Scrivo queste righe nell’anniversario dell’invasione della Cecoslovacchia nel 1968. Nella notte tra il 20 e il 21 agosto, le truppe dell’Unione Sovietica occuparono Praga e le altre città principali, mettendo fine alla Primavera di Praga e al tentativo di costruire un «socialismo dal volto umano».
Cinque anni dopo l’invasione, la Praga che Milan Kundera descrive ne L’insostenibile leggerezza dell’essere non è più la stessa città. Anche le persone che il protagonista Tomáš incontra per strada gli sembrano cambiate. Metà dei suoi amici è emigrata; e «metà della metà che era rimasta era morta». Kundera afferma: gli anni successivi all’invasione furono «un periodo di funerali» e questo, aggiunge, è un fatto che nessuno storico registrerà.
Kundera non sta parlando soltanto delle vittime dirette della repressione. Racconta dello scrittore Jan Procházka, le cui conversazioni private erano state registrate dalla polizia e trasmesse quotidianamente alla radio per screditarlo: poco dopo viene ricoverato per un tumore che, scrive Kundera, sembrava essere rimasto fino ad allora silenzioso. Ma subito precisa che molti altri morirono senza essere direttamente perseguitati. È qui che formula l’ipotesi più radicale: la disperazione che permeava il paese sarebbe penetrata «dall’anima nel corpo», fino a spezzarlo. Ma Kundera aveva visto qualcosa di reale e concreto, o aveva colto poeticamente un’atmosfera?
I dati demografici mostrano che negli anni di cui parla esisteva realmente un aumento anomalo della mortalità. Ma il problema comincia prima del 1968, circa un decennio dopo la presa del potere comunista nel 1948 e la trasformazione della Cecoslovacchia secondo il modello stalinista. La Primavera di Praga sembra per alcuni mesi poter invertire quella storia, finché l’invasione interrompe l’esperimento. Segue la “normalizzazione”: ritorno della censura, epurazioni e drastica riduzione dello spazio pubblico, fino al 1989.
Ma guardiamo ancora la storia. Prima della Seconda guerra mondiale la Cecoslovacchia figurava tra i paesi più avanzati del mondo. Anche il dopoguerra sanitario inizia favorevolmente: diminuiscono malattie infettive e mortalità infantile e aumenta l’aspettativa di vita, all’inizio degli anni Sessanta paragonabile o persino superiore a quella di Francia e Austria. Ma intorno al 1960 la tendenza si inverte. Come evidenzia la demografa Jitka Rychtaříková, la mortalità smette di diminuire o peggiora, negli uomini già dai quarant’anni. Fino ad allora Francia e terre ceche seguono traiettorie simili; poi la mortalità francese continua a diminuire, quella ceca aumenta. Lo stesso accade, con tempi diversi, in Polonia, Ungheria e Germania orientale: nasce la grande frattura della mortalità fra Europa occidentale ed Europa comunista.
Questo non dimostra un rapporto causale. Ma quale ruolo ebbe il fatto che questi paesi condividessero regimi autoritari a partito unico modellati dall’imperialismo dell’Unione Sovietica?Quando i carri armati entrano a Praga nel 1968, quindi, il fenomeno è già in corso. Ma subito dopo l’occupazione peggiora: la speranza di vita maschile scende da circa 67 anni nel 1967 a 66 nel 1969. La crisi riguarda soprattutto la mortalità per malattie circolatorie, tumori associati al fumo e incidenti.
E c’è un altro dato. Dall’inizio degli anni Cinquanta i suicidi aumentano progressivamente. Nel 1956 lo psichiatra Svetozar Nevole descrive già questa crescita, che raggiunge il massimo postbellico nel 1970: 2.824 suicidi, 28,8 ogni centomila abitanti. L’invasione non ha quindi iniziato il fenomeno. Ma il suo culmine coincide con la distruzione della Primavera di Praga e l’avvio della normalizzazione.È difficile non pensare alle parole di Kundera. Il problema è stabilire che cosa significhino i numeri delle statistiche.Un suicidio entra nelle statistiche come tale. Ma chi, dopo anni di paura, perdita del lavoro, isolamento e perdita di status, muore a cinquantacinque anni per un infarto, entra semplicemente nella categoria «malattie cardiovascolari». E lo stesso disagio può tradursi in comportamenti – bere o fumare di più – che aumentano il rischio di malattia e morte.
E il fumo è una parte fondamentale della storia: il consumo aumenta quasi del 50 per cento. Con il prevedibile ritardo arriva l’epidemia di tumore polmonare: negli uomini cechi la mortalità passa da 22,3 ogni centomila nel 1950 a 79,8 nel 1986. Fumo, alcol, alimentazione, ipertensione e limiti del sistema sanitario spiegano certamente una parte importante della frattura Est-Ovest. Sarebbe un errore trasformare una complessa crisi epidemiologica in una diagnosi collettiva di depressione.
Ma sarebbe altrettanto semplicistico considerare i comportamenti individuali indipendenti dall’ambiente sociale nel quale si producono. Lo studio HAPIEE mostra che depressione, disoccupazione, deprivazione materiale, isolamento e un basso senso di controllo sulla propria vita restano associati a una maggiore mortalità, anche tenendo conto degli altri fattori di rischio. L’idea che le condizioni sociali e psicologiche possano tradursi in mortalità fisica non appartiene dunque soltanto alla letteratura: appartiene anche all’epidemiologia.Le testimonianze dell’epoca restituiscono ciò che le statistiche fanno fatica a esprimere.
Il poeta Konstantin Biebl, comunista inizialmente entusiasta del nuovo ordine, stretto dalla pressione ideologica si suicida nel 1951. Il regista Jiří Frejka, sottoposto a denunce e limitazioni del proprio lavoro, tenta il suicidio nel proprio teatro nel 1952 e muore dieci giorni dopo.Vent’anni più tardi la storia sembra ripetersi sotto forme meno sanguinose ma psicologicamente più pervasive.
Václav Havel ricorderà i primi anni della normalizzazione come un’epoca di rassegnazione, isolamento e depressione sociale. Kundera vede funerali.
Nel 1977 Pavel Kohout, parlando della pressione sui firmatari di Charta 77, osserva che i giovani e sani possono forse resistere alla guerra psicologica del regime, ma teme le conseguenze sui più anziani.Poco dopo, il filosofo Jan Patočka, sessantanove anni, uno dei portavoce della Charta, viene sottoposto a ripetuti interrogatori. Dopo un interrogatorio durato undici ore ha un collasso, viene ricoverato e muore il 13 marzo per emorragia cerebrale. Amnesty International registra la sequenza degli eventi; il suo funerale diventa a sua volta un avvenimento politico, sorvegliato dalla polizia.Nessuna statistica può classificare una morte come «morte per totalitarismo». Ma sarebbe superficiale fingere che la storia finisca dove comincia il corpo.
Non è ambientato in Cecoslovacchia, ma nella Russia sovietica, Il concerto (Le Concert, 2009) di Radu Mihăileanu offre forse una delle rappresentazioni cinematografiche più poetiche di questo processo. Ciò che colpisce non è soltanto l’ingiustizia subita, ma quello che quell’ingiustizia ha fatto alle persone. La perdita del lavoro coincide con la perdita dell’identità; l’umiliazione con l’alcolismo e la depressione. È una rappresentazione artistica, non una prova epidemiologica. Ma rende visibile con straordinaria efficacia proprio ciò che le statistiche non riescono a registrare: il possibile percorso dalla violenza politica alla sofferenza psichica, dalla sofferenza ai comportamenti e al corpo, e infine alla malattia e alla morte prematura.
C’è infine un ultimo dato difficile da ignorare. Per quasi trent’anni la crisi della mortalità continua. Con la caduta del Muro, dagli anni Novanta la mortalità diminuisce rapidamente e l’aspettativa di vita riprende a crescere.Anche qui sarebbe ingenuo concludere: finisce il regime, finisce la disperazione, diminuiscono gli infarti. Cambiano contemporaneamente medicina, prevenzione, stili di vita, economia e possibilità individuali. Un sistema politico non entra nei registri sanitari come causa di morte. Può entrarvi attraverso ciò che determina: qualità delle cure, prevenzione, ambiente, alimentazione, fumo, alcol, condizioni di lavoro, possibilità di scelta, reti sociali, percezione del futuro. E forse anche attraverso la speranza.
Non possiamo sapere quanti dei funerali ricordati da Kundera fossero realmente conseguenza della “normalizzazione”. Sappiamo però che, quando Kundera scrive di quegli «anni dei funerali», la Cecoslovacchia ha realmente attraversato una crisi della mortalità adulta, proprio mentre altri paesi occidentali continuavano a guadagnare anni di vita. I numeri della demografia e dell’epidemiologia non possono dirci fino a che punto, dentro quelle cause di morte, ci fosse anche qualcosa che non veniva misurato: la paura, la perdita della propria posizione nel mondo, l’impossibilità di scegliere, la sensazione che il futuro fosse stato improvvisamente cancellato. Suggeriscono però tutta l’urgenza della domanda da cui siamo partiti: si può morire di disperazione?
L’autrice: Eva Gebhardt è psichiatra e psicoterapeuta




