Sono sempre più in Italia i progetti di formazione di personale, specialistico e non, al lavoro con i migranti e all’uso della mediazione linguistico culturale, oltreché all’integrazione di tale strumento nelle Asl. Ne parliamo con la psichiatra e psicoterapeuta Rossella Carnevali del Centro Samifo della Asl Roma 1

La pandemia ha messo a dura prova la salute mentale globale costringendo tutti quanti ad affrontare per più di un anno condizioni di rischio riconosciute: isolamento forzato, convivenze a stretto contatto per molte ore al giorno, possibilità di socialità marcatamente ridotte, malattia o morte di persone care, perdita del lavoro e altro. Molte di queste criticità sono state affrontate anche da una parte di popolazione sulla quale raramente durante l’emergenza si sono accesi i riflettori dei media: i rifugiati e i richiedenti asilo ospitati nei centri di accoglienza italiani.

Ne parliamo con Rossella Carnevali, psichiatra e psicoterapeuta del Centro Samifo della Asl Roma 1 – una delle aziende sanitarie più grandi del nostro Paese – che da tempo si occupa di assistenza sanitaria ai migranti forzati, anche attraverso diversi progetti pluriennali basati su fondi Fami (Fondo asilo migrazione e integrazione). «Dalla mia esperienza, dai racconti di colleghi e dalle notizie in questo lungo anno – racconta Carnevali – mi è sembrato di capire che mentre le persone (compresi i pazienti) hanno resistito, anche più di quanto ci aspettassimo, senza grandi crisi, ora che, grazie ai vaccini, ci sono le riaperture, una maggiore libertà e nuove possibilità di socialità, vengono fuori situazioni che vanno da esordi tra i più giovani, fino a casi di grave scompenso psichico nei pazienti psichiatrici».

Da un lato, sottolinea la psichiatra, l’emergenza si è prolungata troppo e in un anno le vite delle persone sono state a volte completamente sconvolte, questo può aver contribuito al manifestarsi di malattie che forse non sarebbero mai emerse in condizioni normali. «D’altro canto – aggiunge – diversi pazienti già affetti da malattie psichiatriche gravi (psicosi) nell’isolamento coatto dovuto alla pandemia sono stati addirittura meglio, sapendo che tutti erano costretti a tale condizione che per loro era la norma. Finalmente c’era un nemico comune a tutti che giustificava la loro tendenza all’isolamento. Paradossalmente forse si sono sentiti meno soli. Ora questa riapertura alla socialità fa sentire loro di nuovo il peso delle difficoltà legate alla malattia, scatenandone le crisi».

E i cittadini stranieri accolti nel nostro Paese? «Per i migranti forzati vale ovviamente quanto detto sinora, con delle specificità», precisa Carnevali. «La maggior parte di loro, salvo rari casi, non ha avuto affatto paura della pandemia, molti erano perfino più tranquilli di alcuni di noi sanitari. I migranti forzati nel loro passato si sono trovati ad affrontare violenze di ogni tipo, persecuzioni, privazioni della libertà, torture, morte di familiari e…


L’articolo prosegue su Left del 25 giugno – 1 luglio 2021

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