La situazione è grave ma i neonazisti non si sconfiggono alimentando la paura: servono politiche capaci di costruire un futuro senza disuguaglianze

«Panico, hanno vinto i nazisti», «calma», scrive Corradino Mineo commentando le elezioni in Sassonia-Anhalt. Non perché quello che è accaduto il 6 settembre sia poco grave. Al contrario: l’AfD ha ottenuto il 43,8 per cento dei voti, mentre la Cdu è crollata al 17,2 per cento. Colpisce anche l’enorme partecipazione al voto: il 77,8 per cento, oltre 17 punti in più rispetto al 2021. L’AfD non ha dunque soltanto sottratto consensi agli altri partiti: è riuscita a mobilitare una parte consistente di cittadini che in precedenza non votavano, segno di un malessere che evidentemente non trovava rappresentanza nell’offerta politica esistente. Una formazione classificata dall’ufficio per la protezione della Costituzione del Land come sicuramente estremista di destra è diventata, con enorme distacco, il primo partito.

È successo qualcosa di grave. Ma fomentare il panico non aiuta a comprenderlo e rischia, anzi, di fare proprio il gioco dell’estrema destra. La Sassonia-Anhalt conta poco più di due milioni di abitanti, circa un quarantesimo della popolazione tedesca, ha una popolazione anziana e una storia particolare. Dalla riunificazione centinaia di migliaia di giovani sono partiti verso i Länder occidentali. Il divario economico con l’Ovest non è scomparso, anche se le condizioni materiali di vita sono oggi incomparabilmente migliori rispetto ai tempi della Ddr. Conosco abbastanza bene questa parte della Germania. Vivo in questo Paese da più di vent’anni; per alcuni anni ho abitato in Sassonia e ogni giorno attraversavo il confine con la Sassonia-Anhalt per lavorare alla clinica universitaria di Halle-Wittenberg. Per me, italiana abituata a una Germania innamorata dell’Italia, della sua musica, della sua cucina, delle vacanze nel nostro Paese, fu talvolta un’esperienza scioccante. Mi capitava che infermieri o pazienti mi salutassero con un sarcastico: «Buongiorno, mafia». Non lo racconto per sostenere che i cittadini della Sassonia-Anhalt siano razzisti. Sarebbe una generalizzazione ingiusta. Lo racconto perché il voto del 6 settembre non nasce dal nulla. In questa piccola parte della Germania si votava molto a destra già quando l’AfD non esisteva: non è una novità, è una continuità. Per decenni quelle stesse regioni hanno votato soprattutto Cdu. Molti dei suoi elettori si definivano die Schwarzen, “i neri”, dal colore tradizionale del partito. Definire il risultato attuale soltanto “voto di protesta” rischia dunque di essere fuorviante. Una protesta può essere progressiva, quando si separa dal passato proponendo contenuti nuovi. Questa appare invece profondamente reazionaria: esprime la paura del nuovo e il desiderio di rifugiarsi in un passato idealizzato.

Una storia che non comincia nel 1989

Per comprenderlo bisogna forse tornare più indietro della caduta del Muro. La Germania ha compiuto dopo il nazismo un lavoro sulla propria storia probabilmente senza equivalenti in Europa, costruendo una cultura politica fondata sulla responsabilità per la Shoah, sull’antirevisionismo e sulla difesa costituzionale della democrazia. Sarebbe però un errore pensare che nel 1945 vi sia stata una cesura totale. Nella Germania occidentale numerosi uomini provenienti dalle strutture del regime nazista continuarono le loro carriere nell’amministrazione, nella magistratura e negli apparati dello Stato, un fenomeno documentato sempre più chiaramente dall’apertura degli archivi e dalle ricerche storiche sulle istituzioni della Repubblica federale. Con la Guerra fredda gli Stati Uniti considerarono rapidamente il comunismo sovietico il nuovo nemico. Emblematico il caso di Reinhard Gehlen, già responsabile dell’intelligence militare tedesca sul fronte orientale: la sua organizzazione lavorò sotto tutela americana e divenne poi uno dei nuclei del servizio segreto della Repubblica federale. Dall’altra parte la Sassonia-Anhalt entrò nella Ddr, un regime autoritario nel quale partito e Stasi controllavano parti considerevoli della vita individuale. La mia prima insegnante di tedesco mi raccontava di aver fatto, appena maggiorenne, richiesta per acquistare una Trabant, la mitica automobile della Ddr ironicamente definita “di cartone”. Non si entrava in un concessionario per scegliere un’automobile: ci si iscriveva a una lista e si potevano aspettare molti anni. Poi arrivarono la caduta del Muro, il marco occidentale e il mercato, ma anche la chiusura delle fabbriche, la disoccupazione e l’emigrazione dei giovani. Gradualmente ci fu un enorme miglioramento delle condizioni materiali e delle infrastrutture, ma un insufficiente lavoro culturale di reintegrazione. Una parte della Germania orientale continua a percepirsi come perdente della riunificazione. C’è poi un paradosso nel rapporto con Mosca. Per quarant’anni la Russia sovietica rappresentò per i cittadini della Ddr il potere dominante. Oggi la Russia di Putin non è più comunista: è nazionalista, autoritaria e profondamente conservatrice. Eppure, in una parte dell’Est tedesco, l’attrazione rimane. È cambiata la Russia, ma sembra sopravvivere la nostalgia del “padre-padrone” russo. È dentro questa contraddizione che l’AfD alimenta paura, risentimento e nostalgia.

Mosca e il paradosso della sinistra

Mineo definisce il vincitore Ulrich Siegmund «un uomo di Putin». È una formula giornalistica. Ma sarebbe altrettanto superficiale liquidare come fantasia il problema dell’influenza russa sull’AfD. Nel maggio 2025 il Parlamento europeo ha revocato l’immunità all’europarlamentare AfD Petr Bystron nell’ambito di un’indagine per sospetta corruzione e riciclaggio. L’ipotesi riguarda possibili pagamenti provenienti dal circuito filorusso Voice of Europe in cambio di attività politiche favorevoli agli interessi di Mosca. Anche Maximilian Krah è finito nell’attenzione degli investigatori e nel settembre 2025 il Bundestag gli ha revocato l’immunità nell’ambito di un’indagine per sospetta corruzione e riciclaggio. Ciò non dimostra che abbia ricevuto denaro dalla Russia, ma il quadro è più serio di una semplice vicinanza politica. In un’intervista del 2025 a Report della Rai, Krah si compiaceva apertamente del sostegno di Elon Musk all’AfD; alla domanda su come reagirebbe se Musk volesse finanziare il partito rispondeva: «Grazie mille». E negava che il gesto di Musk durante l’insediamento di Trump fosse stato un saluto nazista, liquidando l’accusa come una diffamazione della «stampa di sinistra» e aggiungendo: «Anche Netanyahu ha detto che non era un saluto nazista». Non possiamo dunque affermare come fatto accertato che “Putin finanzia l’AfD”. Esistono però tentativi documentati di influenza russa sulla politica europea attraverso politici, mezzi di comunicazione, social network e reti di propaganda. Anche durante questa campagna elettorale in Sassonia-Anhalt osservatori indipendenti hanno segnalato una massiccia attività di disinformazione, attribuendone una parte a reti di influenza russe. Ed è qui che compare un paradosso inquietante.
Il Bsw di Sahra Wagenknecht, nato da una scissione della sinistra, è entrato nel Landtag. Wagenknecht aveva già definito una «idiozia» la Brandmauer, il “muro tagliafuoco” contro collaborazioni con l’estrema destra. Il Bsw esclude una coalizione formale con l’AfD, ma non collaborazioni su singoli temi. Esiste una convergenza con l’AfD su temi importanti della politica verso Mosca: guerra in Ucraina, sanzioni, riavvicinamento alla Russia. A questo si aggiungono accenti sovranisti, posizioni restrittive sull’immigrazione e una forte critica di un’ulteriore integrazione europea. Il paradosso potrebbe essere che proprio un partito nato dalla sinistra contribuisca ad aprire all’estrema destra la porta del governo.

Il linguaggio populista

Il problema non si risolve dicendo a quasi metà degli elettori della Sassonia-Anhalt che sono diventati nazisti. Ma neppure rincorrendo l’AfD sul suo terreno, come ha tentato una parte della Cdu, irrigidendo il linguaggio su migranti, identità e sicurezza. Occorre invece domandarsi che cosa abbiamo sbagliato. Non significa adottare il linguaggio populista, ma dire la verità anche quando è complicata: che una Germania che invecchia ha bisogno dell’immigrazione; che medici, infermieri, operai e lavoratori stranieri contribuiscono ogni giorno a mantenerla in piedi; che la transizione energetica è una necessità ambientale e un’opportunità industriale; che lo Stato sociale non è un lusso del Novecento. E soprattutto che la risposta alla crisi europea non può essere il ritorno a ventisette piccoli nazionalismi, tanti quanti sono gli Stati membri dell’Unione europea.

Una speranza per il futuro

Forse è proprio questo il “nuovo” che fa paura: un’araba fenice che sappia rinascere dalle ceneri di Gramsci, Matteotti, Teresa Mattei, Nilde Iotti, Pertini e Ingrao, senza limitarsi a custodirne la memoria. Un’Europa più unita e politicamente autonoma, capace di dialogare con gli Stati Uniti senza dipendere da Washington, con la Russia senza dipendere da Mosca, con Israele senza rinunciare al diritto internazionale e al diritto del popolo palestinese ad avere un proprio Stato. Un’Europa che investa nelle nuove energie, nella difesa dell’ambiente e dello Stato sociale e consideri l’incontro tra popoli e culture una ricchezza. L’AfD propone qualcosa di apparentemente più semplice: “proteggersi” dal nuovo costruendo continuamente nuovi pericoli. Il vecchio-nuovo nemico è il migrante. Ma diventano nemici anche l’Europa, la trasformazione ecologica, la scienza, le nuove forme della famiglia, la società multiculturale. A tutto questo si contrappone lo spaventapasseri di un passato “ordinato” che non è mai esistito. Non si risponde al panico con la minimizzazione, ma con la comprensione. Comprendere non significa assolvere l’estrema destra né chi la vota, né pensare che basti gridare più forte quanto sia pericolosa. Significa innanzitutto riconoscere gli errori della politica. Dopo questo voto Cem Özdemir, esponente dei Verdi e ministro-presidente del Baden-Württemberg, ha chiesto ai partiti democratici un’autocritica: interrogarsi seriamente sulle ragioni per cui così tanti cittadini si sono rivolti all’AfD. Il socialdemocratico Tim Klüssendorf, segretario generale della SPD, aveva riconosciuto che la socialdemocrazia è diventata negli anni troppo «tecnocratica», troppo occupata da procedure e troppo distante dalle persone. Forse è da questa capacità di ammettere i propri errori che può ricominciare una politica diversa e tornare a proporre qualcosa che da troppo tempo sembra scomparso dal linguaggio politico: un futuro. Perché la paura è il terreno sul quale l’estrema destra cresce meglio.

L’autrice: Manuela Petrucci è MD Psychiatrist and PsychotherapistDr. med. Program Medical Psychology Section, Ulm UniversityAlbert-​Einstein-Allee 7 89081 Ulm, Germany

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