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Franceschini, la risposta di Berlusconi e non solo. Indizi per la prossima grande coalizione

Il segretario del Pd Matteo Renzi a Seeds&Chips alla Fiera di Rho-Pero (Milano), indica la firma di Silvio Berlusconi sul pannello di Give me five, lo spazio in cui personalità incontrano per cinque minuti degli startupper, 9 maggio 2017. ANSA/ DANIEL DAL ZENNARO

L’intervista di Dario Franceschini al Corriere della Sera è girata molto, ma vale la pena ripescarla, soprattutto nei due passaggi del suo appello a Silvio Berlusconi. Un appello – rispedito al mittente, vedremo – che non è solo per riscrivere la legge elettorale.

Come da ultima moda, infatti, Franceschini cita come riferimento l’esperienza di Macron.

A Verderami dice: «Il Pd la sua parte l’ha fatta: con le estreme ha chiuso, non punta in futuro a governare con l’area guidata da Fratoianni. Ora tocca a Berlusconi attribuirsi una funzione storica che da tempo gli chiede il Ppe, di cui fa parte. Lui ha l’occasione di allineare il nostro Paese al resto dell’Europa, dove Fillon non ha appoggiato la Le Pen al ballottaggio, dove la Merkel non si sogna di governare con Alternativa per la Germania, dove la May non vuole avere nulla a che fare con Farage. L’Italia non può essere l’unico Paese in cui una forza moderata di centrodestra sta insieme a populisti ed estremisti».

L’invito a Berlusconi non è quindi sulla sola legge elettorale, ma è programmatico, ambizioso, di sistema, di governo: «La stagione del bipolarismo, quella in cui centrodestra e centrosinistra dovevano aggregare anche le forze estreme per battere l’avversario con un voto in più, è finita», dice il ministro dei Beni Culturali, «cambiare schema è un gesto di responsabilità. Ignorarlo un errore che si porterebbe appresso un rischio, quello di non calcolare le dimensioni dell’onda. Il populismo».

Il citato Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana ha preso la palla al balzo per dire: «Franceschini stia sereno, chi si somiglia si piglia. Non siamo sorpresi che preferisca Berlusconi». A noi però interessa capire se il suo è uno strappo personale o una linea tracciata dai più.

Che Macron abbia risvegliato l’entusiasmo di Matteo Renzi è cosa nota. E il modello Macron è quello che dice Franceschini. A citare l’esperienza francese per prefigurare larghe o grosse coalizioni che non siano più estemporanee ma dettate dal nuovo (e comodo) schema responsabili contro populisti, sono poi anche altri esponenti della maggioranza. A cui nessuno dal Pd per ora chiude la porta.

Tipo Beatrice Lorenzin. Che non per nulla chiede che le poche modifiche alla legge elettorale prevedano un premio alla coalizione e non al singolo partito. «Il punto», dice, «è che anche nel nostro Paese ci sono due fronti contrapposti: quello pro Europa, pro Euro; e quello antisistema». Riecco dunque la stessa semplificazione – perché di semplificazione si tratta, che appiattisce le differenze nel fronte di quelle che Franceschini chiama «le estreme». «L’elezione di Macron», continua Lorenzin, senza che nessuno senta l’esigenza di stopparla, «ha dimostrato qual è il nuovo corso che vince».

Ed è solo registrando la risposta che Berlusconi affida a un’intervista a Panorama che uscirà giovedì, che si può immaginare che quella di Franceschini sia la provocazione che rende più che tollerabile l’esistente, cioè un governo con il centrodestra più moderato. Anche Berlusconi, infatti, cita Macron, ma parlando per il momento a Salvini e Meloni.

Il castello di Sammezzano, gioiello orientalista nel cuore della Toscana, diventa arabo

Erano anni che, fra aste deserte e rinviate, si cercava un acquirente per l’eclettico castello di Sammezzano, gioiello in stile moresco e principale esempio di orientalismo in Italia, nel cuore delle colline toscane fra Chianti e Valdarno. Progettata dal marchese Ferdinando Panciatichi Ximenes d’Aragona fra la metà e la fine dell’Ottocento, la residenza, che tra le altre cose è stata anche il set per il “Racconto dei Racconti” di Matteo Garrone, è stata acquistata per 15,4 milioni di euro dalla Helitrope Limited, una società araba con sede a Dubai. Il primo assegno è già stato depositato e il saldo dell’intera cifra dovrà avvenire fra 120 giorni.

Una scena de “Il racconto dei racconti” di Matteo Garrone

Quello che si è concluso nei giorni scorsi è il terzo tentativo di vendita del castello. Le precedenti aste, tenutesi nel 2015, erano risultate praticamente deserte e quella prevista per il 2016 era stata rinviata. Le sorti di Sammezzano però erano sempre state a cuore a molti, in questi anni infatti più volte erano state lanciate delle petizioni “Save Sammezzano” per salvare il maniero orientalista, praticamente in fase di abbandono, dopo il fallimento della società italo-inglese che lo aveva acquistato nel 1999 senza mai riuscire ad effettuare un vero e proprio rilancio di questo bene culturale unico nel suo genere.

«Da anni si cercava per Sammezzano, un monumento straordinario e unico, la giusta collocazione e soprattutto un proprietario che potesse dare un futuro al castello, rarissimo esempio di architettura orientalista, e al suo parco. Adesso ci confronteremo con la proprietà, aspetteremo un primo intervento per combattere il degrado della struttura e valuteremo i loro progetti. Io sono fiducioso» ha dichiarato Cristiano Benucci, sindaco di Reggello comune del quale fa parte anche la località Sammezzano nella quale si trova il castello.

L’acquisto dell’ex dimora del marchese Panciatichi Ximenes d’Aragona da parte di una società con sede a Dubai rinnova inoltre l’evidente interesse che imprenditori islamici hanno in Toscana, sono molte infatti le proprietà (spesso a cinque stelle, si va dal Four Seasons al St Regis ed Excelsior a Firenze) sulle quali hanno deciso di investire gli arabi nella regione di Dante.
Ancora non è stato diffuso un piano ufficiale per il rilancio, ma, sempre a detta di Benucci, la vendita è già da considerarsi un atto positivo e potrebbe permettere un’effettiva valorizzazione del castello. L’obiettivo per il sindaco è anche quello di trovare un accordo con la proprietà per continuare permettere «compatibilmente con il loro progetto, la fruibilità pubblica del castello, in quanto rappresenta un simbolo per la nostra comunità».

Le procure di Trapani e Catania a caccia di rapporti fra ong e scafisti

Sub-saharan migrants rest at the deck of Golfo Azzurro rescue ship after being rescued by members of the Spanish NGO Proactiva Open Arms, from a rubber boat sailing out of control in the Mediterranean Sea about 21 miles north of Sabratha, Libya, on Friday, Feb. 3, 2017. European Union leaders are poised to take a big step on Friday in closing off the illegal migration routes from Libya across the central Mediterranean, where thousands have died trying to reach the EU, the EU foreign affairs chief Federica Mogherini said. (ANSA/AP Photo/Emilio Morenatti) [CopyrightNotice: Emilio Morenatti]

La polemica sui presunti rapporti fra Ong e scafisti imperversa da settimane. A scatenare il caso inizialmente erano state le polemiche su Fronte e le parole del vicepresidente della Camera Luigi Di Maio secondo cui organizzazioni non governative farebbero da “taxi per migranti” alle quali si sono presto aggiunte le dichiarazioni alla stampa di Carmelo Zuccaro, procuratore capo di Catania impegnato in un’indagine conoscitiva (assieme alle procure di Palermo e Trapani) sui presunti contatti fra organizzazioni umanitarie e trafficanti. «A mio avviso alcune ong potrebbero essere finanziate dai trafficanti e so di contatti. Un traffico che oggi sta fruttando quanto quello della droga. Forse la cosa potrebbe essere ancora più inquietante. Si perseguono da parte di alcune ong finalità diverse: destabilizzare l’economia italiana per trarne dei vantaggi. Se l’informazione è corretta, questo corto circuito non si può creare salvo per effetto di persone che vogliono creare confusione» aveva detto Zuccaro in diretta tv durante la trasmissione Agorà. Ridimensionando poi le sue affermazioni durante l’audizione in commissione Difesa del Senato dove aveva precisato che erano solo dei suoi sospetti e non prove valide in tribunale.
Ora il caso si amplia, perché, come riporta il Corriere, anche Ambrogio Cartosio, il procuratore facente funzioni di Trapani, sentito in audizione alla commissione Difesa del Senato ha dichiarato: «la procura di Trapani ha in corso indagini sull’ipotesi di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina che coinvolgono non le ong come tali, ma persone fisiche appartenenti alle ong» e ha continuato: «registriamo casi in cui soggetti a bordo delle navi delle ong sono al corrente del luogo e del momento in cui si troveranno imbarcazioni di migranti: evidentemente ne sono al corrente da prima e questo pone un problema relativo alla regolarità di questo intervento». Nonostante questo Cartosio ha anche specificato che: «allo stato delle nostre indagini escludo che ci siano elementi per poter dire che i finanziamenti ricevuti dalle ong possano essere di origine illecita ed escludo anche che gli interventi di soccorso delle organizzazioni abbiano finalità diverse da quello umanitarie» cosa che invece è stata prospettata da Zuccaro.
Sulla questione come ovvio, proprio perché riguarda un tema come quello dei migranti dove lo scontro politico è alto e sul quale, come più volte abbiamo scritto su Left, imperversano Fake News, si è polarizzato lo scontro politico. Matteo Salvini nelle scorse settimane per difendere Zuccaro aveva addirittura millantato l’esistenza, subito smentita, di un dossier dei servizi sui rapporti fra scafisti e ong: «Chi attacca Zuccaro se la vedrà con me, sulle Ong esiste un dossier dei servizi stranieri» aveva dichiarato il segretario della Lega Nord. Sotto attacco anche numerosi profili di Ong, da Unicef ad Emergency che pur non essendo impegnata nel soccorso in mare ha dovuto difendersi da numerose false accuse.

 

L’arrivo dei migranti fa bene alla salute

*OR* n.275/10 - Africa: bambini del Congo che ridono

Non solo la nostra economia, ma anche il nostro sistema immunitario ha bisogno dell’apporto dei migranti. È quanto emerge da uno studio condotto da un team di ricercatori del dipartimento di Biologia dell’Università di Firenze e pubblicato da la Stampa. Secondo i biologi, i migranti africani portano con loro una serie di batteri, finghi e microbi che abbiamo perso.

Male, dirà facilmente la xenofobia populista: “È la prova che gli immigrati portano malattie”. Niente di più falso, è vero esattamente il contrario: portano anticorpi. Difese che abbiamo perso, e che sono essenziali alla nostra sopravvivenza, aiutando così il nostro organismo a combattere infezioni alle quali non è più preparato. Il nostro sistema immunitario si è indebolito, anche a causa della sedentarietà della nostra accomodata civiltà. E le malattie, gravi, aumentano. «L’industria alimentare e i suoi processi, la sanificazione, l’utilizzo massiccio di antibiotici negli allevamenti hanno contribuito a debellare molti agenti nocivi, ma hanno finito per estirparne anche di essenziali», spiega al quotidiano torinese Duccio Cavalieri, professore a capo del team toscano.

È questo il motivo dell’esplosione di malattie auto immuni, infiammazioni e allergie che sta colpendo la nostra epoca. La biodiversità microbica, spiegano i ricercatori, consente all’organismo di riconoscere i microrganismi ed eventualmente attaccarli. Ora invece, non conoscendo la varietà necessaria, il nostro organismo reagisce in maniera patogena a qualsiasi novità con la quale entra in contatto e sviluppa infiammazioni.

E come sempre, a rimetterci per primi sono i bambini. Secondo l’Oms, l’Organizzazione mondiale della sanità, uno su 20 soffre di allergie alimentari (con un aumento del 20% in dieci anni): dermatiti (7 per cento), reniti allergiche (15 per cento), asma (9 per cento) per i bimbi dai 6 ai 12 anni. Più grave, è l’esplosione precoce del morbo di Chron: il 25 per cento si ammala prima dei vent’anni. Così come è raddoppiata l’insorgenza – scesa all’età di 10 anni – di infiammazioni intestinali croniche (8 bimbi su 100 mila).

Abbondano artriti reumatoidi, coliti ulcerose, sclerosi multipla, diabete di tipo 1. «La correlazione tra la diffusione e precocità di questi mali e la riduzione della varietà microbica è assodata», traccia Carlotta De Filippo, microbiologa all’Istituto di Biologia e biotecnologie agrarie del Cnr di Pisa.

Sebbene l’ambiente nel quale i bambini africani crescoo sia ben più contaminato, è proprio questo a rendere il loro sistema immunitario forte, preparato e pronto a fare il proprio lavoro. Il motivo principale è il nutrimento: l’industria alimentare è la prima causa di indebolimento del nostro organismo, al quale seguono l’assunzione di poche fibre e proteine vegetali, invece troppi grassi animali e amido raffinato hanno fiaccato la nostra capacità di produrre acidi grassi e antinfiammatori naturali.

In sostanza, la parte più ricca del globo è in realtà la più povera. E dunque non solo il nostro livello culturale ma anche il nostro sistema organico ha solo da imparare e acquisire ricchezza dall’arrivo di queste persone.

 

Caro De Bortoli, perché non l’hai scritto sul Corriere?

Ferruccio De Bortoli, ex direttore del Corriere della Sera, scrive nel suo libro Poteri forti (o quasi). Memorie di oltre quarant’anni di giornalismo appena pubblicato da La Nave di Teseo

“L’allora ministra delle Riforme, nel 2015, non ebbe problemi a rivolgersi direttamente all’amministratore delegato di Unicredit. Maria Elena Boschi chiese quindi a Federico Ghizzoni di valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria. La domanda era inusuale da parte di un membro del governo all’amministratore delegato di una banca quotata. Ghizzoni, comunque, incaricò un suo collaboratore di fare le opportune valutazioni patrimoniali, poi decise di lasciar perdere”.

Sempre su Banca Etruria aggiunge:

L’industriale delle scarpe Rossano Soldini mi ha raccontato di aver avuto molti sospetti sul ruolo della massoneria locale nella gestione dell’istituto. Elio Faralli, che ne fu padre-padrone per circa 30 anni, fino al momento in cui fu costretto a lasciare il timone a Giuseppe Fornasari, era notoriamente un massone. Soldini fece molte domande scomode, in particolare sul ruolo del consigliere Alberto Rigotti, il cui voto, probabilmente invalido, fu decisivo per eleggere Fornasari. Rigotti ebbe prestiti dalla banca, mai rientrati, e finì in bancarotta con il suo gruppo editoriale. I consiglieri dell’Etruria godettero di affidamenti per un totale di 220 milioni. Gli organi statutari erano del tutto ornamentali.

E ancora:

Alessandro Profumo, ex presidente del Monte dei Paschi, il 15 giugno 2016, durante la presentazione del libro di Fabio Innocenzi Sabbie mobili. Esiste un banchiere per bene? (Codice, 2016) rispondendo a una domanda sul tracollo del Monte dei Paschi se ne uscì con questa frase: «La colpa è tutta della massoneria». Se ne parlò poco. Profumo mi spiegherà poi di avere avuto sempre la sensazione che ci fossero fili sotterranei, strane appartenenze. E che il sospetto dei legami massonici emergesse soprattutto quando si trattava di assumere qualcuno, constatando i diffusi malumori per un no inaspettato. E ha usato un esempio dalla Settimana Enigmistica. Unisci i puntini e scopri il disegno. Ma quanti sono i puntini? E qual è il disegno?

Al di là delle evidenze che speriamo (con poca speranza) che possano essere chiarite e al di là di una gestione del potere della truppa renziana sempre piuttosto atipica e bulla rimane un dubbio (poi ognuno decide personalmente se ritenere più affidabile l’uno o l’altra dei personaggi in commedia). Dunque, Boschi sganciata la bomba (per la gioia dei nemici politici della Boschi e di Renzi) e garantito un rumoroso lancio al libro mi sorge una domanda spontanea: ma perché De Bortoli (che personalmente stimo per le posizioni e la schiena dritta) non ha scritto di questo sul quotidiano di via Solferino (di cui tra l’altro è pregiato editorialista, oltre che essere stato direttore fino al 2015)? Perché altrimenti davvero viene difficile comprendere come possa una parte della nostra povera stampa (sempre pronta a incensare il potente di turno) conquistarsi la credibilità che ultimamente è spesso in discussione. Dico, avrebbe avuto tutto un altro senso (sia politico che giornalistico) leggere questi dubbi sul Corriere della Sera, no?

E se qualcuno gliel’ha impedito meglio ancora: i nomi e i cognomi di chi non vuole (sul quotidiano più “prestigioso” d’Italia) che si disturbi il manovratore sono una notizia quasi più succosa di questa della banca Etruria e della Boschi. No?

Buon mercoledì.

Ma ve li ricordate? (un monologo sugli incidenti sul lavoro)

(intervento scritto per il seminario “Nuovi orizzonti per un cantiere sicuro”, Reggio Emilia, 4 maggio 2017)

Ve li ricordate?
A Bari c’è Bartolomeo. Fa Deserio di cognome e ha 43 anni. Sui giornali delle sale d’aspetto dei dentisti e dei parrucchieri ci sta scritto che a 43 anni inizia la giovinezza, che non è più mica come prima. “Splendidi quarantenni”, sotto le foto, sempre così. Bartolomeo tiene pure due figli, come dice lui, uno di quattordici e l’altro di sette. E lo dice come una filastrocca. Dal 1985 lavorava in una grande impresa edile di Bari, di quelle che prendono tutte le commesse che contano laggiù in Puglia. Lui alle 4.30 del mattino si sbarbava, si sbollentava un caffè e prendeva il pulmino che raccoglie gli operai verso Brindisi, dove il cantiere apriva alle 7, mi raccomando puntuali. A dirla tutta lo guidava, Bartolomeo, il pulmino. Pulmino, cantiere, pulmino. Bari, Brindisi, Bari. Rientrava a casa alle 18.30 quando andava bene. Quattordici ore, ad andar bene. Erano le tre del pomeriggio del 1996 quando il martello pneumatico gli si è incastrato nel calcestruzzo tra l’armatura in ferro. Bartolomeo, per disincastrarlo ha fatto un salto indietro, poi due e poi tre per non rimanerci martellato: “grave trauma lombare e conseguente paralisi del verbo sciatico della gamba sinistra” c’era scritto sul certificato del medico. Zoppo a vita, insomma. Patente declassata e una paura fottuta di mostrarsi troppo zoppo. «Quando mi vedono zoppicare cosa penseranno; mi licenzieranno? Come farò a tirare avanti la mia famiglia?», racconta Bartolomeo. E quindi niente, pronto subito al ritorno in cantiere. Sforzandosi di non sembrare storpio. Ma quando 4 anni dopo c’era da scaricare dei tubi senza imbracatura perché il muletto stava impegnato e c’era da fare in fretta quella gamba non ha tenuto: trauma cranico-cervicale, nuovo foglietto. Il capo cantiere si spaventa e Bartolomeo finisce per essere rimbalzato in giro per cantieri, 14, 15 ore al giorno tutti i giorni. E poi giù, sempre peggio. Fino a quando l’azienda lo spedisce alla visita d’idoneità dal medico aziendale: non idoneo. E comincia il tunnel delle carte bollate. Ora Bartolomeo ha una grave osteoporosi vertebrale con crolli di tre vertebre dorsali, il morbo di Chron, una malattia esofagea detta metaplasia di Barrett che è una (malattia precalcerogena), gastrite cronica, ernia iatale, scoliosi e ipercifosi, ernie cervico-dorso-lombare con artrosi, spondilosi, e osteofitosi, prostatite e ipertrofia prostatica, iper- tensione arteriosa, fibrosi polmonari interstiziali, con insufficienza respi- atoria restrittiva sindrome del tunnel carpale del nervo mediano bilaterale ed ulnare di sinistra, tutte e due le braccia rovinate, ossia le ossa e i tendini dei bicipiti dei muscoli laterali e dei sovraspinosi. Lo splendido quarantenne.

Ve li ricordate?
Nicola invece era partito da Caserta per fare l’operaio in una ditta di pasta fresca a Reggio Emilia. Lui, la moglie e la loro bambina. Il 24 maggio del 2005 i carabinieri suonano il campanello della moglie e le dicono che suo marito ci è finito impastato lui, dentro la macchina impastatrice. «È come se mi fossi addentrata in un tunnel buio dove non si vede il fondo, però fatto il primo chilometro, gli occhi si sono abituati alla semi oscurità rendendo meno difficile il cammino, non so verso dove o cosa. Nel frattempo, però, a volte non ho neanche voglia di camminare. Lui è sempre il primo dei miei pensieri quando mi sveglio e l’ultimo prima di addormentarmi. Spesso parlo anche con lui, altre volte invece mi è difficile perché vorrei sentire una risposta da parte sua. È un alternarsi di giorni brutti e di giorni un po’ meno brutti.», racconta lei. Ci ha messo un anno per trovare il coraggio di dirlo alla figlia. Un anno.
Ve li ricordate?
Andrea invece aveva 23 anni. Ve lo ricordate Andrea? Era così felice della sua auto nuova, un’Opel Corsa nera come la notte, comprata a rate. L’Asoplast di Ortezzano l’aveva fatto “grande” e ora poteva avere un’auto tutta sua. “Stampaggio di materiale in propilene, pvc e tampografia”, c’era scritto sui depliant. Il 20 giugno Andrea si alza alle tre e quarantacinque del mattino per essere in fabbrica puntuale per le cinque. Da Porto Sant’Elpidio è un bel pezzo di strada. Alle sei e dieci la macchia tampografica comincia a dare problemi, Andrea le mette in stand-by e ci fruga dentro. Mancavano le “adeguate misure di sicurezza”, dice il processo. La pressa è ripartita è Andrea ci è rimasto dentro con la testa, tra i tamponi. Andrea Gagliardoni.

Ve li ricordate?
Non è mica facile ricordarseli tutti, ‘sto morti ammazzati, rimasti mezzi sderenati, finiti incastrati, mutilati, schiacciati, trinciati, calpestati, investiti, annegati, soffocati, addormentati. Morti. Dico, ve li ricordate?
Bruno Galvani, ad esempio. Bruno non era nemmeno maggiorenne. A diciassette anni era già a libro paga di una ditta artigiana. Cisterne di gasolio per uso domestico e agricoltura e cancellate in ferro: dimmi che lavoro fai e indoviniamo cosa potrebbe ucciderti. Ogni tanto funziona così, qui. Anche se alla fine Bruno dicono che gli “è andata bene”, in fondo. Se non muori sul cantiere o in fabbrica “ti è andata bene” perché in giro da qualche parte del mondo al posto tuo, con un lavoro uguale, ci è già morto sicuramente qualcuno, senza nemmeno bisogno di guardarsi le statistiche. Bruno a diciassette anni lavorava in una squadra da otto, otto operai in tutto, di cui metà minorenni e l’altra metà di anziani che per anzianità si sono eletti capi. “Prendi il muletto e sistema quelle cisterne”, gli ha detto quel giorno il capo. Come se fosse un ordine lanciato di fretta a un cameriere, con la superficialità di chi tiene il punto sulle merci e poi, solo dopo, al massimo, se c’è tempo, sulle perone. Bruno il muletto non l’aveva mai guidato in vita sua, a dire la verità. Ma a diciassette anni e con pochi mesi sulle spalle pensi che se te l’hanno chiesto funziona così. Così ci sono Bruno, il muletto, la ghiaia del piazzale e le caldaie da inforcare. E poi il buio. Come diventa buio quando si scrive, si ascolta o si racconta di questi feriti stramazzati da quattro soldi.
Bruno racconta che quando ha riaperto gli occhi come prima cosa ha pensato al dispiacere che avrebbero provato i suoi, a vederlo per terra tutto pieno di sangue. Non ha pensato a sé; al dispiacere dei suoi genitori. Racconta. E poi i colleghi di lavoro che piangono e la sirena dell’ambulanza che is avvicina. Cento punti di sutura. Gli hanno dato cento punti di suturo, gli hanno riallacciato la testa, come una cerniera. E un anno di ospedale. Più di quanto aveva fatto in azienda. Dopo un anno, i medici, la frase: “non camminerà più sulle sue gambe, caro Bruno”, gli dicono i medici. “Davanti ad una sentenza di questo genere a diciassette anni, credetemi, in quel momento vorresti che l’incidente ti avesse ucciso – lo racconta lui, così, parola per parola – che la tua vita fosse finita in quel momento e pensi che non è umanamente accettabile dover vivere per sempre da paralizzato. E tutto per colpa non dico di un incidente in moto, mentre ti stavi divertendo e facevi il pazzo. No, mentre stavi lavorando per poterti permettere una pizza con gli amici, vestiti nuovi, magari un domani un’auto usata, una vacanza con una ragazza”. Mentre Bruno racconta la sua storia non ha nemmeno un alito di rabbia nella sua voce. “A queste cose si pensa – dice Bruno – e si deve pensare a diciassette anni. Non do- ver pensare se la vita è “finita” oppure no. Se la tua ragazza ti vorrà ancora oppure se non saprà che farsene di un invalido. Che non potrai più sentire il vento nei capelli. Che i tuoi amici non ti considereranno più quello di prima. Che non avevi mai visto in giro fino a questo momento, dove in- vece sei contornato da tante altre persone giovani o vecchie nelle tue stesse condizioni fisiche, una sedia a rotelle e pensavi che una cosa del genere potesse toccare solo agli “sfortunati dalla nascita” o agli anziani. Dopo un anno di ospedale realizzi che il tuo datore di lavoro non è mai venuto a trovarti neanche una sola volta e neppure ti ha mandato una lettera. Dopo un anno di ospedale realizzi che lì, in quel posto dove conosci tutti e tutti conoscono quello che ti serve e quello che pensi e soprat-tutto tanti sono come te, ci stai troppo bene e non vuoi più andartene. Perché andartene vuole dire dover ricominciare a vivere. Vuole dire vedere gli occhi delle persone che incontri per la strada che non ti “guardano” o ancora peggio non ti “vedono”. Vuol dire, in seggiola a rotelle, fare una fatica incredibile per percorrere i marciapiedi della città ingombri di biciclette e bidoni della spazzatura. Vuol dire pensare che alla fine dovrai tornare a lavorare da qualche parte e già ti rendi conto che nessuno ti vorrà perché ti riterranno solamente “un peso sociale”. La storia di Bruno non va nemmeno toccata sulle virgole, va detta così, virgolettata come la dice lui: “Non nascondo che, soprattutto i primi anni, è stata veramente dura accettare una sorte di questo tipo. Ma poi le vicende della vita mi hanno portato a credere ancora in me stesso e nelle persone. E soprattutto a cre- dere che vale sempre la pena accettare le sfide che la vita ti riserva, per- chè cadere e poi rialzarsi è una cosa che dà una forte soddisfazione e so- prattutto ti dà la voglia di cercare di migliorare questa società che è ancora ben lontana dall’essere la società di tutti. Nel corso degli anni ho trovato una persona che mi ha amato e io ho amato lei. Oggi abbiamo due figli e difficilmente penso alla mia condizione fisica, se non davanti agli ostacoli fisici o psicologici che periodicamente ancora incontro. Oggi mi sembra una cosa normale spostarmi su una seggiola a rotelle. Ma ancora oggi non mi sembra normale che così tanti giovani (ma non solo loro) escano di casa al mattino per andare a lavorare e guadagnarsi uno stipendio e non tornano più a casa o ci tornano mutilati per sempre. Perché è vero che la vita non ha prezzo, ma è altrettanto vero che chi ha pagato un prezzo così elevato al benessere economico della nazione merita più rispetto di quello che ha oggi.” Dice così. E poi ringrazia. Perché dice che serve, che la sua storia si ascolti in giro.

Dico, ve li ricordate? No, non ce li ricordiamo mica. Perché una storia di un incidente sul lavoro, che qui dalle nostre parti chiamano morti bianche anche se il sangue è rosso come il sangue di tutti quegli altri, finisce raramente sparata sui giornali o in televisione e quando ci finisce dura giusto il tempo di una commozione tra i due spot pubblicitari. Dico, Paola Clemente, la bracciante. Ve la ricordate? Io confesso che la storia di Paola Clemente è una di quelle che mi sbriciolano il cuore. Sarà che in fondo per chi come me è cresciuto nell’are metropolitana milanese la parola “bracciante” è un suono che sembra provenire da un’altra epoca, da un altro pianeta o forse sarà che immaginare una donna (madre e moglie) che si secca sotto il sole per sgonfiarsi cadavere in mezzo ai pomodori è una storia che ha dentro tutti i peli peggiori: la dignità che si fa salsa, la schiavitù come resistenza ultima alla disperazione, il lavoro quando diventa annullamento della persona e il senso del dovere che si trasforma in giogo mortale.Paola Clemente aveva 49 anni e lavorava dalle 5.30 fino alle tre del pomeriggio, qualche volta anche alle sei, per 27 euro al giorno. Quella busta paga è una lama che affetta un Paese intero. Nemmeno tre pezzi da dieci euro per rinsecchirsi sotto il sole che sale verticale: ma come li spieghiamo questi morti ai nostri figli? Che diciamo a Stefano, suo marito, e a tutti i sopravvissuti della sua famiglia? Sono finite in carcere sei persone: tre dipendenti di un’agenzia interinale di lavoro (avvoltoi sulle costole degli sfruttati) e gli altri anelli di una catena di comando che trasforma le persone in chili di prodotto raccolto e nient’altro. Eppure sei persone, basta poco a capirlo, non possono da sole costruire una giungla che stringe la gola a pezzi interi di Paese. Mentre scriviamo la servitù bene educata continua a macinare vittime; forse non muoiono, riescono a svenire sul letto a fine giornata aggrappati all’ultimo esile respiro ma hanno addosso le stigmate dell’ingiustizia.
C’è un’ombra di giustizia, sul cadavere delle Paole che strisciano nei campi per due euro all’ora. Ma continua a essere notte sotto la calura assassina del sole.

Dico, ve la ricordate Paola? Sì, dai, che questa ve la ricordate.
Le chiamano morti bianche ma sono nere. Spesso in nero. E dai contorni grigi. Mentre scrufugliavo tra le carte per scrivere questi quattro fogli, per venire qui da voi, mi sono imbattuto in un poesia. A proposito di morti bianche. E non ci sarebbe niente di strano se non fosse che la poesia l’ha scritta Carlo Soricelli e Carlo Soricelli è un metalmeccanico in pensione, mica un uomo di lettere e di letture. Morti bianche si intitola. Dice:

Chiamatele pure morti bianche.
Ma non è il bianco dell’innocenza
non è il bianco della purezza
non è il bianco candido di una nevicata in montagna
E’il bianco di un lenzuolo, di mille lenzuoli
che ogni anno coprono sguardi fissi nel vuoto
occhi spalancati dal terrore
dalla consapevolezza che la vita sta scappando via.
Un attimo eterno che toglie ogni speranza
l’attimo di una caduta da diversi metri
dell’esalazione che toglie l’aria nei polmoni
del trattore senza protezioni che sta schiacciando
dell’impatto sulla strada verso il lavoro
del frastuono dell’esplosione che lacera la carne
di una scarica elettrica che secca il cervello.
E’ un bianco che copre le nostre coscienze
e il corpo martoriato di un lavoratore
E’ il bianco di un tramonto livido e nebbioso
di una vita che si spegne lontana dagli affetti
di lacrime e disperazione per chi rimane.
Anche quest’anno oltre mille morti
vite coperte da un lenzuolo bianco.
Bianco ipocrita che copre sangue rosso
e il nero sporco di una democrazia per pochi.
Vite perse per pochi euro al mese
da chi è spesso solo moderno schiavo.

Ecco. Morti bianche così.
Non so se avuto modo di rileggere con attenzione e calma il discorso dell’ottobre scorso del Presidente Mattarella. Perché le parole sono importanti, come diceva quel tale. “La sicurezza sul lavoro è una priorità e costituisce il banco di prova dell’efficienza di un Paese. Sul tema non è accettabile alcun calo di attenzione da parte delle istituzioni e delle forze sociali. Qualsiasi incidente sul lavoro – aggiunge – è infatti intollerabile, e anche una sola vittima infligge al corpo sociale una ferita non rimarginabile”. Ascoltate bene, le parole sono importanti. ”Un Paese moderno si misura anche dalla capacità di creare e conservare ambienti di lavoro sicuri: morire sul lavoro, ammalarsi per una causa professionale o restare invalidi o mutilati a seguito di un infortunio sul lavoro non è accettabile in un contesto industriale avanzato”, scrive il presidente della Repubblica.”Un tema essenziale in questo senso – prosegue Mattarella – è quello dell’effettività delle norme. Non è sufficiente dotarsi di una legislazione sofisticata, occorre altresì che essa venga concretamente attuata, anche nella disciplina di dettaglio”. In quel discorso Mattarella si rivolse quindi alle autorità presenti (era un convegno a Venezia) per invitarle ad adoperarsi “affinché vuoti di legislazione non si traducano in assenze di tutele per i lavoratori e in incertezze applicative per i datori di lavoro”.

È una questione di dignità. Certo. Ma è anche la questione di tutti i sopravvissuti che stanno intorno. Perché di fondo, se ne fossi capace, mi piacerebbe avere le parole per parlare dell’umanità, che si sbriciola in cantiere. Dei legami spezzati, dei padri che non tornano, dei mariti che mancano per costruire il futuro e della puzza che rimane per terra, anche se poi ti concentri a costruirci sopra villette eleganti.
C’è quella storia che è un manifesto. Si chiamava Mihai Istoc, aveva 45 anni, era un operaio, un operaio rumeno. Uno di quelli che le statistiche non ci entra nemmeno. Nemmeno l’onore di essere contato tra i morti perché lavorare in nero significa anche non meritarsi uno sputo di necrologio sincero. Mihai l’hanno trovato in un bosco, come Biancaneve. Ma morto. A Vignole di Montafia. Nel 2009. Ci sono voluti anni per capire che era caduto da un ponteggio. Stava lavorando ai lavori di ristrutturazione di una colletta a Venaria e poi s’è messo in testa di morire in un posto dove non doveva essere. Per questo il cadavere l’hanno portato nel bosco. Mi viene in mente che forse, oltre ad arrestare le persone, bisognerebbe essere capaci di arrestare i meccanismi del cervello che scattano convincendo qualcuno di poter nascondere un morto facendo finta che non esista. Ecco, storie così non sono solo mica storie di regole. Sono argini che si rompono nel campo della dignità e dell’umanità. Una cosa così. Non si può scrivere in una legge che si dovrebbe trattare qualsiasi operaio come se fosse un figlio. Ma il senso è questo. Ve lo ricordate Vincenzo Orfano? Quel maledetto mercoledì mattina doveva essere in servizio al cimitero, Vincenzo. E invece verso le 11, dopo aver timbrato il suo cartellino marcatempo, qualcuno l’ha chiamato per un sopralluogo nella sua abitazione privata, per effettuare alcuni lavori. E Vincenzo Orfano, 53enne bacolese, forse per sbarcare il lunario, forse per fare un favore ad un “amico”, si è recato sul posto, salendo su un’impalcatura di circa quattro metri dalla quale è caduto trovando la morte. Quando l’hanno chiamato, Vincenzo, che di mestiere faceva l’imbianchino, non se l’è fatto dire due volte. Si è allontanato dal lavoro e si è recato a casa dell’impiegato comunale. È salito su quella maledetta impalcatura mobile, ad un’altezza di quattro metri, e da lì è precipitato schiantandosi al suolo. L’uomo è stato immediatamente soccorso e trasportato all’ospedale Santa Maria delle Grazie di Pozzuoli dove, purtroppo, è giunto ormai cadavere. Dalle successive indagini, i carabinieri si sono recati a casa dell’impiegato comunale, dove l’uomo si trovava con la moglie. Scrivono i giornali dell’epoca che “nel corso del sopralluogo, gli “007” hanno scoperto che i lavori non erano regolarmente autorizzati e che l’imbianchino 53enne non era in possesso dei previsti requisiti tecnico-professionali per svolgerlo. Inoltre, particolare ancora più inquietante è che quando i due committenti si sono accorti della tragedia avrebbero provveduto a ripulire il luogo dell’incidente dalle macchie di sangue, occultando l’impalcatura mobile e gli attrezzi da lavoro al fine di depistare le indagini”.

Qui il cantiere è solo un luogo, come il candelabro nei gialli dove bisogna scoprire l’assassino, ma la molla è la stessa. Perché oltre alle leggi è la cordialità, che manca. Quella che sta proprio nel senso della parola. Cordialità, sentire con il cuore. E queste storie, tutte, il cuore lo fanno scoppiare. Non è questione di sicurezza sul lavoro. Non solo. Qui si tratta di mettere in piedi un cantiere, un cantiere permanente, più che autorizzato, addirittura indispensabile, per costruire un Paese migliore. Buon lavoro.

Buon martedì.

 

Ogni borgo in Italia ha un volto. Calamandrei e la lotta antifascista che portò all’articolo 9

Calamandrei a Viterbo

La figura del giurista Piero Calamandrei spicca nella storia della Resistenza e non solo. Nato nel 1889 a Firenze (dove morì nel 1956) è stato fra i fondatori del Partito d’azione. Nello spettacolo L’aria della libertà che va in scena l’ 8 maggio all’Olimpico a Roma, lo storico dell’arte e presidente di Libertà e giustizia Tomaso Montanari ne ripercorre la vicenda umana e politica. Scritto con Nino Criscenti, il testo drammaturgico, sul palcoscenico, prende vita grazie alla voce di Montanari, ai filmati dell’Istituto Luce e alla proiezione di foto d’epoca. Una selezione di quelle immagini compare in queste pagine in cui pubblichiamo stralci del copione. Ad accompagnare Tomaso Montanari dal vivo il clarinetto di Luca Cipriano, il violino di Francesco Peverini, il violoncello di Valeriano Taddeo e il pianoforte di Marco Scolastri. La partitura comprende brani di Stravinskij, Casella e Šostakovič. Lo spettacolo comincia col racconto di una gita del 6 marzo 1938: in primo piano una foto con Pancrazi e Calamandrei in piazza a Stia, nel Casentino. Insieme al giurista e futuro costituente c’è il filologo e latinista Ugo Enrico Paoli che nel 1925 aveva firmato il Manifesto degli intellettuali antifascisti redatto da Benedetto Croce. Nel 1933 ha cercato di partecipare al concorso per la cattedra di letteratura latina ma gli è stato impedito “per mancanza di tessera fascista”. Con loro c’è anche Luigi Russo che all’epoca insegnava Letteratura italiana all’ateneo pisano, da tempo il regime lo teneva sotto controllo. Ora, però, lasciamo la parola a Montanari:

 

Insegnava Diritto civile all’università di Firenze, antifascista fin dal primo momento, già nel 1920 al fianco di Gaetano Salvemini e dei fratelli Rosselli nei primi nuclei organizzati di opposizione al regime. Hanno fatto qualche chilometro e li troviamo tra i resti del castello di Romena.
Calamandrei mandava a tutti i partecipanti alle gite le foto di quel giorno e nel tergo scriveva qualche commento scherzoso. Come in questa: «foto di Romena popolata di una bella ragazza e di brutti professori».
Racconta Calamandrei: «Non ci bastava il paesaggio: si andava in cerca di paesaggi con figure». Figure storiche, figure umane, punti di riferimento in un’Italia devastata dal fascismo. Al castello di Romena le figure sono care, sono Dante ma anche D’Annunzio: Dante ci passò nel suo esilio, lo cita nel XXX dell’Inferno; D’Annunzio nel 1901 e vi scrisse L’Alcyone.
Si misero allora a declamar poesie. «È che certi paesi e terre nostre – ricorda Pancrazi – muovono il ricordo e il sentimento dei poeti; e vi si mescolano e fanno con essi quasi le pagine di un solo libro. Allora nasce dentro come un intenerimento; e si sente allora, come non mai, di voler bene, molto bene all’Italia».
Si misero allora a declamar poesie. «È che certi paesi e terre nostre – ricorda Pancrazi – muovono il ricordo e il sentimento dei poeti; e vi si mescolano e fanno con essi quasi le pagine di un solo libro. Allora nasce dentro come un intenerimento; e si sente allora, come non mai, di voler bene, molto bene all’Italia.
Un grande amore, dirà Calamandrei: «C’era prima di tutto un grande amore, proprio direi una grande tenerezza, per questo paese dove anche la natura è diventata tutta una creazione umana …» (…)
Urbino 9 maggio 1937
Per molti anni, dal 1935 fino alla guerra, le nostre passeggiate domenicali – dice Piero – ci dettero l’illusione di un ritorno per qualche ora dalla barbarie alla civiltà”. Un’illusione che Luigi Russo perde già all’edicola di Urbino dove campeggiano questi strilli: IX MAGGIO APOTEOSI DELLA VITTORIA AFRICANA – L’IMPERO FONDATO DAL DUCE è presidiato dal coraggio indomabile e fecondato dalla strenua fatica del popolo italiano
L’Italia imperiale. I annuale dell’Impero 9 maggio 1937 (…)
Si apre il racconto più drammatico, l’ultima passeggiata di Nello Rosselli, poche settimane prima dell’assassinio.

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L’impiccato e la bambina morta nel sacchetto

Mi si perdoni se non mi accodo alla vittoria francese del tecnocrate contro la fascista e se non spendo queste poche righe per sottolineare come Renzi, proclamato segretario del Partito di Renzi, abbia accusato il governo di “avere rifatto il CNEL” (pronunciato esattamente così) dimenticando di essere al governo. A me, da ieri, non riesce ad andare via dalla testa la bambina morta a Trieste e il ragazzo impiccato ai bordi dei binari della Stazione Centrale di Milano.

Lei era in una busta di plastica del supermercato, ai piedi di un muro sgarruppato, ed è stata segnalata da alcuni passanti che hanno allertato i soccorsi. Dicono che sia arrivata in ospedale in condizioni gravissime. Il certificato di morte dice che è mancata alle 19.58.

Il ragazzo invece ha qualcosa come venticinque o trent’anni, non ci è dato di sapere. Non ha documenti. Scrivono “probabilmente di origine africane”. Un continente intero. E non si sa altro. Il corpo appeso era in via Ferante Aporti al numero civico 81. Quello è il suo approdo.

Nessuno dei due ha un nome. Lei perché la disperazione (degli altri) l’ha affossata prima ancora che scoprisse la speranza e lui perché rientra in quell’umanità che in Europa è il percolato di quella normale, istituzionale. Io non so voi ma a me, due storie così nello stesso giorno, mi spezzano il fiato. E cola il silenzio della politica padrona pronta a scannarsi su un topo, su un gommone fuori rotta, un sacchetto d’immondizia sul marciapiede e ancora una volta su due casi così profondamente drammatici e umani non balbetta nulla.

Perché rimangono smutandati, questi, davanti al dolore.

Buon lunedì.

Gli animali fantastici dei Sapiens

Deserto di Atacama

Mentre alcune vallate del deserto di Atacama si stanno tingendo di colore per una inaspettata e leggerissima fioritura dovuta al fenomeno climatico del Niño, quello che in realtà è il luogo più arido della terra ci trascina, con le sue testimonianze rupestri, in una seducente riscoperta del primo affacciarsi umano sul pianeta.
Ci troviamo in Cile, accolti dalla municipalità di Santiago, per delle ricerche in comune con l’università statale sui caratteri delle culture costruttive locali, e non possiamo dimenticare la regione del Norte Grande che ospita il celeberrimo deserto di Atacama, luogo di primitiva bellezza, sorta di altopiano compreso tra due svettanti catene montuose costellate di vulcani, che deve a questa insolita protezione la sua estrema aridità, ma che ha sempre ospitato segmenti di popolazioni coraggiose e di cultura raffinata.Il Cile è un incredibile territorio che offre, in una strettissima striscia di suolo abitabile, una gamma cangiante di situazioni climatiche e ambientali da lasciare senza fiato. Si passa dalle regioni preantartiche della Terra del Fuoco culminanti nel capo Horn alle regioni nordiche (e calde) a cavallo del tropico del Capricorno. L’orografia del paese è già un documento di identità: il corrugarsi in Cordigliera della crosta sudamericana, un tempo sommersa, sotto la spinta formidabile della placca oceanica ha generato un enclave protetta ad est dalla catena andina (cime sui 6000 metri) e limitata ad ovest dal Pacifico: nel mezzo una esigua fascia (mediamente larga poco più di un centinaio di chilometri ma allungata ben oltre i 4000) dove si può incontrare di tutto, dal deserto assoluto ai ghiacciai perenni, passando dai lama ai pinguini… ( continua su Left in edicola)

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«Per Gramsci la religione è necessaria»: le falsità del Vaticano

© Alfred Jaar - Maxxi Roma - Gramsci

Che il Cristianesimo sia stato un grande “aggregatore” di riti e culture preesistenti è ormai un fatto incontrovertibile. Il culto del dio Mitra, inglobato in quello di Gesù, o la resurrezione di Cristo che era in origine la rinascita della natura per i popoli pagani, sono solo alcuni esempi. E non ci si è limitati ad assumere alcuni principi cardine da altre culture – copiando un po’ il modus operandi dell’Impero Romano. La Chiesa cattolica furbescamente nel corso dei secoli ha anche tentato di “assorbire” personaggi che nulla avevano a che fare con la religione. L’ultimo, in ordine di tempo, è Antonio Gramsci.
Nell’ottantesimo anniversario della morte (27 aprile 1937) L’Osservatore Romano ha dedicato un articolo a firma di Franco Lo Piparo proprio all’autore dei Quaderni dal carcere. Con un titolo ad effetto: “Per Gramsci la religione è necessaria”.
Lo Piparo conosce bene l’opera gramsciana. Come linguista, ha scritto nel 1979 Lingua, intellettuali egemonia in Gramsci (Laterza) e Il professor Gramsci e Wittgenstein: il linguaggio e il potere (Donzelli, 2014) mentre avevano sollevato molte polemiche i due libri scritti sempre per Donzelli I due carceri di Antonio Gramsci, la prigione fascista e il labirinto comunista (2012) e L’ enigma del quaderno: la caccia ai manoscritti dopo la morte di Gramsci (2013) in cui accennava all’ipotesi di un quaderno fatto sparire da Togliatti perché Gramsci vi avrebbe esposto tesi eretiche sul comunismo. Com’è possibile che uno studioso che conosce a fondo gli scritti gramsciani si sia prestato ad un’analisi così parziale come quella su L’Osservatore Romano? Parziale o strumentale? Anche Lo Piparo, secondo la “moda” sottolineata in questi giorni di celebrazioni gramsciane, sembra che abbia preso un “pezzetto” di Gramsci, quello che gli faceva comodo per sostenere la sua tesi, ovvero che per Gramsci «la religione è un bisogno dello spirito» e quindi, essendo “necessaria”, la conclusione non può essere che una: anche Gramsci è religioso. O al più, accondiscendente nei confronti delle religioni, come accade a tanti laici devoti dei nostri giorni.
Ma andiamo per ordine. Nell’incipit del pezzo su L’Osservatore romano si riportano alcune frasi di un articolo che il 25enne giornalista aveva scritto il 4 marzo 1916 su l’Avanti nella sua rubrica Sotto la mole. «La religione è un bisogno dello spirito. Gli uomini si sentono spesso così sperduti nella vastità del mondo, si sentono così spesso sballottati da forze che non conoscono, il complesso delle energie storiche così raffinato e sottile sfugge talmente al senso comune, che nei momenti supremi solo chi ha sostituito alla religione qualche altra forza morale riesce a salvarsi dallo sfacelo». Lo Piparo, estrapolando queste frasi dal testo di Gramsci e su cui costruisce il suo articolo, cancella in un colpo solo tutto l’impianto teorico gramsciano, teso a fondare quell’egemonia culturale che avrebbe dovuto portare all’emancipazione delle classi subalterne. Questa, come ha detto su Left n.16 lo storico Angelo d’Orsi, è stata la stella polare per Gramsci mai abbandonata nemmeno nei dieci anni trascorsi in carcere. E in quel lungo e tormentato periodo non è certo diventato religioso. Logico invece che nella sua ricerca filosofico-politica, vi fosse la necessità di studiare la religione, che non a caso nei Quaderni lega spesso alla cultura popolare e al senso comune. Gramsci si rende perfettamente conto che è un “bisogno” delle persone “semplici” ma è un dato di fatto, da superare. A questo bisogno religioso delle masse non emancipate contrappone invece il senso della storia e della possibilità di trasformazione del mondo. Per questo motivo tutto ciò che ostacola il libero arbitrio e l’emancipazione dell’uomo va analizzato per essere contrastato: è questo il fil rouge che sta dietro alle sue note sulla cultura e il mondo dei Quaderni. La religione, il Vaticano, la cultura cattolica e l’organizzazione cattolica: tutto va studiato. Non a caso quando nel Q.14 analizza il compito dei giornali nel mappare i movimenti intellettuali, sostiene che devono seguire attentamente tutti i centri e gruppi culturali che operano in Italia, soprattutto quelli cattolici.

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