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Cucchi fu ucciso dai carabinieri. Per Procura è omicidio preterintenzionale

Ilaria Cucchi durante la trasmissione "In 1/2h" condotta da Lucia Annunziata, Roma, 10 gennaio 2016. ANSA/CLAUDIO PERI

Stefano Cucchi fu ucciso a botte dai carabinieri che lo avevano in custodia. «Calci, pugni, schiaffi»: pestato a sangue, tanto da provocargli la morte sei giorni dopo in ospedale (il 22 ottobre del 2009).
Dopo otto anni, la procura di Roma chiude l’inchiesta bis sulla morte del giovane (aperta nel 2014) e riconosce ai tre militari che lo arrestarono – Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco – l’omicidio preterintenzionale. Una verità tanto, troppo attesa quanto nota. Che ribalta l’ipotesi della morte per epilessia, ritenuta dall’accusa del tutto infondata, stabilendo un nesso di causa-effetto tra le percosse e il decesso di Stefano. Obiettivo di questo secondo filone d’inchiesta, che aveva proprio il compito di rivalutare il “quadro di lesività” sul corpo della vittima.

Per i pm, il procuratore Giuseppe Pignatone e il sostituto Giovanni Musarò, infatti, le botte e «la rovinosa caduta con impatto al suolo in regione sacrale» che ne conseguì, provocarono al giovane «lesioni personali che […] nel caso in specie, unitamente alla condotta omissiva dei sanitari che avevano in cura Cucchi presso la struttura protetta dell’ospedale Sandro Pertini, ne determinavano la morte».

Inoltre, per aver sottoposto Cucchi «a misure di rigore non consentite dalla legge», ai tre accusati è contestata anche l’abuso di autorità, con «l’aggravante di aver commesso il fatto per futili motivi, riconducibili alla resistenza di Cucchi al momento del foto-segnalamento». Chiusa l’indagine, si attende il rinvio a giudizio.

Calunnia e falso invece per gli altri due carabinieri coinvolti, il comandante Roberto Mandolini e il militare dell’Arma Vincenzo Nicolardi.
Finora, le sentenze avevano visto una serie di assoluzioni. Per i medici e infermieri che lavoravano al Pertini, così come per gli agenti penitenziari, nonostante per l’accusa fosse stato «torturato come Giulio Regeni».

Commovente la reazione della sorella di Cucchi, Ilaria. «Voglio dire a tutti che bisogna resistere, resistere, resistere. Ed avere fiducia nella giustizia», scrive, pubblicando una foto in cui abbraccia l’avvocato Fabio Anselmi, che ringrazia.

«Non lo so come sarà la strada che ci aspetta d’ora in avanti, sicuramente si parlerà finalmente della verità, ovvero di omicidio», è il commento di Ilaria Cucchi. «Ci gettiamo alle spalle sette anni durissimi, di dolore, di sacrifici, di tante lacrime amare. Ma valeva la pena continuare a crederci».

La Stasi e il “caso Holm”: A Berlino scricchiolano le alleanze a sinistra

Gerd Wiesler (Ulrich Mühe) bei seiner Arbeit.

La coalizione tra socialdemocratici (Spd), sinistra radicale (Die Linke) e verdi (Die Grünen) a Berlino è già sull’orlo di una prima crisi. E pensare che sono passati nemmeno due mesi dalla costituzione della nuova Giunta di governo.

Il motivo? Il Sottosegretario alle politiche abitative, Andrej Holm (Die Linke), si è dimesso dalla posizione, dopo un mese di polemiche legate al suo passato politico nella Germania dell’Est.

Ma chi è Andrej Holm? Innanzitutto un sociologo, esperto in materia di politiche abitative e “gentrificazione”, nonché un blogger e attivista. Holm rappresentava, fino a ieri, uno dei volti chiave della tanto attesa politica berlinese contro il caro-affitti. La lotta alla “gentrificazione” e alle emergenze abitative è infatti uno dei cardini del programma di coalizione firmato dai tre partiti di governo.

Qual è stato il “crimine” di Holm? Aver fatto parte della STASI – la polizia di Stato della Germania dell’Est –appena maggiorenne, poco prima della riunificazione tedesca. Eppure, riporta Die Zeit, non è tanto l’impiego nella STASI in sé ad aver creato la prima crisi di governo municipale a Berlino.

In particolare, come spiega Die Zeit, Holm è stato accusato di aver omesso intenzionalmente il “dettaglio” del suo arruolamento nella STASI, nel 2005, in occasione di un concorso per un posto di lavoro presso l’Università Humbold di Berlino.

Più in generale, il sindaco socialdemocratico di Berlino, Michael Müller, ha sostenuto che Holm avrebbe dimostrato di non essere in grado di “verificare gli elementi chiave della propria biografia politica e di trarne le conseguenze necessarie”. In parole semplici, Holm non sarebbe in grado di gestire il proprio passato. Le prove? Una serie di interviste e “uscite pubbliche” occorse durante gli scorsi mesi.Tecnicamente Holm si è dimesso, ma le pressioni da parte dei socialdemocratici e verdi sono state forti.

Holm ha pubblicato un lungo post sul proprio sito internet in cui afferma che il suo trascorso nella STASI era noto “già prima della sua nomina a tutti i partner di coalizione”. Inoltre, Holm ha accusato la Spd di voler usare il suo passato come pretesto per rallentare il piano di riforme in ambito abitativo a Berlino. Un modo chiaro e netto per dire che in ballo non c’è soltanto il suo nome, ma la tenuta dell’alleanza e una politica contro gli interessi forti del settore immobiliare.

Katja Kipping, leader nazionale di Die Linke, in un’intervista per Tageszeitung, ha ammesso che «sono necessari chiarimenti all’interno della coalizione» R2G berlinese. Inoltre, alla domanda se il “caso Holm” metta in dubbio la possibilità di accordi a livello federale tra le tre forze politiche, in vista delle elezioni del 2017, Kipping ha risposto: «Il caso Homs mostra come “non” si gestisce una coalizione”. Se si vuole un cambio politico si deve essere pronti a entrare in conflitto con le lobby e capaci di affrontare l’opposizione di interessi particolari».

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Con le leggi speciali anti-terrorismo è come vivere in 1984 di Orwell. La denuncia di Amnesty

epa05220504 BTR armoured personnel carriers of the Hungarian Army patrol the area along the temporary border fence on the Hungarian-Serbian border near Roszke, 180 kms southeast of Budapest, Hungary, 19 March 2016. Migration restrictions along the so-called Balkan route, the main path for migrants and refugees from the Middle East to the EU, has left thousands of migrants stranded in Greece. EPA/SANDOR UJVARI HUNGARY OUT

La foto qui sotto è scatta in campo della Serbia dove in questi giorni vivono rifugiati. I volontari che li hanno raggiunti assieme al personale Unhcr raccontano che agli operatori umanitari viene impedito di dar loro da mangiare e che quando, i volontari hanno portato loro del cibo, sono stati fermati dalla polizia perché «aiutare i rifugiati è illegale». Il contadino francese Cedric Herrou è sotto processo a Nizza per aver aiutato i migranti e lo scorso invero la polizia danese fece multe a cittadini che avevano dato un passaggio in auto a famiglie di siriani che camminavano sul ciglio della strada.


Peggio è andata ad Ahmed H, un cittadino siriano quarantenne residente a Cipro, che si era spostato lungo la rotta balcanica per aiutare la sua famiglia (genitori, un fratello, la cognata e quattro nipoti), che nel frattempo era scappata dalla Siria. Il 16 settembre 2015 la polizia ungherese aveva sigillato il proprio confine con la Serbia a Röszke/Horgoš e durante gli scontri tra polizia e migranti Ahmed tirò pietre ma anche, usò un megafono – i video in possesso per chiedere che la polizia ungherese e i rifugiati si calmassero. Dopo quegli scontri 11 persone sono state condannate per “attraversamento illegale della recinzione di confine” aggravato dalla “partecipazione ad una rivolta di massa”. I condannati sono anche entrambi i genitori anziani di Ahmed H. la cui madre è è parzialmente cieco. Ahmed è il solo ad aver subito una condanna anche per “atti di terrorismo”.

Cosa siamo diventati? A leggere il rapporto di Amnesty international pubblicato stamane, che segnala molti altri casi simili, anche in contesti diversi, da quello di Ahmed, siamo una società che diventa orwelliana. Le leggi di emergenza e speciali approvate nel corso degli anni per fare la guerra al terrorismo stanno minando alla radice la nostra civiltà giuridica e, quindi, la qualità della nostra democrazia, sostiene l’organizzazione internazionale per i diritti umani.

Il processo ad Ahmed H

Altri esempi?
La legislazione entrata in vigore in Ungheria fornisce ampi poteri al governo, nel caso in cui sia dichiarato lo stato d’emergenza, di vietare le manifestazioni, ridurre notevolmente la libertà di movimento e congelare conti bancari. Disposizioni scritte in modo vago consentiranno di sospendere le leggi ordinarie, adottarne rapidamente altre e impiegare l’esercito dotato di armi da fuoco per sedare i disordini.
In Polonia è consentito fare intercettazioni senza chiedere permesso a un giudice solo nei confronti di cittadini stranieri. In Francia lo stato d’emergenza consente alla polizia di decidere una perquisizione in casa senza permesso di un giudice. Nella stessa Francia, per impedire manifestazioni durante la conferenza sul clima, attivisti ambientalisti sono stati tenuti a casa in maniera preventiva Ci sono giornalisti fermati perché ritenuti “pericolosi”, come David Miranda, interrogato nove ore nel Regno Unito perché troppo vicino a Edward Snowden.
In Spagna, due burattinai sono stati arrestati e accusati di “glorificazione del terrorismo” dopo uno spettacolo satirico in cui una marionetta mostrava uno striscione che è stato considerato una forma di sostegno all’Eta. Ancora in Francia, l’analogo reato di “apologia del terrorismo” è stato usato per incriminare centinaia di persone, minorenni compresi, per “reati” tra i quali aver postato commenti su Facebook che non incitavano alla violenza. Nel 2015 i tribunali hanno emesso 385 condanne per “apologia del terrorismo”, un terzo delle quali nei confronti di minorenni. La definizione di cosa costituisca “apologia” è estremamente ampia. In Spagna, un noto musicista è stato arrestato per una serie di tweet tra cui una battuta su un regalo di compleanno all’ex re Juan Carlos sotto forma di torta esplosiva.

Inutile dire che i controlli, i modi nei confronti di migranti e richiedenti asilo sono più duri e meno attenti al rispetto dei diritti delle persone. Amnesty International parla di “psicoreati”, proprio come in 1984 di Orwell: «In un’attualizzazione degli “psicoreati” descritti in “1984” di George Orwell, è possibile incriminare persone per azioni che hanno relazioni estremamente tenui con effettivi comportamenti criminali. Poiché le misure anti-terrorismo insistono sempre di più sul concetto di prevenzione, i governi destinano risorse alle attività “pre-criminali” e si basano sempre di più su ordinanze amministrative di controllo per limitare la libertà di movimento e altri diritti…In tal modo, molte persone vengono poste sotto coprifuoco, sono colpite da divieti di viaggio o sorvegliate elettronicamente senza mai essere state incriminate o condannate per alcun reato. In molti casi gli indizi nei loro confronti sono tenuti segreti e le persone accusate di condotta “pre-criminale” non sono in grado di difendersi in modo adeguato».

Il tema posto da Amnesty è cruciale per una serie di ragioni. La prima è che la democrazia è un sistema di diritti e doveri e che stiracchiarne la natura la mette a rischio. Continuare a ripetersi di essere una civiltà superiore, come fanno i vari Orban e Le Pen, e dimenticare le ragioni vere per le quali l’Europa è ancora e nonostante tutto un buon posto dove vivere, è pura ipocrisia. La seconda, più stringente persino se uno se ne infischiasse della democrazia, è che prendendo di mira rifugiati, migranti e stranieri in genere si alimenta la propaganda delle organizzazioni terroristiche e si fornisce manodopera al terrorismo. La terza è che, lo hanno sostenuto tutti gli esperti di anti terrorismo interrogati dopo la scoperta delle torture e del waterboarding negli Stati Uniti, non è violando i diritti che si prevengono gli attentati o si individuano i colpevoli. La tortura non è servita a prevenire nulla, servono intelligence, condivisione di informazione tra agenzie e lavoro nei quartieri. Violare i diritti è solo un pericolo per l’Europa. Persino a prescindere da quel che si pensa del destino di persone in fuga dalla guerra come i familiari di Ahmed.

Il video della storia di Ahmed

Benvenuti a Davos, dove i potenti si preoccupano del futuro del mondo

epa05721425 Police is on guard next to the Congress Center during the 47th annual meeting of the World Economic Forum (WEF) in Davos, Switzerland, 16 January 2017. The annual meeting brings together business leaders, international political leaders and select intellectuals, to discuss the pressing issues facing the world. The overarching theme of the 2017 meeting, which takes place from 17 to 20 January, is 'Responsive and Responsible Leadership'. EPA/GIAN EHRENZELLER

Tre giorni, circa 3mila invitati – che solo così si entra – e membri che pagano 585mila dollari l’anno per far parte del club della élite mondiale che si riunisce una volta l’anno sulle alpi svizzere di Davos. L’appuntamento del World Economic Forum 2017 ha come titolo “Leadership responsabile ed efficiente” ed è interessante che il primo ospite sia Xi Jinping, il presidente cinese e che partecipa per la prima volta al Forum e che è presente con una folta delegazione commerciale. Tra gli altri ci sono anche Theresa May, che dovrà in qualche modo rassicurare i giganti della finanza sulla sua Brexit (oggi a Londra presenterà il suo piano, solo poi sarà in Svizzera), Joe Biden, che saluta presenta la sua campagna per la ricerca anti cancro, Bill Gates, Matt Damon e mille altri. Nei panel c’è una forte presenza di donne, molto meno tra gli ospiti. Segno che nelle grandi imprese – che la gran parte degli ospiti sono investitori e amministratori delegati – i piani alti sono ancora forti le discriminazioni.

A Davos ci sono investitori e clienti, leader e giornalisti e tutti si interrogano, nel lusso di una stazione sciistica, su dove stia andando il mondo. Si tratta di un club esclusivo che per anni è stato l’oggetto della protesta dei movimenti globali contro la globalizzazione e che, da qualche tempo a questa parte mette l’accento sui grandi problemi del pianeta in maniera più critica – una caratteristica in comune con diverse altre istituzioni transnazionali che hanno spinto la globalizzazione così come la conosciamo per poi scoprirne i difetti. Negli ultimi anni si è parlato di cambiamento climatico e di quarta rivoluzione industriale – i robot.

Se le tendenze di lungo periodo, gli scenari, sono una forza di Davos, le previsioni a breve termine non sembrano esserlo: lo scorso anno il tema non era la crescita delle forze politiche populiste. Eppure, nella conferenza stampa di apertura, il fondatore del club, Klaus Schwab ha sentito il bisogno di citare se stesso in un articolo di 21 anni fa per dire che la globalizzazione non può essere solo a vantaggio di alcuni e che. altrimenti, ci sono pericoli per la tenuta del sistema democratico. «Senza progresso sociale e responsabilità non c’è futuro. È nostro scopo originario connettere la responsabilità con la crescita. E speriamo che il mondo ascolti il nostro messaggio e per questo abbiamo parlato di leadership efficace e capace di ascoltare», ha detto Schwab.

Il meeting si articola su 4 piani: rilanciare la crescita economica mondiale, assicurare una maggiore capacità di inclusione del mercato capitalistico – «senza solidarietà tra perdenti e vincenti il sistema non si tiene» – il terzo pilastro è la quarta rivoluzione industriale, la reinvenzione delle corporations globali «forse il più importante di tutti». Le corporations, ci fanno insomma sapere che è giunta l’ora di ripensare il proprio modello di business.

Vedremo e capiremo cosa vuol dire in questi quattro giorni. Certo è che la globalizzazione è in gran ritirata e che al World Economic Forum, che difende l’idea della globalizzazione e teme la ritirata dell’economia dei confini nazionali, prova a ripensarsi. L’invito a Xi Jinping, che con un’economia pensata per l’esportazione, teme la chiusura delle frontiere tanto molto più di Schwab e per certo teme la presidenza Trump, è un segnale di come gli equilibri del 2017  siano già mutati.

La diretta dei panel più importanti

Ci accaniamo con i diversi mentre irrancidiamo diseguali

epa05540429 Residents walk past a beggar on a street in Bogor, Indonesia, 15 September 2016. According to the Indonesian Central Bureau of Statistics (BPS), the number of poor people, the population with per capita per month below the poverty line, in Indonesia in March 2016 reached 28.01 million or equivalent to 10.86 percent of the total population of Indonesia. Based on the BPS poverty profile, the amount of poverty in rural areas declined, but the percentage of poor people increased. EPA/ADI WEDA

Se avessimo lo stesso nerbo che sprechiamo con le diversità anche nel combattere le diseguaglianze saremmo un mondo con un’equa distribuzione di diritti e di doveri; smetteremmo di accanirci sulle terre, come cani a difendere gli spazi, e potremmo alzare lo sguardo per discutere di possibilità. Se riuscissimo a ragionare per uguaglianza piuttosto che sottrazione sarebbe facile separare le tesi politiche (così diverse, anche opposte) dalle imposture e forse ci distoglieremo dall’autopreservazione imparando la cura.

I dati del rapporto Oxfam non sono diversi dall’anno scorso (e, secondo il rapporto, non saranno troppo diversi negli anni a venire) ma nascondono sotto i numeri una sceneggiatura quotidiana e diffusa: mentre filosofeggiamo di democrazia, autoritarismo e post verità continuiamo a non renderci conto che la stortura è quella di avere una classe dirigente (questa sì non eletta, non controllata, non responsabilizzata e difficilmente controllabile) che si riunisce intorno a un tavolo, una classe dirigente di poche tasche in cui sta la ricchezza del mondo e che potrebbe rovesciare intere economie decidendolo al tavolino di un caffè.

Un sistema politico post-pubblicitario che ha bisogno di denaro per comprarsi la necessaria visibilità e per costruirsi consenso ha poche porte a cui bussare per ottenere i mezzi indispensabili alla partita delle elezioni. Facile immaginare chi serviranno una volta preso il potere.

Dentro i numeri di quel rapporto c’è scritto a chiare lettere che dalle nostre parti il mantenimento dello status quo è la partita economica più rilevante. Gli altri, tutti gli altri, possono sperare di vincere la guerra nei bassifondi per giocarsi una realizzazione che è poco più della sopravvivenza. Dentro i numeri di quel rapporto c’è scritto che la politica  è saltata perché i numeri non pesano tutti allo stesso modo.

E quel rapporto ci dice che anche quest’anno forse l’abbiamo sprecato a inseguire urgenze irrilevanti. Forse.

Buon martedì.

Le foto dei rifugiati della Seconda Guerra mondiale e di oggi a confronto

Qualche tempo fa la rivista Time aveva chiesto a Sanna Dullaway di ricolorare alcune delle foto più rappresentative che ritraggono i rifugiati durante la seconda guerra mondiale. Vi riproponiamo alcune di quelle immagini perché troviamo siano molto attuali visto che ci ricordano quelle di cronaca che abbiamo visto in questi giorni con i migranti bloccati al confine, in Grecia e nei Balcani, costretti a soffrire le rigide temperature invernali e, più in generale, quelle che abbiamo visto sui giornali durante tutto il 2016.

Gennaio 2017. Migranti affrontano il freddo a Belgrado senza essere equipaggiati in modo opportuno. Le organizzazioni umanitarie hanno già lanciato l’allarme © Save the Children

 

Settembre 1945. Un campo profughi a Berlino.

 

Marzo 2016. La fuga dei migranti dal campo profughi di Idomeni attraverso un fiume gelato.

Maggio 1945. Migranti in fuga dalla Seconda Guerra Mondiale cercano di attraversare il fiume Elbe a Tangermunde.

Marzo 1945. Campo profughi in Germania.

Dicembre 1945. Profughi polacchi si riposano lungo i binari del treno dopo aver camminato da Lodz in Polonia fino a Berlino.

Maggio 2016. Rifugiati cercano di attraversare il confine con la Grecia trasportando come possono le cose che gli sono rimaste.

1945. Una donna tedesca rimasta senza casa a Colonia seduta con tutte le cose che le rimangono guarda le rovine di quella che prima era la sua città, pronta a partire.

Migranti bloccati in Grecia ricevono i primi soccorsi e aspettano di poter raggiungere un’altra destinazione.

1945. Migranti aspettano di essere trasportati altrove in una strada di La Gleize in Belgio.


2016. In fuga da Aleppo.

1940. Migranti in fuga da Parigi che sta per essere invasa dai nazisti.

Una rosa per Sandrine Bakayoko (e la lettera del sindaco che ne consentirà la sepoltura)

Il 22 gennaio si svolgeranno i funerali di Sandrine Bakayoko, morta nel centro per rifugiati di Cona. Su Left in edicola sabato prossimo racconteremo ancora di quel centro e dell’accoglienza in Italia. Per ora basta la lettera del sindaco di Piove di Sacco, Davide Gianella, che consentirà, in deroga ai regolamenti comunali, una degna sepoltura a Sandrine. Nei giorni scorsi si è tenuta una cerimonia di commemorazione sulle rive dell’Adige e questo è il video che abbiamo girato. Qui sotto la bella lettera del sindaco a Sandrine.

Cara Sandrine, mi scuso con te a nome di tutti, perché abbiamo perso l’umanità, perché pensiamo che i rapporti umani e personali siano solo quelli basati sugli auguri di Natale, quando siamo tutti più buoni, o meglio più ipocriti.

Però la monetina al povero che ci lava la coscienza non ha mai risolto i problemi, ed ora ce ne rendiamo conto più che mai di come non basti più, perché anche le monetine finiscono in fondo al mare, annegate. E non ci sono buonisti stupidi e cattivi realisti, si tratta di essere uomini. Sofocle ci racconta della principessa Antigone che doveva scegliere se obbedire alla legge degli uomini o a quella superiore della coscienza, non scritta. Scelse l’umanità ed il re l’uccise. Oggi però l’unica strada perché il mondo rimanga tale, è solo quella dell’umanità, dell’accoglienza diffusa, di esperienza di piccoli gruppi inseriti nel territorio.

Di fronte a questa grande sfida della modernità – le migrazioni – ho scelto insieme alla mia amministrazione di fare la mia parte, di mettere insieme il tessuto sociale di una vittà da 20.000 anime e far vedere che un’accoglienza è possibile. È stato difficilissimo, perchè per accogliere bisogna essere, bisogna mettersi in discussione. Piove di Sacco è capofila del progetto sprar (sistema accoglienza protezione rifugiati politici) che accoglie 50 persone, che stiamo inserendo nel mondo del lavoro e che stanno imparando ad essere europei, nonostante la storia che li ha rigati e segnati irrimediabilmente dentro.abbiamo coinvolto anche altri 3 comuni, Montegrotto Rubano e Ponte San Nicolò.

L’esperienza funziona, ne ho avuto la certezza sedendomi a tavola e parlando con i ragazzi che ospitiamo, Afgani e pakistani, che ci hanno preparato piatti tipici, ma la strada è lunga. Umanità non è sinonimo di bontà, anche, ma di ciò che siamo, di riconoscersi persone tutte co i nostri limiti, con i nostri diritti, i nostri sogni ed i nostri sentimenti.

Ecco dunque che Piove di Sacco darà ospitalità anche a te Sandrine, con l’augurio che l’ingiustizia profonda di campi non-accoglienza da centinaia di persone come questo termini quanto prima, così da porre fine anche alle cooperative pigliatutto e a business che non dovrebbero neppure esistere, con la speranza che ci possano essere non solo amministratori che siano in grado di scegliere l’accoglienza diffusa – esperienza possibile e necessaria – ma anche governatori centrali ed europei che sappiano stare vicino a chi compie scelte di futuro volte all’accoglienza.

E non serve essere coraggiosi, speciali, particolari, basta essere uomini, con coscienza e responsabilità.

Buona giornata a tutti, a presto Sandrine.

Davide Gianella

Sindaco di Piove di Sacco

Rapporto Oxfam. Quando la ricchezza di pochi è un freno per il benessere di tutti

epa05630004 Two Roma man pick garbage out of trash containers near the center of Skopje, The Former Yugoslav Republic of Macedonia, 13 November 2016. Macedonia is one of the rear European countries in which the Roma people have their political parties and representatives in the parliament and also a major in one of Skopje's municipalities. Despite all of this, a majority of them lives in poverty. EPA/GEORGI LICOVSKI

Otto uomini da soli possiedono la stessa ricchezza di 3,6 miliardi di persone, cioè la metà più povera dell’intera popolazione mondiale. Ecco qualche dato diffuso con l’ultimo rapporto Oxfam alla vigilia dell’apertura del World Economic Forum di Davos (prevista per il 17 gennaio) che fa riflettere su quanto siano in aumento la diseguaglianza sociale e la povertà.

Dal 2015 l’1% più ricco dell’umanità possiede più ricchezza netta del resto del pianeta.
Come ha ricordato Barack Obama lo scorso settembre di fronte all’assemblea della Nazioni Unite: «un mondo in cui l’1% possiede la stessa ricchezza del restante 99% è un mondo che non può essere stabile».

Le disuguaglianze sono destinate ad aumentare. Secondo le stime di Oxfam infatti nei prossimi 20 anni 500 persone trasmetteranno ai propri eredi circa 2.100 miliardi di dollari, una somma superiore al prodotto interno lordo dell’India dove vivono 1,3 miliardi di persone, la maggior parte delle quali in situazioni di estrema povertà.

Negli ultimi vent’anni i redditi del 10% più povero dell’umanità sono aumentati di meno di 3 dollari l’anno. Quelli dell’1% più ricco della popolazione di 187 volte. Mentre negli Usa, negli ultimi trent’anni, a quanto riporta l’economista francese Thomas Piketty, se da un lato i redditi del 50% più povero della popolazione sono cresciuti dello 0%, quelli invece dell’1% più ricco sono aumentati del 300%.

Un amministratore delegato di una delle cento società principali quotate in borsa (quelle dell’Ftse 100 che possiedono circa l’80% della capitalizzazione di mercato del London Stock Exchange, una principali piazze finanziarie al mondo, nonché la prima in Europa per capitalizzazione) guadagna tanto quanto guadagnano in media circa 10mila lavoratori di una fabbrica qualsiasi di abbigliamento in Bangladesh.
A dicembre 2016 qualcuno ha osato protestare: migliaia di operai bengalesi sono scesi in piazza per scioperare contro le condizioni di lavoro disumane alle cui erano sottoposti e i salari bassissimi con cui venivano retribuiti dai grandi marchi di abbigliamento per i quali lavoravano (Gap, H&M e Zara, per nominarne qualcuno). I risultato sono stati licenziamenti di massa, almeno 1500 persone sono state licenziate in tronco per aver partecipato alle manifestazioni sindacali che in molti casi sono state addirittura dichiarate illegali dalle autorità locali.

In Vietnam la persona più ricca del Paese guadagna in un solo giorno più di quanto la persona più povera guadagna in 10 anni.

E poi ci sono loro, gli 8 paperoni che insieme possiedono quanto la metà più povera del pianeta. Al primo posto troviamo il fondatore di Microsoft Bill Gates con un patrimonio di 75 miliardi di dollari, più o meno lo stesso Pil dell’intera Libia, sette volte il Pil del Burkina Faso. Al secondo posto il proprietario di Zara, Amacio Ortega, uno che prima ha costruito la sua fortuna dal nulla e poi sul basso costo della manodopera delle sue fabbriche in Bangladesh, ha un patrimonio di 67 miliardi di dollari. Oltre a Zara possiede Bershka, Massimo Dutti, Pull and Bear, Stradivarius e Oysho. È invece Warren Buffett con 60,8 miliardi di dollari il terzo uomo più ricco al mondo. Segono i tre miliardari sul podio in ordine di ricchezza: Carlos Slim, proprietario del Grupo Carso, oggi il più importante colosso della telefonia dell’America Latina, Jeff Bezos papà di Amazon, Mark Zuckerberg ideatore di Facebook, Larry Ellison cofounder ed ex Ceo di Oracle Corporation e Micheal Bloomberg.

La disuguaglianza ha assunto dimensioni intollerabili, economia e politica si intrecciano aprendo così a scenari di instabilità. Si legge nel report di Oxfam: «Dalla Brexit al successo della campagna presidenziale di Donald Trump, da una preoccupante avanzata del razzismo alla sfiducia generalizzata nella classe politica, sono tanti i segnali che indicano come sempre più persone, nei Paesi industrializzati, non siano più disposte a tollerare lo status quo». E ancora: «Se lasciata senza controllo, la crescente disuguaglianza minaccia di lacerare le nostre società, causa un aumento della criminalità e dell’insicurezza e pregiudica l’esito della lotta alla povertà».
La sfida è dunque a tutti gli effetti la riduzione del divario fra ricchi e poveri, una sfida che rimette in discussione l’intero sistema occidentale di accumulo della ricchezza, ma che conviene a tutti, anche ai super ricchi. Come scrive infatti su agi.it il condirettore dell’agenzia di stampa Marco Pratellesi: «Questa estremizzazione nella distribuzione delle ricchezze travalica ogni contrapposizione tra ricchi e poveri per diventare essa stessa un freno allo sviluppo e alla crescita, all’innovazione e alla pacifica convivenza. Il paradosso è che l’attuale sistema economico, che beneficia sempre più ristrette cerchie di pochi fortunati, finisce per danneggiare anche quest’ultimi, sempre più attratti dalla moltiplicazione finanziaria dei profitti, piuttosto che dalla ricerca di nuovi spazi di economia reale, innovazione e sviluppo sui quali investire e sperimentare».

Wolfgang Schäuble: «L’Fmi non è fondamentale per salvare la Grecia»

«Se il Fondo monetario internazionale (Fmi) dovesse decidere di tirarsi fuori dal programma di salvataggio greco, l’Eurozona potrebbe trovare una soluzione autonomamente». Sono le parole pronunciate dal Ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, venerdì 13 gennaio, durante un’intervista con il quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung.

Nell’eventualità appena descritta, gli Stati membri dell’Eurozona dovrebbero però «garantire in maniera più solida il rispetto degli accordi» ha affermato Schäuble. Come? Attraverso il coinvolgimento del Meccanismo europeo di stabilità (Mes), diretto dal connazionale, Klaus Regling.

È la prima volta che Schäuble apre la porta a un programma di salvataggio senza la partecipazione del Fmi. Su Euractiv si legge che la notizia sarebbe stata presa molto bene ad Atene. Secondo alcune fonti vicino al governo Tsipras, «l’idea che l’Europa abbia gli strumenti istituzionali per far fronte autonomamente alla crisi economico-finanziaria greca non è nuova. Ed è un’opinione che sta prendendo piede a livello istituzionale in Europa, oltre a essere benvenuta in Grecia. Se ci sarà una decisione in questo senso, è importante che venga presa rapidamente».

Ma Schäuble ha anche precisato e ricordato ad Atene che, nel caso di un fallimento del programma in corso, dovrebbe negoziare un altro accordoIn poche parole, il messaggio è il seguente: se il Fmi lascia la presa, la musica non cambierà: pena il fallimento dell’accordo di bailout. A quel punto, qualsiasi nuovo programma dovrebbe passare per il Parlamento federale tedesco (Bundestag) con tutte le complicazioni del caso, soprattutto se il Fmi non sarà della partita. La partecipazione di Washington al salvataggio era infatti stata una condizione “necessaria” per l’approvazione del terzo piano di bailout da parte del Bundestag nell’estate del 2015.

In ogni caso, le parole di Schäuble rappresentano una svolta importante, visti i disaccordi tra istituzioni europee, Paesi membri dell’Eurozona e Fmi che hanno rallentato il progresso del programma durante gli scorsi mesi.

Schäuble ha poi parlato della politica monetaria della Banca centrale europea (Bce). Su questa non ha cambiato idea: «Sarebbe corretto se, durante il 2017, la Bce decidesse di iniziare una graduale ritirata dalla politica monetaria espansiva». Anche altri economisti tedeschi si sono pronunciati allo stesso modo durante le scorse settimane.

Schäuble ha ricordato che i problemi dei risparmiatori tedeschi «cresceranno con il previsto aumento dell’inflazione», ma ha anche ammesso che, ai tempi del marco, «i tassi di interesse eguagliavano appena l’aumento del livello dei prezzi».

Con un occhio alle elezioni del prossimo settembre, ha poi sottolineato che «sarà importante spiegare ai cittadini [tedeschi] che la moneta comune è foriera di vantaggi per la Germania, nonostante tutti i rischi ed effetti negativi annessi».

 

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