Per mille ragioni, il 23 settembre scorso il movimento Fridays for future ha manifestato in centinaia di piazze di tutto il mondo per protestare contro l’inerzia dei governi nella lotta al cambiamento climatico. Gli effetti del riscaldamento globale colpiscono già, secondo gli esperti delle Nazioni Unite, la vita di più di tre miliardi di persone nelle aree maggiormente esposte. La Conferenza annuale sui cambiamenti climatici, che si svolge a Sharm el-Sheikh in Egitto dal 6 al 18 novembre (Cop27), rappresenta la nuova occasione per portare i Paesi responsabili delle emissioni di gas serra a ridurre l’impatto delle loro attività sul clima. Cina, Stati Uniti, Unione europea, India, Russia e Giappone contribuiscono, da soli, al 66% delle emissioni globali di CO2. Il contesto nel quale si svolge la Cop27 è però meno favorevole rispetto a quello che ha preceduto la Cop26 un anno fa.
Il Glasgow climate pact, ovvero il testo di compromesso uscito dalla Cop26, ha stabilito l’impegno a ridurre gradualmente il ricorso al carbone e i sussidi alle fonti fossili. Per quanto riguarda la diminuzione delle emissioni di CO2 in atmosfera, sono state decise riduzioni con l’obiettivo di arrivare entro il 2050 ad un incremento non superiore a 1,5°C. L’impegno degli Stati industrializzati a creare un fondo di 100 miliardi di dollari annui per i Paesi maggiormente colpiti dall’impatto del cambiamento climatico, impegno solo parzialmente attuato, è stato rinnovato e posticipato al 2023, con un raddoppio della quota annuale destinata alla finanza climatica. Si è dato inoltre il via alla realizzazione di un mercato globale del carbonio, sul modello realizzato con il protocollo di Kyoto, per mettere a disposizione degli Stati risorse finanziarie per le misure di mitigazione e adattamento al cambiamento climatico.
La Cop27 si svolgerà in un contesto diverso e fortemente condizionato dalla guerra in corso tra Russia e Ucraina, catastrofica anche per la lotta al cambiamento climatico. Dall’inizio della guerra le lobby delle fonti fossili hanno accumulato enormi benefici economici grazie agli aumenti costanti del prezzo del gas. Al contrario, le istituzioni internazionali e i movimenti che si battono per realizzare una società climaticamente neutra si sono trovati di fronte ad una vertiginosa “marcia indietro” dei Paesi industrializzati, la cui unica preoccupazione sembra ora legata al prezzo e alla disponibilità del gas e altri combustibili fossili, incluso il carbone.
Due considerazioni sembrano totalmente scomparse dalle scelte strategiche compiute negli ultimi mesi, in particolare, dai Paesi dell’Unione europea: in primo luogo, la considerazione che la crisi climatica è un’emergenza assoluta perché il tempo a disposizione per risolverla è estremamente limitato; in secondo luogo, che l’uscita dalla crisi climatica richiede un rapporto nuovo tra gli Stati, per il suo carattere globale che non permette soluzioni a carattere nazionale o continentale. E anche la competizione economica alla base degli attuali sistemi di produzione e scambio di beni non sembra possa rappresentare un modello efficace per invertire la rotta. La cooperazione tra gli Stati resta l’elemento essenziale e probabilmente l’unica vera chiave per dare soluzione alla crisi in atto, così come l’assunzione di maggiori responsabilità da parte di tutti i governi in relazione alle cause che sono all’origine del riscaldamento globale.
Secondo gli esperti dell’Onu, che hanno curato i tre volumi del VI Rapporto di valutazione dell’Ipcc sui cambiamenti climatici, pubblicati tra il 2021 e il 2022, i flussi finanziari destinati alle misure per il contenimento dell’innalzamento della temperatura entro 1,5°C sono da tre a sei volte inferiori a quelli necessari per raggiungere tale obiettivo al 2050. Se si considera che il 50% della popolazione mondiale contribuisce solo al 15% delle emissioni di gas serra di tutto il pianeta, e ne subisce molto spesso gli effetti più devastanti, l’atteggiamento dei governi dei Paesi avanzati, inclusi quelli europei, appare oltre che irresponsabile per certi aspetti incomprensibile.
Le azioni di mitigazione, vale a dire il taglio delle emissioni per ridurre l’innalzamento della temperatura, non possono essere rinviate, perché in tal caso anche le misure di adattamento richiederebbero, per essere efficaci, enormi quantità di risorse finanziarie. In mancanza di investimenti immediati e significativi, i costi delle misure di adattamento per limitare gli impatti del cambiamento climatico sulle infrastrutture, sui sistemi di produzione e sulla qualità della vita delle popolazioni di tutto il mondo saranno sempre maggiori e sempre meno sostenibili sotto il profilo finanziario, sia per i Paesi meno sviluppati sia per quelli industrializzati. Questa constatazione emerge chiaramente dal VI Rapporto Ipcc, risultato del lavoro interdisciplinare di numerosi scienziati di tutto il mondo, approvato dai rappresentanti di oltre 190 Stati.
Ciononostante, i governi dei Paesi industrializzati sembrano ancora incapaci di investire sufficienti risorse finanziarie per le azioni di contrasto al cambiamento climatico e di adattamento agli effetti che ne derivano: desertificazione, emergenze idriche, scioglimento dei ghiacciai, ondate di calore, alluvioni, innalzamento del livello del mare, erosione della fascia costiera, perdita di biodiversità terrestre e marina. Tali investimenti andrebbero a vantaggio delle economie che gli stessi governi dicono di voler tutelare.
Anche i Paesi africani, pur chiedendo di accedere maggiormente alle risorse messe a disposizione dalla “finanza climatica” e soprattutto l’attivazione del meccanismo di compensazione “Loss and damage”, vorrebbero evitare il progressivo abbandono dei combustibili fossili, ritenendo tale prospettiva una minaccia per lo sviluppo dell’Africa. I ministri dell’economia dei Paesi africani, riunitisi al Cairo per concordare una posizione comune in vista dei negoziati della Cop27, puntano proprio sul gas come fonte energetica di transizione, per garantire a 600 milioni di abitanti del continente africano di accedere all’energia elettrica. Alcuni osservatori considerano però difficile che il gas possa fornire elettricità alle popolazioni presenti in aree rurali molto vaste e prive di infrastrutture, che potrebbero invece essere più facilmente raggiunte, e a costi inferiori, dall’energia prodotta in loco da fonti rinnovabili.
Dall’altra parte del Mediterraneo, i governi europei e il Parlamento dell’Ue hanno recentemente approvato la proposta della Commissione europea di includere il gas fossile e il nucleare tra le fonti di energia di transizione che possono contribuire alla decarbonizzazione dell’economia, proposta molto dibattuta all’interno della stessa Commissione europea, tanto da non essere stata adottata all’unanimità. Nell’ambito della cosiddetta tassonomia europea, gas e nucleare sono stati inseriti tra le attività considerate sostenibili. La tassonomia europea, vale a dire la classificazione delle attività economiche, ha lo scopo di orientare i flussi di capitale verso investimenti sostenibili, gestire i rischi finanziari connessi ai cambiamenti climatici e fornire trasparenza e sicurezza agli investitori.
Per quanto riguarda il gas naturale, uno studio recente commissionato dal Wwf (si veda il report Le emissioni di metano in Italia) ha messo in evidenza come le emissioni di metano, che incidono per il 20% sulle emissioni globali, abbiano un potenziale di riscaldamento di molte volte superiore a quello della CO2 e di altri gas serra. Minori concentrazioni di metano in atmosfera, secondo il rapporto del Wwf, porterebbero ad una più rapida riduzione dell’innalzamento della temperatura, rendendo questo tipo di mitigazione particolarmente efficace nel breve periodo. Questa previsione sarebbe confermata dagli esperti Ipcc che hanno rimarcato la necessità di eliminare un terzo delle attuali emissioni di metano entro il 2030. A questo riguardo, Stati Uniti e Unione europea hanno lanciato nel 2021 il “Global methane pledge” che prevede l’impegno, sottoscritto nel corso della Cop26 da più di 100 Paesi Italia inclusa, a ridurre le emissioni di metano entro il 2030 di almeno il 30%.
La guerra in corso, come si è detto, sembra aver determinato ripensamenti notevoli e passi indietro anche da parte di attori che fino a pochi mesi fa sembravano disponibili ad impegnarsi in modo significativo per ridurre le emissioni di gas serra in atmosfera. La guerra, al di là delle cause di natura economica, politica e strategica che ne sono all’origine, sembra abbia determinato una reazione contro il processo di transizione, ormai inarrestabile, verso modelli di produzione diversi da quelli attuali. Il passaggio da sistemi di produzione lineari basati sulle fonti fossili a nuovi sistemi circolari basati sulle fonti rinnovabili sarà probabilmente caratterizzato, per diverso tempo, da balzi in avanti e battute d’arresto, talvolta drammatiche come la guerra in corso.
Anche nel recente passato sono accaduti fatti politici che hanno rallentato il processo di transizione verso una economia decarbonizzata. Basti ricordare che un anno dopo la storica Conferenza delle parti che portò all’accordo di Parigi (Cop21), che prevedeva per la prima volta decisioni vincolanti per combattere il riscaldamento globale, la presidenza Trump ritirò gli Usa dall’accordo. Un anno dopo l’iniziativa dell’Unione europea, senza precedenti, di finanziare gli investimenti per la ripresa post pandemica attraverso un debito comune (Pnrr), lo scoppio del conflitto tra Russia e Ucraina ha riportato indietro di qualche decennio le lancette della storia. Molti Paesi europei, Italia inclusa, stanno attualmente destinando parti consistenti dei loro bilanci ad investimenti nel settore militare, sottraendo risorse preziose alla lotta contro il cambiamento climatico, che dovrebbe essere considerata di interesse pubblico prioritario sia a livello nazionale sia a livello globale.
Ma non è solo la guerra che potrebbe ostacolare i tentativi che saranno compiuti alla Cop27 per rafforzare la cooperazione tra gli Stati e dare slancio alla transizione verso un’economia decarbonizzata. La posizione dell’Egitto, che ospita e presiede la Cop27, potrebbe indebolire le prospettive di un accordo ambizioso. Il governo egiziano non gode attualmente di stima da parte dei governi occidentali, soprattutto per il mancato rispetto dei diritti umani denunciato, tra gli altri, da Amnesty International. In Italia sono tristemente note le vicende che hanno riguardato l’assassinio di Giulio Regeni e la detenzione preventiva per 22 mesi dello studente dell’Università di Bologna Patrick Zaky, tuttora trattenuto in Egitto in attesa di processo, per aver pubblicato un articolo sul sito libanese Daraj. Inoltre, la scelta del governo egiziano di inserire tra gli sponsor della Cop27 la società Coca-Cola ha destato scalpore, considerati i miliardi di bottiglie di plastica immesse ogni anno sul mercato (che richiedono peraltro l’impiego di fonti fossili) e la gravità del fenomeno dell’inquinamento da plastiche.
Pur in un quadro non particolarmente promettente, la Cop27 è comunque al centro di diverse iniziative politiche da parte di movimenti e organizzazioni non governative. Nelle scorse settimane, 400 Ong hanno inviato una lettera ai capi delegazione dei Paesi che parteciperanno alla Cop27 per chiedere l’applicazione dei principi della giustizia climatica, della solidarietà e della cooperazione. Inoltre, centinaia di giovani provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente si sono dati appuntamento al Climate camp di Tunisi, per iniziare una lotta collettiva sulla “giustizia climatica”, lotta che verrà portata in Egitto per chiedere alla Cop27 di dare risposte concrete ai Paesi che non sono responsabili dell’emergenza climatica, ma che ne subiscono gli impatti più rilevanti.
Da tempo i Paesi più esposti agli effetti del cambiamento climatico premono affinché il meccanismo di compensazione “Loss and damage” venga posto al centro dei negoziati della Cop27. Pur essendo previsto dall’accordo di Parigi sin dal 2015, il meccanismo di compensazione, che dovrebbe sostenere i Paesi meno sviluppati nell’affrontare i danni subiti a causa degli effetti del riscaldamento globale, è rimasto del tutto inattuato. Ciò per la mancanza dei fondi promessi dai Paesi il cui sviluppo industriale e tecnologico ha determinato il cambiamento climatico in atto. La grettezza dei Paesi industrializzati, sintomo anche di un’evidente miopia politica e strategica, ha impedito il raggiungimento di un accordo nelle scorse Conferenze delle parti sul meccanismo di compensazione e potrebbe ancora ostacolare una decisione nella prossima Conferenza. Il tema della giustizia climatica continuerà comunque, oltre la Cop27, ad animare la discussione intergovernativa e le iniziative di cooperazione tra gli Stati, strada obbligata per uscire dal tunnel della crisi climatica.










