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Esprimono solidarietà alla Siria e intanto vendono bombe

People walk down a street in Bustan Al Kasr neighbourhood after it was hit by airstrikes in mid-October 2016, in a piacture released today by Médecins sans frontières, 19 November 2016. ANSA/UFFICIO STAMPA MSF ++ NO SALES, EDITORIAL USE ONLY ++

È arrivata direttamente dall’Arabia Saudita la nave Bahri Tabuk, fino a Cagliari per caricarsi 3000 bombe prodotte dalla RWM, azienda tedesca con base a Domusnovas in Sardegna. Diciotto container. Non so se vi sia mai capitato di vedere o se vi riesce di immaginare quanto lunghi siano diciotto container messi tutti in fila.

Un’operazione degna di un film: vigili del fuoco, forze dell’ordine e un riserbo totale. L’operazione di carico, del resto, era in “codice rosso”, assoluta segretezza: un blitz commerciale che impegna uomini della Polizia e della guardia di finanza di guardia al porto fin dalle prime luci dell’alba e poi per le successive dodici ore di operazioni di carico.

Le bombe, per intendersi, sono quelle che vengono poi sganciate sullo Yemen. “Il governo Gentiloni interrompa subito le forniture dei sistemi militari che vengono impiegati dalle forze armate saudite e dai suoi alleati nel conflitto in Yemen, in particolare le bombe aeree che hanno già causato migliaia di morti tra la popolazione civile di quel martoriato Paese” ha scritto la Rete Italiana per il Disarmo alla luce anche della decisione dell’amministrazione Obama di sospendere l’invio a Ryad di “bombe aeree” e di “munizionamento di precisione” pur perdendo centinaia di migliaia di dollari. Gli Usa si preoccupano delle vittime (oltre 4mila secondo le Nazioni Unite), nel Regno Unito il Parlamento interroga il Governo e qui niente. Niente.

Anzi. Una nota stampa del sito di intelligence militare “Tactical News” ha scritto qualche giorno fa che il Vice Principe ereditario e ministro della Difesa saudita, Mohammed bin Salman bin Abdulaziz, ha ricevuto “offerte da Fincantieri per navi militari, tra cui fregate e corvette” e subito il ricordo corre alla visita della ministra Pinotti in Arabia Saudita di poco tempo fa quando la Pinotti addirittura minacciò querele a chi ipotizzava che si fosse parlato di armi. Pensa te.

Però tutti a esprimere solidarietà alla Siria. Ovviamente. Avanti così.

Buon venerdì.

Elogio dell’irresponsabilità

A caldo, oggi è martedì, siamo senza parole. Come quando qualcuno ti dà uno schiaffo in faccia. A bruciapelo. Per il gusto o l’abitudine di farti violenza. Questo è per noi la reazione alla vittoria del No. Lo schiaffo del governo Gentiloni. “Come se nulla fosse”, abbiamo titolato. Come se fosse il Nulla. Come se 19 milioni di italiani, tra cui la stragrande maggioranza di giovani, fosse Niente. Nulla. Pochi secondi di “rosicamento” (di Renzi) si direbbe a Roma, per poi riassettarsi e ritrovare la strada maestra della gestione del potere. Il peggiore potere. “Vi verranno a prendere” abbiamo detto in una trasmissione televisiva. Ed è così, al di là della banale considerazione politica, che in molti già fanno, sulla strategia perdente di questa classe dirigente subdemocristiana che finirà solo per favorire il Movimento 5 stelle, il senso – il nostro -, è che quei 19 milioni di italiani verranno a prendervi cari governanti. E vi chiederanno ragione di ciò che continuate a fare nonostante il loro No. Perché raccontate un’Italia che non esiste, ne costruite una su misura vostra, escludete, ingannate, abbandonate. Siete stati bocciati, voi e le vostre riforme il 4 dicembre. E la risposta non può essere un governo Renzi senza Renzi che dichiara di voler «completare il lavoro fatto sin qui». Come dire: 19 milioni di persone? Non esistete. Vi faccio sparire tutti. In nome di che? Della stabilità e della responsabilità? Beh, ve li ricordate i “responsabili” alla Domenico Scilipoti e Antonio Razzi che assicurarono la “stabilità” del governo Berlusconi? Ecco, il ritornello della responsabilità – sciorinato da destra (Forza Italia in primis) a sinistra (quella Dem dei Bersani e degli Speranza) – ci scaraventa nel passato ancora una volta. Dove di stabile ci sono soltanto i poteri che di governo in governo restano a galla. Di “reponsabile” invece proprio nulla. A meno che non si voglia considerare responsabile un provvedimento come il Jobs act, che “stabilizza la precarietà”, o quello sulla “Buona scuola” che peggiora la scuola. O c’è qualcuno che ritiene “responsabile” un premier che si dimette senza dimettersi e “infila i suoi” per garantirsi potere e controllo. In ogni caso, se questi sono i responsabili, il nostro è un “vivo e vibrante” elogio dell’irresponsabilità. L’irresponsabilità di trovare soluzioni nuove a problemi (e bugie) vecchi. Di de-stabilizzare il Gattopardo, senza fare finta di smacchiarlo. Senza inganni. Appunto.

Questo editoriale lo trovi su Left in edicola dal 17 dicembre

 

SOMMARIO ACQUISTA

Perché cresce la tentazione proporzionale

Il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni consegna il il testo del discorso programmatico fatto questa mattina a Montecitorio al segretario generale del Senato Elisabetta Serafin nell'aula di Palazzo Madama, Roma, 13 dicembre 2016. ANSA/ETTORE FERRARI

Gentiloni si è ripromesso di «facilitare» e nulla più il lavoro dei gruppi parlamentari nel raggiungimento di un accordo per la nuova legge elettorale, legge che (quasi) tutti reputano fondamentale per poter tornare alle urne. Su Left in edicola da sabato proviamo a fare il punto e capire quale possa esser l’esito di un lavoro che non si preannuncia certo facile. Anche perché – è evidente – determinerà i tempi per lo scioglimento della legislatura.

Più veloce si fa la legge, prima è probabile che si tornerà al voto.

Donatella Coccoli nel suo pezzo vi spiega cosa ci si aspetta dall’udienza della Corte costituzionale, fissata per il 24 gennaio, e cosa scriveranno nella loro memoria gli avvocati anti Italicum, come Felice Besostri. Vi dà conto della posizione della minoranza dem e del Movimento 5 stelle, e vi spiega nel dettaglio quali sono i modelli che vanno per la maggiore, a partire dal Mattarellum, un revival, con i suoi collegi.

In questi giorni si stanno recuperando le proposte depositate nel corso della legislatura e se ne stanno depositando di nuove. Una di queste, però, ha fatto accendere a molti più di una lampadina.

È facile, rapida (fatto caro a Renzi, che vuole il voto presto) e non smentisce completamente l’Italicum. L’ha annunciata il deputato Giuseppe Lauricella (uno che ha votato Sì), dem che presto la depositerà alla Camera. È l’uovo di colombo: l’Italicum si estende anche al Senato, si lascia il premio di maggioranza assegnato a chi supera il 40 per cento (alla lista) e si toglie però il ballottaggio (uno dei punti più delicati della legge, su cui si attende la bocciatura della Consulta). Se nessuno supera il 40 per cento, dunque, l’iper maggioritario Italicum si trasforma in un proporzionale. Il premio (e quindi, l’amata “governabilità”) scatterà infatti solo se si raggiunge il 40 per cento in entrambe le camere. Cosa francamente complicata, anche se si propone di effettuare il calcolo della soglia per il premio, anche per il Senato, su base nazionale. Lauricella ha spiegato nel dettaglio la sua proposta, che mantiene i capolista bloccati e le preferenze solo per chi segue, e mantiene anche le candidature plurime, diminuite però da 10 a 3. La ripartizione dei seggi sarebbe su base nazionale, per la Camera, con uno sbarramento del 3 per cento, e su base regionale, per il Senato, dove lo sbarramento è al 4.

Perché l’opera di Lauricella è politicamente interessante? Non perché Renzi e i dem siano diventati di colpo proporzionalisti e parlamentaristi. Renzi continua e continuerà a evocare il «sindaco d’Italia» e cercherà di arrivare al 40 per cento. Ma siccome tira una brutta aria e siccome – come nota Flavia Perina in un pezzo per Linkiesta, Bentornata Prima Repubblica – «il Piano A, quello del Partito della Nazione che metteva insieme il mondo e batteva l’antipolitica ai ballottaggi, è sfumato», la tentazione proporzionalista rappresenta l’uscita d’emergenza rispetto all’ariaccia anticipata dal referendum. Una legge che renderebbe il Pd (anche se Renzi non dovesse riuscire a replicare i fasti dell’Europee) pilastro principale dei prossimi governi. Tanto gli accordi post elettorali con la destra – abbiamo visto – reggono benissimo. E se poi si potrà fare anche con qualche forza di sinistra (ecco perché si spera in Pisapia) tanto meglio.

I media cambiano, i colossi crescono: Murdoch vuole tutta Sky

epa04307521 Chairman and CEO of News Corp Rupert Murdoch (L) and his son James arrive for the Allen and Company 32nd Annual Media and Technology Conference, in Sun Valley, Idaho, USA, 09 July 2014. The event brings together the leaders of the world's of media, technology, sports, industry and politics. EPA/ANDREW GOMBERT

La 21st Century Fox, il gigante mediatico di proprietà di Rupert Murdoch si riprenderà la proprietà totale di Sky. L’annuncio della volontà di acquisire il 61% delle azioni del gruppo che ancora non detiene è di qualche giorno fa. L’annuncio dell’accordo raggiunto di oggi: Murdoch pagherà cash 10,75 sterline ad azione, per un totale di 18,5 miliardi. La notizia, naturalmente, riguarda anche l’Italia perché la piattaforma nostrana è di proprietà al 100% della britannica di cui Murdoch vuole assumere il controllo totale. Il che significa che il magnate australiano controllerà la pay-tv italiana e tedesca (stesso discorso che in Italia), oltre che britannica, per un totale di quasi 22 milioni di utenti e 12 miliardi di sterline di entrate nel 2016 – 4,7 in Italia, per entrate da 2,1 miliardi di sterline. L’offerta viene oggi che la sterlina è in

L’acquisizione solleverà enormi questioni, sia in Gran Bretagna, dove Murdoch già detiene il tabloid TheSun e il Times e dove negli anni l’eccessiva potenza di fuoco mediatica della compagnia. I laburisti già protestano e chiedono al Segretario alla cultura, Karen Bradley, di passare il tema alla commissione delle comunicazioni affinché apra un’inchiesta sul possibile eccesso di presenza mediatica nel Paese. Il ministro ha 10 giorni per decidere.

Gli azionisti di minoranza non sembrano essere d’accordo per due ragioni. La prima è economica: i piccoli ritengono che l’offerta sia troppo bassa e che, siccome i vertici dell’azienda sono in parte di emanazione di Murdoch (il presidente di Sky plc è James, figlio di Rupert), l’attuale dirigenza non sia titolata ad accettarla. La 21st Centuy Fox ha però bisogno di spostare solo il 16% degli azionisti. Altro timore è che la famiglia Murdoch voglia ricominciare a influenzare il panorama politico, come negli Usa con FoxNews. Ovviamente su questo fronte sono giunte rassicurazioni.

L’idea di riprendere in mano Sky era già stata perseguita nel 2011, quando però era scoppiato lo scandalo di News of the World, che aveva fatto intercettare il telefono dei familiari di un soldato ucciso nelle bombe a Londra del 2005, di una studentessa assassinata e dei membri della famiglia reale. Lo scandalo portò alla chiusura del quotidiano scandalistico – usato spesso per colpire personaggi sgraditi a Murdoch – e aveva generato un’ondata di impopolarità della corporation. Che aveva anche tentato di insabbiare la vicenda.

L’acquisizione fa parte di una nuova fase di acquisizioni e fusioni tra colossi dei media causato dalla trasformazione del panorama tecnologico e nella distribuzione e consumo di notizie e contenuti video. I colossi Tv devono competere con i soggetti emergenti come Netflix o Amazon e stanno cercando di adeguarsi. Di recente AT&T ha offerto 86 miliardi di dollari per Time Warner (ovvero un gestore che compra un produttore di contenuti: Time Warner è proprietaria di HBO, CNN e Warner Bros.). Stesso discorso vale per lo scontro di questi giorni tra Vivendi e Mediaset. Acquisendo Sky, che a sua volta aveva tentato di prendersi Time-Warner nel 2014. Prendendo Sky, Murdoch terrà assieme una società di produzione di contenuti con un distributore che ha detiene satellite, banda larga e connessioni mobili.

Dai concerti fra le macerie in Siria all’Italia. Storia del pianista di Yarmouk

È possibile coprire il rumore assordante delle bombe con il suono di un pianoforte? La risposta è ovviamente è no, ma questo non ha impedito a Aeham Ahmad di provarci lo stesso diventando famoso in tutto il mondo come “il leggendario pianista di Yarmouk”, un campo profughi palestinese alle porte di Damasco dove Aeham è nato 27 anni fa. Non è la stessa storia di Aleppo che vediamo raccontata su tv e giornali in queste ore, ma è una storia simile, un’altra faccia del dramma che sta sbriciolando la Siria.

Ogni giorno Aeham trascinava il suo pianoforte tra gli edifici ridotti in macerie in mezzo alla strada e, attorniato da uomini e ragazzi che cantavano, o accompagnato dal padre al violino, suonava per tentare di salvare e mettere al sicuro almeno un briciolo di umanità in quella guerra. Il giorno in cui i miliziani di Isis gli bruciano il pianoforte e uccidono uno dei bambini che stavano ascoltando la sua musica, Aeham decide di fuggire. Il suo viaggio è lo stesso di molti migranti, solo che a differenza di altri quello di Aeham è a lieto fine: arriva in Germania, acquisisce lo status di rifugiato, incontra Angela Merkel alla quale hanno raccontato la sua storia, soprattutto inizia a suonare nei teatri. Spesso con umiltà prima di esibirsi esordisce dicendo: «scusate non sono così bravo, ho imparato a suonare in Siria». E invece Aeham Ahmad è anche bravo e riesce a conquistare il pubblico tedesco diventando il primo artista a ricevere nel 2015 il Premio Beethoven, per il suo impegno in favore dei diritti umani. Ad agosto 2016 riesce addirittura a pubblicare il suo primo album intitolato “Music for hope”, 18 tracce che raccontano il dramma della guerra in Siria unendo in una sola anima lo stile classico occidentale al canto arabo.

Il 6 gennaio Aeham Ahmad inaugura la sua prima tournée italiana, la prima esibizione è prevista a Locorotondo (Ba), per proseguire il 7 gennaio all’Auditorium Parco della Musica di Roma, il 22 gennaio a Mestre, il 27 a Taranto, il 2 febbraio a Firenze e il 4 febbraio ad Aosta.

La storia di Aeham raccontata dal New York Times

Che fine farà Rudolph, la renna di Babbo Natale? Il riscaldamento globale indebolisce la specie

FILE _ This is a April 20, 2011 file photo of wild reindeer foraging for food on the island of Spitsbergen which is part of the Svalbard archipelago in Norway. Reindeer living on the Arctic island of Svalbard are getting smaller _ and global warming may be the cause. Scientists from Britain and Norway have found that adult Svalbard reindeer born in 2010 are now 12 percent lighter on average than those born in 1994.(Ben Birchall/PA, File via AP)

Su cosa calerà sui tetti innevati Babbo Natale nei disegnini delle carte regalo natalizie del 2050? Ci sarà ancora la slitta trainata dalle renne? Bella domanda, se è vero che una serie di ricerche segnala come il cambiamento climatico sta riducendone drasticamente le dimensioni e, probabilmente, anche il numero.

Parlando alla riunione annuale British Ecological Society a Liverpool questa settimana, i ricercatori hanno rivelato che nel corso degli ultimi 20 anni – l’allungamento del periodo estivo e inverni meno rigidi nella regione artica – ha reso le renne dello Svalbard, arcipelago tra la Norvegia, la Groenlandia e il Polo Nord (in rosso nella mappa), più piccole e leggere.

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Gli scienziati del James Hutton Institute e di due istituti norvegesi hanno schedato le renne dell’alto Artico dal 1994, registrandone peso e misure, catturandone un certo numero di cuccioli di 10 mesi, liberandoli e poi monitorandone la crescita.

L’indagine mostra che il peso delle renne adulte è diminuito del 12% – da 55 kg per i nati nel 1994 a poco più di 48 kg per i nati nel 2010.

Il direttore del progetto, il professor Steve Albon, ritiene che tre fattori – tutti influenzati dai cambiamenti climatici – siano alla base di questa contrazione. «In Svalbard, la neve copre il terreno per otto mesi l’anno, e le basse temperature di norma limitano la crescita dell’erba nel periodo tra giugno e luglio. Ma siccome le temperature estive sono aumentate di 1,5 gradi, i pascoli sono diventati più produttivi, consentendo alle renne femmine di prendere più peso entro l’autunno e quindi concepire più vitelli», spiega.

Gli inverni più caldi, però, significano più pioggia. La pioggia cade sulla neve, dove si congela, separando in tal modo la renna dal cibo sotto la neve. Di conseguenza, aumentano gli aborti spontanei e la nascita di cuccioli meno pesanti.

Il terzo fattore in gioco è che negli ultimi 20 anni, il numero di renne è raddoppiato, quindi una maggiore concorrenza per il cibo in inverno potrebbe anche aiutare a spiegare la contrazione.

Il paradosso dell’aumento di numero, accompagnato dalla perdita di peso e dal perdurare del cambiamento climatico è che cresce il rischio per la specie: più renne piccole e con meno capacità di sopravvivenza.

Un altro studio dell’università dell’Iowa segnala come nella penisola Taimyr, nel Nord della Russia, la popolazione di renne sta diminuendo. La penisola conta circa 600.000 animali e costituisce più o meno un quarto della popolazione mondiale dell’animale – erano un milione nel 2000.

Mps, Juncker promette aiuti al governo per le banche italiane

Operai impegnati nella manutenzione dell'insegna della sede napoletana del Monte dei Paschi di Siena, Napoli, 3 maggio 2014. ANSA / CIRO FUSCO

«Non credo che l’Italia possa diventare l’origine di una nuova crisi dell’euro». Lo ha detto ieri, ai microfoni del secondo canale televisivo pubblico tedesco, Zdf, il Presidente della Commissione europea, Jean Claude Juncker.

Juncker non si è espresso soltanto in termini generali sul Belpaese. Ha anche detto che la crisi bancaria – soprattutto con riferimento al caso Mps – «non è irrisolvibile». «Faremo tutto ciò che è in nostro potere per aiutare le autorità italiane, in particolare il Governo», ha aggiunto.

Nel corso dell’intervista che è durata circa 20 minuti, il Presidente della Commissione europea è tornato anche a parlare del referendum costituzionale italiano, negando che il voto sia stato «un voto contro l’Europa». Juncker ha specificato che durante gli scorsi mesi l’ex Ministro del Consiglio italiano, Matteo Renzi, ha anche fatto campagna contro l’Ue. Motivo per il quale il voto «si può anche leggere come una bocciatura dell’euroscetticismo di Renzi».

Parlando della crisi migratoria, Juncker ha ammesso che le istituzioni non riescono a gestire propriamente il problema, ma che sono stati fatti dei «passi in avanti» – Juncker ha difeso l’accordo con la Turchia. Inoltre ha affermato che «non si possono lasciare da soli i governi di Italia e Grecia». Allo stesso modo, «non si può pensare che soltanto la Germania e la Svezia possano accogliere i rifugiati».

Interrogato rapidamente su alcuni scenari futuri, Juncker ha detto che si «vestirebbe a lutto nel caso Marine Le Pen dovesse vincere le elezioni presidenziali del 2017», in Francia. Inoltre ha fatto intendere che il TTIP «non è ancora» morto e sepolto.

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Reti sociali, welfare, impegno civile: anche in questo Nord e Sud restano lontani

Immigrati all'esterno del centro policulturale Baobab, Roma, 16 giugno 2015. ANSA/ ENRICA DI BATTISTA

Gli italiani si sono impoveriti – si è detto spesso ultimamente – e il Rapporto sul benessere equo e sostenibile di Istat lo conferma: i poveri italiani sono 4 milioni e 598mila persone.
Il rapporto affronta il tema del benessere seguendo 12 criteri di analisi che fanno emergere un quadro eterogeneo sia per regioni che per genere ed evidenzia le criticità di un paese che ancora non riesce a soddisfare i bisogni dei suoi cittadini.
Il prodotto interno lordo italiano – riporta Istat – si è ridotto di più di 3 punti dal 2010 al 2015 e i servizi a disposizione dei cittadini non sono migliorati negli ultimi anni, mentre la partecipazione alla vita sociale e politica da parte della popolazione dipende dal genere, dal titolo di studio e dall’età.

 

Relazioni sociali e partecipazione politica
La dinamica delle relazioni sociali risulta abbastanza stabile con due fasi di peggioramento nel 2013 e nel 2016. Nell’arco di tempo 2015-2016 la soddisfazione per le relazioni sociali, familiari e amicali è diminuita, così come la partecipazione civica e politica.
Il divario risulta particolarmente elevato tra Nord e Sud, dove il Sud è in svantaggio rispetto al Nord su tutta la linea.
Nell’ultimo anno al Sud si rileva un peggioramento delle relazioni “bridging” (partecipazione sociale, civica e politica) e un miglioramento delle relazioni “bonding” (famiglia e amici), per cui si conta sempre più spesso sulla rete sociale vicina a sé e non si partecipa assiduamente alla vita civica e politica sul proprio territorio.
Al Nord la situazione è invertita: le persone dimostrano un forte impegno civico (volontariato e politica di quartiere) compensato in negativo da relazioni personali più precarie.

Per quanto riguarda le relazioni amicali gli indici dimostrano una certa omogeneità tra Nord e Sud, mentre rilevano forti differenze tra classi di età. I giovani di un’età compresa tra i 14 e i 24 anni preferiscono affidarsi ai gruppi di amici per cercare aiuto, appoggio e rifugio, mentre le persone di oltre 75 anni fanno meno affidamento sugli amici e di più sulla famiglia. Gli adulti tra i 45 e i 74 anni, invece, mantengono il trend giovanile, tenendo molto in considerazione gli amici come rete necessaria di aiuto e confronto.
La disponibilità di una rete allargata, perciò, si riduce con l’aumentare dell’età: risulta necessaria in età giovanile (34,2%) e quasi assente in età anziana (9,7%).

Gli adulti occupati (professionisti o dirigenti) e con titoli di studio elevati risultano i più coinvolti nella partecipazione politica sul loro territorio.
Il dossier riporta che questo indice evidenzia notevoli differenze di genere, dal momento che gli uomini risultano più partecipativi delle donne, soprattutto dal 20 anni di età in su.
Nel 2015-2016 la differenza di genere nella partecipazione sociale è diminuita, mentre quella civica e politica è rimasta invariata: le donne sembrano meno coinvolte degli uomini nelle questioni politiche, mentre sembrano alla pari nella partecipazione alla vita sociale.
Ma la partecipazione sociale cambia anche molto con l’età: le persone tra i 14 e i 19 anni hanno una florida vita sociale, che continua abbastanza invariata fino ai 60 e diminuisce radicalmente tra gli over 75.

La partecipazione civica e politica, invece, è più bassa tra i 14 e i 19 anni (45,9%) e tra gli anziani over 75 (54,7%), mentre raggiunge il massimo di attività nelle età centrali tra i 45 e i 64 anni (oltre il 70%).
La partecipazione sociale, civica e politica, inoltre, aumenta con il crescere del titolo di studio: il valore è più alto tra i laureati (83,9%) e i diplomati (72,1%), mentre cala con la licenza media (53,3%). Quindi, in generale, tra gli studenti le differenze sono quasi nulle.
A livelli pari di istruzione, le donne dimostrano livelli di partecipazione più bassa, ma la distanza diminuisce con il titolo di studio, tanto che la differenza tra uomini e donne laureati è pari a zero (99,9%).
Nell’ambito dei professionisti le differenze di genere sono più contenute – le donne professioniste partecipano all’82,3% e gli uomini all’87,4% – mentre si abbassa nell’ambito degli operai, che partecipano alla vita sociale e civica al 51,3% le donne e al 52,8% gli uomini. Tra uomini e donne, infine, i primi dimostrano più fiducia verso gli altri rispetto alle donne (21,1% contro il 18,4%) e tra di loro i più fiduciosi in assoluto sono gli adulti tra i 35 e i 64 anni, soprattutto di status sociale medio alto.

 

La qualità dei servizi
Il dossier mette in evidenza un altro dato interessante che persiste da decenni, relativo alle differenze territoriali nell’erogazione dei servizi sul territorio, in base agli indici di accessibilità, equità ed efficacia.
L’offerta di posti letto di natura residenziale si è stabilizzata da anni e varia sul territorio: al Nord ci sono 9 posti letto ogni 100 abitanti, al Centro 5 e al Sud soltanto 4 ogni 100 persone.
La provincia autonoma di Trento e la regione Piemonte presentano l’offerta più elevata con 13 e 11 posti letto ogni 100 abitanti, mentre in Campania e in Puglia si arriva a 2 e 3 posti.
L’assistenza domiciliare agli anziani (Adi) conta 6 casi su 100 al Centro, 3 al Sud, mentre è quasi assente in Valle d’Aosta e nella provincia autonoma di Bolzano, dove si privilegiano altre forme di servizio per gli anziani.
Anche i servizi per l’infanzia rilevano una forte eterogeneità geografica, con 17.8 casi su 100 al Nord e soltanto 5 su 100 al Sud.
Il trasporto pubblico locale (Tpl), invece, è in forte diminuzione in tutto il territorio nazionale (-3,4%rispetto all’anno scorso e -7,6% rispetto al 2011), mentre la domanda di trasporto è in crescita ovunque per la prima volta dal 2010 (+1,1%). In un giorno feriale, riporta Istat, la popolazione dai 15 anni in su dedica 76 minuti in media al giorno alla mobilità sul territorio, equivalente al 5,3% dell’intera giornata. Dal 2008 non ci sono grandi cambiamenti da segnalare e l’utilità del sistema di trasporti, nonostante le infrastrutture su ferro siano aumentate, sembra invariata da allora.

L’evacuazione di Aleppo al via. Scambi di accuse tra americani e russi

This frame grab from Tuesday, Dec. 13, 2016 video, shows people walking among damaged buildings on a street filled with debris near the ancient Umayyad Mosque, in the Old City of Aleppo, Syria. A cease-fire deal between rebels and the Syrian government in the city of Aleppo has effectively collapsed, Wednesday, Dec. 14, 2016, with fighter jets resuming their devastating air raids over the opposition's densely crowded enclave in the east of the city. The attacks threaten plans to evacuate the rebels and tens of thousands of civilians out of harm's way, in what would seal the opposition's surrender of the city. (AP Photo)

Stamane dovrebbero finalmente cominciare le operazioni di evacuazione della parte di Aleppo ancora sotto il controllo dei ribelli. Si concludono così, con una vittoria di Assad, quattro anni di battaglia furibonda attorno e dentro a quello che era il vivace centro della vita siriana ed è oggi un cumulo di macerie.

L’evacuazione, mediata da russi e turchi (ciascuno sostenitore di una delle parti che si combattono) era saltata martedì, quando erano ripresi combattimenti – e bombardamenti da parte dell’esercito siriano a cui i ribelli hanno risposto con autobomba guidate da kamikaze. Motivo dello stop erano sate le richieste degli iraniani sul posto e dei libanesi sciiti di hezbollah, che chiedevano l’evacuazione simultanea dei feriti nei villaggi attorno a Idlib. Rimangono complicazioni, dicono quelli di hezbollah, ma «intensi contatti tra i responsabili … portato a ri-definire le modalità del cessate il fuoco». Alcuni feriti sarebbero già usciti.

Dovrebbero essere i soldati russi  a garantire una evacuazione senza rappresaglie, scortando i ribelli attraverso un corridoio verso Idlib, fa sapere Mosca. La Croce rossa dovrebbe invece monitorare l’evacuazione dei civili, decine di migliaia dei quali sono già fuggiti nelle scorse settimane, quando l’offensiva siriano-russo-iraniana si è fatta più intensa.

I gruppi che ancora combattevano ad Aleppo hanno accusato l’Iran e le altre milizie sciite di aver voluto far deragliare l’accordo. Il tema, a questo punto, è anche e molto, il ruolo che le milizie sciite avranno nei prossimi mesi: più ingombrante sarà la loro presenza, più armi di propaganda avranno la parti più estreme della rivolta anti Assad (islamisti salafiti), che oggi sono innegabilmente le più forti. Lo scontro, qui e in molti altri terreni mediorientali, in questa fase, è anche molto alimentato dalla tensione sciita-sunita e dal ruolo crescente svolto dall’Iran nella regione.

Nei giorni scorsi le milizie sciite, specie quelle irachene, sono state accusate di esecuzioni a freddo. L’Onu ha parlato della morte di 82 persone. Sarebbe utile che le parti in causa coinvolgessero l’Onu e altre organizzazioni internazionali per monitorare che nulla accada ai civili sopravvissuti a anni di guerra e sottoposti negli ultimi mesi a bombardamenti di intensità spaventosa.

La guerra non è finita: nei giorni scorsi l’Isis ha ripreso Palmira, anche grazie al fatto che le forze siriane erano concentrate su Aleppo. Assad, che in alcune aree combatte l’Isis assieme ai curdi, non ha certo intenzione di lasciare all’YPG il controllo di parti del territorio. Non per ora. E i ribelli controllano ancora diverse aree del Paese: prossimo terreno di scontro sarà Idlib. Certo, con la presa di Aleppo, Assad, l’Iran e la Russia ottengon una vittoria dall’enorme significato simbolico. A perdere, oltre ai ribelli, c’è anche l’Occidente. L’ambasciatore Usa all’Onu, Samantha Power, autrice anni fa di un libro sul genocidio in Ruanda, ha usato parole durissime contro Mosca e Teheran in Consiglio di sicurezza. L’ambasciatore russo Churkin le ha risposto che gli Usa non possono parlare e che lei parla come «Madre Teresa». La tensione tra i due Paesi non è stata tanto alta da decenni: il caso del cyber attacco contro il partito democratico, orchestrato da Mosca, alimenta questa tensione.

Il 20 gennaio Donald Trump entrerà alla Casa Bianca, la sua amministrazione è infarcita di personaggi con legami in Russia o che ammirano lo stile di Putin. Vedremo se e come quel fronte cambierà. La Siria, intanto, resterò per gli anni a venire, come l’Afghanistan e l’Iraq in maniera diversa, un Paese frammentato, armato e dove scorrazzano signori della guerra. Le responsabilità saranno soprattutto di russi e occidentali: i primi avevano un’idea chiara di cosa volevano e l’hanno messa in pratica senza tentennamenti, i secondi non avevano idee, hanno cambiato attegiamento in più di un’occasione e hanno assistito inermi a quanto capitava. Salvo poi infuriarsi con Mosca. Entrambi hanno giocato una partita a scacchi per interposta persona sulla pelle dei civili siriani.

Pape Satan