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Altro che ministero della Natalità

All’ispettorato del lavoro, all’Asl e all’Inps di Nuoro stanno vagliando una vicenda spiacevole ma significativa. La racconta il giornalista Giorgio Sbordoni sul sito della Cgil Collettiva e racconta di una ragazza ventenne licenziata dopo essere rimasta incinta. Fin qui, purtroppo, nulla di nuovo rispetto a un Paese che spende grandi parole sulla denatalità ma poi fa scontare alle donne ogni gravidanza. 

In questo caso però alla malcapitata lavoratrice è successo che la sua datrice di lavoro (donna) le abbia consegnato un test di gravidanza a fine turno chiedendole di usarlo nei bagni della ditta, con la stessa maldicenza di un test antidoping dopo una gara olimpica. Ad aggiungere disagio sarebbero stati anche due colleghi maschi che hanno assistito all’illegale ordine impartito.

In quel caso il test fu negativo. Volere disporre dei corpi dei propri lavoratori e esercitare un controllo di quel tipo con quelle modalità è un episodio che sembra uscito da un capitolo di Margaret Atwood.

Quando in seguito la ventenne scopre di essere incinta è facilmente immaginabile come si concluda la storia: la ginecologa dispone l’astensione anticipata dal lavoro per gravidanza a rischio per un mese, dal 18 gennaio al 25 febbraio. Il 25 gennaio la giovane si rivolge al patronato Inca Cgil per inviare la comunicazione telematica dello stato di gravidanza all’Inps e alla datrice di lavoro. Il 16 febbraio la lavoratrice segnala al sindacato di non aver ricevuto la mensilità di gennaio. Sollecita il pagamento alla datrice di lavoro che, invece, le comunica, via whatsapp, di averla licenziata per giusta causa, inviandole la comunicazione Unilav.

Secondo gli ultimi dati del Censis l’Italia continua ad essere ultima in classifica per occupazione femminile in Europa: “Il tasso di occupazione dei maschi con figli è pari all’89,3%, quello dei maschi senza figli al 76,7%”, mentre “per le donne senza figli è pari al 66,3% e per quelle con figli al 58,6%. Il divario tra il tasso di occupazione delle donne con figli e quello degli uomini con figli in termini di punti percentuali è pari in Italia a -30,7”.

Chissà che ne pensano al ministero per la Famiglia, la natalità e le pari opportunità.

Buon venerdì. 

Africa, l’identità ritrovata

Il 5 maggio 1936 le truppe italiane comandate dal maresciallo Pietro Badoglio entravano trionfalmente ad Addis Abeba e l’annullamento dei grandi simboli dell’indipendenza etiope iniziò pochi mesi dopo l’occupazione. Nell’ottobre del 1936, fu smantellato il monumento a Menelik II; poco dopo cadde la statua in bronzo del Leone di Giuda, inviata a Roma e installata sul monumento ai caduti della battaglia di Dogali. Nel 1937, anche l’obelisco di Axum, sottratto ad uno dei siti più antichi e venerati della nazione, veniva eretto nella capitale italiana per celebrare il quindicesimo anniversario della marcia su Roma. Per la sua restituzione all’Etiopia, pur stabilita dal trattato di pace italo-etiope del 1947, ci sono voluti sessantuno anni di diplomazia e di pubblici appelli, fino al 4 settembre del 2008, lo stesso anno che vide il ritorno in Libia della Venere di Cirene, che era stata trasportata a Roma nel 1915.

L’obelisco di Axum e la Venere di Cirene: due casi celebri che ancora oggi alimentano, nella coscienza comune, l’immagine di un’Italia benevolmente orientata al rispetto dei popoli vittime dell’aggressione coloniale. In realtà, non è che l’infinitesima parte visibile di un patrimonio sommerso e dimenticato, accumulatosi nelle raccolte dei musei italiani con i primi viaggi di esplorazione commerciale alla metà dell’Ottocento, con i doni diplomatici, per lo più da leggersi nel contesto di rapporti condizionati dalle mire coloniali, e infine cresciuto in maniera esponenziale con i trafugamenti legati all’occupazione. Da tempo l’Etiopia rivendica la restituzione delle centinaia di oggetti preziosi e di manoscritti depredati dagli inglesi nel sacco del palazzo imperiale di Magdala, ora dispersi in varie istituzioni britanniche, tra cui il British Museum, il Victoria and Albert e la British Library, un caso che meriterebbe di essere portato all’attenzione internazionale al pari di quello dei bronzi del Benin, recentemente illuminato dalle ricerche di Dan Hicks. In Italia, nonostante l’attenzione crescente al fenomeno della decolonizzazione, la geografia, l’entità e la natura dei patrimoni provenienti dall’Africa rimangono ancora in larga parte oscure.

allestimento della mostra ai Musei Reali di Torino

L’impegno degli storici per andare alle radici profonde del colonialismo italiano, e a quelle della sua mancata o mai completa rilettura critica da parte della coscienza nazionale, ha tracciato negli ultimi decenni un fondamento che rappresenta per i musei un formidabile strumento per affrontare la sfida intorno a questi segmenti patrimoniali dimenticati. A patto che vi sia la consapevolezza del ruolo che le testimonianze materiali possono rivendicare nella costruzione di nuove idee e di nuove coscienze sociali, contro ogni ideologia estetizzante che vede nel museo una morta gora di deportazione. È la storia stessa dei musei, anch’essa intricata e dinamica, fatta di affondamenti e di riemersioni, a fornire un documento esplicito di come abbia agito la rimozione collettiva di parti significative della nostra storia nazionale. Fa da capofila il controverso destino del Museo coloniale di Roma e delle sue raccolte, ma anche l’immobilità, quando non la chiusura prolungata, di molti musei antropologici italiani, tra cui il Museo di Antropologia ed etnografia dell’Università di Torino; per arrivare alle mille strade delle collezioni civiche, dei musei diocesani e missionari, dove le raccolte extraeuropee hanno avuto, nel migliore dei casi, vita stentata, e nel peggiore, drasticamente negata. Esistono poi episodi apparentemente insospettabili, come quello dell’Armeria Reale di Torino, che già dagli anni Sessanta dell’Ottocento comincia ad accogliere manufatti provenienti dalle esplorazioni commerciali nell’Africa Orientale, per precisare man mano l’orientamento secondo le direttrici della penetrazione italiana, con vetrine dedicate all’Eritrea e alla Somalia e infine alla Libia. Anche tanti oggetti ricevuti in dono o acquistati nel corso dei viaggi compiuti dal principe Umberto di Savoia (poi re Umberto II), e da lui lasciati al castello di Racconigi, sono in ampia parte legati alle sue visite nelle colonie italiane.

«Quello oggi depositato presso musei ed istituzioni, pubbliche e private, è un materiale fondamentale per una odierna riflessione sulla nostra conoscenza dell’“Altro” e sul nostro passato coloniale». Sono parole che Nicola Labanca ha scritto nel 1992, in occasione del riallestimento della sezione coloniale del Museo della guerra di Rovereto. Sono trascorsi trent’anni ed è doveroso ammettere che ci troviamo, almeno in Italia, davanti a un bilancio di ricerche assai misero e in gran parte confinato al solo patrimonio documentario. Eppure, nonostante l’enormità delle perdite, la mostra Africa. Le collezioni dimenticate testimonia quale contributo i musei possano portare alla storia del colonialismo italiano, e ancora di più alla revisione degli stereotipi che ancora avvolgono l’immagine del continente africano nelle nostre rappresentazioni e nelle nostre coscienze.

Il caso del raro kebero etiope dell’Armeria Reale esposto nella mostra è uno tra i molti esempi possibili dell’intreccio di relazioni che legano l’Italia al Corno d’Africa. Donato dall’imperatrice Taytu alla chiesa della Trinità della regione di Debre Berhan (Shewa), riconvertito da Menelik II in dono diplomatico per Umberto I di Savoia e infine inserito da Hailé Selassié nella primissima richiesta di restituzioni presentata al governo italiano nel 1946 per il tramite dell’Ambasciata britannica. Riportarlo alla luce significa fissare per sempre un frammento di storia, con quel potere esclusivo che gli oggetti e le loro immagini esercitano sulla nostra memoria, per lungo tempo condizionata dalla propaganda coloniale.
Il progetto della mostra è maturato lentamente, anche nel contesto dell’impulso dato dal ministero della Cultura italiano alla ricostituzione del “Comitato per il recupero e la restituzione dei beni culturali” e con la nomina di uno specifico gruppo di lavoro per lo studio delle collezioni coloniali.

A Torino, il dialogo tra i Musei Reali, la direzione regionale musei e il museo di Antropologia ed etnografia ha portato all’avvio di un progetto di ricerca orientato alla “diplomazia culturale”, sfociato in un protocollo d’intesa pensato per mettere a sistema competenze e risorse per la valorizzazione delle collezioni extraeuropee. Le prime ricognizioni, condotte nel corso del 2021, hanno censito centinaia di manufatti provenienti dalle aree più diverse di quattro continenti, eredità di esplorazioni e di viaggi, ma anche di relazioni dinastiche, diplomatiche e commerciali intrattenute dai principi e dai re di casa Savoia, e dai loro rappresentanti, a partire dal Settecento.

Un patrimonio senza confini, impossibile da censire in mancanza di una strategia pluriennale di studio, di restauro e di riabilitazione, e soprattutto senza una condivisione costante con le comunità che lo hanno prodotto, nelle regioni di provenienza e in quelle della diaspora. Parallelamente, emergeva il caso peculiare dell’Africa, presente nelle collezioni dei Musei Reali con un documento d’eccezione come l’Olifante cinquecentesco della Sierra Leone, più volte pubblicato ed esposto in Italia e all’estero come testimonianza delle relazioni secolari con il continente europeo, ma anche, nel contesto che si andava sondando, segno di una coscienza ferma alla “meraviglia” dell’antico collezionismo, rigeneratasi nel gusto delle avanguardie europee che ancora alimenta tanta parte dell’apprezzamento occidentale per l’arte africana. Da questi pensieri, e dall’intenzione di aprire una pagina nuova di lavoro è discesa la periodizzazione ravvicinata del percorso espositivo, che copre il secolo che va all’incirca dal 1832, data del primo viaggio in Sudan di Antoine Brun-Rollet, savoiardo e cittadino sabaudo, al 1936, anno dell’occupazione italiana di Addis Abeba. Partendo dai profili di coloro che la propaganda coloniale definì “precursori”, il percorso esplora poi, con centocinquanta manufatti, l’identità delle collezioni legate al Congo, all’Eritrea, alla Libia, alla Somalia e infine all’Etiopia, dove la perdita dell’indipendenza è emblematicamente evocata dalla Beretta a otto colpi di Hailé Selassié. Un altro oggetto dal destino travagliato, forse razziato nel Palazzo imperiale di Addis Abeba e forse da identificare nella pistola che compare nella richiesta etiope di restituzione del 1946, accanto al kebero in argento.

La ricerca collettiva e multidisciplinare che ha portato al disegno finale della mostra si è sviluppata anche attraverso il dialogo con Lucrezia Cippitelli, da anni impegnata in progetti di decolonizzazione, e Bekele Mekonnen (1964, vive e lavora a Addis Abeba), artista concettuale, educatore ed intellettuale pubblico, che, a partire dalle collezioni torinesi, ha sviluppato per la mostra l’opera site-specific The smoking table, ispirata al tema della Conferenza di Berlino del 1884-85 e a quello della difficile ma necessaria azione di decostruzione della colonialità.
Un progetto che può documentare solo in parte il ruolo svolto da Torino nel processo coloniale, ma l’augurio è che il percorso possa proseguire nel quadro della collaborazione con studiosi e artisti africani che si è avviata, nella prospettiva di una museologia condivisa e concretamente impegnata nel dialogo e nella cooperazione internazionale.

Le autrici: Elena De Filippis (direttore regionale Musei Piemonte), Enrica Pagella (direttrice Musei Reali) e Cecilia Pennacini (docente universitaria e direttrice Museo di antropologia ed etnografia), hanno curato la mostra “Africa. Le collezioni dimenticate”

Nordio e tortura: il risultato politico è già qui

30 marzo 2023. Rispondendo alla Camera il ministro Carlo Nordio assicurava che «il reato di tortura è un reato odioso e abbiamo tutte le intenzioni di mantenerlo». La curiosità era lecita poiché alla Camera c’è una proposta di legge di Fratelli d’Italia per stravolgere il reato di tortura e incidentalmente FdI è il primo partito jn Parlamento nonché il partito guidato dalla presidente del Consiglio. 

Aspettarsi uno sgambetto sul reato di tortura è corroborato anche dalle campagne elettorali di Salvini e Meloni, quando ancora si assomigliavano moltissimo prima di separarsi in recitazioni diverse. Salvini e Meloni l’abrogazione del reato di tortura l’hanno promesso a più riprese alle frange più estreme delle forze dell’ordine. Hanno incassato quei voti e devono restituire un segnale di gratitudine. 

Ieri in Aula è tornato il ministro Nordio e questa volta ci fa sapere che «il governo è al lavoro per modificare il reato di tortura adeguandolo ai requisiti previsti dalla convenzione di New York». Dice Nordio che si tratta di «un problema solo tecnico», niente di che. Come se non sapessimo che mettere mano a una legge faticosamente ottenuta nel 2017 sia già un messaggio, uno spiraglio di speranza ai torturatori. 

Come fa notare il presidente di Antigone Patrizio Gonnella «modificare l’articolo 613-bis che proibisce la tortura per adeguarla alle norme Onu è una truffa delle etichette» e significa aprire una sequela di richieste di sospensione di processi come quello per i pestaggi e le mattanze di Santa Maria Capua Vetere o di Reggio Emilia. Il risultato politico già c’è. 

Buon giovedì.      

Armando Punzo e il teatro in carcere: «L’uomo è fatto per la felicità. Basta con il pensiero dei greci»

Non è una questione carceraria è una questione artistica. Potrebbe essere riassunta così la posizione di Armando Punzo, fondatore della Compagnia della Fortezza, dal nome del carcere di Volterra in cui da trent’anni si reca ogni mattina, per costruire e creare con i suoi attori detenuti.
Vita creativa che l’anno scorso, 2023, gli è valso il riconoscimento del Leone d’oro alla carriera alla biennale di Venezia. Non è una questione carceraria. Eppure Armando Punzo ha fatto per il carcere più di tanti che hanno tentato di modificare assetti e regole del mondo penitenziario. Armando Punzo è stato al Piccolo Strehler di Milano con il suo spettacolo Naturae e i suoi artisti detenuti, circa quaranta. Era lì per dare vita a una fantasmagoria di colori, di suoni, di immaginari, per dire che l’uomo Felix è possibile costruirlo oggi, adesso, non in un’utopica terra del domani.
Assistere a Naturae è come assistere a uno splendido sogno fatto di armonia, di gioia, in cui è possibile credere a un’età dell’oro non collocata in un ipotetico passato, ma oggi, nel presente, nella vita di tutti giorni.

Armando Punzo, “Naturae”, Piccolo Strehler, foto Stefano Vaja

Sul palco una colata di sale che rimandava alle Saline. Luogo vicino a Volterra dove negli anni passati è stato rappresentato lo spettacolo Naturae. Lo sfondo è anche esso bianco, quadrettato come carta millimetrata, per una scena abbagliante. A scena aperta Armando Punzo vestito di nero, con i suoi capelli grigi e la sua figura segaligna, si muove con un sorriso. A poco a poco dispone i suoi personaggi sulla scena che si popola progressivamente di felicità, di attori, di sogni, di musica. Elemento essenziale del tutto è proprio la musica originale di Andreino Salvadori che sa essere evocativa, suggestiva, e trasporta come in una trance ipnotica in un sogno felice. Ma non è soltanto la musica a creare questo effetto, a questa felice epifania contribuiscono anche i costumi e il trucco, fatti di semplicità, di bellezza, di sognante freschezza.
A dominare non è più il canone shakespeariano, che da sempre rappresenta le malefatte degli uomini, i suoi umori neri. A governare il tutto è la fiducia nell’uomo e nella sua forza rigeneratrice, è l’homo felix che Armando Punzo si ostina a inseguire, a costruire, a rincorrere. Ma quello di Armando Punzo non è soltanto un sogno, se è stato capace di trasformare il carcere di Volterra insieme ai suoi attori e alle autorità penitenziari, da luogo di esclusiva pena a luogo d’arte, di ricerca. Che presto darà vita al primo teatro stabile in carcere, aperto alla cittadinanza.

L’uomo Felix di cui ci parla Armando Punzo non è domani è oggi.
Che la sua non sia soltanto velleità ma costruzione, lo si evince anche confrontando i dati nazionali forniti da Associazione Antigone, con i dati della specifica realtà di Volterra dove opera Armando Punzo.
Il rapporto dell’associazione Antigone del 2023 fornisce questi dati.
«A fronte di una capienza ufficiale di 51.249 posti, i presenti nelle nostre carceri al 30 aprile erano 56.674. … Secondo i dati pubblicati dal Garante nazionale, sono state 85 le persone ad essersi tolte la vita all’interno di un istituto penitenziario nel corso dell’anno, una ogni quattro giorni. … Secondo gli ultimi dati pubblicati dall’Oms (risalenti al 2019), il tasso di suicidi in Italia era pari a 0,67 casi ogni 10mila persone. Mettendo il dato in rapporto con quello relativo al carcere, vediamo come negli istituti penitenziari i casi di suicidio siano 23 volte superiori rispetto ai suicidi in libertà». È altissimo il consumo di psicofarmaci tra la popolazione detenuta, per poter resistere a un tempo dilatato, a un tempo inesistente, a un tempo privo di contenuto come è quello carcerario. Ma a Volterra non ci sono suicidi, il consumo di psicofarmaci è pressoché nullo, e le celle sono singole. Quindi non ci sono fenomeni di sovraffollamento. È un’isola in cui l’affermazione dello Stato non passa attraverso la vendetta effettuata sulla sua popolazione più fragile. Passa attraverso possibilità trasformative ed evolutive, attraverso l’arte e il bello, come impegno quotidiano, come richiamo alla parte più pura di ognuno di noi.

Backstage “Naturae”, foto di Gianfranco Falcone

Allo Strehler sono arrivato alle dieci del mattino. Ho passato con gli attori detenuti l’intera giornata. Il backstage è sempre uno dei momenti più poetici del teatro. All’ingresso mi aspettavo controlli severi, di dover lasciare il cellulare, la carta d’identità. Invece era tutto molto fluido, molto libero. Tutto e tutti erano consegnati a un individuale responsabilità. I detenuti circolavano tranquillamente per il teatro preparandosi alla rappresentazione. Armando Punzo insieme ai suoi collaboratori, all’assistente alla regia Alice Toccacieli, al compositore della colonna sonora, riguardava video della sera precedente, correggeva, commentava per cercare la perfezione. Anche la posizione di un vaso diventava oggetto di discussione. Perché da quello dipendevano i movimenti degli attori, i tempi scenici.
Non è una questione carceraria è una questione artistica. E inevitabilmente quest’arte diventa elemento trasformativo. Lo diventa per noi spettatori che assistiamo al bello, lo diventa per chi è protagonista e costruttore del bello, carcere o non carcere che sia.
Io c’ero. Ed essendo allo Strehler fin dalla mattina, a pranzo ho potuto dialogare con Armando Punzo e Alice Toccacieli, assistente alla regia.

Un pranzo artistico. Intervista ad Armando Punzo e Alice Toccacieli

I tuoi attori stanno lavorando molto sul loro percorso teatrale. È come se continuassero a fare dei corsi di specializzazione sul teatro, sull’essere attori.
Questo è quello che speriamo di fare, che tutto questo per alcuni possa diventare anche un lavoro. Perché l’idea del teatro che abbiamo, la costruzione che facciamo, è legata a questo: alla formazione non solo come attore ma anche ai diversi mestieri del teatro.

Per i tuoi attori è cambiato qualcosa dopo che l’anno scorso ti è stato conferito il Leone d’oro alla carriera?
Premesso che secondo me è sbagliato pensare teatro – cresco; teatro – comprendo. I percorsi sono molto più complessi nella vita. Detto questo, loro erano molto contenti, erano molto fieri di tutto questo.
Toccacieli. Abbiamo fatto i Vip alla biennale.

Sono venuti anche i detenuti attori?
Toccacieli. Certo, siamo andati a ritirare il premio, è stato bello.
Punzo. Sono venuti tutti. Abbiamo fatto lo spettacolo. C’era tutta la compagnia. Era un premio a me però è un premio a tutta questa storia.
Toccacieli. Siamo scesi col taxi sul molo privato. È stato un momento divertente per tutti.

Come sta procedendo la creazione del teatro del Teatro Stabile all’interno del carcere di Volterra, La Fortezza?
Punzo. C’è l’architetto Mario Cucinella che adesso ha vinto il bando e lui realizzerà il teatro. Lui è molto attento a un’architettura sostenibile.

Quali tempi vi date?
Ci sono già tutte le autorizzazioni. È già un anno che stiamo lavorando a questa cosa. Adesso loro fanno il progetto esecutivo, lo presentano e poi partono le gare internazionali. Cucinella è un grande, non solo come nome ma anche come persona. C’era ieri sera a vedere lo spettacolo.

Il movimento teatro in carcere a che punto è oggi?
Non direi movimento. Non è un movimento. Ci sono tante esperienze adesso al di là del carcere. Noi facciamo questo progetto: Per aspera ad Astra, che è importante, che mette insieme diverse esperienze dal Nord al Sud al Centro. Però non è un movimento. Sono tutte esperienze singole, di artisti, separate, che hanno la loro estetica. Non è un movimento. Chiaramente ci sono delle persone che si sono interessate a tutto questo grazie anche al nostro lavoro, anche per mia responsabilità.

Armando Punzo, backstage “Naturae”, foto Gianfranco Falcone

Sei uno degli iniziatori se non l’iniziatore del teatro in carcere.
Sì, ho iniziato questa cosa. E questa cosa chiaramente ha prodotto anche tante persone che fanno questa attività. Però un movimento, secondo me, no. Non lo definirei così.

Quando ti feci la prima intervista mi dicesti del tentativo di costruzione l’uomo Felix, uomo che può essere costruito già da adesso. Un uomo che non sia portatore della dimensione shakespeariana che esprime tutti i vizi e malanni del mondo. In questi giorni sto rileggendo Lisistrata, l’Edipo re e il teatro greco antico. In quello che fai c’è qualcosa di quel teatro? Quelle radici te le porti dietro o non ti appartengono più?
Noi diciamo, io dico: Shakespeare per dire un grande della letteratura mondiale, che appartiene al genere umano, ma c’è anche tutta la questione della tragedia greca. C’è poco da fare, Shakespeare viene a seguito di quello. Non è che Shakespeare sia un caso isolato. È un’altra sensibilità, ma ha sviluppato comunque quello che l’ha preceduto. Poi c’è la funzione del teatro greco, la catarsi, e cose così. Non è questo. E comunque quello che fai vedere degli esseri umani anche lì sono sempre gli stessi orrori.

Ciò che mi ha stupito è che nulla è cambiato. 2500 anni fa le domande erano le stesse e c’era come oggi l’assenza di risposte.
Il problema è proprio quello. Il problema è da prendere partendo proprio da un altro punto di vista, è da prendere partendo dalla questione della felicità, dell’eudemonia. Veramente. L’uomo è fatto per la felicità. Sembrano delle affermazioni un po’ così, idealistiche, assurde, stupide, banali. Però devi partire da un punto di vista diverso qualunque esso sia, anche se te lo inventi. Perché tutto è inventato, non c’è niente di originale, non c’è niente che viene prima. Nulla è così. Io mi invento che adesso la felicità è la cosa più importante e parto da lì. E tutte le altre cose le metto in crisi, a partire da quel concetto, perché tutto è inventato.
Perché viene presa come buona realtà il punto di vista dei greci, per esempio per trattare l’uomo e raccontarlo? È stato un punto di vista. In quel momento ad alcuni è sembrato un punto di vista importante, sembrava l’unico punto di vista, ma in quel momento. Tranquillamente non accetto di partire da quello se penso ad un essere umano.
Perché dell’uomo devo andare a guardare la merda, le cose negative? Perché devo partire da quello? Se poi faccio un salto per un attimo solo nel carcere, che significherebbe questo? E allora i reati, e il luogo di nascita, e tutta la roba che veramente non se ne può più, il sociale, il Sud, la povertà e tiritì, tirità. Questo è un modo. Ma invece voglio scavalcare questo modo, ed è il lavoro di Naturae. Io voglio partire da lì. Mi posso prendere questa libertà? C’è anche chi dice di no. Che dice “Tu sei un’idealista, uno che si chiude in una torre d’avorio. Sei un utopista, sei un cretino, sei un coglione che crede alle favole. Quando invece la vita non è fatta di favole, è fatta di quella realtà”. Il problema è capire come uno si vuole porre.

È un viaggio in solitaria.
Bisogna dire che nella storia ce ne sono anche altri. Per esempio ero a Bologna a vedere una mostra. Sono entrato e c’era una installazione video musicale con immagini di un’artista portoghese. Questa cosa era bella, era meravigliosa. Non c’era niente di Aristotele, non c’era prima la tragedia, il dramma con lo sciogliere il nodo e poi finalmente arrivare. L’installazione era semplicemente fatta di musiche, parole, immagini ed io mi sono seduto davanti a questa cosa. E ho pensato “Io voglio star qui. Questa cosa mi porta bene, mi fa bene, mi fa compagnia. Spendo bene il mio tempo a stare qui. Mi piace.” E non c’è nessun riferimento alla tragedia, e non era qualcosa che potessi dire “ma che cazzata, che assurdità”. Era un montaggio di immagini, suoni. Evidentemente il punto di vista di questo artista è un po’ come quello che sto dicendo io adesso. Evidentemente lei ha voluto vedere altro, ha scelto. Non ha voluto vedere delle cose. Il che non significa che non le conosca. So anche io cosa siamo noi. Ma mi devo fermare a questo? Quindi evidentemente ha dato spazio ad altri aspetti. Il lavoro che noi facciamo è questo. È provare a dare spazio ad altre cose dentro di noi. Perché se no c’è conflitto, la risoluzione del conflitto, e poi ci fai il teatrino e fai una cosa vecchia, stai di fronte a della gente che ha delle problematiche, tutte giuste lo sappiamo, ce le abbiamo tutti i giorni, e quindi siamo di fronte a un teatro di rappresentazione.
Toccacieli. Però noi siamo anche un discorso di linguaggio che è proprio da mettere a punto.
Punzo. Se cambi punto di vista devi cambiare linguaggio per forza. Perché quello che sto dicendo io non presuppone il linguaggio di un teatro di tradizione, conservatore. Non presuppone la mimesi.

È su tuo suggerimento che ho letto il teatro della crudeltà di Antonin Artaud. Mi sembra che alcune cose che lui afferma si ritrovino nel tuo teatro.
Artaud era poco teatrante e molto visionario. Non è uno che ha realizzato le cose che ha detto. Però è stato un visionario nella parte proprio teorica. Ha cominciato a immaginare delle cose che non esistevano in quel momento e quindi lui diventa sempre una fonte di ispirazione. Non è che puoi mettere in pratica quello che lui dice. Si potrebbe anche dire che lui era un pazzo e la risolviamo così.
Toccacieli. Lui non ha scritto un metodo, è stato un poeta.
Punzo. Ha sollevato delle questioni e, se poi quelle questioni sono anche tue, tu rispondi. Ma non posso dire che sono artaudiano. Perché artaudiani erano altri. C’è stato anche Peter Brook che stato è stato artaudiano. Cioè ci sono delle cose che ognuno poi frequenta. Comunque sicuramente è una una lettura che ti dà da pensare, ti dà veramente da riflettere, perché sono sfide.

Ne parlavo con Lina Prosa autrice della trilogia di Lampedusa Beach. Lei riteneva imprescindibile la lettura di Antonin Artaud.
Pensa una cosa. Io dico di essere artaudiano perché lo leggo. Poi faccio una cosa completamente diversa, che è mille anni luce lontana da Artaud, dai presupposti di Artaud. Noi artisti diciamo delle cose, ma bisogna vedere cosa si fa realmente. Perché tu dici io sono visionario e poeta. Poi sei conservatore e tradizionale nella pratica. Questo è il rischio di quando uno si auto declama.

Questo accade in tutti gli ambiti.
Ma a volte uno si pensa anche così, non è che lo dicono ed è finta. A volte uno si sente, si racconta a se stesso. Poi va a vedere i lavori.

Backstage “Naturae”, foto Gianfranco Falcone

Due anni fa nel viaggio di ritorno dal carcere di Volterra ero immerso nell’atmosfera magica suscitata dal tuo spettacolo, Naturae, la valle della permanenza. Non era soltanto lo spettacolo a farmi riflettere, c’era anche la dimensione delle relazioni tra voi della compagnia, tra il teatro e il pubblico. È stato difficile riabituarsi a quello che tu hai definito il teatro di rappresentazione. Quello che si respira nel tuo teatro è qualcosa di molto diverso.
Toccacieli. Dico una cosa su questo che secondo me è importante. Nello spettacolo di oggi, che hai visto in carcere, ma oggi secondo me questa cosa la vedi meglio, è proprio anche la composizione dei diversi segni del linguaggio teatrale. Quindi la musica, la parola, i costumi, il colore, il movimento scenico, l’attore, che vengono organizzati, non tanto come diceva Armando prima per raccontarti una storia come si sviluppa, dalle sue radici alle sue conseguenze. Ma è proprio una costruzione completamente analogica, del tutto poetica, che restituisce uno stato d’animo. Il problema non è raccontare: prima succede questo e poi succede quest’altro. Il punto è piuttosto: io vorrei che tu stessi dentro questa sensazione.

Sì, mi ci ritrovo.
Si potrebbe anche dire “Ti voglio in qualche modo accogliere in questa situazione”. Quindi il lavoro si organizza in questo senso. Trova la sua forma intorno a questa struttura. Quindi è molto più simile, se vogliamo parlare in termini letterari, è molto più simile a una poesia che a un romanzo.

Mi ritrovo. Riesco a seguirti proprio partendo dall’esperienza della sensazione che ebbi a Volterra dopo aver visto il vostro spettacolo.
Cioè è la metafora la figura retorica.

Più che una storia sono delle emozioni messe insieme.
Ci sono delle immagini che si rincorrono, che si sovrappongono, che si moltiplicano, e che sono portatori di fiori continuamente. Rifioriscono, rifioriscono, rifioriscono. Non puoi dire prima c’è questo poi questo perché vogliamo arrivare a questo. Non funziona così questo lavoro.

Dire che è una comunicazione da inconscio ad inconscio.
Ieri sera ho incontrato una persona fuori che aveva visto lo spettacolo. Un ragazzo. Non aveva capito che eravamo della compagnia. Quando l’ha capito abbiamo fatto due parole, e lui ha detto “Mi è sembrato il sogno ad occhi aperti di un gentile visionario”. Io ho detto ad Armando “Secondo me devi essere contento che hanno detto così, mi sembra una cosa molto bella”.

Il modo in cui Armando si presenta è la gentilezza e il garbo poi ovviamente diventa un leone quando è sulla scena. Perché vuole le cose in un determinato modo. Quello che ti contraddistingue è l’estremo garbo. Ma è il garbo che ho visto nelle persone che hanno delle grandi passioni, la consapevolezza di quello che stanno facendo.

L’autore: Gianfranco Falcone è psicologo e blogger (Viaggi in carrozzina) e collabora con la rivista on line Mentinfuga, dove scrive di temi culturali, di teatro e diritti. Da alcuni anni si muove con una sedia a rotelle. Ha da poco pubblicato il romanzo 21 volte Carmela (Morellini editore).

Dopo Naturae, andato in scena il 18 e 19 febbraio al Piccolo Strehler, il prossimo appuntamento con Armando Punzo è a Ravenna. Il 23 marzo Il figlio della tempesta – Musiche, parole e immagini dalla Fortezza

In apertura, Naturae, Piccolo Strehler, foto di Stefano Vaja

Quella matrice neofascista della destra. A colloquio con lo storico Davide Conti

Nel suo ultimo libro Fascisti contro la democrazia (Einaudi) lo storico Davide Conti, uno dei massimi esperti dello stragismo in Italia, ci offre una ricostruzione minuziosa delle biografie politiche di Giorgio Almirante e Pino Rauti. Il libro di Conti si configura come una lettura del nostro recente passato connessa all’interpretazione del presente.

Davide Conti, come è stato possibile, a meno di due anni dalla Liberazione, che in Italia nascesse un partito annoverante fra le sue fila molti “uomini di Mussolini”, fra i quali anche alcuni iscritti nelle liste dei criminali di guerra stilate dalle Nazione Unite?
La nascita ufficiale del Msi il 26 dicembre 1946 ha rappresentato il segno dei mancati conti dell’Italia con la storia del fascismo. All’alba della Repubblica l’assunzione di responsabilità storico-politica della pesante eredità del regime venne completamente elusa tanto dalle classi dirigenti del Paese (principali responsabili dell’avvento della dittatura) quanto da quell’opinione pubblica che, specialmente nella piccola e media borghesia, aveva consegnato a Mussolini un largo consenso. Questa rimozione si unì al quadro geopolitico della Guerra fredda in chiave anticomunista e alla «mancata Norimberga italiana», ovvero all’impunità garantita ai criminali di guerra fascisti dagli stessi Alleati anglo-americani, creando le condizioni per la nascita di un soggetto politico ostile in radice ai valori fondativi della nostra democrazia costituzionale.

Perché un libro su Almirante e Rauti?
Almirante e Rauti rappresentano due anime centrali del neofascismo. Insieme a Pino Romualdi, artefice della nascita del Msi, e Arturo Michelini, segretario missino dal 1954 al 1969, incarnano il profilo identitario dei «fascisti in democrazia» ovvero di una comunità politica che si pone come obiettivo strategico la fine della Costituzione nata dalla Resistenza. Almirante e Rauti saranno i principali oppositori della linea «moderata» di Michelini. Il primo rimase nel partito aggregando tutte le componenti estremiste «antisistema». Il secondo nel 1956 promosse una scissione da cui nacque il gruppo Ordine Nuovo. È significativo che Rauti rientri nel Msi solo nel novembre 1969, all’indomani dell’elezione di Almirante segretario e a poche settimane dalla strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 realizzata da uomini del gruppo di Ordine Nuovo non reinseritisi nel

L’affermazione della presidente Meloni «il Msi è stato un partito della destra repubblicana» esaurisce la descrizione di quel partito?
La rappresentazione di un Msi che ha partecipato a passaggi della vita repubblicana fa parte della retorica neo e post fascista che cerca di presentare quel soggetto politico come elemento interno alla democrazia. Al contrario, al netto dei tentativi di «inserimento» (secondo la linea adottata da Michelini) i missini presentarono sé stessi e la loro radice ideologica come «alternativa di sistema» cioè come alternativa e disconoscimento della Costituzione repubblicana.

Il libro cita i due convegni di Roma del 1961 e 1965 (fra esponenti della Nato, ufficiali italiani, dirigenti del Msi e membri di formazioni di destra) che ebbero lo scopo di ammodernare la guerra al comunismo con le tattiche di “controinsorgenza”, “stati maggiori allargati” ai civili, “conquista delle menti”. La stagione delle stragi inizia pochi anni dopo e dal 1969 al 1974 in Italia ci furono ben 2.134 attentati…
Il convegno del 1965 segna un punto di svolta per l’estrema destra. I due precedenti consessi Nato di Roma e Parigi del 1960 e 1961 non avevano ancora registrato, pur elaborando nuove e articolate misure anticomuniste di «guerra non ortodossa», la presenza organica dei neofascisti. Nel convegno del 1965 la presenza di Rauti e Giannettini rappresenta l’inclusione, in ambito Nato, dell’estrema destra nella battaglia contro il comunismo. Gli anni delle stragi realizzate dai neofascisti (protetti da alti esponenti delle istituzioni dello Stato) sono la risultante della condizione della democrazia italiana, ovvero un sistema «bloccato» in ragione del vincolo esterno (l’appartenenza dell’Italia all’Alleanza atlantica) che non permette al Pci, uno dei partiti fondatori della Repubblica nonché la principale forza di opposizione che arriverà a rappresentare un italiano su tre, di partecipare e concorrere democraticamente alla guida del Paese.

Nonostante le inchieste, Rauti e Almirante non patirono serie conseguenze giudiziarie, e pur con la ferocia della violenza stragista degli anni 70 in Italia, il golpe non ci fu. Fu il sistema democratico a tenere? Come evitammo il colpo di Stato?
Rauti fu arrestato nell’ambito dell’inchiesta sulla strage di Piazza Fontana ma venne poi scarcerato e assolto dalle accuse. Almirante subì in più occasioni la richiesta di autorizzazione a procedere in Parlamento per ricostituzione del partito fascista. Anche in questo caso senza nessun esito. Queste iniziative tuttavia restituiscono, al netto della misura giudiziaria, il clima politico dell’epoca e la percezione identitaria del Msi. Il colpo di Stato in Italia sarebbe stato molto difficile da realizzare. Gianadelio Maletti, capo del reparto Difesa del Sid e condannato per favoreggiamento di Guido Giannettini e del neofascista di Ordine Nuovo Marco Pozzan coinvolti nell’inchiesta per la strage di Piazza Fontana, ha affermato che un tale esito avrebbe significato la guerra civile. Uno scenario che nessun dirigente politico o istituzionale avrebbe potuto accettare. Le stragi mirarono ad una svolta autoritaria di altra natura, ovvero alla proclamazione di uno stato di emergenza per sospendere la Costituzione in nome della sicurezza nazionale. Non si arrivò a quel punto ma senz’altro gli eccidi di civili contribuirono a porre una seria ipoteca sullo sviluppo storico della nostra democrazia.

Nel libro lei ricorda come Almirante fosse ossessionato dal “rischio di comunistizzazione” e citando il golpe greco del 1967 come un modello di salvezza nazionale. Esisteva in Italia il rischio di una rivoluzione comunista?
La visione di una rivoluzione comunista in Italia non esisteva più nella stessa prospettiva del Pci dalla svolta di Salerno del 1944. La questione comunista era determinata dagli equilibri della Guerra fredda che non permettevano, nemmeno per via democratica, l’alternanza al governo del Paese ad un partito legato all’Urss. Questa condizione segnò, a fronte del progressivo allargarsi del peso politico ed elettorale del Pci, il presupposto di sviluppo del Msi in chiave anticomunista. All’inizio degli anni 70 il partito di Almirante raggiunse il suo massimo storico di consensi. Un punto che coincide, insieme, con una delle fasi di più alto sviluppo democratico in termini di diritti e di più alta destabilizzazione eversiva del nostro Paese.

Il libro evidenzia come la politica degli “opposti estremismi” della Dc di quegli anni ponesse comunismo e fascismo su un medesimo piano impedendo così di combattere il neofascismo fino in fondo.
La teoria degli opposti estremismi fu una retorica propagandistica usata dalla Dc e poi, a partire dal 1974, disconosciuta dagli stessi dirigenti democristiani come Paolo Emilio Taviani e Aldo Moro. Dal 1974, anno delle stragi di Piazza della Loggia a Brescia e del treno Italicus nonché dell’inchiesta sulla trama eversiva della Rosa dei Venti, iniziò un primo intervento volto a disarticolare l’insieme delle condizioni che avevano reso possibile quel tipo di destabilizzazione. Viene rimosso il capo dell’Ufficio affari riservati del ministero dell’Interno Federico Umberto D’Amato; viene arrestato il capo del Sid Vito Miceli (poi assolto e prima ancora eletto nelle liste del Msi nel 1976); a fine 1973 viene sciolto Ordine Nuovo; si dispongono, ad opera del ministro della Difesa Giulio Andreotti, una serie di sostituzioni nelle alte cariche delle Forze armate.

È corretto affermare che quel “Fronte articolato anticomunista”, in grado di unificare le forze conservatrici compresi i neofascisti, a cui la destra di Rauti e Almirante ambiva, si è infine realizzato con le elezioni politiche del 25 settembre 2022?
Il contesto storico è profondamente mutato. Almirante e Rauti operarono nel quadro della Guerra fredda cercando di ritagliare uno spazio, sempre subalterno, per il neofascismo in chiave anticomunista. Oggi la presidente del consiglio Meloni, alla guida di una forza postfascista che rivendica l’identità missina e rifiuta di riconoscersi nell’antifascismo come fondamento della nostra democrazia, opera in una società globale ed ha collocato il suo partito dentro le linee di crisi dei sistemi democratici che non riescono a rispondere alle principali questioni del nostro tempo (disuguaglianza sociale e di genere, crisi climatica e del lavoro, diritto alla salute e all’istruzione). Questo ha riproposto il tema retorico dell’alternativa di sistema a destra. Lungi dall’essere una misura concreta e reale, concorre tuttavia ad aggravare lo iato tra popolo e democrazia sostanziale.

 

 

Ecco il risultato del decreto Caivano

Nelle carceri italiane c’è la fotografia esatta del risultato delle politiche di un governo che incapace di governare decide di comandare con un panpenalismo che dovrebbe essere la soluzione. 

All’inizio del 2024 sono circa 500 i detenuti nelle carceri minorili italiane. Sono oltre dieci anni che non si raggiungeva una simile cifra. Gli ingressi in Ipm sono in netto aumento. Se sono stati 835 nel 2021, ne abbiamo avuti 1.143 nel 2023, la cifra più alta almeno negli ultimi quindici anni. La crescita delle presenze negli ultimi 12 mesi è fatta quasi interamente di ragazze e ragazzi in misura cautelare. Frutto questo del decreto Caivano che ha esteso l’applicazione della custodia cautelare in carcere, stravolgendo l’impianto del codice di procedura penale minorile del 1988. Altra novità, in linea con quanto previsto dal Decreto, laddove prevede di disporre la custodia cautelare anche per i fatti di lieve entità legati alle sostanze stupefacenti è la notevole crescita degli ingressi in Ipm per reati legati alle droghe, con un aumento del 37,4% in un solo anno. Aumenti dei numeri, quindi, che non trovano riscontro nell’aumento dei reati, con il dato più recente che, tra alti e bassi, è in linea con quello registrato 10 anni fa.

Lo spiega bene Patrizio Gonnella, presidente di Antigone: ”Il modello della giustizia minorile in Italia, fin dal 1988, data in cui entrò in vigore un procedimento penale specifico per i minorenni, è sempre stato un vanto per il Paese. Mettendo al centro il recupero dei ragazzi, in un’età cruciale per il loro sviluppo, nella quale educare è preferibile al punire, ha garantito tassi di detenzione sempre molto bassi, una preferenza per misure alternative alla detenzione in carcere, come ad esempio l’affidamento alle comunità e ottenuto un’adesione al percorso risocializzante ampio da parte dei giovani. Dal decreto Caivano in poi, invece, il rischio che questi 35 anni di lavoro vengano cancellati e i ragazzi persi per strada è una prospettiva drammatica e attuale”.

Buon mercoledì. 

Nella foto: Ipm di Catanzaro, frame del video “Perdere e prendere” feat Kento

A Rafah si paga per scappare

A Rafah un milione e mezzo di persone cercano rifugio aspettando di morire nella prossima operazione di terra che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha promesso per il 10 marzo nel caso in cui non venissero rilasciati gli ostaggi. Cinquecentomila disperati morituri sono bambini. 

Oltre il 70 per cento delle infrastrutture civili è gravemente danneggiato, molte zone di Gaza sono ridotte in macerie e inabitabili. La maggior parte degli ospedali non è operativa o lo è solo parzialmente, in condizioni di totale sovraffollamento. C’è penuria di cibo, acqua pulita, rifugi e prodotti sanitari. Le persone stanno vivendo nelle più inumane delle condizioni, molte di loro all’aperto. Come sottolinea Amnesty International è «inconcepibile» che Israele, dopo aver sfollato con la forza la maggior parte della popolazione di Gaza verso Rafah – dove la popolazione è ora sei volte superiore rispetto al passato – annunci ora l’intenzione di attaccare la zona.

Come si esce da Rafah per cercare riparo in Egitto? Solo pagando. In una sua inchiesta Organized Crime and Corruption Reporting Project racconta un innalzamento dei costi corruttivi da parte della rapace guardia egiziana al confine. Se hai 5mila dollari puoi schivare le bombe, altrimenti ti rimane solo il riparo delle macerie. La più importante società che gestisce i passaggi illegali è di proprietà dell’importante uomo d’affari egiziano Ibrahim Al-Organi, che dirige la tribù Tarabin nel deserto del Sinai al confine con Israele e ha altre partnership commerciali con lo stato egiziano. 

Maher Mahmoud, un palestinese di 23 anni che vive al Cairo e vende telefoni cellulari ha spiegato a OCCRP: «I broker con cui abbiamo parlato hanno chiesto 9.500 dollari per portare fuori mia moglie e 7.000 dollari ciascuno per le mie due nipoti, Farah e Riham, che hanno subito gravi ferite durante la guerra e sono legati alle sedie a rotelle», ha detto a OCCRP. L’Ue seduta a guardare. 

Buon martedì. 

L’immagine di apertura è di Action Aid ed è stata scattata a Gaza

Julian Assange, la posta in gioco è la sua stessa vita

Centinaia di migliaia di attivisti, da ogni parte del globo, sono confluiti a Londra il 20 febbraio 2024, per riempire la piazza davanti alle Royal Courts of Justice nei due giorni di udienza sul caso Assange. Più di 60 sono arrivati dall’Italia. Contemporaneamente, in 58 città del mondo, centinaia di migliaia di simpatizzanti si sono riuniti davanti alle loro rappresentanze diplomatiche Uk o Usa – o in una piazza qualsiasi – in segno di solidarietà con la gigantesca manifestazione londinese.

Tutto questo perché il 20 febbraio (insieme al 21) doveva essere il fatidico “Giorno X”, in cui la Corte doveva stabilire se Julian ha esaurito o meno ogni possibilità di opporsi all’estradizione negli Stati Uniti. Il termine “Day X” è stato lanciato da Stella Moris Assange, moglie di Julian e avvocato difensore dei diritti umani, per sottolineare la gravità del momento. Al termine della due giorni, però, la Corte non si è ancora pronunciata pubblicamente.

La posta in gioco questa volta non è decidere se Julian ha agito bene, cioè nell’interesse generale, o male, cioè illecitamente, quando ha rivelato certi documenti secretati che dimostrano crimini di guerra statunitensi – questa decisione, se Julian verrà estradato, spetta al tribunale statunitense di Alexandria (Virginia). Si tratta peraltro di un tribunale vicino alla Cia, geograficamente e non solo. Infatti, in tutti i processi per ipotetici reati contro la Cia giudicati da questo tribunale, il verdetto è stato la condanna in ogni singola istanza.

Per Julian, una condanna da parte del tribunale di Alexandria significherebbe passare il resto della vita in una cella di isolamento di una “supermax”, cioè in una prigione di massima sicurezza. In pratica, per Julian, vorrebbe dire la morte. Infatti, egli ha già fatto capire che piuttosto che subire un tale destino si toglierebbe la vita. Peraltro, nelle supermax statunitensi, le morti per suicidio sono il doppio rispetto alle prigioni normali.

Nelle udienze del 20 e 21 febbraio, dunque, i due giudici non sono entrati nel merito delle accuse fatte ad Assange dall’allora segretario della Giustizia Mike Pompeo sotto l’amministrazione Trump. Devono decidere semplicemente se accogliere la richiesta degli avvocati di Julian e riaprire il caso oppure dichiarare esauriti i canali di ricorso e quindi spedire Julian negli Stati Uniti.

Riaprire il caso significherebbe soprassedere per ora alla richiesta di estradizione negli Stati Uniti e portare il caso davanti ad un nuovo giudice distrettuale, per valutare la fondatezza del verdetto di primo grado emanato nel gennaio 2021 (dall’allora giudice distrettuale Vanessa Baraitser).

I legali di Julian avevano avanzato 16 motivi per invalidare la richiesta di estradizione fatta dagli Stati Uniti; Baraitser invece non ha voluto esaminarli, giustificando poi giuridicamente le sue conclusioni; lei ha semplicemente deciso di opporsi all’estradizione di Julian negli Stati Uniti per gli evidenti rischi di suicidio che tale decisione comporterebbe. Tale decisione, tuttavia, è stata poi rovesciata undici mesi dopo dall’Alta Corte, dopo aver ricevuto promesse, da parte del Dipartimento di Giustizia Usa, che Assange, se imprigionato, riceverebbe un trattamento carcerario meno severo di quello solito e che, pertanto, i rischi di suicidio sarebbero minori.

Ma quei 16 motivi per rigettare la richiesta di estradizione che Baraitser non ha considerato, sono validi o meno? Riaprire il caso significa far rispondere a quella domanda ad un nuovo giudice distrettuale.

Quindi vuol dire dare agli avvocati di Julian la possibilità di dimostrare – a prescindere dal merito delle accuse fatte ad Assange – che la pretesa di estradizione è irregolare e irricevibile e pertanto che Julian deve uscire dal regime di carcere preventivo nella prigione di Belmarsh e tornare uomo libero.

Non sappiamo quando i due giudici che si riuniscono il 20 e 21 febbraio emaneranno la loro decisione; probabilmente non subito alla conclusione dell’udienza bensì settimane o mesi dopo. Né sappiamo, qualora accettassero di riaprire il caso, quanto durerebbe il nuovo processo; sicuramente anni. E durante tutto questo tempo, Julian Assange rimarrebbe nella prigione di Belmarsh in una cella di isolamento di soli tre metri per due.

Certo, Julian avrà evitato l’incubo dell’incarcerazione in una prigione “supermax” statunitense. Ma rimane pur sempre ingiusto che il suo regime di carcere preventivo duri all’infinito. Infatti, ciò equivale alla detenzione senza giusto processo.

Nell’eventualità di una riapertura del caso, dunque, i sostenitori di Julian devono battersi perché le autorità britanniche sostituiscano la carcerazione preventiva con un regime di detenzione domiciliare – magari insieme alla famiglia. In fondo, l’hanno concesso al dittatore sanguinario cileno Augusto Pinochet mentre decidevano in merito alla sua estradizione – peraltro, domiciliari signorili in una villa di lusso con tanto di servitù.

E se invece i due giudici dell’Alta Corte che delibereranno rifiutassero di riaprire il caso?

In quella situazione diventerebbe subito valido l’ordine di estradizione firmato nel giugno 2022 dall’allora ministra degli Interni Priti Patel. Con il rischio che, prima che i legali di Julian possano ottenere una ingiunzione da parte della Corte Europea dei Diritti Umani in base alla regola 39, la polizia penitenziaria possa mettere Julian su un aereo militare con destinazione Alessandria, Virginia, Usa.

In questa infausta eventualità, che potremmo chiamare Giorno Y, i sostenitori di Assange dovranno chiedersi cosa sono pronti a fare per contrastare l’ingiustizia commessa. Manifestare in massa di nuovo, come il 20 febbraio? Troppo poco.

Nelle ore (che probabilmente saranno giorni se non mesi) che precedono l’annuncio della decisione dei due giudici dell’Alta Corte, bisogna pensare seriamente ad azioni – sempre nonviolente – di disubbidienza civile di massa. In particolare azioni che costano danaro, non a chi ci governa (perché quei soldi sarebbero semplicemente quelli delle nostre tasse) ma a chi detta l’agenda di chi ci governa. Il Giorno Y deve significare una svolta nel tipo di attivismo per Julian Assange condotto finora.

 

TUTTE LE INIZIATIVE PER JULIAN ASSANGE:

Per il mappamondo interattivo delle città principali dove si manifesterà, cliccate qui. Per l’elenco delle quattro principali manifestazioni in Italia, cliccate qui. Per poter seguire in streaming la diretta della mega manifestazione londinese, cliccate qui. Dalle ore 17 si può seguire lo streaming degli attivisti milanesi, che trasmetteranno in diretta la loro manifestazione davanti al Consolato britannico in piazza del Liberty: cliccate qui.

Inoltre, oggi, il 19 febbraio 2024 ci sarà un “conto alla rovescia” di 24 ore, con musica e ospiti d’onore, in attesa dell’apertura del tribunale; lo si può vedere (e anche partecipare!) cliccando qui o alternativamente, in caso di sovraccarico del canale, qui.

L’autore: Patrick Boylan ha curato il libro Free Assange il Volume è acquistabile cliccando qui

In apertura  Barbara BaLo
Fonte: fotogramma dal cortometraggio “Assange scrive a Carlo III”, www.bit.ly/julian-3

È Cassazione: la politica con la Libia è feccia

Dice la Corte di Cassazione che consegnare i migranti alle motovedette della cosiddetta Guardia costiera libica è un reato di “abbandono in stato di pericolo di persone minori o incapaci e di sbarco e abbandono arbitrario di persone”. La Corte ribadisce quello che chiunque mastichi un po’ di diritto internazionale (no, non è questione di buonismo) sa da tempo: la Libia non è un porto sicuro. 

La sentenza si riferisce alla condanna ora definitiva del comandante del rimorchiatore Asso 28 che a luglio del 2018 accalappiò 101 migranti su un gommone nei pressi di una piattaforma petrolifera e li consegnò ai criminali della cosiddetta Guardia costiera libica.

Quella sentenza sancisce de relato anche fondamentali giudizi politici: gli accordi con la Libia sono criminali, illegali, contro il diritto del nostro Paese. Accordi criminali firmati dall’ex ministro dem Marco Minniti il 2 febbraio 2017 sotto il governo Gentiloni e poi attraversati da compiacenti governi di tutte le parti politiche (primo governo Conte e poi governo Meloni) con particolare solluchero dei leader di destra. 

Quella sentenza dice che devono essere risarcite le Ong multate in questi anni per avere disobbedito agli ordini dei criminali libici. Quella sentenza dice che i governi ne devono rispondere. Quella sentenza soprattutto dice che la politica sul Mediterraneo dal 2017 non è solo mortifera: è spazzatura giuridica. Inutile dire che è spazzatura l’impianto su cui poggia anche il cosiddetto piano Mattei. 

È una notizia che dovrebbe stare sulle prime pagine dei giornali. Invece no. 

Buon lunedì.

La vita e la ricchezza rubate all’Africa. Il racconto di Stefano Stranges

Nell’ambito delle manifestazioni del Black History Month (Fino al 24 febbraio) cattura l’attenzione l’esposizione fotografica molto toccante di Stefano Stranges, fotografo e fotoreporter indipendente, intitolata Le vittime della nostra ricchezza in inglese The Victims of our Wealth, Life in Sodom and Gomorrah e Drought in the rain season – A climate change issue. L’obbiettivo dell’autore è quello di raccontare le implicazioni sociali, politiche e ambientali della moderna schiavitù in Congo, Ghana mentre in Zimbabwe si parla delle conseguenze dei cambiamenti climatici. La mostra, che fa parte delle iniziative de Il Polo del Novecento riguardo la terza edizione del Black History Month a Torino, è stata inaugurata dallo stesso autore il giorno prima della mia visita e sarà accessibile al pubblico fino al 25 febbraio. Ho cercato Stefano Stranges per rivolgergli qualche domanda per Left

Sunshine in Sodom and Gomorrah.

Cosa l’ha spinta a fare questa mostra, e quanto tempo ha trascorso nei Paesi africani per portarla a termine?

Ho iniziato a lavorare sul progetto fotografico/reportagistico in North Kivu (RDC) dopo aver conosciuto e ascoltato, alla fine del 2015, l’attivista congolese John Mpaliza che raccontava le condizioni devastanti conseguenza dello sfruttamento umano e ambientale nel suo Paese. Un luogo “ricco da morire”, nel vero senso del termine. Ho affrontato l’argomento e costruito le basi di un reportage che mi permettesse di entrare a stretto contatto con la popolazione locale e di raggiungere determinati luoghi remoti che erano poi il cuore e il punto di partenza del business del coltan, minerale necessario per i nostri smartphone.

Come si è svolto il lavoro?

La prima fase di lavoro è durata circa due mesi, periodo nel quale quasi tutti i giorni io e John ci collegavamo via skype con esperti e attivisti del luogo. Nel febbraio del 2016, dopo questo periodo di lavoro da remoto, sono partito per il territorio Congolese, dove ho passato poco più di un mese. Una struttura del lavoro simile è avvenuta circa un anno dopo, nel 2017, per la parte del Ghana. Per lo Zimbabwe la preparazione è stata differente, essendo stato un lavoro commissionato dall’Ong Terre Des Hommes. L’organizzazione del progetto, in questo caso, è stata più semplice, avendo già un supporto logistico che mi aspettava e che sapeva esattamente cosa avrei dovuto vedere. Era il febbraio 2019 e anche in questo caso sono restato sul campo circa un mese. In un’area rurale vissuta da diversi milioni di abitanti che vivono di agricoltura e pastorizia, l’assenza del periodo delle piogge che avrebbe dovuto essere in corso, rendeva impossibile la semina. Un rischio di carestia che si ripete ormai da anni, a causa delle conseguenze dei cambiamenti climatici. In questa edizione del Black History Month sono stato invitato a presentare una stretta selezione di questi tre lavori.

Amnesty International ha più volte denunciato le grandissime violazioni di diritti umani in Congo nelle miniere dell’estrazione di cobalto. Lei, che grazie alle sue foto riesce a trasmetterci moltissimo, cosa può dirci essendoci stato di persona?

Ho avuto modo, negli ultimi anni, di intervenire insieme ad Amnesty international, contribuendo proprio con alcune delle fotografie delle aree minerarie di coltan del Congo. Queste violazioni nascono da una volontà, del governo locale e non solo, di mantenere la popolazione inconsapevole, privandola della possibilità di conoscere un qualcosa di “altro” rispetto ai confini del loro villaggio. In questo modo è facile rendere schiavi senza catene questi giovani che ricavano qualche dollaro per sopravvivere ogni giorno, rischiando di non raggiungere al tramonto la propria casa fatta di lamiere e conquistata proprio grazie a quei pochi dollari guadagnati. Ogni giorno si vive con la lucida consapevolezza che un “domani” possa non esserci più.

Con le sue foto ci porta in Ghana dove si trova la più grande discarica di rifiuti elettronici al mondo, che causa un enorme impatto sia ambientale che sui lavoratori che sulla popolazione che vive lì. Le sue foto impressionanti riescono a proiettarci seppur come spettatori in quella drammatica realtà, frutto dell’inquinamento irresponsabile prodotto dai paesi occidentali che ne demandano il prezzo al popolo africano. A lei che impressione ha fatto?

In Ghana ho voluto di nuovo mostrare e raccontare le varie fasi della “giornata tipo” di alcuni degli abitanti di “Sodom and Gomorrah”. È così che i locali chiamano Agbogbloshie, questo inferno che è una delle discariche tecnologiche più grandi del mondo.
Ho respirato un’aria soffocante per un limitato arco di tempo. Alcune sere dopo la doccia continuavano a fuoriuscire pulviscoli neri dai pori della pelle. In quei momenti pensavo alle persone che lì ci nascevano e a quei ragazzi che frequentavo ogni giorno, perché abitanti del luogo, circa quarantamila. Moltissimi infatti i giovani che provengono dalle aree rurali più povere del Ghana; ragazzi colmi di speranze e sogni che vengono infranti nel momento in cui approcciano la dura realtà della capitale africana. In poco tempo il denaro finisce, tornare indietro per molti è impossibile e ci si ritrova a dover costruire un rifugio in questa enorme collina che brucia a ridosso della città. Una collina colma di oggetti di uso quotidiano, da vecchi frigoriferi, lavatrici e resti di materiale tecnologico che arrivano da ogni parte del primo mondo e che con la complicità delle mafie locali, finiscono qui la loro vita anziché venire smaltiti in modo etico. Perché anche qui esistono gli smaltitori di rifiuti, ma tutto ha un costo, come mi riferisce un ingegnere ambientale intervistato. Spesso infatti le grandi aziende transnazionali, forse non sempre inconsapevolmente, riempiono i migliaia di container che raggiungono il vicino porto di Tema. risultando pertanto donazioni ancora per qualcuno utilizzabili. Una forma di beneficenza che costa meno che smaltire in modo pulito.

Lei nella sua bellissima quanto toccante mostra fotografica tratta tematiche importantissime di cui però raramente sentiamo parlare nei mass media. Secondo lei a cosa è dovuto questo e cosa si può fare per accrescere l’attenzione su questi argomenti?

Negli anni si è parlato di questi argomenti, ma sempre in documentari e reportage che difficilmente arrivano alla massa. Purtroppo questa è una condizione legata all’interesse delle persone, e a volte, detto semplicemente, al mercato che tale interesse muove. Spesso gli argomenti che raggiungono la massa sono legati ad interessi geopolitici ben specifici.
Credo che, se viene a mancare la volontà di portare a conoscenza in modo massivo un determinato argomento che potrebbe scuotere le coscienze, occorre allora fare di tutto per portare tale argomento alla luce tramite incontri e dibattiti. In modo che le persone stesse siano veicolo di informazione. La rassegna del “Black History Month” che mi ha invitato ad esporre il lavoro insieme a tanti altri incontri multidisciplinari, ne è un chiaro esempio. Una buona fotografia ha sovente un forte impatto sulle coscienze, ci rende in un certo modo “complici” della storia denunciata e per questo spesso ci disturba fino ad irritarci, non potendo fare nulla per cambiare lo stato delle cose. Personalmente credo che potremmo veicolare quelle energie per approfondire e divulgare a nostra volta l’informazione a chi non è stato raggiunto da quelle immagini, o che semplicemente non vuole “vedere” e preferisce restare in superficie, finché si riuscirà a “respirare” .

Tutte le foto pubblicate in questo pezzo sono di Stefano Stranges, per gentile concessione dell’autore e della mostra di cui si parla

L’autore: Andrea Vitello collabora con Pressenza,  ha scritto Il nazista che salvò gli ebrei