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Più trasparenza nei negoziati sul clima. La vittoria dei Paesi emergenti contro le Big oil

Le lobby delle fonti energetiche fossili, quelle sotto accusa per essere le principali fonti del surriscaldamento globale causato dalle attività umane, dovranno dichiarare il loro conflitto d’interessi quando partecipano ai colloqui sul clima delle Nazioni Unite. La piccola ma importante conquista sulla strada della “apertura e trasparenza” delle sedi diplomatiche e in particolare della Convenzione quadro sui cambiamenti climatici (Unfccc), è merito delle pressioni dei Paesi cosiddetti emergenti, che nei negoziati tecnici in corso a Bonn hanno superato le resistenze delle maggiori economie, inclusi Stati Uniti, Unione europea, Norvegia e Australia.

Ecuador e Venezuela, infatti, a nome del gruppo dei Paesi emergenti, avevano posto al questione morale e chiesto con forza l’introduzione di una policy sul conflitto d’interessi in virtù della quale i gruppi con lo status di osservatori devono dichiarare la loro condizione di conflitto d’interessi. Tra questi gruppi che hanno la possibilità di partecipare a riunioni e conferenze facendo lobby contro la riduzione delle emissioni di gas serra, figurano le Big oil, da ExxonMobil a Shell, Bp e Bhp. L’Unfccc raccoglierà dunque le osservazioni di qualunque stakeholder, anche singole persone vittime degli effetti o delle politiche sul climate change, in merito ai possibili conflitti d’interesse e alle modalità per contrastarli e la discussione andrà avanti per un anno.

Per capire meglio di cosa stiamo parlando basta osservare la reazione di alcuni lobbisti a margine dei negoziati in corso a Bonn. Uno di questi è Stephen Eule, analista del clima per la Camera di Commercio Usa, che ha lo status di osservatore presso l’Unfccc. Eule, riferisce il Guardian, ha richiamato la necessità di coinvolgere l’industria del carbone (la più inquinante), definendo “irrealisticamente ambiziosi” gli impegni assunti dagli Usa di Obama al summit sul clima di Parigi del 2015 e mostrando approvazione per le misure di Trump che fanno marcia indietro rispetto a tali impegni, perché produrrebbero uno svantaggio competitivo per gli Usa.

Un punto di vista come un altro, ma è importante sapere – e ora lo si saprà con più facilità – chi rappresentano i lobbisti come Eule quando intervengono e interloquiscono nelle sedi diplomatiche in cui si discute di come combattere il climate change. La Camera di Commercio Usa rappresentata a Bonn da Eule è finanziata dalla ExxonMobil per le realizzare “campagne pubbliche di informazione” e nel suo consiglio di amministrazioni sono rappresentate alcune delle più grandi imprese energetiche del Paese. Legittimo dunque fare lobby, ma almeno sia palese a sostegno di quali posizioni e interessi lo si fa. Ma c’è già chi chiede di escudere del tutto lealobby delle energie fossili dai negoziati sul clima, come avvenuto per l’industria del tabacco quando si discuteva dei danni del fumo.

Brasile, richiesta di dimissioni per Temer. “Ha comprato il silenzio del suo vice”

epa05971066 People protest against the President of Brazil, Michael Temer, at Paulista Avenue in Sao Paulo, Brazil, 17 May 2017. Temer was recorded by Joesley Batista, one of the owners of meat producer JBS, allegedly voicing approval to giving hush payments to the former head of the Deputy Chamber, Eduardo Cunha, who is currently in prison for the corruption of Pretrobras, according to reports by O Globo newspaper. EPA/FERNANDO BIZERRA JR

Uno scoop del quotidiano O Globo fa ballare la poltrona del presidente del Brasile Michel Temer. L’accusa per lui è di aver comprato il silenzio del suo vice nel Pmdb (il partito del presidente) e presidente della Camera, Eduardo Cunha, in carcere da ottobre 2016 con l’accusa di corruzione nell’ambito dell’inchieta Lava Jato (“autolavaggio” in italiano), che sinora ha portato in carcere dirigenti statali e delle principali multinazionali brasiliane del settore petrolifero, delle grandi opere e navale, ma anche esponenti politici di rilievo.

Il quotidiano brasiliano ha rivelato che i fratelli Joesley e Wesley Batista, titolari di una grande impresa multinazionale che lavora le carni, la Jsb, hanno consegnato ai magistrati dell’inchiesta Lava Jato la registrazione di un colloquio tra lo stesso Joesley Batista e Temer, in cui il primo confermava al secondo che stava per consegnare una valigetta con 500mila reais, 150mila euro circa, come prima parte di un versamento della stessa entità che sarebbe stato effettuato settimanalmente per 20 anni.


L’incontro tra il presidente e Batista, che nascondeva un registratore acceso in borsa, è avvenuto la sera del 7 marzo scorso presso la residenza di Temer, il quale – rivela O Globo alla luce dell’ascolto della conversazione – avrebbe acconsentito e detto: «È per lui, deve conservarlo». Collaborando con gli inquirenti e registrando la conversazione, i fratelli Batista avrebbero ottenuto che in un’inchiesta su carni avariate in cui sono coinvolti i magistrati non ci andassero con la mano pesante. Ora spiegano che l’ordine di effettuare il pagamento non è arrivato dal presidente, ma che lui era a conoscenza del patto.

Destinatario ultimo della cifra in questione, il vicepresidente Cunha, che avrebbe così dovuto coprire il ruolo di Temer nei fatti di corruzione in cui è coinvolto, soprattutto in relazione al finanziamento della campagna elettorale. Una cifra analoga sarebbe arrivata anche al mediatore Lúcio Funaro e in questo calso la Polizia ha filmato la consegna del denaro.

Dal Canto suo, Temer attraverso i canali ufficiali della presidenza respinge le accuse ed esclude di aver parlato di trasferimenti di soldi durante il colloquio con Batista. Secondo i media brasiliani, il presidente, che dopo la notizia si è chiuso in riunione con ministri e collaboratori per oltre due ore, parla di una cospirazione ai suoi danni e chiede di vedere i documenti e il testo integrale della registrazione frutto della collaborazione dei Batista con i magistrati, finalizzata a ottenere uno sconto di pena. La richiesta di impeachment da parte delle opposizioni, Pt in testa, è già partita e nelle piazze delle grandi città brasiliane i manifestanti chiedono che l’uomo del golpe bianco contro Dilma Roussef si dimetta.

Grufolano sulla nonna di Renzi e intanto affossano la legge sulla tortura (e il “teorema Zuccaro” non esiste)

Il segretario del Partito Democratico Matteo Renzi a ''L'Arena'' su Rai 1 condotta da Massimo Giletti, Roma, 14 maggio 2017. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Forte questo governo Gentiloni. Ancora una volta, dopo quella brutta legge sulla legittima difesa (che si augurano di aggiustare in quel Senato che volevano abolire) ieri alla Camera sono riusciti a partorire una legge sulla tortura che appena nata ha già infranto parecchi record: non è stata votata dal suo primo firmatario Luigi Manconi (come se un ristoratore servisse nel suo ristorante un suo piatto avvisandovi che farà schifo), ha meritato critiche dalle associazioni umanitarie che si occupano di tortura e dai famigliari dei torturati e, per di più, è riuscita a fare arrabbiare anche le forze di polizia. Un capolavoro di inettitudine. Solo che questa volta è il Senato a confidare nella Camera perché “intervenga con le opportune migliorie”. In tempi di referendum i sostenitori della riforma costituzionale lo chiamavano “ping pong” e invece è banalmente dappocaggine.

Forte anche tutto il can can sul teorema Zuccaro: frotte di politici che si sono buttati a pesce che si doveva “fare chiarezza sulle ONG” dimenticandosi di essere pagati proprio per quello. Quando si sono ripresi hanno messo in piedi un’indagine conoscitiva affidata alla Commissione Difesa che finalmente ha prodotto un risultato: non ci sono inchieste in corso sulle ONG (ma va?) e c’è una sola inchiesta (“conoscitiva”) su alcune persone (non meglio specificate). In sostanza: non esistono al momento attuale elementi che possano farci dubitare di eventuali accordi illeciti tra ONG e scafisti. Balle, insomma. Balle grasse e stupide che hanno riempito la bocca di una manciata di politici pressapochisti che oggi invece rimangono muti.

In compenso il dibattito di ieri è stato tutto sulle parole della nonna di Renzi opportunamente intervistata dal Corriere della Sera poiché qui, quando si tratta di fare inchiesta vera, non si risparmia nessuno. E ovviamente la stragrande maggioranza dei politici sono andati tutti a grufolare lì tra nonne, intercettazioni, bugie confessate e magistratura in salsa di colpa di Stato. Troppo difficile discutere di tortura o chiedere scusa alle ONG: ci vuole scienza, del resto, per riuscire a scantonare di continuo le proprie responsabilità, fino alla prossima legislatura.

Buon giovedì.

Reato di tortura, la legge c’è ma il testo è stravolto e sarà difficile da applicare

Un giovane militante del Genoa Social Forum ferito dopo la perquisizione compiuta da polizia e carabinieri nella scuola Diaz, sede del GSF. LUCA ZENNARO/ ANSA

«Un brutto testo che non ho votato, io che l’ho depositato il primo giorno della legislatura». Il senatore Pd Luigi Manconi è lapidario: «Del disegno di legge sul reato di tortura che originariamente portava il mio nome non rimane praticamente nulla». Il senatore spiega nei dettagli cosa è successo questa mattina al Senato, dove è stato approvato un testo di legge stravolto rispetto al testo depositato, come dice il senatore, nel 2013. «Innanzitutto perché il reato di tortura viene definito comune e non proprio, come vogliono  invece tutte le convenzioni internazionali dal momento che si tratta di una fattispecie propria dei pubblici ufficiali o degli incaricati di pubblico servizio». Quindi un preciso abuso di potere. Anche le parole cambiate poi hanno un significato preciso. «Inoltre – continua Manconi in un suo intervento a caldo – nell’articolato precedente, si pretendeva che le violenze o le minacce gravi fossero “reiterate”. Questa formula è stata sostituita nel testo attuale da “più condotte”. Dunque il singolo atto di violenza brutale (si pensi a una sola pratica di water boarding) potrebbe non essere punito». Il testo di legge con l’articolo 613-bis che introduce in Italia il delitto di tortura è stato approvato questa mattina al Senato con 195 voti favorevoli, 8 contrari e 34 astenuti. Adesso il testo ritornerà alla Camera.

Quelle parole cambiate nel testo
In commissione Giustizia del Senato le ultime modifiche, che già ieri avevano fatto scattare la protesta delle associazioni Antigone e Amnesty che da sempre si battono per avere una legge che introduca in Italia un reato universalmente riconosciuto. L’altra modifica, oltre al fatto delle violenze che derivano da più condotte, riguarda le sofferenze psichiche. Vale la pena citare il primo testo: «Chiunque, con violenze o minacce gravi, ovvero mediante trattamenti inumani o degradanti la dignità crudeltà, cagiona acute sofferenze fisiche o psichiche» è stato cambiato in «acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico». È chiaro che su queste basi, sarà sempre più difficile dimostrare il trattamento inumano dal punto di vista psichico, perché in quel “verificabile” si nasconde un percorso a ostacoli nelle aule dei tribunali. Lo dice nero su bianco anche lo stesso Manconi: «la norma prevede perché vi sia tortura un verificabile trauma psichico. Ma i processi per tortura avvengono per loro natura anche a dieci anni dai fatti commessi. Come si fa a verificare dieci anni dopo un trauma avvenuto tanto tempo prima?».

Un testo che così è difficile da applicare
Un testo dunque dalla difficile applicazione, sostengono sia Antigone che Amnesty «nel limitare la tortura ai soli comportamenti ripetuti nel tempo (un’ipotesi ripudiata solo qualche anno fa dall’intero arco costituzionale) e a circoscrivere in modo inaccettabile l’ipotesi della tortura mentale». Qualcosa di assurdo, dicono, « per chiunque abbia un minimo di conoscenza del fenomeno della tortura nel mondo contemporaneo». E anche Manconi è sulla stessa lunghezza d’onda: «Tutto ciò significa ancora una volta che non si vuole seriamente perseguire la violenza intenzionale dei pubblici ufficiali e degli incaricati di pubblico servizio in danno delle persone private della libertà, o comunque loro affidate, quando invece è solo l’individuazione e la sanzione penale di chi commette violenze e illegalità a tutelare il prestigio e l’onore dei corpi e della stragrande maggioranza degli appartenenti”.

Una storia lunga
E dire che sono passati 29 anni da quando l’Italia ha sottoscritto la Convenzione Onu sulla tortura ma il Parlamento da quel lontano 1989 non è mai riuscito a tradurre quelle direttive in un atto normativo valido per lo Stato italiano. Soltanto buone intenzioni rimaste sulla carta. Un vuoto legislativo che è pesato soprattutto di fronte a episodi come quelli di Genova 2001. Tra l’altro proprio quest’anno ad aprile, l’Italia ha accettato di patteggiare un risarcimento di 45mila euro ai manifestanti che subirono violenze e quindi ha ammesso le proprie colpe. Se allora ci fosse stato il reato di tortura le cose sarebbero andate in maniera diversa e forse, chissà, casi come quello di Stefano Cucchi, non si sarebbero verificati. Perché il clima culturale avrebbe favorito un diverso atteggiamento da parte delle forze dell’ordine. E chiaro, sono ipotesi, ma è stato dimostrato quanto una legge possa incidere sull’opinione pubblica, soprattutto quando riguarda i diritti civili. In questo caso poi gli italiani si aspettavano una legge.

L’indagine Doxa per Amnesty international
Lo prova un’indagine realizzata da Doxa per Amnesty international. Oltre 6 italiani su 10 ritengono che nel nostro ordinamento dovrebbe essere previsto esplicitamente il reato di tortura. Sempre dalla stessa indagine emerge che per un italiano su 2 la tortura nel nostro Paese non esiste, una realtà riconosciuta solo dal  33% degli intervistati (un restante 17% non sa). «Da questa indagine emerge con chiarezza – afferma Riccardo Noury, portavoce di Amnesty – che dobbiamo continuare a lavorare con tutte le nostre forze per portare all’attenzione delle istituzioni, dell’opinione pubblica e dei media il tema della tortura, far crescere la consapevolezza su quello che avviene nel nostro paese e fuori dai nostri confini, dare voce a chi non ce l’ha”.

Riccardo Noury: «La sinistra ha fatto poco per i diritti umani»
Riccardo Noury è dal 2003 portavoce di Amnesty Italia. Come è andata in questo periodo, a proposito di percezione in Italia della tutela dei diritti umani? «Su molte questioni, come quello dell’immigrazione, l’Italia si è accodata ad una politica europea di chiusura, sia dal punto di vista delle politiche che dal punto di vista culturale. Lo abbiamo visto anche con i distinti accordi fatti con la Libia da governi dei destra e sinistra, da Berlusconi, Monti, Letta e Gentiloni». Per quanto riguarda invece i diritti civili in Italia, Noury conferma che il Paese in effetti rimase impressionato dai fatti di Genova. «Se ne parlava in continuazione anche negli anni successivi, la popolazione era interessata, ma non c’è stato un movimento così forte da far approvare la legge». «Questo dimostra che la sensibilità per i diritti umani è scarsa, adesso c’è una grande paura per il proprio destino e la tendenza a prendersela con i capri espiatori, come si vede per i migranti».
Nuoro continua: «Manca una cultura politica dei diritti umani e la sinistra purtroppo non ha fatto dei diritti umani un principio per cui lottare».
Lo abbiamo visto anche nell’aula del Senato oggi.

Etiopia, per un post di protesta su Facebook un leader dell’opposizione rischia 20 anni

epa05601145 Ethiopian ethnic group Oromo migrants demonstrate holding the Oromo flag as they are escorted out of the camp by the French police in fear of them being attacked by the other communities of the makeshift camp 'the Jungle', during its evacuation in Calais, France, 24 October 2016. The Oromo have been shunned, bullied and attacked by the other communities in the camp and French police organized their extraction from the camp to the triage warehouse. The camp gathering more than 7,000 migrants starts being dismantled, a process that shall take a week according tho the French authorities. EPA/ETIENNE LAURENT

Non sono rifugiati, non vengono dalla Siria ma dall’Etiopia, dall’Eritrea, dal Sudan e dalla Nigeria e non meritano il permesso come rifugiati. Quante volte avete sentito questa frase? Bene. Ieri il politico dell’opposizione e portavoce di un partito etiope, Yonatan Tesfaye, è stato dichiarato colpevole di incoraggiare il terrorismo per dei commenti fatti su Facebook e rischia fino a 20 anni di carcere.

Tesfaye è stato arrestato nel dicembre 2015 durante un’ondata di proteste anti-governative nella regione di Oromia che ha lasciato 600 cadaveri in strada. La sua colpa è aver scritto che, per affrontarle, le autorità aveva usato «la forza contro la gente anziché usare discussioni pacifiche». Amnesty International ha parlato di quelle accuse come “gonfiate”. Non è la prima volta che l’Etiopia viene criticata per usare le leggi anti-terrorismo per colpire le opposizioni. Lo stesso leader dell’opposizione che ha criticato lo stato di emergenza introdotto dal governo durante le proteste, è stato arrestato. Lo stato d’emergenza, a oggi, ha determinato l’arresto di 25mila persone ma le cronache riportano una tensione crescente nella regione sud del Paese.

La regione autonoma e ricca dal punto di vista delle risorse, sente di non godere del proprio potenziale benessere e di non giocare un ruolo nel governo del Paese. progetti di sviluppo che determinano la cacciata di agricoltori dalla loro terra – di proprietà statale – sono una delle principali fonti di disagio e protesta.

L’Etiopia ospita centinaia di migliaia di rifugiati provenienti da Somalia, Sud Sudan ed Eritrea (paese dove le condizioni per chi protesta sono peggiori) e con il Paese sono stati aperti corridoi umanitari. Molti dei richiedenti asilo africani che sbarcano sulle nostre coste vengono da quel Paese o sono possibilmente passati anche per il Paese. Quelli che vedete nella foto qui sopra invece sono Oromo che vengono sgomberati dalla famigerata giungla di Calais, il campo di rifugiati della cittadina francese e sventolano la bandiera della loro regione (nella foto in basso, invece, il vice campione olimpico Feyisa Lilesa sul podio di Rio fa il gesto che caratterizza la protesta Oromo).

Con Addis Abeba, così come con la Libia, l’Iraq, la Nigeria, l’Europa vorrebbe stipulare accordi simili a quello con la Turchia: risorse in cambio di chiusura delle frontiere. L’Europa che si vuole bastione dei diritti umani, dimentica quelli degli etiopi e delle popolazioni che nel Paese trovano rifugio perché fuggono da guerre e persecuzioni.

Il Watergate di Trump è alle porte? Cosa implicano le nuove rivelazioni su Comey e Flynn

epa05742575 US President Donald J. Trump, center, shakes hands with James Comey, director of the Federal Bureau of Investigation (FBI), during an Inaugural Law Enforcement Officers and First Responders Reception in the Blue Room of the White House in Washington, DC, USA, on 22 January 2017. EPA/Andrew Harrer / POOL

Lo scorso febbraio Donald Trump chiese a James Comey, allora capo dell’Fbi di bloccare l’indagine su Michael Flynn, l’ex Consigliere della sicurezza nazionale. O almeno questo scrive Comey, nel frattempo licenziato dal presidente con un atto che molti hanno trovato improprio per la tempistica. E così l’uomo che con le sue dichiarazioni sull’inchiesta aperta ai danni di Clinton e delle sue mail (inchiesta di cui non avrebbe dovuto parlare in pubblico) ha aperto la porta della Casa Bianca a Donald Trump, potrebbe essere lo stesso che la chiude.

Durante una riunione nello studio ovale con il direttore dell’Fbi, il presidente ha detto: «Spero che tu possa lasciar stare questa faccenda, è una brava persona». Il memo scritto da Comey fa parte di una serie di appunti che l’allora direttore dell’Fbi ha prodotto a ogni tornante della intricata vicenda cominciata con la rivelazione dell’inchiesta sulle email di Hillary Clinton. Comey ha documentato i passi successivi per lasciare traccia dopo aver percepito gli sforzi del presidente per far deragliare l’inchiesta. Da segnalare, come scrive il New York Times, che ha risposto con questo scoop a quello di un giorno prima del Washington Post, che le note di un agente Fbi prese a ridosso degli accadimenti che queste descrivono sono considerate prove credibili di una conversazione avvenuta. Nel frattempo abbiamo anche saputo che le informazioni passate a Lavrov sull’Isis provenivano da Israele e che la pubblicità ottenuta potrebbe aver messo a rischio gli agenti infiltrati da Tel Aviv nel Califfato.

Il tweet qui sotto, di un giornalista esperto di questioni giudiziarie, segnala come quella di lasciare traccia delle vicende controverse sia una caratteristica del lavoro di Comey da sempre.

 


Il New York Times non ha potuto visionare il memoriale, che quindi non è stato passato da Comey ma, come leggiamo nell’articolo, «da un agente che ce ne ha letto parti al telefono».

La rivelazione è solo l’ultimo episodio di una crisi che sta consumando la Casa Bianca. Trump è finito sotto enormi critiche la scorsa settimana quando ha silurato Comey nel pieno delle indagini sull’interferenza russa nelle elezioni presidenziali e i presunti collegamenti tra la campagna Trump e Mosca. Pochi giorni prima e, oggi sappiamo, dopo che in molti avevano avvisato Trump del conflitto di interessi di Flynn e del fatto di aver fatto mentire il vicepresidente Pence, con la sua versione dei fatti riferita al vicepresidente.  La tempistica della rivelazione, che segue quella sul passaggio di informazioni secretate provenienti da Israele a Lavrov – senza che questo scambio fosse stato deciso o discusso in precedenza – rende la posizione di Trump sempre più delicata. La Casa Bianca ha smentito le frasi attribuite al presidente con un comunicato ma, come nota il tweet qui sotto, il comunicato stampa non è firmato. Nessuno ha voluto metterci la faccia sapendo di rischiare di essere smentito dall’account twitter del presidente, che proprio ieri aveva rivendicato di aver passato informazioni ai russi come un suo diritto dopo che il suo nuovo Consigliere per la sicurezza nazionale, l’ex generale McMaster, aveva smentito risolutamente che il fatto fosse accaduto: «Io ero presente e non è successo nulla di ciò che dite».

 

Le conseguenze

Come leggiamo su Vox, Trump ha già fatto più di Nixon, che si dovette dimettere in seguito al Watergate. Allora una fonte, divenuto famoso come “gola profonda” rivelò al Washington Post che qualcuno era stato spedito nella sede dei partito democratico per cercare prove compromettenti – su cosa non è mai stato del tutto chiaro. Non sappiamo e non sapremo mai se fu Nixon a ordinare quell’irruzione mascherata da tentativo di furto, le versioni sono diverse, ma sappiamo che il presidente dimessosi in seguito allo scandalo, ordinò al suo capo gabinetto di spingere la Cia a fermare l’indagine Fbi. Ovvero la stessa cosa fatta da Trump.
Per queste ragioni i repubblicani sono molto nei guai e non sanno esattamente che pesci prendere. John McCain, un nemico del presidente, ha parlato di una situazione che «ha raggiunto le dimensioni e la magnitudo del Watergate». Il tema è a questo punto: il licenziamento di Comey, corretto dal punto di vista formale, si configura come un tentativo di ostruire la giustizia e le indagini da parte del presidente? Alcuni tribunali hanno sentenziato in questo senso in casi simili.

 

Cosa dicono i repubblicani?

Ieri sera nessun rappresentante o senatore repubblicano era disponibile a parlare davanti a una telecamera, nemmeno su FoxNews, dove pure avrebbero trovato una situazione comoda. Politico segnala come diversi membri dello staff del presidente abbiano segnalato in forma anonima di non sapere cosa aspettarsi o cosa potrebbe succedere di nuovo. «Siamo senza difese» è il titolo del pezzo tra caporali.  La conseguenza immediata più importante è il segnale che diversi repubblicani che fino a oggi hanno nascosto la testa sotto la sabbia o si sono detti “preoccupati” senza aggiungere altro, hanno cominciato a reagire. Il presidente della Commissione il controllo sul governo governo Jason Chaffetz ha detto di essere pronto a intimare a Comey di produrre i memo da lui scritti per documentare le sue interazioni con Trump. Chaffetz ha inviato una lettera all’Fbi martedì sera chiedendo che tutte le note, documenti o registrazioni delle conversazioni di Trump e Comey vengano consegnate alla sua commissione entro il 24 maggio.

 

Perché l’Fbi reagisce così?

La democrazia Usa è fatta di controlli e contrappesi e molte agenzie e istituzioni vanno molto fiere della loro indipendenza – pure se la nomina è spesso politica i direttori non vengon necessariamente cambiati da un presidente entrante. Questo è particolarmente vero per l’Fbi e per le altre agenzie di intelligence. Diversi articoli con fonti anonime interne all’agenzia riferiscono del furore seguito al licenziamento di Comey. E diverse analisi segnalano come il Federal Bureau abbia sempre reagito ai tentativi di influenzarlo o piegarlo con veemenza. Il caso più famoso è quello della gola profonda del Watergate di cui parliamo qui sopra vice direttore dell’Fbi Mark Felt.

Impeachment?

Difficile a dirsi e da prevedere. Per avviare il processo serve la maggioranza alla Camera dei rappresentanti, che votando per l’impeachment avviano un processo che è poi il Senato a condurre. Nella storia Usa solo due presidenti sono stati sottoposti a impeachment Andrew Johnson nel 1868 e Bill Clinton nel 1998. Entrambi sono stati prosciolti dal Senato.

La reazione di Trump

Sembra che avuta notizia dell’imminenza della pubblicazione dell’articolo il presidente abbia reagito infuriandosi. Poi però si è ritirato nelle sue stanze, presumibilmente a guardare lo sviluppo della situazione in Tv, come tende a fare. Il suo staff è quindi rimasto solo a decidere come reagire. L’account twitter del presidente non menziona il nuovo scandalo. Sulla giornata di ieri si limita a ringraziare il presidente Erdogan della visita (durante la quale personale al seguito di Erdogan ha aggredito e pestato manifestanti curdi). La campagna Trump ha però spedito una mail ai suoi sostenitori che ha come soggetto una sola parola in maiuscolo: SABOTAGGIO. Il testo è qui sotto e il passaggio cruciale è: «Ci sono funzionari non eletti che stanno cercando di sabitare il presidente Trump e tutto il nostro movimento America First. Aveva ragione Steve Bannon quando disse che per se crediamo di poter riprenderci l’America senza combattere si sbagliamo di grosso…Non vogliono prima l’America ma vogliono coltivare i loro interessi…». Un testo che è una dichiarazione di guerra. Certo è che la rivelazione del New York Times di oggi segna un nuovo salto di qualità. Dal 20 gennaio a oggi ce n’è stato uno a settimana.

Quella sottile tirannia dei diritti rivenduti come privilegi

C’è qualcosa di marcio seppur invisibile in alcuni modi che in questi ultimi anni hanno preso piede nel senso comune e nella politica: convincerci che alcuni diritti siano le generose regalie dei potenti è il modo migliore per eroderli dall’interno, senza nemmeno dovere aprire un dibattito o una discussione.

Nelle parole della Presidente della regione Friuli Venezia Giulia Debora Serracchiani, ad esempio, si dice tra le righe che uno straniero debba essere grato per l’essere accolto, dimenticando che l’accoglienza è un diritto stabilito da severe norme internazionali oltre che pessime leggi italiane. Non si tratta quindi di centrare il punto sui reati o sul rispetto della legge: insistono nel provare a convincerci che ciò che ci spetta (molto di ciò che ci spetta) non sia dovuto ma sia piuttosto frutto di una loro elargizione.

E non si tratta solo dei discorsi sui stranieri poiché la modalità è la stessa che sottintende ai numerosi proclami in cui ci invitano ad essere sazi di avere un lavoro senza rompere troppo sui diritti connessi; ci invitano a non ammalarci troppo e troppo spesso o a invecchiare troppo a lungo poiché la sanità è gratuita ma va usata con economia; ci rimproverano se puntualizziamo le mancanze del trasporto pubblico presentandoci il conto; chiedono alle donne di non alzare troppo la voce accontentandosi delle migliorie nella loro condizione rispetto a un secolo fa; redarguiscono i dipendenti pubblici confrontandoli con i disoccupati privati e poi redarguiscono i disoccupati blaterando di meritocrazia; paiono mal sopportare il voto (che sia per un’elezione o per un referendum) come se fosse un passaggio obbligato ma barboso. E così via.

Nel momento in cui perdiamo contatto con i nostri diritti anche i peggiori potenti ci sembreranno sempre più buoni. E i dirigenti, da canto loro, potranno essere sempre più tranquilli, rassicurati da un giudizio popolare sempre più blando. È la tirannia dell’ignoranza e della consuetudine. Pessima, appunto, perché progressivamente sempre meno riconoscibile. Resistere, per favore. Resistere.

Buon mercoledì.

A Cannes 2017 Campion, Lynch, Hanecke e Hazanivicus. E anche i primi film solo su Netflix

L’edizione del Festival di Cannes 2016 si è divertito a raccontarla in una sorta di journal de bord , dal titolo Sélection officielle (edito da Grasset), Thierry Fremaux, delegato generale dell’importante evento cinematografico da ormai dieci anni. Ora vedremo se ci sarà un sequel e cosa ne sarà dell’edizione 2017, che compie 70 anni e si svolgerà dal 17 al 28 maggio. Due settimane di programmazione tra film, premi, ospiti al Palais des Festivals et des Congrès di Cannes e, a corredo della settima arte, critiche, opinioni, gossip, veleni, scontri, glamour, giochi di mercato, presenze e assenze.

Per ora il titolo più atteso sembra essere Twin Peaks, serie di culto, rivoluzionaria nei temi, nei ritmi e nello stile, diretta da David Lynch, di cui sarà possibile vedere i primi due episodi della terza stagione. Ma non è la sola, infatti sarà presentata anche la seconda stagione di Top of the Lake 2: China Girl, ideata da Jane Campion, con Nicole Kidman. Sullo sfondo della quale, come in certi scenari de Il Signore degli anelli, giganteggia Netflix, la piattaforma streaming più importante del mondo, che produce, distribuisce e clamorosamente proporrà i film dell’americano Noah Baumbach e del sudcoreano Bong Joon-ho, in concorso, solo ai suoi abbonati, senza passare dalla sala.

Una presentazione di Twin Peaks (non il trailer)

L’edizione 2017, per il secondo anno consecutivo, non vedrà film italiani in corsa per la Palma d’Oro. Certamente ci sono Fortunata di Sergio Castellitto e Après la guerre di Annarita Zambrano nella sezione Un Certain Regard. C’è l’opera prima Cuori puri di Roberto De Paolis, presentata alla Quinzaine des Realisateurs, su due solitudini che si incontrano nel complesso e contraddittorio gomitolo di destini della odierna Roma di Tor Sapienza. C’è il suggestivo film Sicilian Ghost Story di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza – autori di Salvo – come evento di apertura della Semaine de la Critique, ispirato alla tragica vicenda di Giuseppe Di Matteo e presentata dagli autori come una favola nera “ambientata in una Sicilia mi esplorata prima, una Sicilia sognata. Un mondo di fratelli Grimm, di foreste, di orchi, che collide con la realtà”. C’è l’atteso film di Leonardo Di Costanzo L’intrusa, dopo il bellissimo L’intervallo del 2012, sull’operato di un gruppo di volontari per sottrarre i ragazzini alla camorra in un centro ricreativo alla periferia di Napoli, zona Ponticelli, emblematico teatro di quei contrasti che attraversano la nostra società tra paura del diverso, accoglienza, intolleranza e consenso sociale. Ci sono oltre settanta corti di produzione italiana selezionati. E ancora Monica Bellucci in qualità di madrina, Paolo Sorrentino in giuria e il poster della mostra internazionale che immortala la bellezza senza tempo, fresca e guizzante, di Claudia Cardinale.

Ma il dato evidente e un poco allarmante è che nessun film italiano sia stato giudicato idoneo a competere nella selezione ufficiale, il che pone degli interrogativi: che cosa sta accadendo al cinema italiano? E’ terminato definitivamente il gioco di rendita degli anni sessanta e settanta? Stiamo assistendo ad un appiattimento tematico e stilistico dei film, che non riescono ad assumere una misura europea? Difficoltà a stabilire rapporti di coproduzione e realizzare prodotti adeguati al mercato internazionale? Debolezza del sistema Rai/produzioni/ministero nel creare racconti di ampio respiro e lasciar emergere nuovi talenti? Stagnazione dei finanziamenti? Come dimostra l’ennesimo rinvio delle commissioni al Mibact, per mancanza dei decreti attuativi della nuova legge cinema, su cui vige un silenzio assordante. Il varo dei decreti attuativi è condizione necessaria, anche se non sufficiente, per far ripartire subito l’intero settore, se si vuole svolgere una politica che progetti discorsi culturali e costruisca il futuro del Paese; in alternativa agli oltre 9,3 milioni di Italiani che, secondo i dati Unimpresa , non ce la fanno e sono a rischio povertà presto si aggiungeranno i molti lavoratori dello spettacolo, che già oggi non se la passano granché bene.

Comunque il Festival di Cannes il 17 maggio apre il sipario con la proiezione del film Les Fantomes d’Ismael del regista francese Arnaud Desplechin, protagonisti Mathieu Amalric e Marion Cotillard. Nella Selezione Ufficiale sono 18 le pellicole in concorso per la Palma d’Oro. Per la Francia abbiamo: Happy End dell’austriaco (non è un errore) Michael Haneke, due volte vincitore dell’ambito premio, incentrato sull’estraneità di una famiglia alto-borghese al dramma dei rifugiati di Calais, protagonisti Isabelle Huppert e Jean Louis Tritignant; Redoubtable di Michael Hazanavicius – regista del capolavoro The Artist – che qui racconta l’amore di Godard per Anne Wiazemsky durante le riprese de La Chinoise del 1967; l’erotico L’amant double di François Ozon; Rodin di Jacques Doillon e 120 Battements par minute di Robin Campillo.
E poi ci sono You Never Get Really Here di Lynne Ramsay con Joaquin Phoenix, Good Time di Benny Safdie e Josh Safdie con Robert Pattinson, Wonderstruck di Todd Haynes con Julienne Moore, The Meyerowitz Stories di Noah Baumbach con Dustin Hoffman e The Killing of a Sacred Deer di Yorgos Lanthimos, con Colin Farrell e Nicole Kidman, quest’ultima presente anche in The Beguiled di Sofia Coppola e How To Talk To Girls At Parties di John Cameron Mitchell, fuori concorso. Gli altri film della Selezione ufficiale sono Nelyubov (Loveless) di Andrey Zvyagintsev, Leone d’oro a Venezia con il film Il ritorno e premio per la Migliore sceneggiatura con Leviathan a Cannes del 2014 ; Jupiter’s Moon di Kornel Mandruczo; A Gentle Creature di Sergei Loznitsa, autore del toccante documentario Austerlitz , recentemente visto sugli schermi italiani ; Hikari (Radiance) di Naomi Kawase, la raffinata autrice giapponese, nota per Nogari Na Mori, che le consegnò il Grand Prix Speciale della Giuria nel 2007; Geu-hu (The Day After) di Hong Sangsoo; Okja di Bong Joob-Ho e Aus Dem Nichts (In the Fade) del regista turco-tedesco Fatih Akin, conosciuto soprattutto, ma non solo, per quell’indimenticabile melò moderno e struggente Gegen die Wand (La Sposa turca), vincitore del Festival di Berlino nel 2004.

Altri eventi intersecheranno il Festival, tra cui due masterclass di Alfonso Cuaron e Clint Eastwood, e nell’ambito della sezione Classici sarà presentata in apertura la copia restaurata di Blow up ( 1966) di Michelangelo Antonioni (di cui ricorre l’anniversario della scomparsa), curata dalla Cineteca di Bologna, l’Istituto Luce, Criterion in collaborazione con la Warner Bros e Park Circus. Opera straordinaria, ispirata ad un racconto di Julio Cortazar, manifesto della Swinging London ed emblema di un cinema del pensiero e della riflessività, della singolarità stilistica e del mistero dell’immagine, alla cui fascinazione ancora oggi non ci si può sottrarre.

Dalle mail di Clinton alle rivelazioni del presidente a Lavrov. Il Russia-gate perseguita Trump

epa05955486 A handout photo made available by the Russian Foreign Ministry shows US President Donald J. Trump (C) speaking with Russian Foreign Minister Sergei Lavrov (L) and Russian Ambassador to the U.S. Sergei Kislyak during their meeting in the White House in Washington, DC, USA, 10 May 2017. EPA/RUSSIAN FOREIGN MINISTRY HANDOUT BEST QUALITY AVAILABLE HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES

Il 7 luglio 2016 e Paul Ryan, lo speaker repubblicano della Camera, diffondeva il tweet qui sotto e faceva una dichiarazione alla stampa. Il giovane leader della destra Usa spiegava, citando il direttore dell’Fbi James Comey, licenziato da Donald Trump qualche giorno fa, che l’uso di Hillary Clinton di email private per gestire informazioni delicate era «negligente» e che a persone che si comportano così certe informazioni non vanno passate. Le frasi di Comey, che spiegò durante un’audizione in Senato che l’agenzia che lui dirigeva on avrebbe condotto indagini su Hillary Clinton nonostante un comportamento “negligente” furono rilanciate in maniera ossessiva dai repubblicani, dai loro media e nei comizi dell’allora candidato Trump. Anche con il tweet qui sotto: «Non pronta, non adatta” scriveva il presidente. E oggi tornano coma una valanga sulla Casa Bianca.

I tweet di Ryan e Trump: “negligente”, “disonesta”, “corrotta” Hillary:
 

 

La notizia è nota: il Washington Post ha reso noto che durante l’incontro nello studio ovale tra il presidente Usa, il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov e l’ambasciatore di Mosca a Washington, Sergey Kislyak, Trump avrebbe rivelato agli ospiti russi delle informazioni riservate sull’Isis e sulle minacce relativa ad attacchi e tecniche all’uso dei computer sui voli di linea. Si tratta, scrive il Washington Post che ha fatto lo scoop, di informazioni con il grado più alto di riservatezza possibile, non tanto e non solo perché sono delicate in sé, ma perché rivelandole Trump ha indirettamente rivelato le fonti da cui provengono e le entrature che queste hanno all’interno del Califfato. Trump ha insomma svelato una fonte e i suoi metodi a un avversario potenziale e bruciato il Paese mediorientale informatore – forse Israele.

«L’informazione trasmessa era stata fornita da un alleato sulla base di un accordo di condivisione delle informazioni considerate tanto sensibili che i dettagli non sono stati riferiti agli alleati e la loro circolazione è stata limitata anche all’interno del governo statunitense (…) Il partner non aveva concesso agli Stati Uniti l’autorizzazione a condividere il materiale con la Russia e i funzionari hanno affermato che la decisione di Trump a farlo rischia la cooperazione di un alleato che ha accesso a dati sensibili relativi allo Stato islamico», leggiamo sul Washington Post.

La Casa Bianca e la figura che in questo momento appare centrale per gli equilibri della politica estera e di sicurezza Usa, il nuovo consigliere per la sicurezza nazionale, Raymond McMaster, ha negato che Trump abbia mai rivelato nulla di segreto: «Ero presente, non è successo». La sicurezza con cui il Washington Post riferisce e la ragione per cui il presidente avrebbe condiviso le informazioni, rendevano la vicenda credibile. Aggiungiamo che all’alba negli Usa il presidente ha twittato: «Da presidente ho voluto condividere notizie con i russi perché voglio che combattano più e meglio l’Isis. Ho tutto il diritto di farlo». Vero: Trump non ha violato la legge perché il presidente ha poteri molto ampi in materia di de-secretazione delle informazioni a sua disposizione. Con i tweet, Trump ha, ancora una volta, smentito la versione dei suoi collaboratori, accorsi a riparare il danno. La verità è che il presidente ha riferito le notizie sull’Isis per mostrare quanto e come la qualità della sua intelligence sia buona: «Ricevo grande intelligence: «Ricevo grandi briefing. Ho gente che mi informa sull’intelligence ad alto livello tutti i giorni». La frase corrisponde molto al personaggio e alla sua voglia di apparire presidenziale.

Le ricadute non si sono fatte attendere: l’episodio giunge alla fine di una settimana in cui Trump ha licenziato il direttore dell’Fbi che indagava sui legami tra la sua campagna elettorale e la Russia sulla base di un parere preparato dal Dipartimento di Giustizia (il cui capo, Jeff Sessions, è indagato per quei legami), la versione delle ragioni del licenziamento e della sua dinamica diffusa dai comunicatori della Casa Bianca è stata smentita prima da Trump e poi dagli stessi comunicatori – sempre più in imbarazzo. E, in generale, i sospetti che Mosca e la cerchia ristretta del presidente abbiano avuto un filo diretto sono ormai parte del dibattito pubblico. Tra l’altro appare chiaro, lo si vede da alcune scelte di policy e prese di posizione, che la volontà di buoni rapporti con Mosca sia soprattutto frutto del clan Trump che non dello staff di politica estera dell’amministrazione. Il Segretario di Stato Tillerson, per dirne una, ha voluto sottolineare le differenze di vedute dopo l’incontro a Mosca con Lavrov e Putin.

La rivelazione del Post giunge quindi come un’ennesima tegola su un presidente che sempre più figure di primo piano della politica americana – anche repubblicane – giudicano non adatto a svolgere il ruolo che ricopre per ragioni caratteriali. Il caso farà poi crescere la pressione per la nomina di un procuratore indipendente che indaghi sui legami tra campagna Trump e Mosca: ci sono almeno cinque persone che hanno incontrato privatamente l’ambasciatore russo durante la campagna 2016 e la fase di transizione. E un numero impressionante di connessioni. Secondo un sondaggio Nbc/Wall Street Journal il 73% degli americani vuole un’inchiesta indipendente. Lo stesso sondaggio segnala come l’Fbi sia diventata più popolare dopo che Trump ha licenziato Comey (scelta più disapprovata che approvata) e come gli americani non vorrebbero la cancellazione della riforma sanitaria. Questo nuovo caso e il modo in cui il presidente tende a gestire ogni passaggio critico come questo – accusando i media “falliti” di diffondere fake news attraverso il suo account twitter – non aiuteranno a far depositare la polvere. La vicenda delle email di Clinton, che è stata determinante nel minarne l’immagine nel 2016, stavolta colpisce il partito repubblicano.

Una annotazione va fatta su un altro aspetto: il Washington Post è il primo media a essere stato espulso dai comizi di Trump perché al candidato non piaceva il modo in cui veniva trattato dal quotidiano di proprietà di Jeff Bezos. Durante la stessa campagna il futuro presidente si è lasciato andare a battute sulla Cia – non a caso uno dei primi atti formali è stato proprio recarsi nella sede dell’agenzia a elogiare il personale. Da presidente, poi, Trump ha innescato un conflitto con l’Fbi. L’idea che un presidente possa muovere una guerra preventiva di parole contro le sue agenzie di intelligence e il sistema dei media e poi uscirne indenne è un’idea molto fantasiosa.

La rivoluzione dei Rom. Oggi davanti a Montecitorio per il riconoscimento dei loro diritti

epa04695417 Young Romani people carry the international Romani flag and shout slogans for equality, during their march through Skopje streets in Skopje, The Former Yugoslav Republic of Macedonia, 08 April 2015. Romani community in Macedonia is still one of the most vulnerable social categories of citizens. International Romani Day is celebrated on 08 April. EPA/GEORGI LICOVSKI

Una, semplice, legittima richiesta: essere riconosciuti come persone. È questo che Rom e Sinti di tutta Italia chiedono a gran voce da decenni, e ribadiranno oggi alle 15.30 davanti a Montecitorio, in una manifestazione indetta da tutte le loro associazioni. Il 16 maggio non è un giorno casuale: è infatti l’anniversario della rivolta dei Rom nel campo di concentramento di Auschwitz, che riuscì purtroppo solo a posticipare di 3 mesi, l’eliminazione di 2.897 uomini, donne e bambini “zingari”.

Tra le richieste formali: il riconoscimento dello status di minoranza storico-linguistica di Rm e Sinti; la costituzione di una Consulta Romanì che collabori nell’applicazione della Strategia nazionale di inclusione di Rom, Sinti e Caminanti (che dovrebbe dare applicazione alla Risoluzione del Commissione europea del 2011), finora disattesa; il superamento della segregazione istituzionale delle comunità Rom e Sinti e il contrasto dell’antiziganismo con politiche efficaci a lungo termine. Questo al fine di costruire le condizioni per una convivenza fondata sul rispetto e sulla dignità.

La Strategia nazionale ha fra gli obiettivi principali il superamento dei campi, e con essa la convinzione ampiamente diffusa che il nomadismo sia aspetto intrinseco, “genetico”, di questa popolazione. Niente di più anacronistico e volutamente deviante: in moltissimi Paesi europei e non solo i rom vivono nelle case da decenni, e i “campi nomadi”, spesso vere e proprie baraccopoli decadenti, le imparano a conoscere in Italia.

Per quanto riguarda il riconoscimento dello status di minoranza storico-linguistica, è bene sapere che il popolo rom e sinta è l’unico al quale non viene riconosciuto questo diritto costituzionale. Molti di loro solo italiani, lo sono da generazioni, qualora servisse specificarlo, eppure per loro la Costituzione – nel suo obbligo di tutela delle minoranze – non vale. Non viene applicata. Così come non viene applicato l’articolo 3 della Carta, che richiede di garantire pari dignità ai cittadini, e di assicurare la rimozione di ostacoli che potrebbero generare diseguaglianza nell’accesso alla vita lavorativa, politica e sociale del Paese.

Per questo, Rom e sinti sono «uniti nel chiedere giustizia e rispetto per tutte le nostre comunità». Troppo spesso queste persone sono vittime di insulti e discriminazioni. Secondo i dati raccolti dall’Osservatorio dell’Associazione 21 luglio, per esempio, il tasso di incitazione all’odio nei loro confronti nel 2016 è stato di un insulto pubblico a settimana, calato rispetto al 2015, in cui erano quasi uno al giorno, ma minore anche di quanto sta accadendo in questi mesi.

L’ultima ferita inferta a questo popolo, non ancora riconosciuto come tale, è stato il rogo di Centocelle. Che si tratti di “faide” fra criminali non ha niente a che vedere con le modalità con le quali è stata trattata la questione: come un fatto, seppur tragico, ritenuto infondo comprensibile perché avvenuto fra popoli “tribali”.

«Per l’ennesima volta il nostro dolore immenso viene sfregiato e offeso, dato in pasto alla peggior politica razzista e alle manifestazioni di odio gratuito in rete e sui media», dicono i portavoce. «Vorremmo che l’Italia si rendesse conto di quanto profondamente e pericolosamente l’antiziganismo si è insinuato nella nostra società – proseguono – rendendo impossibile le vite di Rom e dei Sinti anche qualsiasi politica di inclusione sociale e civile».

Il comunicato è stato diffuso anche in romanì, e coerentemente con quanto scritto, lo riportiamo qui:

PRI ROMANI KRIS TA I ROMANI PATIV
martedì 16 Maggio 15,30
Piazza Montecitorio Roma

Le dzungale merribbé andre kala bersh dukhajà sa le Rom ta vuar furat buder o dukhadipé mèngre vel dukhaddó ko nafel, le racista keren lèngre melali politika opral a mend andre le social media ta andre le dzurnal ta televicion. Sinjiem sa tekané pang priso mangas i kris ta i pativ pri sassare le Rom. Le Gage te dzanen sar si baro o antiziganismo andre l’Italia, ka na vel ta dzivel lacho le Rom ta le Sinte, kerel but esklusion, i politika ka le Gage keren opral a mend si but nasfalì, melali ta xoxanì.
Kava 16 maggio, andre o dives tar o risardipé tar le Rom ta le Sinte andre o Lager tar o Auschwitz, o dives ka si o baro dives tar i Romani Resistenze, ko 15,30 lame Rom ta Sinte keras jekh Presidio anglal o italikano Parlamento tar o Montecitorio andre Roma.
Mangas ka le Gage te prindzkaren ki le Rom ta le Sinte o Status sar jekh historikani ta chibkani minoranza etnika.
Mangas ka le Gage te prindzkaren meng jekh Romani Konsulta ka te kollaborenel tekane lend pri Strategia Nacionale ka fin a dadives na vilì applikimmé.
Mangas ka le Gage te ningaven i segregacione ta i diskriminacione opral a mend. Te keren jekh nevi politika prisosk pang le Rom ta le Sinte te dziven feder ta lache.

Keren o Romano Tekanipe: Federazione FederArteRom, Upre Roma, New Romalen, Isernia in Rete, Romano Drom, Museo del Viaggio Fabrizio De Andrè, Accademia Europea D’Arte Romani, Romano Glaso, Associazione Nazionale Them Romano Onlus, FutuRom , Django Reinhardt , Cittadinanza e Minoranze
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