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La rivoluzionaria lotta di Ocalan e dei curdi, che noi non dimentichiamo

manifestazione per la liberazione di Ocalan

Nel febbraio del 1999, 25 anni fa, Ocalan veniva espulso da Roma e consegnato, di fatto, ai suoi carcerieri turchi. Fu un atto vergognoso di vigliacca sudditanza dell’Unione Europea e del governo italiano ai poteri militari e capitalistici internazionali. E’ una ferita alla legalità internazionale e a tutte le convenzioni e i trattati internazionali sui diritti delle persone che non abbiamo voluto dimenticare.

Il comitato internazionale per la libertà di Ocalan “il tempo è ora” coglie l’occasione per continuare e rilanciare una articolata campagna di massa. Nelle scorse settimane  si sono svolte manifestazioni poderose, di potenza sociale in tutta Europa. Tante sono state le manifestazioni della rete Kurdistan in Italia. L’obiettivo è rilanciare l’iniziativa politico/istituzionale richiamando governo e Parlamento ad esercitare il diritto/dovere di tutelare la persona di Ocalan, a cui il Tribunale italiano ha riconosciuto l’asilo, in base all’articolo 10 della Costituzione.
Ad Ocalan è impedito da anni di incontrare i propri familiari ed i propri difensori, con privazione assoluta del diritto alla difesa. In palese contrasto innanzitutto con la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti della persona. A Roma, come portavoce italiano del Comitato per la libertà di Ocalan “il tempo è ora”, ho ricordato che Ocalan era venuto a Roma come portatore di una proposta di pacificazione della Turchia e di tutto il Medio Oriente. Ma le pressioni della Turchia, secondo esercito di terra della Nato, i ricatti della Confindustria, preoccupata per i rapporti mercantili tra Italia e Turchia, le pressioni delle fabbriche di armi ( è bene ricordare che Erdogan, a Kobane, bombarda le popolazioni dagli elicotteri italiani dell’Agusta Westland Leonardo) indussero la vigliacca Europa ed il vigliacco governo italiano a consegnare Ocalan ai suoi carcerieri.

Ma Ocalan è tra noi, con i suoi scritti. I suoi pensieri spezzano le sbarre: non possono essere imprigionate le idee. Abbiamo lanciato conferenze e seminari in tutta Italia per illustrare la straordinaria resistenza del popolo curdo e la guida politica ed intellettuale di Ocalan. Il popolo curdo resiste: nei villaggi, nelle carceri, con l’organizzazione straordinaria delle donne, alfiere delle libertà.

Sotto la guida di Ocalan progetta una società alternativa, di pace e di democrazia.. Vediamo le sue idee sperimentate in Rojava, nelle terre liberate, nei territori che vivono “tempi di speranza”. I suoi scritti dall’isola/ prigione di Imrali richiamano alla mente le “lettere dal carcere” di Gramsci , in quanto sono strumento straordinario di pedagogia democratica di massa.. Un manifesto di cultura democratica che è strumento anche per la nostra ricerca contemporanea. Penso che ad Ocalan ci si potrebbe affidare anche in vista della necessaria negoziazione , il processo di soluzione pacifica , per la complessiva area ; così come Marwan Barghouti libero potrebbe avere l’autorevolezza di negoziare nel conflitto israelo /palestinese. Se esistessero ancora strutture e organismi internazionali , come le Nazioni Unite, che oggi sono stati distrutti dalle guerre imperialiste. Non a caso Ocalan chiama l’intreccio di culture, popoli, conflitti una ” sociologia della libertà”. Il suo “confederalismo democratico”, infatti, è un nuovo paradigma politico e sociale , una soluzione non nazionalistica ma egualitaria, contro i settarismi della guerra perenne in Medio Oriente. Con la massima partecipazione popolare. Delle donne soprattutto, protagoniste della lotta contro il capitale ed il patriarcato, che tentano di dominare le menti e i corpi. La nostra iniziativa , nei prossimi mesi, rilancerà anche un fondamentale tema politico/giuridico. Il primo ottobre 1999 il Tribunale di Roma ha accolto la richiesta formulata dagli avvocati di Ocalan, dichiarando il diritto di Ocalan all’asilo politico ai sensi dell’articolo 10, terzo comma, della Costituzione. Di nuovo apriremo una vertenza nei confronti del governo e del Parlamento. Le istituzioni italiane non possono continuare a far finta di nulla. Hanno il dovere di rimettere al centro la legalità internazionale e i diritti fondamentali della persona , compiendo tutti i passi necessari al fine di dare esecuzione alla sentenza di riconoscimento dell’asilo in favore di Abdullah Ocalan. Il quale deve essere liberato! Il tempo è ora!

Insegnanti senza stipendio: «Spieghiamo la Costituzione ma dove sono finiti i nostri diritti?»

Si può insegnare senza ricevere uno stipendio? Purtroppo sta accadendo. Addirittura da 5 mesi, come segnalano a Left delle insegnanti supplenti di un istituto di Busto Arsizio. Una scuola statale, non privata. Dove da ottobre le docenti non ricevono il compenso del proprio lavoro. Il fenomeno comunque è più esteso, se scorriamo le cronache sindacali recenti che riguardano la scuola.

Il 13 febbraio scorso sul problema del ritardo degli stipendi dei precari con contratto breve e saltuario si è tenuto un sit-in della Flc Cgil davanti al ministero dell’Istruzione e del merito. Un altro sindacato della scuola, Gilda, il 26 febbraio ha sottolineato la necessità da parte dei ministeri dell’Istruzione e dell’Economia di trovare soluzioni. «Continuano a segnalarci ritardi sui pagamenti degli stipendi dei precari, anche in alcuni casi di due o tre mesi», si legge nel comunicato sindacale. Gilda sollecita i ministeri a trovare «procedure di pagamento meno farraginose per rispettare il sacrosanto diritto di chi lavora, ad essere retribuito alla fine di ogni mese».

Procedure che nel caso delle insegnanti di Busto Arsizio mostrano molte lacune. Cinque mesi senza stipendio e senza sapere nemmeno per quale motivo. Il ritardo dipende dalla scuola e quindi dall’autorizzazione a pagare le supplenti? O dipende dall’organizzazione complessiva dei ministeri? Le docenti attendono da ottobre, appunto. Il loro caso è finito anche nelle cronache locali. Quello che vogliono sottolineare nella loro lettera a Left è un aspetto di cui non si tiene sufficientemente conto: la tutela di diritti costituzionali.
«La burocrazia non può essere un alibi per privare un insegnante di diritti umani e costituzionali, quali il diritto alla vita e al lavoro stipendiato – si legge -. Un diritto alla vita e alla salute che vengono fortemente compromessi, nel momento in cui chi occupa posti di responsabilità non si preoccupa minimamente di lasciare per 5 mesi senza stipendio delle persone e conseguentemente le loro famiglie. Alcune di noi, a Natale, non hanno neanche potuto permettersi di fare un regalo al proprio figlio, altre non hanno potuto neppure godersi quel tempo di pausa, per le preoccupazioni gravose, conseguenti alle incombenze che non potevano essere pagate, altre non hanno potuto soddisfare cartelle esattoriali con gli stralci pattuiti dalla normativa di cui sono decadute le condizioni.
Chi ci rimborserà per questi danni morali e economici?».

Le insegnanti lamentano il modo in cui è andata avanti la loro vicenda. «È questa indifferenza che pesa, come se il problema fosse di chi lo subisce suo malgrado e non di chi lo ha creato. È questo tunnel di burocrazia che diventa un alibi per qualsiasi cosa in Italia, per togliere diritti acquisiti e costituzionali. È questa deresponsabilizzazione della pubblica amministrazione in ogni suo livello, dinanzi a situazioni che non possono essere ignorate e che devono essere prontamente risolte, mettendo in campo, tutte le risorse possibili per farlo. È questo inaccettabile scaricabarile, tipicamente italiano, dove nessuno pare responsabile dei danni arrecati e soprattutto nessuno pare sentirsi chiamato alla sua soluzione immediata».

«Ci viene chiesta, praticamente, da mesi – continua la lettera – una schiavitù volontaria con il ricatto morale del punteggio o della necessità di lavorare, ci viene chiesto di essere sempre al massimo della performance in aula, senza essere messe nelle condizioni di serenità necessarie per dare il massimo ai ragazzi (ma nonostante questo lo abbiamo sempre fatto, tenendo duro, in una resistenza che deriva dall’amore per il nostro lavoro e dalla passione che cerchiamo di metterci ogni giorno). Veniamo, anzi, ostacolate nella coerenza, dato che insegnare nei cosiddetti Focus di educazione civica, la Costituzione, nelle sue varie implicazioni connesse agli stili di vita, stride ogni giorno di più con l’ambiente che si è creato nella scuola».
Parole infine di apprezzamento per l’istituto in cui insegnano, «una ottima scuola dal punto di vista dei docenti profondamente umani e preparati, sempre disponibili e interessati ai ragazzi prima come persone e non soltanto come alunni». E l’amarezza del non vedere riconosciuto un lavoro nel quale, come accade a moltissimi docenti italiani, mettono interesse e passione.

Nella foto: frame di un video di una manifestazione di docenti precari a Roma, 2 settembre 2020

La scelta di Emme. Scacco alla povertà non solo materiale

Il bambino poggia la schiena sul palo di una porta, il pallone tra le mani, lo sguardo tra l’assente e il sospeso, come senza aspettative. L’immagine in copertina è una sintesi diremmo di Mio padre non mi ha insegnato niente (edizioni Fuoriscena – gruppo RCS), l’ultimo romanzo di Massimiliano Smeriglio. Un titolo che pare un giudizio lapidario. Un’espressione che racchiude il principio inequivocabile intorno a cui si sviluppa la vita di Emme, “figlio dell’imperizia”, come viene descritto in quarta di copertina, che si fa artefice del suo destino, non accettando di rimanere prigioniero della sua stessa storia. Un libro che è il resoconto di un viaggio a ritroso nelle memorie nascoste di un personaggio che si evolve nel tempo mentre difficoltà, amarezza e desideri non espressi, o soffocati dalla povertà e dalle assenze, plasmano il suo carattere. Una storia nella quale tanti potranno rispecchiarsi, come fa la bella letteratura. Il senso della misura di ciò che è mancato a un figlio venuto al mondo contro la volontà dei genitori, frutto del primo rapporto occasionale «goffo e sbrigativo» tra due ragazzi poco più che adolescenti che le hanno tentate tutte pur di interrompere la gravidanza. E loro stessi, senza scrupolo alcuno, a metterlo a conoscenza di quello che è accaduto dal momento del suo concepimento: «Non credo fossero coscienti del mostro che cresce dentro quando ti raccontano, sorridendo, tutto quello che hanno fatto per non farti nascere. Sia chiaro non li biasimo per questo, anche se il silenzio sarebbe stata la scelta più amorevole. Conoscere i dettagli di tentativi reiterati di stroncarmi prima della venuta al mondo non ha aiutato», si legge. E le fasce di contenimento, sempre più strette per evitare lo scandalo, non furono efficaci per provocare l’asfissia dell’ospite indesiderato ma solo qualche segno quando, a metà degli anni Sessanta, fece il suo ingresso sulla scena: «Ero nato malconcio, con la testa un po’ deforme, stretta com’era dalle fasce di contenimento. Rimasi in ospedale, al San Giovanni, parecchi giorni prima di prendere una forma umana». Il quartiere romano della Garbatella, con le sue osterie frequentate da «uomini di mezza età consumati dall’alcol e giovani senza denti», è il teatro degli eventi di una famiglia che fa i conti con la povertà non soltanto materiale, ma soprattutto affettiva, e di bande di ragazzini che imparano a sopravvivere nei cortili tra una pallonata e l’altra. Il ritmo della memoria è incalzante e mette in sequenza le immagini di una realtà a tratti cruda, violenta, impietosa. Emme cresce con due figure genitoriali «sfocate» al punto che «per non venire spazzato via dalla potenza inerziale degli eventi», si aggrappa ai nonni e alle zie e più tardi, ai tempi degli studi universitari, si fa prendere dall’attivismo politico e culturale per non vedere «le strettoie della vita quotidiana». Consapevole che avrebbe dovuto farcela da solo, compie le sue scelte mentre i rapporti con la sua famiglia si allentano sempre di più. Sbiadiscono, si silenziano. Alla fine il protagonista trova la via d’uscita per non rimanere intrappolato tra rancore e propositi di vendetta: «Nel tempo ho cercato di allenarmi alla bellezza, senza peraltro prendere congedo da mondi ammaccati. Nel mezzo tra l’alto e il basso si coglie il punto di luce, quello che lascia senza fiato. O semplicemente solleva speranze». La storia personale di Emme incrocia in più punti la grande Storia: le Fosse Ardeatine, con il bisnonno Enrico Mancini tra le vittime della furia nazista; la contestazione studentesca della Pantera; l’omicidio di Vincenzo Paparelli in un derby Roma-Lazio e quello di Valerio Verbano.
Un noir sociale, un racconto di vita, con le sue storture e contraddizioni. «Raccontare una storia può servire a comunicare qualcosa, in maniera diretta e dirompente, a portare i lettori dentro la vita di altre persone stabilendo una connessione intima. E questa è una storia piccola, familiare – ci spiega Smeriglio, docente universitario che di recente, lo ricordiamo, ha lasciato la delegazione dem a Bruxelles – inserita dentro un contesto storico ampio che è quello italiano della fine del Novecento. Un contesto in bianco e nero, politicamente stabile, ordinato, e tuttavia non promettente per le classi subalterne in cui il protagonista della storia si muove. Una storia diversa da quella dei miei romanzi precedenti: qui c’è un viaggio introspettivo dell’io narrante che scava tra i suoi sentimenti più profondi e porta alla luce i segni che riporta sulla propria pelle. Le vicende collettive sono poste su un piano diverso, secondario, e assumono rilevanza nel momento in cui si intrecciano con quelle personali».
Un io narrante coraggioso, che trova le parole per riportare i disperati tentativi di abortire da parte della madre, quasi per prendere coscienza del suo arrivo indesiderato al mondo. Un figlio che misura la distanza affettiva abissale con un padre che non gli ha insegnato neanche a guidare o a fare il nodo della cravatta: «Anche se non la definisco un’autobiografia, è una storia densa di verità che mi riguarda da vicino, che prende spunto da alcune vicende familiari per poi dipanarsi in un contesto più ampio». Scrivere è un’urgenza e un atto “salvifico” per Smeriglio: «La mia vicenda personale si intreccia molto e in maniera confusa con quella dell’io narrante. Scrivere questa storia è stata una necessità, un urgenza per portare fuori da me la vicenda». Tuttavia, come un happy ending, «il destino non è un finale già scritto», dice Smeriglio, perché «la vita del protagonista trova una sua evoluzione anche attraverso il rapporto con la famiglia allargata, con i nonni e con gli amici, in un contesto popolare in cui anche il contesto affettivo è largo, è il quartiere che educa. Di fronte ad una tragedia iniziale ci sono degli strumenti, dei corrimano a cui poggiarsi per arrivare ad un risvolto positivo».
Emme non resta intrappolato nel gioco della fatalità. Riesce ad affrancarsi dalla sua condizione d’origine: «Ci sono varie accezioni della povertà nel racconto. Una povertà materiale piuttosto evidente, un dato abbastanza diffuso nel contesto sociale di provenienza. C’è una povertà affettiva e relazionale, una povertà di linguaggio che è ancora più grave. Nella famiglia di Emme – sottolinea ancora l’autore – i linguaggi sono scarnificati e i sentimenti non trovano le parole. Da questo status ci si emancipa con il tempo sviluppando meccanismi di consapevolezza e cercando di tenere a bada i demoni, cioè la rabbia, l’odio, il rancore, perché l’esito di contesti di questo tipo è inevitabilmente meccanismi di odio che sono prevalentemente auto-distruttivi. C’è una bella frase dello scrittore americano Don Winslow che dice ‘si diventa ciò che si odia’. Bisogna fare un grande lavoro per non diventare come i propri aguzzini, anche se aguzzini inconsapevoli o non del tutto consapevoli come i genitori dell’Io narrante. Ci si emancipa con un lavoro costante di centratura della propria soggettività».
In questo suo quinto romanzo, Massimiliano Smeriglio ribalta l’inquadratura sul sociale non rispettando la logica delle categorie prestabilite. Le fa saltare, esattamente come fa la vita. E compiendo un passo ulteriore fa in modo che il protagonista non possa essere etichettato come vittima, andando oltre una narrazione di persona in balia degli eventi. È un soggetto attivo che prende in mano le redini della propria vita: «Non è detto che le vite periferiche siano sempre condannate ad un esito scritto al momento della nascita o dal numero del codice di avviamento postale: si può determinare un’evoluzione dell’essere, della persona dentro un contesto sociale ricco dal punto di vista affettivo, culturale e delle relazioni. L’io narrante pronuncia la frase “si può essere branco senza diventare iene”, cioè si può sviluppare una forma di affettività diffusa nel gruppo degli amici o della famiglia allargata senza per questo degenerare in forme negative. Per Emme il rapporto con il gruppo dei pari, che perdura nel tempo, è stato fondamentale per trovare la forza e le risorse per venirne fuori senza sporcarsi. Per la presenza di questo elemento relativo alla dimensione educante, questo è considerato un romanzo di formazione».
Con la sua attività Smeriglio mette in connessione politica e letteratura, secondo il principio dei vasi comunicanti: «L’impegno politico è una forma suprema di connessione di diversi linguaggi e prospettive, e pertanto non può essere scisso da una dimensione culturale. La crisi dell’attuale sistema politico italiano è la conseguenza della scarsissima propensione alla curiosità, al mancato rapporto con gli intellettuali e con tutto ciò che si muove fuori dalla bolla politicista. Cerco di tenere aperti tutti i canali – ci dice – che vanno nella direzione della rigenerazione e della ricostruzione di una narrazione della società, che è culturale e poi diventa politica. La politica ridotta all’amministrazione, al politicismo, al posizionamento senza più ideologia o sistema valoriale su cui poggiare ha determinato il disastro della sinistra contemporanea».
Prendendo spunto dal titolo del libro, formula il suo giudizio sull’eredità lasciata dai padri della politica. «A differenza dei padri naturali, quelli della politica si possono scegliere – spiega – e quindi è più facile non sbagliare. Noi abbiamo alle spalle una generazione che ha costruito la nostra Repubblica, persone che hanno sofferto, fatto la lotta di liberazione, la Resistenza, che hanno dovuto fare scelte estreme». Tra i miei padri politici  di Smeriglio, c’è il mio bisnonno, Enrico Mancini, partigiano combattente di Giustizia e Libertà, torturato a via Tasso e alla pensione Oltremare dalla banda Koch e poi trucidato alle Fosse Ardeatine. «Altri padri e madri della politica per me – prosegue Smeriglio – sono Umberto Terracini, Piero Calamandrei, Antonio Gramsci, Rosa Luxemburg, Piero Gobetti. Il Novecento italiano è stato un periodo storico non solo tragico, ma anche straordinario per l’emancipazione collettiva, la crescita del movimento operaio, le grandi conquiste dallo Statuto dei Lavoratori, al divorzio, all’aborto, alla legge 180 sui manicomi. Tante cose che sono state fatte grazie all’impegno di milioni di persone che hanno reso in quel frangente, nei primi cinquant’anni della Repubblica, l’Italia un paese migliore». Il suo romanzo è, dunque, anche un contributo al dibattito politico e sociale del Paese. Chiediamo se quella di oggi è una sinistra che non riesce a essere un baluardo della giustizia sociale. Smeriglio è netto: «Veniamo da 11 anni di governi tecnici in cui con tutto il rispetto per grandi personalità tecnocratiche abbiamo fatto passare per persone di sinistra la Fornero, Monti e Draghi. Da uomo di sinistra non li riconosco come tali. Negli ultimi vent’anni la sinistra non ha avuto a cuore la vita e l’emancipazione degli ultimi, di chi vive di salario, di pensione, e ciò ha portato al trionfo prima del populismo e adesso della destra perché non veniamo più percepiti dal popolo come un interlocutore utile a migliorare le condizioni di vita delle persone. In questo senso – conclude lo scrittore e politico – la straordinaria storia del partito comunista italiano, del movimento femminista e dei movimenti sociali post 1968, sembra non essere particolarmente ascoltata dall’attuale classe dirigente della sinistra italiana. Se non si rimette al centro il conflitto tra le classi, come motore della storia, non ci sarà alcuna svolta».

 

Processare le ceneri di chi si brucia per delle idee

Nell’epoca dell’utile sgomento il venticinquenne statunitense Aaron Bushnell è stato talmente maleducato da darsi fuoco di fronte all’ambasciata israeliana a Washington. Un aviatore dell’esercito americano che decide di urlare contro un genocidio usando il suo suicidio è un tilt per la stampa mansueta. Nelle riprese video Bushnell urla di non voler “essere più complice del genocidio” e dichiara di prepararsi “a un gesto estremo che non è nulla rispetto a ciò che vivono le persone a Gaza nelle mani dei colonizzatori”. 

I giornalisti pensosi si saranno domandati: come si scrive una storia così? Non scriverla o spuntarla fino ad arrotondarla deve essere sembrata la scelta migliore e così Aaron Bushnell l’indomani sul New York Times si merita un titolo che brilla per ciò che non dice: “un uomo muore dopo essersi dato fuoco davanti all’ambasciata israeliana a Washington, dice la polizia”. Un record di decontestualizzazione che è il contrario degli insegnamenti di ogni corso di giornalismo. E pensare che lo stesso giornale il 17 marzo del 1965 scriveva di “un’anziana vedova in condizioni critiche qui oggi dopo essersi data fuoco all’angolo di una strada la scorsa notte per protestare contro la politica estera degli Stati Uniti”. Smussarsi per sopravvivere. 

Dopo averlo taciuto qualcuno deve avere pensato che Bushnell anche da morto meritava di essere screditato. Così – come osserva l’editorialista Belén Fernández – il Time riesce a inserire la parola Gaza nel titolo ma ricorda nell’articolo che la “politica del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti stabilisce che i membri del servizio in servizio attivo non dovrebbero impegnarsi in attività politiche di parte”. Sono tempi così, dove protestare contro un genocidio è una posizione “di parte”. “Forse le ceneri di Bushnell potranno essere processate in un tribunale militare”, scrive Fernández. O forse siamo ancora al dito e alla luna, ancora peggio del 1965. 

Buon martedì. 

Manganellate agli studenti. È violenza contro chi esercita un diritto costituzionale

I fatti avvenuti a Pisa e a Firenze lo scorso 23 febbraio sono solo l’ultimo degli episodi di manifestazioni pubbliche di cittadini aggrediti dalle forze di polizia.
Parlare chiaro è sempre bene ed è parlare chiaro affermare che a Pisa e a Firenze non c’è stato alcun esercizio legittimo dell’ordine pubblico da parte delle forze dell’ordine, inviate nelle piazze centrali non per vietare una “manifestazione non autorizzata”, non per disperdere i manifestanti secondo modalità espressamente previste dalla legge, non per contenere un corteo al fine di proteggere luoghi o palazzi delle città ritenuti sensibili.
L’illegittima violenta aggressione della polizia che si è accanita su ragazzi liceali di Pisa, tutti pacifici, tutti a volto scoperto, tutti disarmati, persino tutti a mani alzate per evitare l’aggressione, incastrati in un vicolo per impedire di raggiungere una piazza e qui manganellati, dimostra che la linea governativa nella gestione dell’ordine pubblico sta assumendo una piega che deve inquietare chiunque.

Parlare chiaro è rinfrescare la memoria a chi non ricorda o deliberatamente ignora che l’art. 17 della Costituzione sancisce il fondamentale diritto dei cittadini di riunirsi pacificamente e senz’armi: è un diritto costituzionale, che nessuna norma o atto o comportamento può violare. E per chi nemmeno conosce gli elementari del diritto costituzionale è bene sottolineare che l’art. 17 della Costituzione non richiede affatto che per riunirsi in luogo pubblico sia necessaria l’autorizzazione dell’autorità, semplicemente che se ne debba dare preavviso, specificando che il diritto può essere vietato solo se l‘autorità indichi motivi comprovati di sicurezza e di incolumità pubblica.

Per ricordare tutto questo è stato necessario il comunicato del Quirinale, fermo e determinato, perfettamente coerente con il ruolo di garante che la Costituzione assegna al presidente della Repubblica. Intervento necessario quello del presidente Mattarella, ma che dà anche il segnale di quale sia l’orientamento di fondo del governo di destra: l’evidente irritazione che ha provocato in alcuni componenti delle forze politiche che formano il governo, da FdI alla Lega a FI, dimostra che la difesa costituzionale dei diritti elementari deve essere costantemente vigile e attiva, da parte di tutti i cittadini.
La violenza delle forze di polizia usata a Pisa, e anche in altre città, contro cittadini indifesi non è – come si è sentito dire – esagerata, o frutto di errori o di “difficoltà operative”: esagerare significa farsi prendere la mano, superare i limiti di un (pur) legittimo esercizio derivante dall’autorità che si incarna; “errori” o asserite “difficoltà operative” sono concetti inammissibili, privi di logica spiegazione a fronte di quanto è accaduto.

La violenza illegittima esercitata dalla polizia viene da ordini precisi, che dal ministero dell’interno passano ai gradini territoriali inferiori. È un’offesa all’intelligenza dell’opinione pubblica invocare “la responsabilità individuale del fatto”, come ha fatto il ministro degli esteri Tajani e vice presidente del consiglio, per deviare sugli interrogativi che riguardano la responsabilità del ministro dell’interno Piantedosi. In un Paese civile democratico come l’Italia non sono contemplati gruppi di agenti – perfettamente abbigliati in assetto antisommossa – che aggrediscono e picchiano i manifestanti perché mossi da spontanea consapevolezza di esercitare l’ordine pubblico.
È stato detto che i regimi autoritari cominciano nelle strade. È così. Ed è bene averne consapevolezza, perché il rigore nella difesa dei diritti costituzionali significa, allora, che continuare a manifestare pacificamente il dissenso nelle strade costituisce il maggior pericolo per chi sta tentando di riportare le lancette indietro nel tempo o di creare un nuovo stile autoritario nella nostra Repubblica.

A proposito di responsabilità individuali e collettive, vale la pena ricordare che risalgono a 23 anni fa le diverse proposte di legge in Parlamento dirette ad adottare i codici identificativi su uniformi e caschi del personale delle forze di polizia impegnate in servizio di ordine pubblico. La prima, del 2001, a firma Pisapia e altri, è stata respinta il 31.5.2002. Le altre 4 – presentate a partire dal 2018, per ultima quella dell’ottobre 2022 a firma Cucchi e altri – giacciono nei cassetti delle Commissioni Affari costituzionali delle rispettive Camere a cui sono state assegnate. Per esse non è mai stato iniziato l’esame.
L’identificazione degli agenti di polizia che si occupano di ordine pubblico è già regola diffusa in ambito europeo: dopo l’invito del Consiglio d’Europa agli Stati membri nel settembre 2001 (sortito a seguito dei fatti del G8 di Genova) ad adottare provvedimenti per individuare con maggiore facilità le forze dell’ordine quando prestano servizio in manifestazioni pubbliche e dopo la risoluzione del Parlamento europeo del novembre 2012, Francia, Spagna e Germania hanno introdotto un sistema di identificazione. L’Italia è ferma “alla proposta”, vincolata da precise ragioni politiche a cui non è estranea la contrarietà delle organizzazioni sindacali di polizia.

Occorre la richiesta collettiva per ottenere che il Parlamento esprima una legge che finalmente allinei l’Italia – oltre che alla sua Costituzione, continuamente disapplicata – anche alle altre democrazie europee in tema di esercizio dell’ordine pubblico e tutela del libero diritto di riunione dei cittadini. La difesa dei diritti costituzionali si realizza anche in questo modo.
Visti i fatti e i comportamenti governativi di questi giorni, si può facilmente immaginare – nell’ipotetico panorama di un nuovo ordinamento costruito sulla proposta di “premierato” avanzata dalla destra – quale rilievo potrebbe avere l’intervento del presidente della Repubblica che oggi ricorda, in primis al ministro dell’interno, come i manganelli siano estranei alla autorevolezza delle Forze dell’ordine. Un presidente della Repubblica, spogliato in quel sistema di premierato del ruolo di garante, verrebbe ignorato, o rintuzzato allo scopo di metterlo sui suoi nuovi binari istituzionali.
Anche i fatti dello scorso 23 febbraio sono l’evidente segnale che il dissennato “premierato” promosso dalla destra avrebbe campo libero nell’usare la repressione dei diritti costituzionali, a cominciare dalla libera manifestazione del pensiero in ogni piazza e strada italiane.

L’autrice: L’avvocato Silvia Manderino è vice presidente del Coordinamento democrazia costituzionale

Qui l’intervento dell’avvocato Silvia Manderino al convegno di Firenze del 10 febbraio 2023 

Qui il video Integrale dell’evento Premierato e autonomia differenziata le ragioni del no

 

Steccato di Cutro un anno dopo. E la filoxenia

Un anno fa, il 26 febbraio del 2023, sulla spiaggia di Steccato di Cutro morivano almeno 94 persone. 35 erano bambini. Numeri certi, anche un anno dopo, non ce ne sono. Una ventina di dispersi sono stati inghiottiti dal mare. I corpi sono stati sputati sulla spiaggia per giorni, quattro o cinque al giorno. 

Un anno fa la prima reazione di questo governo a una tragedia che ha insozzato i salotti degli italiani – quindi inevitabile – consisteva nell’accusare i morti di essere partiti per morire. Poi la presidente del Consiglio Giorgia Meloni con tutti i membri del suo governo è andata in gita a Cutro per inscenare un Consiglio dei ministri in favore di stampa. Sono stati accolti da peluche buttati sulle auto delle scorte come maledizione per quei cadaveri bambini. Hanno licenziato un decreto mortifero a cui hanno dato il nome del lutto, come ferali influencer della politica. La presidente del Consiglio non ha visitato le salme e i famigliari per i “troppi impegni”. Poi abbiamo saputo che quella sera c’era un importante karaoke per il compleanno di Matteo Salvini dove stonare ridanciani la canzone su una migrante annegata di Fabrizio De André. 

Ai familiari dei sopravvissuti Meloni aveva promesso canali umanitari e lo status di rifugiati. Promessa mai mantenuta. Il “decreto Cutro” non ha rispettato i morti e ha aumentato il sabotaggio nei confronti dei vivi. 

In piazza del Popolo a Cutro c’è una scultura dell’artista Antonio Tropiano. È una mano che esce dall’onda e tiene il lembo di un’imbarcazione. Si chiama Symbolon che deriva dal verbo “symballo” che significa “unire”, ma anche soccorrere, aiutare. Filoxenia, ossia l’amore per lo straniero: è con questo termine che si definiva il valore sacro dell’ospitalità, quel principio etico fondamentale della cultura greca che distingueva l’uomo giusto dall’iniquo.

Buon lunedì. 

Milano, migliaia di persone contro la repressione

foto della manifestazione di Milano di Nicola Brescacin

Da piazzale Loreto a piazza Cairoli: a Milano, nel ventesimo sabato dall’inizio dei bombardamenti israeliani su Gaza, la manifestazione nazionale lanciata dai giovani palestinesi, per chiedere l’immediato cessate il fuoco in Palestina. Più di cinquantamila persone, secondo i promotori, quindicimila per la Questura, in un gioco di numeri che che sembra voglia banalizzare la potenza e la necessità di un appuntamento di questo tipo.

Quella che si è data ieri non è stato altro che una risposta forte e pacifica ai manganelli di Pisa e Firenze contro studenti inermi, un fiume in piena che ha sfilato per circa quattro ore, tra le realtà aderenti associazioni, sindacati di base e realtà antagoniste: che la risposta sarebbe stata reattiva lo si poteva immaginare già contando le adesioni e i pullman arrivati in città, circa settanta.

Ad aprire il corteo le comunità e le associazioni palestinesi, poi – scelta insolita – le sigle sindacali, a seguire le realtà studentesche e i centri sociali, tante le reti solidali che hanno voluto essere al fianco di chi la diaspora la subisce da generazioni. Una miriade di “anime”, anche molto diverse tra loro, che ha come sentire comune quello di rompere la narrazione a senso unico che capeggia nel dibattito pubblico e politico nazionale.

«Con la resistenza palestinese, blocchiamo le guerre coloniali e imperialiste», recitava lo striscione d’apertura scritto in italiano e arabo, interdetto invece il centro storico e negato l’arrivo in piazza Duomo. Ovunque bandiere della Palestina, «un sasso qui, un sasso là, intifada pure qua», è uno degli slogan che va per la maggiore, tra i cartelli esposti, anche alcune sagome  rappresentate come “insanguinate” di politici, tra cui la premier Giorgia Melon, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e i ministri Guido Crosetto e Giuseppe Valditara.

foto di Nicola Brescacin

Immagini forti, provocatorie, per invitare a riflettere sul fatto che è stato proprio il ministro dell’Istruzione sul piano culturale a indossare culturalmente il pugno di ferro del governo contro la causa palestinese, partendo direttamente dalle scuole e dall’attivismo giovanile. Già all’indomani del 7 ottobre con una decisione senza precedenti Valditara aveva disposto l’invio di ispettori in due istituti scolastici meneghini – l’Educandato statale Setti Carraro e il liceo Manzoni -, auspicando addirittura l’arresto degli studenti che manifestavano il loro sostegno alle azioni intraprese dalle sigle della resistenza palestinese, giustificandola come lotta contro l’«antisemitismo». Un pugno di ferro usato poi fattivamente dalle forze dell’ordine a Pisa, come Firenze e Catania.
Milano ha risposto anche a questo, attraverso la voce dello spezzone studentesco, che ha rivendicato le decine di occupazioni che ci sono state nelle università italiane e che sollecita per l’ennesima volta la rottura dei tanti accordi che gli Atenei hanno con aziende israeliane coinvolte in questa guerra.

Associare quello che sta succedendo a Gaza e in tutta la Palestina al termine genocidio non è più un tabù, e non solo perché è stato detto sul palco di Sanremo, ma anche e soprattutto grazie alle tante mobilitazioni che hanno costellato la Penisola e il mondo intero in questi mesi.
Difficile negare che le responsabilità del governo italiano siano sempre più evidenti: dall’aumento delle spese militari fino alla leadership della missione militare europea nel Mar Rosso, il governo Meloni sta indirizzando il suo operato proprio nell’ottica di una continua escalation militare.

A parte, quindi, poche azioni estemporanee,  il corteo si è svolto in modo tranquillo. Rimane però la gravità della sua espulsione dal centro, della sua sotto rapresentazione dai grandi media, della rimozione delle sue ragioni da parte della cultura accademica. Questa estromissione, questo divieto di accedere al centro della vita pubblica, reale e figurato, è qualcosa che colpisce non solo un corteo. La reazione davanti alle piazze che denunciano ciò che succede in Palestina è qualcosa che mostra come interi pezzi della società italiana siano silenziati e censurati. I continui inviti a “fermare il genocidio” sono stati il leitmotiv della giornata, “oggi Milano è di nuovo palestinese”, è stato detto dal camion in apertura, spiegando di essere scesi in piazza per “esistere e resistere”.

Il corteo si è concluso in Largo Cairoli, dove il monumento dedicato a Giuseppe Garibaldi è stato spontaneamente “invaso” da decine di persone che sventolavano la bandiera palestinese. A vederla, è stata una risposta forse più d’impatto alle vergognose manganellate del giorno prima a Pisa e Firenze, la rivendicazione più immediata di un legittimo diritto a manifestare il crescente dissenso contro le politiche genocide di Benjamin Netanyahu, che il giorno prima è stato brutalmente negato.

 

Foto della manifestazione di Milano di Nicola Brescacin

Ritorno a Kyjv

Sono le cinque di una mattina di novembre. Il mio autobus raggiunge il suo approdo, la stazione di Kyjv, nel profondo della notte. Qualcuno mi accoglie e mi accompagna a un albergo, a pochi passi nel centro di una città che dovrei conoscere bene. Sono passati più di trent’anni da quando, nel 1990, vi avevo messo piede per la prima volta. Ci sono tornato spesso nel corso degli anni, ma questa volta è diverso. Non avrei mai immaginato che quella città sarebbe diventata l’epicentro di una guerra che si combatte accanitamente ormai da due anni.

Per motivi di sicurezza la camera dell’albergo dove vengo alloggiato è senza finestre, ma dal momento che è notte e che non ho quasi chiuso occhio durante il lungo viaggio (l’autobus partito da Varsavia ci ha messo dodici ore), quasi non me ne accorgo. Al risveglio mi rendo conto di trovarmi in una specie di accogliente bunker. La poliziotta a cui avevo presentato il mio passaporto nel cuore della notte, dopo aver verificato la corrispondenza tra la foto e la mia faccia assonnata, mi aveva rivolto un sorriso eloquente e un po’ sorpreso, come a dire: “ma come ti viene in mente di venire qui?”. E in effetti al risveglio nella stanza buia me lo chiedo anche io. Qualcuno bussa e lascia sul tavolo un vassoio con la colazione. Per fortuna da qualche giorno l’allarme antiaereo tace e la situazione sembra relativamente tranquilla, ma comunque, mentre lascio la chiave della mia stanza, una donna alla reception mi mostra la porta del rifugio antiaereo. Comincia così la mia prima giornata di questo breve soggiorno, per fortuna senza particolari incidenti, nella capitale di un paese in guerra.Mi aspettano a un rinomato ristorante al centro a pochi passi dal celebre Majdan e non molto lontano dal mio albergo. Così ho l’occasione di passeggiare per i viali del centro verso quello che è il cuore della città e di tutto il paese. Nell’aria si avverte una strana atmosfera. A pochi metri dal portone dell’albergo si vede ciò che rimane di un edificio colpito l’anno scorso da un missile: una parete e una porta, che appare proprio come una scenografia teatrale, a cui però manca il pavimento (tuttavia è ancora possibile immaginare una scena di vita quotidiana che si è svolta lì fino a pochi istanti prima dell’esplosione). Ciò malgrado le strade sono piene di gente di tutte le età.

Si incontrano anche uomini in mimetica, ma non così come ci si aspetterebbe dalla capitale di un Paese in guerra. La metropolitana, che funziona anche da rifugio antiaereo, è aperta. Anche gli edifici “istituzionali”, i ministeri, il Parlamento (la “Verhovna Rada”), non appaiono danneggiati. Se non fosse per i cartelloni che incoraggiano gli abitanti di Kyjiv ad arruolarsi e che tappezzano i viali della città, sembra quasi che la guerra non ci sia. Evidentemente salvaguardare il centro nevralgico dello Stato è stata una priorità del governo ucraino. Kharkiv, la seconda città ucraina, che si trova a soli quaranta chilometri dal confine con la Federazione Russa, invece è diventata una città spettrale – così almeno mi raccontano amici che provengono da lì e che sono dovuti andare via – con i palazzi del centro ridotti in macerie. Qui invece sono state installate le migliori difese antiaeree di cui l’Ucraina dispone e solo per questo motivo la vita prosegue nei binari di una apparente normalità.

La differenza che noto rispetto ai miei precedenti soggiorni nella capitale ucraina è la prevalenza della lingua ucraina su quella russa. Per le strade si sente parlare ucraino molto più frequentemente. Le ragioni sono ovvie ma vale la pena spendere qualche parola per inquadrare meglio la problematica. Quando per la prima volta misi piede a Kyjiv, che allora era solo una città dell’Unione Sovietica (capitale di una Repubblica Sovietica, paragonabile al capoluogo di una regione autonoma), il russo era la lingua prevalente; parlava ucraino chi proveniva dalle regioni dell’Ucraina occidentale e dalle campagne dell’Ucraina centro-orientale. In ogni caso si può dire che la quasi totalità degli abitanti dell’Ucraina sovietica comprendevano il russo. In sostanza in Ucraina hanno sempre coesistito diverse lingue, tra cui il russo e l’ucraino (in passato anche l’iddish e il polacco). Nella vita quotidiana degli abitanti di queste regioni la lingua non ha mai costituito un problema. Mi è capitato spesso di assistere a dialoghi tra persone che parlavano due lingue diverse (il russo e l’ucraino) e che si comprendevano senza alcun problema, dal momento che almeno uno dei due interlocutori comprendeva anche l’altra lingua. Ma una delle conseguenze dell’aggressione da parte della Federazione Russa del 24 febbraio del 2022 è stata la fine della “pacifica coesistenza” tra il russo e l’ucraino.

Tra l’altro a soffrire le peggiori conseguenze dell’invasione sono state proprio le regioni in prevalenza russofone dell’Ucraina orientale, ridotte in macerie dai continui bombardamenti. In ogni caso è fin troppo chiaro che non sono motivi linguistici alla base della decisione di invadere l’Ucraina. Tra l’altro, passeggiando per i viali di Kyjiv, sento parlare anche il russo (seppure meno frequentemente di qualche anno fa), specialmente da anziani (e la cosa non provoca alcuno scandalo o sensazione); invece i giovani a Kyjiv studiano e parlano quasi tutti un discreto inglese. Infatti quando arrivo all’appuntamento i ragazzi e le ragazze dell’organizzazione che ha invitato me, insieme a una piccola delegazione internazionale, mi dà il benvenuto in inglese. Nella piccola comunità internazionale di “hipster” della quale faccio parte si opta per questa “lingua franca”, che ormai bene o male tutti masticano, me compreso. Sono l’unico del gruppetto che conosce anche alcune misteriose, esotiche e inutili lingue slave (russo, ucraino e polacco), forse una gradita sorpresa per il comitato organizzatore, ma più che altro una bizzarria.
Ci hanno preparato un programma nutrito di visite e incontri con artisti e, più in generale, con altri giovani “hipster” locali. In questi incontri con la comunità locale dei “creativi” nessuno parla volentieri della guerra. Si cerca, nei limiti del possibile, di dimenticarla.

Ma la presenza della guerra si percepisce, insieme a un certo pudore nel mettere a nudo le cicatrici che sta lasciando nell’interiorità e nella memoria di tutte le persone, giovani e vecchi, uomini e donne, l’infausta data del giovedì 24 febbraio 2022. Un singolo giorno nel quale tutto è cambiato per tutti. Non è la prima volta che accade una cosa del genere.  Era già successo, ad esempio, il sabato del 18 luglio del 1936, il giorno in cui un esercito golpista tentò di rovesciare il governo repubblicano in Spagna e che segnò l’inizio della Guerra civile spagnola (molte sono le analogie con quel fatto storico: come allora, i vertici militari che avevano pianificato l’azione inizialmente contavano su un rapido esito positivo).

Oppure pensiamo a tre anni dopo, il venerdì 1 settembre del 1939 con l’invasione della Polonia da parte delle truppe della Germania nazista e, due anni più tardi, la domenica del 22 giugno del 1941, quando ebbe inizio l’invasione dell’Unione Sovietica (come allora, anche in questo caso l’errore di avere lanciato le truppe su troppi obiettivi strategici nello stesso tempo determinò il mancato raggiungimento dello scopo principale: l’annientamento dello stato invaso da parte dell’esercito invasore). In un solo giorno, quel fatale giovedì, l’orizzonte esistenziale di milioni di persone, costrette ad accettare la possibilità concreta di perdere i propri cari o di finire sepolti vivi sotto le macerie della propria abitazione, è cambiato in modo radicale.

Da quel giorno siano passati ormai due anni, ma le persone con cui entriamo in contatto e con cui riusciamo a parlare, quando ci raccontano di quell’esperienza, tradiscono, anche senza volerlo, il trauma e la paura vissuti in quei giorni. Nel corso dei mesi successivi, col passare del tempo, la guerra si è trasformata in un dato di fatto, un elemento del paesaggio, come una catena montuosa, o meglio, come un fiume, che continua a colpire, strappare e trascinare via vite umane con la sua forza cieca e inarrestabile. Ma per noi che veniamo da paesi Ue questa non è la nostra “normalità” e dobbiamo fare una certa fatica ad ambientarci.

Durante il nostro breve soggiorno la città è stata risparmiata dai bombardamenti, ma col passare dei giorni ci rendiamo conto che la guerra è ovunque. Ce la ricordano le foto in memoria dei soldati morti al fronte sui muri, i traumi legati a ricordi vissuti direttamente dalle persone, che dalle regioni più colpite sono approdati nella capitale, dove le difese antiaeree garantiscono bene o male la possibilità di condurre una vita quasi “normale”. La tecnologia e gli aiuti dei paesi “occidentali” sono stati e continuano ad essere vitali per garantire questa fragile “normalità”. Comunque la si pensi, non si può negare che è grazie ai sistemi di difesa anti-missile Patriot se i palazzi del potere della capitale dell’Ucraina sono ancora in piedi e se i danni alle infrastrutture della città sono limitati. Inutile pensare che il Paese aggressore, dotato di un arsenale infinitamente più grande del Paese aggredito, a un tratto, di sua spontanea volontà, cesserà le operazioni militari senza avere raggiunto il suo obiettivo (l’annientamento del “nemico”).

I recentissimi sviluppi,  ma anche il massiccio bombardamento delle maggiori città dell’Ucraina, tra cui la capitale, del 29 dicembre 2023 (si stima siano stati lanciati 110 missili in una sola notte) ne sono una triste dimostrazione. Dopo 24 mesi di conflitto bellico, la legittimità della guerra rappresenta una pura (e inutile) astrazione. Mi sono chiesto e ho domandato ai miei interlocutori locali se questa guerra sia l’ultima del secolo appena trascorso oppure la prima del nuovo secolo. Ma mi sono subito reso conto quanto fosse ridicola una distinzione di questo genere. Anche le bombe e i missili del secolo scorso uccidevano, allo stesso identico modo di quelli del nuovo secolo (in effetti, anche se una buona parte dell’armamento dell’esercito invasore è obsoleto, ha svolto e continua a svolgere il suo compito egregiamente).

La guerra non è un esercizio filosofico, ma possiede una sua agghiacciante logica. E questa, che probabilmente verrà ricordata come “la guerra dei droni”, giocattoli che si possono acquistare liberamente anche in ogni autogrill e che, opportunamente modificati, possono anche distruggere un carro armato, somiglia vagamente a un letale videogioco, ma non si differenzia in modo sostanziale dalle altre.
Durante il nostro soggiorno ci portano a visitare Irpin’, una paese a nord-ovest della capitale a soli otto chilometri di distanza. Lì nel mese di marzo del 2022 si è svolta una importante battaglia. L’esercito della Federazione Russa l’aveva occupata e saccheggiata (la spoliazione di negozi e appartamenti era una pratica diffusa e praticata senza alcun freno da parte delle truppe di occupazione nei primi mesi della guerra), ma dopo poche settimane gli ucraini sono riusciti a liberarla. Si stima che durante l’evacuazione della città, che conta poco più di 60mila abitanti, siano caduti 200 civili (le operazioni erano complicate anche dall’interruzione di strade e ponti per fermare l’esercito invasore). Questo è il punto più vicino alla capitale dove sono arrivati gli invasori, a soli dieci minuti dalla sua periferia.
C’ero capitato molti anni fa, nei primi anni Novanta, poco dopo la proclamazione dell’indipendenza dell’Ucraina (1991), Era una cittadina circondata da un bosco, bagnata da un fiume da cui prende il nome e nota per la sua aria più salubre rispetto a quella della capitale. Collegata da un trenino elettrico, era abitata perlopiù da pendolari. Prendevo anche io quel trenino elettrico per andare a Kyjiv e ricordo le facce tristi dei viaggiatori infagottati (all’epoca in autunno faceva molto più freddo), i mendicanti e gli strilloni che passavano in continuazione. L’Ucraina era un paese da inventare, nel quale ci si arrangiava. I negozi si erano riempiti ma la merce era decisamente troppo cara per lo stipendio di un insegnante o di un qualsiasi impiegato e l’inflazione si divorava i risparmi.
La situazione nel corso degli anni Novanta è gradualmente migliorata, ma quando sono arrivato a Irpin’ avevo ancora in mente i lontani ricordi di quegli anni difficili. In città sono ancora evidenti i segni della battaglia, le macerie annerite dagli incendi e le tracce delle esplosioni sull’asfalto. Ma si vedono anche i segni della rinascita: i cantieri della ricostruzione, i bambini che giocano nel parco pubblico. Il panorama che mi offre oggi la città, malgrado tutto quello che è successo, è sicuramente molto più vivace e allegro di trenta anni fa. Già prima della guerra la città, avendo accolto molti abitanti della capitale in cerca di pace e di aria pulita, si era rinnovata e ingrandita. Anche per questo oggi la ricostruzione procede piuttosto speditamente. Ma se nel 2022 l’esercito invasore avesse superato questa città e avesse puntato sulla capitale, a soli otto chilometri da qui, senza incontrare ostacoli, forse lo scenario oggi sarebbe completamente diverso. Probabilmente sia questa sia la capitale si sarebbe trasformata in una città-fantasma, al pari di quelle “conquistate” dall’esercito invasore, trasformate in un deserto di macerie.

L’assurdità di questa guerra oggi risiede proprio in questo: le risorse spese dai due eserciti hanno raggiunto cifre colossali, tali da non essere più comparabile con il valore delle risorse dei territori contesi. I vertici politici e militari, nel pianificare la cosiddetta “operazione militare speciale”, di certo avranno soppesato costi e benefici di tale impresa e con ogni probabilità avranno ritenuto che il guadagno sarebbe stato maggiore rispetto alle eventuali perdite. Ma già dopo il primo anno di guerra questo calcolo si è rivelato completamente errato. Le risorse economiche bruciate da parte degli invasori sono state di proporzioni talmente colossali, che nemmeno una vittoria militare, nella realtà per nulla semplice o scontata, avrebbe potuto ripagarle ed il prolungato conflitto bellico ha completamente distrutto ogni risorsa nei territori contesi. Si combatte accanitamente da mesi per città già rase al suolo. Ma a questo punto è entrata in gioco una logica che non è economica, ma puramente militare. Non importa il costo, ma la vittoria a ogni costo.

E tutto ciò mi porta a una amara conclusione: finché le circostanze giocheranno a favore del Paese invasore, si andrà avanti. L’arsenale della Federazione Russa non comprende solo una pressoché illimitata disponibilità di armamenti (di sicuro molto superiore a quelle di cui può disporre l’Ucraina), ma anche un grande apparato industriale interamente dedicato alla produzione militare, un sistema educativo nel quale ai bambini fin dall’asilo vengono inculcati i valori dell’eroismo militarista e la retorica della necessità del sacrificio della vita per la patria. A ciò si aggiunga l’impegno del Patriarcato di Mosca, schierato senza alcuna remora a servizio dell’esercito invasore e della retorica militarista del Cremlino, che promette un posto in paradiso ai soldati morti in battaglia e i mass-media, sotto il saldo controllo dei vertici al potere, nei quali è imperante la narrazione della guerra giusta, necessaria e necessariamente vittoriosa. Questo apparato, così coeso e compatto, può contare su cospicue risorse economiche che derivano dai proventi delle vendite delle risorse naturali, principalmente gas e petrolio.
Dal mio faticoso ritorno in Italia (un treno notturno fino al confine polacco, due treni in Polonia e un aereo) sono passati poco più di due mesi. Anche se la sua presenza su giornali e televisioni da mesi è “oscurata” da altri conflitti bellici, la guerra in Ucraina continua. Da qualche mese abbiamo festeggiato l’arrivo dell’anno nuovo. Anche lì da loro, malgrado le sirene dell’allarme antiaereo fossero risuonate nei giorni appena precedenti, mentre alla televisione passavano le immagini dei pompieri che scavano tra le macerie per soccorrere le vittime del più intenso bombardamento missilistico dall’inizio dell’invasione, la gente ha cercato di strappare qualche ora di svago, augurandosi un anno migliore di quello appena finito. Ma la pace è ancora una chimera. Per ora di certo sappiamo solo che questa, come tutte le altre guerre che l’hanno preceduta, un giorno finirà.

Questo testo è l’introduzione al libro di Left “Ucraina senza tregua” curato da Lorenzo Pompeo con contributi di Domenico Gallo, Pier Giorgio Ardeni, Mao Valpiana, Pino Ippolito Arminio, Gregorio Piccin, Andrea Ventura, Manuela Petrucci, Jean Leonard Touadi e molti altri

Qui per chi volesse acquistare il libro Ucraina senza tregua

In apertura:Di Mvs.gov.ua, CC BY 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=116835972

Istruzione, merito e manganellate

studenti manganellati e Pisa, frame video

Sembra di essere tornati ai bruttissimi tempi del G8 di Genova. A farne le spese i liceali di Pisa, anche quindicenni, disarmati e pacifisti, rimasti sotto choc per la carica della polizia che hanno subito. Sono sotto choc sia i ragazzi che hanno subìto le violenze, sia gli altri che vi hanno assistito. Altro che Assassin’s Creed ragazzi! I millenials hanno visto le cariche dei celerini solo in qualche film. La polizia violenta non è polizia, è repressione. Non sono forze dell’ordine, sono l’ordine delle forze. Dal governo al manganello il passo è diventato breve, brevissimo.
Le immagini, sotto gli occhi di tutti, rimarranno una pagina buia nella storia della città: quei ragazzini e quelle ragazzine che manifestano davanti al Liceo artistico Russoli, in via San Frediano a Pisa, manganellati a casaccio, spintonati a terra e di nuovo picchiati. Altri fatti sdraiare a terra a pancia sotto con le mani dietro la schiena.
Certo, purtroppo è già successo altre volte, troppe: l’anno scorso alla Sapienza il 17 giugno 2023 quando gli studenti protestarono contro il convegno di Fratelli d’Italia e furono violentemente manganellati; a Palermo il 23 maggio 2023 per il corteo alternativo (e autorizzato) in onore del giudice Giovanni Falcone assassinato dalla mafia; a Torino due volte questo inverno all’Università: la seconda, il 6 dicembre scorso, venne colpita anche una costituzionalista, la docente Alessandra Algostino in strada insieme ai suoi studenti. “Cariche a freddo, a presidio concluso” è stato il commento di chi c’era. L’ultima, solo pochi giorni fa, i manifestanti che sostenevano lo “stop al genocidio” del rapper Ghali, picchiati davanti alla Rai di Napoli. E ora Pisa.
Colpisce stavolta la strategia mirata della polizia: chiude con una camionetta l’uscita della strada e dall’altra parte, ad aspettare i giovani, forze dell’ordine in tenuta antisommossa. Una trappola che ricorda gli anni Settanta.

E’ inutile battersi il petto per Navalny, celebrarlo come “eroe del dissenso”, per poi fare tutto questo in casa nostra. Ma non era la nostra… “Patria” e quei giovani i figli della nostra patria?
Una vergogna nazionale su cui non si comprende come possa non dare immediate dimissioni il ministro dell’Interno Piantedosi, non intervenga il ministro dell’Istruzione e del Merito Valditara, di solito loquace, e la presidente Meloni. Anche una parola del Capo dello Stato Mattarella non stonerebbe affatto. A Pisa lo scorso venerdì sera non si è andati a spasso o a cena fuori: nella piazza davanti alla Prefettura e in Piazza XX Settembre si sono radunati due cortei di cittadine e cittadini. Hanno tutti volti serissimi.

La lettera dei docenti del Liceo Russoli, Giornata di inaudita violenza davanti all’istituto scolastico :
Pisa, 23 febbraio 2024

“Siamo docenti del Liceo artistico Russoli di Pisa e oggi siamo rimasti sconcertati da quanto accaduto in via San Frediano, di fronte alla nostra scuola”. Così la lettera dei docenti del Liceo Russoli di Pisa, davanti al quale sono accaduti scontri violentissimi. “Studenti per lo più minorenni sono stati manganellati senza motivo perché il corteo che chiedeva il cessate il fuoco in Palestina, assolutamente pacifico, chissà mai perché, non avrebbe dovuto sfilare in piazza Cavalieri. Gli agenti in assetto antisommossa avevano chiuso la strada e attendevano i ragazzi con scudi e manganelli, mentre dalla parte opposta le forze dell’ordine chiudevano la via all’altezza di piazza Dante. In via Tavoleria un’altra squadra con scudi e manganelli”.
“Proprio di fronte all’ingresso del nostro liceo – proseguono i docenti – hanno fatto partire dapprima una carica e poi altre due contro quei giovani con le mani alzate. Non sappiamo se se siano volate parole forti, anche fuori luogo, d’indignazione e sdegno, fatto sta che, senza neanche trattare con gli studenti o provare a dialogare, abbiamo assistito a scene di inaudita violenza. Ci siamo trovati ragazze e ragazzi delle nostre classi tremanti, scioccate, chi con un dito rotto, chi con un dolore alla spalla o alla schiena per manganellate gentilmente ricevute, mentre una quantità incredibile di volanti sfrecciava in via Tavoleria”.
“Come educatori siamo allibiti di fronte a quanto successo oggi -si continua nel documento- Riteniamo che qualcuno debba rispondere dello stato di inaudita e ingiustificabile violenza cui sono stati sottoposti cento/duecento studenti scesi in piazza pacificamente: perché si è deciso di chiuderli in un imbuto per poi riempirli di botte? Chi ha deciso questo schieramento di forze, che neanche per iniziative di maggior partecipazione e tensione hanno attraversato la nostra città? Oggi è stata una giornata vergognosa per chi ha gestito l’ordine pubblico in città e qualcuno ne deve rispondere”.

L’autrice: Rossella Guadagnini, giornalista e blogger, scrive e ha scritto per diverse testate: Adnkronos, la Repubblica, MicroMega, il manifesto.

Emilia Romagna, cittadini contro l’autonomia differenziata: “Bonaccini ritiri la richiesta”

Il dibattito politico sull’autonomia regionale differenziata, cioè il Ddl Calderoli “spacca Italia” della maggioranza Meloni – Salvini – Taiani, sembra in questi giorni essersi silenziato. Non è un bene. Tra alcune settimane, infatti, prima delle europee, lo “spacca Italia”, dopo esserlo stato in Senato, sarà adottato anche alla Camera e diventerà legge.
Da quel momento, in virtù del fatto che hanno già avanzato richiesta di Autonomia regionale differenziata nel 2018/2019, Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna godranno di un iter privilegiato che potrebbe vederle acquisire l’autonomia legislativa in molte materie già nel corso del 2024.
È ciò che il senatore Calderoli ha già predetto, ed i presidenti di Veneto e Lombardia, Zaia e Fontana, non si faranno sfuggire.

È ciò che sarà possibile da subito, nelle materie non vincolate ai Lep, (rapporti internazionali e con l’Unione europea delle Regioni – commercio con l’estero – professioni – protezione civile – previdenza complementare e integrativa – coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario – casse di risparmio, casse rurali, aziende di credito a carattere regionale – enti di credito fondiario e agrario a carattere regionale e l’organizzazione della giustizia di pace).
Non sono insignificanti solo perché meno proposte in maniera critica all’opinione pubblica come la scuola, la sanità, l’ambiente e l’energia.
E sono anche tutte ad alto tasso di ulteriore privatizzazione e finanziarizzazione, basti pensare alla previdenza complementare e integrativa e alle banche, di “esternalizzazione” ed appalto di servizi pubblici, basti pensare alla protezione civile, così come di deleteria competizione tra regioni, basti pensare al commercio estero e ai rapporti internazionali.
C’è di più: anche singole funzioni di governo delle materie vincolate ai Livelli essenziali delle prestazioni, ora assolte da organi centrali dello Stato sulla base di leggi adottate dal Parlamento, ma che per loro natura non necessitino di Lep, potranno essere da subito devolute.

Anche la Sanità potrà essere devoluta.
Infatti, a differenza dei Lep delle altre materie, i Lea sono già previsti e già “tariffati” dal primo gennaio 2024 dalla normativa in essere, ed il finanziamento è costituito dal Fondo sanitario nazionale già definito dalla legge di Bilancio 2024.
Vari politologi e costituzionalisti del Sud segnalano, e paventano, addirittura la possibilità che le regioni del Nord, a partire da Veneto, Lombardia e d Emilia-Romagna, giungano ad accordi tra loro, possibili sulla base della normativa vigente, e costituiscano una indipendente regione del nord, almeno nelle materie sulle quali si accordano.
In Campania ed in Puglia l’opposizione a questi scenari è assurta a tale consistenza che è stata organizzata una manifestazione a Roma il 16 febbraio scorso, si è già ipotizzato il ricorso a referendum abrogativi e si preannuncia ricorso alla Corte costituzionale contro l’adozione di eventuali intese da parte delle regioni del Nord.
In tale quadro politico, fosco per gli interessi popolari e l’unità del Paese, Pd, M5s e Si Verdi sembrano non rendersi conto che “chiudere la stalla quando i buoi sono usciti”, cioè, votare contro alla Camera quando il Ddl Calderoli sarà presentato, senza aver prima mobilitato l’opinione pubblica, le regioni e le autonomie locali è da sprovveduti, quando non da correi.

Non si spiega altrimenti l’assenza di una organica ed organizzata politica di opposizione, basata sulla mobilitazione dell’opinione pubblica, delle amministrazioni regionali di Emilia-Romagna e Toscana, che ancora non si sono pronunciate con atti politici concreti a differenza di Campania e Puglia, e dei Comuni metropolitani e no, che ancora non hanno previsto efficaci iniziative di contrasto politico istituzionale, e delle opposizioni nelle regioni governate dal centro destra sia al Nord che al Centro.
In Emilia-Romagna, ad esempio, è indispensabile che la maggioranza si esprima per il ritiro in tempi utili, cioè prima che il Ddl Calderoli sia approvato anche dalla Camera dei deputati, della richiesta di autonomia avanzata nel 2018 dalla Regione, che la mette nella condizione di poter godere degli stessi privilegi di Veneto e Lombardia da subito, di essere parte, quindi, del progetto leghista e della destra per la “secessione dei ricchi”.
Come hanno già richiesto oltre 6mila elettori emiliano romagnoli con una specifica Legge di iniziativa popolare regionale.
Il messaggio sarebbe chiaro: il centro destra non si azzardi a spaccare l’Italia ed a gestire le prime devoluzioni a Lombardia e Veneto.
L’Emilia-Romagna si tira indietro e si opporrà con Campania e Puglia anche sul piano del diritto costituzionale.
È indispensabile, sia per motivi di coerenza con quanto votato in Senato, quindi di dignità politica, sia per tutelare la governabilità dei Comuni, i diritti e le remunerazioni del lavoro contro la reintroduzione delle gabbie salariali, e l’unità del Paese.
Per questo la presa di posizione deve essere corale ed immediata.
Consigli comunali, sindacati confederali e autonomi, ed Associazionismo democratico, ad iniziare da Anpi, sarebbe opportuno invitino esse stesse l’Assemblea regionale a ritirare la richiesta di autonomia differenziata, ad organizzarsi per adire alle vie costituzionalmente previste, referendum e ricorsi alla Corte costituzionale, ed a mobilitare a tal fine l’opinione pubblica.

L’autore: Gianluigi Trianni fa parte di Medicina Democratica e dei Comitati NoAD

Nella foto: frame del video di tele Romagna sulla consegna delle 6mila firme della Lip Emilia Romagna

Il 24 febbraio a Milano convegno nazionale, con Marina Boscaino, Gianfranco Viesti, Alessandra Algostino e molti altri,  L’autonomia differenziata fa male anche al nord.