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Le politiche green non finiscano sotto le ruote dei trattori

Trattori provenienti da varie Regioni hanno fatto ritorno a Roma con i loro veicoli agricoli per partecipare alla manifestazione organizzata dal Cra Agricoltori Traditi. Rispetto al clamore, la manifestazione è stata un flop. Dodici mezzi agricoli hanno attraversato la città, dando vita a un corteo che si è snodato fino al Circo Massimo, mentre circa un migliaio di persone si sono riunite nell’area del Centro storico per partecipare all’evento. Tra i partecipanti annunciati Giuliano Castellino, condannato a 8 anni per un assalto fascista alla sede nazionale della Cgil, al quale la questura ha vietato l’ingresso alla manifestazione.
La sigla Riscatto Agricolo, che nei giorni scorsi aveva manifestato in varie province italiane, da nord a sud, ha fatto un passo indietro dando un giudizio positivo dell’incontro con il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida e dai parziali sgravi sull’Irpef iscritti nel Milleproroghe. Il movimento di protesta degli agricoltori, cavalcato dalla Lega e che ha riscosso molta attenzione mediatica, appare ora frammentato in decine di organizzazioni, includendo da ex leadership dei forconi ai gruppi di complottisti, fino ad abbracciare anche frange di matrice neofascisteggiante.
Ma cosa ha portato gli agricoltori di tutta Europa a scendere in piazza? La grande distribuzione indubbiamente li strozza, insieme alla logistica e all’industria delle trasformazione. Nella filiera produttiva sono senz’altro soggetti deboli. «Compriamo in euro e vendiamo in lire», ha detto uno dei manifestanti con una metafora che rende chiara la proporzione.  Ma non si può dire che l’Europa non li aiuti, una ingente porzione del bilancio europeo è destinata al sostegno dell’agricoltura. Ma i piccoli e medi imprenditori agricoli scesi in piazza ce l’anno con gli accordi commerciali internazionali dell’Ue, sostenendo che favoriscano una eccessiva liberalizzazione delle importazioni di prodotti agricoli da Paesi terzi. (Nei fatti, però, l’accordo con il Mercosur è congelato). Inoltre, sono state criticate le nuove misure della Politica Agricola Comune (Pac), che limitano l’agricoltura intensiva imponendo la messa a riposo del 4% dei terreni a seminativo. (Ma anche a questo riguardo l’Europa ha aperto alla messa a coltura di questi terreni con piantagioni che hanno un ciclo produttivo breve). Le proteste riguardanti le politiche agricole europee del Green Deal di fatto sono state già da tempo ammorbidite, in risposta a queste proteste. Troppo spesso mettendo fra parentesi gli obiettivi di riduzione delle emissioni clima alteranti. E non è un buon segno. «Le politiche green non devono finire sotto le ruote dei trattori», ha scritto in una nota il segretario generale della Flai Cgil Giovanni Mininni, che rimarca la necessità di un cambio di paradigma nella produzione agricola e da parte della Ue chiamata a sostenere l’agricoltura di qualità e ecosostenibile e i diritti e la dignità dei lavoratori agricoli, tutti, a cominciare dai braccianti sfruttati e vessati dal caporalato.
Secondo Davide Fiatti della segreteria nazionale della Federazione Lavoratori Agro Industria Flai Cgil, «Negli anni passati fino a oggi è totalmente mancato un pensiero di ristrutturazione e programmazione del settore agricoltura sia da parte dei produttori che della politica. Le richieste degli agricoltori durante le proteste possono funzionare per dare respiro sull’immediato ma non vanno assolutamente a incidere in prospettiva. Bisogna ripensare il modo di coltivare per incidere meno sul pianeta, se no l’agricoltura italiana fatta di piccole aziende e piccoli proprietari terrieri è destinata a morire».
Un pensiero confermato dai dati. L’Osservatorio Città Clima di Legambiente, infatti, ha pubblicato un report che però non ha scosso adeguatamente né la politica italiana né l’opinione pubblica: il 2023 è stato segnato da un aumento senza precedenti degli eventi climatici estremi, mettendo a dura prova il Paese di fronte al cambiamento climatico in atto. Secondo i dati più recenti dell’Osservatorio, il numero di eventi meteorologici estremi registrati nel 2023 ha superato di gran lunga qualsiasi altro anno del decennio precedente, con un totale di 378 episodi avversi. Tutto questo, oltre a portare disagi e qualche volta purtroppo anche lutti (31 nel 2023), ha generato anche un impatto economico rilevante, soprattutto nell’agricoltura. Il settore agricolo italiano ha subito infatti un duro colpo nel corso del 2023 a causa degli effetti devastanti del cambiamento climatico.

Il rapporto annuale dell’Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare (ISMEA) ha rivelato un calo significativo nella produzione agroalimentare, portando l’Italia al terzo posto nella graduatoria UE per valore alla produzione. La causa principale di questo declino è stata la siccità implacabile che ha caratterizzato gli ultimi due anni. Secondo i dati dell’ISMEA, i danni al settore agricolo italiano si stimano intorno ai 6 miliardi di euro, con un impatto particolarmente grave su settori chiave come la frutta e la verdura. Le previsioni per la fine dell’anno non lasciano spazio all’ottimismo, con cali significativi nelle rese di prodotti come le ciliegie (-60%), le pere (-63%), il pomodoro (-12%) e la vendemmia, mentre la produzione di miele ha subito un crollo del 70% rispetto all’anno precedente.
Anche settori tradizionalmente robusti come il vino e l’olio non sono sfuggiti all’impatto negativo del cambiamento climatico. L’olio ha registrato un calo del 27% nella produzione, mentre il settore vinicolo ha subito una diminuzione del 12% rispetto all’anno precedente.
Ma l’Europa è davvero cieca e sorda alle richieste degli agricoltori? A causa delle proteste scatenatesi in tutto il continente, il Parlamento Europeo ha respinto il regolamento che mirava a ridurre del 50% l’uso dei pesticidi entro il 2030, a favore di metodi alternativi, sebbene la misura fosse considerata necessaria per proteggere la fertilità del suolo e la salute umana. Anche la proposta di trattare le stalle come fabbriche, l’allevamento produce un quinto del gas serra antropico, scatenando una forte reazione nel mondo agricolo, ha ottenuto l’esclusione degli allevamenti intensivi di bovini dal testo finale.
Eppure clima e agricoltura sono un nodo inestricabile dipendendo una sillogicamente dall’altra e se in questo contesto di sfide e cambiamenti climatici senza precedenti, non troviamo la necessità di raggiungere un dialogo più stretto tra agricoltori, istituzioni e organizzazioni ambientaliste, senza demagogie e campanilismi in vista delle prossime elezioni difficlmente questo settore potrà far germogliare nuovi semi.

Nella foto: manifestazione al Circo Massimo, Roma, 15 febbraio 2024

Arsenale nucleare per la Ue? No grazie

Karina Barley è la capolista della Spd alle prossime elezioni europee essendo già oggi vice presidente del Parlamento europeo. Ha dichiarato che occorre prendere in seria considerazione la costruzione di un arsenale nucleare europeo. Scholz, il cancelliere socialdemocratico del governo semaforo con verdi e liberali, ha inaugurato in questi giorni un gigantesco impianto di produzione di munizioni, parte dell’imponente programma di riarmo tedesco, e ha detto che occorre produrre meno merci e più armi. Una Germania per altro in recessione e con la destra estrema dell’Afd in grande crescita elettorale.
Nel patto di stabilità appena rimesso in funzione torna l’austerità ma non per la produzione di armi.

Intanto Trump dice che se vince lui gli europei dovranno pagare la protezione Nato. Tra gli europei c’è chi pensa di mettersi in proprio. Oltre la Germania anche la Polonia riarma pesantemente. Gestire un eventuale nucleare (come Ue? Come Francia più Germania?) non è certo semplice. Ma ormai il riarmo sembra scelta strategica per una Ue che considera il “confronto ostile” con la Russia immodificabile. E fa pensare alla Storia di questo nostro secolo, ad un’altra Germania tra Weimar e poi la tragedia, alle “preoccupazioni” che si accompagnavano alla gioia al momento della riunificazione.

Anche a me la mente va a ricordi preziosi che ho di quando ero parlamentare europeo tra i quali c’è un pranzo con Gorbaciov. Credo fosse a Bruxelles per una iniziativa sull’acqua come diritto umano e mi trovai in un tavolo a quattro con lui.
Lo ricordo apparire e parlare con grande calma e sobrietà. Mi faceva pensare, nel modo di essere, a Natta. Io ero stato in Urss con il Pci al festival mondiale della gioventù nel 1985 quando era diventato da poco segretario del Pcus. Poi avevo vissuto l’’89 e nel dopo andai con Rifondazione comunista e vissi così la sua detronizzazione.
Avevo avuto una grande interesse verso di lui e una grande antipatia invece per Eltsin.
Dunque ero emozionato nel condividerci la tavola. Così come ero sconcertato da come fosse stato cancellato nella Russia che poi sarebbe diventata putiniana ma anche nella Ue che sarebbe tornata a partecipare alle guerre dopo essere nata dal loro ripudio.
Ancora poco tempo fa mi sono indignato perché nel discorso di Ursula Von Der Leyen in Parlamento europeo sullo stato dell’Unione la presidente non dedicò nemmeno una parola a Gorbaciov che era appena morto.

Eppure Gorbaciov aveva dedicato molto dei suoi ultimi anni all’idea della casa comune europea. Ne parlò proprio al Consiglio d’Europa. Ne scrisse in un libro. Casa comune europea, dall’Atlantico agli Urali, fondata sulla pace, il disarmo, un nuovo ordine mondiale giusto e democratico. Riprendendo il meglio di quanto espresso dai grandi leader e dai grandi movimenti. Brandt, Palme, Berlinguer, il movimento contro gli euromissili.
Purtroppo la cancellazione oltraggiosa di Von Der Leyen corrisponde a trent’anni di cancellazione fatta dalla Ue nascente verso Gorbaciov ma anche verso la propria Storia. Preferendo prima Eltsin e Putin e poi la guerra con la Russia. Passando per quelle Jugoslave, quelle Nato, quelle in proprio.

L’’89 come “vittoria” verso una parte che autorizzava a “prendersi il bottino” piuttosto che riapertura delle speranze nate dalla comune lotta al nazifascismo, tradite dalla guerra fredda, riproposte da Gorbaciov. Se le leggiamo in sequenza le “scelte” costituenti vediamo come l’inferno attuale sia lastricato di (ipocrite) buone intenzioni. Maastricht, trattato ordoliberista iper ideologico che soppianta di fatto le Costituzioni ed avvia lo smantellamento del modello sociale europeo. La guerra in Jugoslavia, Stato federale multietnico e plurireligioso, fatto a pezzi anche con la partecipazione della Ue. L’austerità, vera e propria apoteosi di una politica contro le persone, applicata con sadismo in Grecia e poi diffusa. L’edificazione di un modello istituzionale post e ademocratico, intergovernativista, vera anomalia nel mondo rispetto a tutti i fondamentali della democrazia, dalla rappresentanza al ruolo della banca e della moneta. Il revisionismo storico che prima sovrappone l’’89 al ‘’45 e poi via via cancella la lotta e l’unità contro il nazifascismo.

Le crisi gestite tutte dalla parte dei dominanti. Quella finanziaria trasformando i debiti speculativi delle banche in debiti dei cittadini su cui si abbatte l’austerità. Quella sanitaria, favorendo spudoratamente le multinazionali farmaceutiche impedendo anche il superamento dei brevetti. Ed ora le guerre tra i colossi della globalizzazione, schierandosi non per la Pace ma per il suprematismo dei buoni autoproclamati e stando bene attenti però a garantire il prosieguo dei profitti finanziari di tutte le multinazionali energetiche, da Gazprom a Eni. Tanto l’affondamento del North Stream (e dell’Ostpolitik) lo pagano i cittadini. Ora si ritorna alla austerità, e si rimette in vigore quel patto di stabilità che lo stesso Prodi definì stupido (non traendone le conseguenze). Naturalmente rimane il via libera per l’enorme aumento delle spese militari. Lo scenario che viene fuori da questo trentennio è quello del Continente che dopo essere stato il più sociale e democratico della Storia ha visto crescere di più le disuguaglianze e deperire gli stessi ceti medi accrescendo profitti e rendite.

E, di fatto, il tanto ostentato conflitto tra “europeisti” e “sovranisti” appare sempre più come la storiella dei ladri di Pisa viste le sempre più marcate convergenze tra i presunti opposti sui terreni più drammatici, dall’appoggio alla guerra e al riarmo alla lotta contro i migranti. Il compromesso tra élites tecnocratiche e dominanti sovranisti è nei fatti viste le scelte che ho richiamato. Le destre sono ormai parte integrante di questa Ue. Anche quelle che vengono dalla parte della Storia sconfitta nel 1945.

Allora, alla vigilia del voto europeo, ciò che mi spinge alle urne è dare un voto per la Pace. Vorrei poter votare qualcosa che ne faccia il punto della sua presenza alle elezioni. Offrendo 100 ragioni del come farla, la Pace. E io penso che moltissime idee possano venire proprio da quanto Gorbaciov ci propose, inascoltato. Proviamo a fare la Storia con i se.
Se avesse “vinto” Gorbaciov e non Eltsin, e poi Putin. Se si fossero intraprese la costruzione della casa comune europea, il disarmo e il nuovo ordine democratico mondiale.
Sono convinto che staremmo assai meglio, tutti.

La cosa incredibile per la Storia fatta dai vincitori è che in realtà c’era più somiglianza sociale tra chi viveva da una parte e dall’altra del Muro di quanta ce ne sia oggi. Prendiamo l’Ucraina. Un saggio demografico pubblicato nel 2019 da Le Monde Diplomatique diceva che quel Paese aveva un trend demografico simile a quello francese. Per natalità ed aspettativa di vita. A distanza di trent’anni invece l’Ucraina aveva perso più di dieci milioni di abitanti per il cumulo di meno nascite, meno durata di vita, più emigrazione. Ed ora la “guerra combattuta fino all’ultimo ucraino” rischia di farne perdere altri milioni. Questo dato demografico diffuso nell’Est e nelle aree povere dell’Europa secondo il saggio corrispondeva al portato di una guerra.

La Storia, prima di essere riscritta, ci insegnava che il modello sociale europeo aveva avuto un trentennio esaltante. Dalle macerie delle guerre mondiali, nate in Europa, ad una rinascenza che metteva a valore l’intreccio tra natura e cultura, le antiche civiltà, l’urbanesimo, le rivoluzioni sociali. Più benessere e più eguaglianza. Realizzati col pubblico e col lavoro come valore costituente. Un modello per tutti, assai più reale del mito Usa così pieno di ingiustizie e di uso improprio della forza.
La fine dello stalinismo e la perestroika potevano consentire all’Europa di abbracciarsi e proporsi al mondo secondo quanto scriveva il rapporto Nord Sud voluto da Brandt e cioè con l’idea di un welfare globale. Il disarmo lo avrebbe reso possibile e il governo mondiale democratico l’avrebbe gestito nella cooperazione.
Si è scelta un’altra strada. L’ha imposta il capitalismo finanziario globalizzato. E siamo nei guai. Lotta di classe dei ricchi contro i poveri. Guerre tra imperialismi. Disastri climatici, economici, sociali, sanitari. l’Onu a pezzi, le Cop sul clima falliscono. Ma anche le strutture della globalizzazione annaspano. Ognuno ha il suo suprematismo. Draghi ci spiega che un continente vecchio deve sapersi difendere. E i soldi vanno alle armi.
Ma se vincesse la Pace tutto potrebbe cambiare. Ci si renderebbe conto che la Pace chiede la giustizia. La giustizia vuole diritti certi e per tutti, uguaglianza. E quindi serve cooperazione e democrazia.

Dunque una Europa con una Costituzione e non con trattati ideologici. Una Costituzione facile da fare con quelle che, dall’Italia al Portogallo, sono nate dalla Storia di liberazione. Una Costituzione che potrebbe aspirare a proporne una mondiale. Fondata su Pace, Beni Comuni, Diritto alla vita degna. Col Pubblico a fare la Storia e il privato che torna il luogo del proprio sentire. Pace, cooperazione e lavoro, al posto di guerra, competizione, profitto. Con la scienza a fare progresso e non potere e soldi. La Pace fa risparmiare. L’equità anche. Il lavoro dà senso alla vita e trae senso dall’essere utile al suo miglioramento e alla Natura. Il meticciato, la biodiversità sono il fondamento dell’evoluzione dagli organismi monocellulari a noi. Ogni atomo è unico e sta nell’unico dell’universo.
La realtà è che il capitalismo è una forma di deficienza artificiale che dobbiamo lasciarci alle spalle. E che non abbiamo bisogno della intelligenza artificiale per capire che ci vuole la Pace e non la guerra. Io, cittadino d’Europa, in rotta con l’Europa reale con quella sorta di moderno ancien regime che è la Ue, andrò a votare per liberare l’Europa dalla guerra, dal nucleare, per la Pace.

Nella foto: il cancelliere tedesco Scholz

Ma qual è il piano di Israele?

foto Gaza di Action Aid

Dunque secondo il Washington Post gli Usa e alcuni Paesi arabi starebbero lavorando a un piano di pace tra israeliani e palestinesi che includerebbe una dettagliata cronologia per la nascita di uno Stato palestinese. Il primo punto sarebbe ovviamente un cessate il fuoco (chissà se dai piani alti della Tv pubblica stiano vergando un comunicato spaventato) tra Israele e Hamas di sei settimane durante le quali gli Stati Uniti annuncerebbero il progetto e la formazione di un governo palestinese ad interim.

Sono le stesse richieste che popolano gli scritti di moltissimi in queste settimane, sono le stesse richieste che oggi in Italia valgono l’accusa di antisemitismo. Se la sconfitta di Hamas per qualcuno deve passare dalla cancellazione di Gaza e dallo sterminio di un popolo significa che i feroci attacchi di Hamas sono semplicemente un alibi per fare altro. Se la comunità internazionale si dimostrasse talmente dissennata da appoggiare un piano del genere si metterebbe fuori dalla storia. E infatti gli Usa stanno lavorando a tutt’altro progetto.

All’uscita dei rumors sul piano di pace americano hanno risposto due ministri israeliani. Il ministro della Sicurezza nazionale e leader di Potere ebraico, Itamar Ben Gvir dice che “l’intenzione degli Usa insieme ai Paesi arabi di stabilire un Stato terrorista a fianco di Israele è deludente e parte della concezione sbagliata che dall’altra parte ci sia un partner per la pace”. Bezalel Smotrich: ministro delle finanze e leader di Sionismo religioso chiede che “sia presa un decisione chiara con l’opposizione al Piano“.

Buon venerdì. 

La nuova vita di Jamila e Shugoofa in fuga dal regime dei Talebani

Jamila, ritratta da Rosita Mercatante

«È come essere strappati con ferocia dalle braccia di tua madre, che ti ha cullato, cresciuto. La tua esistenza, la fatica, i sacrifici. Poi perdi tutto. È difficile da descrivere». Jamila è una giovane donna afgana, costretta a lasciare tutto ciò che aveva per mettersi in salvo nell’estate di tre anni fa, quando i Talebani tornarono al potere dopo il ritiro degli Stati Uniti, seppellendo ogni speranza per quel paese. Trent’anni, una laurea in Lingue e Letteratura, attivista di Unama, United Nations Assistance Mission in Afghanistan, insegnante. Una vita come cancellata, perché in Italia sulla sua “carta d’identità” è soltanto una rifugiata. Con quel sorriso delicato sembra come volersi proteggere, ma subito le sue parole assumono un ritmo incalzante. Parole che si inseguono, si intrecciano come per ricucire i lembi di uno strappo profondo. Sullo sfondo, quel dolore sordo del distacco dalla sua terra. Prima tappa, il Pakistan, e soltanto a giugno scorso l’Italia. Ad attenderla a Roma c’erano gli operatori della cooperativa Nuova Ricerca Agenzia Res che gestisce il progetto “S.A.I. (ex Sprar, ndr) Era Domani” di cui è titolare il Comune di Fermo, nelle Marche.

Da 6 mesi a Fermo dove la incontriamo, Jamila ha intrapreso un nuovo cammino. «Ricordo di aver provato la piacevole sensazione di sentirmi libera appena ho messo piede in Italia. L’energia positiva che ho avvertito da subito ha attutito il senso disorientamento che animava le mie giornate. Qui mi sento al sicuro, e questo mi aiuta a superare i momenti di malessere. Soprattutto quando mi sveglio nel cuore della notte», sussurra, mentre i suoi bellissimi occhi neri si fanno lucidi.
Jamila, una donna tra le tante fuggite dall’Afghanistan in quel maledetto agosto. Sembrava l’Apocalisse: la ferocia dei Talebani, con quella rapida avanzata attraverso il Paese, la conquista della capitale Kabul il 15 agosto. L’inferno, dopo il ritiro in seguito all’accordo tra Stati Uniti e gli stessi talebani, a quasi vent’anni dall’inizio della guerra. Intesa che era stata siglata il 29 febbraio 2020 a Doha dall’amministrazione Trump. Ad aprile il nuovo presidente americano Joe Biden aveva confermato il ritiro. Una guerra cominciata nel 2001 in seguito agli attacchi dell’11 settembre. Washington aveva identificato come responsabili il gruppo islamico Al-Qaeda e il suo leader Osama Bin Laden. Gli Stati Uniti avviarono così le operazioni militari in Afghanistan, dove si era stabilito Bin Laden, togliendo rapidamente il potere ai talebani e promettendo di sostenere la democrazia. Promessa mancata.

Il conflitto ha causato centinaia di migliaia di vittime e costretto milioni di persone ad abbandonare le loro case: i civili afghani hanno pagato il prezzo più alto. Dopo le operazioni di evacuazione, circa 120mila afgani erano riusciti ad andarsene, ma migliaia di persone che hanno messo a rischio la loro vita lavorando con gli alleati degli Stati Uniti, sono rimasti bloccati nel paese, esposti alle rappresaglie talebane.
Jamila riesce a fuggire in Pakistan, dove rimane per un anno. Poi con un volo dei corridoi umanitari, unica via sicura per rifugiati e rifugiate. Sette mesi fa atterra a Roma. Il suo volto si rabbuia, ora. Parla dei suoi affetti, del suo lavoro e del suo mondo. Non dorme pensando alla sua famiglia. «Le mie tre sorelle e tutte le altre donne che vivono sotto il regime dei Talebani sono in pericolo e sempre più escluse dalla sfera pubblica e sociale», dice. Resta seduta, unisce le mani, ha una postura composta, ma non ha diffidenza verso chi la sta ascoltando: «L’unica cosa che adesso è permesso alle donne afgane è mangiare e dissetarsi. A loro è vietato tutto. Esclusivamente perché sono donne non possono uscire da sole, non possono andare a scuola. Per la religione islamica l’istruzione è importante, ma resta un diritto a noi negato. Anche l’accesso alle cure in ospedale è complicato. Non possono vestirsi come vogliono, vengono frustate e umiliate in pubblico. È normale che vengano trattate così? Come bestie, mentre il civile mondo occidentale e gli organi internazionali restano in silenzio? Perché questa indifferenza nonostante l’intervento americano di esportare la democrazia?».
Una denuncia forte. Tuttavia non c’è irruenza nelle parole di Jamila. Minuta, si esprime con grazia anche quando cerchiamo di scavare più a fondo nel suo vissuto. I ricordi si soffermano sui tanti anni di impegno per l’affermazione dei diritti umani dopo aver vinto una battaglia personale all’interno della sua stessa famiglia, appartenente all’etnia Hazara: «Nella zona dove vivevo le donne di questo gruppo etnico non potevano studiare – racconta – ma io non ho rinunciato alla mia emancipazione. Sono andata contro tutto e tutti, anche ai miei stessi familiari. Sono riuscita ad ottenere una borsa di studio universitaria e a conseguire la laurea contando esclusivamente sulle mie forze e la mia tenacia». Un’esperienza che ha acceso in Jamila un grande senso di responsabilità, motivandola a scendere in campo per difendere la sicurezza e l’incolumità delle donne: «Ho intrapreso la mia lotta dopo aver avuto successo con i miei genitori, che da ostili hanno cominciato a sostenermi. Andavo casa per casa per incontrare le donne invitandole a rivendicare i loro diritti».

È un pomeriggio carico di emozioni negli uffici della cooperativa Nuova Ricerca Agenzia Res, a Fermo. La mediatrice, Tahere, ascolta dall’altra parte dello schermo. Anche lei è un’attivista dell’associazione Amad. Jamila preferisce parlare nella sua lingua, il persiano. Indossa un maglioncino grigio a collo alto, abbinato a un jeans stretto della stessa tinta. I capelli lisci e lucidi raccolti in una coda bassa, le unghie smaltate di rosa. Sull’anulare della mano sinistra, dove per la credenza cristiana si porta la fede nuziale, ha un anello in argento: «Per buon augurio la mamma regala questo gioiello alle figlie. Per me è un oggetto che ha un valore inestimabile», ci spiega.
Vive con altre cinque donne rifugiate, provenienti da diversi Paesi dell’Africa. Durante le sue giornate studia italiano, fa volontariato alla mensa sociale, ed è in attesa di essere collocata come operaia nel settore calzaturiero. Qui non potrà proseguire la sua carriera da insegnante perché i suoi titoli di studio non sono riconosciuti. Un fattore che accomuna tutte le donne afgane è proprio il senso di perdita dello status sociale che si tramuta nella perdita d’identità.
Al momento il progetto “Era Domani” – attivo dal 2016 – ospita 49 persone su 55 posti disponibili. Di trenta adulti in età lavorativa, quindici hanno un contratto di lavoro, non tutti a tempo indeterminato, mentre cinque svolgono tirocini formativi. L’inserimento lavorativo è problematico. Per le donne il settore di riferimento è limitato a quello delle pulizie o dell’assistenza agli anziani. Per gli uomini c’è l’edilizia, le fabbriche metalmeccaniche e calzaturiere, già in crisi da tempo. L’attività della ristorazione garantisce solo impieghi stagionali. In sette anni di attività nel progetto “Era Domani” sono stati accolti 228 stranieri, di cui 75 donne tra rifugiate e richiedenti asilo (fino a dicembre 2023). Tutti ricevono supporto abitativo, sanitario, legale, corsi di italiano e di orientamento al lavoro. Vengono inseriti in un contesto umano e relazionale, con la finalità di ritrovare la normalità attraverso un percorso di riscoperta identitaria e di autonomia.

Fermo è la terza città, dopo Parma e Torino, ad aver introdotto l’accoglienza in famiglia, che fino ad ora però ha registrato poche adesioni come spiega Marco Milozzi, uno dei sette operatori dell’equipe. Per i rifugiati è prevista l’assegnazione di appartamenti in contesti condominiali nel centro cittadino, permette di mettere in contatto i rifugiati con le persone del posto. La durata del Sai è fissata a sei mesi, non abbastanza per diventare autonomi, e quindi viene spesso chiesta una proroga fino ad un anno. Terminato il progetto, ci si ritrova ad affrontare la problematica della sistemazione abitativa. I rifugiati possono offrire poche garanzie ai locatori, considerata l’instabilità occupazionale. Anche la disponibilità degli immobili in affitto è scarsa. In questa fase continuano ad essere supportati anche attraverso un contributo economico per pagare le prime mensilità di affitto.

Jamila affronta questa fase di incertezza senza proiettarsi troppo in avanti: «L’obiettivo principale – afferma – è trovare il mio equilibrio e, di conseguenza, ricostruire la mia indipendenza. Adesso non ho la serenità necessaria per concentrarmi. Mi impegnerò perché quando starò bene mi realizzerò e sarò in grado di aiutare altre persone». Sospesa in un tempo di transizione, respira l’instabilità che difficilmente lascia spazio alla pace. A tratti prevale il rammarico, misto alla rabbia, per essere stata costretta a lasciare un buon tenore di vita. Allo stesso tempo, però, il desiderio di trovare quell’equilibrio tra passato e futuro si trasforma in energia vitale. Così accoglie e valorizza, con coraggio, entusiasmo e speranza, le sue nuove opportunità. Aveva occhi da bambina quando lo scorso luglio ha messo i piedi sulla sabbia: indossava il costume per la prima volta, l’acqua le arrivava alle caviglie ed era contenta e rigida allo stesso tempo. Immaginava la sua terra oltre l’orizzonte del mare.
Quella terra dove «cinquant’anni fa le donne potevano andare a scuola o a lavoro. Si truccavano e si vestivano alla moda».

Shugoofa, 24 anni di cui tre vissuti da rifugiata in Italia, ci racconta intanto di un passato che aveva annunciato al mondo intero l’avvio di un processo di modernizzazione poi mai realizzato. Polverizzato dagli eventi politici successivi in un anomalo meccanismo in cui il tempo sembra scorrere al contrario. Solamente dopo aver pronunciato le parole «libertà e democrazia» con cui descrive il periodo repubblicano che durò fino alla proclamazione del primo stato islamico da parte dei Talebani nel 1992, Shugoofa riesce a fermare lo sguardo sulla drammatica situazione attuale. È come sprofondare nel buio.

Questa volta al centro della narrazione c’è la parola «paura», uno stato d’animo collettivo che ha spinto circa 2,7 milioni di afghani, registrati come rifugiati in tutto il mondo, a lasciare il Paese dopo quel fatidico giorno in cui il gruppo jihadista entra anche a Kabul: «Tutti coloro che collaboravano con le organizzazioni americane avevano paura. Già mentre prendevano il controllo delle varie province dell’Afghanistan, i Talebani avevano compiuto rappresaglie, torturato e ucciso appartenenti a minoranze etniche e religiose, ex soldati afgani e altre persone sospettate di simpatie per il governo civile». Shugoofa e la sua famiglia erano consapevoli di essere in pericolo: «Io facevo la cronista locale, mio marito lavorava per la Nato, mio padre era arruolato nell’esercito. Tutto ciò ci avrebbe procurato dei seri problemi». Svolgendo la sua attività giornalistica qualche rischio lo aveva già corso: «I Talebani erano ostili nei confronti di chi divulgava le notizie: i fatti di cronaca quotidiana di cui mi occupavo erano soprattutto legati a esplosioni e attacchi di cui erano loro stessi gli autori mentre si preparavano a tornare al potere».

Quella di Shugoofa, studentessa universitaria e collaboratrice de La Resistenza, emittente che aveva sede nella valle di Panjshir, a nord-est di Kabul, dove l’opposizione ai talebani (che appartengono alla maggioranza Pashtun) da parte degli abitanti di etnia Tagiki è ancora persistente, è una testimonianza di coraggio. A partire dal resoconto delle ultime ore vissute in Afghanistan, trascorse fuori dall’aeroporto insieme a suo marito, ai genitori, alla sorella e alla massa di persone che attendeva con il cuore in gola di partire: «Abbiamo fatto vari tentativi prima di riuscire a prendere un aereo dell’esercito italiano. Dell’arrivo a Roma ho ricordi sbiaditi. Siamo stati in tenda per sette giorni prima di avere una destinazione. Ero confusa e spaventata al punto che quando avvertivo dei rumori mi tornavano in mente il frastuono delle esplosioni».
Shugoofa ha gli occhi grandi di un marrone che richiamano i toni caldi delle terre senesi, il viso dai lineamenti dolci e decisi, parla con disinvoltura del suo vissuto: «In Afghanistan avevo una vita tranquilla, Io ero appagata e libera. Le attività terroristiche non erano così intense nella zona dove vivevo. Se io dicessi che i miei momenti più belli sono quelli trascorsi nel periodo degli studi universitari, forse nessuno oggi mi crederebbe perché tutti hanno la convinzione che in quel Paese la condizione delle donne è sempre stata difficile».
Da poco più di un anno Shugoofa è diventata mamma di una bimba di nome Alisa: «Sono felice che mia figlia sia nata in Italia perché in Afghanistan non c’è alcun rispetto per le donne. Per i Talebani tutto si concentra sulle proibizioni al mondo femminile. Le notizie che mi arrivano quando mi metto in contatto con i miei parenti rimasti lì sono preoccupanti: mi riferiscono di condizioni di povertà e di assoluta oppressione».
Shugoofa è chiamata a rinunciare alla spensieratezza dei suoi ventiquattro anni: «Ci sono ostacoli anche qui e siamo preoccupati perché il nostro futuro è incerto: senza un’occupazione non potremo permetterci neppure di pagare l’affitto. Siamo nel progetto Sai da un periodo lungo e ci restano ancora quattro mesi per concludere il percorso. Il tempo per trovare un lavoro sia per me che per mio marito si assottiglia. Entrambi dobbiamo adattarci ad attività diverse rispetto alla carriera lavorativa che avevamo intrapreso nel nostro Paese». Anche se resta con i piedi per terra, sognare di fare la giornalista la rende libera e determinata: «Non vado tanto lontano con la fantasia perché cerco di concentrarmi sul presente e affrontare la realtà passo dopo passo. Sono disposta a fare qualsiasi lavoro per adesso. Nel frattempo sono tornata sui libri: sto frequentando i corsi online per completare l’ultimo anno accademico in giornalismo e poi chissà…».

Il sentimento di riconoscenza per il posto che l’ha accolta e messa in salvo riesce a tenere a freno la profonda nostalgia di casa: «Mi mancano i sapori, il cibo, il paesaggio. Cerco sempre qualcuno con cui poter parlare la mia lingua ma voglio costruire qui la mia nuova vita». Sorride e stringe tra le mani il suo smartphone, l’unico strumento che le permette di rimanere in contatto con il suo mondo e di realizzare video da pubblicare sul suo canale YouTube.

 

Testo e foto di Rosita Mercatante

Lo dicono loro che è un genocidio

L’ambasciata israeliana presso il Vaticano ieri se l’è presa con il segretario di quello Stato, Pietro Parolin, colpevole di aver affermato che l’operazione militare israeliana contro la popolazione palestinese di Gaza è «sproporzionata». Un piccolo inciso indispensabile prima di continuare: che la reazione di Israele sia sproporzionata lo pensano tutti coloro che hanno occhi per vedere e orecchie per sentire, lo pensano perfino gli Usa che sull’eccesso di difesa hanno costruito la loro storia, lo pensa perfino il ministro Tajani che non trova più le parole per giustificare l’ingiustificabile, lo pensano perfino molti israeliani, lo dicono i 28.576 palestinesi ammazzati in maggioranza donne e bambini. Anche coloro che di solito ci vanno giù con la mano pesante nel “diritto alla difesa” sono attoniti dalla carneficina che il governo Netanyahu corre passare come giustizia. 

Andiamo avanti. Dice l’ambasciatore israeliano che bisognerebbe considerare “il quadro generale” perché “i civili di Gaza hanno anche partecipato attivamente all’invasione non provocata del 7 ottobre nel territorio israeliano, uccidendo, violentando e prendendo civili in ostaggio”. Per Israele “i civili sono tutti complici di Hamas”. 

Seguendo il nesso logico per cui non esista un palestinese innocente viene da capire che la controffensiva di Israele annunciata per stanare Hamas abbia come obiettivo tutti i civili di Gaza. È naturale credere quindi che ogni bambino e ogni donna e ogni uomo ammazzato non sia una vittima collaterale ma una missione compiuta. Sorge allora una domanda: cos’altro serve per chiamalo genocidio?

Buon giovedì.

Nella foto: frame di un video sulla tendopoli di Rafah

Camilla Ghedini: «Rompiamo il silenzio sulla sindrome post partum»

La maternità rappresenta una questione delicata, intoccabile che difficilmente viene messa in discussione, come se esistesse un unico modo per viverla. Eppure, i fatti dimostrano il contrario. Non tutte le donne rispondono alla nascita di un figlio con affetto ed umanità, alcune affette da psicopatologie possono arrivare a compiere un crimine agghiacciante come l’infanticidio. Ne abbiamo parlato con Camilla Ghedini, autrice del libro Interruzioni (Girardi) da cui è tratto l’omonimo spettacolo, in scena al teatro Lo Spazio di Roma dal 15 al 18 febbraio, con l’adattamento teatrale e la regia di Paolo Vanacore e Carmen Di Marzo sul palco.

La scrittrice e giornalista Camilla Ghedini

Interruzioni Le crepe dell’anima è uno spettacolo che ruota intorno al tema dell’infanticidio, ponendo al centro la figura della madre assassina. Perché portare in scena tematiche così dure, difficili e drammatiche?
Perché l’unico modo per evitare le tragedie è parlarne, abbattendo stereotipi e tabù. Come giornalista ho sempre notato che il tema dell’infanticidio è poco sondato e rapidamente liquidato, con giudizi tranchant e superficiali sulle responsabili, bollate come madri assassine, senza alcuna tentativo di ricerca o approfondimento. Io invece ho ritenuto importante indagare le cause per cui alcune donne arrivano a compiere un atto così terribile ed estremo, definito per l’appunto “contro natura”, studiando e leggendo tutto il materiale a disposizione. Penso che affrontare scientificamente un fenomeno, capirne le cause sia il primo passo per arginarlo.

In questo caso qual è stato il passo più rilevante?
La diffusione della conoscenza della sindrome post partum, per cui, dopo la gravidanza, anziché sviluppare sentimenti di affettività, emerge un vuoto, legato alla depressione e non solo. Troppo spesso anche di fronte ai primi sintomi ci si trincera dietro un muro di vergogna, sensi di colpa e sofferenza.

Come si pone nei confronti della sua protagonista e delle altre donne autrici di questi delitti?
Senza giudizi e generalizzazioni, banalizzazioni inutili e controproducenti che impediscono ogni possibilità di cambiamento. Che, invece, può nascere partendo da un’analisi scientifica, focalizzata sulla ricerca delle cause all’origine della malattia mentale che può essere affrontata con la terapia. Il male e la cattiveria sono incurabili. La malattia si può curare e prevenire.

Qual è il messaggio che vuole lanciare?
Intendo diffondere la consapevolezza che la maternità può non essere sempre un momento felice. Può essere difficile, debilitante, disorientante. Può suscitare sentimenti negativi che non sono una vergogna. Il dialogo e il confronto in questi casi sono preziosi perché trincersi nel proprio dolore è pericoloso, peggiora le cose creando una distorsione della realtà da cui poi potrebbe essere difficile tornare indietro.

Penso che affrontare questi argomenti in modo approfondito sia essenziale per evitare le tragedie o quantomeno ridurle. Come ci sono i corsi preparto, sarebbe importante preparare le donne al Post Partum. La conoscenza è conditio sine-qua-non per prevenire determinate dinamiche e per individuare le prime manifestazioni di un eventuale disturbo psichico, perché è chiaro che chi arriva a compiere un gesto del genere, possa aver dato dei segnali di disagio in precedenza.

Com’è avvenuta la trasposizione da racconto a pièce teatrale?
Direi passando da una dimensione individuale ad una riflessione corale, a cui, oltre a Paolo Vanacore e Carmen Di Marzo, che avevo avuto conosciuto e apprezzato tempo fa, ha contribuito Alessandra Bramante, psicologa, autrice di Madri assassine, con cui collaboro da anni. La sua partecipazione è stata essenziale per evitare ingenuità interpretative e costruire un lavoro rigoroso.

Femminicidi troppo poco interessanti

Questa volta il femminicidio è doppio anche se la radice è la sempre la stessa, il non poter più possedere la sua ex fidanzata. Christian Sodano, originario di Minturno e in servizio alla Guardia di finanza di Ostia, è arrivato a casa della sua ex fidanzata a Cisterna di Latina, quartiere San Valentino. Hanno cominciato a litigare. A quel punto sarebbero intervenute la madre e la sorella di lei, contro cui il finanziere ha esploso alcuni colpi di pistola. Lei è fuggita in bagno dove si è rifugiata fino all’arrivo delle forze dell’ordine che l’hanno trovata in stato di choc. Lui ha ucciso Nicoletta Zomparelli, 46 anni, Reneè Amato, 19 anni, rispettivamente madre e sorella di Desyrée. L’allarme è stato lanciato da alcuni vicini allarmati dagli spari. 

A proposito di armi. Nel 2018 – sempre a Cisterna di Latina – Luigi Capasso, un appuntato dei carabinieri in servizio a Velletri, sparò alla moglie da cui si stava separando, ferendola gravemente, e uccise le sue due figlie prima di suicidarsi. A giugno dell’anno scorso il poliziotto Massimiliano Carpineti ha ucciso la sua collega Pier Paola Romano nell’androne del suo palazzo, prima di uccidersi. Un altro maresciallo della Guardia di finanza, Marcello de Prata, ha ucciso con la pistola d’ordinanza la moglie e la cognata. 

Su 15 donne uccise nel 2024 in sette casi si tratta di delitti con le peculiarità del femminicidio. Finora nessuna delle sette donne ha meritato di diventare un caso nazionale in grado di riaprire il dibattito effimero che è già tornato a essere tema per specialisti e appassionati del genere. Così vuole la gerarchia delle notizie.

Buon mercoledì. 

Sette anni dopo. Visita all’archivio di Massimo Fagioli

Sono trascorsi sette anni dalla scomparsa di Massimo Fagioli (1931-2017), psichiatra rivoluzionario, scienziato geniale, artista creativo, il cui pensiero teorico, unito a una prassi di psicoterapia condotta per 41 anni con il grande gruppo denominato Analisi Collettiva, ha segnato profondamente la storia della psichiatria, della psicoterapia e della ricerca sulla mente degli esseri umani degli ultimi settant’anni.
E a sette anni di distanza la Fondazione Massimo Fagioli ha aperto ai visitatori, attraverso visite guidate, una selezione dei manoscritti, libri, disegni, fotografie e audiovisivi che formano l’archivio dello psichiatra.
Ci si potrebbe chiedere quale sia il valore aggiunto di carte e documenti, disegni originali e foto, interviste e lezioni registrate su nastri e video, rispetto a più di trenta volumi dello psichiatra editi tra il 1972 e il 2017, oltre alle opere postume e a una lunga serie di articoli, interviste, contributi, saggi che Fagioli ha pubblicato nel corso della sua esistenza.
La risposta forse più convincente a questa domanda arriva dall’interesse e dall’emozione con cui i primi centocinquanta visitatori hanno partecipato, seguendo e ascoltando per tre lunghe ore, alle prime visite in programma il 4 febbraio scorso a Roma, presso la sede di Spazio M3 dove è ospitato l’archivio di Massimo Fagioli.

Manoscritto di Bambino donna e trasformazione dell’uomo di Massimo Fagioli, courtesy Fondazione Fagioli

Gli archivisti e gli storici che, a titolo di volontariato, si dedicano da più di un anno all’inventariazione dei documenti (60 faldoni di manoscritti e dattiloscritti, cartelle di disegni e schizzi, scatole di fotografie, 1500 libri, audio e video meno noti, materiale a stampa) promossa dalla Fondazione, hanno costruito un percorso cronologico e tematico attraverso le carte, i libri, le foto, i disegni, gli audiovisivi finora schedati, con l’obiettivo di condividere con il pubblico dei visitatori le tracce meno note della biografia e dell’esperienza professionale dello psichiatra.
Passare da un quaderno scolastico di riflessioni giovanili ai verbali dettagliati delle sedute tenute da Fagioli ai pazienti curati con la terapia insulinica presso l’ospedale di Padova nei primi anni Sessanta, leggere le relazioni, rigorose e al tempo stesso incredibilmente poetiche, da lui redatte durante la direzione della comunità terapeutica di Villa Landegg a Kreuzlingen, esaminare il voluminoso fascio di appunti preparatori per la sua prima dirompente opera teorica, Istinto di morte e conoscenza (1970-1972), scorrere il manoscritto di 400 fogli di Bambino, donna e trasformazione dell’uomo (1980), che condensa, oltre alla storia personale di Fagioli, una critica serrata del pensiero filosofico e psichiatrico che lo aveva preceduto e un’analisi approfondita e al tempo stesso impietosa dei movimenti politici e culturali che hanno attraversato il secolo scorso: tutto questo, oltre a interessare e appassionare, trascina il visitatore nel coinvolgimento emotivo legato al ritrovarsi nel mondo personalissimo e riservato della persona che ha scritto, ricevuto e conservato quelle carte, in molti casi per oltre 60 anni. Che dire poi della sala dei disegni originali e delle fotografie, dove a un caleidoscopio di forme e colori segue una sequenza di immagini a volte commoventi, di momenti vissuti da Fagioli con i pazienti dell’Analisi collettiva?

Manoscritto di Left giugno 2015 di Massimo Fagioli, courtesy Fondazione Massimo Fagioli

Molti elementi concorrono a rendere l’archivio di Massimo Fagioli un patrimonio prezioso che la Fondazione a lui intitolata si impegna a conservare, ordinare e rendere consultabile: si tratta di un complesso di documenti originali che consentono al ricercatore, allo studioso o semplicemente a chi desidera approfondire certe tematiche, di entrare nello studio dello psichiatra che ha rivoluzionato il pensiero e la pratica della psicoterapia, per indagare e comprendere da vicino la sua formazione, i suoi interessi, il suo modo di lavorare, lo sviluppo e l’articolarsi del suo pensiero teorico insomma la materia viva e concreta su cui si fondano le sue opere.
È stato osservato che gli archivi di persona si formano spontaneamente nel corso dell’esistenza di un individuo e nello svolgimento della sua attività, ma la loro conservazione non è affatto scontata e quasi sempre è frutto di una scelta personale. Decidere di custodire le proprie carte fa capo alla consapevolezza del valore del proprio ruolo individuale e del proprio lavoro in un determinato ambito culturale o sociale. Per un intellettuale, medico e psichiatra, scienziato e pensatore quale è stato Massimo Fagioli, che ha attraversato gli ultimi sessant’anni di storia pienamente consapevole dell’importanza che i propri scritti teorici e la propria attività terapeutica avrebbero rivestito per le generazioni future, la scelta di conservare le proprie carte nel tempo, cui concorse senz’altro l’opera delle persone a lui vicine, appare assolutamente fondata.

“Cantiere Archivio. Viaggio nell’archivio di Massimo Fagioli”, questo il titolo delle visite guidate, continua, su prenotazione attraverso il sito della Fondazione Massimo Fagioli, nelle date del 25 febbraio, 24 marzo, 21 aprile e 26 maggio 2024, ore ore 10:30 e ore 15.

Sabato 17 e domenica 18 febbraio alle ore 12 sul sito della Fondazione Massimo Fagioli, si apriranno le prenotazioni per i prossimi appuntamenti. 

l’autrice: l’archivista Orietta Verdi è curatrice dell’Archivio Massimo Fagioli

Il ritratto dello psichiatra Massimo Fagioli in apertura, così come tutte le altre immagini sono pubblicate per gentile concessione della Fondazione Massimo Fagioli

 

E noi come rane bollite intorno allo stagno a dirci che non è così grave, che vedrai che passerà…

È servito toccare con mano il “diverso punto di vista” che questa destra invoca e promette ai suoi elettori. È servito vedere con i propri occhi che l’altra libertà invocata dalla presidente del Consiglio Meloni e soci – come se non ce ne fosse una sola di libertà – non sia nient’altro che un silenziatore dei temi percepiti come scomodi e un amplificatore dei temi congeniali.

Mara Venier che legge un comunicato di solidarietà a Israele con il solo scopo di seppellire sotto le macerie le parole di Ghali sulla Palestina, senza nemmeno avere il coraggio di fare i nomi e i cognomi. La stessa Venier che rimbrotta Dargen D’Amico («qui è una festa, si parla di musica!») mentre il cantante stava dicendo l’ovvio, ovvero che l’immigrazione tiene in piedi un pezzo di economia italiana.

L’egemonia culturale del governo non ha nessuna cultura, seraficamente sogna la scomparsa di voci e temi di cui non possiede il vocabolario. L’egemonia culturale del ministro alla Cultura Sangiuliano e del suo spin doctor, il deputato Mollicone, vuole sostituire ogni discorso dei diritti con un ballo del qua qua che faccia sorridere le famiglie tradizionali senza interrogarsi su quello che accade qui fuori.

Non è nemmeno una normalizzazione. Si tratta piuttosto di un’aberrazione che premia le vestali del vuoto pneumatico, premiando le Venier di turno nel ruolo di bromuro intellettuale. Il “diverso punto di vista” di questo governo è un cafonalissimo berlusconismo però più pudico, senza tette esposte e tradizionale nell’accezione di non contenere nessuna tentazione a nessun progresso.

E noi come rane bollite intorno allo stagno a dirci che non è così grave, che vedrai che passerà.

Buon martedì.

Nella foto: frame del video in cui Mara Venier legge il comunicato dell’Ad Rai, 11 febbraio 2024

Nessun posto è sicuro nella Striscia. La guerra di Netanyahu non ammette tregua

Nessun luogo di Gaza è sicuro, ripetono da mesi operatori umanitari, giornalisti e abitanti della Striscia di Gaza. Dall’inizio dell’invasione israeliana della Striscia la popolazione di Gaza ha lasciato le proprie case per fuggire sempre più a Sud, seguendo gli ordini di evacuazione dell’esercito israeliano. Ma l’offensiva è proseguita fino a coinvolgere zone che l’esercito israeliano aveva precedentemente indicato come sicure.

È a Rafah, città a ridosso del confine con l’Egitto, che è ormai rifugiata più della metà della popolazione della Striscia. La città, che prima dell’invasione israeliana contava 280mila abitanti, ospita oggi un milione e mezzo di sfollati, circa 16mila persone per chilometro quadrato, molti dei quali già reduci da diversi esodi interni. La maggior parte dei rifugiati vive in tendopoli estremamente affollate, dove le condizioni umanitarie sono disastrose.

Precedentemente definita zona sicura, adesso anche a Rafah si aspetta l’invasione israeliana, e sono già iniziati pesanti bombardamenti: al Jazeera ha riferito che nella notte di domenica 11 febbraio, almeno 67 palestinesi sono stati uccisi da un attacco israeliano che ha portato alla liberazione di due ostaggi. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato un’imminente operazione “massiccia” a Rafah per annientare i battaglioni di Hamas operativi nella città, dando istruzione all’esercito di preparare un piano di evacuazione dei civili. Ma la popolazione di Gaza non ha più nessun posto dove rifugiarsi: il resto della Striscia è occupato o distrutto, e la frontiera con l’Egitto resta chiusa.

Non si può permettere la guerra in un gigantesco campo profughi

L’Onu e varie organizzazioni umanitarie si sono espresse con toni allarmati di fronte alla possibilità di un’invasione a Rafah. Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha scritto su X che «Le notizie secondo cui l’esercito isrealiano intende dirigersi su Rafah sono allarmanti: un’azione del genere aumenterebbe esponenzialmente quello che è già un incubo umanitario».

«Un’espansione degli scontri a Rafah causerebbe un bagno di sangue e una distruzione da cui le persone non potrebbero scappare; non c’è più nessun posto dove fuggire», ha dichiarato Angelita Caredda, direttrice regionale per il Medio Oriente e il Nord Africa del Norwegian Refugee Council. «Non si può permettere una guerra in un gigantesco campo profughi», ha aggiunto su X Jan Egeland, il segretario generale del Nrc.

Nadia Hardman, ricercatrice sui diritti dei rifugiati e dei migranti presso Human Rights Watch, ha dichiarato: «Costringere più di un milione di palestinesi sfollati a Rafah a evacuare di nuovo, senza un posto sicuro dove andare, sarebbe illegale e avrebbe conseguenze catastrofiche. A Gaza non è rimasto nessun posto sicuro dove rifugiarsi».

Le associazioni umanitarie hanno inoltre riportato che l’annuncio dell’imminente attacco israeliano su Gaza ha causato un crescente senso di ansia e panico tra gli sfollati. Amnesty International ha scritto su X che «l’annuncio dell’ufficio del primo ministro israeliano Netanyahu […] ha diffuso il panico nel governatorato meridionale».

Un incubo umanitario

Nel frattempo la situazione umanitaria a Gaza, da Guterres appunto definita «incubo umanitario», non fa che peggiorare. Già a dicembre, un report del World Food Program evidenziava come la totalità della popolazione di Gaza si trova in una situazione di acuta insicurezza alimentare, con circa un quarto della popolazione a rischio carestia. A Gaza manca anche l’acqua potabile e pulita: secondo l’Unicef a Rafah i bambini palestinesi hanno accesso e 1,5-2 litri di acqua al giorno, quando il minimo per la sopravvivenza è di tre litri: la popolazione, riporta l’agenzia, è quindi costretta a utilizzare acqua proveniente da fonti non sicure, con alti livelli di salinizzazione o contaminata.

La mancanza di cibo e acqua, così come di servizi igienici, docce e fognature, e le condizioni di sovrappopolamento nei campi profughi stanno inoltre causando il diffondersi di malattie e infezioni, soprattutto tra i bambini. In un comunicato, Medici Senza Frontiere ha dichiarato che nelle ultime settimane le équipe MSF a Rafah stanno riscontrando un alto numero di bambini con irritazioni cutanee causate dalla mancanza di acqua pulita per lavarsi, così come disturbi intestinali. Come si legge inoltre dal comunicato, si sta diffondendo anche l’Epatite A, una patologia molto contagiosa che può essere fatale: «nelle scorse settimane, a Rafah abbiamo ricevuto 43 pazienti con sospetta epatite A. Queste condizioni mediche sono tutte legate alla carenza di acqua pulita e sono aggravate dalla mancanza di strutture mediche funzionanti nell’area».

A Gaza sono infatti pochi gli ospedali rimasti operativi: nonostante le strutture sanitarie siano protette dal diritto umanitario internazionale, e non dovrebbero quindi rientrare tra i possibili obiettivi militari, gli ospedali della Striscia sono stati ripetutamente attaccati dall’esercito israeliano che sostiene questi ospedali siano usati dai combattenti di Hamas per scopi militari. A fine dicembre, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, a Gaza sarebbero rimasti 13 ospedali parzialmente operativi, 2 minimamente funzionanti e 21 non più in funzione.

In questa situazione catastrofica, risultano fondamentali gli aiuti umanitari e l’operato delle organizzazioni non-governative. Ma questo operato è a rischio: in seguito alle accuse mosse da Israele secondo cui alcuni membri del personale dell’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, sarebbero stati coinvolti nell’attacco di Hamas del 7 ottobre, diversi Paesi donatori hanno sospeso i finanziamenti all’Agenzia. Il capo dell’UNRWA Philippe Lazzarini ha dichiarato che se i finanziamenti resteranno sospesi «probabilmente dovremo cessare le nostre operazioni entro la fine di febbraio». L’UNRWA, come dichiarato in un comunicato di Amnesty International «svolge un ruolo cruciale, rappresentando l’unico supporto vitale attraverso la fornitura di aiuti umanitari essenziali» a Gaza.

L’Egitto rafforza la frontiera

Dopo l’annuncio di Israele dell’attacco imminente a Rafah, il ministro degli Esteri egiziano Sameh Shukri ha dichiarato che l’aumento delle operazioni militari a Rafah avrebbe «ripercussioni pericolose». L’Egitto dall’inizio dell’offensiva israeliana ha dichiarato di non essere disposto ad accogliere un esodo di massa di palestinesi. Fino ad adesso, sono stati quasi solo i gazawi con doppia cittadinanza a essere evacuati in Egitto, oltre a coloro che, pagando fino a 10mila dollari e affidandosi ad intermediari collegati all’Intelligence egiziana, hanno potuto accedere a permessi per lasciare la Striscia (come rilevato da un’inchiesta del giornale egiziano Saheeh Masr con Organized Crime and Corruption Reporting Project).

Negli ultimi giorni l’Egitto ha inoltre rafforzato la sicurezza alla frontiera con Gaza, innalzando la recinzione che separa Gaza dall’Egitto e rinforzandola con filo spinato, e spostando carri armati alla frontiera. L’Egitto ha inoltre dichiarato che uno sfollamento di massa della popolazione di Gaza attraverso la frontiera metterebbe a rischio il trattato di pace tra Israele e Egitto del 1979.

Il resto della Striscia è raso al suolo

Mentre nell’ultima città a sud di Gaza si teme la catastrofe, nel resto della Striscia continuano i combattimenti. A Khan Younis la Mezzaluna Rossa Palestinese denuncia gli attacchi dell’esercito israeliano sui due principali ospedali della città, il complesso medico Nasser e l’ospedale al-Amal.

Dall’inizio dell’aggressione israeliana su Gaza sono oltre 28mila i morti palestinesi accertati, tra cui oltre 10mila bambini, anche se queste cifre si trattano con ogni probabilità di sottostime dal momento che molte vittime sono ancora sotto le macerie e gli ospedali, ormai malfunzionanti, sono sempre meno in grado di tenere il conto dei morti. Già a fine dicembre, la ONG Euro-Mediterranean Human Rights Monitor stimava che i morti nella Striscia avessero già superato quota 30mila.

La maggior parte di Gaza è distrutta: secondo un’indagine condotta da immagini satellitari, tra il 50% e il 62% di tutti gli edifici della Striscia sono danneggiati o distrutti. Questo anche a causa delle demolizioni controllate: secondo il New York Times, da novembre l’esercito israeliano avrebbe effettuato almeno 33 esplosioni controllate distruggendo interi quartieri residenziali, oltre che scuole e moschee.