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Alimentazione. Non è solo una questione di calorie

A man eats fast food as he walks along Oxford Street in London on March 7, 2017. Britain's Finance minister Philip Hammond earlier this week said he would keep chopping away at the deficit to get Britain fit to face Brexit, as he prepares to deliver his budget on March 8. / AFP PHOTO / CHRIS J RATCLIFFE (Photo credit should read CHRIS J RATCLIFFE/AFP/Getty Images)

No, non è un problema di produzione. Non per ora, almeno. L’umanità produce il 23% di cibo (di calorie, per la precisione) in più di quanto ne produce. Eppure ancora oggi nel mondo ci sono 795 milioni di persone -il 10,8% della popolazione totale – che di cibo non ne assumono a sufficienza e sono sottonutrite.
Certo, siamo a un minimo storico. Le persone che soffrono la fame sono diminuite di un buon 27% rispetto ai massimi del 1990, sebbene la popolazione mondiale sia aumentata. Ma, come rileva Richard Hodson, direttore degli “speciali” della rivista scientifica Nature, nella pagine dedicate la scorsa settimana ai problemi dell’alimentazione nel mondo, con questo ritmo di diminuzione l’obiettivo che si sono date le Nazioni Unite – eradicare completamente la fame entro il 2030 – è ben lontano dal poter essere realizzato.
Anche perché non è solo un problema di calorie e di proteine. E neppure solo di media della calorie assunte nell’arco di un anno. Almeno un miliardo di persone nel mondo soffre di carenza di vitamine e di minerali o assume cibo in maniera discontinua. A questi vanno aggiunti, per un apparente paradosso, i circa due miliardi di persone obese o comunque sovrappeso che subiscono effetti anche gravi sulla salute per eccesso di alimentazione.

Insomma, in un modo o nell’altro il 40% della popolazione mondiale ha problemi seri con il cibo.
Ma iniziamo dal principio. Ovunque nel mondo la produzione supera la domanda. E non solo in Nord America (+46%) e in Europa (+30%), ma anche in Sud America, nell’America centrale e Caraibica, in Asia. E persino in Africa, dove l’offerta supera la domanda di un sostanzioso 17%. Ha ragione, dunque, John Ingram, leader del gruppo che si occupa di programmi alimentari presso l’Environmental Change Institute, della University of Oxford, in Inghilterra: il problema degli squilibri alimentari nel mondo non sono dovuti alla produzione, ma al pessimo sistema di distribuzione e (soprattutto in occidente, soprattutto in Nord America) ai pessimi stili di consumo.

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Giulia Villari, so Real

Giulia Villari

L’avevamo incontrata dopo l’Iuscita del suo precedente lavoro, River, l’esordio prodotto da Rob Ellis. La ritroviamo in occasione del suo nuovo album e, anche ascoltando le nuove tracce, scopriamo una Giulia Villari più matura, cambiata, in una veste più sensuale come la copertina mostra. Nella sua nuova realtà, Real, come nel titolo del cd distribuito da Goodfellas. La cantautrice romana ci racconta la genesi di questi nuovi brani tutti in inglese, fra i quali curiosamente nessuno si chiama come all’album. Scritti e suonati da lei hanno titoli laconici, quasi sussurrati: “Language”, “Prayer”, “Close” e ancora “Different”, “Path” e “July”, ma anche “Almost August”. Argomenti che fanno pensare all’estate, a un momento di evasione. Glielo chiediamo, curiosi di sapere di più di questo nuovo progetto discografico, mentre si avvicina l’appuntamento live a Roma, il 6 maggio al Monk, con la band Il Pan del Diavolo: «Ho scritto tutte le canzoni durante la primavera e l’estate scorsa, è un motivo reale anche questo. Nessun pezzo si chiama Real, vero, ma la parola è quasi dentro a ogni brano; la prima traccia dice che dobbiamo trovare la propria dimensione e realizzare la propria realtà più profonda». Di certo in questo disco scorgiamo una nuova Giulia Villari che si esprime in modo più maturo e personale, più libero, che traspare anche dall’omaggio al mitico folletto di Minneapolis, nel brano Prince.
Dopo River, il successo di Coral red, che la regista Maria Sole Tognazzi ha inserito nel film, Io e lei. E ora questo nuovo progetto musicale, in cui si colgono sonorità nuove e un timbro di voce senz’altro più consapevole.
Un anno fa avevo un po’ di canzoni e insieme al mio produttore, Sante Rutigliano, ci abbiamo lavorato, poi però, riprendendole in mano, non ci convincevano, sentivamo che non andavano più bene, sentivamo che dovevamo cambiare rotta, avevamo bisogno di qualcosa di più vero per me, in quel momento. Ho colto subito questa cosa e quindi abbiamo buttato tutto, abbiamo ricominciato da capo. (Continua sul numero di Left in edicola)

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La riforma Franceschini che distrugge il Belpaese

Il ministro dei Beni culturali e turismo Dario Franceschini durante l'inaugurazione degli Stati Generali della Fotografia presso l'Istituto centrale per la Grafica di via Poli, Roma, 06 aprile 2017. ANSA/ANGELO CARCONI

Anche con la Manovrina i già derelitti Beni culturali e paesaggistici saranno fra i più penalizzati percentualmente. Infatti ammontano a 460 milioni di euro il totale di tagli previsti e al Collegio Romano dovranno privarsi di 12,860 milioni. Pochi? No, in percentuale essi formano infatti il 2,82 % della manovrina, mentre il bilancio di Beni Culturali, Spettacolo e Turismo rappresenta appena lo 0,25 % della spesa statale complessiva.
Nel dettaglio, si legge nella manovra, il ministero del Beni culturali e del Turismo (Mibact) dovrà fare a meno di 9,579 milioni di euro per la “Tutela e valorizzazione dei beni e attività culturali e paesaggistici”, colpendo, per quasi 1 milione, anche i beni meno finanziato come quelli librari. Più che fondata dunque la protesta dei tecnici del Ministero. Nei mesi scorsi il ministro Dario Franceschini aveva fatto suonare le trombe per aver riportato la spesa del suo ministero oltre i 2 miliardi. In realtà quella cifra veniva spesa già nel 2000 (governo D’Alema) e l’incidenza su quella complessiva dello Stato era dello 0,39 %. In seguito il governo Berlusconi aveva di continuo salassato il Mibac. Ma Francesco Rutelli (ultimo governo dell’Ulivo) aveva riportato gli stanziamenti del suo Ministero a 2,2 miliardi e ancora non doveva ricomprendere il Turismo (accorpato con Massimo Bray, governo Letta). Matteo Renzi aveva, sin dal 2011, da sindaco, dichiarato guerra al potere monocratico, burocratico e ottocentesco. Dario Franceschini no. Da capogruppo consiliare e da assessore, aveva avuto rapporti normali e le mostre di Ferrara Arte diretta, allora, da Andrea Buzzoni, non erano certo state “commerciali”. Ha stupito quindi il suo comportamento da rottamatore a tutta ruspa che procede ormai anche senza più Renzi alle spalle. Ma vediamo dodici mosse di questo autentico sconvolgimento.
La prima è stata lo Sblocca-Italia (analogo alle leggi Lunardi) con cui il governo Renzi ha istituito, senza che Franceschini si dissociasse, il silenzio-assenso se le Soprintendenze non rispondono entro 60 giorni alla richiesta di autorizzazioni (coi pochi architetti statali l’assenso è garantito, anche ai progetti peggiori). Silenzio/assenso ribadito in termini ancora più “stretti” con due recenti decreti!
Il secondo punto riguarda la valorizzazione che da Franceschini viene scissa in modo netto dalla tutela contando di trasformare (Renzi dixit) i musei “in macchine da soldi”. Ma il Grand Louvre e il Metropolitan sono passivi per un 50% dei mega-bilanci (il secondo registra un “buco” pregresso di 40 milioni di dollari), e coi milioni incassati da musei e siti statali italiani si copre sì e no l’8 % della nostra spesa per la cultura.
Terzo punto. Nella riforma Franceschini i musei vengono separati – anche quelli archeologici, di scavo, con casi grotteschi – dal territorio che li ha originati, scindendo pure uffici, archivi, fototeche, biblioteche, con un caos paralizzante.
Non solo. La riforma crea nuovi Poli Museali, spesso in modo confuso (Ferrara finisce con Modena diventata egemone), dove gli storici dell’arte superstiti si rifugiano. Così alle Soprintendenze non ne resta nemmeno uno per l’ufficio esportazione.”Bassa macelleria”, commenta Antonio Paolucci.
Sono stati individuati i primi 20 Musei di eccellenza, per essi si sono banditi non concorsi europei bensì selezioni in base ai curriculum e a un breve colloquio, con stipendi 4-5 volte superiori a quelli correnti. Un solo “interno” del Mibac viene promosso (Galleria Borghese), gli altri 19 sono tutti “esterni”, alcuni italiani (buoni e meno buoni), altri stranieri (nessuno di alto livello). Con scelte incomprensibili: un etruscologo, dalla bibliografia molto modesta, al Museo greco-romano di Napoli, una medievista a quello tarantino della Magna Grecia, un esperto di marketing alla Reggia di Caserta (bibliografia? Due libri co-firmati sui cimiteri monumentali).
Hanno partorito idee brillanti? Mostre su mostre, matrimoni al museo o fra le rovine, feste di laurea, aperitivi, sfilate, cose arcinote che anni fa lo stesso Franceschini aveva definito “piuttosto kitsch”.

Le Soprintendenze sono state unificate (riforma tentata nel 1923… fallita e cancellata da Bottai stesso), per lo più guidate da architetti. In minoranza archeologi e storici dell’arte dai quali nacque la tutela coi bandi granducali e pontifici. Gli storici dell’arte sono per lo più “fuggiti” ai Poli museali. Certe Soprintendenze non ne hanno più nemmeno uno.
Non ne hanno nemmeno per l’ufficio esportazione che con l’articolo 68 della nuova legge “liberista” sulla concorrenza e il mercato ridiventano importanti. L’art. 68 liberalizza l’export di opere d’arte importanti. Coro di no. Ma chi li ascolta?
La Soprintendenza Archeologica Speciale di Roma che copriva l’area della capitale imperiale ed era alimentata dal Colosseo, con tante funzioni e molti soldi, viene divisa in diverse scatole con molte funzioni e pochi soldi. Prima c’erano tre direzioni. Oggi se ne contano 9 fra I e II Fascia. Più carte, più problemi per gli appalti stessi. Il Colosseo diventa autonomo, ma sul riparto del 50 % dei suoi 55 milioni di incassi, grava ancora una certa nebbia.
Franceschini annuncia un biglietto per un altro grande attrattore il Pantheon (7,4 milioni di persone. La proposta ha incassato, per fortuna il secco no del vice sindaco di Roma Luca Bergamo ndr). Gli ingressi dei Musei e dei siti registrano nel 2016 solo un + 4%, contro il + 9 degli arrivi dall’estero e folle di italiani nelle domeniche gratis (2,4 milioni). I nostri capolavori girano il mondo persino la Santa Cecilia di Raffaello. Le tavole di Piero viaggiano in Italia. Vorticosamente.

Più di tutto la legge Madia ha colpito le soprintendenze; ne è stata la pietra tombale: le Soprintendenze, svuotate, finiscono sotto i Prefetti. Come nel Piemonte sabaudo. Indietro tutta !

Ma non è finita. Franceschini, usando lo strumento dei decreti, allenta i vincoli urbanistici nelle stesse aree protette e persino nelle parti non vincolate dei centri storici medesimi. Stringe il tempi del silenzio/assenso. Tutto per “rianimare” l’edilizia, la rendita fondiaria. Un meccanismo quanto mai obsoleto. Ma molto molto italiano. E intanto il consumo di suolo continua a galoppare: Il territorio di Napoli è “sigillato” al 64 % per antiche speculazione (quello di Casavatore al 90%), quello di Milano al 54% e vicini le sono Monza, Bergamo e Brescia. Viva la modernità.

Fondamentale per la funzionalità della tutela il confronto fra tempestività e qualità degli interventi Mibac nel post-terremoto umbro-marchigiano del ‘97 e quelli del 2016 : dei più avvilenti. Per il 2016 naturalmente.

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Chi suona il piffero del Pil

FORT WORTH, TX - NOVEMBER 27: Shoppers Jeri Hull (L) and Karen Brashear (R) wait in line while shopping at Toys"R"Us during the Black Friday sales event on November 27, 2009 in Fort Worth, Texas. Toys"R"Us stores nationwide opened at midnight Thursday, November 26, providing shoppers access to its Black Friday deals five hours earlier than ever before. According to the National Retail Federation, a trade organization, as many as 134 million people, 4.7% more than last year, will shop this Friday, Saturday or Sunday. (Photo by Tom Pennington/Getty Images)

La teoria pura di molte discipline è inaccessibile ai non esperti. Tra tutte, la teoria economica ha un ruolo particolare perché, tra le scienze sociali, è la più complessa e tecnica e allo stesso tempo ha guadagnato un ruolo predominante come spalla teorica della politica e perciò ha una ricaduta enorme sulla vita di tutti i giorni di tutti i cittadini. Spesso inconsapevoli, certamente schiacciate dalla forza che viene facile attribuire a ragionamenti che si propongono nella forma di formule statistiche e matematiche, le persone hanno al contempo la sensazione di essere sottoposte a fenomeni incontrovertibili, come i fatti di natura, e sentono anche che qualcosa non va. Come è mai possibile che in un tempo che per capacità scientifica e tecnologica che si propone come apice dello sviluppo della storia e della conoscenza umana, la qualità del lavoro, dei rapporti sociali, e più in generale della vita non sembra più promettere un mondo migliore ai nostri figli come il passato ha sempre garantito? Ebbene, una parte di responsabilità di questo è da attribuire alla teoria economica che è risultata vincente quasi quarant’anni fa, e ha dominato sulle politiche occidentali prima, e mondiali poi.

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Democrazia diretta, la lezione di Barcellona raccontata dall’assessora Francesca Bria

C’è una domanda che da qualche tempo turba i media italiani, provocando immediate reazioni e il sorgere di schieramenti contrapposti. La domanda è: la web democracy può rappresentare una via d’uscita alla crisi della partecipazione politica da parte dei cittadini?

Che l’argomento sollevi un polverone si è visto anche all’inizio di aprile quando la sindaca di Roma Virginia Raggi e l’assessora Flavia Marzano hanno presentato la proposta di modifica dello statuto comunale di Roma Capitale introducendo strumenti di democrazia diretta – così l’hanno definita – come petizioni online, bilancio partecipato e referendum senza quorum. Subito c’è stato chi ha fatto notare che non ci sarebbe niente di nuovo sotto il sole, visto che le petizioni e i referendum sono strumenti di partecipazione popolare previsti anche dalla Costituzione. Danilo Toninelli, il deputato M5s membro della Commissione affari costituzionali, ha replicato dai microfoni da “Tutta la città ne parla” su di Radio3 che in 70 anni non sono state fatte le leggi attuative dei principi relativi alla democrazia diretta enunciati nella Carta e che i sindaci italiani non sono proprio usi a rispondere alle petizioni in consiglio comunale.
I Cinque stelle a Roma vorrebbero quindi passare dalle parole ai fatti. L’esperienza capitolina, in effetti, non è casuale. Roma è una delle città italiane, insieme a Torino, Milano e Napoli, ad avere un filo diretto con Barcellona, la capitale catalana dove la democrazia partecipata online fa parte della vita quotidiana dei cittadini. E dove dal mese di giugno 2016 è assessora all’innovazione tecnologica un’economista italiana, Francesca Bria. Prima di essere chiamata dalla sindaca Ada Colau, che guida la città grazie alla vittoria del suo movimento Barcelona En Comù, Bria aveva lavorato ad un progetto europeo gestito dall’agenzia inglese Nesta e indirizzato allo studio della democrazia digitale in Europa. Il progetto aveva coinvolto i Pirati tedeschi, Podemos, il M5s e alcune esperienze di mutualismo dal basso. «L’obiettivo era vedere quale uso della tecnologia si faceva negli altri Paesi e come stavano cambiando i partiti politici», dice l’economista a Left. Quel lavoro di sperimentazione e di analisi sulla costruzione di nuove piattaforme digitali è stato il nucleo fondante della sua attività a Barcellona. Il ruolo di Bria è infatti quello di coordinare e definire la strategia digitale della città catalana. Un percorso “naturale”, dopo la vittoria di Colau. «Barcelona En Comù ha un’esperienza di governo piuttosto nuova e nasce proprio con la caratteristica della democrazia partecipata, perché nella storia stessa della sindaca c’è proprio il provenire dai movimenti popolari. La partecipazione dei cittadini alla politica pubblica è uno dei cardini di questa esperienza di governo».
L’applicazione della democrazia digitale – spiega – avviene per le politiche della casa, del diritto all’abitare, fino alla pianificazione urbanistica e al bilancio partecipato. «Anche noi abbiamo un Pam, un documento di programmazione per questo mandato amministrativo ed è stato scritto con la partecipazione di 30mila cittadini, attivi sia online che offline, attraverso assemblee di quartiere e consulte più o meno tradizionali», continua Francesca Bria, che spiega anche come funziona il portale Decidim Barcelona attraverso cui i cittadini lanciano proposte per «implementare i nostri progetti».
Ma perché la parte tecnologica è così importante? «È come se avessimo cocreato un workshop di politica pubblica. E lo facciamo con una tecnologia molto intuitiva, perché la nostra applicazione è anche sui cellulari. E poi lavoriamo molto sull’analisi dei dati, e per spiegare ai cittadini il problema da risolvere, utilizziamo anche le infografiche e mettiamo a disposizione open data». Perché, spiega Francesca Bria, «non basta un’esperienza meccanica, non si tratta di mettere un click o un like, perché si possa parlare di democrazia partecipata». Occorre, invece, che la conoscenza del problema sia diffusa, che i cittadini siano informati, che i problemi da risolvere siano argomentati, visualizzati con tutti i dati a disposizione: «Rispetto alla partecipazione automatica nei social media o rispetto alla news consumata in fretta, noi stiamo lavorando sul senso della partecipazione dei cittadini anche rispetto ai bisogni dei loro quartieri». Anche perché la web democracy da sola non avrebbe efficacia: «c’è la continua interazione tra la partecipazione alla piattaforma digitale e le assemble nei quartieri», precisa l’economista.
La trasparenza delle amministrazioni, un obiettivo così difficile da raggiungere in Italia, visto anche l’insuccesso del Foia (Freedom of information act) dopo 4 mesi dalla sua entrata in vigore, a Barcellona sembra ormai una realtà acquisita. «Tutti i dati si possono verificare, c’è un continuo feedback anche con operatori del data journalism. E, d’altra parte, visto che Barcelona En Comù come Podemos è arrivata al potere anche per via di una critica serrata alla casta e alla corruzione istituzionale, abbiamo messo tutti i dati, anche i nostri», dice ridendo Bria. Non solo: è possibile anche segnalare gli eventuali abusi di potere o episodi di corruzione: «Abbiamo creato una infrastruttura, la Bustia etica, basata sulla tecnologia di decrittazione dei dati, che protegge l’anonimato e che viene usata anche da Wikileaks. Così incentiviamo il wistleblowing interno con la protezione delle fonti».  Anche in questo caso Barcellona è una città apripista in Europa.
Ma quali sono i possibili rischi della web democracy? «Il problema c’è quando non si vede che questi processi di organizzazione online non sono un’alternativa alla forma di partecipazione nel territorio, nelle piazze, attraverso la discussione, il dibattito», dice ancora Bria: «La rete non può sostituire questo rapporto di partecipazione dal vivo». E allora, continua l’assessora, non si può liquidare la questione della democrazia digitale secondo la dicotomia democrazia sì o democrazia no, ma su come viene praticata. «Del resto la partecipazione digitale è ormai diventata parte integrante della vita delle persone, quindi è normale che se ne faccia un uso politico», sottolinea. Come ha fatto notare sempre sulla trasmissione di Radio3 Nadia Urbinati, «la web democracy è reale e globale e non ci può scandalizzare tanto. L’innovazione tecnologica che inventa strategie nuove e di pratica politica di cittadinanza, non la si può fermare. Nel senso che la democrazia è per sua natura, dai tempi antichi, aperta alle innovazioni che devono risolvere problemi d partecipazione. Non si può né demonizzare né esaltare».
Secondo Francesca Bria, di fronte alla crescente mancanza di fiducia dei cittadini nei confronti delle politiche di austerità, «l’unico antidoto, l’unica risposta possibile ai populismi di destra che fanno leva proprio sulla insoddisfazione, sulla delusione e sulla protesta, sono queste forme di democrazia diretta. Solo in questo modo i cittadini riprendono il protagonismo nella politica e si mettono in gioco. La lezione che viene dalla Spagna è proprio questa: allargare gli spazi della democrazia, se no vince il populismo di destra».

(da Left n.16 del 22 aprile 2017)

L’ultimo saluto a Valentino Parlato. Un giornalista, davvero

Valentino Parlato, presidente del consiglio d'amministrazione il 9 febbraio 2012, durante la conferenza stampa tenuta dalla redazione del giornale per annunciare la liquidazione coatta amministrativa della testata. ANSA/ GUIDO MONTANI

Se n’è andato il 2 maggio, intorno alle 10 del mattino. A 86 anni, dopo una notte di coma e 24 ore di ricovero. E ha lasciato un vuoto incolmabile, Valentino Parlato, in un’informazione, quella italiana, che fa acqua da tutte le parti. E in un momento, questo, in cui manca la terra sotto i piedi a chi fa il nostro lavoro nonostante sia «in crisi la speranza», come diceva lui. Soprattutto a sinistra. Tra i fondatori e più volte direttore de Il manifesto, Parlato ha con spirito critico e forte indipendenza letto la realtà da sinistra, a sinistra e per la sinistra. Da comunista quale è stato, per tutta la vita, militando nel Pci fin quando il partito non lo ha espulso, nel 1969.

Dalle 15 di oggi – venerdì 5 maggio – è allestita la camera ardente presso la Protomoteca del Campidoglio, dove alle 17,30 si terrà la cerimonia funebre. Nello stesso Campidoglio che oggi ospita Virginia Raggi, sindaca che ha votato per poi, pentito, dichiarare: «Ero talmente indignato verso il Pd che per la prima volta ho tradito la sinistra, spero sia anche l’ultima».

Noi lo salutiamo con le sue stesse parole.

«Che cosa dovrebbe voler dire per noi tendenza? La denunzia dello stato di cose esistente e la volontà-possibilità di un cambiamento»

«Questa borghesia è illuminata finché qualcun altro paga la bolletta della luce»

«Dobbiamo capire che siamo a un passaggio d’epoca, direi un po’ come ai tempi di Marx quando il capitalismo diventava realtà e cambiava non solo i modi di produzione, ma anche i modi di vivere degli esseri umani.
Quando scrivo «passaggio d’epoca» vorrei ricordare che il capitalismo fu, certamente, un passaggio d’epoca, ma conservò modi di pensare e valori e anche autori del passato greco-romano, come dire che nella discontinuità c’è sempre anche una continuità, ma questo non ci deve impedire di capire i mutamenti che condizioneranno la vita dei giovani e delle generazioni future.
Non possiamo non tener conto di quel che sta cambiando: dobbiamo studiarlo e sforzarci di capire, sarà un lungo lavoro e non mancheranno gli errori, ma alla fine un qualche Carlo Marx arriverà».

«La sinistra è così debole perché non si è accorta che tutto attorno a noi è mutato. Il lavoro umano purtroppo è meno importante di una volta, le cose, le macchine, si sono presi un vantaggio sulle persone. I modi di produzione sono cambiati ma non riusciamo ancora ad analizzarli. Soprattutto è in crisi la speranza».

«Una volta erano ottanta sigarette al giorno. La dottoressa mi ha detto che devo ridurle a cinque perché il fumo riduce la quantità di ossigeno che va al cervello, e quindi istupidisce: un tempo invece aguzzava l’ingegno. Non so se crederle. Il mondo è proprio cambiato»

Il Guggenheim digitalizza il suo archivio. Storie 2.0 di musei e biblioteche che mettono in salvo la cultura

Lo aveva già fatto l’anno scorso la biblioteca di New York digitalizzando la maggior parte dei materiali d’archivio in suo possesso e mettendo a disposizione di chi, sparso in qualsiasi punto del globo, possiede una semplice connessione internet, ben 187.000 documenti fra stampe antiche, mappe, atlanti, cartoline, fotografie, libri, lettere, foto segnaletiche e addirittura spartiti musicali.

L’archivio della biblioteca di New York nella sezione dedicata alle immagini stereoscopiche, oltre 42.000

Ora è la volta del Guggenheim Museum. Il museo ha infatti messo a portata di click il suo archivio di libri d’arte, stampe e documenti permettendone la consultazione gratuita online e il download. Si va da cataloghi di esibizioni dedicate a Gustav Klimt e Egon Schiele, Van Gogh e l’espressionismo, ma anche dei giovani pittori americani, di Kandinsky o di artisti della Pop Art come Robert Rauschenberg e Roy Lichtenstein fino alla video art di Bill Viola.

Guggenheim Museum

Preservare la cultura tramite la digitalizzazione è in particolare la missione dell’Internet Archive che oltre al profilo del Guggenheim ospita anche quello di molte altre università, organizzazioni e musei. Vi assicuriamo che è un ottimo posto in cui perdersi alla scoperta di libri testi, foto e stampe.

La scelta del Guggenheim si aggiunge dunque a quelle di molti altri musei (anche il Met aveva preso recentemente la stessa decisione), biblioteche e archivi culturali che si stanno dirigendo a grandi passi verso la digitalizzazione e soprattutto la diffusione aperta e gratuita dei loro contenuti. In alcuni casi, qualche filantropo, fermamente convinto dell’importanza di condividere su scala più ampia e aperta possibile la cultura, ha addirittura donato il suo patrimonio. È il caso di Geographicus Rare & Antique Maps, un antiquario di New York specializzato nella ricerca, nel restauro e ovviamente nella vendita di mappe più e meno antiche, che ha scelto di donare i file digitali di oltre 2000 mappe ed atlanti risalenti a varie epoche che vanno dal 1600 ai primi del 900 a Wikimedia Commons per renderle consultabili e addirittura volendo stampabili al mondo intero.

Lavoratori di tutto il mondo. Le foto del Primo maggio

© Ansa EPA / FERNANDO BIZERRA

Lavoratori indiani in una fabbrica di mattoni vicino a Allahabad, India. (Photo SANJAY KANOJIA/AFP/Getty Images)

30 aprile 2017. Tabqa, Siria. Membri delle forze democratiche siriane (SDF) sostenute dagli Stati Uniti, costituite da un’alleanza di combattenti arabi e kurdi. (Photo DELIL SOULEIMAN/AFP/Getty Images)

Il primo maggio a Cuba. (Photo ADALBERTO ROQUE/AFP/Getty Images)

Dimostranti protestano contro le misure del governo brasiliano di Michel Temer, tra cui la riforma del lavoro e la riforma del sistema pensionistico. Sul cartello si legge ‘Fuori Temer, Fuori Moro, siamo in una dittatura’.
© Ansa EPA / FERNANDO BIZERRA

Primo maggio in Siria, Un ragazzo lavora come fabbro nella città di al-Bab nella provincia settentrionale di Aleppo. (Photo ZEIN AL RIFAI/AFP/Getty Images)

Santiago, Cile. Un momento della protesta durante la marcia del primo maggio. (Photo LUIS HIDALGO/AFP/Getty Images)

Parigi, Francia. Primo maggio, scontri tra polizia e manifestanti. (Photo ZAKARIA ABDELKAFI/AFP/Getty Images)

2 maggio 2017. Harasta. Damasco, Siria. Bambini siriani durante le esercitazioni in caso di bombardamento. (Photo SAMEER AL-DOUMY/AFP/Getty Images)

Tegucigalpa, Honduras. Immagine della diga di Los Laureles, che lungo il serbatoio di Concepcion, fornisce acqua potabile a oltre un milione di persone. Le temperature alte e la deforestazione hanno ridotto il livello dell’acqua di circa il 50% con il razionamento dell’acqua nella capitale hondurana a breve. (Photo ORLANDO SIERRA/AFP/Getty Images)

Piattaforma di trivellazione petroliera Shell’s Brent Delta Topside trainata dai rimorchiatori lungo le coste della città portuale di Hartlepool, Regno Unito (Photo SCOTT HEPPELL/AFP/Getty Images)

3 maggio 2017. Un momento della protesta contro il presidente venezuelano Nicolas Maduro, a Caracas. (Photo CARLOS BECERRA/AFP/Getty Images)

Piazza Dvortsovaya, San Pietroburgo, Russia. Carriarmati russi durante le prove per la sfilata militare per il 72 ° anniversario della vittoria del 1945 sulla Germania nazista. (Photo OLGA MALTSEVA/AFP/Getty Images)

Pescatori indiani arrestati per aver praticato pesca illegale nelle acque territoriali del Pakistan. (Photo ASIF HASSAN/AFP/Getty Images)

4 maggio2017. Un villaggio situato tra le stazioni collinari di Mahabaleshwar e Panchgani, famoso per le sue fragole, sarà ora conosciuto anche come il primo “villaggio di libri” dell’India. Circa 15.000 libri, riviste e quotidiani saranno disponibili per la popolazione locale e per i turisti. © Ansa EPA/DIVYAKANT SOLANKI

Alitalia cronaca di una tragedia annunciata

An Alitalia air transport employee is pictured during a protest rally of air traffic controllers and air transport employees on March 20, 2017 at Rome's Fiumicino airport. Air traffic in Italy was being disrupted on March 20 due to strikes at the nation's airports, including a four-hour work stoppage by air traffic controllers. Alitalia, facing fierce competition from low-cost carriers like Ryanair, is expected to cut 2,000 jobs and slash salaries by nearly a third, moves opposed by the unions which have called for a strike at the Italian carrier on April 5. / AFP PHOTO / Alberto PIZZOLI (Photo credit should read ALBERTO PIZZOLI/AFP/Getty Images)

In questi anni, moltissime compagnie aeree sono fallite, in Europa ed in USA. Il settore è stato in crescita continua, e non risulta che, in seguito a quei fallimenti, i lavoratori siano rimasti a lungo disoccupati, l’indotto privo di commesse, o i passeggeri senza servizi aerei.
Di ben diversa gravità le crisi di settori obsoleti per ragioni tecnologiche, o geografiche (l’alluminio e la siderurgia, molte attività del terziario, produzioni “esportabili” a costi inferiori ecc.). Che poi il voto negativo dei lavoratori (il 67%) sia stato suicida o irrazionale, pare difficilmente credibile. Più verosimilmente la gran parte di loro ha valutato le alternative, sia in termini di altre possibilità di occupazione nel settore, che in quello di “condizioni di uscita”, che come prospettive di intervento pubblico ulteriore. Come dimenticare infatti i salvataggi già avvenuti, e la sorte degli esuberi risultati dalla crisi precedente, in cui sono stati garantiti 7 anni di stipendio all’80%, pagati da tutti i viaggiatori aerei con una addizionale alle tesse di imbarco? Molti avranno pensato ad un trattamento non troppo diverso, confortati anche dalla dichiarazione del ministro Calenda, che ha parlato di “costi per lo Stato, in caso di fallimento, di un miliardo di Euro”. Questa cifra, che si spera si riferisca solo alla protezione sociale dei 12.000 lavoratori, sarebbe pari circa a 85.000€ per addetto.
Una cifra che sembra molto diversa di quella di cui possono godere le categorie di lavoratori più deboli e meno politicamente protetti che perdessero il lavoro.
E qui veniamo alle origini del fallimento di Alitalia, tutte riconducibili alla citata ininterrotta protezione di un “campione nazionale” che certo da molti anni non è più tale. In un contesto aereo europeo aperto alla concorrenza, che tanto ha giovato a tutti i viaggiatori italiani, il concetto stesso di “campione nazionale” appare datato ed indifendibile, buono giusto per proteggere dei monopolisti aggrappati alla borsa dello Stato. Infatti le tariffe aeree, grazie all’avvento delle compagnie low-cost, sono crollate per tutte le compagnie di un 30% circa, si stima, ma la cultura dei campioni nazionali piace moltissimo ai politici, che ne fanno disinvolto uso per “voti di scambio” e collocazione di clientele a tutti i livelli, se non peggio. Questa non disinteressata protezione, si badi, è micidiale, oltre che per i contribuenti, anche per la crescita delle imprese stesse, che non innovano e non imparano a competere. Questa è stata anche la storia di Alitalia, fallita quattro o cinque volte e già costata ai contribuenti circa 8 miliardi di Euro (dati Mediobanca).
Se poi Alitalia producesse aerei, cioè avesse un contenuto tecnologico elevato e competitivo, qualche prudenza nel lasciarla fallire o anche solo vendere potrebbe essere giustificato. Ma si limita a far volare aerei, e non appare nemmeno in grado di farlo senza perdere soldi. Che poi sia importante per l’immagine del Paese non sembra proprio: è piuttosto vero il contrario, ormai è universalmente noto che la compagnia ha continuato a volare solo grazie a continui salvataggi pubblici.
Il sindacato ne chiede la sostanziale rinazionalizzazione, ignorando che è stata proprio la continua protezione pubblica a renderla inefficiente.
La politica nega sdegnosamente ogni ipotesi di “accanimento terapeutico”, cioè di ulteriori salvataggi a spese dei contribuenti. Ma il risorgere turbinoso di sentimenti “sovranisti” ed antimercato deve rendere molto prudenti i giudizi e le aspettative: quando la Patria chiama, si accorre!
Ed infatti il “prestito ponte” di 600 milioni di Euro recentemente approvato fa presagire il peggio: chi seriamente può pensare che una compagnia che oggi perde più di un milione al giorno lo possa restituire? Quanto è l’aiuto pubblico già implicito in un prestito a tassi di mercato ad una compagnia già sostanzialmente fallita (non ha più nemmeno gli aerei, per la gran parte già venduti e ripresi in leasing)? Ed in caso di fallimento, non si tratta certo di un “credito previlegiato”.
Molto più realistico pensare, di fronte all’ennesima futura insolvenza, alla trasformazione del prestito in azioni. Nessuno strillerebbe troppo, e lo Stato rientrerebbe senza strepito nel controllo della compagnia, tornate “di bandiera” a spese dei contribuenti. Ma un altro scenario è possibile, ancora più inquietante (non c’è limite al peggio). Infatti i servizi di trasporto (tutti: ferroviari, strade, trasporto locale, autobus di lunga percorrenza) si stanno concentrando nella nuova IRI nazionale, la megaholding FSI SpA, tutta pubblica ed ipersussidiata (senza soldi pubblici fallirebbe in breve). Questo ovviamente per Il bene dei viaggiatori. E quelli del trasporto aereo non dovrebbero poterne godere anche loro?
FSI ed i politici oggi negano sdegnosi, come si è detto. Ma solo ieri avrebbero negato sdegnosamente anche il “prestito” di 600 milioni.

Il PD, le pistole, la rana e lo scorpione

Il vero danno di questa ultima legge sulla “legittima difesa” non è tanto nel codice penale (che, bene o male, garantiva, ha sempre garantito, protezione per le vittime) ma nello sfacelo culturale di un Partito Democratico che ormai non è più un cortocircuito con corsia preferenziale verso destra ma un maldestro attuatore dei conati che arrivano dappertutto.

Invischiato nell’ombra senza corpo di un governo che alla chetichella infila le stesse porcate di prima (mettendo i bulli dietro le quinte e il secchione a fare da paravento) quello che fu il Partito Democratico ha smesso di fare politica diventando prima il catetere del suo padroncino e poi, negli ultimi mesi, mettendosi a scodinzolare dietro i rutti peggiori del populismo. La cosiddetta “legge sulla difesa personale” è il regalo al populismo peggiore, quello che dibatte su ciò che non esiste ma che “si percepisce” perché fa comodo ad alcuni.

E qui il PD riesce a commettere addirittura due errori: innanzitutto prova a essere sceriffo slavato come se non si rendesse conto che l’emorragia di consensi sarà sempre superiore al guadagno elettorale (ma davvero qualcuno crede che un leghista si possa convertire all’adorazione di Renzi o Minniti?) e, soprattutto, innalza a temi politici (e contenuti di riforma) i deliri di chi ha bisogno di un allarme al giorno per meritarsi qualche prima pagina.

Così se prima si poteva dire che da quelle parti i modi erano di centrodestra (il culto del capo, la derisione degli sconfitti e la servitù ai potenti) ora davvero la destra si pratica davvero: muscoli a forma di poliziotti, armi come soluzioni di ordine pubblico, sicurezza fatta col digrignar di denti e un fastidio nemmeno troppo nascosto per partigiani e lavoratori.

Missione compiuta, amici del PD: avete osato lì dove non avevano osato nemmeno i protofascisti e i berlusconiani prima di voi. Avete riempito la pancia degli istinti peggiori. E, l’aspetto che fa più ridere, vi siete sforzati di fare il solletico ai vostri nemici giurati. È la vecchia favola della rana e lo scorpione: lo  scorpione chiede alla rana di lasciarlo salire sulla sua schiena e di trasportarlo sull’altra sponda di un fiume; in un primo momento la rana rifiuta, temendo di essere punta durante il tragitto, ma lo scorpione la convince: se la pungesse, infatti, anche lui cadrebbe nel fiume e, non sapendo nuotare, morirebbe insieme a lei. La rana, allora, accetta e permette allo scorpione di salirle sulla schiena, ma a metà strada la punge condannando entrambi alla morte; quando la rana chiede allo scorpione il perché del suo gesto folle, questi risponde: “È la mia natura”.

Già. Ormai è quella, la natura.

Buon venerdì.