«La moglie è posseduta: per i giudici la colpa del divorzio è del demonio». Con questo titolo il Corsera ha dato notizia del debutto del diavolo in un’aula di giustizia italiana. Per la precisione nel Tribunale di Milano. Era il 6 aprile scorso. E nella sentenza si legge: «La signora non agisce consapevolmente, è agìta». Dando così valore alle testimonianze dei parrocchiani e dell’esorcista frequentati dalla donna, fervente cattolica. Tutto questo è accaduto in Italia non in Vaticano. I giornali italiani lo riportano, senza fare una piega, come se fosse normale e ammissibile. Cambio di scena: il viaggio pastorale di papa Francesco a Fatima viene riportato fra le prime notizie del giorno dalla tv pubblica italiana. I vaticanisti nel viaggio di ritorno in aereo dialogano con il papa parlando di apparizioni e di ragazzini “visionari” fatti santi. (Due su tre, uno a quanto pare è rimasto fregato). Ne parlano come fossero cose reali. Sbalorditiva è la narrazione acritica da parte dei maggiori media italiani. Non una voce giornalistica ha precisato che il racconto delle apparizioni, delle visioni, dei miracoli e il riferimento nemmeno troppo velato alla lotta contro il maligno, rappresenta unicamente la visione della Chiesa. Non è la prima volta. Da quando Bergoglio è salito sul trono di Pietro nel 2013 i riferimenti al diavolo come persona e al fatto che sia lui il vero responsabile degli scandali finanziari e pedofili della Chiesa, oltre che delle guerre e dei “mali” del mondo, sono una costante dei suoi discorsi. Volendo pensare e non credere abbiamo chiesto agli psichiatri cosa significa “vedere” il diavolo e “parlare” con la Madonna. A noi pare particolarmente inquietante che il Tribunale di uno Stato laico alluda alla presenza di misteriose forze esterne per spiegare l’evidente malessere di una persona. Da dove origina tutto ciò? A fronte di tutto questo una ricerca dell’Istat sulla “Pratica religiosa in Italia” evidenzia dal 2013 a oggi uno svuotamento delle chiese senza precedenti, ci restituisce la fotografia di una società civile sempre più impermeabile agli antichi retaggi religiosi. Una conferma di questo trend viene anche dall’XI Rapporto sulla secolarizzazione pubblicato da Critica liberale mentre andiamo in stampa. Insomma, nonostante papa Francesco e i suoi sodali, la collettività laica resiste e contrattacca. Sono circa 10 milioni gli italiani che si dicono non credenti (fonte Uaar). È in primis a loro che ci rivolgiamo e che ci rivolgeremo su Left, per costruire insieme qualcosa di nuovo.
MEXICO CITY, MEXICO - MAY 15: Protesters are seen during the "Day of the Teacher", where Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educacion (CNTE), the magisterial dissent held protests against education reforms in Mexico City, Mexico, May 15, 2017. (Photo by Manuel Velasquez/Anadolu Agency/Getty Images)
Ha in mano una copia del suo nuovissimo Patria quando lo intravedo nell’ombroso cortile dell’Hotel dove alloggia. Paco Ignacio Taibo II lo sfoglia con evidente soddisfazione fra un’intervista e l’altra in attesa del suo prossimo incontro con il pubblico di Encuentro, il festival di letteratura latinoamericana in corso a Perugia. «È il primo volume di una trilogia ed è ambientato nel più grande periodo rivoluzionario che il Messico abbia conosciuto, quello che va dal 1854 al 1866», mi racconta mentre ordiniamo un caffè e, lui, la sua solita Coca Cola. Giornalista, scrittore di romanzi di avventura, di polizieschi dal piglio caustico e travolgente Taibo II è un grande maestro di controstorie, capace di smascherare le narrazioni menzognere targate Usa ai danni dei latinos. E non solo. «In questo nuovo libro racconto una vera rivoluzione democratica. In quel preciso momento in Messico, con la rivoluzione di Ayutla, cominciò la costruzione della Repubblica. Fu fatta contro tutto e contro tutti». Ovvero? «Contro la dittatura del generale Antonio López de Santa Anna che aveva perso la guerra contro gli Stati Uniti, contro i conservatori nel corso di una guerra che durò tre anni, direttamente contro la Chiesa per la prima Costituzione progressista del 1857. Contro l’invasione dell’esercito di Napoleone III e contro l’impero di Massimiliano d’Austria. Questa è la storia di una guerra e di una resistenza popolare che durò 14 anni».
Perché hai sentito l’esigenza di tornare a scrivere dell’Ottocento?
Da noi la preistoria comincia nel XIX secolo; non c’è niente prima. Il Messico aveva bisogno di un libro così per rendere evidente il contrasto fra quella esperienza e quella di oggi, per vedere bene chi è al potere in Messico.
Un romanzo storico che denuncia il governo Nieto?
Patria ha due gambe. C’è una visione narrativa del passato, una storia complicata, ampia, piena di avventura e c’è un sotto testo che riguarda il modo attuale di governare. I messicani hanno rialzato la testa e cominciano a premere per una svolta. Prima di venire a Perugia per la strada i lettori mi fermavano chiedendomi: “Quando esce Patria? Facciamo il culo al governo di Nieto?”. La risposta è sì.
Perché una trilogia, vista l’urgenza dell’attualità?
Servono pagine su pagine su pagine per raccontare tutta questa storia. Ho avuto una lunga discussione con il gruppo editoriale Planeta che pubblica il mio libro in Messico (uscirà tra due settimane). Ha un pubblico di lettori giovani, un volume di mille pagine sarebbe stato troppo caro per loro. Per rendere abbordabile l’opera e venire incontro ai meno abbienti lo abbiamo diviso in tre tomi. Perciò abbiamo deciso di lanciare una campagna pubblicitaria fuori dal comune, che dice: “Hai 59 giorni per leggere il primo tomo. Perché il giorno seguente, il sessantesimo, esce il secondo volume”.
Sembra una storia alla Balzac, fa pensare all’attesa febbrile che accompagnava ogni nuova puntata di un feuilleton…
Mi sento un autore di romanzi popolari. Mi piacerebbe scrivere romanzi d’appendice. Ma oggi è impossibile perché è un genere anti economico.
Mentre in Messico esce Patria in Italia esce in nuova edizione Ombra nell’ombra grazie a La Nuova frontiera che sta ripubblicando tutto il tuo catalogo. Come è riviverne l’uscita oggi?
È una sensazione particolarmente piacevole. Il recupero del catalogo è un progetto divertente perché mi permette di rivedere come fosse un film tutto il mio lavoro letterario.
I tre romanzi che la Nuova frontiera ha appena ripubblicato hanno rappresentato una svolta nel genere poliziesco tradizionale.
Sono libri che segnano una svolta nel mio percorso. Ero cascato senza volerlo nei classici romanzi di detective. Ombra nell’ombra, A quattro mani, La bicicletta di Leonardo e Ritorniamo come ombre (i primi tre sono già usciti, il quarto sarà in libreria a fine anno, ndr) rappresentano modi diversi di avvicinarsi al poliziesco, con grande attenzione alla storia ma anche con il gusto dell’avventura, cercando di portare nuovo ossigeno.
Bologna, Italy - May, 16 2015 : Roma (Rom), Sinti and Gypsies people march in the national demonstration against the risk of a new Holocaust and discrimination of nomad people in Italy. 71 years ago, exactly May 16, 1944 in the extermination camp Birkenau inmates Sinti and Roma rebelled against the Nazis. (Photo by Antonio Masiello/NurPhoto) (Photo by NurPhoto/NurPhoto via Getty Images)
Voi sapreste riconoscere un rom? Sono sporchi, loschi e puzzano, molti risponderanno. E se invece fossero puliti, per bene e profumati, allora come fareste? Perché sono “nomadi”? In un periodo di forti migrazioni e grandi povertà, molti lo sono. Le strade, per chi di voi volesse farci caso – salvo applicazione del decreto sicurezza di Minniti – , sono affollate di persone senza dimora ma con una provenienza. Potreste riconoscere, fra questi, i rom? E come, dai tratti somatici? E quali sarebbero? Assomigliano a indiani, kossovari, romeni o italiani?
E ancora. Siamo sicuri che rom e sinti non vivano nelle case? A voi, al momento della firma del contratto d’affitto di un’abitazione, è mai stata chiesta l’origine etnica o l’appartenenza culturale? Ovvero: vi hanno mai chiesto se siete rom? E al contrario: voi avete mai chiesto al vostro negoziante, al vostro medico o ad attori e musicisti nei camerini di qualche spettacolo se sono rom? E durante un colloquio?
No. Ed è giusto così. Non solo perché questa sfera appartiene a quei dati sensibili che compongono la dignità e dunque la riservatezza inviolabile di una persona, ma anche perché non farebbe differenza. La differenza la fa il comportamento, criminale o meno, di una persona. Comportamento che – spiace nel 2017 doverlo specificare – nulla ha che fare con l’etnia.
E dunque?
Italiani senza diritti
Per quanto drammatico, il rogo di Centocelle nel quale, la notte tra il 9 e il 10 maggio, sono morte due bambine di 4 e 8 anni e una ragazza di 20 – al netto delle indagini e del loro esito – non è l’ultimo in cui non solo muoiono bruciati dei bimbi, ma vengono alla luce le condizioni di vita disumane in cui una grossa fetta della popolazione si trova a vivere. Campi fatiscenti, pericolosi, e soprattutto isolati dalla società e della socialità. Campi che non dicono molto dell’identità rom, ma dicono molto della nostra. Perché raccontano che a noi gagé (non rom), va bene che nostri simili vivano nel fango, fra cimici, topi e immondizia, senza acqua e riscaldamento. Molti rom e sinti sono italiani, o meglio: molti italiani sono rom e sinti. Quindi spiace per Matteo Salvini, ma sono anche nostri concittadini, qualora questo facesse una qualche differenza umana. Sono concittadini per i quali, però, la Costituzione non viene applicata. Non viene evidentemente applicato l’articolo 3, in base al quale è fatto obbligo tutelare la dignità di ciascuno, senza distinzioni. Sempre secondo la Carta, è compito della Repubblica, «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Sarebbe dunque obbligo dei rappresentanti istituzionali, evitare la segregazione di queste persone e la loro estromissione dalla vita pubblica. Invece, governi nazionali e amministrazioni locali susseguitesi nel tempo, dal Dopoguerra a oggi, sono andati esattamente nella direzione opposta.
I campi
Sono gli anni ’60 e per costruirsi una nuova identità dopo aver scoperto di saper essere micidiale e disumana, l’Europa sente l’esigenza imprescindibile di un “repulisti civile”. Dopo le colpe della Seconda guerra mondiale, la Dichiarazione dei diritti dell’uomo, e in Italia l’affermazione per volontà popolare della Repubblica e il varo della Costituzione, urge mettere in pratica quella civiltà che si vuole sentir di aver imparato. Cosa fare dunque di questa minoranza che per quanto si tenti di nascondere, continua a girovagare per i nostri comuni? La domanda diventa istituzionale. Una questione da risolvere
epa04557801 Pope Francis (C, back) talks with journalists on the plane, during his flight from Rome, Italy, to Colombo airport, Sri Lanka, 12 January 2015. Pope Francis will visits Sri Lanka and the Philippines from 12 to 19 of January 2015. EPA/ETTORE FERRARI/POOL
Il segnale è stato chiaro fin dal 13 marzo 2013. Con quel «Buona notte e buon riposo» Jorge Mario Bergoglio, appena eletto papa con il nome di Francesco, gettava le basi della nuova strategia comunicativa della Santa Sede. Il marchio della Chiesa, ingrigito dagli otto anni di pontificato del rigido teologo tedesco Joseph Ratzinger, doveva essere rilanciato, svecchiato, diffuso sin da subito sfruttando la discontinuità del momento. Papa nuovo, Chiesa nuova. Un messaggio da veicolare il più presto possibile per riconquistare ciò che Benedetto XVI aveva perduto in termini di credibilità e fiducia verso un’istituzione che agonizzava tra gli scandali economici e l’inarrestabile allargarsi in tutto il mondo della piaga della pedofilia clericale.
Ma a chi affidare il messaggio del cambiamento in modo che arrivasse forte e chiaro sia alle orecchie dei fedeli sia ai detrattori della Chiesa? Non certo all’apparato di comunicazione del Vaticano, obsoleto come la stessa istituzione, impreparato all’uso delle nuove tecniche di diffusione, poco pervasivo e poco convincente. E neanche alla stampa cattolica, un settore di nicchia che esclude, per temi e taglio, le nuove generazioni. Meglio dunque contare su quei grandi media italiani che fanno del sensazionalismo la base stessa della loro esistenza sul mercato.
Il connubio si rivela sin dall’inizio vincente. Il papa innovatore e riformista la fa da padrone sui principali giornali e telegiornali nazionali. Dagli interventi istituzionali all’acquisto delle scarpe nel negozietto a due passi da Santa Marta, è tutto un osanna. Bergoglio convince credenti e non, e conquista la quasi totalità del consenso politico, da destra a sinistra. La grancassa mediatica funziona perfettamente a scapito dei principi di correttezza e completezza dell’informazione e dei diritti dei lettori.
«La disparità tra i sessi è un puro scandalo». Nell’aprile 2015 la scoperta dell’acqua calda da parte del papa rimbalza sui media aprendo il dibattito politico e sindacale sulla disuguaglianza dei trattamenti salariali tra uomini e donne. E mentre i giornalisti nostrani si affannano a tirare fuori dal cassetto statistiche, percentuali e studi sociali in nome del pontefice, nessuno nota che a pronunciare l’ovvio è un capo di Stato e nel contempo rappresentante di una religione misogina che alle donne riserva un trattamento ben peggiore della disparità salariale, perché le estromette dall’accesso agli ordini sacerdotali e quindi dal sistema istituzionale che governa la Chiesa e suo Stato. D’altronde l’opinione di Bergoglio sulle donne è ben riassunta da una sua esortazione di un paio di anni prima alle suore riunite nell’assemblea dell’Unione delle superiori generali: «Siate madri, non zitelle». Un messaggio innovativo secondo la stampa nostrana, cui è sfuggito l’arcaico intento di dividere l’universo femminile in due metà, una buona e l’altra cattiva, a rimarcare il cliché della donna che può realizzarsi solo attraverso la maternità, sua primaria finalità. Nella carrellata di “svolte storiche” trova posto a pieno titolo anche una dichiarazione (giugno 2016) sui gay: «Io ripeto il Catechismo: queste persone non vanno discriminate, devono essere rispettate e accompagnate pastoralmente. […] Chi siamo noi per giudicare? Dobbiamo accompagnare bene, secondo quello che dice il Catechismo». Forse prima di declamare a mezzo stampa la sensazionale apertura ai “diversi” sarebbe stata opportuna un’occhiata allo stesso testo citato da Bergoglio, il Catechismo della Chiesa cattolica, laddove definisce l’omosessualità una «inclinazione oggettivamente disordinata» e i rapporti omosessuali «contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati». Omofobia? Ma no, carità cristiana.
epa05966521 Supporters of Iranian conservative presidential candidate Ebrahim Raisi distribute electoral posters of him at a street in Tehran, Iran, 15 May 2017. Media reported that conservative presidential candidate Ebrahim Raisi is the main contender against president Hassan Rouhani in the upcoming presidential election. Iranians will go to the poll for the presidential election on 19 May 2017. EPA/ABEDIN TAHERKENAREH
L’Iran va al voto e nel Paese si gioca una partita importante, non tanto e non solo per gli equilibri interni o le possibilità di una svolta nelle libertà e nei diritti civili. Le aspettative, a giudicare dalle cronache da Teheran, non sono particolarmente alte, ma il voto degli 80 milioni di iraniani sarà determinante per gli equilibri regionali e le relazioni internazionali del Paese. Yemen, Siria,Libano, Iraq, accordo sul nucleare con Usa ed Europa: in questi difficili anni il Paese ha giocato un ruolo importante, a volte buono, a tratti pessimo, ma comunque partecipando al consesso internazionale, riconoscendo l’importanza della diplomazia.
Le elezioni e il ruolo internazionale dell’Iran sono anche importanti per l’Italia: il nostro Paese è uno dei primi partner commerciali europei e dall’alleggerimento delle sanzioni gli scambi commerciali sono in aumento costante. Sul sito dell’ambasciata italiana leggiamo: «L’interscambio UE-Iran ha raggiunto i 9,11 miliardi di Euro nei primi nove mesi del 2016 dai 5,577 miliardi dello stesso periodo nell’anno precedente… Nel 2016 il valore delle esportazioni italiane è stato pari a 1,5 miliardi di euro, segnando un incremento del +29% rispetto al 2015». Prima delle sanzioni l’italiana Eni era tra i primi compratori del greggio iraniano e, a dicembre 2016, la compagnia nazionale iraniana e il gigante italiano dell’energia hanno firmato un contratto da 100mila barili l’anno e nei prossimi anni, se continuerà a poter esportare, assegnerà nuove licenze di esplorazione ed estrazione.
La sfida tra il presidente uscente Hassan Rouhani e Ebrahim Raisi, il campione dei conservatori e dei Guardiani della rivoluzione – una potenza politica, militare e anche economica – per noi, è importante per capire se terranno quelle relazioni internazionali tessute negli ultimi anni? L’esito è molto incerto e negli ultimi giorni due candidati di primo piano si sono ritirati per sostenere il politico a loro vicino – il sindaco di Teheran con Raisi, il vicepresidente con Rouhani. L’ultima volta che un voto è stato tanto incerto e conteso è quella in cui il presidente Ahmadinejad fu rieletto tra le proteste della piazza di Teheran – proteste che segnarono in qualche modo un assaggio della Primavera araba che esplose nel 2011. E a proposito di quelle proteste, con Rouhani si schiera Hossein Mousavi, una delle due figure di primo piano arrestate in seguito alle proteste di allora (“la sedizione” la chiamano i conservatori) e agli arresti domiciliari dal 2011. Con il presidente in carica anche il nipote dell’ayatollah Khomeini, a sua volta un leader religioso, ma riformatore.
Un comizio di Rouhani a Teheran EPA/ABEDIN TAHERKENAREH
EPA/ABEDIN TAHERKENAREH
In questa contesa il moderato Rouhani – non un riformatore, ricordiamolo – presenta se stesso come l’outsider anti establishment e attacca l’avversario come la faccia peggiore della Repubblica Islamica. Nei comizi, il presidente non ha mancato di ricordare il ruolo svolto dall’avversario nelle “commissioni della morte” che sterminarono migliaia di dissidenti di sinistra alla fine degli anni ’80 e, in seguito, come procuratore generale. «Il popolo dirà no a coloro che solo nel corso di 38 anni hanno giustiziato e imprigionato; Coloro che tagliarono le lingue e chiudevano le bocche; … coloro che [hanno] vietato la penna e vietarono l’immagine. Quelle persone non dovrebbero nemmeno respirare la parola libertà, perché sconvolgono la libertà». I toni usati da Rouhani sono eccessivi perché sotto la sua presidenza non ci sono state svolte clamorose dal punto di vista della libertà di parola, censura, comportamenti. La vittoria del conservatore rappresenterebbe comunque un passo indietro.
Quanto a Raini, non è una figura politica popolare. Sodale e allievo dall’autorità politico religiosa più alta del Paese, l’ayatollah Ali Khamenei che tutti si aspettano prima o poi si faccia da parte, è stato procuratore capo, responsabile della Corte speciale che vigila sull’operato dei religiosi, membro dell’Assemblea che elegge il leader supremo) e, come appunto ama ricordare Rouhani, parte della violenta campagna di repressione che eliminò i dissidenti di sinistra che pure erano stati parte determinante nella rivoluzione che cacciò lo scià Reza Pahlevi.
Da poco più di un anno Raisi è a capo della Astan Qods Razavi, fondazione religiosa e impero economico con ampi interessi di ogni tipo e la grande capacità di distribuire welfare e risorse ai poveri delle periferie e della campagna iraniana. Le sue promesse elettorali sono dirette proprio a questa gente. Questa è la sua arma più importante: grazie alle risorse della fondazione e al discorso conservatore, Raisi può presentarsi come il campione dei diseredati. Così vinse le elezioni Ahmadinejad, che pure approfittò del ruolo cruciale svolto dalla commissione elettoral-religiosa che approva o boccia i candidati e le liste elettorali. Raisi è anche una delle figure con più chance di succedere a Khamenei come Guida suprema della rivoluzione. Un ruolo cruciale, come è cruciale la guida della Astan Qods Razavi nel controllare l’apparato politico-religioso parallelo allo Stato democratico iraniano. La successione di Khamenei è una delle questioni cruciali che il prossimo presidente si potrebbe dover trovare ad affrontare. L’unico a ricoprire quel ruolo prima di lui è stato l’ayatollah Khomeini e per il ruolo che esercita, su molti fronti più importante di quello del presidente stesso, è cruciale per la vita iraniana.
Il conservatore Raisi a Teheran EPA/ABEDIN TAHERKENAREH
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In materia internazionale Raisi non è contrario all’accordo sul nucleare ma ritiene che questo sia stato negoziato con troppa morbidezza. Paradossalmente è la stessa posizione del presidente americano Trump, la cui retorica potrebbe aver aiutato i conservatori. Probabilmente consigliato da persone di buon senso, il presidente Usa, nell’imminenza del voto, ha rinnovato l’ammorbidimento delle sanzioni voluto da Obama – misura che aveva promesso di cancellare in campagna elettorale.
Se Rohani può vendere quell’accordo, la riammissione dell’Iran nel consesso internazionale e un miglioramento della situazione economica, Raisi ha dalla sua la disoccupazione che resta molto alta specie tra i giovani e la mancata percezione degli effetti della crescita nelle zone periferiche del Paese. Gli effetti dell’ammorbidimento delle sanzioni non si percepiscono abbastanza e il voto è anche, molto, sullo stato dell’economia. Se a prevalere sarà lo scontento per una disoccupazione che resta a due cifre, sarà Raisi a spuntarla. Viceversa, verrà confermato Rouhani se la promessa di un’ulteriore apertura all’esterno, anche economica, convincerà gli iraniani.
Chi vincerà è molto difficile da prevedere: se nessuno dovesse arrivare al 50% si andrà al secondo turno. Un ruolo cruciale lo giocheranno le donne, che pesano poco nella politica istituzionale ma sono spesso molto attive come corpo elettorale. Rouhani ha fatto alcune abili mosse social per parlarci direttamente. Compresa una foto in montagna con due ragazze che non vestono in maniera tradizionale. Una foto di un comizio di Raisi con il pubblico separato tra maschi e femmine, ha invece fatto il giro dei social iraniani in senso negativo. A sua volta, il candidato conservatore si è fatto riprendere con un rapper tutto tatuato, Amir Tataloo, per ringiovanire la sua immagine. Questa è la prima campagna social e Telegram, quello più usato, ha 40 milioni di utenti attivi. In generale i toni usati sono stati meno abbottonati ed evocativi e più diretti che in passato. Ma i social, come abbiamo visto nel 2009 e durante la cosiddetta rivoluzione verde, non sono lo specchio del Paese. Nemmeno in Iran, dove i giovani under 30 sono il 60% della popolazione. Negli anni il candidato anti-establishment, ha scritto Trita Parsi su Foreign Affairs, ha sempre vinto le elezioni. Così è andata al riformatore ed ex presidente Khatami, dopo la rivolta del 2009 molto limitato nella possibilità di svolgere un ruolo, ad Ahmadinejad, che non era il favorito di Khamenei e correva contro Rafsanjani, e poi a Rouhani. Raisi è innegabilmente il candidato della cupola conservatrice religiosa e se Parsi avesse ragione, ci sarebbe da stare allegri. Cruciale per Rouhani sarà l’affluenza al voto.
(L-R) New Italian Cabinet Secretary Maria Elena Boschi, Italian Prime Minister Paolo Gentiloni and his predecessor Matteo Renzi (R) during the handover ceremony at Chigi Palace in Rome, Italy, 12 December 2016. President Mattarella on 11 December gave the former foreign minister a mandate to form a new government in the wake of Matteo Renzi's resignation as premier following a crushing defeat in a 04 December constitutional referendum.
ANSA/MASSIMO PERCOSSI
La Boschi no, non ha querelato De Bortoli. No.
Ghizzoni (Unicredit) non ha intenzione di dire se la Boschi davvero gli ha chiesto di intervenire in favore di Banca Etruria perché, dice lui, non può permettersi di mettere “a rischio la tenuta del governo”. Indovinate la risposta.
Sono illegali le intercettazioni pubblicate di Matteo Renzi con il padre. Vero. Verissimo. Ma nell’inchiesta Consip si parla di politici al governo che avvisano dirigenti pubblici del fatto di essere intercettato. E quei dirigenti bonificano i propri uffici per tutelarsi. Segnarselo bene. E decidere, nel caso, la gravità dove sta.
Leggete i giornali e saprete esattamente chi è contro la legge elettorale di qualcun altro. Vi sfido a capire quali siano le soluzioni proposte. “Essere contro Renzi” non è un gran programma di governo. No.
Pisapia dice di voler andare contro Renzi ma di essere contro il renzismo. Renzi dice di non volersi alleare con Pisapia. Escono decine di editoriali che chiedono a Pisapia di federare. Renzi lo snobba. Lui insiste. Trovate il filo logico. Chiamatemi, nel caso.
Salvini non vuole andare con Berlusconi. Berlusconi non vuole andare con la Lega. E poi finiranno insieme. Come negli ultimi vent’anni. Ci scommetto una pizza.
Il “gigantesco scandalo” sulle ONG è finito in una bolla di sapone a forma di scoreggia. Eppure non ne parla nessuno. Tipo il watergate finito nel water.
Tutti quelli che vogliono la “sinistra unita” poi scrivono dappertutto che “la sinistra non c’è più”. Così vincono in entrambi i casi. E vorrebbero essere analisti politici.
Tutti i tifosi di Putin sono silenziosissimi. Putin gli è esploso in faccia ma loro usano la solita tattica: esultare per gli eventi a favore e fingere che non esistano quelli contrari. Le chiamano fake news ma in realtà è solo vigliaccheria.
Ormai tutti cercano opinionisti con cui essere totalmente d’accordo su tutto. La complessità è come la Corte Costituzionale: un inutile orpello che non riesce a stare al passo dei tempi dei social, dove un rutto fa incetta di like.
Gli intellettuali? Quelli che si indignano come ci indigneremmo noi. Gli vogliamo bene perché ci evitano la fatica di pensare e di scrivere e al massimo ci costano un “mi piace”. Opinioni senza apparato digerenti. Defatiganti. A posto così.
Ho sempre pensato che la sinistra non deve avere nessun rapporto con il pensiero religioso. Per un motivo molto semplice. Il pensiero religioso, qualunque esso sia, considera che la realtà delle cose, prima tra tutte la realtà materiale, sia una realtà transeunte, passeggera.
Ma non perché la vita degli esseri umani e delle specie viventi abbia un tempo limitato di esistenza nel mondo. No, perché invece, sostengono, ci sia una diversa esistenza, più pura, più alta, che è scissa dal corpo materiale ed era presente prima della nascita e sarà presente dopo la nascita.
È la grande promessa delle religioni monoteistiche: la vita dell’essere umano non sarebbe questa ma un’altra. Questa vita non è importante. È importante l’altra.
E questa altra vita sarebbe più importante perché l’essenza degli esseri umani in realtà sarebbe un qualcosa che è non essere, il dio. L’anima avrebbe natura “divina”, è un’espressione del dio.
Il dio avrebbe un potere infinito e assoluto sulla realtà, in particolare degli esseri umani.
Le chiese, diventano allora il tramite di questo infinito potere. Gestori del potere infinito del dio inesistente.
Perché gli esseri umani credono a qualcosa che non esiste? Perché danno fiducia a persone che raccontano continue balle sulla realtà delle cose?
È un discorso molto complesso e difficile che non sono in grado di affrontare e svolgere. Mi interessa solo sottolineare una cosa: il pensiero religioso è un pensiero negativo nel senso che è un pensiero che, eliminando, facendo sparire, la verità della vita degli esseri umani, li fa ammalare.
Ma di favole nel mondo ce ne sono tantissime. Quale sarebbe il problema? Perché non si dovrebbe tollerare chi pensa che la madonnina di Civitavecchia sanguina dagli occhi o che il signor Gesù Cristo dopo 3 giorni che era in una tomba si è alzato e se ne andato?
Il problema è che dietro queste favole religiose c’è un pensiero falso sulla realtà umana che è quello per cui la verità umana sarebbe non un essere in rapporto con la realtà degli altri esseri umani ma essere in rapporto con una non esistenza, cioè dio.
Questo pensiero falso si può fare strada nella mente degli esseri umani perché ognuno di noi ha espresso alla nascita una pulsione di annullamento verso la luce quando ha colpito per la prima volta la retina dei nostri occhi, come scoperto e teorizzato da Massimo Fagioli in Istinto di morte e conoscenza (L’Asino d’oro edizioni).
Quella pulsione, istantaneamente fusa con la vitalità, realizza l’esistenza psichica, altrettanto reale che la realtà fisica. Che però ha necessità di essere confermata nella sua esistenza e realtà dal rapporto con un altro essere umano.
Se questo non avviene o avviene in maniera parziale, l’essere umano potrà trovarsi a credere come reali ed esistenti cose che in verità non sono reali ed esistenti. Perché la pulsione di annullamento può annullare (come pensiero) e quindi rendere inesistente la realtà. L’alienazione religiosa di Marx sta nella dinamica di annullamento della realtà che porta con sé l’annullamento di se stessi.
La sinistra, se vuole essere portatrice di idee e di politica che punta alla liberazione degli esseri umani, deve necessariamente realizzare che la prima liberazione da compiere è quella del pensiero che si deve, appunto, liberare dall’alienazione religiosa, ossia dal rapporto con il mondo come annullamento.
La scelta di essere religiosi non è una libera scelta.
È una “scelta” che si fa per una spinta interna (la pulsione di annullamento) che è non rapporto con la realtà: si credono e pensano cose che non sono, in realtà, vere.
Per questo la sinistra deve combattere il pensiero religioso. Perché il pensiero religioso rende gli uomini schiavi nel pensiero.
VATICAN CITY, VATICAN - APRIL 15: Pope Francis attends the Saturday Easter vigil mass at St. Peter's Basilica on April 15, 2017 in Vatican City, Vatican. Pope Francis on Holy Thursday washed the feet of inmates at Paliano prison, south of Rome, during the Mass of Our LordÕs Supper. (Photo by Franco Origlia/Getty Images)
Il diavolo esiste ed è persona». Questa convinzione è un punto cardine del “nuovo” corso impresso da papa Francesco alla Chiesa cattolica sin dal giorno del suo insediamento sul trono di Pietro. Dopo aver citato il demonio ben quattro volte nei primi dieci giorni del suo pontificato, Bergoglio lo ha nominato con cadenza regolare nelle sue omelie settimanali a Santa Marta davanti a un pubblico scelto di ecclesiastici. “Vedendo” il diavolo in tutti gli scandali che da un ventennio scuotono la Chiesa dall’interno, avendone minato la credibilità e la stabilità politica al punto da spingere Benedetto XVI alle storiche dimissioni del 2013, papa Francesco attribuisce a Belzebù la responsabilità degli affari illegali che ruotano intorno allo Ior e all’Apsa, l’Amministrazione del patrimonio della Sede Apostolica della Santa sede; della pedofilia clericale; delle guerre intestine e dei giochi di potere che minacciano l’integrità della Curia; dei vatileaks e delle fughe di notizie riservate dalle Mura leonine.
Ma di Satana il pontefice argentino non parla solo in qualità di capo spirituale dei fedeli cattolici. Il principe delle tenebre è presente anche nei suoi discorsi ufficiali da capo di Stato. «Non esiste un dio della guerra: è il diavolo che vuole uccidere tutti» ha detto il 20 settembre 2016 ad Assisi davanti a oltre 500 leader religiosi e politici di tutto il mondo. E il demonio c’è, come se non bastasse, quando Bergoglio assume le sembianze del bonario parroco di campagna e gioca con i bambini. Il maligno «è il padre dell’odio, delle bugie, delle menzogne, perché non vuole l’unità» tra gli esseri umani, ha detto ad alcuni piccoli catechisti dagli sguardi atterriti durante una visita alla parrocchia di San Michele Arcangelo nel 2015. Secondo papa Francesco, tutti i bambini sono indemoniati: «Quando voi sentite nel cuore odio, gelosia, invidia state attenti perché viene dal diavolo; quando sentite la pace, viene da Dio» ha raccontato ai suoi giovanissimi interlocutori citando gli Esercizi spirituali di Ignazio di Loyola («L’uomo vive sotto il soffio di due venti, quello di Dio e quello di Satana» diceva il fondatore dei gesuiti). Si tratta di un’idea violenta e perversa della realtà umana del bambino ma nessuno al di qua del Tevere si è indignato. I media italiani annotano tutto quello che dice papa Francesco, lo riportano con zelo e restano in attesa della dichiarazione successiva. Senza fare domande scomode, senza mai abbozzare una critica o evidenziare contraddizioni.
Nemmeno quando nella premessa, iper rilanciata da Repubblica, al libro autobiografico della vittima di un sacerdote pedofilo, Bergoglio scrive: «Chiedo perdono per i preti pedofili: un segno del diavolo, saremo severissimi». La domanda noi di Left ce la siamo fatta e ve la giriamo: cosa intende dire papa Francesco? La Chiesa sarà severissima con chi violenta i bambini o sarà inflessibile con chi secondo il pontefice li induce in tentazione? La perplessità è lecita se consideriamo che la punizione peggiore comminata dalla Santa Sede a un ecclesiastico consiste nell’espulsione dalla Chiesa senza che sia denunciato all’autorità giudiziaria “laica”.
Le attenzioni di papa Francesco per il diavolo non si esauriscono qui. È stato lui a firmare il decreto tramite cui la Congregazione per il Clero ha riconosciuto giuridicamente l’Associazione internazionale esorcisti. Era il 13 giugno 2014. Nemmeno Paolo VI era arrivato a tanto. Lui che durante l’Udienza generale del 15 novembre 1972 tenne un discorso dai toni durissimi per ribadire la presenza e il pericolo del diavolo come ente personale «perverso e pervertitore». Ufficialmente papa Montini intendeva arginare una frangia di teologi che non seguivano attentamente il magistero della Chiesa e che cominciavano a negare l’esistenza del demonio come persona riducendolo a un simbolo. Non sappiamo come la presero i destinatari della reprimenda ma di certo quel discorso sebbene avesse stregato pure Hollywood – il film L’esorcista è del 1973 – segnò solo parzialmente la riscossa degli esorcisti incaricati dal Vaticano che fino ad allora erano un centinaio nel mondo. Oggi, con papa Francesco, sotto l’egida dell’Aie, in totale sono circa 400 e stando a un report realizzato dall’Agensir a dicembre 2016, nel nostro Paese c’è la più alta concentrazione: sono oltre 240 ben distribuiti lungo tutto lo Stivale.
Un facsimile dell'interno della scheda per l'elezione del Senato, allegata alla proposta del Pd, il cosiddetto 'Rosatellum'. Roma, 18 maggio 2017. ANSA/
Listini bloccati per la quota di seggi assegnati con il sistema proporzionale: niente preferenze e neanche la possibilità di fare un voto disgiunto rispetto alla scelta che l’elettore fa già, sull’unica scheda che avrà nell’urna, per il seggio maggioritario che si assegna nel proprio collegio. Un collegio, peraltro, che il futuro parlamentare eletto nella quota uninominale conquisterà in un turno unico, senza ballottaggio, e quindi – molto probabilmente – con una percentuale ben lontana dal 50 per cento e gonfiata da un implicito e fortissimo appello al voto utile.
Anche volendo sorvolare sull’effetto maggioritario della legge (che è forte per via dell’assenza del voto disgiunto, come detto, e perché i seggi conquistati nell’uninominale non si sottraggono, “scorporano”, in nessun modo dalla quota proporzionale), una domanda bisogna farsela prima di dirsi favorevoli o contrari alla legge elettorale proposta dal Pd: è una legge che avvicina il cittadino alle istituzioni?
È una legge trasparente quella ideata dal Pd (con Verdini), e che si basa, evidentemente, su alleanze che saranno diverse da collegio a collegio (ed ecco perché favorirebbe il Pd, che può – a differenza dei 5 stelle – accordarsi a Milano con Pisapia per lo stesso candidato maggioritario e a Napoli, invece, magari, con Alfano, sempre per l’uninominale, spartendosi con l’alleato di turno la quota proporzionale)? È una legge trasparente quella che permette al candidato di un collegio uninominale di presentarsi anche in altri tre collegi seppur solo nel listino per il proporzionale?
Io sono un fanatico proporzionalista – non ne ho mai fatto mistero, semmai vanto – ma credo che il problema, in questo caso, dovrebbe porselo anche chi ama i premi di maggioranza e i più vari correttivi alla semplice (e per me prioritaria) rappresentanza. Ci sono leggi maggioritarie che stabiliscono però un rapporto strettissimo tra eletto e elettori. Questa legge farà almeno questo?
epa05971345 (FILE) A file picture dated 05 April 2014 shows Chris Cornell of US band Soundgarden, performs during the Festival Lollapalooza in Sao Paulo, Brazil. Audioslave and Soundgarden singer Chris Cornell has died on 18 May 2017 at age 52, according to Cornell's representative Brian Bumbery. EPA/SEBASTIAO MOREIRA
La notizia triste è che oggi è morto Chris Cornell, cantante e frontman dei Soundgarden e degli Audioslave e noto anche per aver cantato colonne sonore di 007, che aveva 52 anni e si era esibito poche ore prima a Detroit con la band che lo ha reso famoso nel mondo negli anni 90. Le cause della morte sono sconosciute e la cosa è del tutto inattesa, la famiglia fa sapere che lavorerà con i medici legali per determinarle.
Cornell in questi giorni era entusiasta del tour con i Soundgarden, qui sotto il suo ultimo tweet, non molte ore fa, proprio sul concerto a Detroit. Il tour era cominciato a fine aprile e sarebbe andato avanti ancora per tutto il mese.
L’intervista a Kim Thayil, il chitarrista della band
(da Left numero 12 del 2017)
Riff che entrano dentro il cervello, feroci e repentini, con precisione e decisione. Quando nel 1988 i Soundgarden fanno irruzione nella musica, nulla rimane lo stesso. Tantomeno il grunge. È il 1984 quando la voce di Chris Cornell, il basso di Hiro Yamamoto (oggi tra le dita di Ben Shepherd) e le corde di Kim Thayil si incontrano, poco dopo arriverà la batteria di Matt Cameron. Così nascono i Soundgarden, rubando il nome a un’installazione di Douglas Hollis, a Seattle, dove il soffiare del vento tra i tubi di metallo e i pannelli produce insoliti suoni. I “quattro di Seattle” in trent’anni hanno prodotto una dozzina di lavori, tra album ed Ep, e venduto più di 20 milioni di copie in tutto il mondo. Del loro ritorno, di questi trant’anni e della capitale del rock sul Pacifico abbiamo chiesto a Kim Thayil. Padre del “drop D tuning”, l’accordatura “scordata” tipica del grunge, il centesimo miglior chitarrista di tutti i tempi, a giudizio di Rolling Stone.
Siete considerati tra i musicisti più tecnici e precisi al mondo. E la leggenda narra che nel 1988 non foste convinti del missaggio – soprattutto Cris Cornell – ma che l’immediato successo vi ha impedito di remixarlo e ristamparlo. È per questo che adesso tornate con Ultramega ok, vi pesava tanto quella “bassa qualità”?
Non credo che la competenza tecnica, o la precisione, sia una caratteristica importante in ciò che facciamo in modo creativo. In realtà, non è un fattore significativo nel successo di molti dei generi “popolari” tra cui rock, blues, country, R & B, hip hop, ecc… Può essere utile, ma non è necessario. Perciò, in questo caso semplicemente non ci piaceva il mix originale di Ultramega Ok. Perché, collettivamente, i Soundgarden hanno ritenuto che non rappresentasse al meglio il nostro sound, né la forza delle canzoni.
Il vostro primo full-length lo avete affidato alla piccola ma storica etichetta underground Sst Records, ma siete subito passati a una major, la A&M. Sinceramente, che cosa ha comportato?
Guarda che la Sst records era un’etichetta indipendente abbastanza grande e di successo nel momento in cui abbiamo pubblicato Ultramega Ok. Successivamente abbiamo negoziato un accordo con la A&M perché ci aveva offerto una maggiore distribuzione e il sostegno finanziario, ma la Sst è stata una grande label per noi, ci ha permesso di lavorare e ci ha dato una mano a raggiungere e sviluppare il pubblico che abbiamo avuto.
Torniamo all’album, che è una versione expanded. Noi possiamo contare i sei demo che avete aggiunto e possiamo ascoltarli, ma tu puoi spiegarci cosa c’è di diverso, o di più, in voi…
In verità, le sei tracce bonus di cui parli sono state originariamente registrate durante le sessioni per Screaming Life, il nostro primo Ep. A quell’epoca abbiamo deciso di non includerle, perché Sub Pop preferiva pubblicare un Ep a buon prezzo per il debutto di una nuova band, quali erano i Soundgarden. Per questo non sono proprio dei “demo”, ma sono piuttosto delle versioni inedite. E noi, trent’anni dopo, siamo cresciuti nella capacità e nella visione creativa, come chiunque altro.
Metal, psichedelia, hard rock e punk. Tutto insieme, è la fusione dell’anima di ognuno di voi o cosa?
Direi che abbiamo tutti gli stili che dici, insieme a molti altri, all’interno di ognuna delle nostre anime. Individualmente, e li condividiamo collettivamente.
Nirvana, Alice in Chains, Pearl Jam, Temple of the Dog. Ma davvero possiamo chiamare tutto “grunge”?!
Beh, se con “grunge” ti riferisci alla musica delle band che provengono dalla stessa scena di Seattle, sì. Suppongo che sia sufficiente a chiamare tutto “grunge”. E, per ironia della sorte, nessun altro qui usa il termine in modo diverso. Io, per esempio, non lo uso. Ma tocca vedere cosa risulti più conveniente ai media…
I media… che vi definiscono anche come i caposcuola del grunge e contemporanemante come gli innovatori. Vi sentite più l’uno o l’altro?
Vedo i Soundgarden sia come leader che come innovatori di quella che era la scena di Seattle. Ma non ci assocerei necessariamente al “grunge”. E credo che ormai il nostro lavoro possa essere compreso indipendente e oltre questo ambiente.
Cos’è rimasto oggi del grunge?
Non mi preoccupo di questo. I Soundgarden, i Melvins, i Mudhoney, i Pearl Jam, gli Alice in Chains, i Foo Fighters e gli altri stanno avendo tutti ancora successo, rendendo la loro musica unica e influente. E poi la record Sub Pop e altre etichette locali stanno andando più forte che mai. Il luogo rimane lo stesso. Il tempo è andato per sempre.
Vivi ancora a Seattle?
Sì.
Ed è ancora una fucina di creatività?
Lo è. Seattle è vitale come non lo è mai stata. Come in molte altre regioni del nostro Paese, e del mondo, ci sono una moltitudine di giovani musicisti e nuove interessanti band che esplorano opportunità creativa e di espressione.
Facci un esempio.
Ci sono molte band interessanti prodotte dalla Southern Lord Records, mi piace molto Courtney Barnet, il suo lavoro ricorda sia Kurt Cobain che Lou Reed. E anche i Pissed Jeans, sono davvero molto cool.
Un’ultima domanda Kim, cosa ascoltano i Soundgarden?
Ognuno di noi ha le sue preferenze. Certo, condividiamo molto e lo esprimiamo nel nostro lavoro. Ognuno di noi ascolta i Beatles, i Led Zeppelin, Captain Beefheart, i Pink Floyd, David Bowie e gli altri. A me, in particolare, piace ascoltare ancora i Black Sabbath, gli Stooges, Wire, i Pere Ubu, i Ramones, Sly & the Family Stone e i Motor City 5.