a un certo punto, di evitare le conseguenze penali oltre che l’utilizzo di sofisticate strategie di scelta e di avvicinamento delle vittime». Cosa accade al bambino che subisce l’abuso? «Tradito da una figura importante di riferimento, il minore può andare incontro a uno stato dissociativo, a una grave depressione reattiva, a sensi di colpa intensi che minano il senso della propria identità. Nel caso in cui le vittime siano soggetti prepuberi, ciò che si va a colpire è la possibilità del rapporto uomo-donna. Qualcosa di analogo accadeva nella relazione fra maestro e allievo nell’antica Grecia: questa era imposta in un momento critico della vita del fanciullo, quando la maturazione del corpo, fondendosi con la realtà mentale, poteva far emergere il desiderio verso la donna».

Articolo pubblicato su Left del 29 aprile 2017

 

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Il populista è l’algoritmo

Sono populisti gli algoritmi del web? Uno per tutti: è populista l’algoritmo di Facebook? Questa è ormai la domanda da porsi. Perché non viviamo più l’era delle grandi speranze di Internet, della fede cieca nelle connessioni wireless, degli smartphone usati come arma politica. Viviamo un’epoca di post-rivoluzione, invece, con il mondo che non “cambierà” grazie a Internet perché è già cambiato con Internet. Immersi in questi nuovi equilibri non si può ignorare che il grande algoritmo non è più curiosità da smanettoni, è diventato Citizen Kane piuttosto, il quarto potere di Orson Welles, capace di tirare le fila, modellare l’opinione pubblica.

Per algoritmo si intende la serie di istruzioni informatiche che decidono cosa ci viene mostrato tra le attività, i video, i post, le immagini dei nostri amici e delle nostre relazioni online. Per chi scrive, vi anticipo, l’algoritmo è senz’altro populista. Lo è, in primo luogo, perché è una tecnologia commerciale che risulta più redditizia quando favorisce la quantità sulla qualità, la suggestione sulla verità. L’algoritmo del web forgiato dai social, inoltre, avvantaggia le emozioni sui ragionamenti e, laddove sono le emozioni e non le argomentazioni a farsi largo, e lì che si trova il terreno fertile per ogni populismo.

Per mostrare il “populismo” dell’algoritmo nel dettaglio e nella sua evoluzione, però, bisogna cominciare dalla tecnologia e solo dopo arrivare alla politica. E bisogna partire da un fatto fondamentale che fa da pilastro al ragionamento che segue: ci sono ancora molti, inguaribili ottimisti, convinti che ogni tecnologia sia neutra, né buona né cattiva. «Non dipende dallo strumento, ma da come lo usi» ripetono gli ottimisti quando parlano del web e delle piattaforme che ci girano sopra. A noi post-rivoluzionari più realisti, invece, appare chiaro che la tecnologia in sé non è né buona né cattiva, ma che non è affatto neutra. Il giurista Lawrence Lessig, padre delle licenze Creative Commons, ha trasformato questa riflessione in una massima («La tecnologia non è buona né cattiva, ma non è neanche neutra», appunto) ritenuta valida dalla comunità scientifica. E basta un pizzico di buon senso per capire il senso del ragionamento.

Il pezzo integrale lo trovate su Left in edicola

 

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