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Emma Marrone: Uomini, reagite contro i femminicidi

Un nuovo viaggio musicale quello di Emma Marrone, per tutti Emma. È l’album Souvenir, il settimo in studio, preludio di un tour che la vedrà esibirsi nei prossimi mesi nei club in tutta Italia. Nell’occasione dell’uscita del nuovo lavoro, l’artista ha organizzato nella libreria Mondadori a Milano uno spazio d’incontro e confronto con il suo pubblico, soprattutto con i più giovani, per i quali, ha detto la cantautrice, lei «c’è sempre». E il tour, dice, «è un bel momento per stare vicini, cuore a cuore, finalmente».
Emma dalle mille risorse: dalla tv, vincitrice di Amici al cinema, artista impegnata, attenta ai temi sociali e al rispetto dell’identità e immagine della donna, come ha dimostrato reagendo al body shaming subìto a Sanremo. Per niente “sbagliata”, dal titolo di un docufilm che la riguarda, ma sempre in prima linea con estrema sincerità. «Voglio raccontare tutto – dice – come ho sempre fatto, ma con una consapevolezza maggiore». Souvenir, continua, «è frutto di un viaggio fisico, perché non mi sono mai fermata, ma anche di una grande introspezione: mi consegno al pubblico completamente disarmata».

Souvenir: nove brani, come dici, “senza armatura”. Sempre diversa, anche nelle sonorità, nelle sfumature vocali. Affronti temi come l’amore, in “Sentimentale”, i ricordi più personali di “Intervallo” o “Capelli corti”. Che cosa ti stava più a cuore raccontare questa volta?
In questo album ho abbassato le armi, mi sono tolta l’elmetto e la corazza; non ho più paura di consegnarmi alle persone, al mio pubblico senza filtri. Volevo raccontare tutto. In questo album c’è tutta me stessa.

L’arte di immaginare un futuro diverso, fuori dalla guerra

Kyjiv – Malgrado una guerra ancora in corso, Kyjiv, dal punto di vista culturale (e non solo), è una città piena di vita. I teatri sono pieni e i cartelloni propongono una vasta gamma di spettacoli, dai classici europei e ucraini fino agli autori contemporanei. Seppure la minaccia di un attacco aereo sia sempre incombente, gli abitanti della città cercano di condurre una vita “normale” e, in questo senso gli eventi culturali sono sempre stati un momento importante di aggregazione e catarsi, anche quando, per motivi di sicurezza, si sono dovuti svolgere in improvvisati spazi ricavati nei cunicoli della metropolitana. Oggi per fortuna la somministrazione della corrente elettrica è regolare e stabile (almeno per ora) e gli allarmi antiaerei sono meno frequenti di qualche mese fa. Ciò ha reso possibile una riapertura di spazi espositivi e gallerie d’arte (dotate di rifugi antiaerei), mentre i musei sono ancora inagibili (le opere d’arte più preziose sono state imballate e messe in sicurezza in caveau sotterranei).
Chi si trovasse a passare per Kyjiv non si dovrebbe perdere la mostra Spazi, limiti, confini presso la centralissima Ukrajins’kyj Dim, all’inizio del celeberrimo viale della capitale ucraina, il Kreshchatyk (esattamente al civico 2). Si tratta di una mostra collettiva alla quale hanno partecipato 40 artisti chiamati a offrire una loro personale riflessione sui temi che danno il titolo alla mostra, messi in relazione alla realtà della guerra in corso, all’interno di uno spazio fortemente connotato. Infatti l’edificio monumentale in stile moderno che ospita la mostra, inaugurato nel 1982, rappresenta l’ultimo intervento urbanistico di grande rilievo realizzato nel periodo sovietico a Kyjiv. Ospitò fino al 1993 un museo dedicato a Lenin e, a suo tempo, vi lavorarono i migliori architetti e artisti attivi in Ucraina in quegli anni (il cantiere venne inaugurato nel 1978). Successivamente, dal 1993, lo spazio è stato riconvertito e oggi ospita concerti, conferenze e mostre. Malgrado siano stati rimossi i simboli legati alla precedente destinazione, la concezione celebrativa e retorica dell’edificio è ancora visibile (la monumentale sala rotonda centrale sovrastata da una cupola era destinata a ospitare una gigantesca statua di Lenin).

Firenze, l’identità perduta

Rutilio Namaziano, poeta latino del V secolo, scriveva che anche le città possono morire. Davanti ai suoi occhi c’era la decadenza dell’impero romano, resa tangibile dall’abbandono delle città e dalla rovina dei monumenti. Ma parlava di morte della città perché sapeva che la città era prima di tutto un organismo vivente. Se muore, quasi sempre è venuta meno quella comunità che trasforma in città qualunque mucchio di abitazioni, e senza la quale non esiste civiltà urbana. Relazioni inestricabili, di cui chi governa non può non avere coscienza. Ma una città può morire anche per bulimia architettonica e abitativa, specie se ad alimentare la patologia è il profitto. Credo che pochi monumenti nell’Italia contemporanea possano rappresentare la perdita di una coscienza storica e civile come lo Student Hotel che si sta costruendo a Firenze su viale Belfiore, gigantesco accrocchio cementizio fitto di finestre oblunghe e sfalsate che pare incredibile sia stato partorito, nel 2023, nella città di Arnolfo, Brunelleschi e Michelangelo. E dire che la lunga e travagliata storia del recupero di quest’area dismessa era iniziata con un progetto, abortito, di Jean Nouvel. Ma ad accelerare la morte della città è anche, e forse soprattutto, la funzione del nuovo edificio: uno studentato di lusso che tuttavia, come quello già attivo in viale Lavagnini e realizzato dalla stessa società (ma restaurando un immobile già esistente, che apparteneva alle Ferrovie), svolgerà una parallela attività alberghiera, soprattutto nei mesi estivi. Non proprio case dello studente, ma strutture ricettive polifunzionali ricche di servizi che si rivolgono a una clientela facoltosa, studenti compresi. I loro clienti ideali non sono dunque gli iscritti all’Università di Firenze, ma chi frequenta prevalentemente università straniere (non meno di una trentina). Non si tratta di eccezioni: alberghi travestiti da studentati e studentati puri, ma non alla portata dei meno abbienti, stanno sorgendo letteralmente come funghi.

Il senso di Henry Moore per l’umano

Henry Moore e le piccole Veneri, arte e identità umana è l’ultima opera di Francesca Borruso, un libro bellissimo, frutto di una lunga e appassionata ricerca. Esso nasce dal contrappunto di tre temi: l’arte paleolitica in particolar modo quella mobiliare, la biografia e le opere di Moore e infine, la teoria della nascita e la concezione dell’identità umana di Massimo Fagioli. Il risultato è un intreccio virtuoso, una narrazione avvincente e convincente «che risuona e ci riempie» come ha detto qualcuno. Nel dicembre del 2019 fu dato alle stampe il saggio di Francesca Borruso edito dalla casa Editrice Espera, specializzata in tematiche legate all’archeologia. Recentemente è uscita una traduzione inglese frutto dell’ottimo lavoro di Marcella Matrone grazie anche all’interessamento della Fondazione Henry Moore. Uno dei temi che colpiscono maggiormente nel libro è quello dell’idiosincrasia mostrata dallo scultore inglese per i critici che da giornali, come il Morning Post nel 1929 lo avevano attaccato pesantemente definendo le sue opere «revolting» cioè immorali e disgustose: la sua colpa, oltre al “bolscevismo” sarebbe stata quella di aver scolpito una statua in un blocco di cemento dal titolo Sucking child nella quale per la prima volta nella storia dell’arte il protagonista assoluto era il lattante. Lo scultore era molto diffidente non solo nei confronti di artisti che parlano troppo di sé stessi in termini razionali ma anche di una critica fatta solo di parole vuote da parte di persone senza sensibilità artistica. Comunque Moore era abilissimo nell’uso del linguaggio e della comunicazione, come affermò la figlia: lo testimoniano i suoi interventi teorici e critici che coprono più di trecento pagine. Le sue analisi artistiche toccano vertici insuperabili come quelle sull’opera di Giovanni Pisano o sulla Pietà Rondanini di Michelangelo.

La sinistra e l’identità delle donne

Illustrazione di Fabio Magnasciutti

La sinistra saprà rispondere in maniera efficace alla sfida culturale che propone la destra con la formula Dio, Patria e Famiglia? È possibile immaginare un mondo che condivida le risorse, e con rapporti sociali non basati sulla sopraffazione e la violenza: quest’ultima deve essere considerata una componente inevitabile degli esseri umani? In un periodo storico complesso come questo che stiamo vivendo, con forze che spingono per un cambiamento contro governi teocratici, come succede in Iran e in tutto il Medio oriente, ma anche con focolai di guerra che si aprono in più punti, è importante che la sinistra abbia la forza di proporre una cultura nuova, un modo di vivere i rapporti umani senza crudeltà e prevaricazioni fisiche e psichiche. Sono le nuove generazioni a chiedere questo cambiamento e lo vediamo nelle piazze e sui social. Nei regimi teocratici, per definizione non democratici, sono soprattutto le donne a rischiare la propria vita, se si ribellano alle autorità religiose che le vogliono schiave degli uomini e senza alcun diritto né umano né civile. Sono donne senza volto, che spesso perdono definitivamente la loro vita, se osano affermare la propria identità. Possiamo proporre ancora alle nuove generazioni una cultura avvelenata dalla violenza e dalla intolleranza? È questa la verità e il pensiero dell’essere umano? Considerazioni e domande che è impossibile non fare e non porsi, in un momento storico durante il quale teniamo il fiato sospeso per il timore dell’espansione delle guerre.
Dobbiamo cercare l’origine culturale di un pensiero, che strutturato sulla razionalità, vede solo la sopraffazione e la logica della vendetta, dell’occhio per occhio, l’unica legge che governa la socialità.

Far risalire i salari nell’Europa diseguale

La pandemia da CoVid-19, con i suoi drammatici impatti su salute, economia, società e politica, ha costretto l’establishment politico europeo a rivedere drasticamente le sue posizioni in materia di intervento degli Stati nazionali e dell’Unione europea in campo economico e sociale. Un cambiamento che non ha solo prodotto un aumento dei deficit nazionali, il programma Sure, (un regime paneuropeo temporaneo di sussidi contro la disoccupazione da 100 miliardi di euro) e il Next generation Ue (da 750 miliardi di euro), ma ha anche momentaneamente rimesso al centro della politica della Commissione e del Parlamento europeo il Pilastro europeo dei diritti sociali (approvato dai capi di governo al vertice del novembre 2017 a Göteborg) per costruire «un’Europa sociale» (auspicata da Jacques Delors per promuovere la solidarietà transnazionale fra i popoli e favorire la convergenza), portando la Commissione ad elaborare numerose direttive e un Piano d’azione discusso nel vertice sociale di Porto del 7 maggio 2021. La pandemia aveva dunque aperto un possibile processo di revisione delle regole della governance economica che sembrava essere diretto ad assicurare una «crescita economica inclusiva e sostenibile» (in linea con gli articoli 2 e 3 del Trattato di funzionamento Ue), superando il dogma neoliberista dell’austerità.

«Le sentenze della Cassazione sul salario minimo: il ritorno ai principi inderogabili»

Con Giuseppe Bronzini, già presidente della sezione lavoro della Corte di Cassazione e segretario generale del Movimento europeo, approfondiamo il tema delle sentenze della Suprema Corte in merito ai “salari indecenti”, come li ha definiti in un suo recente saggio su LavoroDirittiEuropa.

Dottor Bronzini, le 4 sentenze della Cassazione sul salario minimo costituzionale rappresentano una svolta storica dal punto di vista del diritto del lavoro?
Secondo me sì, perché prima la giurisprudenza era molto rispettosa della contrattazione collettiva e tendeva a valorizzare i contratti, ad estenderne l’applicazione, non ad annullarli. Sappiamo che non c’è l’erga omnes, il Ccnl vincola solo gli aderenti alle associazioni che l’hanno stipulato. Quindi la precedente giurisprudenza della Cassazione tendeva ad applicare il Ccnl anche quando le parti non avessero stabilito uno specifico contratto, oppure quando era applicato un contratto inidoneo, tale da non garantire la sufficienza della retribuzione e tendeva a sceglierne un altro. Con queste sentenze in sostanza viene dichiarata la nullità dei contratti anche se sono stati stipulati dai sindacati più rappresentativi. E in tutti e 4 i casi i sindacati erano quelli, si dice, comparativamente più rappresentativi, il giudice dichiara la nullità dei contratti e poi dovrebbe integrare i trattamenti minimi scegliendo una serie di parametri.

Il prezzo di una vita libera e dignitosa

Negli ultimi mesi si è parlato molto del salario minimo che in Italia è stato argomento tabù per molto tempo, nonostante gli allarmi lanciati via via negli anni sul degrado progressivo delle condizioni dei lavoratori, richiamando la necessità di una misura che è presente in quasi tutta Europa. Il dibattito è stato soprattutto politico, dopo la presentazione a luglio della proposta di legge delle opposizioni sul salario minimo a 9 euro e la successiva bocciatura a settembre dal Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel) a cui si era rivolto il governo Meloni per trarsi d’impaccio di fronte a una discussione in Parlamento che avrebbe messo in cattiva luce chi si proclama come “destra sociale”, attenta al “popolo”. Mentre la politica ribolliva, si è levata un’altra voce, quella del diritto, in difesa del “salario minimo costituzionale”. E le sentenze della Cassazione del 2 ottobre stanno già facendo giurisprudenza nei tribunali.

Intanto, una premessa. In Italia ci sono 3 milioni di lavoratori poveri che percepiscono un salario inferiore ai 9 euro. La stima è del rapporto Svimez di luglio che si basa sugli ultimi dati Istat disponibili: un milione sono al Sud e due al Centro nord, il 17,2% dei lavoratori dipendenti (esclusa la Pubblica amministrazione). A ciò si aggiunge l’aumento vertiginoso dell’inflazione che ha tolto potere d’acquisto ai già magri salari, insufficienti a garantire quella «esistenza libera e dignitosa», diritto sancito dall’articolo 36 della Costituzione. Questa la fotografia di un mondo del lavoro frammentato tra contratti a termine prolungati per anni, part time involontari, esternalizzazioni e subappalti. Turismo, servizi, lavoro domestico e agricolo i settori più fragili (con paghe anche di 5 euro all’ora).

La svalutazione del lavoro

Nel 2021 durante la fase più dura della pandemia, la Fondazione Di Vittorio, istituto di ricerca storica, economica, sociale e di formazione sindacale della Cgil, promosse un dialogo sui temi del lavoro e delle sue trasformazioni tra Alain Touraine, che ci ha lasciati da poco, e alcuni ricercatori della sua scuola, che abbiamo il privilegio di avere come nostri collaboratori e interlocutori da molti anni.
In quel tempo abbiamo pensato che fosse arrivata l’occasione per rideterminare il nostro punto di vista su ciò che effettivamente è accaduto negli ultimi trent’anni per trarne un bilancio, partendo da una ricostruzione dei processi sociali ed economici, dal lavoro e dalle sue trasformazioni. Touraine, come altri grandi maestri della sociologia, tra i quali Accornero, Pizzorno, Gallino, dall’analisi del lavoro ha tratto suggestioni fondamentali per comprendere gli itinerari e le tendenze delle democrazie moderne e delle loro ripetute crisi. Nello stesso tempo, attraverso l’analisi del lavoro grazie al metodo dell’inchiesta, i sociologi hanno consentito alle organizzazioni dei lavoratori di costruire un punto di vista autonomo sui cambiamenti in atto, contribuendo alla costruzione di una coscienza collettiva. È questa la storia della ricerca.

L’inchiesta che presentiamo fa emergere le richieste dei lavoratori nei confronti delle controparti ma anche le aspettative nei confronti del sindacato. Rinvio ai materiali che saranno resi disponibili e consultabili a breve nella loro interezza e a quelli che abbiamo già anticipato in rete per i suoi contenuti. Ne riprendo solo una che mi è utile a collegarmi nel breve spazio a disposizione in questa sede ad una questione enorme che negli anni è stata via via sempre più sottovalutata, quella del salario. Per chi osserva in modo onesto la dinamica salariale del nostro Paese, che ci si trovi di fronte ad una gigantesca questione è chiaro da tempo, almeno da 15 anni. La questione salariale è questione sindacale, questione sociale, economica, questione politica generale per l’entità della sua dimensione, per le sue cause profondamente intrecciate con i nodi di fondo della lunga crisi italiana. Ciò che è nuovo dopo il faticoso percorso che ci ha portato all’ingresso nella moneta unica è il riaffacciarsi dell’inflazione. I salari italiani sono sostanzialmente fermi al 1993, anzi siamo l’unico Paese che nel trentennio 1990-2020 registra una perdita del potere d’acquisto della remunerazione media annua del lavoro dipendente contro incrementi del 33,1 nella media Ocse.

Poveri, dequalificati e sfruttati

Siamo in un’epoca di profonda trasformazione nella quale enormi possibilità di emancipazione si confrontano con l’affermarsi di processi di sfruttamento sempre più feroci, vecchi e nuovi, dal lavoro schiavo nelle piantagioni al platform work. L’obiettivo di questa inchiesta, promossa dalla Cgil nazionale e condotta dalla Fondazione Di Vittorio, è stato quello di ascoltare il punto di vista delle lavoratrici e dei lavoratori, per comprendere le loro condizioni e le aspettative per migliorare l’azione del sindacato. Per l’inchiesta è stato utilizzato un metodo di ricerca-intervento fondato sulla partecipazione e l’inclusione. Un gruppo di ricerca inter-disciplinare ha collaborato con le strutture sindacali per l’elaborazione di ogni fase, dal questionario alla disseminazione che è avvenuta online e nei luoghi di lavoro. Il questionario era rivolto a tutte le lavoratrici e lavoratori, con qualsiasi tipologia contrattuale e professionale, in ogni settore pubblico e privato, considerando anche il lavoro autonomo e i disoccupati. Hanno partecipato all’inchiesta circa 50mila persone e i questionari validi sono stati 31.014.

In particolare, l’inchiesta restituisce il punto di vista di una platea di riferimento numericamente rilevante per l’organizzazione sindacale (core membership) con una forte presenza di imprese medie e grandi, una maggiore concentrazione nel Centro e Nord Italia, un’elevata incidenza di iscritte/i e rappresentanti sindacali. Considerando queste caratteristiche del campione, emerge un racconto del lavoro che riporta meno il punto di vista dei più esclusi, di chi lavora nelle imprese più piccole, nel Sud Italia, dei migranti così come dei più giovani: soggetti e contesti nei quali l’azione sindacale necessita di essere rafforzata, e dove l’inchiesta stessa ha avuto maggiori difficoltà nella diffusione. Comunque, l’inchiesta ha intercettato tutti i settori e le professioni e mostra l’ampia varietà di condizioni, sistemi d’impresa, biografie individuali, con cui si confronta l’azione sindacale.