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Women’s march, per i diritti delle donne e degli immigrati

Un fiume di donne travolgerà il presidente Trump il 21 gennaio. Finita la cerimonia di insediamento le strade di Washington si riempiranno di manifestanti. Si prevedono circa 100mila presenze alla Women’s march del prossimo sabato. La misoginia e il razzismo di Donal Trum, incredibilmente, hanno fatto incontrare le ragioni di immigrate, femministe e celebrities come Scarlett Johansson, Cher, Julianne Moore and Frances McDormand, che hanno annunciato la loro partecipazione alla marcia, intorno a una piattaforma decisamente politica in cui all’ordine del giorno ci sono battaglie importanti che partono dal rifiuto delle disuguaglianze, il rifiuto del bigottismo dei pro choiche, rifiuto dello sfruttamento dei lavoratori precari e senza contratto, rifiuto della criminalizzazione degli immigrati.

Tutto è partito dalla discussione intorno al tanto atteso Equal Rights Amendment, per conquistare parità di pagamenti fra uomini e donne, congedo familiare retribuito. Ma il punto centrale è  la fine della violenza contro le donne. Gli organizzatori hanno steso un manifesto d’intenti progressista chiedendo più giustizia sociale osando una parola quasi mai sentita nell’America del self made man e  fondata sullo schiavismo: “uguaglianza”. Una parola che ha risuonato solo all’epoca di Occupy Wall Street e che, si temeva, fosse morta e sepolta nell’America di Trump.

Fra le ispiratrici della piattaforma troviamo figure di spicco del femminismo che abbracciano un ampio spettro di temi e di istanze: da Harriet Tubman, Gloria Steinem, Audre Lorde, Malala Yousafzai, passando per Dolores Huerta leader del movimento dei lavoratori e per i diritti civili nonché cofondatrice della  National Farmworkers Association, o Wilma Mankiller, la prima donna a capo della nazione Cherokee, e Sylvia Rivera, una donna transessuale fra le leader della rivolta di Stonewall.

La marcia delle donne del 21 gennaio, dunque,  sarà una manifestazione di donne che allargano lo sguardo alla società per denunciare la brutalità e il razzismo della polizia per chiedere la smilitarizzazione delle forze dell’ordine americane e la fine della carcerazione di massa, che riguarda soprattutto le fasce più povere e discriminate. I manifesti parlano chiaro rivisitando in maniera originale la grafica delle proteste degli anni Settanta contaminandola con la street art: si parla di lotta contro la discriminazione e per l’assistenza sanitaria, si parla di battaglie per l’auto determinazione, per la contraccezione, per avere la possibilità di abortire  in tutti gli Stati. E vanno insieme qui con quelle dei movimenti per i diritti delle prostitute e  lavoratori domestici. Nessuno è escluso. Si parla di aborto legale e sicuro, di assistenza sanitaria riproduttiva per le donne di tutti i redditi. Per quanto riguarda l’immigrazione, “noi rifiutiamo deportazione di massa, detenzione di intere famiglie, le violazioni del giusto processo e la violenza contro queer e trans  e migranti “, si legge nella dichiarazione. “Ci rendiamo conto che l’immigrazione  non  è una questione che si limita agli Stati Uniti, perché c’è una crisi migratoria globale. Crediamo che la migrazione sia un diritto umano e che nessun essere umano  sia illegale”. Dalla fine del mese scorso  hanno cominciato ad aderire organizzazioni di base come Planned Parenthood, Amnesty International, la NAACP, e altre organizzazioni con agende esplicitamente politiche. Donald Trump è avvertito.

 

Trump l’anti europeo: contro Merkel sui rifugiati (che chiama clandestini)

President-elect Donald Trump arrives for a news conference in the lobby of Trump Tower in New York, Wednesday, Jan. 11, 2017. (ANSA/AP Photo/Evan Vucci) [CopyrightNotice: Copyright 2017 The Associated Press. All rights reserved.]

A Donald Trump non piacciono l’Europa, la Germania, gli immigrati, la Nato: “Ooops I did it again” (Ooops, l’ho fatto di nuovo) è una vecchia e brutta canzone di Britney Spears, che non è famosa per aver cambiato la storia della musica. Il titolo potrebbe essere rimaneggiato in “Ooops lo ha fatto di nuovo” e riferito a Donald Trump, che con tre interviste del weekend ha fatto nuove promesse difficili da rispettare e dato un altro colpo alla politica estera degli Stati Uniti – non a quella di Obama, ma a quella americana in generale.

Partiamo dalle prime due, concesse alla tedesca Bild e a Michael Gove del britannico Times, deputato conservatore campione della Brexit, che ha cercato invano di diventare premier per poi ritirarsi – un pessimo personaggio: era alleato di Cameron, prima di passare con Boris Johnson a guidare la campagna anti Ue e poi tradire anche lui, per cercare di prendersi il posto oggi di Theresa May. Nell’intervista il presidente eletto sostiene che «il Regno Unito ha fatto benissimo a uscire dall’Europa, divenuta un veicolo della Germania», promette un accordo commerciale bilaterale con Londra, spiega che l’uscita dall’Europa farà bene al Paese e dice di aspettarsi scelte simili da altri Paesi. In poche parole fa il tifo attivo per la dissoluzione dell’Unione europea.

Trump con Michael Gove, notare la copertina di Playboy sullo sfondo. Molto presidenziale

Parlando di Merkel, il futuro presidente Usa ne critica la politica di apertura nei confronti dei migranti e richiedenti asilo. La risposta vale la pena di essere riportata tutta:«Penso che abbia fatto un errore catastrofico a prendere tutti questi clandestini,  facendo entrare tutte quelle persone che nessuno sa ancora da dove vengano…La gente, i Paesi, vogliono difendere la propria identità e il Regno Unito hanno voluto tenersi la propria. Se non fossero stati costretti a prendere tutti quei profughi, con tutti i problemi che comportano, non ci sarebbe stata la Brexit». Trump scambia la realtà con le fake news in vario modo e prende a prestito gli argomenit della campagna per la Brexit: quelli entrati in Germania sono soprattutto siriani in fuga dalla guerra e non clandestini, lo spettro degli stranieri è stato l’argomento forte della campagna referendaria britannica, spesso fatta utilizzando numeri inventati, infine parla di identità, come la destra populista europea. E infatti il presidente eletto aggiunge che «non mi stupirei se altri Paesi lasciassero l’Europa presto». Un incoraggiamento suggellato dalle telefonate fatte a diversi leader Ue in queste settimane nelle quali l’argomento dell’uscita e la domanda «Chi è il prossimo?»  è stata fatta a più riprese – lo ha rivelato l’ambasciatore americano a Bruxelles Gardner, dimissionario e molto critico: «Dovremmo fare di tutto per tenere l’Europa unita», ha detto.

Parlando di fiducia nei leader stranieri, Trump equipara il presidente russo Putin alla Cancelliera tedesca: «Comincio la presidenza fidandomi di entrambi, ma potrei presto perdere la fiducia». Poi critica la Nato che non fa la lotta al terrorismo e i cui membri non fanno la loro parte, minaccia le industrie tedesche di imporre dazi se le auto che vendono negli Usa non saranno costruite negli Usa. Dazi che vedrebbero una risposta tedesca immediata. Con conseguenze pericolose.

Quanto all’Europa, Trump ha anche detto che ci potrebero essere restrizioni ai viaggi dei cittadini Ue verso gli Usa: «Solo parte dell’Europa… c’è gente che entra e crea problemi, non li voglio».

Le interviste segnalano un approccio del presidente eletto identico a quello di Steve Bannon, suo stratega e membro dell’estrema destra americana in combutta con quella europea. In sueste settimane Trump ha incontrato il leader dell’Ukip Nigel Farage e Michael Gove, prima di vedere la premier Theresa May (che sarà a Washington molto presto). Due interviste nelle quali Trump mostra ancora una volta di non avere senso della diplomazia, in cui maltratta gli amici di sempre mettendoli sullo stesso piano di Paesi con cui gli Usa sono ai ferri corti, si intromette negli affari europei. Un pessimo, pessimo inizio.

Anche in casa le cose sono confuse. Parlando con il Washington Post Trump ha promesso una nuova legge slla sanità in poche settimane e capace di costare di meno e coprire il 99% dei cittadini Usa. Ora: nessuno sa cosa abbia in testa e lui non ha dato particolare – probabilmente non ne ha – ma di certo l’idea di una riforma nuova di zecca, capace di rimpiazzare in settimane quella Obama e di costare meno e anche coprire di più, sembra una cosa molto improbabile. Sul tema le tensioni con il Congresso a maggioranza repubblicana potrebbero essere enormi. Intanto in giro per gli Usa, nel weekend, migliaia di persone sono scese in piazza per difendere la rifroma sanitaria Obama e gli immigrati a rischio deportazione.

Los Angeles, una delle tante manifestazione pro-immigrati prima dell’inaugurazione di Trump

Trump è anche ai ferri corti con le agenzie di intelligence. Il capo della Cia uscente Brennan, che ha definito «oltraggioso» il paragone tra le agenzie di sicurezza e  la Germania nazista fatto da Trump dopo che il dossier di dubbie origini sui suoi legami con la Russia è stato reso noto. «Non siamo stati noi a diffonderlo, era pubblico».

Oltra al fronte aperto con la comunità dell’intellgence, Trump ha anche ataccato John Lewis, rappresentante afroamericano, leader storico del movimento per i diritti civili e sodale di Luther King. Due giorni prima del Martin Luther King Day, Trump ha twittato che Lewis (che ha molto criticato la nomina del razzista Jeff Sessions a Segretario alla Giustizia) è uno che «sa solo parlare e non fa nulla». La reazione della comunità nera è stata furibonda: Lewis è uno che è stato picchiato e arrestato dalla polizia decine di volte negli anni 60 ed è una delle figure più rispettate del Congresso.

Anche per i suoi insulti a Lewis, una serie di membri del Congresso hanno annunciato che non saranno all’inaugurazione del 20. Il 21 a Washington si tiene la Women’s March (la stessa che c’è stata anche a Roma e in mille altre città del mondo) e, sembra di capire, sarà una delle più grandi manifestazioni di sempre. Donald Trump potrebbe arrivare a dire che il successo della manifestazione è merito suo. E in qualche senso avrebbe ragione.

Auguri Giulio. Anche quest’anno niente verità

Participants in the torchlight to remember Giulio Regeni, an Italian student murdered in Cairo (Egypt), in front of the Pantheon, in the centre of Rome, Italy, 25 July 2016. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Ieri si festeggiava il ventinovesimo compleanno di Giulio Regeni. La festa non c’è stata perché non c’è più Giulio ma non è arrivata nemmeno la cortesia. La cortesia di sapere che davvero, una volta per tutte, abbiamo imparato come non permettere di seppellire la memoria dei morti per niente. Giulio è morto ma la storia di Giulio Regeni non è più attualità politica, non porta consenso immediato e non fa guadagnare trafiletti sui giornali.

Ecco, io penso che non ci sia niente di più ingeneroso verso una famiglia della presa di coscienza di una morte che rischia di diventare fuori moda. E per evitarlo c’è il bisogno di tutti: una verità che è stata sulle prime pagine internazionali continua ad avere ossigeno anche solo per un tweet, un post sul blog, uno status su Facebook e uno striscione appeso fuori casa. Il ricordo e la ricerca di verità non ha padri nobili, mai: quelli passano solo mentre il banchetto è ricco ma molto spesso il risultato si è raggiunto frugando tra gli avanzi.

Facciamo un regalo a Giulio Regeni. A lui e alla sua famiglia. Troviamo un minuto, anche solo qualche secondo, per prenderci ognuno una manciata di terra con cui vorrebbero seppellire la storia. Ci farà bene a tutti. Farà bene a noi e farà bene a Giulio.

La verità è un bene raro e prezioso, per questo qualcuno vorrebbe risparmiarla.

Buon lunedì.

Stranieri in casa propria

This photo taken on May 21, 2015 shows an ethnic Rohingya Muslim woman looking back as she rides a tuk tuk near a camp set up outside the city of Sittwe in Myanmar's Rakhine state. Malaysia ordered search and rescue missions on May 22 for thousands of boatpeople stranded at sea, as Myanmar hosted talks with US and Southeast Asian envoys on the migrant exodus from its shores. AFP PHOTO / YE AUNG THU (Photo credit should read Ye Aung Thu/AFP/Getty Images)

Frustate, calci in faccia e sulla schiena. Un poliziotto birmano con la sigaretta in bocca filma con il telefonino le violenze dei suoi colleghi, con l’aria fiera e lo sguardo fisso sulla videocamera. Seduti per terra, in cattività, con le gambe protese in avanti e le mani dietro la nuca, centinaia di persone senza cittadinanza. Sono i Rohingya, un popolo musulmano stanziato a Nord dello Stato occidentale del Rakhine, il più bistrattato e perseguitato del Myanmar. La legge di Cittadinanza del 1982 non li include neppure tra le 135 “razze nazionali” del Paese multietnico. Per il governo, e le popolazioni buddiste confinanti, non si tratta nemmeno di un popolo, ma di immigrati illegali arrivati dal Bangladesh e quindi titolari di nessun diritto.

Il video girato qualche settimana fa dal poliziotto ha fatto il giro del web suscitando scalpore, almeno quanto le immagini dei profughi fuggiti su imbarcazioni di fortuna tra la primavera e l’estate del 2015, per ritrovarsi, esausti e denutriti, abbandonati al largo del mare di Andaman. Stranieri in casa propria: 1,1 milioni di Rohingya vivono di fatto in un sistema di apartheid, privi di libertà di movimento e di sicurezza sanitaria.
Era dal 2012 che non si verificavano violenze di questa intensità, da quando gli scontri tra le comunità nazionaliste buddiste e quella mussulmana nel Rakhine provocarono decine di morti e migliaia di profughi. Poi i militanti Rohingya si sono organizzati in un comitato con sede a Mecca, l’Harakah al-Yakin (Movimento di fede). Proprio questi militanti hanno rivendicato l’assassinio di nove ufficiali di polizia birmani il 9 ottobre scorso a Maungdaw, rilasciando in seguito dei video in cui annunciano di non potersi affermano: «La nostra gente ha deciso di liberarsi dagli oppressori». E annunciano che non si fermeranno finché non avranno raggiunto il loro obiettivo.

Il reportage integrale lo trovate su Left in edicola dal 14 gennaio

 

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È questa, veramente, l’era delle bufale? Intervista a Andrea Salerno

Citata da Renzi nel suo discorso di dimissioni. Finita rapidamente in ogni talk, anche per merito di Beppe Grillo che ha proposto la via dei tribunali popolari. Il 2016 è stato l’anno della post-verità, senza dubbio. Ma è questa, quella che viviamo, veramente, l’era delle bufale? Su Left, in edicola dal 14 gennaio, di questo (ma anche di Rai, di Gazebo, di politici un po’ troppo simpaticoni) abbiamo parlato con Andrea Salerno, giornalista, autore cult, direttore editoriale di Fandango e – ovviamente – volto di Gazebo, la trasmissione di Diego Bianchi in onda su Raitre.

«Proprio in questi giorni», è una delle cose che ci fa notare Salerno, «si festeggiano i dieci anni dell’iPhone: è chiaro che è cambiato tutto. Ma la propaganda è sempre esistita e non deve sorprenderci, anche nelle sue forme più incredibili e smaccate». Certo, possiamo notare che ciò che chiamiamo post-verità è una faccia del populismo e che le fake news viaggiano rapide, spesso spinte dalla rabbia. Sì, ma non si pensasse di dare la colpa ai social. Anche perché lì, continua Salerno, «la rabbia e i sentimenti più beceri vivono insieme agli altri, non sono i soli. Sono i più visibili, quelli che più ci sorprendono, ma anche questa non è una novità. E non vorrei fare il classico esempio raccontando cosa successe quando Radio Radicale aprì a tutti il microfono…».

Insulti, cattiverie, vomito, rabbia.

Più importante è dunque registrare un’ulteriore evoluzione nella diffusa diffidenza verso i media tradizionali, una diffidenza cresciuta negli anni, cavalcata da Grillo ma ripresa da altri, Matteo Renzi compreso: «C’è sicuramente un problema di autorevolezza dei media, del giornalismo e dell’informazione professionale. Che sta, peraltro, inseguendo i social, e io», dice sempre Salerno, «non sono affatto sicuro che sia la cosa giusta da fare. Se apri il sito di importanti giornali o le loro pagine facebook o twitter, senza una chiara gerarchia, fisicamente a pochi centimetri di distanza da un’inchiesta importante, dall’ultima intervista di Bauman o da un editoriale pensoso, c’è la breve sul coccodrillo più grande del mondo o il video di un incidente tanto spettacolare quanto, magari, falso. Non credo che questo possa aiutare a segnare la differenza che c’è tra uno dei tanti siti acchiappa clic – che già molto spesso viene preferito – e una testata autorevole».

«La post-verità così la fanno tutti non c’è un colpevole e non ci sono i grandi virtuosi», continua Salerno prima di dirci la sua sulla vicenda Verdelli e la Rai del governo Gentiloni e su come i politici ormai strafanno, sui social e non solo. Lui, fosse un consulente, inviterebbe a un po’ più di contegno, sia mai che qualcuno riesca ancora a dare l’esempio. Ma l’integrale è in edicola o sullo sfogliatore.

L’intervista a Andrea Salerno è uno degli articoli che trovi sul numero di Left in edicola dal 14 gennaio 

 

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Come resiste, a Palazzo, il renzismo senza Renzi

Italian Prime Minister, Paolo Gentiloni (C), talks during his speech at the Senate prior to a vote of confidence on Gentiloni's government, in Rome, Italy, 14 December 2016. The Upper House of the Italian Parliament is to vote on Gentiloni's government on 14 December, one day after the lower house, the Chamber of Deputies, had confirmed Prime Minister Gentiloni in their voting by 368 (Yes) votes to 105 votes against him. ANSA/GIORGIO ONORATI

Tutta colpa di Carlo Verdelli. Per qualche giorno infatti, dopo le dimissioni del capo delle news Rai, consulente che aveva ricevuto il renzianissimo compito di riformare il comparto informazione della tv pubblica, si è scritto che quella era la prima vistosa crepa nel potere renziano, l’inizio di una frana che avrebbe presto colpito anche l’amministratore delegato Antonio Campo Dall’Orto, in Rai, e poi chissà quanti altri fuori, nei vari palazzi romani.
Non è così, ovviamente. O non è così semplice, almeno. Perché è vero che in Rai qualcosa è successo, ma non è l’inizio della fine. Anzi. Anche perché a palazzo Chigi e nei vari ministeri, assai poco è cambiato. Su Left in edicola facciamo un po’ il punto su come il renzismo sta resistendo.

L’articolo continua su Left in edicola dal 14 gennaio

 

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È la post-verità, bellezza

È arrivata all’improvviso la post-verità, come un temporale d’estate. Ma non mancavano le avvisaglie. La tempesta generata da bufale e fake news infatti era all’orizzonte spiega Carlo Sorrentino, professore di Sociologia dei processi culturali all’Università di Firenze, sull’ultimo numero di Left. «Frottole in giro ce ne sono sempre state, ciò che cambia nell’epoca della comunicazione digitale è il contesto di fruizione e la velocità di circolazione delle informazioni. Ed è proprio la velocità di scambio a determinare veri e propri gorghi in cui siamo risucchiati, talvolta rischiando di perdere la giusta prospettiva e l’opportuna proporzione di fatti e fenomeni». Il web in sostanza, immenso, caotico e allergico alla complessità, è l’ambiente perfetto, con le sue echo chambers, per permettere alle bufale di circolare e soprattutto di prosperare. Sì, prosperare, perché parlare di fake news e disinformazione oggi significa anche, e soprattutto, parlare di profitti. È lo stesso modello di business che si è sviluppato con il capitalismo digitale a favorire infatti la diffusione di notizie false acchiappa-click. La soluzione per arginare l’epidemia di bufale dunque, come scriviamo sul numero di Left in edicola, è ripensare da capo il modello economico sul quale si regge il capitalismo digitale. Scommettere su una verità non definita dai click ma dai fatti, conviene a tutti.

Le fake news cavalcano sentimenti di ansia e allarmismo, generano spesso caos e paura, minano la coesione sociale. In un’epoca di incertezza come la nostra, per dirla con Bauman, questo è un lusso che non possiamo permetterci. Per capire quali possono essere le conseguenze reali di notizie false basta guardare alle bufale che imperversano su temi scientifici e medici. Presunte cure miracolose e bufale che fanno ammalare sulle quali Simona Maggiorelli ha discusso con il medico Roberto Burioni e il divulgatore scientifico Massimo Polidori del Cicap per cercare di capire quale sia la strategia migliore per difendersi da ciarlatani, guru e santoni. Dalle campagne anti vaccini, alla leggenda di un nesso fra vaccino e autismo, passando per la truffa di Stamina e le false promesse del metodo Di Bella. Ma la questione è anche una questione prettamente democratica, basta pensare alla recente campagna americana nella quale Hillary Clinton è stata bersagliata di accuse spesso fasulle e infondate, una su tutte quella di gestire un giro di pedofilia con il caso “pizzagate” che ha quasi portato a una strage, e alla vittoria di Donald Trump.  Un candidato che alla prova del fact-checking durante i dibattiti nell’80% dei casi affermava il falso, ma che, a quanto pare, piaceva alla gente perché lontano dal mondo dell’establishment di cui la gente ormai non si fida.

Se la post-verità imperversa è anche perché, e in questo la disintermediazione generata dalla rete aiuta molto, il paradigma dell’esperto è in crisi, peggio, all’interno di un’architettura reticolare come quella del web, non funziona più, funziona molto meglio parere della gente comune. L’uomo della strada ha vinto sul professore, questo a volte finisce per elevare le chiacchiere e le convinzioni da bar a un rango che supera la realtà, post- appunto. Allora, visto che le bufale vanno a braccetto con il populismo, forse davvero si potrebbe dire che questo è l’anno della post-verità tanto quanto è l’anno della rinascita dei populismi. Della gente che mette in discussione l’establishment, con esiti che non sempre sono positivi: lo abbiamo visto con Trump, ma anche con Brexit. C’è una vignetta del New Yorker che girava in rete in questi giorni riassumendo bene l’atteggiamento di inconsapevolezza diffusa per cui si finisce con il credere alle scie chimiche e pretendere giurie popolari per giudicare i media (brutti, cattivi e servi dei poteri forti). Dice così: «Questi piloti spocchiosi hanno perso il contatto con i passeggeri comuni come noi. Chi pensa che dovrei guidare io l’aereo?»

Ecco il fatto è anche questo, internet ci ha abituato a considerare la nostra opinione sempre pertinente e rilevante, anche quando non lo è. Ci ha regalato l’illusione di poter arrivare dappertutto (e far tutto) senza sapere nulla, per certe cose è stato così, sicuramente abbiamo accesso a molte più informazioni, ma questo non significa essere per forza in possesso delle competenze per comprendere qualsiasi tipo di informazione. Nanni Moretti si lamentava in Sogni d’Oro di chi commentava qualsiasi cosa senza conoscere nulla e diceva: «Parlo mai di astrofisica io? Io non parlo di cose che non conosco!». Oggi gli si potrebbe rispondere: è la post-verità, bellezza.

Di post-verità parliamo sul numero di Left in edicola dal 14 gennaio con interviste e approfondimenti

 

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Quest’uomo è una sicurezza

MARCO MINNITI

Quello guidato da Paolo Gentiloni è davvero il governo fotocopia di Matteo Renzi? La promozione di Domenico “Marco” Minniti da sottosegretario con delega ai Servizi segreti a ministro dell’Interno suggerisce di no. Il cambio al Viminale coincide con l’avvio di nuovi programmi di contrasto delle migrazioni “irregolari”, di gestione dell’ordine pubblico e repressione del dissenso. Peraltro alla vigilia di due importanti appuntamenti internazionali, che hanno contribuito alla scelta di rinviare la fine della legislatura: la celebrazione del 60esimo anniversario della firma del Trattato istitutivo della Cee (il 25 marzo a Roma) e, soprattutto, il vertice dei Capi di Stato del G7 a Taormina il 26 e 27 maggio. In vista di tali scadenze, Marco Minniti appare come il politico più “adeguato” per consolidare il giro di vite securitario sul fronte interno e – in vista delle politiche – strappare a leghisti e centrodestra il monopolio della narrazione sul “pericolo” immigrato e sulla “sicurezza”. Di comprovata fede Nato, vicino all’establishment ultraconservatore degli Stati Uniti d’America e alle centrali d’intelligence più o meno occulte del nostro Paese, il suo curriculum vitae e le trame tessute in questi anni ci spiegano come e perché.

Left è in edicola dal 14 gennaio con questo articolo e molto altro

 

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Da Trump ai baby camorristi, il denaro è il Re. Intervista a Roberto Saviano

BOLOGNA, ITALY - DECEMBER 06: Italian author and writer Roberto Saviano hold a lection magistralis for the students of the Univerita degli Studi Alma Mater Studiorum at Aula Magna di Santa Lucia on December 6, 2016 in Bologna, Italy. (Photo by Roberto Serra - Iguana Press/Getty Images)

Per Roberto Saviano sono giorni caldi questi. Per molti motivi. Il suo ultimo libro La paranza dei bambini ha addirittura superato Harry Potter, nelle classifiche di vendita, ma sui giornali è finito anche per una querelle con il sindaco di Napoli Luigi De Magistris. Lo scrittore e il politico si sono attaccati per giorni, senza capirsi forse. Allora lo abbiamo cercato per chiedergli cosa volesse dire al sindaco della sua città. Inevitabile poi parlare di tanto altro, di politica, di Italia, di cultura, di America persino. E del suo libro. Ecco un estratto del dialogo con il giornalista, in edicola da sabato.

Nel romanzo racconti di una camorra “ragazzina” che, per chi non la vede da vicino, è persino difficile pensare che possa esistere. Dove nasce e perché è così dura da fermare?

La camorra ragazzina forse è sempre esistita. Ci sono sempre stati killer giovanissimi: i muschilli, venivano chiamati un tempo. Ma oggi le paranze sono qualcosa di differente. Evocano le paranze, le barche che escono la notte per pescare i pesci, ma sono un braccio armato, in genere batterie di fuoco, che in questo caso iniziano a comandare. O credono di comandare, come se qualcuno li autorizzasse. […]

La vittoria del No al referendum costituzionale la attribuiresti a qualche forma di populismo nostrano o a un amore inaspettato degli italiani per la Costituzione?

Per me è semplice. La vittoria del No è una vittoria contro Renzi: non c’è nient’altro. Una piccolissima parte è stata a difesa della Costituzione, ma il voto del 4 dicembre è un messaggio, ancora prima che a lui, al suo modo di raccontare il Paese: che stava ripartendo, che le cose andavano bene… Il messaggio è stato forte e chiaro: non sta andando così, non stai dicendo la verità. Basta vedere anche il voto al Sud. E questo torna anche con la polemica di queste ore, se gli togliamo l’orrida patina di duello. È tutta incentrata su questo aspetto: la narrazione del Paese. Quasi ci farei la copertina, fossi in voi… Renzi ha perso con la logica dei gufi. Ha perso perché è troppo banale, facile, attaccare il racconto della realtà, accusandolo di essere quello, il racconto, la causa del male.

 Che ci faresti con tutti quei No?

Credo che sia irrilevante quello che ci farei io. Bisognerebbe però chiedere a chi crede di aver convinto 20 milioni di persone, a chi si è intestato la vittoria del referendum.

L’intervista continua su Left in edicola dal 14 gennaio 

 

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