Patrick Zaki era uno studente come tanti altri, ma la sua vita è stata stravolta quando nel febbraio 2020 è stato arrestato all’aeroporto del Cairo al suo ritorno da Bologna, dove frequentava l’università. La sua detenzione di 20 mesi è stata un periodo di prove inimmaginabili, caratterizzato da interrogatori, isolamento e torture. Tuttavia, è riuscito a trovare la forza nella speranza, nell’affetto di chi ha lottato per lui e nel potere dei libri. Oggi proprio con un libro, Sogni e illusioni di libertà. La mia storiaedito da La nave di Teseo, Zaki racconta la sua incredibile storia. Left lo ha raggiunto e intervistato.
Patrick Zaki, nel titolo del tuo libro ci sono le parole “sogno” e “illusione”. Due parole evocative, perché le hai scelte?
Ho scelto le parole “sogno” e “illusione” perché le considero molto significative. Molto spesso ci troviamo ad avere sogni che si trasformano in incubi. Un esempio tangibile è rappresentato dalla rivoluzione egiziana del 2011, che è iniziata come un sogno e si è poi trasformata in un incubo. Sognavo di vedere la democrazia fiorire, di assistere a una maggiore apertura e a una promozione dei diritti umani, ma tali speranze si sono progressivamente rivelate essere incubi. Sognavo di studiare a Bologna, ma questa aspirazione è diventata un incubo quando mi sono ritrovato in prigione. La mia storia è un racconto di sogni e incubi che hanno permeato la mia vita. Non sono mancate neanche molte illusioni, come quando ho trascorso due anni dietro le sbarre e, ad ogni udienza, nutrivo la speranza di essere rilasciato, ma finivo comunque per rimanere imprigionato. Il mio libro mira a illuminare questi sogni, incubi e illusioni che ho vissuto.
L’essere umano non ha dentro di sé, per sua natura, la violenza. E quindi, di conseguenza, la violenza non è qualcosa di naturalmente, fisiologicamente, presente nell’umano. Sebbene la credenza che l’essere umano sia naturalmente violento abbia radici lontane migliaia di anni, esse non occupano l’intera storia dell’uomo. Al mito di Edipo (al quale si attribuisce l’origine del pensiero del logos occidentale) che racconta di una natura umana perversa e naturalmente portata alla violenza e alla distruzione e quindi alla guerra, si contrappone un mito ancora più antico: la storia d’amore tra due adolescenti che in una dialettica sviluppano la propria identità. In “Amore e Psiche” il racconto delle sorelle invidiose di un mostro che emerge dal buio è una bugia cattiva. In questa favola mitologica ritroviamo, inoltre, la paura dello sconosciuto e una mancanza di fiducia nel proprio sentire, ma non una violenza articolata a eliminare la vita dell’altro. Non esiste alcuna prova certa della presenza di qualche forma di violenza nel paleolitico e le pitture rupestri non mostrano scene di violenza (vedi U. Tonietti, L‘arte di abitare la terra).
I primi conflitti fra i popoli sembrano comparire dopo che i gruppi di cacciatori nomadi sono diventati stanziali, hanno iniziato a accumulare beni e hanno sviluppato un’organizzazione sociale che deputava ad alcune figure la gestione di tali beni, per cui queste quindi erano in grado di gestire una certa forma di potere. Sembra che in questo ambito sia nato anche il potere religioso e che le diverse popolazioni si siano distinte sulla base delle differenti radici religioso culturali. Ciononostante la credenza dell’essere umano come naturalmente violento rimane molto diffusa, anche se mai è stata dimostrata e che anzi viene contraddetta da un numero crescente di ricerche. Spostiamo ora l’attenzione dal piano antropologico a quello più prettamente psicologico, di cui, facendo la psichiatra, mi occupo quotidianamente. Un problema che si osserva frequentemente è quello relativo alla confusione tra opporre un rifiuto, cioè dire un “No”, ed essere violenti. Questo riguarda un po’ tutti, ma in particolare le donne che più frequentemente possono confondersi e sentirsi in colpa o angosciate pensando di essere violente se si trovano a dire di no e opporre un rifiuto. Come se non essere sempre e comunque accondiscendenti (o sottomesse come in alcune culture religiose) implicasse automaticamente una lesione e quindi una violenza sull’altro.
La domanda è: C’è un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra?». A porla non è certo uno qualunque, ma Albert Einstein il 30 luglio del 1932 in una lettera scritta da Potsdam a Sigmund Freud. Lo scienziato aveva scelto il padre della psicoanalisi come suo interlocutore quando la Società delle Nazioni si era rivolta a lui per promuovere un dibattito epistolare su temi di interesse generale fra gli intellettuali di spicco dell’epoca. Einstein, in quel 1932, a un passo dall’ascesa al potere di Adolf Hitler, decide di interpellare colui che si vantava di aver scoperto l’inconscio per discutere di una questione non da poco, su cui i filosofi da secoli avevano dibattuto senza però arrivare a una risposta esauriente ed esplicativa: la necessità o meno della guerra nella risoluzione dei conflitti. Freud riceve la lettera nell’agosto e, anche se considera quel dibattito «noioso» e «sterile», manda il mese successivo la sua risposta, in cui, dopo una lunga argomentazione, conclude «non c’è speranza di poter sopprimere le tendenze aggressive degli uomini».
Di lì a breve il nazi-fascismo imperante in Europa e lo scoppio della seconda guerra mondiale confermeranno le parole di Freud che gela le speranze dello scienziato che, invece, auspicava l’istituzione di un organismo politico sovranazionale che intervenisse nelle contese tra gli Stati.
Il confronto Freud-Einstein rimanda a un altro confronto che è possibile stabilire tra altri due “colossi” del pensiero occidentale: Immanuel Kant (1724-1804) e Friedrich Hegel (1770-1831). Il primo, con un libretto scritto nel 1795 (Per la pace perpetua), all’indomani del “periodo del terrore” della Rivoluzione francese, delineava tre condizioni affinché i Paesi riuscissero a convivere pacificamente: la forma repubblicana come governo; un organismo sovranazionale per mettere d’accordo in caso di contesa; infine un sentimento di cosmopolitismo che induca gli uomini a considerare il mondo una patria universale.
Secondo il filosofo illuminista gli individui hanno sì istinti bestiali ed egoistici che li conducono verso guerre e violenze – e così anche gli Stati – ma detengono anche la ragione, la quale potrà dirimere i contrasti e trovare soluzioni, garantendo l’uscita dallo “stato di guerra” hobbesiano. Sarà dunque la ragione a indurre gli uomini al mantenimento della pace.
All’alba del 7 ottobre scorso l’organizzazione politica Hamas ha lanciato migliaia di razzi, un numero senza precedenti, dalla striscia di Gaza verso Israele. «L’operazione militare», come l’ha definita Hamas è stata rivendicata come l’inizio della «rivoluzione contro Israele con l’obiettivo di porre fine ai crimini di Israele » compiuti sia verso i palestinesi che verso i luoghi di culto. La dimensione del conflitto è degenerata in pochissimo tempo, provocando sia reazioni di condanna dell’attacco di Hamas da parte dei Paesi occidentali che di solidarietà verso il popolo palestinese che subito dopo la Seconda guerra mondiale ha visto la progressiva occupazione del suo territorio da parte di Israele. Purtroppo, come spesso accade durante un conflitto armato, la maggior parte delle vittime sono civili, in maggioranza donne e bambini e la solidarietà della comunità internazionale dovrebbe avere una principale e prioritaria destinazione, i civili e coloro che la guerra la subiscono in prima persona.
Il conflitto in Medio Oriente è purtroppo uno dei tanti che affliggono diverse zone del mondo e, sorprendentemente, avviene all’interno di una regione dove è stata intrapresa la prima, e più datata, missione di peacekeeping delle Nazioni Unite (Onu). Si tratta della missione United Nations truce supervision organization (Untso) lanciata nel 1948, con quartier generale a Gerusalemme, ed ha gli obiettivi di monitorare i cessate il fuoco dei fronti in guerra in Medio Oriente, di supervisionare gli accordi di armistizio e prevenire l’aggravarsi di possibili incidenti isolati. Attualmente le missioni di peacekeeping delle Nazioni Unite sono 12 e sono dislocate nel continente africano (6), in Medioriente (3), in Europa (2) e in Asia (1). Ciò che salta all’occhio vedendo le informazioni delle missioni (vedi box) è la loro data d’inizio, in quanto almeno la metà di queste sono state lanciate prima del 2000. Le date di alcune di esse fanno legittimamente pensare a che tipo di valore aggiunto abbiano gli interventi dei “caschetti blu” dell’Onu in alcuni territori e ci si può anche domandare cosa significhi mantenere la pace in territori fortemente instabili caratterizzati da difficili realtà sociali, economiche ed ambientali.
Il 7 ottobre 2001 iniziò l’invasione Usa in Afghanistan. «Quel giorno capii di non essere un pacifista ma di essere contro la guerra», ha scritto Gino Strada in Una persona alla volta, uscito postumo. Un libro più attuale che mai, che tratteggia aspetti cardine della personalità e del lavoro del fondatore di Emergency: l’interesse per l’umano, l’amore per la scienza, per la medicina in particolare (proprio in quanto rapporto fra esseri umani), l’ateismo, la passione civile, la lotta per i diritti umani, l’idea che la guerra non sia un destino ineluttabile e che non si possa umanizzare (neanche tramite codici ad hoc) ma vada eradicata come un cancro…
Rileggendo oggi questo prezioso volume edito da Feltrinelli colpisce anche una coincidenza di date. L’attacco dei terroristi di Hamas ai giovani israeliani durante un pacifico rave è avvenuto il 7 ottobre. Quella agghiacciante strage, è stato detto, è l’11 settembre di Israele. L’invasione Usa dell’Afghanistan fu lanciata contro i terroristi, ma a pagarne il prezzo è stata la popolazione civile come bene sanno i medici di Emergency che operano a Kabul e in altre zone del Paese. Oggi l’assedio e l’invasione di Gaza da parte dell’esercito israeliano per debellare Hamas vuol dire una immane strage di civili palestinesi, intrappolati in quel fazzoletto di terra. Perché nessun attore internazionale è intervenuto per spezzare questa catena di violenza? Un quesito che rivolgiamo a Simonetta Gola, dal 2012 a capo della comunicazione di Emergency, compagna di vita di Gino Strada e curatrice del suo ultimo libro.
Se si chiede: chi e quando? E la risposta immediata e unica è: Gandhi. Il mahatma, con la sua incredibile lotta di liberazione senza sangue. Meglio: con poco sangue. Pensate, un intero continente, perché questo è l’India, che si rende indipendente da un impero ormai bolso come quello britannico, senza sparare un colpo, senza dichiarare una guerra, senza armare nessuno.
Se chiediamo dove, quando e con quali protagonisti la storia del mondo, antica o recente, abbia avuto periodi o esempi di assenza di guerra o di conflitti risolti senza combattimenti, Gandhi è il solo punto di riferimento, l’unico esempio che riusciamo a fare. A dire il vero c’è un altro grande esempio di “soluzione pacifica del conflitto”. È quella voluta da Nelson Mandela nel Sud Africa del dopo apartheid. Tutto il mondo giurava ci sarebbe stata una strage, ci sarebbe stata la vendetta da parte della popolazione nera. Invece no, il cambiamento fu incruento. Un grande esempio, come l’India di Gandhi. Ma finiscono lì.
Perché diciamolo, non è mica facile. Frugare nella storia e trovare periodi in cui è stata la pace a governare le cose del mondo – la pace intesa come sistema di relazioni, di distribuzione di ricchezza e diritti, insomma come sistema politico – è quasi impossibile. Sembra sia la guerra a segnare le tappe del nostro tempo come umanità e con la guerra sono gli eroi, mitici o reali, a diventare l’esempio da imitare, da seguire. Tant’è, la pace non si racconta. La mancanza di guerra è ai margini del nostro orizzonte, quasi fosse cosa poco interessante e scarsamente educativa.
Generazione Gaza s’intitolava un numero di Left in cui cercavamo di capire cosa pensa la gioventù palestinese stretta fra l’occupazione militare israeliana e il giogo di Hamas. Non ci sono sondaggi, ma dalle testimonianze che avevamo raccolto e che abbiamo continuato a raccogliere emerge con chiarezza la dura quotidianità di una nuova generazione (il 30 per cento della popolazione a Gaza ha meno di 15 anni) senza rappresentanza, che ha sempre vissuto in quel carcere a cielo aperto, che non ha conosciuto altra realtà, ma che sa immaginarla, provando a bucare i muri e la sordità internazionale con video, docufilm, registrati con i cellulari e con mezzi di fortuna. In Italia il Nazra Palestine short film festival, rassegna cinematografica itinerante, ha il merito di avergli offerto una finestra e ora molti di quei lavori si possono vedere gratuitamente sul sito del festival (nazrashortfilmfestival.wordpress.com).
Per capire come si viveva nella Striscia, quali già erano gli enormi problemi economici, sanitari umanitari – prima del del criminale di Hamas e prima dell’assedio e bombardamento israeliano che ha quasi raso al suolo Gaza- il consiglio è leggere il numero monografico della rivista-libroThe Passenger, edita da Iperborea e dedicato alla Palestina. Un numero bellissimo e toccante, che offre un importante approfondimento con contributi di scrittori e attivisti, che si alternano nel dare voce a chi non ha voce nella città di Gaza, occupata da Israele fin dal 1967 (nel silenzio internazionale e in violazione della risoluzione Onu nr. 242/67) a chi vive in Cisgiordania dove l’Autorità palestinese, ala laica e socialista, erede di Arafat è contestata perché non indice elezioni da molti anni (per il timore che Hamas possa vincere anche in questa regione).
Ciò che The Passenger ci racconta di più rispetto alle cronache che leggiamo sui giornali e vediamo in tv è come vivono da anni i palestinesi, da stranieri nella loro terra. E lo fa attraverso intensi reportage, alcuni anche di spessore letterario. Lo scrittore e avvocato Raja Shehadeh, per esempio, racconta che come tanti altri palestinesi amava camminare sulle colline intorno a Ramallah, ma l’espansione degli insediamenti dei coloni israeliani impedisce ora anche questa possibilità. «Partire per una sarha significa lasciarsi andare. È una cosa tutta palestinese, uno sballo senza droghe. Ma oggi – scrive – è diventato impossibile dedicarsi alla sarha per via del continuo aumento degli avamposti e degli insediamenti israeliani, ormai più di 419, e dei reiterati atti di violenza compiuti dai coloni ai danni dei palestinesi». Shehadeh spiega anche come sia avvenuto tutto questo: «Qui è in atto un processo di colonizzazione per il quale un gruppo religioso utilizza un ingente afflusso di capitali provenienti soprattutto dagli Stati Uniti per impadronirsi della terra di proprietà dei nativi palestinesi, al fine di edificare insediamenti e infrastrutture sempre più estesi a uso esclusivo dei cittadini israeliani».
Ramallah, Palestine: Manwa Shaheen is the wife of Ahmad who was arrested in 2001 and sentenced to 22 years in prison. (ph. Antonio Faccilongo)
Il processo è cominciato molti anni fa, addirittura dopo gli accordi di Oslo del 1993-1995, ma da quando il governo di destra e i partiti dei coloni sono al potere la situazione è precipitata, sostiene l’avvocato e scrittore: «Ora, sempre più spesso, si sente il ritornello: “Non vogliamo palestinesi sulla terra che ci è stata data da Dio”. Sono da tempo quotidiani gli atti di violenza perpetrati dai coloni ai danni di agricoltori, pastori e raccoglitori di olive allo scopo di spaventarli e costringerli ad andarsene».
Dai dintorni di Ramallah, al cuore della città, da sempre quartier generale dell’Autorità palestinese, in cui i giovani ormai non si riconoscono più. La scrittrice Taiye Selasi (autrice deLa bellezza delle cose fragili, Einaudi) indaga su un tabù: è possibile un amore fra israeliani e palestinesi? Lo fa a partire dalla storia di vita del poeta palestinese Mahmud Darwish e componente dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) che si innamorò di una ragazza israeliana. Morto a 67 anni, il poeta nazionale palestinese era nato nel 1941 nel villaggio di Birwa da cui la sua famiglia dovette fuggire quando fu occupato nel 1948. Ha scritto molti testi sulla lotta di indipendenza del suo popolo, criticando l’occupazione militare israeliana. Nelle sue poesie dava voce alle sofferenze dei rifugiati dopo la Nakba. «Il cuore del lavoro poetico di Darwish – scrive Selasi – era affermare con forza la comune appartenenza all’umanità». Con la forza della poesia lottava contro la deumanizzazione strategica imposta dallo Stato di Israele e contro la deterritorializzazione del popolo palestinese, anche il suo contrastato amore per Rita, la cui reale identità rimase nascosta per anni, racconta come pubblico e privato, scrittura e biografia non conoscessero in lui scissioni.
L’ultimatum di Israele ai civili di Gaza, intimando di lasciare le loro case, pena il rischio di essere uccisi, ha riaperto antiche ferite, non solo quella storica della Nakba, l’esodo forzato dei palestinesi nel 1948, ma anche quelle più recenti. L’ultimatum echeggia le operazioni di pulizia etnica a Gerusalemme est: nel quartiere di Sheikh Jarrah lo Stato israeliano ha consentito indebite cacciate di palestinesi come abbiamo documentato a più riprese su Left. Su questo numero di The Passenger ne scrive Nour Abuzaid, del gruppo di ricerca Forensic Architecture, documentando una serie di azioni di deliberata pulizia etnica messe in atto nel quartiere. Tutta l’operazione è culminata nell’ottobre del 2021 con una dichiarazione del ministro della Difesa israeliano che ha definito movimenti terroristici sei tra le principali organizzazioni palestinesi che lottavano democraticamente per il riconoscimento dei diritti dei palestinesi residenti. «Una pronuncia calunniosa – scrive Nour Abuzaid – che mira a indebolire i loro tentativi di ristabilire la verità e la giustizia, e di accertare le effettive responsabilità».
Occupied Palestinian Territories, West Bank, Za’tara, 06 January 2013 Hayat (left) teaches yoga to the residents of her village, Zataara, on the outskirts of Bethlehem in the West Bank. The women are increasing in number each week (ph. Tanya Habjouqa-Noor)
Per capire più a fondo i meccanismi della politica di esproprio e di frammentazione del territorio palestinese particolarmente utile è l’intervento della nota giornalista israeliana Amira Hass, fra le voci più critiche del governo di Bibi Netanyahu, che su The Passenger denuncia una pianificata operazione per sezionare il territorio palestinese costruendo quartieri di lusso, immersi nel verde e per soli ebrei. «Tutto avviene con fredda efficienza chirurgica grazie all’appoggio di leggi e al supporto di una sofisticata propaganda unita da una spinta di matrice religiosa». Ovvero, spiega Hass, la frammentazione del territorio viene giustificata «con motivi di sicurezza oppure invocando una promessa divina contenuta nella Torah». Si tratta di «uno stupro del territorio seriale e di massa», scrive Amira Hass ed ha un preciso scopo: «La israelizzazione tramite la progettazione degli spazi trasmette un messaggio inequivocabile: i palestinesi sono superflui e non appartengono a questo luogo». Dunque si possono anche rinchiudere in un ghetto.
Ed eccoci ad Gaza che era già una prigione a cielo aperto prima di questa violenta controffensiva di Israele in risposta alla strage del 7 ottobre compiuta da Hamas. Su The Passenger Asma’ al-Atwna, ricercatrice e scrittrice, racconta cosa significa crescere a Gaza, uno dei luoghi più densamente popolati al mondo, in una città sotto il giogo conservatore, patriarcale, a cui si è aggiunto quello fondamentalista di Hamas, che ha vinto le elezioni nella Striscia nel 2007. «Da allora la popolazione, che conta più di 2 milioni di persone, è stata sottoposta a un blocco areo marittimo e terrestre che impedisce di entrare e uscire da questo fazzoletto di terra, che si estende per 41 km. Il blocco ha causato il deterioramento delle condizioni economiche, sanitarie e sociali per gli abitanti della Striscia». Aiutata da un suo professore dell’università, Asma è riuscita a fuggire da Gaza dopo un pestaggio subito da suo padre perché lei non portava il velo e protestava contro i matrimoni combinati di cui erano vittime le sorelle. «Ho scelto di vivere in esilio dal 2001- racconta Asma – non ho mai pensato di tornare a Gaza, soprattutto dopo che Hamas ha preso il potere nel 2007. Il popolo di Gaza ha votato per l’organizzazione islamista pensando che l’avrebbe salvato dall’Anp, con il suo sistema mafioso e autoritario. Oggi vive nella prigione di Hamas, dentro la prigione a cielo aperto che è Gaza. Negli anni successivi Hamas ha imposto il velo alle donne e ha istituito la polizia morale per opprimerle».
In questo viaggio in Palestina guidati da The Passenger arriviamo infine nel campo profughi di Jenin, simbolo della resistenza contro l’occupazione israeliana. Gli edifici sono crivellati di proiettili e coperti di manifesti di attivisti uccisi. «Qui – racconta la giornalista Yumna Patel- vivono e hanno vissuto diverse generazioni di rifugiati e la stessa esistenza del campo sono la testimonianza di tre quarti di secolo di esilio, della Nakba- catastrofe che ha plasmato una nazione e un intero popolo». Nel campo di Jenin vivono 15mila palestinesi, è uno dei 19 campi profughi esistenti in Cisgiordania. È stato creato nel 1948, all’indomani della Nakba, quando circa 750mila palestinesi furono cacciati dalle proprie case ad opera delle milizie sioniste e del neonato Stato di Israele. Oggi le nuove generazioni imbracciano i fucili, sotto continui raid israeliani. Sono giovani che non hanno avuto un’infanzia, fin da piccolissimi hanno visto persone uccise ogni giorno non solo “combattenti” ma anche donne e bambini. Hanno vissuto un’occupazione e un’oppressione via via sempre più crudele. E sentono di non aver altra via che difendersi e resistere. «Chiunque pensi che uccidere e distruggere possa portare pace e salvezza alla sua gente è un illuso», dice Mohammed al Sabbagh, capo del comitato popolare del campo a Yumna, riferendosi alla politica israeliana di effettuare raid sul campo. «Questa politica costerà cara a tutti, palestinesi e israeliani e non porterà né pace né salvezza, né sicurezza a nessuno». Parole più attuali che mai.
Foto in apertura di Paddy Dowling, courtesy The passenger (Iperborea)
Dal 7 ottobre, dopo l’attacco di Hamas a Israele, stiamo assistendo a una delle più disperate crisi umanitarie nella Striscia di Gaza, dove vivono più di 2,2 milioni di persone già sottoposte al blocco illegale da parte dell’esercito di Tel Aviv, iniziato nel 2007. Il 9 ottobre, il governo di Netanyahu ha annunciato l’assedio totale di Gaza, bloccando l’ingresso di cibo, carburante e assistenza umanitaria e interrompendo la fornitura di acqua ed elettricità, nel mezzo di una massiccia campagna di bombardamenti. La sofferenza, le lacrime, lo strazio che queste famiglie stanno vivendo da quando si sono riaccesi gli scontri lungo la Striscia di Gaza sono le stesse: nessuno dovrebbe vivere l’incubo di non sapere se arriverà alla fine della settimana. La vita di una donna palestinese vale quanto la vita di una donna israeliana. E questo è un concetto che dovremmo ripetere all’infinito e ovunque. Lo documentiamo ogni giorno, come Amnesty international. Siamo un’organizzazione imparziale per l’affermazione dei diritti umani che cerca di assicurare che tutte le parti coinvolte in un conflitto armato rispettino il diritto internazionale umanitario e il diritto internazionale dei diritti umani. Nel tempo, e non solo dall’esplosione di questa nuova crisi, abbiamo indagato e stiamo continuando a indagare sulle azioni delle forze israeliane e sulle attività di Hamas e di altri gruppi armati palestinesi per verificare se rispettino il diritto internazionale umanitario, comprese le norme che chiedono di prendere tutte le precauzioni per ridurre al minimo i danni alla popolazione civile, alle strutture civili e di evitare attacchi e forme di punizione collettiva contro i civili.
Nella Federazione Italiana Gioco Calcio (Figc) da poco lavora Filippo Tajani, non omonimo ma figlio del ministro agli Esteri Antonio, vice presidente del Consiglio nonché capo nel partito Forza Italia. Come racconta Lorenzo Vendemiale su il Fatto Quotidiano oggi in edicola il giovane Tajani lavorerà nel dipartimento che si occupa degli Europei 2032, con un contratto (per ora) fino al prossimo aprile.
Nelle Figc lavora anche Marta Giorgetti che non è un’omonima ma è la figlia del ministro Giancarlo, ministro all’Economia dello stesso governo di Antonio Tajani nonché uomo di punta della Lega con Matteo Salvini. Si occupa dell’organizzazione delle partite della nazionale allo stadio e dopo avere completato uno stage un anno e mezzo fa è stata continuamente confermata nel suo ruolo. Nella Figc, lo scrive il Fatto, ha lavorato anche un parente dell’ex ministro Vincenzo Spadafora (M5S) quando il partito aveva un peso politico maggiore essendo in maggioranza.
Forse è davvero una coincidenza che il presidente della Federcalcio Gabriele Gravina abbia pescato talenti inaspettati nelle parentele strette dei ministri dei governi che si sono succeduti. O forse ancora non è passato quel tempo in cui le classi dirigenti di questo benedetto Paese sono convinte di non dover mai rispondere ai principi di opportunità che sviliscono e disperano un giovane qualsiasi che provi a entrare nel mondo del lavoro.
Nell’anno 2023 continua tranquillamente a succedere qui in Italia che il “chi ti manda” sia una caratteristica fondamentale per accedere a determinate posizioni lavorative. E quelli – notate bene – sono gli stessi che si accaniscono contro i giovani svogliati.
Buon giovedì.
Di il direttore, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=57316792
“In nome della Spagna, nell’interesse della Spagna, in difesa della convivenza tra gli spagnoli, difendo oggi l’amnistia in Catalogna per gli eventi degli ultimi dieci anni”. Pedro Sánchez, presidente del governo ad interim e candidato del Psoe all’investitura, ha esplicitamente difeso una legge per l’amnistia per tutte le persone coinvolte nello svolgimento del referendum e nella dichiarazione unilaterale di indipendenza della Catalogna nel 2017. Lo ha fatto durante un intervento al Comitato federale del suo partito. Sánchez ha difeso l’amnistia sulla base della necessità di formare “un governo progressista” di fronte alla “battuta d’arresto” che una coalizione tra Feijóo dei Popolari e Abascal di Vox comporterebbe, e soprattutto per chiudere definitivamente la frattura politica vissuta in Catalogna dopo il processo giudiziario agli indipendentisti.
È una decisione dettata dall’aritmetica parlamentare definita dalle ultime elezioni politiche. “È cambiato qualcosa nella realtà che giustifica un cambiamento da parte nostra? La risposta è semplice: sì. Le elezioni del 23 luglio” e ha aggiunto “Ci sono 56 deputati che chiedono una amnistia per sostenere l’investitura. È la condizione per avere un governo progressista. Il programma elettorale può essere identico al programma di investitura solo quando un partito raggiunge la maggioranza assoluta. Ma non è questo il caso, e il nostro programma di governo deve includere richieste di altri gruppi politici”. Soprattutto è l’unica condizione per ottenere il sostegno degli indipendentisti alla sua rielezione a presidente del governo.
Nello stesso giorno arrivano le parole della vicepresidente del governo e leader di Sumar, Yolanda Díaz, che dà per scontato che l’investitura di Pedro Sánchez avverrà “tra pochi giorni” e che ci sarà un governo di coalizione con i socialisti. Non si può tornare indietro. Sánchez ha fatto il passo definitivo, quello che molti gli chiedevano da settimane.
È solo di qualche giorno fa la firma di Pedro Sánchez e Yolanda Díaz sull’accordo di governo per i prossimi quattro anni. Un programma che contiene più di 230 diverse misure per definire le linee guida per la legislatura. Certo c’è una tabella di marcia, ma un governo, al momento, non esiste. Per ora a sostegno dell’investitura del leader socialista, ci sono 158 voti sicuri – 121 del Psoe, 31 di Sumar e 6 di EH Bildu i nazionalisti baschi -, mancherebbero 17 voti necessari per raggiungere la maggioranza assoluta o, nel peggiore dei casi, almeno 14 per superare i 171 sufficienti in una seconda votazione del Congresso per portare a casa il prossimo governo e evitare altre elezioni politiche che potrebbero vedere il ritorno delle destre. Ma ci sono ragioni per essere ottimisti e il programma con il piano per combattere la disoccupazione giovanile, l’aumento del salario minimo e la riduzione dell’orario di lavoro a 37,5 ore settimanali, “senza riduzione del salario”; l’aumento del patrimonio edilizio pubblico, l’aumento degli obiettivi climatici della Spagna e una riforma fiscale volta ad aumentare il contributo dei gruppi bancari ed energetici alla spesa pubblica, è un accordo che può funzionare e comunque un passo importante per la formazione del nuovo governo basato sulla coalizione delle due sinistre.
Ma se è indispensabile strappare il consenso dell’insieme delle forze autonomiste o dichiaratamente indipendentiste che agiscono in Catalogna, in Galizia, nella Comunità Valenziana e nei paesi Baschi, forse si comprende meglio la scelta dell’amnistia.
Podemos ha annunciato che nei prossimi giorni sottoporrà l’investitura di Pedro Sánchez al voto dei suoi membri, perché “Tutte le decisioni importanti di Podemos vengono prese dagli iscritti”. Ultimamente il partito viola ha criticato la mancanza di ambizione del Psoe e dei leader di Sumar, coalizione di cui fanno parte, nel negoziare il patto di governo e non ha valutato il documento d’accordo di cui, sostengono, non erano a conoscenza. Tuttavia, finora, né in pubblico né in privato, la leadership ha messo in discussione il sostegno all’investitura. Lo stesso ex vicepresidente Pablo Iglesias lo ha dato per scontato la scorsa settimana in televisione.
Anche i militanti del Psoe sono chiamati a una consultazione, Sánchez ha inviato loro una lettera chiedendo di sostenere il patto di governo con Sumar e i negoziati con i partiti nazionalisti e indipendentisti per ottenere la sua investitura, nella lettera ha ribadito che l’amnistia per gli accusati del processo pro-indipendenza è “la strada giusta”.
Come preludio al sostegno degli indipendentisti all’investitura di Pedro Sánchez, il segretario organizzativo dei socialisti, Santos Cerdán, numero tre del partito, è volato a Bruxelles per incontrare l’ex presidente catalano Carles Puigdemont, proprio in coincidenza con il sesto anniversario dell’espatrio in Belgio dell’ex presidente della Generalitat. La foto con Puigdemont, scattata in una saletta del Parlamento europeo, anticipa un imminente accordo tra Junts per Catalunya e Psoe in attesa della decisione di Erc, la sinistra repubblicana catalana. Questa istantanea dell’incontro, a cui la destra ha reagito a raffica, rappresenta anche il riconoscimento pubblico da parte del Psoe di Puigdemont come interlocutore politico dopo anni di contrasti e dichiarazioni che lo screditavano.
Pedro Sánchez, di fatto, è disposto a fare tutti i passi necessari, anche quelli simbolici, per trovare un accordo legislativo che non si limiti alla sua investitura, cioè cerca garanzie di stabilità parlamentare in un Congresso senza una maggioranza progressista. Il Psoe non è intenzionato a approvare una legge di amnistia e a dare una svolta radicale per porre fine a tutti i processi giudiziari in corso, senza la garanzia di non trovarsi, un paio di mesi dopo, in un inferno parlamentare incapace di applicare il suo programma e che finirebbe per portare a elezioni anticipate che aprirebbero nuovi varchi al disegno reazionario delle destre. Sánchez vuole stabilità e garanzie.
Tutto sembra convergere su un governo Sánchez 3, cercando di non guardare i punti deboli, in particolare quelli sulla politica estera spagnola che, con le guerre in corso, potrebbero vanificare la futura maggioranza e proprio l’unità delle sinistre. Questo non sarebbe un problema solo per la Spagna, sarebbe qualcosa che riguarda tutta l’Europa, che ha bisogno di qualcuno che la spinga a liberarsi della politica subalterna nei confronti della Nato e degli Stati Uniti.
In foto Pedro Sanchez con la moglie María Begoña Gómez Fernández, scattata da Carlos Delgado – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=66242204