Home Blog Pagina 927

A che serve la madre di tutte le bombe sull’Afghanistan? Probabilmente a sviare l’attenzione dai guai della Casa Bianca

epa05905157 US President Donald J. Trump (R) listens to NATO Secretary General Jens Stoltenberg (L) speak at a press conference in the East Room of the White House in Washington, DC, USA, 12 April 2017. The White House says the President will use the meeting as an opportunity to reaffirm his commitment to NATO. EPA/JIM LO SCALZO

Cosa sta succedendo nella Casa Bianca di Donald Trump? Mettiamo da parte per un secondo la madre di tutte le bombe, la GBU-43/B, sganciata sul covo Isis in Afghanistan, che fortunatamente non sembra aver fatto vittime civili, o la strage di ribelli siriani commessa per errore.

In questi giorni ci sono stati incontri del massimo livello tra Mosca, Pechino e Washington nei quali si è parlato di Siria, relazioni bilaterali, Corea del Nord e commercio internazionale.

Dopo aver dato dei manipolatori di valuta ai cinesi, Trump ha detto di non ritenere che Pechino adotti politiche per abbassare il costo dello yuan e, così, il costo delle merci cinesi da esportare. Il presidente Usa ha anche detto che sulla Corea, Pechino saprà intervenire – e in effetti Pechino dovrebbe farlo se vuole davvero mostrare di essere un leader in Asia. Un incontro insomma, nel quale il presidente Usa ha fatto due passi indietro e mostrato una faccia sensata. Strano per uno che ha scelto come capo stratega una figura come Steve Bannon che ritiene che tra Cina e Stati Uniti una guerra sia inevitabile.

A Mosca è andata meno bene, ma non malissimo. Tra Russia e Stati Uniti il clima resta mediocre ma le due potenze sembrano aver intenzione di lavorare di più per mettere mano alla crisi siriana senza peggiorare ulteriormente una situazione caotica e tragica. «Due potenze nucleari non possono avere rapporti così» ha detto il ministro degli Esteri Lavrov. Non ci siamo ancora, Mosca non vuole mollare Assad e Washington vuole non rimanere umiliata. Ma, in fondo, c’è una volontà più marcata di quanto non ci fosse con Obama. A Mosca non volevano Clinton presidente e hanno ottenuto quel che cercavano. Nel frattempo però, la Nato (il presidente Usa si è visto anche con il segretario generale Stoltenberg) ha smesso di essere un’alleanza superata. Altro concetto espresso in campagna elettorale e anche una volta assunta la presidenza.

L’intensificarsi dei bombardamenti Usa e l’attacco successivo all’uso di armi chimiche da parte di Assad sono in questo senso un segnale a Putin. Un segnale di quelli da grande potenza impegnata in una specie di guerra fredda: muscolare ma non necessariamente foriero di escalation.

Il momento in cui cade la bomba

Sulla Cina, sulla Nato, sulla Russia e sulla Siria, Trump fa dunque diversi passi indietro e di lato. Nel caso siriano, si impegna in qualche forma a lavorare a una soluzione diplomatica, si invischia di più in un Paese dal quale aveva promesso di stare alla larga. Spara addirittura contro il dittatore la cui uscita di scena non è una priorità per lui – anche se la sua ambasciatrice americana all’Onu, in palese rotta di collisione con una parte dell’entourage del presidente, sostiene il contrario e litiga con Mosca.

Torniamo alla domanda iniziale, cosa sta succedendo?
Banalmente che le promesse elettorali su commercio e politica estera fatte da Trump non reggono alla prova dei fatti. E che nell’entourage del presidente è in corso una guerra furibonda tra i realisti, tutt’altro che moderati, ma non paranoici, e l’ala dura e messianica. Il primo gruppo ha alla testa il genero di Trump, Jared Kushner, il secondo lo stratega Steve Bannon. Questa settimana pare stiano vincendo i realisti: toni più pacati, negoziati, scelte fatte guardando al contesto e alle conseguenze. Bannon è anche stato escluso dal Consiglio per la sicurezza nazionale.

Problema: Trump ha vinto perché ha promesso cose che non stanno in piedi o che cambiano radicalmente il modo di governare e il ruolo americano nel mondo – e usato i toni suggeritigli da Bannon. Che ha anche fatto molto per costruire una base militante che è la colonna portante del sostegno al presidente. Dire addio a quelle idee e politiche senza sostituirle potrebbe essere un danno grave per Trump.

E qui torniamo alle bombe dopo aver dato un’occhiata al tweet del suo avvocato qui sopra: Trump usa la bomba per mantenere l’America sicura e viene elogiato da tutti. Appunto. dopo settimane di passi indietro, la sconfitta sulla riforma sanitaria Obama, gaffe, promesse non mantenute, il presidente aveva bisogno di mostrare qualcosa al proprio pubblico. Due gesti simbolici come i missili Tomawhak su Assad e la madre di tutte le bombe in Afghanistan sono modi per attirare l’attenzione, sviare il discorso, far dimenticare che la presidenza sta mettendo da parte molte delle proprie promesse elettorali. E funziona: in fondo oggi siamo tutti qui a commentare – negativamente – l’attitudine guerrafondaia di Trump. E così dimentichiamo le inchieste sui legami con la Russia, gli insuccessi dal punto di vista dei risultati prodotti, il caos che regna nell’amministrazione. Con quelle bombe, insomma, Trump ha ottenuto il risultato voluto. E basterebbe guardare Fox News che non parla d’altro che non del bombone e manda e rimanda le immagini che vedete qui sopra, con commenti al limite dell’imbarazzante. Quanto alla Siria o all’Afghanistan, nessuno sa cosa il presidente intenda fare. Nemmeno lui.

Owen Jones e gli errori del Labour, Podemos, Catalogna e Italia. Domande sulla sinistra

Se c’è una figura che incarna assieme la modernità e la tradizione della sinistra britannica, questi è forse Owen Jones. Trentadue anni, super attivo sui social media, brillante columnist di The Guardian, per il quale scrive soprattutto di sinistra, youtuber coi fiocchi, perché racconta la politica e la società britanniche telecamerina alla mano producendo interviste distese e approfondite che spesso fanno notizia e che vengono guardate da decine di migliaia di persone. Jones è per la prima volta in Italia, ospite del Festival del giornalismo di Perugia e ne approfitta per una serie di incontri/interviste sul libro che sta scrivendo, dedicato alla “sinistra della speranza”. «È un libro che invece di descrivere la realtà, cerca soluzioni ed esperimenti positivi nella sinistra europea. Una specie di cura», dice sorridendo. Owen è venuto a trovarci in redazione, ci ha fatto molte domande sulla politica italiana e sul Movimento 5 stelle e sul perché – un tema che ritorna – la sinistra italiana, come anche molta sinistra europea, non abbia guadagnato dalla crisi economica generata dalla finanza mondiale. Noi, a nostra volta, lo abbiamo lungamente intervistato sulla sua idea di sinistra, sulla Brexit, sul Labour di Jeremy Corbyn. Le risposte sono chiare come i suoi video, puntuali e veloci come il suo inglese. Siamo partiti da una specie di notizia, il suo prendersi una pausa dai social media.

Con Jones abbiamo parlato dei guai di Jeremy Corbyn e del perché, a suo parere, dovrebbe farsi da parte, dell’esperimento di Podemos come la cosa più interessante nata nella sinistra europea in questi anni, di quali siano i guai e del perché la crisi finanziaria e quella della Terza via non abbiano determinato una avanzata della sinistra radicale. Una delle risposte sta nel modo sbagliato di comunicare e organizzarsi. Con Jones abbiamo anche discusso di Matteo Renzi e del suo rifarsi all’esperienza del blairismo degli anni ’90.

A proposito di sinistra, su Left in edicola siamo andati a guardare all’esperienza catalana di Pais en Comù, lista unitaria della sinistra catalana che è un esperimento interessante. Specie se lo paragoniamo ai contorcimenti della sinistra italiana, che si riunisce per la festa dell’Arci ma non sembra farsi domande che non siano relative a schieramenti e posizionamenti. Per concludere con la sinistra ci siamo chiesti che fine stia facendo il Partito socialista francese. Due dei candidati che potrebbero finire al secondo turno delle presidenziali sono usciti, da destra e da sinistra e il candidato Hamon ha vinto le primarie a sorpresa ma on sembra destinato a grandi risultati. Una storia che va in pezzi e una sinistra francese che sta cambiando profondamente.

Perché la sinistra perde di Ilaria Bonaccorsi

Siamo stati alla festa per i 60 anni dell’Arci. Ci avevano detto ci sarebbe stata tutta la sinistra italiana. Volevamo fare una domanda che ci assilla: Perché la sinistra perde? Ma di risposte non ne abbiamo trovate. 

Quello che possiamo imparare dagli inglesi – parla Owen Jones di Ilaria Bonaccorsi e Martino Mazzonis

Dagli errori del Labour britannico la sinistra può capire moltissimo. Anche da quelli di Jeremy Corbyn, in evidente difficoltà. Left incontra Owen Jones, columnist di The Guardian. Tra social network, Brexit e Podemos, ecco quello che ci siamo detti

Il destino ambiguo della sinistra francese di Martino Mazzonis

Dopo il voto della prossima settimana assisteremo alla fine del Partito socialista cresciuto all’ombra di Mitterrand. A destra Macron e a sinistra Mélenchon sembrano destinati a raccoglierne le spoglie. Cosa è successo al Psf e qual è la forza del Front de gauche?

Mentre in Italia si parla in Catalogna si fa di Tiziana Barillà

Nasce a Barcellona Un país en comú, con la Alcaldessa Ada Colau, che unisce le anime di verdi e comunisti. Ma soprattutto dei cittadini. «È così che si pratica il cambiamento. Con politiche di coesione sociale», ci dice il numero due, l’ecosocialista Ernest Urtasun

L’intervista a Owen Jones, Paìs en Comù, la sinistra francese e quella italiana sono in edicola su Left 

SOMMARIO ACQUISTA

Verrà la storia a presentarci il conto. E ce ne vergogneremo

Gli immigrati fermi da alcuni giorni nei giardini adiacenti la stazione ferroviaria di Como San Giovanni a causa del blocco della frontiera da parte delle autorità svizzere, 8 agosto 2016. ANSA / MATTEO BAZZI

Lisa Bosia Mirra è una deputata del Gran Consiglio del Canton Ticino in Svizzera ed è stata condannata per “ripetuta incitazione all’entrata, alla partenza e al soggiorno illegale”. Il reato di solidarietà (che ha percentuali di condanna che fanno invidia ai reati di mafia e corruzione) si sarebbe consumato nell’agosto-settembre scorso quando Como era diventato un accampamento a cielo aperto di rifugiati bloccati alla frontiera.

Lei sulla sua pagina Facebook scrive:

«Sono stata zitta a lungo ma adesso sono pronta a raccontare a chiunque abbia la voglia e il tempo di ascoltare quello che ho visto a Como: delle ferite ancora aperte, delle donne stuprate, dei minori respinti. Di come quel parco antistante la stazione si sia trasformato nella dimostrazione più evidente della fine di qualunque umanità. E di come fosse impossibile fare diversamente da come ho agito. Perché quello che pesa, infine, più dell’ingiustizia, è il privilegio. Il privilegio di quel passaporto che permetteva a me di tornare a casa, a me che non ho fuggito la guerra, che non ho mai patito la fame, che non ho rischiato la vita nel deserto. Io tornavo a casa e loro restavano al parco. Anche quella ragazza il cui fratello era morto nel naufragio dell’imbarcazione sulla quale viaggiavano entrambi; anche quell’uomo che aveva trascorso dieci mesi attaccato ad un muro da una catena. Non la tiro lunga, sono a Belgrado, anche qui disperata umanità senza diritti. È come sempre più utile fare che parlare ma sono pronta a raccontare, ma non è una bella storia.»

Verrà un giorno, forse ci metteremo anni, che la storia ci presenterà il conto di quest’epoca. Ci saranno quelli che fingeranno di non avere capito la gravità della situazione credendo di essere assolti: ci saranno coloro che marciranno patetici mentre fingeranno di tenere la posizione anche quando non li seguirà più nessuno; ci saranno i vigliacchietti che alzeranno le spalle parlando di “altri tempi”; ci saranno i politici contriti per provare a fare l’ultimo giro; e poi ci saranno i criminali solidali come Lisa.

Buon venerdì. Santo. Pensa te.

Le parole della sinistra che guarda al mondo

Comunque Left è una cosa misteriosa. Esci da un teatro e pensi che la sinistra non può neanche perdere perché proprio non esiste. In Italia. Poi alzi il naso, incontri Owen Jones, parli per qualche ora, vedi un cortometraggio su Gramsci e la sinistra di una giovane regista che ha girato mezza Europa alla ricerca della sinistra, intervisti uno spagnolo e una band che dice di essere un collettivo, Lo Stato sociale, e hai la certezza immensa che quell’idea di Left da cui eri partito è proprio giusta. Insindacabilmente giusta. L’intelligenza ci renderebbe pessimisti, lo diceva Gramsci, ma la volontà ci rende ottimisti, è proprio così. Cos’è la sinistra? Interesse per gli altri. Per la realizzazione degli altri. Di tutti, quanti più possibile. A Giorgia Furlan che gli chiedeva se c’è ancora speranza quelli de Lo Stato Sociale hanno risposto così: «C’è per forza. Non voglio pensare, come diceva Monicelli, che la speranza è una truffa. Dobbiamo cominciare a ripensare al futuro, ricominciare a ricostruire l’utopia. Sembra solo filosofia, una cosa alta, poco concreta, in realtà è una pratica quotidiana che inizia con piccoli gesti a favore della collettività. Quando la collettività sta meglio anche il singolo sta meglio». E come lo facciamo? Vi invito a trovare nei nostri pezzi le citazioni di Albert Einstein, fondamentali a tal proposito, e a seguire i consigli del “collettivo musicale”: «Come spiegava Italo Calvino, dobbiamo imparare a comunicare in maniera semplice i concetti difficili», altrimenti «non andremo mai da nessuna parte, rimarremo per sempre ombelicali». Ce lo ha ripetuto anche Owen Jones che ci ha detto «guardate bene a Podemos e al loro modo di comunicare con la gente». Occorre “ritrovare le parole” nel rispetto di idee giuste, anche datate. Ed in effetti, lo scrive Tiziana Barillà, in Spagna corrono, a Barcellona è nato Un país en comú, il partito unito della sinistra catalana, e ha in mente di realizzare: «Un nuovo modello economico ed ecologico fondato sul bene comune, un modello di benessere per una società giusta ed egualitaria, un Paese fraterno in tutti i suoi ambiti, una rivoluzione democratica e femminista per costruire un Paese inclusivo in cui tutti trovino il loro posto» e non ci sembrano solo parole. Allora iniziamo dal Quote, con Rosa Luxemburg e chiudiamo con Misty Copeland. In mezzo trovate la nostra idea misteriosa di sinistra che non può essere più italiana o inglese o spagnola. Che è già europea e presto guarderà al mondo.

L’editoriale è tratto dal numero di Left in edicola

 

SOMMARIO ACQUISTA

La Turchia al voto, in gioco il futuro democratico?

TOPSHOT - A Turkish woman supporting the "No" vote in the upcoming constitutional referendum campaign waves a Turkish flag with a picture of modern Turkey's founder Mustafa Kemal Ataturk in front of Yeni Camii on April 12, 2017 during a campaign rally for the "yes" in Istanbul's Eminonu district. The Turkish public will vote on April 16, 2017 on whether to change the current parliamentary system into an executive presidency. / AFP PHOTO / BULENT KILIC (Photo credit should read BULENT KILIC/AFP/Getty Images)

Domenica prossima la Turchia decide cosa vuole diventare. Se una specie di dittatura del presidente o continuare a essere quella democrazia imperfetta che è stata in questi anni, prima che il tentato colpo di Stato dello scorso anno non aprisse la strada alle purghe e alla repressione del dissenso da parte dell’apparato dello Stato che obbedisce agli ordini del presidente Erdogan. Che poi è il regista dell’operazione che prevede la riforma presidenziale della repubblica da sottoporre al plebiscito con il referendum del 16. In questi mesi lo Stato turco ha licenziato 130mila persone, da maestri e accademici a funzionari, da militari a autisti del trasporto pubblico. Risultato? Secondo il New York Times 1200 scuole, 50 ospedali e 15 università chiuse. E assunzione, al posto dei sospettati di essere vicini a Fetullah Gulen, il religioso esiliato negli Stati Uniti che Erdogan ha individuato come l’organizzatore del tentato golpe, con personale fedele alle organizzazioni islamiste vicine all’Akp, il partito del presidente.
Durante questi mesi anche la politica e la società curde sono state messe sotto pressione: bombe, città sotto assedio, rastrellamenti e arresto di tutti i leader dell’Hdp, che con Gulen non ha nulla a che vedere e che in questi anni è cresciuto fuori dalla comunità curda grazie alla sua visione moderna della questione nazionale.
L’interessante della vicenda e del voto di domenica in un Paese portato sull’orlo del precipizio da una serie di crisi in successione – il tentato golpe, la Siria e i suoi rifugiati, gli attentati islamisti, le tensioni con Russia, Iran e, a modo loro, con Stati Uniti ed Europa – è che l’esito del referendum non è affatto scontato. Gli ultimi quattro sondaggi danno tutti il Sì vincente ma mostrano un Paese molto diviso su una questione così delicata: il massimo di consensi raggiunti nei sondaggi dal Sì è infatti 53%, la media Reuters degli ultimi 9 sondaggi è 0,9%. Molto sotto il margine di errore. Molto quindi conteranno possibili brogli, incidenti, pressioni. E stiamo pur certi che ce ne saranno. Un risultato tanto è incerto è davvero strano se si pensa al livello di tensione diffuso nel Paese in questi mesi e anni. La tipica situazione in cui l’idea di uomo e potere forte può generare consensi.
Altro elemento di interesse è il fatto che diversi leader storici del partito di Erdogan, il più famoso è l’ex presidente Gul, il secondo l’ex premier Davutoglu, hanno evitato di pronunciarsi sul referendum o si sono schierati contro. Le spinte sono poi diverse: ci sono laici di destra che sono con Erdogan pur opponendosi al relativo smantellamento dello stato kemalista nato con Ataturk e religiosi moderati preoccupati dalla svolta reazionaria. Da qui a domenica, possiamo quasi esserne certi, assisteremo ad arresti, qualche attacco islamista e altri episodi che alzeranno la tensione.

Orientalia, il fascino misterioso della Serenissima a fumetti che ambisce allo Strega

Dopo Gipi e Zerocalcare, ancora una volta un fumetto è tra i candidati al Premio Strega. Per ora è uno dei 27 da cui giovedì 20 aprile usciranno le 12 opere “semi-finaliste”, dopo di che sarà proclamata la cinquina che va in finale e poi l’opera vincitrice il 6 luglio. Si tratta di “Orientalia. Mille e una notte a Venezia”, graphic novel dello scrittore Alberto Toso Fei e del disegnatore Marco Tagliapietra, edita da Round Robin editrice. Un affresco quasi cinematografico della Venezia turchesca narrata attraverso il racconto di Saddo Drisdi, l’ultimo turco rimasto nella Serenissima, che gli austriaci hanno allontanato dal Fondaco dei Turchi nel 1838. A entrare con lui, tra mito e storia, in un mondo di principesse e corsari, sultane e dogi, santi e guerrieri, sono sette bambini che insieme al lettore vengono così trasferiti attorno al Fondaco, luogo che per due secoli ospitò i nemici e alleati commerciali turchi, e ai personaggi di una Venezia di cui oggi restano poche tracce.

Tutte storie vere o appartenenti all’immaginario della città della Laguna, sceneggiate e disegnate (a colori, producendo un rilevante impatto visivo) con estremo rigore filologico: dalle vicende della Turchetta Selima, rapita dai veneziani e costretta alla conversione, al rapimento di Cecilia Venier Baffo, bimba destinata a diventare favorita di Selim II e poi sultana madre, fino alla leggenda del trafugamento delle spoglie di San Marco da Alessandra d’Egitto o alla vicenda del “corsaro eremita” Paolo da Campo.

A presentare la candidatura della graphic novel Orientalia per il Premio Strega sono stati gli “Amici della Domenica”, l’artista Mimmo Paladino e lo scrittore Roberto Ippolito. Ma anche l’attrice Ottavia Piccolo, nel video che segue, spiega che avrebbe voluto farlo – e poi è stata battute sul tempo – sia per il valore artistico dell’opera sia per il messaggio «di amicizia tra i popoli» che si trae dalle tavole disegnate da Marco Tagliapietra, già autore peraltro di un fumetto dal titolo “La peste a Venezia”, e “scritte” dal veneziano Alberto Toso Fei, scrittore ed esperto di storia della città lagunare e recupero della tradizione orale.

La ricerca iconografica, evidentemente, è stata lunga e impegnativa, e come spiega il disegnatore Marco Tagliapietra l’opera è un continuo omaggio ai «profondi intrecci e reciproci debiti, tra la cultura veneta e quella orientale, il motivo principe di tutto il libro concepito da Toso Fei». A quest’ultimo, che ci conferma di essere un buon lettore di fumetti, abbiamo rivolto alcune domande per comprendere meglio le ragioni di fondo dell’opera, le sue origini e il rapporto con la Venezia di oggi.

Alberto Toso Fei, com’è nata l’idea di un racconto a fumetti?
C’era una serie di storie potenti che aspettavano di essere solamente narrate, perché Venezia ahimè ha bisogno di recuperare molto rapidamente la sua memoria. Ma queste storie avevano bisogno di una forma di racconto non convenzionale, che andasse oltre la sola parola. È stato decisivo l’incontro con Marco Tagliapietra, che ha al suo attivo altre graphic novel molto belle, con un tratto molto personale e soprattutto una profonda conoscenza della città.

La ricostruzione filologica, così come la conoscenza approfondita della storia di Venezia, è pienamente nelle sue corde. Ma con quale obiettivo l’ha messa in campo in questo caso? Cosa cambia facendolo per un fumetto?
La novità è stata nel volermi e dovermi affidare a una persona che in qualche modo interpretasse i miei scritti. Questo forse è il dato interessante di questo romanzo a fumetti, anche in relazione alla candidatura allo Strega: nasce prima come lavoro di scittura intesa solo come tale, e poi diventa disegno e illustrazione. Questa seconda fase è stata affidata a Marco, nella scelta ad esempio delle inquadrature, anche se abbiamo lavorato a stretto contatto.

Come avete proceduto invece nel racconto dei luoghi e nelle ambientazioni?
C’è stata una ricerca molto impegnativa, condotta assieme ma ci ha lavorato moltissimo Marco. La cosa meravigliosa è che tutta la Venezia che noi vediamo attraversata nei secoli è ogni volta filologica. I luoghi sono dettati dalle storie. Dagli abiti al linguaggio alle diverse località, tutto è rigorosamente reale, anche nel loro essere fantastiche. Anche l’apparato leggendario è comunque filologicamente fedele alla tradizione veneziana.

Il vostro è un tributo solo alla Venezia di un tempo o ha qualcosa da dire anche a quella di oggi?
Se c’è un messaggio è per Venezia e non solo per Venezia, oserei dire. Nel momento della narrazione, il 1838, Venezia soffre un’occupazone straniera. Oggi in un certo senso subiamo un altro genere di occupazione, che è quotidiana, soverchiante e sta mutando profondamente la morfologia sociale della città, segnandone il futuro. Vedo un parallelo tra la situazione di allora e la situazione di oggi. Ciò che accade attualmente è l’esito di trent’anni almeno di governo approssimativo della città.

L’alleanza commerciale e la rivalità con i turchi, ci raccontano qualcosa anche di quello che accade oggi tra Occidente e Oriente?
Anche nei periodi peggiori, anche mentre si combatteva a Lepanto, mai veniva meno il dialogo e la reciproca presenza a Venezia e a Costantinopoli. Non è che si fosse dei benefattori, sia chiaro. Venezia aveva bisogno dei turchi perché erano una controparte commericale determinante e fortissima. Detto questo, nel momento in cui tu salvaguardi lo scambio di merci, con le merci fai circolare le persone e con le persone fai circolare i saperi, le idee, i cibi, le lingue, le culture… Metti in moto un meccanismo che ti cambia e al quale poi non puoi sottrarti. Non a caso ancora oggi in città tanto, dal cibo alle parole che usiamo a un sacco di altre consuetudini, arriva da questi scambi che avvennero con i turchi come con gli ebrei, con gli armeni e così via.

Rispetto ai suoi consueti lettori, che pubblico si aspetta per questo nuovo lavoro?
Sicuramente gli amanti delle graphic novel, che vado a incontrare per la prima volta. Poi mi auguro che aumenterà la platea di lettori amanti di Venezia e di una certa Venezia, che già sono moltissimi. E forse, per i temi che tratta “Orientalia”, tutto un gruppo di persone che si preoccupano un po’ di dove sta andando il mondo. Senza chissà quale pretesa di cambiarlo però: questo rimane pur sempre un romanzo a fumetti (sorride). Però qualcosa da dire ce l’ha e ha come alleata Venezia, che non è poca cosa.

Prima di questo fumetto ci sono stati Gipi e Zerocalcare nella vostra condizione. Quali sono gli elementi che a suo avviso hanno determinato la candidatura tra i 27 dello Strega?
Gipi e Zerocalcare sono dei grandi! Nel nostro caso il merito maggiore ce l’hanno le storie, perché hanno una potenza straordinaria e inaspettata. E vederle svolgersi pagina dopo pagina come uno storyboard da cui potrebbe paradossalmente nascere un romanzo, o addirittura un racconto cinematografico come ha detto Mimmo Paladino nel presentare la candidatura, mi conforta nella bontà della scelta di non fermarmi alle parole, di aver voluto fortemente un racconto per immagini. Il fascino del libro secondo me è che tavola dopo tavola si può andare sempre più in profondità, scoprendo più livelli di lettura, dettagli sempre nuovi e spesso strabilianti.

Félix Croft è accusato di “reato di solidarietà”. Il 27 aprile la sentenza

«Continuo a credere che quello che ho fatto sia del tutto normale». Ricordate Félix Croft? Di lui e degli altri “criminali solidali” vi abbiamo raccontato con Stefano Lorusso su Left del primo aprile. E non era un pesce d’aprile, purtroppo. Il 27 aprile è attesa la sentenza del processo, perché la procura del tribunale di Imperia accusa il ventottenne francese di «favoreggiamento dell’immigrazione clandestina» e per questo ha chiesto una pena di 3 anni e 4 mesi, oltre a una multa di 50mila euro. È la prima volta che un cittadino francese viene giudicato da un tribunale italiano per quello che noi abbiamo chiamato, anche con l’aiuto dell’avvocata Alessandra Ballerini, un «reato di solidarietà».

Che ha fatto Félix?

Ha dato un passaggio umanitario a una famiglia di sudanesi, una famiglia di rifugiati provenienti dalle zone di guerra del Darfur. E non se n’è affatto pentito: «Fino a quando gli Stati non si prenderanno cura di queste persone, è un dovere continuare ad aiutarle: penso sinceramente che quando la solidarietà si scontra con le leggi, sia l’umanità a dover prevalere», fa sapere Félix grazie a un appello che i volontari francesi e italiani ci hanno inviato (lo trovate cliccando qui, e vi invitiamo a scaricarlo e diffonderlo). «Sono nato in Francia da padre americano e da madre francese di origini italiane, anche la nostra è una storia di migrazione: ho agito secondo quelli che restano ancora i principi fondativi della nostra società: libertà, uguaglianza e fraternità. Oltre che nel rispetto dell’articolo 1 della Convenzione di Ginevra e degli articoli 13 e 14 della Dichiarazione universali dei Diritti dell’Uomo».

Il reato di solidarietà

Che sia declinato in favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, in violazione di ordinanze che in nome del decoro e della sicurezza sanitaria vietano la somministrazione di cibo e bevande ai migranti, di fatto assistiamo alla nascita di un “reato di solidarietà” quello che in Francia chiamano “délit de solidarité” e che ha visto aumentare i processi contro volontari o semplici cittadini che aiutano i rifugiati a mettersi in salvo o a ricongiungersi con le proprie famiglie. Si tratta di allarmanti iniziative di intimidazione e dissuasione nei confronti di quei cittadini europei che rimediano alla mancanza di accoglienza nei paesi membri di esseri umani che provengono da aree del pianeta colpite da guerre o carestie. Ed è per questo che il processo a Félix Croft merita tutta la nostra attenzione. La sentenza del 27 aprile potrebbe diventare un pericoloso precedente.

Di Félix Croft e degli altri “criminali solidali” e di chi resiste al “reato di solidarietà abbiamo parlato su Left n. 13

 

SOMMARIO ACQUISTA

Scuole dell’infanzia, cultura, welfare: l’incubo degli sfratti a Roma

Per avere un’idea del terremoto che sta minacciando la rete di associazioni e cooperative che si occupano di cultura e welfare a Roma a causa della famigerata delibera 140 Marino sul patrimonio immobiliare, basta andare al parco del Celio, alle spalle del Colosseo. Qui cinque strutture rischiano lo sfratto, di queste, quattro si occupano di bambini e di ragazzi. Sono le scuole dell’infanzia Celio azzurro, Arcobalena e Centro educativo San Gregorio oltre l’Accademia internazionale di teatro. Circa 300 famiglie rischiano di non avere più un punto di riferimento per i propri figli. Sono luoghi, va detto, che dal punto di vista educativo sono esperienze originali ed esistenti da decenni.

Il Celio azzurro

Come il Celio azzurro, un esempio di intercultura, un asilo che ospita bambini di 20 nazionalità e che è stato anche protagonista del documentario di Edoardo Winspeare Sotto il Celio azzurro. Il film, racconta Massimo Guidotti, direttore e uno dei fondatori dell’asilo multiculturale, ha fatto il giro degli Istituti di cultura italiani all’estero. Adesso quella scuola fiore all’occhiello ha ricevuto lo sfratto dal Comune. «Stiamo facendo ricorso al Tar», dice Guidotti.
La delibera Marino voleva mettere ordine nel caos degli affitti, molti dei quali a carico di esercizi commerciali e nient’affatto sociali e solidali. Solo che l’operazione non è andata in porto.

Una rete sociale e culturale in crisi

Dopo la cacciata di Marino è subentrato il commissario Tronca e poi ci ha pensato la Corte dei Conti a passare ai fatti, utilizzando quel censimento e decretando che tutte le concessioni, indipendentemente dalla natura dei soggetti beneficiari, dovessero essere rivalutate secondo prezzi di mercato. Così il risultato è stato quello di affitti triplicati e addirittura retroattivi. Sono 235 associazioni e cooperative della Capitale in ginocchio con lettere di sfratto già spedite o in arrivo. Musica, volontariato, sanità, servizi educativi, teatro. Una spina dorsale sociale e solidale, che «avrebbe potuto fare della Capitale un laboratorio», dice Francesca Danese, ex assessore alle politiche sociali nella giunta Marino, adesso portavoce del Forum del terzo settore e in prima linea nel sostenere la battaglia delle associazioni. E tutto questo sta avvenendo nel vuoto assoluto della politica, perché nonostante le dichiarazioni dell’assessore Mazzillo, alle associazioni non è arrivata la bozza di Regolamento che dovrebbe, in qualche modo, ristabilire la giustizia. Cioè fare la dovuta differenza tra chi utilizzava beni comunali per fini commerciali come i ristoranti e chi invece, per fini sociali e culturali.

Arcobalena contro il degrado

Al Celio c’è un’altra realtà educativa dalla lunga storia. È la scuola dell’infanzia Arcobalena. «Tutte le mattine mi aspetto l’arrivo di quella lettera», dice Simona Bellazecca, fondatrice nel 1987 dell’omonima cooperativa che gestisce la scuola dove, va detto, viene curata al massimo la qualità del rapporto tra educatrici e bambini, con 11 dipendenti e 65 bambini. Dopo la prima lettera, ricevuta un anno fa, all’Arcobalena attendono la seconda e poi la terza con la data dello sfratto.
La storia del San Gregorio, dove opera l’Arcobalena,  racconta Simona Bellazecca, si perde negli anni. Una struttura ex Omni, che viene occupata e poi regolarizzata nel rapporto tra Comune e cooperativa. «Il parco San Gegorio è dedicato all’infanzia da una delibera del 1985. E così è rimasto. Noi in tutti questi anni abbiamo mantenuto la destinazione d’uso, pur con indirizzi molto diversi tra di loro», precisa la fondatrice dell’Arcobalena. Tra l’altro anche con notevoli sacrifici, perché nel 2000 la cooperativa ha provveduto a sue spese a bonificare la scuola, «adesso il Comune si ritrova 400 metri quadrati tutti equocompatibili». Ma nel 2010 scade la concessione. «È lì che la politica è responsabile. Bisognava trovare una modalità per rinnovare quelle concessioni, ma nessuno ha fatto nulla. Noi abbiamo pagato il canone raddoppiato, ma per loro è finita là».
E dire che in questi anni le educatrici e gli operatori di quelle scuole e centri didattici non sono rimasti con le mani in mano, anzi. Hanno svolto una vera funzione civile nel mantenere l’ambiente del Celio, pulito e vivibile. Non solo hanno lavorato con i bambini ma hanno salvato dal degrado un’area del centro di Roma particolarmente delicata, rendendola viva. Non a caso l’unico spazio comunale che non è stato affidato ad associazioni, è l’ex biblioteca comunale che ormai è in disuso e deteriorato.

L’esposto alla Corte dei Conti

La lotta delle associazioni che ha trovato nella rete Decide Roma un coordinamento capillare, prosegue anche su un altro binario. Il 9 marzo, prima di una grande mobilitazione in Campidoglio, una rete di organizzazioni, coordinata da Cild, Cesv e Coordinamento periferie Roma, ha depositato un esposto indirizzato al presidente del Consiglio di autogoverno della Corte dei Conti, al Procuratore generale della Corte dei conti e a quello regionale del Lazio. L’esposto ha come oggetto, si legge, la “richiesta di deferimento del Vice procuratore della Corte regionale del Lazio Guido Patti alla commissione disciplinare”. Nell’esposto si parla di «abuso della funzione inquirente». Intanto il 6 aprile le associazioni con un flashmob hanno manifestato alla Corte dei Conti il disagio in cui versano. Se non arriverà il nuovo Regolamento, la macchina degli sfratti non si fermerà. Vedremo se il 6 maggio, giorno di una grande manifestazione di tutte le associazioni, il Comune di Roma avrà dato un segnale.

Un’onta a forma di Minniti

Il ministro dell'Interno Marco Minniti in aula durante il voto di fiducia sul decreto legge sicurezza al Senato, Roma, 12 aprile 2017. ANSA/ANGELO CARCONI

Bisogna tornare al 2013 che anche se sembra un’era fa è l’ultima volta in cui i partiti hanno dovuto scrivere nero su bianco un programma di governo. Provate a tornare lì con la mente, quando il Partito Democratico (in un precedente stato evolutivo, evidentemente) si immolava per contestare le ronde padane e gridava allo scempio per la legge Bossi-Fini. Ve li ricordate? Ai tempi, praticamente tutti i giorni, si trovava qualche sedicente piddino pronto a difendere i kebabbari e urlare allo scandalo contro chiunque volesse fare lo sceriffo.

Se sfogliate anche i giornali di quei mesi (erano le settimane in cui il centrosinistra immaginava di essere al governo poco dopo) si sprecano le promesse di un’immediata abolizione della legge Bossi-Fini. Lo urlavano tutti, indistintamente: sono gli stessi che in Parlamento oggi scodinzolano a Minniti. Rileggetevi le cronache: dicevano, i candidati del PD, che avrebbero chiuso i CIE e che sarebbe stata l’ora dello Ius Soli.

Ecco. Ora riaprite gli occhi e tornate qui. Oggi. Al tempo dello sceriffo Minniti. Provate a pensare se avreste mai potuto pensare nei vostri incubi peggiori che il presunto partito di centrosinistra non solo (come troppo spesso è successo) concede troppe amicizie ai forti ma addirittura comincia a legiferare contro i deboli. Leggete le parole esultanti dei “democratici”. Pensate che addirittura anche i “fuoriusciti” (gli “scissionisti” che tutti si aspettavano) hanno finito per votare un decreto che sembra il manifesto della Lega (solo con il linguaggio di qualche anno d’istruzione in più). Così.

Buon giovedì.

Fotonews | Attentato al Borussia Dortmund sarebbe di matrice islamista

epa05904187 Police secure the stadium ahead of the UEFA Champions League quarter final, first leg soccer match between Borussia Dortmund and AS Monaco at the Signal Iduna Park, in Dortmund, Germany, 12 April 2017. German team Borussia Dortmund's team bus was damaged by three explosions on 11 April evening, as it was on its way to the stadium ahead of the UEFA Champions League soccer match between Borussia Dortmund and AS Monaco. Borussia Dortmund's player Marc Bartra was injured and hospitalized, the match postponed to 12 April. EPA/FRIEDEMANN VOGEL EPA/FRIEDEMANN VOGEL

La polizia schierata allo stadio Signal Iduna Park, Dortmund, la sera dei quarti di finale di Champions League. Il match tra il padrone di casa, il Borussia Dortmund, e l’As Monaco, prevista per la sera dell’11 aprile, non ha però mai avuto luogo a causa delle tre esplosioni che hanno colpito il pullman della squadra, poco prima che questa raggiungesse lo stadio. Attentato che per fortuna non è andato a segno: l’unico a restare leggermente ferito a una mano è stato il calciatore spagnolo Marc Bartra. La partita è stata rinviata alle 18.45 di stasera.

Le esplosioni fanno riemergere la paura che pervase la Germania dall’attentato del 19 dicembre al mercatino di Natale di Berlino, nel quale hanno perso la vita 12 persone e ne sono rimaste ferite altre 50. Ed è di queste ore la conferma della polizia tedesca, secondo la quale l’attentato sarebbe di matrice terroristica: due gli indiziati, uno dei quali  stato arrestato oggi, l’altro indagato, entrambi provenienti dal Nord Reno-Westfalia, la stessa rete islamista dalla quale proveniva dell’attentatore di Berlino Anis Amri. Nonostante i fortunati esiti, l’azione sarebbe stata progettata e messa in campo da mano esperta, come testimoniano anche le punte di metallo contenute nelle tre bombe.

A riprova di questa pista, la lettera di rivendicazione ritrovata nei pressi del bus: anche questa farebbe riferimento alla strage del mercatino, prefigurando una serie di attacchi a oltranza contro celebrità tedesche, in caso gli aerei tedeschi non dovessero essere ritirati dalle zone di combattimento di Siria e Iraq (e dunque di interesse dell’Isis), e fino a quando la base americana di Ramstein non sarà chiusa.