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Il Mediterraneo dei diritti perduti

TOPSHOT - Migrants and refugees are rescued during an operation at sea with the Aquarius, a former North Atlantic fisheries protection ship now used by humanitarians SOS Mediterranee and Medecins Sans Frontieres (Doctors without Borders), on May 24, 2016 in the Mediterranean sea in front of the Libyan coast. / AFP / GABRIEL BOUYS (Photo credit should read GABRIEL BOUYS/AFP/Getty Images)

Nel mare al largo della Libia, nella notte tra il 6 e 7 maggio, il radar permette di capire ciò che sta accadendo in quel preciso momento meglio di un qualsiasi rapporto ufficiale. Nell’immagine del tracciato – pubblicato da La Stampa – si vede un grande punto verde al centro, la nave della Ong, e una trentina di puntini gialli, i gommoni con i migranti che si avvicinano fino a circondare l’imbarcazione umanitaria. Nessuna traccia dei mezzi targati Frontex. L’agenzia europea che ha il compito di presidiare le coste, non c’era con i suoi mezzi in quel braccio di mare del Mediterraneo centrale ormai segnato da una lunga scia di sangue. Eppure il primo fine settimana di maggio è stato eccezionale per il numero di partenze dalle coste libiche. Oltre 7mila persone hanno attraversato il Mediterraneo per raggiungere l’Italia e domenica 7 maggio, secondo quanto ha riferito l’Oim (Organizzazione internazionale delle migrazioni) in un naufragio si sono salvate 7 persone mentre 113 sono quelle disperse. Un’ennesima tragedia che porta, secondo l’Unhcr il numero delle vittime dall’inizio dell’anno a oltre 1150. Sui gommoni fatiscenti – a cui gli scafisti tolgono anche il motore in vicinanza delle imbarcazioni delle Ong – viaggiano 100-150 persone e a bordo, a differenza di qualche tempo fa, non ci sono telefoni satellitari. Rintracciare quei puntini gialli diventa così sempre più difficile da parte di chi effettua attività di soccorso in mare. Siamo di nuovo in una fase di emergenza, tenendo conto che sono già oltre 43mila gli arrivi nel 2017? «Così non può continuare», scrive in una nota ufficiale Filippo Grandi, l’Alto commissario Onu sui rifugiati. Che chiede di «affrontare le motivazioni alla base delle migrazioni» e di offrire «alternative sicure a queste pericolose traversate» a tutte quelle persone che hanno bisogno di protezione internazionale e che vogliono raggiungere l’Europa o per ricrearsi una vita lontano dalle guerre e dalla fame o per ritrovare i familiari partiti prima di loro.

Le Ong criminalizzate

L’escalation di sbarchi avviene in un momento particolare. Da qualche settimana nei confronti delle Ong, dopo le dichiarazioni del procuratore della Repubblica di Catania Carmelo Zuccaro, infuria quella che Riccardo Noury, portavoce di Amnesty international Italia non esita a definire una campagna mediatica «fatta di insinuazioni, sospetti, attacchi senza prove concrete». Il rischio è quello di delegittimare e stigmatizzare l’attività di quelle organizzazioni non governative che hanno sostituito in qualche modo Mare nostrum, l’operazione di salvataggio promossa dal governo Letta subito dopo la tragedia del 3 ottobre a Lampedusa e terminata il 31 ottobre 2014, quando subentrò la missione Triton di Frontex, che, però, non ha come obiettivo la ricerca e il salvataggio. E gli effetti si vedono. Nel rapporto 2016 della Guardia costiera, le Ong hanno salvato 46.796 persone nel Mediterraneo centrale, la sola Frontex (eccetto unità italiane) 13.616. «Se si cominciasse a sequestrare le imbarcazioni e a criminalizzare le attività delle singole persone a bordo delle navi umanitarie, questo vorrebbe dire oltre al danno la beffa», continua Riccardo Noury. Il danno, perché le Ong «volontariamente hanno preso il posto dei Paesi europei che hanno rinunciato a questa attività di ricerca e soccorso in mare» e la beffa, ovviamente, perché mentre fanno questo lavoro scomodo poi vengono penalizzate. E lo sono già, perché le donazioni stanno diminuendo e questo è un danno enorme. Il 3 maggio davanti alla Commissione Difesa del Senato il procuratore di Catania ha parlato di nuovo dei presunti legami tra organizzazioni non governative e i trafficanti di esseri umani libici. Prove concrete non ci sono ma le informazioni, ha detto Zuccaro, si basano sui dati forniti da Frontex e dalla Marina. Di un documento dell’agenzia europea si era cominciato a parlare a dicembre dello scorso anno, oggetto anche di un’inchiesta del Financial Times.

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Rifiutare l’oppressione del neoliberismo è più che mai vitale, parla Luis Sepùlveda

MILAN, ITALY - APRIL 23: Luis Sepulveda attends the 'Io Leggo Perche'' Photocall on April 23, 2015 in Milan, Italy. (Photo by Vincenzo Lombardo/Getty Images)

Nel tuo ultimo romanzo, Fine della storia pubblicato in Italia da Guanda attraversi latitudini e ripercorri momenti storici diversi, combinando fatti realmente accaduti e finzione. In queste pagine e nel personaggio di Belmonte quanto c’è della tua storia personale?

Belmonte e io condividiamo molte cose; abbiamo lo stesso passato da militanti, siamo stati quasi negli stessi posti e abbiamo conoscenti in comune.

Hai dedicato il libro alla tua compagna, la poetessa Carmen Yáñez, la prigioniera 824 di Villa Grimaldi. In questo centro di tortura della polizia segreta di Pinochet “regnava” Miguel Krassnoff che ha accumultao condanne per 460 anni di carcere per crimini di lesa umanità. Anche tu sei stato prigioniero della dittatura. Cosa ha significato a livello personale indagare su fatti di quel periodo storico per la costruzione del romanzo?

Non è mai semplice affacciarsi sull’abisso dell’orrore. L’inchiesta è stata soprattutto una conferma di ciò che sapevo già. Tuttavia mi ha permesso di mettere in ordine le informazioni e trasformare dati, nomi e notizie in letteratura. In ogni caso, affrontare situazioni del recente passato che hanno a che fare con i campi segreti di detenzione, con la tortura e le sparizioni forzate, è qualcosa che faccio con completa delicatezza e pudore, per rispetto verso le tante persone che hanno subito questi crimini.

L’ombra di quello che eravamo e dei fatti che sono accaduti in quegli anni in America Latina, ci accompagna sempre. Pensi che manchi una memoria collettiva, al di là di quella personale, che consenta di evitare che la storia si ripeta?

Il problema non è se ci sia o no memoria collettiva. Il problema è l’intenzione di annientare la memoria collettiva, di cancellare la storia e tutti quei fatti che oggi risultano scomodi al potere. Per esempio mentre ti rispondo, in Argentina, il governo di Macri sta liberando dei delinquenti condannati più volte per crimini contro l’umanità. Si tratta di torturatori, assassini, ladri di beni delle vittime della dittatura civico-militare degli anni 70. La legge dell’obbedienza dovuta (emanata nel 1987 allo scopo di sollevare i militari dalle responsabilità, senza possibilità di prova contraria, ndr), le amnistie, gli indulti, le liberazioni di criminali “per ragioni umanitarie” hanno avuto e hanno come obiettivo l’oblio dei crimini, l’eliminazione della memoria collettiva e della storia.

Sempre per Guanda è appena uscito in Italia Vivere per qualcosa, un dialogo a tre con José “Pepe” Mujica e Carlo Petrini sulla felicità. Cos’è la felicità per Luis Sepúlveda e per chi e cosa vale la pena vivere?

L’intervista a Sepulveda continua su Left in edicola

 

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Robot alleati dell’uomo. Le nuove frontiere dell’intelligenza artificiale

Accogliamo e pubblichiamo  l’interessante contributo alla discussione sull’impatto della robotica sul mondo del lavoro di Paolo Gambacciani e Lorenzo Cei studenti del corso di laurea specialistica in Politica Istituzioni e Mercati, dell’Università di Firenze

Il World Economic Forum stima che entro il 2020 oltre 7 milioni di lavoratori saranno sostituiti da robot o da “programmi intelligenti”. Già da alcuni anni, molte imprese hanno cominciato a sostituire i propri dipendenti con queste macchine. È successo di recente in Giappone, dove una compagnia assicurativa, la Fukoku Mutual Life, per aumentare la sua produttività del 30%, ha licenziato 34 suoi impiegati per sostituirli con Watson, il nuovo sistema d’intelligenza artificiale dell’IBM.
La scienza e il progresso possono anche danneggiare gli uomini, ma questo succede quando nascono dalle domande sbagliate; non si può pensare che qualsiasi innovazione, come quelle della robotica, sia automaticamente da interpretare in termini catastrofici o allarmistici. La sfida dell’Associazione Italiana per l’Intelligenza Artificiale (AI*IA) è proprio questa: possiamo indirizzare la ricerca verso il bene sociale?
Su questo, lo scorso 11 maggio presso la Scuola di Scienze Politiche Cesare Alfieri dell’Università di Firenze, si è tenuto un convegno dal titolo Uomo e Robot: metamorfosi di un’alleanza. Il convegno ha cercato di inquadrare i progressi dell’intelligenza artificiale per inquadrare i possibili usi di questi nuovi mezzi.
Le funzioni e le mansioni che le macchine possono compiere sembrano già straordinarie e, proprio per questo, oggetto di crescente attenzione e discussione. Queste tecnologie possono non solo sostituire gli umani per funzioni meramente ripetitive, automatiche e pratiche, ma sono anche in grado di pianificare strategie e produrre strumenti di supporto alle decisioni.
Se in un primo momento, queste impressionanti conquiste della scienza e della tecnologia sembrano foriere più di difficoltà che di benefici per il genere umano, non dobbiamo però cedere alla tentazione di assecondare qualche luogo comune, immaginandoci un futuro alla Blade Runner.  A dirlo è lo stesso Piero Poccianti, vicepresidente dell’AI*IA, “a obiettivi giusti corrispondono strumenti giusti”.
Come spiega la docente di economia politica all’Università di Firenze, Anna Pettini,i prodotti della nuova ricerca possono essere utilizzati per l’uomo e non contro l’uomo, per facilitare le esperienze lavorative e non per sopprimerle, come strumenti di supporto nella protezione dell’ambiente, alla misura del benessere, o nei compiti più alienanti dell’industria. Proprio questa varietà di soluzioni e ambiti di applicazione è stata approfondita nel corso del convegno.
D’altro canto, è risaputo che a innovazioni e a scoperte radicali sono sempre seguiti drastici cambiamenti, cui hanno fatto seguito la scomparsa di alcuni lavori, insieme alla creazione di nuove opportunità. La stampa, ad esempio, ha fatto perdere il lavoro ai copisti, però ha permesso al sapere di diffondersi. Gli esempi di questo tipo, in relazione all’applicazione e all’uso della scienza e della tecnologia, sono moltissimi. Si tratta ora di distinguere tra quelli che tengono conto del bene comune.
L’importanza del convegno è stata quella di affrontare la domanda: “Possono le scienze informatiche e ingegneristiche e le scienze sociali contaminarsi per fare sì che una società futura, dominata dalla robotica, sia indirizzata verso dei fini giusti?”
È palese che l’intelligenza artificiale creerà novità nel mondo del lavoro, ma se queste macchine fossero inserite in un contesto dove non ci fosse un modello economico che punti unicamente alla massimizzazione del profitto, esse potrebbero non portare a una crisi occupazionale.
L’idea, come afferma Amedeo Cesta (Presidente dell’AIIA), è allora quella di invitare le persone e gli studiosi “a battersi perché le macchine siano un sostegno dei più deboli e non solo uno strumento per i più ricchi”.
La robotica è una ricerca in piena espansione. Considerati gli “ingredienti” del suo successo, la facile previsione è che tale sviluppo conoscerà nel prossimo futuro un ulteriore incremento. C’è dunque la necessità di governare questi processi. A questo proposito, uno dei primi segnali provenienti dalla politica è stato lanciato dall’amministrazione Obama attraverso due documenti nei quali si invita alla necessità di far coesistere opportunità di sviluppo economico e sociale da una parte, e protezione per le fasce di popolazione svantaggiate da tali innovazioni, dall’altra.
Alle domande socialmente rilevanti e al dialogo fra le scienze dovrà poi rispondere la politica. In tal senso, l’incontro tenuto a Firenze risponde alla necessità di instaurare un dialogo virtuoso. E magari, chissà, potremmo immaginare un mondo in cui alla ricerca informatica si chiederà di garantire maggiore sicurezza del lavoro, minore ripetitività, e perciò più tempo e possibilità di realizzare creatività, fantasia, e rapporti umani validi che sono gli ingredienti di una società realmente prospera.

“Roma moderna” e non solo. A Roma in mostra gli scatti di Insolera

Roma moderna è un testo sacro, riferimento per architetti e urbanisti, lettura obbligata per generazioni di militanti romani, della sinistra e non solo. È il ritratto di Roma, la sua storia urbanistica (e quindi sociale e politica). E il suo autore, Italo Insolera, professore e architetto, è forse il più noto degli urbanisti italiani.

Meno noto è che, nato a Torino il 7 febbraio 1929 e morto a Roma il 27 agosto 2012, Insolera è stato anche fotografo e che il suo lavoro di studio dell’Italia è stato quindi documentato in centinaia di scatti. Alcuni di questi sono in mostra a Roma, al Museo di Roma in Trastevere, dal 12 maggio al 9 luglio. Sono 50 fotografie, inedite, scattate tra l’immediato dopoguerra e gli anni Ottanta.

«Le sequenze giovanili – scrivono le curatrici Cristina Archinto e Alessandra Valentinelli – ritraggono la Roma in cui Insolera si laurea nel 1953, la Sicilia e l’Abruzzo dove lo conducono i primi incarichi professionali; è l’urbanista maturo che fotografa in Sardegna o in Valnerina e al taglio sobrio delle architetture sostituisce i segni dell’uomo su città e paesaggi. Negli anni Settanta Insolera torna a indagare le “Mirabilia Urbis” descritte dall’amico Antonio Cederna; uno sguardo critico che si traduce in immagini sempre più contrastate, vitali, sferzanti, svelando la tensione ideale che tanto ha caratterizzato i suoi saggi e oggi ne ripropone l’attualità».

Left vi propone un’anteprima della mostra con questa gallery e, insieme, vi lascia un video dal sito di Rai Storia. Insolera, nel filmato, che è del 1962, presenta la prima edizione di Roma moderna, aggiornata poi nel 2011 con Paolo Berdini. Buona visione!

Il giro del mondo in una settimana

(Photo KIRILL KUDRYAVTSEV/AFP/Getty Images)

Piazza Rossa, Mosca, Russia. Ombre dei soldati russi sfilano durante le prove della cerimonia per la giornata della vittoria che in Russia si celebra il 9 maggio. (Photo KIRILL KUDRYAVTSEV/AFP/Getty Images)

7 maggio 2017. Parigi, Francia. Il presidente eletto Emmanuel Macron durante il discorso davanti alla Piramide al Museo del Louvre dopo la sua elezione alle presidenziali. (Photo ERIC FEFERBERG/AFP/Getty Images)

8 maggio 2017. Palazzo del Parlamento, Budapest. Bernadett Szel, rappresentante dell’opposizione Lmp, con una marionetta rappresentante il presidente ungherese Janos Ader durante la cerimonia di inaugurazione successiva alla sua rielezione. (Photo ATTILA KISBENEDEK/AFP/Getty Images)

9 maggio 2017. Un agricoltore accanto alla recinzione della zona demilitarizzata (DMZ) di Gyodong, una piccola isola vicina a Seoul e a due chilometri dal confine con la Corea del Nord. I residenti della zona sono costretti ad ascoltare tutto il giorno le trasmissioni di propaganda mandate in onda da altoparlanti installati sia sul lato nord che su quello meridionale della zona demilitarizzata. (Photo credit should read ED JONES/AFP/Getty Images)

Mosul. Soldati delle forze irachene durante l’offensiva in corso per liberare l’area dai combattenti del gruppo islamico (IS). (Photo FADEL SENNA/AFP/Getty Images)

9 maggio 2017. Una strada a Sanaa piena di rifiuti in seguito allo sciopero dei lavoratori sanitari che protestano per il mancato pagamenti dei salari. (Photo MOHAMMED HUWAIS/AFP/Getty Images)

Una ragazza palestinese e suo padre nella sua casa nella città centrale di Deir al-Balah, nella zona di Gaza, (Photo MOHAMMED ABED/AFP/Getty Images)

Un bambino indigeno del Warao cerca rifugio dalla pioggia avvolto in una coperta, sotto il Viadotto dedicato a Ayrton Senna a Manaus, Amazonas, in Brasile. Secondo il governo della città di Manaus, una popolazione di circa 400 Warao scappata dal loro paese in Venezuela a causa della crisi economica e politica, vive ora in condizioni terribili vicino alla stazione degli autobus e sotto il viadotto. (Photo credit should read RAPHAEL ALVES/AFP/Getty Images)

10 maggio 2017. Un momento della manifestazione di protesta per la consegna di servizi e alloggi nella comunità di Finetown, Ennerdale, Sudafrica. (Photo MARCO LONGARI/AFP/Getty Images)

Continuano le proteste contro il presidente Nicolas Maduro a Caracas, Venezuela. (Photo CARLOS BECERRA/AFP/Getty Images)

11 maggio 2017. Il pilota della Ferrari Fabio Barone e la sua “rossa” in gara con un antico carro romano trainato da due cavalli sul set del film Ben Hur nel parco di divertimenti di Cinecitta World, Castel Romano vicino a Roma. (Photo ANDREAS SOLARO/AFP/Getty Images)

Un momento della violenta protesta scoppiata a Finetown, Ennerdale, Sudafrica, per protesta contro la consegna di alloggi giudicati non idonei. (Photo MUJAHID SAFODIEN/AFP/Getty Images)

Un momento dell’operazione estremamente ambiziosa e controversa condotta dalle autorità turche per spostare la tomba di Zenyel Bey in seguito al progetto di costruzione di una nuova diga.
Il memoriale del Quattrocento è dedicato ad una delle figure chiave della tribù Ak Koyunlu che ha controllato gran parte dell’Anatolia orientale e del Caucaso durante. (Photo ILYAS AKENGIN/AFP/Getty Images)

Nelle liste per le legislative, il disegno acchiappatutto di Emmanuel Macron

epa05954556 French newly elected President Emmanuel Macron looks on at the Jardins du Luxembourg in Paris, France, 10 May 2017 during a ceremony to mark the anniversary of the abolition of slavery and to pay tribute to the victims of the slave trade. EPA/ERIC FEFERBERG / POOL

Emmanuel Macron sembra intenzionato a demolire il quadro politico francese tradizionale. A partire dal Partito socialista. O almeno questo è quanto fa intendere il primo elenco di candidati alle elezioni legislative del prossimo giugno a cui il suo movimento En Marche, si presenta per la prima volta. Al neo-eletto presidente francese serve una maggioranza o almeno un’Assemblea legislativa non ostile e, per ottenerla, ha pensato di imbarcare una serie di figure di primo piano provenienti dalle fila del partito di Valls e da quello di Fillon, e compatibili con le sue idee politiche. Con altri l’idea sembra di attuare la desistenza, non presentando candidati in collegi chiave.

L’elenco presentato giovedì – e già cambiato dopo una serie di smentite – non è ancora completo: per adesso ci sono 428 candidati per 577 circoscrizioni, metà dei quali sono donne, altrettanti provengono dalla società civile e non hanno mai avuto cariche elettive. Tra i non politici ci sono giudici, matematici di grido e anche una torera a cavallo – nella circoscrizione del Gard, estremo Sud, dove dovrà vedersela con l’eletto del Front National.
Poi ci sono i pezzi grossi socialisti tra cui spiccano la ministra del Lavoro Myriam El Khomri, famosa per la Loi Travail che Macron pensa di riproporre in forma nuova e non particolarmente popolare tra i suoi, una parte di deputati alleati di Hollande e Gaspard Gantzer, il comunicatore del presidente socialista e collega di Macron all’ENA, l’Ècole National d’Administration dove si forma la classe dirigente francese. Quasi tutti avevano offerto il loro sostegno a Macron prima della vittoria. Poi tre deputati uscenti ecologisti e, sul fronte repubblicano, figure importanti come Bruno La Maire, ex ministro negli anni di Sarkozy e figura moderno-tecnocrate-europeista del suo ex partito. Protestano i MoDem di Francois Bayrou, che hanno sostenuto Macron e saranno alleati alle prossime elezioni e che dicono di aver avuto un accordo per una quota percentuale che En Marche non avrebbe rispettato. Una protesta che forse consentirà di ottenere qualche posto in più ma fatta, al momento, da una posizione di debolezza.

Poi ci sono le non candidature, ad esempio nel collegio del premier uscente Manuel Valls, che si era auto-candidato con En Marche, era stato bocciato (ha già fatto tre mandati e questo è un criterio per il movimento di Macron), espulso dal PS e oggi si trova a essere lasciato in pace nel suo collegio.
Nel complesso il disegno di Macron è chiaro: eleggere una serie di figure non politiche che non hanno una base e una autonomia reale, ma portano aria fresca e hanno un appeal indiscutibile, e poi demolire quelle parti dei partiti al suo fianco (socialisti e repubblicani) in un’ottica che probabilmente potrebbe portare a un’alleanza con i Republicains. Obiettivo è essere il centro, non solo in senso di collocazione, del quadro politico francese. I due partiti sono in chiara difficoltà, i socialisti, che hanno ottenuto il peggior risultato possibile, più del partito di centrodestra.

Il trionfatore della corsa a sinistra, Jean-Luc Mélenchon, da par suo, non sembra intenzionato a raccogliere gli appelli di Benoit Hamon e punta a misurare il suo risultato personale alle presidenziali anche nell’urna delle legislative. Il candidato della France Insoumise si candida a Marsiglia in un collegio tenuto dai socialisti: «Non vengo per competere con il PS, vengo per sostituirlo» ha detto. L’intento di contribuire alla fine del suo ex partito è dunque dichiarato, ma nel frattempo c’è difficoltà ad aggregare una forza di sinistra: a livello nazionale i colloqui con il Pcf per costruire un movimento unico o per presentare candidati comuni sono sospesi. Mélenchon, come Macron più a destra , ha le carte buone, ma con il meccanismo del doppio turno e il quadro politico sconnesso, probabilmente gli converrebbe fare accordi invece di essere troppo arrogante. Quanto a Benoit Hamon, il candidato socialista è convinto che il suo cattivo risultato sia relativo – molti avrebbero votato Macron come voto utile anche al primo turno – e si prepara con gli ecologisti e pezzi dei socialisti a lanciare un movimento che si collochi tra Marcon e Mélenchon. All’estrema destra si segnala l’abbandono della politica da parte di Marion Marechal Le Pen, ala dura e tradizionalista del partito e la dichiarazione dell’attuale numero due, il modernizzatore anti-Europa Florian Philippot: se si abbandona la posizione sull’uscita dal’euro, lascio il Front National. In un quadro tanto confuso e in movimento, Macron ha qualche possibilità di raccogliere i cocci di tutti e di riuscire nel suo intento di restituire centralità alla presidenza. Il suo appeal è anche legato alla possibilità di convincere gli elettori a votare En Marche per rafforzarne la presidenza. Con l’avvertenza che lo schieramento di Mélenchon e il Front National hanno le loro carte da giocare.

I sondaggi, ma probabilmente sono ancora da prendere molto con le molle, dicono: EnMarche-MoDem 29%, Republicains/UDI 20%, seguono il Front National al 20% e la France Insoumise al 14%, i socialisti al 7%, gli Ecologisti al 3% e i comunisti al 2%.

 

Gilgameš, l’eroe cancellato dai cristiani

Dalle nostre parti, in Occidente, fino all’Ottocento, in principio… era la Bibbia. La storia del mondo e tutta la più remota antichità iniziava e finiva con la Bibbia. La creazione, l’origine della specie umana e tutta la storia dei popoli che abitavano il cosiddetto Vicino Oriente antico si esauriva con quanto narrato nella Bibbia, considerato testo sacro da due delle grandi religioni monoteiste, il Cristianesimo e l’Ebraismo. Poi venne l’antichità classica, il mondo greco e latino che, con l’imperatore Costantino, si ricongiunse con il Cristianesimo. Per millenni il mondo occidentale aveva escluso la possibilità che fuori dai suoi orizzonti fosse mai esistita altra civiltà degna di questo nome.

Improvvisamente, al principio dell’Ottocento la scoperta dei testi babilonesi e assiri aprì uno squarcio sull’esistenza di altro mondo antico, precedente a quello narrato nella Bibbia e, forse, proprio contro il quale il monoteismo si era costruito. È questa la storia della scoperta delle culture della Mesopotamia: un mondo che oggi ci appare ricchissimo, quanto sconosciuto, sui quali domina il mito di Gilgameš, il potente sovrano della città di Uruk, le cui gesta sono celebrate su tavolette di argilla scritte in caratteri cuneiformi, in lingua sumerica, babilonese e assira. È questo un mito fondante diffuso in tutto il mondo antico dalla Mesopotamia all’Anatolia, dalla Palestina ai confini del mondo indiano. Anche la storia della scoperta di questo mito è singolare. Il primo a raccontarla fu George Smith, un ricercatore inglese, che in realtà lo stava studiando alla ricerca di elementi utili per dimostrare la storicità del diluvio universale.

Alla scoperta di questo mito così antico e così moderno è dedicato il bel libro dell’assiriologo Franco D’Agostino appena uscito per i tipi de L’Asino d’oro: Gilgameš, il re, l’uomo, lo scriba. L’opera si apre con la storia della scoperta del mito e ci rendiamo subito conto della fatica che hanno fatto i grandi archeologi dell’Ottocento per costringere la cultura occidentale a fare i conti con l’esistenza di un mondo completamente altro, più antico e preesistente all’unico mondo possibile, quello della sacra Bibbia appunto, poiché fino a quel momento, tutta la ricerca archeologica e filologica era considerata al servizio degli studi biblici. Invece ci accorgiamo come questa tradizione si collochi alla fonte di tanti miti successivi, che trasformati, o meglio, deformati, sono giunti fino a noi nella Bibbia e nella classicità greca e romana.

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Sui vaccini è battaglia fra i diritti costituzionali. O fra partiti?

Il ministro della Salute Beatrice Lorenzin a Roma, in una foto del 21 aprile 2017. ANSA/GIORGIO ONORATI

Il vaccino sarà obbligatorio per tutti, pena l’istruzione. È questa l’uscita di ieri del ministro Beatrice Lorenzin, che aveva annunciato di avere un testo di legge pronto da depositare in Consiglio dei ministri di oggi. Iniziativa che ha subito ricevuto lo stop del governo e del Miur, per un semplice motivo: l’accesso all’istruzione è un diritto costituzionalmente garantito e dunque obbligatorio e insindacabile.
Tuttavia, la questione è spinosa perché anche il diritto alla salute lo è, e la scelta di non vaccinare i propri figli mette a rischio non solo gli altri bambini, ma l’intera comunità, favorendo l’insorgenza di epidemie e impedendo che i virus vengano debellati. Esempio lampante ne è il morbillo, che a causa del drastico calo dell’immunizzazione, è tornato a colpire in maniera preoccupante.

L’idea del ministro è delicata, ma precisa: superare la differenza fra vaccinazioni “obbligatorie” e quelle “raccomandate”. «Tutti quelli indicati dal piano nazionale servono e vanno fatti. Ma poi vogliamo, di volta in volta e a seconda di coperture e diffusione delle malattie, individuare con decreto gli eventuali vaccini “necessari” senza i quali non si possono iscrivere i figli alla scuola dell’obbligo in quel determinato anno», ha spiegato ieri Lorenzin. Insomma, la questione è semplice: «Se le coperture tornassero sopra il 95% non ci sarebbe bisogno di obblighi per certi vaccini».

Tant’è vero che sono diverse le Regioni che hanno accolto con soddisfazione la proposta del titolare del ministero: sono molti i governi regionali che hanno approvato o stanno approvando una legislazione in questa direzione. Apri strada l’Emilia-Romagna, seguita a ruota dalla Toscana, Friuli Venezia Giulia e Lazio. Proprio Zingaretti a novembre scorso aveva dichiarato in maniera netta: «Obbligo di vaccinazione per i bimbi che vanno al nido: è una legge che proporrò in Consiglio regionale per combattere la diffusione di malattie pericolose e tutelare la salute dei più piccoli. Dopo l’Emilia-Romagna facciamo un passo avanti di civiltà anche nel Lazio».

Un passo di civiltà che a livello nazionale non è stato gradito. Per quanto la proposta di Lorenzin sia solo una bozza, ha ugualmente scatenato un putiferio di reazioni, non solo per l’autonomia dell’iniziativa del ministro non gradita dalla collega all’Istruzione, Valeria Fedeli che si è sì schierata per la «tutela di bambine e bambini» e dunque «per l’obbligatorietà delle vaccinazioni», ma ha però chiarito che «si deve trovare il modo per garantire anche il diritto costituzionale all’istruzione». Uno strappo nel governo che è stato prontamente fatto rientrare – pur facendo slittare la presentazione del testo di legge alla settimana prossima – perché la battaglia contro gli anti-vaccinisti è diventata soprattutto una battaglia politica di Renzi contro i 5 stelle. Al cui «pericoloso populismo e scetticismo» era stato dedicato, proprio un paio di settimane fa, un lungo editoriale sulle colonne del New York Times. Grillo si era poi affrettato a gridare alle fake news, dichiarando che mai il Movimento aveva fatto campagna anti vaccini. Purtroppo e per fortuna, la rete non dimentica, ed essendo i Cinquestelle molto prolifici nelle loro campagne in merito alla produzione di post e video, in brevissimo tempo il leader pentastellato era stato sommerso di smentite.
Leggi anche Quando Grillo raccontava come la difterite si sarebbe estinta da sola. La campagna contro i vaccini del 2007

Non a caso in favore di Lorenzin si sono immediatamente schierati i renzianissimi Matteo Richetti e Michele Anzaldi, che si sono detti «pronti a sostenere il provvedimento» per combattere «pericolosa confusione e ambiguità sul tema».

Nel frattempo, aumentano i vaccini per bambini e adolescenti che saranno offerti gratuitamente dal Sistema sanitario nazionale: anti Meningococco b (il pericoloso batterio che provoca la meningite), Rotavirus, varicella, anti Papillomavirus (oggi gratuito solo per le ragazze) andranno ad aggiungersi alla lista di immunizzazioni già garantite, come stabilito dal Piano nazionale di prevenzione vaccinale 2017-19.

Così marcisce Serracchiani

Debora Serracchiani durante la conferenza stampa di presentazione della fase finale degli Europei Under 21 di calcio che l'Italia ospiterà nel 2019, nella sala polifunzionale della Presidenza del Consiglio dei ministri a Roma, 1 marzo 2017. ANSA/ GIUSEPPE LAMI

Il buongiorno di oggi è un pessimo giorno. Debora Serracchiani (ve lo ricordate?) era quella che avrebbe dovuto ringiovanire il Pd, tempo addietro, con spirito fresco e nuovo. Ha raccolto migliaia di preferenze, stupendo tutti (chissà perché il “nuovo” è di per sé un valore, ma questo è un discorso lungo) e ci si aspettava che potesse davvero svecchiare le più vecchie liturgie. E invece no. Anzi: e invece peggio.

Ha cambiato davvero il corso del Pd, ma verso il dirupo della destra mascherata. Basta leggere le sue parole. Ecco qui. Comunicato stampa di ieri (è qui):

Udine, 10 maggio – “La violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre, ma risulta socialmente e moralmente ancor più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro Paese”.

Lo ha affermato la presidente del Friuli Venezia Giulia Debora Serracchiani, commentando il tentativo di stupro subìto da una minorenne ieri sera a Trieste da parte di un cittadino iracheno richiedente asilo.

Per Serracchiani “in casi come questi riesco a capire il senso di rigetto che si può provare verso individui che commettono crimini così sordidi. Sono convinta che l’obbligo dell’accoglienza umanitaria non possa essere disgiunto da un altrettanto obbligatorio senso di giustizia, da esercitare contro chi rompe un patto di accoglienza. Per quanto mi riguarda, gesti come questo devono prevedere l’espulsione dal nostro Paese, ovviamente dopo assolta la pena. Se c’è un problema di legislazione carente in merito – ha aggiunto Serracchiani – bisogna rimediare”.

Vi prego. Davvero. Basta con queste giovani promesse marcite. Basta.

E buon venerdì.

Quaranta anni fa la morte di Giorgiana Masi. Un video su Roma nel ’77

Santone, poliziotto in borghese, fotografato da Tano D'Amico
Giovanni Santone, il poliziotto in borghese ripreso armato duranti gli scontri finiti con la morte di Giorgiana Masi in una fotografia scattata il 12 maggio 1977 da Tano D'Amico. ANSA/ PER GENTILE CONCESSIONE DI TANO D'AMICO

È la Roma dei cortei, delle cariche, delle squadre speciali, degli agenti in borghese e del sangue, quella raccontata dal documentario realizzato della cooperativa di giornalisti Lotta continua, conservato dall’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, e disponibile su youtube.

Oggi, 12 maggio, il documento è importante per ricordare l’omicidio di Giorgiana Masi avvenuto esattamente 40 anni fa.

Il filmato, infatti, si chiude con le immagini del suo funerale. Renato Novelli giornalista di Lotta Continua intervista i testimoni oculari. Alex Langer per il 2 febbraio – quando a piazza Indipendenza vengono feriti e arrestati Paolo Tomassini e Leonardo Fortuna – e Domenico Pinto e Carlo Rivolta per il 12 maggio quando muore, appunto, Giorgiana Masi (e così fu data la prima volta la notizia).

Spesso, nelle immagini che accompagnano le testimonianze, si vedono agenti con le armi in pugno.