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I confini del mondo

Centro Permanenza Temporaneo, Adrian Paci

Qualche giorno fa, parlando con una giornalista, mi è capitato di rispondere ad una domanda semplice ma a cui in effetti non ero assolutamente preparato. “Ma dimmi, e ora cosa sta succedendo nell’area che seguiva Fagioli?” In effetti è una domanda a cui non ho una risposta precisa perché in effetti non so cosa stiano facendo le persone che facevano ricerca con lo psichiatra Massimo Fagioli. Non ne ho la più pallida idea. E il motivo è semplice: non c’è un’associazione o un gruppo o un qualcosa che mette insieme quelle persone se non l’interesse, la ricerca e un pensiero che dicono che una realtà umana diversa è possibile.
Sono persone che non fanno riferimento ad un partito, non fanno riferimento a qualcuno o qualcosa di specifico. Mi azzarderei a dire che anche quando Fagioli era vivo non era un fare riferimento specificamente a lui. C’era un fare riferimento ad un pensiero. E c’era uno stare insieme irrazionale. Con un fine di ricerca personale e collettiva. E poi naturalmente c’era Fagioli con la sua straordinaria intelligenza e capacità di rapporto…
Questo forse vuol dire la parola realtà umana diversa ?
Continuando la chiacchierata con la bella giornalista mi sono ritrovato a dirle una cosa per me ovvia ma che ho scoperto non lo era affatto per lei.
Le ho detto che Fagioli sosteneva il fatto che nella realtà psichica non cosciente c’è un’intelligenza che è di molto superiore, nel senso della capacità di comprensione e rapporto con il mondo e con gli altri esseri umani, di quella cosciente.
Che poi in fondo il grande lascito del pensiero di Fagioli è questo: il cosiddetto inconscio umano non è affatto un deposito di ricordi o di idee perverse senza capo né coda. Il cosiddetto inconscio, che Fagioli preferiva chiamare realtà psichica non cosciente è una realtà, nel senso di una cosa esistente, che ha rapporto con il mondo e che può manifestare un’enorme intelligenza.
È il pensiero che può manifestarsi nella veglia in diverse forme. Può essere l’arte di un genio come Picasso o la musica di Mozart o le scoperte geniali di Einstein.
E fin qui tutti sono d’accordo. Fagioli dice però che questa intelligenza può essere di tutti! Perché la sua origine è alla nascita. È lo stesso pensiero che compare nei sogni che non sono residui senza importanza dell’attività diurna. Sono pensiero altrettanto importante e valido del pensiero razionale e cosciente.
È un’intelligenza che parla dell’umano più vero perché ha rapporto con esso in maniera profonda ed esatta.
Certo, può capitare che questa intelligenza… sia nascosta… o ferita… magari addirittura non ci sia più, perché ignorata come se non esistesse… ignorata e uccisa là dove si dovrebbe sviluppare, dopo la nascita del bambino. Ignorata e uccisa da millenni di pensiero religioso e razionale.
È questo forse l’ultimo grande confine. La linea oltre la quale l’uomo moderno non riesce ad avere la forza di immaginare qualcosa di nuovo. Nel 1492 la scoperta dell’America ha costretto l’uomo ad allargare i confini del proprio pensiero. L’enorme vastità del mondo non era più compatibile con il pensiero aristotelico e religioso. La presenza di esseri umani al di là dei confini del mondo… metteva in crisi le certezze del pensiero religioso. L’essere umano è stato costretto a realizzare che i confini non esistevano fuori di sé… erano in realtà dentro di sé.
Galileo poi… Giordano Bruno e Caravaggio. I confini del mondo interno sono stati superati da menti geniali. Che hanno manifestato la loro intelligenza inconscia non onirica in pensieri e rappresentazioni di immagini… scritti ed immagini che parlavano e dicevano qualcosa che non era mai stato pensato prima. Non erano sogni.
Oggi come 525 anni fa i confini del mondo sono dentro di noi. Perché il mondo non ha confini, non li ha mai avuti.
È necessaria l’intelligenza nuova che sta nell’inconscio dell’essere umano per superarli, come sempre è stato nella storia dell’umanità. I geni sono i precursori, quelli che aprono la strada. Noi, dobbiamo soltanto avere il coraggio e l’intelligenza di studiarli, quei geni. E di realizzare, anche noi, una nuova umanità.

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Il grande SalTo oltre il confine

A recently painted mural by British graffiti artist Banksy, depicting a workman chipping away at one of the stars on a European Union (EU) themed flag, is pictured in Dover, south east England on May 8, 2017. / AFP PHOTO / Daniel LEAL-OLIVAS / RESTRICTED TO EDITORIAL USE - MANDATORY MENTION OF THE ARTIST UPON PUBLICATION - TO ILLUSTRATE THE EVENT AS SPECIFIED IN THE CAPTION (Photo credit should read DANIEL LEAL-OLIVAS/AFP/Getty Images)

Guarda “Oltre il confine” la trentesima edizione del Salone del libro di Torino. Non solo perché con questo titolo si dipana un programma ricco di incontri dedicati al tema delle frontiere, come orizzonte da raggiungere, come superamento dei paraocchi imposti dalle ideologie. Ma anche perché il Lingotto si presenta quest’anno come un vero e proprio laboratorio di riflessione su un tema urgente e drammatico come quello dei nuovi muri costruiti dal razzismo, dal pregiudizio, dalla paura legata all’insicurezza su cui soffiano le destre.
«I libri sono uno strumento importante per comprendere la complessità della realtà che stiamo vivendo», accenna il direttore del Salone, lo scrittore Nicola Lagioia, introducendo il tema dell’edizione 2017 che si apre il 18 maggio dopo una lunga serie di incontri con autori e artisti che sono stati letteralmente presi d’assalto dal pubblico, anche quando protagonisti non erano rockstar come Patti Smith. Nell’agosto scorso, quando l’Associazione italiana editori (Aie) annunciò la nascita di una propria fiera dell’editoria che si sarebbe dovuta tenere quasi nelle stesse date di quella torinese, i giornali suonarono il de profundis per la storica kermesse piemontese. Ma non avevano previsto la capacità di reagire del neo direttore e del suo autorevole staff (di cui fanno parte, fra gli altri Vincenzo Trione, Alessandro Grazioli, Daniele De Gennaro) supportati da una settantina di editori indipendenti che uscendo dall’Aie hanno fondato l’Associazione amici del Salone del libro di Torino. I numeri hanno già dato loro ragione. “Tempo di libri”, il festival voluto dall’Aie che si è tenuto a Milano il mese scorso, ha ottenuto una risposta del pubblico inferiore alle attese ed è stato un flop. Mentre gli editori indipendenti sono accorsi a Torino, tanto da costringere gli organizzatori ad ampliare gli spazi commerciali. La massiccia diaspora degli editori piccoli e medi generata dall’improvvida decisione dell’Aie (dettata dagli interessi dei grandi gruppi editoriali) comunque vada, fa già parlare di una edizione storica. «Si può ben dire – commenta Lagioia, ridendo – non solo perché ricorre il trentennale! Ma anche perché questa edizione rischiava di non esistere se le cose fossero andate secondo le previsioni dei giornali. Ora però permettimi di dire che se fosse accaduto qualcosa al Salone del libro sarebbe stato da dissennati. Non solo per una questione editoriale, non solo perché sarebbe stata spazzata via una collettività che è quella che si coagula da trent’anni, anno dopo anno, sempre più solida intorno alla manifestazione, sarebbe anche stato un atto aggressivo contro il territorio, un gesto distruttivo dell’indotto (un giro di affari di 50 milioni di euro, fra alberghi, ristoranti ecc.). Insomma sarebbe stata una lotta fratricida e abbiamo cercato di smontarla. Intendiamoci – precisa il direttore editoriale del Salone – non è che non possano esistere due o tre saloni del libro. Ce ne possono essere quanti ne vogliamo, ma non possono essere il frutto di una spaccatura all’interno del mondo dell’editoria, non possono mettere l’una contro l’altra due regioni. Qualsiasi nuova iniziativa dovrebbe nascere con una concertazione». Quindi, per il prossimo anno? «Starà agli uomini e alle donne dell’editoria, del mondo culturale delle istituzioni mettersi d’’accordo. L’Aie dovrebbe essere rappresentativa di tutto il mondo editoriale italiano. In questo senso l’idea che aveva lanciato inizialmente di fare un Salone del libro al sud mi pare una cosa sensata per tutto il mondo del libro. È meno utile moltiplicare i saloni là dove i livelli di lettura sono gli stessi del nord Europa».
Tanto meno dunque aveva senso spostare il Salone del libro a Milano? «Il Salone è inamovibile perché, ribadisco, è una tradizione consolidata negli anni. È come se uno dicesse “voglio togliere il palio a Siena”, “voglio togliere il festival teatrale a Edimburgo”, mi sembra proprio una follia. Trasferendomi a Torino ho toccato con mano l’affezione dei torinesi per il loro Salone. Lo riconoscono come una parte della propria identità, se glielo si toglie non è più una guerra fra editori – che per fortuna siamo già riusciti a scongiurare – ma diventa un conflitto fra territori, diventa la guerra della Lombardia contro il Piemonte».
Cosa farete per evitare ulteriori conflitti? «Ora aspettiamo di incontrare la comunità dei lettori. È la prova più importante. Dopo averla superata, daremo una mano, purché non vada a detrimento del Salone di Torino». E neanche, speriamo, a scapito dei lettori. «Con date così ravvicinate fra Tempo di Libri e il Salone come è accaduto quest’anno, chi è stato danneggiato di più è il mondo dell’editoria. Aziende piccole e medie si sono trovate davanti a un bivio: dover scegliere fra due due fiere perché entrambe non riescono a farle oppure hanno dovuto auto imporsi uno sforzo che si sarebbero volentieri risparmiato. Dunque – sottolinea Lagioia – l’auspicio è che questo strappo venga ricucito, anche perché poi se uno si va a leggere i dati vede che i lettori nell’ultimo anno sono diminuiti. Questo significa che le campagne di promozione dei libri sono servite poco o nulla». Durante un incontro «con una esperta come Annamaria Testa – prosegue il direttore editoriale del Salone – a vedere le campagne Tv della promozione alla lettura veniva da piangere. Libri trattati come pacchi di biscotti, sembrava di vedere le campagne del Mulino bianco con gente vestita in completi chiari, in un campo, che legge. Un’ottica completamente sbagliata per il tipo di emozione che dovrebbe suscitare. Basterebbe guardare le campagne tedesche, francesi, ma anche quelle egiziane, per imparare qualcosa. Anziché tornare a fare le guerre fra Guelfi e Ghibellini sarebbe meglio verificare l’efficacia del lavoro svolto fin qui».

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«Ho visto migranti trattati come schiavi nelle mani delle milizie libiche»

Le foto di Narciso Contreras sono un atto d’accusa incontrovertibile. La Libia è ormai una prigione a cielo aperto dove i migranti vengono bloccati e sottoposti a ricatti e violenze inenarrabili. Il reportage  Lybia: A Human Marketplace racconta come la Libia – con cui l’Italia ha stipulato un’intesa per il controllo del fenomeno migratorio (v. il prossimo numero di Left) – «invece di essere un luogo di transito per i migranti nel loro cammino verso l’Europa sia diventata effettivamente un mercato del traffico dove le persone vengono comprate e vendute quotidianamente». A parlare è Emeric Glayse, direttore del Prix Carmignac. Il prestigioso premio di fotogiornalismo creato dalla omonima Fondazione nel 2009 con l’obiettivo di investigare le aree del mondo dove vengono violati i diritti umani, per la prima volta ha sostenuto il lavoro di un fotografo mentre si trovava all’opera, mettendo in collegamento gli operatori sul territorio, gli analisti e le Ong. Dopo sei mesi di lavoro ecco Lybia: A Human Marketplace la mostra itinerante che si conclude sabato 13 maggio a Palazzo Reale a Milano (dopo Parigi) e che in seguito toccherà Londra. Sulla situazione in Libia e sul suo modo di lavorare, abbiamo rivolto alcune domande a Narciso Contreras.

Quando ha pensato e si è accorto che la Libia non era solo un percorso per migranti verso destinazioni europee, ma l’area principale per il traffico di esseri umani? 
Non si tratta solo di quello che penso, ma di quello che ho visto e documentato. Ho iniziato un progetto in Libia in seguito all’ipotesi di una crisi di migranti umanitari nel bel mezzo di un conflitto tribale nel Paese nordafricano. Ma tutto quello che avevo ipotizzato  è stata superato da quello che ho visto durante i mesi di lavoro: un mercato umano gestito da milizie legate alle reti mafiose. Ce ne siamo accorti quando mi sono allontanato dai canali ufficiali imposti dall’ufficio stampa di Tripoli.  Ho visitato infatti centri di detenzione dove i migranti sono stati venduti tra le stesse milizie e ho raccolto testimonianze di schiavi nelle mani dei membri della milizia, uno di questi era il direttore di un centro di detenzione a Surman. Insomma, la Libia è diventata un mercato del traffico dove le persone vengono comprate e vendute quotidianamente. Un mercato del traffico di esseri umani e della schiavitù: ecco è questo oggi il vero volto della crisi migratoria in Libia.
È riuscito a parlare con i detenuti nei centri di detenzione?
Ho raccolto diverse testimonianze di detenuti nei centri di detenzione per i migranti lungo il percorso del traffico di esseri umani dal sud della Libia, nel deserto del Sahara, fino alla linea di costa nord-ovest. Come accennato sopra, ho intervistato due schiavi (entrambi nelle mani dei membri della milizia) e molti altri migranti in diversi centri di detenzione a Misrata, Garabuli, Tripoli, Surman e Zawyah.
Ho fatto intervistare contrabbandieri nel sud del Paese, “middle men” (quelli secondi in carica dopo i contrabbandieri) e anche migranti che vivono e lavorano in Libia che stavano raccogliendo denaro per pagare il riscatto chiesto dalle milizie per liberare i loro amici dai centri di detenzione. Tutte queste testimonianze e interviste hanno vita al libro che abbiamo pubblicato, Libya: A Human Marketplace.
È rimasto nel Paese per diversi mesi: può dirci qual è la situazione all’esterno dei centri di detenzione?
La Libia è un Paese che lotta per sopravvivere. L’economia è distrutta. Non c’è un governo unificato ed è per questo motivo che il Paese è frammentato e nelle mani di gruppi di miliziani, venuti su dalla caduta di Gheddafi. Non ci sono istituzioni governative che rappresentano la volontà della gente. Così, le milizie hanno acquisito abbastanza potere per gestire il Paese. Nel caos, sono diventati fiorenti tutti i mestieri illegali: il traffico di esseri umani, la schiavitù, il contrabbando illegale di petrolio, benzina, antiquariato, minerali, pietre preziose e armi.
I libici sono consapevoli delle condizioni all’interno dei centri di detenzione e se sì qual è la loro reazione?
Temo che la maggior parte del popolo libico non sappia esattamente cosa stia succedendo all’interno dei centri di detenzione. Ancora di più, non se ne preoccupano. Sono preoccupati soprattutto per il Paese che si sta deteriorando. Questa è una questione molto delicata. Per capire meglio ciò che la crisi dei migranti significa per il popolo libico dovremmo guardare indietro alla storia e contestualizzare la situazione in termini di relazioni tribali e etniche nel corso di decenni e secoli. Per la maggior parte degli Arabi libici, gli africani neri sono considerati persone di seconda classe. Gli africani neri sono il motore dell’economia del Paese: su 6 milioni di popolazione, ci sono 3 milioni di migranti (non riconosciuti ufficialmente) che entrano ed escono dalla Libia. Lavorano in edilizia, agricoltura, servizi, ma non si mescolano tra loro: gli africani neri vivono separati dagli Arabi libici. I migranti africani in Libia sono condannati a vivere in un ghetto (o all’interno di centri di detenzione). Sono sempre stati vulnerabili.
Nella sua biografia si trovano lavori in cui racconta l’alto costo nelle vite umane causato dalle guerre. Ed è un lavoro, il suo, che mette a rischio la professione del fotoreporter perché con le sue immagini documenta la realtà. Che tipo di problemi incontra e come riesce a risolverli?
I pericoli che affrontiamo sul campo sono proprio il rischio intrinseco alla nostra professione che non è sempre la benvenuta in certe aree del mondo. Ciascuno dei reportage ha un proprio livello di potenziali circostanze inattese. Allora quello che faccio è progettare sulla base di logistica e protocolli per minimizzare il più possibile i rischi potenziali durante il lavoro. Da qui capisco e poi cerco soluzioni giorno per giorno.
Cosa significa tornare alla routine e alla vita quotidiana ogni giorno?
La cosa essenziale è cercare di mantenere in equilibrio i diversi aspetti della vita. Non sono un fotoreporter 24 ore al giorno per sette giorni. Questo è solo uno tra i diversi interessi e impegni che ho nella mia vita. Sono padre di una bellissima bambina e faccio ricerche in campi diversi quando non sono concentrato su un progetto fotografico. Fotografia e fotogiornalismo pertanto sono un’occupazione temporanea che però mi permette di concretizzare progetti in cui sono impegnato.

Il reportage di Narciso Contreras è stato pubblicato sul numero di Left n.17 del 5 maggio

 

 

© Narciso Contreras for the Fondation Carmignac – Al Toum, Libya, marzo 2016. Miliziani Tebu pregano nel deserto al tramonto, ben al di là della frontiera che separa il sud della Libia e il Niger.

© Narciso Contreras for the Fondation Carmignac – Abrugrein, Libya, maggio 2016. Camion civile coperto di simboli dello Stato Islamico trivellato di colpi e abbandonato sulla strada di Abu Grein nell’ovest della Libia.

© Narciso Contreras for the Fondation Carmignac – Zawiyha, Libya, giugno 2016. Migranti e rifugiati subsahariani chiedono la loro liberazione nel centro di detenzione di Zawiya. Il direttore del centro (che non compare qui) si trova davanti alla cella e minaccia di colpirli con un bastone se non si calmano.

© Narciso Contreras for the Fondation Carmignac – Garabuli, Libya. Gasr Garabulli, marzo 2016. Migranti mendicano acqua, sigarette o cibo e la loro liberazione dal centro di detenzione di Gasr Garabulli.

© Narciso Contreras for the Fondation Carmignac – Tajoura, Libya. Tagiura, maggio 2016. Migrante subsahariana, sulla riva di Tagiura, dopo il suo arresto nel Mediterraneo da parte delle guardie costiere libiche.

© Narciso Contreras for the Fondation Carmignac – Surman detention camp in the west of Libya. Surman, Libya.
Sorman, giugno 2016 Clandestine che, dopo essere state vendute dale milizie che dirigono il campo di detenzione di Sorman all’ovest della Libia, fanno la coda nel cortile della prigione per prepararsi a essere trasferite in un altro centro di detenzione.

© Narciso Contreras for the Fondation Carmignac – Surman, Libya. Sorman, giugno 2016. Fotografie dei migranti subsahariani morti nel deserto affisse sul tabellone delle informazioni della polizia all’ingresso di un centro di detenzione per clandestini di Sorman. Altre fotografie mostrano migranti arenati lungola costa (ma che non compaiono qua). Lo scopo è terrorizzare i detenuti quando camminano nel corridoio.

© Narciso Contreras for the Fondation Carmignac – Surman, Libya. Sorman, giugno 2016. Una migrante subsahariana disabile mentale si spoglia nella sua cella d’isolamento nel centro di detenzione di Sorman per mostrare la cicatrice di un aborto sul ventre.

Divorzio e assegno al coniuge, ecco perché la sentenza della Cassazione è storica

Una veduta esterna della Corte di Cassazione in attesa della sentenza ''Stasi'', Roma 11 Dicembre 2015. ANSA/GIUSEPPE LAMI

La società è cambiata e anche in questo caso è la magistratura che se ne accorge prima della classe politica che dovrebbe adeguare le leggi ai tempi mutati. Non vale più il tenore di vita vissuto durante il matrimonio, per cui l’ex coniuge era obbligato ad assegni di mantenimento stratosferici, ma solo la garanzia dell’autosufficienza. La Cassazione si è pronunciata in questo senso in merito al contenzioso tra l’ex ministro Vittorio Grilli e la moglie. Prevarrebbe dunque l’elemento affettivo rispetto a quello economico. Su questo tema pubblichiamo  l’interpretazione dell’avvocato Simona Ghionzoli. 

 

È importante e segna una linea di discontinuità netta negli orientamenti giurisprudenziali inerenti al diritto di famiglia la sentenza della Cassazione n. 11504/2017.
Quella della Suprema Corte è una decisione  degna di nota per il coraggio interpretativo, che restituisce forza alla legge sul divorzio e alla reale portata innovativa, che ha avuto sulla società italiana. La legge sul divorzio 1° dicembre 1979 n. 898 (“Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio”), fortemente voluta da larghi settori della società civile e osteggiata per motivi diversi dagli ambienti politici di destra e di sinistra, ha sancito il diritto al divorzio, ma di fatto si è vista negare per anni la piena e reale applicazione.

Ciò a causa della sistematica derubricazione del suo reale significato, sul piano culturale, a questione meramente economica, riservandone il terreno di applicazione e di accessibilità troppo spesso alle classi più colte ed agiate.
Certo, occorrerà sicuramente leggere la sentenza per esteso con le motivazioni per comprenderne pienamente la reale portata innovativa e i principi in essa affermati. Intanto però possiamo solo ragionevolmente augurarci che questa decisione non porterà benefici solo per i più facoltosi, come qualcuno dei frettolosi commentatori si è già sbilanciato nell’affermare, ma sia più illuminata di quanto si possa pensare.
L’assegno di mantenimento, infatti, va corrisposto al coniuge solo quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati (considerati tra gli altri anche quelli ricavabili da immobili in proprietà o di cui comunque ha la disponibilità aggiunge la Suprema Corte, richiamando con tale affermazione anche il diritto di abitazione spettante al coniuge assegnatario della casa coniugale), o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive, cioè a dire quando non può lavorare per ragioni a seguito di situazioni invalidanti sul piano fisico e psichico, regolarmente accertate quindi, o per le condizioni offerte dal mercato del lavoro.

Già con una Sentenza innovativa nei mesi scorsi la Corte di Cassazione aveva avuto modo di precisare cosa doveva intendersi per non autosufficienza e incapacità a svolgere attività lavorative fuori dall’ambito domestico.
Secondo un indirizzo affermatosi per anni, inoltre, la giurisprudenza aveva ritenuto, che l’adeguatezza dei mezzi doveva valutarsi non in assoluto cioè con riferimento ad uno standard medio di vita dignitosa, ma con riguardo al tenore di vita goduto mentre dura il matrimonio, in tal modo svuotando l’innovazione legislativa (secondo autorevoli pareri della dottrina).
Con la sentenza in esame e sul solco di un percorso già faticosamente tracciato negli ultimi mesi, la Suprema Corte non solo disconosce espressamente il principio sinora affermato, ma sembra voler dire che l’assegno corrisposto aiuterà certamente il coniuge più debole, come è ragionevole che sia, a vivere dignitosamente ed entro parametri di ragionevole benessere economico, ma soprattutto dovrà aiutarlo ad affrancarsi e a ricostruire un percorso di vita magari più autonomo e magari anche migliore di quello precedente.
Il diritto all’assegno insomma non può diventare strumento da utilizzare a fini vendicativi e vessatori anziché riparatori, o peggio di legittimazione di arricchimento senza causa, a voler essere generosi nel lessico.

Non possono sommariamente derubricarsi ad affari economici, situazioni personali e che interessano la sfera emotiva ed affettiva. Esse meritano un esame più approfondito e soprattutto un’assunzione di responsabilità sotto il piano personale, elemento, tra l’altro, quello della responsabilità oltre all’indipendenza e all’autosufficienza, che sembrerebbe stare al centro della motivazione della decisione in argomento.

L’assegno dovrà quindi corrispondere a un effettivo stato di bisogno, sul quale comunque andranno valutate caso per caso, le ragioni che lo hanno causato.

Se in linea di principio insomma è corretto riconoscere agli altri, soprattutto in un rapporto di coppia, il contributo dato all’altro per la realizzazione professionale e umana e che per tale motivo non è mai da considerarsi conquista del singolo, è anche vero che quando un rapporto finisce occorre la maturità e l’onestà di ammetterne ed esaminarne (magari fuori dalle aule del Tribunale) le ragioni, anche quelle più profonde e scomode, che hanno portato a sancirne la fine, recuperando il senso e il tenore del significato del termine “separazione”.

La Sentenza, pertanto, aprirebbe a scenari interpretativi assolutamente nuovi, che non toccano solo la materia economica, ma che sembrerebbero voler esplorare altri piani, come quelli di un contributo al recupero della sanità sul piano psichico, conseguente a una separazione, sino ad oggi trascurati e volutamente negati.

La società è cambiata (e di questo la Corte sembrerebbe prenderne atto).
Affermare il contrario significa negare le istanze di modernizzazione e la trasformazione possibile degli uomini e delle donne, che a volte passa anche attraverso una separazione fatta bene.

Yuri Guaiana e i gay torturati in Cecenia sotto lo sguardo connivente della Russia

Yuri Guaiana (in una foto tratto dal profilo facebook), attivista dell'associazione radicale 'Certi Diritti', è stato fermato dalla polizia a Mosca mentre si stava recando alla procura generale per consegnare le firme raccolte dalla petizione contro il trattamento dei gay in Cecenia. +++ATTENZIONE LA FOTO NON PUO' ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L'AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA+++

Yuri Guaiana, membro del direttivo dell’associazione Radicale “ Certi Diritti”, è stato arrestato oggi a Mosca mentre cercava di consegnare per conto della Ong AllOut circa 2 milioni di firme raccolte in vari paesi europei contro i campi di concentramento per omosessuali in Cecenia.
La situazione di repressione per le persone LGBT in Cecenia era stata denunciata da Novaya Gazeta ad aprile. Uomini omosessuali vengono da mesi rapiti, detenuti illegalmente, torturati e in alcuni casi uccisi. Le persone che hanno subito negli ultimi 3 mesi questo trattamento sono più di 100. Le testimonianze che si trovano in rete sono agghiaccianti. Le posizioni ufficiali della vicenda sono altrettanto agghiaccianti.
Il premier ceceno Kadyrov ha dichiarato che nel suo Paese «i gay non esistono» e che quindi le rivelazioni di Novaya Gazeta sono false, inoltre aggiunge Kadirov: «se tali persone esistessero, le forze dell’ordine non dovrebbero preoccuparsi di loro dal momento che ci penserebbero gli stessi familiari a spedirli da dove non possono più tornare» alludendo al fatto che in Cecenia esiste il delitto d’onore per cui uccidere un famigliare omosessuale non è reato.
Altrettanto sconvolgenti sono le dichiarazioni della Russia chiamata in causa dalle organizzazioni internazionali visto l’influenza sul Paese (la Cecenia fa parte della federazione russa). Per il Cremlino: «Non ci sono prove delle torture». La Russia formalmente non ha il potere di agire a livello legislativo, quello spetta solo al presidente Kadyrov, ma più che altro non ha alcun interesse a fermare le torture. L’arresto di Yuri, che per ora sappiamo essere in stato di fermo ma in salute, si somma alle testimonianze di chi dalla Cecenia è riuscito a fuggire ed è una prova tangibile del clima di ostilità nei confronti delle persone LGBT.

La testimonianza di Yuri Guaiana da Mosca

 

Aggiornamento. Yuri è libero

«Siamo contenti che Yuri sia sano e salvo. Siamo contenti che questa azione abbia riportato al centro del dibattito gli orrori che si stanno consumando in Russia e in Cecenia. Vogliamo che quello che sta accadendo lì sia al centro dell’agenda. Ci appelleremo sempre più a osservatori e organizzazioni internazionali perché vengano rispettati anche lì i diritti umani. Il dibattito non può finire adesso, è il silenzio della comunità internazionale ad aver fatto sì che la violazione dei diritti umani diventasse nella Federazione Russa la normalità, purtroppo» hanno dichiarato dall’associazione Radicale Certi Diritti dando la notizia del rilascio di Guaiana.

Cosa farebbe il Labour se vincesse (e perché il manifesto elettorale è stato passato ai media prima del tempo)

epa05956369 A Labour Party campaigner wearing an election campaign shirt, attends the launch of a new election campaign poster by the Labour Party in Central London, Britain, 11 May 2017. Labour leader Jeremy Corbyn was due to attend the poster launch, but declined to attend after the party's draft manifesto was reportedly leaked overnight. EPA/WILL OLIVER

I titoli di molti media britannici parlano di un partito laburista anni ’70. Ieri il manifesto elettorale del partito Laburista è stato passato alla stampa con qualche giorno di anticipo rispetto alla data prevista per il lancio. È ancora una bozza e oggi verrà discusso e contiene molte proposte che tornano su grandi temi che hanno animato il dibattito politico britannico dagli anni di Thatcher in poi. A dire il vero, questo è il limite del programma del partito, su alcuni temi è vero che la volontà degli estensori del manifesto sembra essere quella di fare un salto nel passato, di vendicarsi sull’era Thatcher.

In molti altri casi, sebbene le misure proposte siano quelle “tradizionali” per la sinistra, hanno molto senso. Il tema al centro della discussione è però un altro: come è possibile che il manifesto elettorale, 43 pagine dal titolo “For the many, not the few” (Per tanti, non per pochi), sia stato diffuso alla stampa nonostante fosse una bozza in fase di revisione? Le teorie sono diverse: è un modo dei nemici di Corbyn di far sottoporre il testo a critiche prima che questo venga licenziato definitivamente (un modo per cambiarlo, insomma) oppure è una scelta degli stessi avversari del leader di sinistra, per metterlo in difficoltà. C’è persino la tesi, poco credibile, che siano gli stessi corbyniani ad aver diffuso il testo per accusare i nemici interni.

Il portavoce della campagna Andrew Gwynne ha ribadito che il testo è una bozza e che deve essere approvato e modificato dal gruppo parlamentare, dal governo ombra e da un incontro con i sindacati. E in effetti in alcune parti, riferisce il Guardian, è già stato modificato rispetto al testo diffuso. Il problema della fuga di notizie però resta: che partito è uno che va alle elezioni con pezzi che fanno i dispetti alla leadership sperando che le cose vadano peggio di quanto già non appare evidente andranno? I sondaggi parlano di un distacco di almeno 18 punti tra conservatori e difficilmente il programma più di sinistra da molti decenni cambierà le cose nonostante sia, in larga parte, un programma di buon senso, come segnala Owen Jones con un tweet

Un breve elenco: stanziare 8 miliardi di euro per programmi di welfare nella prossima legislatura, rafforzare i diritti sindacali, tra cui una maggiore sindacalizzazione in tutta la forza lavoro e abrogare una legge che la limita approvata l’anno scorso, abolire i cosiddetti contratti a “zero ore” (che consente al datore di lavoro di poter mettere il lavoratore anche a zero ore), aumentare l’imposta sul reddito per il 5% più ricco per aumentare la spesa sanitaria di 6 miliardi, costruire 100.000 case popolari all’anno, rinazionalizzazione delle ferrovie, delle Poste e delle privatizzate dell’energia (in questo caso creazione di offerta pubblica, non proprio rinazionalizzazione).

Sull’immigrazione il Labour mette in guardia contro le false promesse conservatrici di ridurre drasticamente i numeri – promessa fatta molte volte e sempre disattesa. Sulla Brexit si registra la vittoria dei Leave e sulla Scozia si dice di essere contrari a un secondo referendum. Infine, sul sistema di armi nucleari per sommergibili Trident, cui il leader laburista Jeremy Corbyn si è sempre detto contrario, la scelta è di rinnovarlo.

Il manifesto aumenta molto la spesa pubblica ma non necessariamente individua dove cercare le risorse, ma l’ipotesi di rinazionalizzazione delle ferrovie private – care e non efficienti – ha molto senso. Così come un rilancio dell’NHS, il sistema sanitario nazionale. Molte delle idee sono dettagliate – più che in passato – e molte toccano problemi reali rispondendo in maniera popolare. Il problema, forse, è che il Labour alcune di queste proposte le ha già fatte molte volte e il manifesto non sembra dare un’idea di domani, non racconta una svolta. In un dibattito nazionale concentrato sulla Brexit e sulle scelte che il governo di Theresa May farà in materia, il rischio evidente è quello di non catturare l’attenzione delle persone. Tra l’altro i Lib-Dem chiedono un nuovo referendum e lo Scottish National Party quello sulla Scozia, raccogliendo forse i consensi degli scontenti della Brexit. I conservatori invece possono contare sul fatto che le loro posizioni sulla Brexit e il privilegio di stare al governo gli consentono di raccogliere i consensi dell’Ukip, non molti voti, ma capaci nel sistema maggioritario di cambiare di molto la maggioranza parlamentare. Questo è l’ultimo sondaggio, che regalerebbe una maggioranza ai conservatori di circa venti parlamentari.

In attesa di Ghizzoni, una cosa sul caso Boschi

Maria Elena Boschi durante la conferenza stampa di presentazione del libro "Italiasicura" a Palazzo Chigi, Roma, 10 Maggio 2017. ANSA / LUIGI MISTRULLI

I toni di Alessandro Di Battista non sono certo una novità: «Boschi è una bugiarda cronica. Non ha neanche senso chiamarla in Aula, vogliamo che venga Gentiloni e non faccia il verginello immacolato». L’indignazione dei 5 stelle non è un termometro affidabile, per via della nota storia del lupo. Il caso Boschi però è un caso politico molto spinoso, che – come spesso accade – supera persino i fatti che l’ex direttore del Corriere Ferruccio De Bortoli rimprovera a Maria Elena Boschi, ex ministro del governo Renzi e ora sottosegretaria alla presidenza del Consiglio con Gentiloni. Accuse che hanno già fatto finire in ristampa, ovviamente, l’ultimo libro di De Bertoli, Poteri forti (o quasi) in uscita con la Nave di Teseo.

Il fatto imputato a Boschi, ricordiamo, è quello di essersi spesa personalmente, ai tempi del governo Renzi, e quindi da ministro, con i vertici di Unicredit per far valutare l’acquisizione di Banca Etruria, come noto in difficoltà. Banca di cui il padre di Boschi era vicepresidente. Boschi dal canto suo conferma quando detto nel 2015 al Parlamento: «Mai mi sono occupata di Banca Etruria». Ma anche De Bortoli (che definì Renzi un “maleducato di talento” e che disse, sul Giglio magico, di sentire un “sentore di massoneria”) conferma: «Sono assolutamente tranquillo e sicuro delle mie fonti. Sono un collezionista di querele. E spero che quello di Boschi non sia solo un annuncio».

De Bertoli, peraltro, presentando il libro a Milano, spiega bene quale sia il punto. «Ho parlato di interessamento e non di pressioni», dice, ma poi continua: «Credo si debba uscire dall’ipocrisia, non trovo nulla di strano nel fatto che i politici si occupino dei problemi economici del territorio. Poi ci sono i conflitti d’interesse e le parole in Parlamento». Le bugie di cui strilla Di Battista e il conflitto di interessi su cui mai si è fatta una legge.

Tutto sarebbe più facile, comunque, se Federico Ghizzoni, allora amministratore delegato di Unicredit, e che De Bortoli tratta come fonte, confermasse o smentisse quanto scritto dal giornalista. Paolo Mieli, anche lui alla presentazione del libro, indica così il silenzio, che è centrale: «Manca un “dettaglio”», nota giustamente Mieli, «Ghizzoni, il cui silenzio appare una conferma, ha il dovere di spiegare dove, come e quando».

In attesa che la vicenda si chiarisca (posto che potrebbe anche non chiarirsi come spesso accade, sparendo da radar appena un’altra polemica la sostituirà), comunque il caso cresce e crescono le ricadute politiche.

Per ora il fronte del Pd è compatto a difesa di Boschi (anche perché la minoranza più critica, e che anche su questo caso chiede che «si vada a fondo», ha lasciato il partito). Ma qualcuno forse dovrebbe notare come è cambiata la figura di Boschi. Che rischia di esser «piombo nelle ali», come dice Peppino Caldarola a Omnibus, su La7, nelle ali di Renzi – che pure già ha il piombo suo. E non solo per le notizie, le polemiche (fossero anche dicerie, mediaticamente si pagano) sul caso Banca Etruria. Boschi dava, come noto, il nome alla riforma sonoramente bocciata al referendum di dicembre. Boschi, come Renzi, aveva giurato che avrebbe lasciato la politica. Boschi, insomma, non è più quella che (brevemente, come in una sbronza collettiva) è stata.

Lo scrive Melania Rizzoli su Libero (che titola “Boschi in fiamme”). Boschi «al suo esordio politico era la novità esplosiva, creata dalle mani del pifferaio magico Matteo Renzi, inseguita da ammiratori e giornalisti, fotografata e intervistata anche in bikini, considerata la più bella e la più tosta del Parlamento», oggi invece, «ha un’immagine che si sta distruggendo con il nuovo caso Banca Etruria, e che si sta trasformando lentamente, come fosse un avatar, con una metamorfosi evidente e irreversibile, che le toglie tutti i poteri». Insomma, continua Rizzoli, «Maria Elena sta diventando antipatica, quasi come la presidente Laura Boldrini». Qualcuno ne prenderà atto?

I rifiuti non sono nei cassonetti. Ma bruciati nel camper

The scene of the camper fire in Rome, Italy, 10 May 2017. Two children and a young woman are dead after a camper van caught fire early on Wednesday in the Centocelle district of Rome. According to initial reports, the victims are three sisters aged 20, eight and four of Roma ethnicity. The camper was in a shopping centre car park and a family made up of 11 children plus the parents lived inside. The parents and the other siblings reportedly managed to get out of the camper. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Questa cosa dei volontari del Pd in maglietta gialla che faranno i netturbini per un giorno su Roma con la speranza di incastrare Virginia Raggi e di rimbalzo il Movimenti 5 Stelle mi manda fuori di testa. Davvero. Mi lascia perplesso ferocemente anche che il vetero-neo-segretario del Pd Matteo Renzi abbia il tempo di preoccuparsi del giallo delle divise da spazzini e delle pelose quisquilie romane, mentre un Paese intero galleggia pericolosamente nelle acque della disillusione politica; questo ieri faceva il Fonzie di fianco a Obama e oggi si occupa dei sacchetti dell’umido. Quindi.

Forse a Roma, o meglio nel Lazio, o meglio ancora in Italia, il problema non sta nella foglia di lattuga lasciata sul marciapiede ma piuttosto nell’umanità disperata delle ragazze madri che abbandonano come pacchi o nei camper in cui bruciano tre sorelle di undici figli accampati sotto l’insegna di un ipermercato. Oppure forse “la crisi” sta proprio nell’incapacità di parlare delle persone, tutti presi dalle “cose” e dai bilanci.

Quando qualcuno decide di abbassare la politica ai sacchetti dell’umido mentre tutto intorno la gente affoga, brucia o si dispera forse si è perso il punto centrale: si è leader quando si ha il coraggio di sfidare l’avversario sulle vette più complesse del dibattito.

Il resto banalmente è solo una guerra di colori, di foto e di tweet: i rifiuti a Roma (e nel Paese) non sono nei cassonetti. I rifiuti sono nell’involuzione culturale dei “non sono razzista ma…” e nella loro ultima evoluzione: “ma la gente è esasperata”. La politica si gioca lì. La leadership culturale è lì. Anche se non ha il coraggio di arrampicarsi quasi nessuno.

Buon giovedì.

“TV 70”, una mostra racconta la televisione degli anni 70 fra biografia, arte e immaginario collettivo

«Questa è una mostra di convergenze non parallele e di parallele non convergenti. È la storia della mia infanzia, della mia adolescenza e della mia “educazione sentimentale”. Sono stato cresciuto da dei genitori che mi portavano alle mostre di arte povera e da delle nonne che mi facevano vedere i festival di Sanremo, ho cercato di fondere in questa mostra entrambe le valenze» la racconta così Francesco Vezzoli la sua mostra “TV 70: Francesco Vezzoli guarda la Rai ” ospitata fino al 24 settembre a Milano negli spazi della Fondazione Prada.
Il percorso espositivo è in effetti un vero e proprio palinsesto crossmediale che, fra filmati tv d’epoca estratti dalle Teche Rai e opere d’arte, racconta gli anni 70, fra immaginario collettivo, rivoluzioni sociali, politica e ovviamente programmi tv. Vezzoli infatti guarda alla televisione pubblica di quegli anni come a un prodotto di qualità caratterizzato da una vera e propria forza di cambiamento sociale in un Paese appena uscito dalla radicalità degli anni Sessanta e pronto a scivolare, travolto dal diluvio commerciale che affogherà il servizio pubblico, nell’edonismo degli anni Ottanta e delle tv private dell’era Berlusconi.

È proprio durante gli anni 70 infatti che la Rai, traghettata nel nuovo decennio dal direttore generale Ettore Bernabei, inizia a ripensare il ruolo pedagogico che fin ora aveva scelto di incarnare e punta su prodotti culturalmente prestigiosi frutto delle collaborazioni con registi come Bernardo Bertolucci, Federico Fellini, Paolo e Vittorio Taviani. Ma è anche una televisione che, seppur divisa tra austerità formale e carica innovativa, si afferma ufficialmente come medium indipendente e caratterizzato da un proprio linguaggio specifico. Un linguaggio che via via cerca di ampliare i punti di vista, dare voce a prospettive plurali e istanze autonome, anticipando quel modo di fare televisione che poi sarà messo in campo anche dalla tv commerciale del decennio seguente.

“TV 70” racconta tutto questo e lo fa attraverso un percorso che esalta con associazioni visive e semantiche l’incontro tra la dimensione spaziale e quella temporale vera propria innovazione del medium televisivo. È così che tra luce e buio, corridoi e spazi aperti, le tradizionali condizioni espositive di un museo si fondono con il passaggio sullo schermo dell’immagine in movimento. La successione di documenti immateriali provenienti dagli archivi delle Teche Rai accostati alla materialità di dipinti, sculture e installazioni – selezionati con il supporto curatoriale di Cristiana Perrella e la consulenza scientifica di Massimo Bernardini e Marco Senaldi – si articola in tre sezioni distinte e affronta le relazioni della televisione pubblica italiana con l’arte, la politica e l’intrattenimento.

La prima sezione “Arte e Televisione” è introdotta dai Paesaggi TV (1970) di Mario Schifano e riflette sull’impiego artistico del mezzo televisivo. Programmi come “Io e…” e “Come nasce un’opera d’arte” rendono artisti come Alighiero Boetti, Alberto Burri, Giorgio de Chirico, Renato Guttuso e Michelangelo Pistoletto, intervistati o ripresi mentre realizzano i propri lavori diventano così personaggi pubblici, protagonisti della cultura pop-olare televisiva.

 

La seconda sezione mette in relazione “Politica e Televisione” evidenziando la natura frammentaria e ossessiva dei messaggi politici degli anni Settanta con gli estratti dei telegiornali dell’epoca che testimoniano il clima di tensione degli anni di piombo. Fra le opere esposte la serie di 12 collage su carta “Non capiterà mai più” (1969) di Nanni Balestrini che manipola e demolisce i linguaggi di massa e il video di Ketty La Rocca “Le Mani” (1973) che declina un nuovo vocabolario al femminile, altro grande tema politico di quegli anni. È proprio tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta infatti che l’artista Carla Accardi mette in discussione l’idea della pittura come prerogativa maschile ed elabora un linguaggio anti-istituzionale che cancella il confine tra privato e pubblico, intimità e condivisione. In “Tv 70” le opere di Accardi vengono così accostate a programmi televisivi, come “Processo per Stupro” e “Si dice donna”, oltre che ai filmati delle manifestazioni femministe.

La terza e ultima parte è dedicata a “Intrattenimento e Televisione” e si apre con l’installazione di Giosetta Fioroni “La spia ottica” (1968) nella quale il corpo della donna è presentato come oggetto dello sguardo e del desiderio dell’altro e contemporaneamente come soggetto attivo e cosciente. Uno dei focus centrali della sezione è infatti proprio il confine tra liberazione sessuale e consumo del corpo femminile verso cui si sbilancerà la tv privata e berlusconiana del decennio successivo.
La mostra si conclude con un montaggio realizzato e ideato da Francesco Vezzoli nel quale l’artista cuce insieme spezzoni di programmi, immagini e film che raccontano la sua storia personale. Mettendo insieme le icone che hanno segnato la sua infanzia e adolescenza ad altre immagini televisive, l’artista riesce a unire personale e pubblico, sottolineando come le immagini, in questo caso televisive, riescano a trasformare la memoria intima e personale in una narrazione condivisa.

Trump licenzia il capo dell’Fbi Comey, il Russia-gate cresce. Quel che c’è da sapere

epa05742575 US President Donald J. Trump, center, shakes hands with James Comey, director of the Federal Bureau of Investigation (FBI), during an Inaugural Law Enforcement Officers and First Responders Reception in the Blue Room of the White House in Washington, DC, USA, on 22 January 2017. EPA/Andrew Harrer / POOL

«Il presidente ha fatto proprie le conclusioni del Dipartimento di Giustizia che raccomanda il licenziamento del direttore dell’Fbi». Così in sala stampa il Sean Spicer, portavoce di Donald Trump conferma la bomba, l’ennesima, gettata sul clima politico americano. Le motivazioni ufficiali sono semplici: Comey ha informato in maniera scorretta il Senato durante l’ultima audizione relativa alle interferenze russe nella campagna elettorale Usa riferendo che migliaia di e-mail della allora Segretaria di Stato Hillary Clinton erano state inoltrate dal suo braccio destro Huma Abedin al marito Anthony Weiner – non è così, le mail sono poche e probabilmente private. Nel documento preparato per cacciare Comey si fa anche riferimento alla gestione delle indagini su Clinton e le sulle sue mail, nel fare annunci pubblici sulla questione e decidendo per conto proprio che l’inchiesta si poteva archiviare Comey ha sbagliato due volte: diffondendo informazioni riservate e decidendo, perché come ha detto egli stesso riteneva che la Segretaria alla Giustizia, titolare della decisione, fosse in conflitto di interesse e non potesse quindi decidere liberamente.

Nessuno aveva previsto o avuto notizie su quel che sarebbe successo. All’Fbi sono tutti senza parole e molti sembrano essere furiosi per il discredito gettato sull’agenzia. Mesi fa era stato lo stesso con la Cia. Lo abbiamo già scritto più di una volta: per uno ambiguo e con una storia di affari immobiliari come Trump, fare la guerra e far infuriare gli apparati di intelligence è un clamoroso errore strategico. Meglio non avere nemici tra le spie. Specie se, come appare chiaro, il licenziamento di Comey è connesso alle indagini sui contatti con la Russia.

 

La lettera di Trump a Comey, non avvertito prima e consegnata dal guardia-spalle privato del presidente alla sede Fbi. Il secondo paragrafo è interessante: “Apprezzo l’informazione ricevuta in tre occasioni relativa all’assenza di indagini nei miei confronti”. Una excusatio non petita.

La decisione non ha precedenti e getta una luce sinistra sulle modalità di gestione della cosa pubblica e di strumenti delicati come l’apparato di sicurezza da parte di Trump. L’Fbi sta infatti indagando su pezzi dell’amministrazione e sulle interferenze russe durante la campagna elettorale. La mente di tutti va al “Massacro del sabato notte” quando nel 1973 Richard Nixon licenziò Richard Cox, l’investigatore speciale sul caso Watergate. Come segnala l’account twitter della Nixon Library, però, il presidente repubblicano di allora non licenziò il capo dell’Fbi.

I democratici sono sul piede di guerra e chiedono l’immediata nomina di una commissione di inchiesta o l’avvio di un’inchiesta condotta da un procuratore nominato appositamente – il secondo ha potere di incriminare, la prima è come le commissioni di inchiesta parlamentari italiane: accumula informazioni, pubblica un rapporto. Il capo dei senatori Schumer ha convocato tutto il gruppo e in Senato si assisterà a uno dibattito teso e duro. Alcuni senatori repubblicani si sono detti «preoccupati per la decisione presa dal presidente». Sosterranno la creazione di una commissione di inchiesta indipendente come quella sull’11 settembre o la nomina di un procuratore speciale indipendente? Forse due.

Fino a qui le notizie. Per capire la portata e gravita della cosa servono però molte informazioni di contesto, a partire dal fatto che quello di Comey è il terzo licenziamento ai danni di persone che conducevano indagini sulla sua amministrazione. La prima è Sally Yates, reggente del Dipartimento di Giustizia in attesa del nuovo Segretario, la seconda è quella di Preet Bharara, procuratore federale di un distretto di New York con giurisdizione sulla Trump Tower che indagava sulle presunte intercettazioni da parte di Obama su Trump – fake news diffusa dallo stesso presidente. La stessa Sally Yates ha giocato un ruolo in questa vicenda: durante un’audizione in Senato la scorsa settimana ha reso noto di aver informato la presidenza delle bugie riferite dall’ex Consigliere Nazionale per la Sicurezza Michael Flynn al vicepresidente Pence sui suoi rapporti con la Russia, ma Trump decise di licenziare lei e non il generale in pensione, licenziato diversi giorni più tardi. Solo dopo che il Washington Post aveva diffuso la notizia.

C’è poi l’aspetto paradossale e politico della vicenda: per settimane Trump ha elogiato Comey per la sua indagine su Clinton e ha beneficiato della scelta del capo dell’Fbi di rendere pubblica la notizia. Semmai, il campo trumpiano si è indignato quando Comey ha dovuto archiviare perché la questione non sussisteva. C’è, dunque il tipico atteggiamento a-istituzionale del presidente, che gioca con le nomine, le persone, il suo staff come se si trattasse di dipendenti della sua impresa di costruzioni.

Altro aspetto importante: il memo preparato dal vice Segretario alla Giustizia  Rosenstein porta del 9 maggio, ovvero è contemporaneo alla cacciata, è insomma un dossier preparato dopo che Trump aveva preso la decisione di licenziare Comey e non un processo. A questo si aggiunga che il capo di Rosenstein, ovvero il Segretario alla Giustizia Jeff Sessions, si è auto-sospeso dall’indagine sulla Russia dopo che si è saputo dei suoi incontri con l’ambasciatore russo a Washington. Ovvero, il Dipartimento di Giustizia che si è ritirato dall’indagine per un conflitto di interesse è lo stesso che suggerisce di licenziare chi conduce le indagini.

Comey è il secondo direttore dell’Fbi licenziato nella storia degli Usa, prima di lui solo Clinton ne aveva licenziato uno, William Sessions, che però era lui sotto inchiesta per evasione fiscale.

La situazione russa, che sembra faccia infuriare Trump oltre ogni misura, è diventata un affare colossale, e licenziando Comey, il presidente non fa che renderla più grande. Se a questo aggiungiamo che la figura che più ha guadagnato punti e potere all’interno dell’amministrazione in queste settimane, il nuovo consigliere per la sicurezza nazionale McMaster, sembra essere ai ferri corti con Trump, appare chiaro come il caos regni alla Casa Bianca – oppure le notizie sugli scontri tra Trump e McMaster sono frutto di leaks di Steve Bannon, come sostengono altri, e anche questo è un segnale di caotica guerra per bande. La vicenda russa non è finita e molto dell’onere sta ai senatori repubblicani. John McCain e Lindsay Graham i due più titolati a mettersi di traverso sulle questioni di intelligence e affari esteri. Oggi a Washington, intanto, arriva il ministro degli Esteri Sergei Lavrov. Sembra la sceneggiatura di un filmaccio.