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Il Dipartimento Usa: «In Siria 50 impiccati al giorno finiscono nei forni crematori»

Veduta aerea del carcere di Saydnaya, soprannominato dai detenuti il 'mattatoio', all'inerno del quale 13.000 persone sono state giustiziate nel periodo che va dall'inizio della rivolta del 2011 al 2015. ANSA/ US/ AMNESTY INTERNATIONAL +++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING +++ +++EDITORIAL USE ONLY - NO SALES+++

50 al giorno. Impiccati nella prigione di Saydnaya, a una manciata di chilometri da Damasco, e poi bruciati in un forno crematorio per cancellare le tracce dell’esecuzione di massa. L’accusa dle Dipartimento di Stato Usa nei confronti del regime siriano è pesantissima: l’inviato in Medio Oriente Stuart Jones presenta le immagini declassificate delle modifiche architettoniche all’edificio – realizzate per creare il forno – e parla di «un nuovo livello di depravazione». Nel dossier realizzato con i contributi di media, ong e intelligence si evidenziano la complicità e il “lasciar fare” della Russia, che continua a respingere le accuse e parla di una «deliberata provocazione».

Il penitenziario di Saydnaya, considerato fin dagli anni 80 il luogo dove si eliminano gli oppositori del regime e soprannominato dai detenuti “il mattatoio”, era già finito sotto accusa in un rapporto di Amnesty International dello scorso febbraio che riporta le testimonianze di ex detenuti e funzionari della struttura: l’accusa è di aver impiccato – per ordine di stretti collaboratori di Bashar Al Assad – 13mila persone in 5 anni, da quando nel 2011 è iniziata la cosiddetta “primavera siriana”. Amnesty ipotizza che le torture, i processi farsa e le esecuzioni sommarie siano proseguite anche dopo il 2015 e rappresentino una pratica ancora in corso.

Ora Stuart Jones chiede che il regime di Assad fermi gli attacchi ai civili e alle opposizioni e alla Russia di «assumersi la responsabilità» di garantire il rispetto dei diritti umani. Il nuovo dossier del dipartimento di Stato americano arriva alla vigilia della riapertura del round di negoziati, il sesto, sulla crisi siriana. Lo step precedente, che si è concluso il 31 marzo, non ha registrato progressi, mentre lo scorso 4 maggio ad Astana Russia, Turchia e Iran hanno concluso un accordo per creare aree di “de-escalation”

Martedì a Ginevra, in Svizzera, prenderà il via un nuovo round (il sesto) di negoziati sulla crisi siriana tra regime e opposizione sotto l’egida delle Nazioni Unite. Il round precedente si è concluso lo scorso 31 marzo senza sostanziali passi avanti. L’incontro segue quello del 4 maggio ad Astana, in Kazakistan, terminato con l’accordo firmato da Iran, Russia e Turchia per la creazione di “zone di de-escalation“. Intanto il portavoce della Casa Bianca Sena Spicer fa sapere che sicurezza e stabilità della Siria non saranno garantite fin quando «Assad sarà al potere».

Mentre tutti guardano il mare la ‘Ndrangheta (e un prete) si mangiano i rifugiati sulla terraferma

Un frame tratto dal video rilasciato dall'ufficio stampa delle forze dell'ordine dopo l'operazione coordinata tra Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza che hanno smantellato la cosca Arena di Isola Capo Rizzuto con il fermo di 68 persone disposto dalla Dda di Catanzaro, 15 maggio 2017. ANSA/UFFICIO STAMPA POLIZIA/CARABINIERI/GDF ++ NO SALES, EDITORIAL USE ONLY ++

Forse è che alla fine ci consola avere nemici estranei e quindi assistiamo a dibattiti che si infiammano per il pericolo straniero mentre per i corrotti e corruttori di casa nostra dobbiamo accontentarci al massimo di qualche ordinanza d’arresto (e dei processi che ne seguono) ma stamattina, dopo la giornata di ieri passata a leggere i dettagli dell’operazione Johnny che ha svelato la bava della ‘Ndrangheta sui soldi dell’accoglienza, viene da chiedersi perché su questa turpe storia non si accapiglino tutti come invece è successo per i dubbi mai provati delle settimane scorse.

Anche per la ‘Ndrangheta i migranti del CARA di Isola Capo Rizzuto (il secondo più grande d’Europa, secondo solo al CARA di Mineo) sono semplicemente dei “negri”: «Questi negri girano per Isola Capo Rizzuto… di conseguenza tutto ciò che li riguarda è competenza nostra» dice intercettato Antonio Poerio, l’uomo che avrebbe dovuto occuparsi dell’alimentazione dei rifugiati e che serviva come pasto “cibo per maiali”. Poi c’è il ras Leonardo Sacco (governatore della Confraternità della Misericordia di Isola Capo Rizzuto e già vicepresidente nazionale della confraternità con sede in Toscana) e i suoi rapporti con il clan Arena e, per chiudere in bellezza, il parroco don Edoardo Scordio che intascava 132 mila euro all’anno per offrire “assistenza spirituale” ai migranti che disprezzava in privato. Sullo sfondo, ovviamente, la potente cosca degli Arena. Don Eduardo, tra l’altro, è un altro souvenir dell’antimafia di plastica che dispensa omelie di fuoco contro i mafiosi in pubblico per poi slinguazzarli in privato.

C’è dentro tutto il male italiano: corruzione, mafia, etica prostituita al denaro e falsi profeti. E i migranti terribilmente vittime, come noi. Anche senza mare.

Buon martedì.

Chi è Edouard Philippe, il premier di centrodestra scelto da Macron. E che scelta è

epa05963723 French President-elect Emmanuel Macron attends the handover ceremony at the Elysee Palace in Paris, France, May 14, 2017. EPA/PHILIPPE WOJAZER / POOL

«Per uscire da un sistema serve sempre una rivoluzione. Si crea un nuovo sistema dopo un periodo di caos. La storia dimostra che il nuovo sistema non sempre è migliore.… Se rimaniamo all’interno dello spettro democratico le possibilità che si presentano sono la triangolazione, l’apertura e la trasgressione. La triangolazione è appropriarsi di temi e posture dell’avversario. L’apertura è garantire che alcuni avversari vengano a lavorare con voi. La trasgressione è quella di superare le vecchie regole per crearne di nuove. Triangolare e aprire sono strade semplici e sono già state sperimentate. Senza efficacia. Trasgredire, è più difficile». Durante la campagna elettorale, il deputato non ricandidato de Les Republicains, Edouard Philippe, ha tenuto un diario su Liberation. Questo è un passaggio del suo ultimo articolo. In quello precedente criticava la direzione del suo partito per aver discusso per ore su quale atteggiamento adottare  al secondo turno.

Il messaggio contenuto nel passaggio di articolo che abbiamo tradotto è inequivocabile: in Francia deve saltare il quadro politico e il neo premier, proveniente dalle fila dell’area Juppé (moderata, diremmo) del suo partito, si candidava a essere parte della squadra che tenterà di rivoluzionare la Francia dopo che l’elettorato ha dato un colpo quasi definitivo ai socialisti e una botta ai Repubblicani. Nel suo articolo, il premier designato da Macron registra il terremoto politico e segnala come la Francia abbia urgente bisogno di cambiare. Dal punto di vista dell’offerta politica il discorso somiglia molto a quello del presidente.  E come profilo è perfetto: esperienza politica nazionale, esperienza amministrativa, preparazione Ena e poco carisma (ovvero poca ombra al presidente).  Che però non ha l’aria di uno che potrebbe essere fan di Bruce Springsteen o boxeur amatore, come lo stesso neo-primo ministro. Scegliere un alleato di Juppé, che è tutto sommato piuttosto popolare nella parte moderata del Paese, è un segnale a una parte della Francia che non ha votato Macron al primo turno. E uno sfondamento in territorio avversario, quello del partito tradizionale uscito più in forma dalle presidenziali – e ben messo per vincere le legislative. 

Il neo premier dietro il neo presidente

Stamane il premier uscente Cazeneuve si è dimesso dopo che Macron è entrato in carica, Philippe è andato nel suo ufficio all’Assemblea nazionale in taxi e il suo partito si è riunito di urgenza per capire come fare a incassare il colpo della razzia compiuta dal neo-presidente. La Francia è stata ad aspettare tutta la mattina un annuncio che si presumeva sarebbe stato fatto a inizio giornata e che, normalmente, non ha tanto valore: in passato quando vinceva il presidente di un partito tradizionale, più o meno si sapeva chi sarebbe stato premier e, comunque, si sapeva di che partito sarebbe stato.

Stavolta gli occhi e le telecamere erano tutti puntati su Matignon perché la scelta di Macron è un segnale.  Negli ambienti giornalistici c’è anche grande discussione sulla mancanza di fughe di notizie e di leaks sulla scelta: negli anni di Hollande e di Sarkozy ce ne sono stati tanti e sembra di capire che la comunicazione di Macron sarà molto controllata.

Quarantasei anni, giovane socialista e poi spostatosi a destra e divenuto fedele di Alain Juppé nel senso che ha fatto parte delle sue campagne e ogni volta che il sindaco di Bordeaux, ex premier ed ex ministro ha perso o si è dovuto fare da parte per ragioni giudiziarie, anche Philippe è andato a fare l’avvocato o a lavorare nel settore privato. E stavolta, lui che è anche sindaco di Le Havre, città della Normandia, porto commerciale più importante di Francia, dal 2010, si è sfilato dalla campagna Fillon e da quella elettorale. Oggi Macron scommette su di lui e sulla aspirazione comune di modernizzare e rivoluzionare la Francia su un terreno in teoria nuovo. La strada è molto stretta e difficile e la scelta di Philippe sembra essere quella di un presidente che mira a costruire un centro molto grande e a raccogliere consensi a destra, dopo aver fatto il pieno di quelli di una parte della sinistra al primo turno. L’immagine che si sceglie di trasmettere è quella di un gruppo di rinnovatori senza casacche storiche. Vedremo.

Certo è che su alcune grandi questioni le ricette di Macron non appaiono rivoluzionarie o di gran rottura. La Francia resta un Paese con un enorme settore pubblico – piuttosto efficiente a dire il vero – ma non è detto che la trasformazione del Paese passi davvero per un suo ridimensionamento. L’aspetto di grande senso dell’ipotesi Macron è quello relativo all’Europa e alla necessità di rilanciarla e rinnovarla. In questo senso la sua è una rottura con gli altri schieramenti che sono andati bene alle elezioni – Le Pen e Mélencon – che hanno piuttosto corteggiato il comprensibile scontento del pubblico francese nei confronti del traballante disegno europeo. Se si tratterà di una formula post tutto o di una formula centrista si vedrà: certo è che il centrismo in Francia non ha mai avuto enorme successo politico e il risultato del primo turno segnala che c’è un abbondante 50% che ha votato per candidati non di centro. E pure il voto utile a Macron magari nasconde qualche voto socialista perso già al primo turno ma non necessariamente convinto da uno schieramento al centro.

Macron ha anche nominato Alexis Kohler, 44 anni, segretario generale dell’Eliseo, Ismaël Emelien, 30 anni, stratega della campagna, come suo consigliere speciale e Philippe Etienne, ex ambasciatore a Bruxelles, Berlino, Mosca e membro dello staff di Bernard Kouchner, ministro degli esteri del governo Fillon tra 2007 e 2010 – Kouchner, fondatore di Medici Senza Frontiere è stato ministro anche del socialista Jospin.

Il campo del governo e della complicata costruzione di uno schieramento che sostenga il presidente vive le sue difficoltà con defezioni dalla lista dei candidati annunciati e una serie di posti ancora vacanti da usare come merce di scambio con personalità o con i partiti in cambio di sostegno. L’attenzione è soprattutto a raccogliere elementi di destra.

A sinistra Mélenchon punta a essere la faccia dell’opposizione al presidente e la scelta di un repubblicano come premier è in qualche modo un favore alla France Insoumis dell’ex socialista che oggi rifiuta accordi con il Partito comunista e con quello socialista, mostrando di voler essere colui che prova a fare un’operazione alla Macron nel campo della sinistra: demolire le forze esistenti e costruire un nuovo schieramento. La differenza è relativa alla capacità di costruire alleanze personali di Macron con quella di Mélenchon, che sembra escludere ex alleati e vicini (il candidato socialista Hamon) invece che radunarli.

Quelli che tentano di saltare il muro, rischiando tutto

Il muro metallico e di filo spinato antio-immigrati nel sud dellUngheria, al confine con la Serbia, 27 agosto 2015. ANSA/DRAGAN PETROVIC

Fabbricarsi ramponi con pezzi di ferro, sotto la barriera di Melilla; e poi, il grande salto. Lanciarsi sulla rete affilata, tra cani e radar. Aprirsi un varco, in un incubo da Orwell. Cosa significa un confine per quelli dall’altra parte? Lo racconta lo stupefacente documentario “Les Sauteurs” di Abou Bakar Sidibé, Moritz Siebert e Estephan Wagner, girato per la prima volta da un migrante sotto la Fortezza; metafora di tutti gli uomini oggi schiacciati dai confini, dal Messico all’Evros.

Il muro deporta indietro, dispera, uccide e ferisce. Penso a Manzoor e Shihad, giovani pachistani accampati nelle baracche in Serbia. Hanno provato decine di volte il border crossing. Anche se ripetutamente pestati dalle polizie magiare e croate, morsi dai cani, persino l gelo, stasera ancora ci riproveranno. Su quel confine ungherese oggi i rifugiati sono rinchiusi in container, mentre l’Australia usa isole come prigioni-lager. Eterne foto di mani di bimbi tra la rete.

E poi quel mostruoso limbo in cui sono bloccati migliaia di rifugiati, dopo la chiusura della rotta balcanica, senza prospettive, separati dagli affetti. La mente si ammala. Si perdono i sogni sotto i muri. Come il trentenne maliano, impiccatosi tra i binari della stazione di Milano, a pochi metri del centro di aiuto sociale del comune. Centri di accoglienza, confini anche loro.
Muro-negazione, muro-depressione.

Il confine è la materializzazione della negazione che si aggira nel mondo, contro i migranti. 24.600 bambini (Unicef) tra cui la metà non accompagnati, sono abbandonati nei Balcani sotto i muri dell’Europa, senza scuola né cure mediche. La frontiera chiusa ti costringe ad una brutale sopravvivenza, alla jungle. Ghetti e baraccopoli, Calais, Moria, Baobab. Sono persino sotto casa, i nessi dell’apartheid invisibile che ha ammazzato Nian Maguette nel cuore di Roma. Normalmente quella stessa pulsione ammazza uomini neri, lontano dai nostri occhi, tra Sabratha e Lampedusa, nell’Egeo o nel deserto; ma intanto un po’ della nostra fantasia e società si sgretola, è scomoda questa fossa comune sotto i nostri marciapiedi.

Il confine può essere sempre reinventato. Paesi dichiarati “sicuri” per i rimpatri. Afghani deportati sotto le bombe, sudanesi espulsi. Si possono esternalizzare i confini dell’Ue spostandoli sempre più in là nel cuore dell’Africa, delegare a milizie il lavoro sporco; farli sparire preventivamente purché non arrivino qua tra noi. I confini nostri puzzano di detenzioni, stupri e respingimenti, di motovedette vendute alle guardie costiere libici. Chi sa se non li annegano. Corpi riaffiorano a volte sulle spiagge libiche, altre volte vanno a fondo, non conosceremo mai loro nomi*. E’ solo grazie alle navi delle Ong umanitarie, i nostri “occhi” sul mare, che si può svelare l’eliminazione in corso.

I confini li riconosci sulla pelle, dove possono essere marchiati a vita: ferite da proiettili, da manganelli, morsi da cane, membra rotte, segni di torture sul petto. Come in un archivio vivente i corpi degli uomini in movimento raccontano la nostra violenza xenofoba.

Ma i confini producono anche resistenze inedite, dalla valle Roya a Idomeni, cittadini si inventono cuochi, volontari, passeurs: rischiando l’arresto per rifiutare il disumano e ricreare l’uguaglianza. Alla mostra Cross the Streets al Macro, Mosa One mi spiega il significato del suo murales: “La mano di Fatima solleva il filo spinato, per fare passare una bimba siriana, così testimonio di quello che succede nel mondo”. Mosa One ha 19 anni. Per tanti come lui, per fortuna, i confini non significano nulla.

*Dall’inizio del 2017, 1.300 persone sono scomparse o hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere l’Europa (fonte Unhcr).

Gli affari degli Arena sulla pelle dei migranti. Arresti a Crotone

Da una parte della strada statale 106 un gruppo di ragazzi che espongono uno striscione con la scritta "Crotone non ti vuole #maiconsalvini", dall'altra lo schieramento di carabinieri e polizia. Così, davanti all'ingresso del Centro richiedenti asilo di Isola Capo Rizzuto, si attende l'arrivo del leader della Lega Matteo Salvini che visiterà la struttura, una delle più grandi d'Europa, e il campo rom di Crotone, 02 luglio 2015. ANSA/ CLEMENTE ANGOTTI

Il centro di accoglienza per migranti di Isola Capo Rizzuto, a Crotone, nelle mani dello storico clan ‘ndranghetista degli Arena. Un mega affare sulla pelle dei migranti che, spiegano gli investigatori, ha dirottato nelle casse degli Arena 36 dei 103 milioni di euro di fondi europei arrivati dallo Stato tra il 2006 e il 2015.

Questa mattina la Dda di Catanzaro guidata da Nicola Gratteri ha fermato 68 persone, sequestrando appartamenti e auto di lusso e contestando associazione mafiosa, estorsione, porto e detenzione di armi, intestazione fittizia di beni, malversazione ai danni dello Stato, truffa aggravata, frode in pubbliche forniture e altri reati fiscali aggravati dalla modalità mafiose. Assieme al controllo della struttura per i migranti e alle estorsioni nel territorio tra Catanzaro e Crotone, la maxi operazione condotta da 500 agenti di Polizia, Carabinieri e Guardia di finanza nell’ambito dell’inchiesta denominata “Johnny” riguarda anche attività legate al gioco d’azzardo e alle scommesse on line.

Tra le persone coinvolte nelle indagini coordinate dal procuratore aggiunto Vincenzo Luberto ci sono anche il parroco di Isola Capo Rizzuto don Edoardo Scordio, e il 38enne Leonardo Sacco, governatore della Misericordia e già vicepresidente nazionale delal confraternita, che gestisce il centro di accoglienza per richiedenti asilo. Per dimensioni la struttura Sant’Anna, posizionata in una vecchia area militare lungo la statale 106, è seconda solo al Cara di Mineo. Da sempre sotto i riflettori per gli interessi delle cosche nella gestione dei migranti, la gestione del centro di Isola Capo Rizzuto – stando agli inquirenti – avrebbe addirittura prodotto una “pax mafiosa” tra le famiglie in conflitto sul territorio, dal momento che la torta da spartire era molto consistente e si era estesa di recente anche a nuovi progetti di accoglienza (due Sprar nella zona e altri appalti a Lampedusa), anche grazie alle relazioni politiche intessute dal governatore della Misericordia.

Sacco ha ricoperto incarichi in diverse strutture e ha rapporti diretti con numerosi esponenti politici, tra cui la parlamentare Dorina Bianchi e il ministro degli Esteri, già agli Interni, Angelino Alfano.Tre anni fa il manager aveva anche indicato al vertice della struttura di accoglienza di Lampedusa una persona imparentata con il fratello di Alfano, Lorenzo Montana, che ha rinunciato all’incarico dopo le polemiche sui suoi legami e sulla mancanza di esperienza in tema di migranti.

Il prete è ritenuto dagli inquirenti il gestore occulto della Confraternita e il collante tra le attività del manager Sacco, suo uomo di fiducia, e quelle criminali degli Arena. Gli interessi del clan nella gestione del Cara erano già emersi nel 2011, quando è arrivata la sospensione del certificato antimafia per la ditta che si occupava della ristorazione nel centro e la conseguente rescissione del contratto. Sotto i riflettori della magistratura è finito anche l’utilizzo, da parte della protezione civile della Misericordia, di un capannone appartenuto a un esponente del clan ucciso nel 2005, e poi nella disponibilità dei suoi familiari.

«Troppe cose non andavano nel centro fra i più grandi d’Europa. Dalla condizione in cui versavano i migranti alla gestione economica. Dalla mancanza di trasparenza alla morte di un ragazzo» ha scritto su Facebook la parlamentare di Sinistra Italiana Celeste Costantino, che più volte ha fatto sopralluoghi e presentato interrogazioni sulla struttura. «Eppure davanti a tutte queste sollecitazioni la risposta era sempre la stessa. Il Ministro Alfano, il Prefetto Morcone hanno sempre detto che era tutto in regola. Diciamo sempre che nella lotta alle mafie ognuno deve fare la propria parte. C’è chi l’ha fatta e c’è chi invece si è voltato dall’altra parte».

La sinistra di Schulz sconfitta in casa. Il tema della sicurezza consegna la Westfalia al Cdu di Merkel

FILE - In this March 27, 2017 file photo Social Democratic Party, SPD, chairman and top candidate in the upcoming general elections Martin Schulz closes his eyes as he gives a statement after first projections of the state election in German state Saarland have been announced at the party's headquarters in Berlin. A pair of upcoming German state elections could show whether the center-left Social Democrats can win back the momentum they need to deny conservative Chancellor Angela Merkel a fourth term. Sundays vote in Schleswig-Holstein and the May 14 election in North Rhine-Westphalia, Germanys most populous state, are the last tests at the ballot box before a national election in September. (ANSA/AP Photo/Markus Schreiber, file) [CopyrightNotice: Copyright 2017 The Associated Press. All rights reserved.]

Il 24 settembre la Germania deciderà il nome del suo prossimo Cancelliere, a sfidarsi Angela Merkel con la sua Unione cristiano democratica (Cdu) e il socialdemocratico Martin Schulz (Spd). Schulz prometteva di portare la Germania a sinistra, ma i risultati del voto nei Land tedeschi degli ultimi mesi non sembrano dargli ragione e anzi segnano un tre a zero per Angela Merkel. Tutto era iniziato a Marzo (ne avevamo parlato qui) con le elezioni per il rinnovo del Parlamento regionale del Land tedesco Saarland, ma quella che brucia di più è l’ultima clamorosa sconfitta dei socialdemocratici di Schulz, avvenuta ieri nella regione chiave della Renania Settentrionale – Vestfalia. Il land del Nord Reno – Westfalia infatti non solo, con i suoi 18 milioni di cittadini, è il più popoloso della Germania, ma è anche quello più a sinistra, il cuore del partito dell’ex presidente del Parlamento Europeo.
Lo spoglio assegna per ora circa il 34% dei voti alla Cdu di Merkel mentre il centro-sinistra di Schulz si è fermato al 31%, perdendo quasi 9 punti rispetto alle elezioni del 2012 dove si era attestato attorno al 39,1%. Batosta anche per i Verdi alleati di Spd che arrivano a un risicato 6% (la soglia di sbarramento del 5%per entrare nel parlamento regionale è fissata al 5%), un risultato quasi dimezzato rispetto alla tornata elettorale precedente nella quale avevano ottenuto l’11,33% dei consensi. E crollo anche per il partito di sinistra Die Linke, rischia quasi l’esclusione per poi mettersi in salvo con un 5% e garantirsi una rappresentanza.

Le ragioni della sconfitta della sinistra

Cosa ha pesato dunque sulla sconfitta del centro sinistra nella regione in cui la sua vittoria dovrebbe essere stata scontata? A giocare un ruolo fondamentale è stato sicuramente il tema della sicurezza, non è un caso infatti che i partiti che avevano una linea più dura sul tema siano stati premiati alle urne. L’Afd, partito di estrema destra arriva ad ottenere ben il 7,5% dei voti e anche il liberali dell’Fdp accrescono i loro consensi arrivando a un 12%.

 

A pesare sul crollo di Spd che aveva governato il land del Nord Reno – Westfalia negli ultimi 50 anni (dopo i risultati il presidente socialdemocratico del Land si è immediatamente dimesso), sono stati sicuramente anche i fatti di Colonia avvenuti lo scorso Capodanno, quelle molestie sessuali di massa in piazza che avevano sconvolto la Germania e l’Europa un anno e mezzo fa, facendo puntare il dito contro i migranti (e a dir la verità anche contro la Cancelliera del «welcome refugees»). A questo si sono poi uniti i vari attentati subiti negli ultimi mesi in altre città tedesche, contribuendo quindi a fare della sicurezza e della paura il tema centrale di una campagna elettorale in cui la sinistra a quanto pare non riesce ancora una volta a dare risposte concrete finendo per regalare voti alla destra e favorire il centro di Angela Merkel.

Prospettive per le elezioni nazionali del 24 settembre

Le elezioni nazionali sono lontane oltre quattro mesi, eppure il fatto che Spd sia crollata nella sua roccaforte e proprio dove risiedono ben un quinto dei voti dei cittadini tedeschi, mette in discussione le ambizioni di Martin Schulz. Merkel dal canto suo sembra riuscire a reggere con il suo temperamento moderato le spinte populiste che sembrano influire in modo radicale nelle ultime elezioni in Europa, si pensi all’ipotesi poi sventata di una vittoria di Le Pen, e negli Stati Uniti con il successo di Trump. La ragione della tenuta della Cancelliera (è in carica da ben dodici anni) è probabilmente da ricercarsi nei successi economici della sua politica. In Germania la disoccupazione è al 4,1 per cento e solo lo scorso week end il governo ha potuto annunciare non solo un record di esportazioni, ma anche che, di conseguenza, il denaro raccolto dalle sarà maggiore di quello pronosticato: ben 55 miliardi di euro in più entro il 2020.
Una ragione che a quanto pare, oltre alla sicurezza, sembrerebbe convincere i cittadini tedeschi a riconfermare per ora il loro voto per Merkel.

Qui, il Paese dove Cuffaro insegna ai corsi per giornalisti

L'ex governatore della Sicilia Salvatore Cuffaro all'uscita dal carcere di Rebibbia, Roma, 13 dicembre 2015. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

“Identità personale e diritto all’oblio (ex Carta di Milano)”, il titolo dell’incontro nell’aula consiliare dell’ex provincia regionale ad Agrigento. Un corso di aggiornamento per giornalisti che avrebbe dovuto affilare gli strumenti professionali di una categoria ultimamente piuttosto bistrattata.

Accanto ai relatori i giornalisti che partecipavano al convegno si sono trovati anche lui, Totò Cuffaro. Sì, proprio lui, Totò Cuffaro, l’ex governatore della Sicilia condannato per mafia nell’ambito dell’inchiesta “Talpe alla Dda”. Quello stesso Totò Cuffaro che avvisava i mafiosi di essere intercettati e che eletto per essere “argine” ha preferito essere “scivolo” di Cosa Nostra.

Al suo fianco c’era il moderatore dell’incontro, Stelio Zaccaria, il caporedattore della redazione di Agrigento de “La Sicilia”, alla sua destra l’avvocato Salvatore Pennica, la giornalista Teresa Di Fresco, vicepresidente dell’ordine dei giornalisti di Sicilia, e Michelangelo Capitano, il direttore dell’istituto di pena minorile “Malaspina” di Palermo.

Quando Cuffaro ha preso la parola un giornalista (solo uno, uno solo) si è alzato e se n’è andato. Solo dopo il caso è diventato un caso. In questo Paese la meritocrazia è buona solo per la propaganda elettorale; poi ci si ritrova sempre la stessa schiera di falliti, colpevoli o condannati che chissà perché ci fanno pure la morale.

Il Presidente dell’Ordine dei giornalisti siciliani si è difeso dicendo che “Salvatore Cuffaro ha solo portato la sua testimonianza sul carcere a un corso di giornalisti sulla carta deontologica che riguarda le persone detenute, la Carta di Milano, non era relatore e non era invitato. Si è seduto occasionalmente al tavolo dei relatori per parlare della sua esperienza di detenuto e su come la gente detenuta vive il rapporto con gli organi di informazione”.

Si è imbucato alla festa, insomma. Solo che dopo essersi imbucato ha scelto la musica del ballo.

Avanti così.

Buon lunedì.

Otto per chi?

Preparativi in occasione del giuramento delle reclute delle guardie svizzere, Citta del Vaticano, 6 marzo 2017. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Giulio Tremonti ne vanta la paternità, è il protagonista di martellanti e costose campagne pubblicitarie, allo Stato sembra invece non interessare affatto. La Corte dei Conti ne chiede modifiche da anni e da anni resta inascoltata, il contribuente medio ne ignora il funzionamento. Che cos’è? È l’otto per mille, quella quota obbligatoria di Irpef che dobbiamo lasciare allo Stato o alla Chiesa cattolica o ad altre undici cosiddette confessioni di minoranza che hanno stipulato un’intesa ex art. 8 Cost. Obbligatoria, si diceva, a differenza del cinque per mille e del due, di fugace comparsa solo per lo scorso anno. Ma che più che a una tassazione coatta di sostegno ai culti si avvicina in effetti a un sondaggio di opinione: l’intero gettito viene infatti ripartito in base alle sole scelte espresse. Non firmare, anche se il contribuente spesso non lo sa, equivale a destinare la propria quota non allo Stato, bensì alle scelte degli altri. Con questo trucchetto al limite della truffa la Chiesa cattolica nella ripartizione 2016 dei redditi del 2012 con il 36,7 % delle preferenze si è aggiudicata l’80,9 dell’importo complessivo (un miliardo e passa).
La stortura dell’intero sistema, dalla mancata proporzionalità alla pressoché totale carenza di informazione al cittadino, alla opacità perdurante sull’utilizzo dei fondi, così come sottolineate a più riprese dalla Corte dei Conti, è accentuata dal fatto che solo il 45% dei contribuenti esprime una scelta.

Il restante 55% comunque concorre, volente nolente e a sua insaputa che sia, a quel miliardo alla Chiesa Cattolica di cui sopra. Che, fra parentesi, lo utilizza in massima parte per “esigenze di culto”, mentre all’obiettivo originario di sostentamento del clero, abolita la vecchia congrua, va appena il 36% dell’introito. Ai “poveri bimbi dell’Africa” e agli aiuti al Terzo Mondo in generale… l’8,6%.

Al contrario, alcune confessioni “virtuose” hanno rinunciato per anni alle quote derivanti da scelte inespresse, decidendo di trattenere solo quelle a loro esplicito favore. Inoltre, la Tavola Valdese in testa, alcune rifiutano di utilizzare le risorse per esigenze di culto. Purtroppo anche questi tentativi di sottolineare il problema cadono nel vuoto.Anche perché, ulteriore paradosso del meccanismo, lo Stato è di fatto un competitor inesistente. Non si fa alcuna pubblicità, anche se avrebbe potuto utilizzare quanto ricevuto per la ricostruzione e l’adeguamento antisismico degli edifici scolastici. Adesso il problema nemmeno si pone più, visto che fino al 2026 l’otto per mille statale sarà destinato esclusivamente ai beni culturali.

Non aiuta infine che, come da più inchieste segnalato, siano spesso gli stessi Centri di assistenza fiscale non solo a non fornire corrette informazioni, ma direttamente a pilotare le scelte.
Eppure modificare il meccanismo sarebbe anche possibile, oltre che logico e auspicabile. Basterebbe una piccola variazione alla legge 222 del 1985 che è sì di derivazione concordataria, ma non coperta dal diritto internazionale. Ma nessuno che abbia mai, in tutti questi anni e nonostante esplicita previsione normativa, pensato perlomeno di rivedere al ribasso la quota.In ogni caso la torta risulta talmente appetibile che da più parti giungono ostacoli all’allargamento del novero dei beneficiari, come i Testimoni di Geova o le comunità islamiche. O perché no, associazioni esponenziali di cosmogonie atee e agnostiche.
Insomma una partita (di poker?) dal piatto miliardario, ma a carte truccate e sempre con gli stessi giocatori. Non passiamo, però: andiamo a vedere.
*UAAR Unione degli atei e degli agnostici razionalisti

Questo commento è uscito su Left in edicola

 

SOMMARIO ACQUISTA

Il virus invisibile del razzismo

epa04925174 A refugee looks through the fence of the central refugee reception centre of Mecklenburg-Western Pomerania, in Horst, Germany, 11 September 2015. EPA/JENS BUETTNER

Probabilmente, se il 7 maggio scorso il giovane maliano di 31 anni non avesse deciso di suicidarsi lungo i binari in prossimità della Stazione centrale di Milano, davanti a centinaia di passeggeri dei treni in transito, la sua morte non sarebbe finita sui giornali. Era uno dei tanti cittadini stranieri “invisibili” che vivono in Italia nei centri di accoglienza con il permesso di soggiorno per protezione internazionale (ca. 180mila, fonte “Rapporto Osservasalute 2016”). Le cronache riportano che la sua identificazione è stata possibile grazie al rilievo delle impronte digitali. Era nel nostro Paese da almeno un anno e mezzo. E il suo permesso di soggiorno per motivi umanitari era in corso di rinnovo a Modena. Si era lasciato alle spalle un Paese che dal 2012 è lacerato da un conflitto alimentato, specie al nord e da qualche tempo anche al centro, da gruppi di miliziani jiahidisti legati ad Al Qaeda. L’invisibile di Milano era un migrante forzato, uno degli oltre 5mila cittadini maliani arrivati in Italia tra il 2015 e i primi mesi del 2016 per fuggire alle atrocità della guerra. La cause del gesto estremo sono ignote ma fanno inevitabilmente pensare a una grave depressione ed è lecito chiedersi se poteva essere evitato e se il disagio del ragazzo era stato intercettato e adeguatamente seguito nelle strutture in cui ha vissuto. La salute – compresa quella mentale – non è solo un diritto costituzionale, è un diritto umano. Peraltro è pur vero che a volte la diffidenza e la paura di essere rimpatriati, alimentate da campagne stampa xenofobe, nonché una scarsa conoscenza del nostro sistema sanitario, spinga gli stranieri in difficoltà lontano da chi potrebbe curarli. Per fare chiarezza su quali siano le problematiche da affrontare nell’approccio medico con i migranti rifugiati o richiedenti asilo, Left ha rivolto alcune domande a Rossella Carnevali, psichiatra e psicoterapeuta.

Certe esperienze possono minare la salute di un individuo in misura molto profonda? «Certo, ma questo non basta altrimenti i migranti che arrivano in Italia dopo aver sfiorato la morte ogni secondo del loro viaggio dovrebbero ammalarsi tutti, invece non è così. A seconda della storia di vita e dello sviluppo dell’identità, ogni essere umano è in grado di resistere in misura maggiore o minore agli eventi avversi o traumatici o alle delusioni e quindi cadere o meno nella malattia. La migrazione, in quanto cambiamento radicale della vita dell’individuo, rappresenta di per sé un fattore stressante ma la reazione a tale evento non è sempre patologica e dipende da diversi fattori, individuali e non». Ciò detto, aggiunge Carnevali, «gli immigrati hanno una vulnerabilità alle patologie mentali maggiore rispetto a quella della popolazione ospitante: un rifugiato su 10 soffre di disturbo postraumatico da stress (Ptsd), uno su 20 di depressione, e maggiore è anche l’incidenza di schizofrenia tra gli immigrati di I ma soprattutto di II generazione».

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Palestina, disobbedienza civile per la dignità

TOPSHOT - Palestinian protesters clash with Israeli security forces following a protest in support of Palestinian prisoners on hunger strike in Israeli jails, near the Jewish settlement of Beit El, north of the West Bank city of Ramallah April 27, 2017. / AFP PHOTO / ABBAS MOMANI (Photo credit should read ABBAS MOMANI/AFP/Getty Images)

Tra resa e deriva terroristica c’è un’altra strada praticabile. La strada della rivolta popolare non violenta, della disobbedienza civile. È una lezione straordinaria che ci viene dal Venezuela e da una terra martoriata, oppressa: la Palestina. E a dare una lezione di coraggio e un messaggio forte di resistenza sono i palestinesi incarcerati nelle prigioni israeliane. Nel disinteresse, colpevole, dei media internazionali, da giorni migliaia di prigionieri palestinesi hanno avviato uno sciopero della fame. E a darne conto è l’uomo-simbolo della resistenza palestinese: Marwan Bargouthi, l’ex segretario generale di al-Fatah in carcere dal 2004 in Israele dove sta scontando cinque condanne all’ergastolo per aver pianificato attacchi mortali contro israeliani durante la Seconda Intifada.  Non c’è una famiglia palestinese che non abbia avuto un suo membro incarcerato. È la ferita di un popolo. Una ferita mai rimarginata. «Se mio padre è un terrorista, lo è stato anche Nelson Mandela», ha affermato al quotidiano israeliano Haaretz Aarab Barghouti, il figlio di Marwan. Può apparire un parallelo forzato, ma esso contiene una rivendicazione al diritto alla resistenza di un popolo sotto occupazione contemplata anche dalla Convenzione di Ginevra. «Mio padre, era e resta un sostenitore della soluzione dei due Stati (Israele e Palestina) e della applicazione della legge internazionale e delle risoluzioni dell’Onu per entrambi i popoli. Allo stesso tempo è convinto che questo governo israeliano, queste controparti israeliane, non siano partner per un accordo. Perché portano avanti ogni giorno le politiche di occupazione più dure e aggressive, dalla costruzione delle colonie nella nostra terra alla demolizione delle nostre case…», afferma, in una intervista al Manifesto, Qassam Barghouti, figlio 32enne del dirigente politico palestinese, a sua volta ex detenuto in Israele dove ha scontato una condanna a quattro anni.

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