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Clima, la conferenza delle contraddizioni

Per mille ragioni, il 23 settembre scorso il movimento Fridays for future ha manifestato in centinaia di piazze di tutto il mondo per protestare contro l’inerzia dei governi nella lotta al cambiamento climatico. Gli effetti del riscaldamento globale colpiscono già, secondo gli esperti delle Nazioni Unite, la vita di più di tre miliardi di persone nelle aree maggiormente esposte. La Conferenza annuale sui cambiamenti climatici, che si svolge a Sharm el-Sheikh in Egitto dal 6 al 18 novembre (Cop27), rappresenta la nuova occasione per portare i Paesi responsabili delle emissioni di gas serra a ridurre l’impatto delle loro attività sul clima. Cina, Stati Uniti, Unione europea, India, Russia e Giappone contribuiscono, da soli, al 66% delle emissioni globali di CO2. Il contesto nel quale si svolge la Cop27 è però meno favorevole rispetto a quello che ha preceduto la Cop26 un anno fa.

Il Glasgow climate pact, ovvero il testo di compromesso uscito dalla Cop26, ha stabilito l’impegno a ridurre gradualmente il ricorso al carbone e i sussidi alle fonti fossili. Per quanto riguarda la diminuzione delle emissioni di CO2 in atmosfera, sono state decise riduzioni con l’obiettivo di arrivare entro il 2050 ad un incremento non superiore a 1,5°C. L’impegno degli Stati industrializzati a creare un fondo di 100 miliardi di dollari annui per i Paesi maggiormente colpiti dall’impatto del cambiamento climatico, impegno solo parzialmente attuato, è stato rinnovato e posticipato al 2023, con un raddoppio della quota annuale destinata alla finanza climatica. Si è dato inoltre il via alla realizzazione di un mercato globale del carbonio, sul modello realizzato con il protocollo di Kyoto, per mettere a disposizione degli Stati risorse finanziarie per le misure di mitigazione e adattamento al cambiamento climatico.

La Cop27 si svolgerà in un contesto diverso e fortemente condizionato dalla guerra in corso tra Russia e Ucraina, catastrofica anche per la lotta al cambiamento climatico. Dall’inizio della guerra le lobby delle fonti fossili hanno accumulato enormi benefici economici grazie agli aumenti costanti del prezzo del gas. Al contrario, le istituzioni internazionali e i movimenti che si battono per realizzare una società climaticamente neutra si sono trovati di fronte ad una vertiginosa “marcia indietro” dei Paesi industrializzati, la cui unica preoccupazione sembra ora legata al prezzo e alla disponibilità del gas e altri combustibili fossili, incluso il carbone.

Due considerazioni sembrano totalmente scomparse dalle scelte strategiche compiute negli ultimi mesi, in particolare, dai Paesi dell’Unione europea: in primo luogo, la considerazione che la crisi climatica è un’emergenza assoluta perché il tempo a disposizione per risolverla è estremamente limitato; in secondo luogo, che l’uscita dalla crisi climatica richiede un rapporto nuovo tra gli Stati, per il suo carattere globale che non permette soluzioni a carattere nazionale o continentale. E anche la competizione economica alla base degli attuali sistemi di produzione e scambio di beni non sembra possa rappresentare un modello efficace per invertire la rotta. La cooperazione tra gli Stati resta l’elemento essenziale e probabilmente l’unica vera chiave per dare soluzione alla crisi in atto, così come l’assunzione di maggiori responsabilità da parte di tutti i governi in relazione alle cause che sono all’origine del riscaldamento globale.

Secondo gli esperti dell’Onu, che hanno curato i tre volumi del VI Rapporto di valutazione dell’Ipcc sui cambiamenti climatici, pubblicati tra il 2021 e il 2022, i flussi finanziari destinati alle misure per il contenimento dell’innalzamento della temperatura entro 1,5°C sono da tre a sei volte inferiori a quelli necessari per raggiungere tale obiettivo al 2050. Se si considera che il 50% della popolazione mondiale contribuisce solo al 15% delle emissioni di gas serra di tutto il pianeta, e ne subisce molto spesso gli effetti più devastanti, l’atteggiamento dei governi dei Paesi avanzati, inclusi quelli europei, appare oltre che irresponsabile per certi aspetti incomprensibile.

Le azioni di mitigazione, vale a dire il taglio delle emissioni per ridurre l’innalzamento della temperatura, non possono essere rinviate, perché in tal caso anche le misure di adattamento richiederebbero, per essere efficaci, enormi quantità di risorse finanziarie. In mancanza di investimenti immediati e significativi, i costi delle misure di adattamento per limitare gli impatti del cambiamento climatico sulle infrastrutture, sui sistemi di produzione e sulla qualità della vita delle popolazioni di tutto il mondo saranno sempre maggiori e sempre meno sostenibili sotto il profilo finanziario, sia per i Paesi meno sviluppati sia per quelli industrializzati. Questa constatazione emerge chiaramente dal VI Rapporto Ipcc, risultato del lavoro interdisciplinare di numerosi scienziati di tutto il mondo, approvato dai rappresentanti di oltre 190 Stati.

Ciononostante, i governi dei Paesi industrializzati sembrano ancora incapaci di investire sufficienti risorse finanziarie per le azioni di contrasto al cambiamento climatico e di adattamento agli effetti che ne derivano: desertificazione, emergenze idriche, scioglimento dei ghiacciai, ondate di calore, alluvioni, innalzamento del livello del mare, erosione della fascia costiera, perdita di biodiversità terrestre e marina. Tali investimenti andrebbero a vantaggio delle economie che gli stessi governi dicono di voler tutelare.

Anche i Paesi africani, pur chiedendo di accedere maggiormente alle risorse messe a disposizione dalla “finanza climatica” e soprattutto l’attivazione del meccanismo di compensazione “Loss and damage”, vorrebbero evitare il progressivo abbandono dei combustibili fossili, ritenendo tale prospettiva una minaccia per lo sviluppo dell’Africa. I ministri dell’economia dei Paesi africani, riunitisi al Cairo per concordare una posizione comune in vista dei negoziati della Cop27, puntano proprio sul gas come fonte energetica di transizione, per garantire a 600 milioni di abitanti del continente africano di accedere all’energia elettrica. Alcuni osservatori considerano però difficile che il gas possa fornire elettricità alle popolazioni presenti in aree rurali molto vaste e prive di infrastrutture, che potrebbero invece essere più facilmente raggiunte, e a costi inferiori, dall’energia prodotta in loco da fonti rinnovabili.

Dall’altra parte del Mediterraneo, i governi europei e il Parlamento dell’Ue hanno recentemente approvato la proposta della Commissione europea di includere il gas fossile e il nucleare tra le fonti di energia di transizione che possono contribuire alla decarbonizzazione dell’economia, proposta molto dibattuta all’interno della stessa Commissione europea, tanto da non essere stata adottata all’unanimità. Nell’ambito della cosiddetta tassonomia europea, gas e nucleare sono stati inseriti tra le attività considerate sostenibili. La tassonomia europea, vale a dire la classificazione delle attività economiche, ha lo scopo di orientare i flussi di capitale verso investimenti sostenibili, gestire i rischi finanziari connessi ai cambiamenti climatici e fornire trasparenza e sicurezza agli investitori.

Per quanto riguarda il gas naturale, uno studio recente commissionato dal Wwf (si veda il report Le emissioni di metano in Italia) ha messo in evidenza come le emissioni di metano, che incidono per il 20% sulle emissioni globali, abbiano un potenziale di riscaldamento di molte volte superiore a quello della CO2 e di altri gas serra. Minori concentrazioni di metano in atmosfera, secondo il rapporto del Wwf, porterebbero ad una più rapida riduzione dell’innalzamento della temperatura, rendendo questo tipo di mitigazione particolarmente efficace nel breve periodo. Questa previsione sarebbe confermata dagli esperti Ipcc che hanno rimarcato la necessità di eliminare un terzo delle attuali emissioni di metano entro il 2030. A questo riguardo, Stati Uniti e Unione europea hanno lanciato nel 2021 il “Global methane pledge” che prevede l’impegno, sottoscritto nel corso della Cop26 da più di 100 Paesi Italia inclusa, a ridurre le emissioni di metano entro il 2030 di almeno il 30%.

La guerra in corso, come si è detto, sembra aver determinato ripensamenti notevoli e passi indietro anche da parte di attori che fino a pochi mesi fa sembravano disponibili ad impegnarsi in modo significativo per ridurre le emissioni di gas serra in atmosfera. La guerra, al di là delle cause di natura economica, politica e strategica che ne sono all’origine, sembra abbia determinato una reazione contro il processo di transizione, ormai inarrestabile, verso modelli di produzione diversi da quelli attuali. Il passaggio da sistemi di produzione lineari basati sulle fonti fossili a nuovi sistemi circolari basati sulle fonti rinnovabili sarà probabilmente caratterizzato, per diverso tempo, da balzi in avanti e battute d’arresto, talvolta drammatiche come la guerra in corso.

Anche nel recente passato sono accaduti fatti politici che hanno rallentato il processo di transizione verso una economia decarbonizzata. Basti ricordare che un anno dopo la storica Conferenza delle parti che portò all’accordo di Parigi (Cop21), che prevedeva per la prima volta decisioni vincolanti per combattere il riscaldamento globale, la presidenza Trump ritirò gli Usa dall’accordo. Un anno dopo l’iniziativa dell’Unione europea, senza precedenti, di finanziare gli investimenti per la ripresa post pandemica attraverso un debito comune (Pnrr), lo scoppio del conflitto tra Russia e Ucraina ha riportato indietro di qualche decennio le lancette della storia. Molti Paesi europei, Italia inclusa, stanno attualmente destinando parti consistenti dei loro bilanci ad investimenti nel settore militare, sottraendo risorse preziose alla lotta contro il cambiamento climatico, che dovrebbe essere considerata di interesse pubblico prioritario sia a livello nazionale sia a livello globale.

Ma non è solo la guerra che potrebbe ostacolare i tentativi che saranno compiuti alla Cop27 per rafforzare la cooperazione tra gli Stati e dare slancio alla transizione verso un’economia decarbonizzata. La posizione dell’Egitto, che ospita e presiede la Cop27, potrebbe indebolire le prospettive di un accordo ambizioso. Il governo egiziano non gode attualmente di stima da parte dei governi occidentali, soprattutto per il mancato rispetto dei diritti umani denunciato, tra gli altri, da Amnesty International. In Italia sono tristemente note le vicende che hanno riguardato l’assassinio di Giulio Regeni e la detenzione preventiva per 22 mesi dello studente dell’Università di Bologna Patrick Zaky, tuttora trattenuto in Egitto in attesa di processo, per aver pubblicato un articolo sul sito libanese Daraj. Inoltre, la scelta del governo egiziano di inserire tra gli sponsor della Cop27 la società Coca-Cola ha destato scalpore, considerati i miliardi di bottiglie di plastica immesse ogni anno sul mercato (che richiedono peraltro l’impiego di fonti fossili) e la gravità del fenomeno dell’inquinamento da plastiche.

Pur in un quadro non particolarmente promettente, la Cop27 è comunque al centro di diverse iniziative politiche da parte di movimenti e organizzazioni non governative. Nelle scorse settimane, 400 Ong hanno inviato una lettera ai capi delegazione dei Paesi che parteciperanno alla Cop27 per chiedere l’applicazione dei principi della giustizia climatica, della solidarietà e della cooperazione. Inoltre, centinaia di giovani provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente si sono dati appuntamento al Climate camp di Tunisi, per iniziare una lotta collettiva sulla “giustizia climatica”, lotta che verrà portata in Egitto per chiedere alla Cop27 di dare risposte concrete ai Paesi che non sono responsabili dell’emergenza climatica, ma che ne subiscono gli impatti più rilevanti.

Da tempo i Paesi più esposti agli effetti del cambiamento climatico premono affinché il meccanismo di compensazione “Loss and damage” venga posto al centro dei negoziati della Cop27. Pur essendo previsto dall’accordo di Parigi sin dal 2015, il meccanismo di compensazione, che dovrebbe sostenere i Paesi meno sviluppati nell’affrontare i danni subiti a causa degli effetti del riscaldamento globale, è rimasto del tutto inattuato. Ciò per la mancanza dei fondi promessi dai Paesi il cui sviluppo industriale e tecnologico ha determinato il cambiamento climatico in atto. La grettezza dei Paesi industrializzati, sintomo anche di un’evidente miopia politica e strategica, ha impedito il raggiungimento di un accordo nelle scorse Conferenze delle parti sul meccanismo di compensazione e potrebbe ancora ostacolare una decisione nella prossima Conferenza. Il tema della giustizia climatica continuerà comunque, oltre la Cop27, ad animare la discussione intergovernativa e le iniziative di cooperazione tra gli Stati, strada obbligata per uscire dal tunnel della crisi climatica.

La ricchezza inespressa del sole e del vento

Sole, acqua, vento. Sono gli elementi indispensabili per la produzione di energia pulita. L’Africa – per usare un eufemismo – ne dispone in abbondanza. E proprio a partire da questo può innescarsi una rivoluzione nel continente. Da territorio troppo spesso calpestato e sfruttato, ad avanguardia capace di avviare un nuovo modello di sviluppo, a partire dalle rinnovabili. Non si tratta di un percorso facile, ma c’è chi ci crede e lavora ogni giorno per rendere possibile questo cambiamento. «L’Africa ha un potenziale enorme per quanto riguarda le rinnovabili, che va ben oltre la domanda “interna” – spiega a Left Francesco La Camera, general director di Irena -. Mi riferisco al solare, all’eolico, ma anche all’idrogeno verde, di cui tanto si parla».

L’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili, Irena, di cui La Camera è al vertice, è un organismo che coinvolge 167 Paesi e l’Unione europea, supportandoli nell’affrontare la transizione ecologica. «Abbiamo realizzato un modello che compara due scenari – approfondisce La Camera – uno “ambizioso”, in cui si ipotizza che i Paesi africani rispettino gli Accordi di Parigi sul clima e che la transizione ecologica sia accompagnata da politiche proattive mirate a massimizzarne i benefici, l’altro basato sul mantenimento dello status quo. Nel primo scenario, secondo le nostre stime, si avrebbe una maggior crescita del 6,4% di Pil per il continente e il 3,5% in più di posti di lavoro in tutta l’economia, e si tratterebbe di lavoro di qualità». Per comprendere come si potrebbe arrivare ad una svolta così radicale, però, occorre squadernare alcune cifre che ci aiutano a cogliere la realtà attuale.

Entro il 2050 in Africa vivranno oltre due miliardi di persone e due bambini su cinque tra quelli nati in tutto il mondo nasceranno qui. Il tasso di elettrificazione dei Paesi Sub sahariani, però, si ferma al 46%. Ben 570 milioni di persone non hanno accesso all’energia elettrica (stando agli ultimi dati a disposizione, del 2019) e 906 milioni di persone ancora non hanno accesso a servizi di cucina moderni, sono costretti cioè a ricorrere a carbone e biomasse per scaldare il cibo, con un impatto importante su inquinamento e salute (la Banca mondiale stima ogni anno centinaia di migliaia di morti premature provocate da questa situazione). In tale contesto, stando a un report di Irena, l’Africa può contare solo sul 3% del totale globale di capacità installata di energia da fonti rinnovabili.

Negli ultimi anni questa capacità è cresciuta, ma il trend è ancora relativamente contenuto. Tra il 2010 e il 2020 c’è stato un incremento del 7%. Gran parte di questa crescita è dovuta, però, all’implementazione di grandi progetti realizzati in singoli Paesi, in particolare impianti idroelettrici e fotovoltaici su scala industriale. A livello regionale, l’Africa meridionale è quella con maggior capacità installata di energia green, con 17 Gw, ovvero un terzo circa del totale, mentre il Nord Africa può contare su 12,6 Gw.
Ma quali sono gli Stati più avanzati sul terreno delle rinnovabili? Se guardiamo al solare, il Sud Africa da solo detiene il 57% della capacità installata, seguito da Egitto (16%) e Marocco (7%). Un podio che cambia di poco se consideriamo l’eolico: al primo posto troviamo sempre il Sud Africa con il 41% della capacità installata, poi c’è il Marocco (22%) e l’Egitto (21%). Secondo le stime di Irena, il potenziale tecnico relativo all’energia legata al vento in Africa potrebbe arrivare a 461 Gw. Secondo gli ultimi dati a disposizione, alla fine del 2020 la potenza installata era di soli 6,5 Gw.

Per quanto riguarda invece l’idrogeno “verde” – ottenuto da un processo di elettrolisi dell’acqua che può essere alimentato da fonti rinnovabili – sono diversi i progetti sul tavolo. Nel 2021 il ministero della Ricerca tedesco ha firmato con la Namibia una partnership per finanziare studi sulle migliori tecnologie in questo ambito, annunciando un investimento da 40 milioni di euro. L’Egitto e lo Zimbabwe, dal canto loro, hanno già installato oltre 100 megawatt di elettrolizzatori. In Mauritania, invece, il governo ha stipulato un accordo con un’azienda australiana per un progetto da 30 Gw per 40 miliardi di dollari, ossia un valore pari a cinque volte (ebbene sì) l’economia dello Stato africano. Chi decide di investire su queste nuove forme di energia, però, si trova di fronte alcuni ostacoli. «Innanzitutto quello delle grid, le reti – avverte La Camera -, occorre infatti che siano interconnesse, flessibili e bilanciate, per poter gestire l’energia prodotta. Poi c’è il tema dello storage, delle batterie che devono immagazzinarla. Infine quello del legal environment, ossia del sistema delle leggi del Paese in cui si implementa la produzione di rinnovabili, e dunque delle procedure, della trasparenza, ecc.».

Resta poi un’“ultima” – per modo di dire – questione: le finanze necessarie agli investimenti. Dei 2,8 trilioni di dollari investiti in energie rinnovabili in tutto il pianeta tra il 2000 e il 2020, si legge ancora nel dossier di Irena, solo il 2% è stato indirizzato in Africa (escludendo dal computo i grandi impianti idroelettrici), pari circa a 60 miliardi, nonostante l’enorme potenziale continentale e l’enorme necessità di fornire servizi energetici moderni a centinaia di milioni di persone. Oltre il 90% di questa cifra – circa 55 miliardi di dollari – è stato investito tra il 2010 e il 2020 in progetti concentrati in una manciata di Paesi africani.

Per permettere un cambio di passo, Irena ha attivato diversi strumenti. «L’agenzia nasce come un think tank con il compito di promuovere le rinnovabili nel mondo – chiarisce il general director – concentrato in particolare sui “knowledge products”, ossia rapporti su capacità installata, scenari, prezzi, ecc. Strumenti che permettono di orientare gli investimenti, dunque gli impegni dei governi e delle organizzazioni multilaterali finanziarie. Poi abbiamo lanciato la Climate investment platform, assieme al Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp) e all’organizzazione Sustainable energy for all, in collaborazione col Green climate fund (Gcf), per incrementare gli investimenti nelle rinnovabili nei Paesi in via di sviluppo. E questa è solo una delle nostre partnership».

Per capire come si orienteranno gli investimenti nel mondo delle rinnovabili, in Africa e non solo, sarà importante valutare l’esito della Cop27, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici in programma dal 6 al 18 novembre 2022 a Sharm El Sheikh. «Sarebbe fondamentale passare da un atteggiamento negoziale della comunità internazionale a una vera e propria implementazione degli impegni presi – sostiene La Camera -. È ormai chiara la promessa di non sforare gli 1,5 gradi di riscaldamento globale e molti Paesi hanno fissato la carbon neutrality per il 2050, ora bisogna trasformare questi impegni in realtà». A favorire un certo pragmatismo, secondo La Camera, c’è una nuova consapevolezza diffusa riguardo l’insostenibilità di sistemi centralizzati basati sui combustibili fossili. «La guerra in Ucraina ha certificato la fine di questo modello e questo vale anche per l’Africa. Si dovrà inevitabilmente procedere verso un panorama energetico composto da più attori, più aperto, meno soggetto al potere di pochi. In questo nuovo quadro, le rinnovabili saranno indispensabili e l’Africa può fare molto».

Secondo La Camera, per il continente sarebbe anche un’occasione per disincentivare quel «atteggiamento predatorio con cui i Paesi dell’Occidente hanno spesso utilizzato le sue materie prime curandosi solo marginalmente dello sviluppo dei suoi Paesi». Ciò non vuol dire, sia chiaro, che l’Europa non potrebbe trarre benefici dallo sviluppo dell’energia verde in Africa. Progetti di interconnessione tra i due continenti per trasportare energia (non solo, ma anche, energia pulita) sono già in cantiere. Nei prossimi mesi partiranno i lavori per stendere quattro cavi sottomarini che collegheranno la rete elettrica del Regno Unito con quella del Marocco, per un tragitto di circa 3.800 chilometri a largo delle coste di Portogallo, Spagna e Francia. Mentre la Tunisia ha da poco presentato all’Unione europea una richiesta di finanziamento per il progetto di interconnessione elettrica con la Sicilia chiamato “El Med”. L’opera consiste nella posa di un cavo di circa 200 chilometri, potrebbe costare circa 800 milioni di euro e la data di conclusione dei lavori è fissata per il 2027.


Nella foto: un impianto eolico a Lekela in Egitto, a circa 300km dal Cairo. 12 ottobre 2022

Il flusso vitale

Le più recenti stime delle Nazioni Unite ci dicono che attualmente la popolazione africana ha un’età media di 19,7 anni, che circa la metà ha meno di 15 anni e che supera di poco un miliardo e 400 mln di persone, in linea con le previsioni dei due ultimi report di Un-Desa (la Divisione popolazione dell’Onu) pubblicati nel 2017 e 2020. Questo significa che, se le stime di Un-Desa saranno rispettate, nel 2050 gli africani saranno più di 2,5 mld. Basandosi su questi dati, in due articoli pubblicati sul sito di Neodemos, centro studi che si pone l’obiettivo di diffondere e divulgare le analisi sulle tendenze demografiche in Italia, in Europa e nel mondo, il demografo dell’Università di Firenze e direttore della rivista online specializzata niussp.org, Gustavo De Santis, ha fatto una previsione dei flussi migratori dall’Africa verso l’Europa per i prossimi 30 anni arrivando a interessanti conclusioni. Cosa dobbiamo attenderci? Partendo da questa domanda De Santis ha previsto che il saldo migratorio sarà «nell’ordine di mezzo milione di immigrati all’anno, che porterebbe gli africani in Europa dagli attuali 9 a circa 25 milioni, il 5% del totale dei residenti nel Vecchio continente». Un afflusso, secondo l’esperto, «non solo sopportabile, se ben gestito, ma addirittura benefico».

Era la fine del 2019. Due mesi dopo tutto il mondo ha iniziato a fare i conti con la pandemia da Covid-19 e poi, nel febbraio del 2022, con le conseguenze dell’invasione russa in Ucraina. Per iniziare, chiediamo a De Santis se questi due eventi, tuttora in corso, hanno la “forza” di modificare le sue previsioni.
«Non penso che i dati siano cambiati in maniera significativa, anche guardando alle ultime stime delle Nazioni Unite. I numeri sono in linea con quelli precedenti. Ragionevolmente i due fenomeni non hanno un grandissimo effetto sulle migrazioni africane». Come mai? «La guerra interessa solo marginalmente l’Africa. La pandemia incide perché ha portato a una chiusura dei flussi e un maggior restringimento degli accessi in Europa e questo può fare da tappo temporaneamente ma non allentare la pressione. Stiamo parlando di una pressione demografica in forte crescita, quindi potrà rallentare per un anno o due ma il fenomeno si presenterà lo stesso. Per questo tendo a pensare che quanto previsto nel 2019 resterà sostanzialmente valido anche in futuro».

Però, osserviamo, le speculazioni sulle materie prime, che hanno preso a pretesto le restrizioni determinate dal conflitto in Ucraina, hanno causato enormi rialzi dei prezzi a cominciare da quello del grano, con importanti ricadute su diversi Paesi dell’Africa sub sahariana “storicamente” alle prese con problemi di approvvigionamento alimentare. «Vanno considerati diversi effetti – osserva De Santis -. Da una parte c’è stato un impoverimento di tutto il mondo e dell’Africa in particolare. E quindi una maggior pressione migratoria per fame. Di contro è in atto un rallentamento delle economie dei Paesi sviluppati, con conseguente minore richiesta di forza lavoro. Sono due forze contrarie e in questo momento è difficile dire quale delle due prevalga».
La popolazione europea che oggi è pari a circa 445 mln di persone diminuirà di circa 40mln entro il 2050; quella africana, come abbiamo visto, quasi raddoppierà nello stesso periodo di tempo. Venendo alla domanda che ha dato il la ai suoi articoli, anche pensando a certi slogan propagandistici di chi è ora al governo in Italia e alle politiche migratorie restrittive di Bruxelles, chiediamo a De Santis cosa dobbiamo attenderci nei prossimi anni: “Porti chiusi”, “invasioni” o altro? «La mia risposta è “una via di mezzo”. L’Europa – e l’Italia – non hanno motivo di preoccuparsi per questi dati e per i flussi migratori che ne conseguiranno. Direi piuttosto che dovremo rallegrarci se gli africani sceglieranno di emigrare alle nostre latitudini».

Qualche esempio? «Guardiamo al welfare e al mercato del lavoro. In Italia e in Europa il numero degli anziani aumenta e quello dei giovani adulti diminuisce. Ai fini del mercato del lavoro è una grossissima distorsione. E da questo punto di vista poiché le persone che arrivano dall’Africa non hanno 50 anni ma ne hanno 20 il loro interesse per noi è una boccata d’ossigeno. Anche ai fini del welfare siamo in presenza di una grossa distorsione e senza gli arrivi che ci sono stati fin qui la situazione pensionistica sarebbe stata ancora più grave. Per non dire della situazione sanitaria. Abbiamo gli ospedali che si riempiono e pochi infermieri, pochi dottori. Abbiamo inoltre tante persone anziane in casa da sole. Chi bada loro? Chi svolge questi servizi di assistenza? Figli e nipoti non più. Le donne giustamente lavorano e hanno una vita autonoma. Per questo dico che dobbiamo “approfittare” di questa circostanza favorevole rappresentata dalle migrazioni africane che per i prossimi 30 anni può contribuire a risolvere parecchi dei nostri problemi economici e sociali. Nel complesso le forze agiscono nel senso giusto. Noi abbiamo bisogno che vengano e loro hanno bisogno di venire. Con un po’ di intelligenza e attenzione le cose si possono combinare bene».

Vale a dire? «Che in termini demografici questa situazione non risolve le cose per sempre ma ci può dare il tempo di aggiustare il tiro e sistemare quello che non va. In primis deve aumentare il tasso di lavoro femminile che in Italia è particolarmente basso, e si deve anticipare l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro, che oggi è ben oltre i 30 anni». Qui entrano in gioco le scelte politiche. «Sì ma bisogna tener conto che a destra anche se formalmente c’è un’avversione verso l’immigrazione è ben chiaro che il mondo dell’industria tanto contrario non è perché ha, o quanto meno avrà, bisogno sempre più di manodopera».
Fatto sta che il centro sinistra dai memorandum con le milizie libiche in poi, con le proprie politiche migratorie ha sempre più spesso superato a destra anche i conservatori che oggi sono di nuovo al governo. «La vita vera – chiosa De Santis – dice che le pressioni di mercato e demografiche finiscono per prevalere e se non ci adattiamo bene finiremo per soffrire, noi e i potenziali immigrati».

Occorrerebbe una visione di lungo periodo che però, come più volte abbiamo denunciato su Left, è probabilmente la più grave mancanza di cui soffrono sia la politica italiana che quella europea. «Tutte le fasi demografiche hanno dei cicli – riprende lo studioso -. Se guardiamo la storia ce ne accorgiamo: Paesi di emigrazione come l’Italia sono poi diventati di immigrazione. Solo che questi cicli sono molto lunghi. I nostri figli vedranno un mondo molto diverso da quello che conosciamo noi. Una volta si pensava all’Africa come fosse un insieme di Paesi di serie B, perché poveri, sottosviluppati, con poca istruzione. Tutto questo sta cambiando velocemente e tra qualche anno si vedranno gli effetti. La mia previsione è che diminuiranno gli africani interessati a emigrare perché avranno opportunità di lavoro in casa e l’Africa diventerà un concorrente serio dal punto di vista della produzione industriale, così come lo sono diventati i Paesi asiatici nell’ultimo decennio».

Il demografo dell’Università di Firenze ha previsto che entro il 2050 circa il 5% della popolazione europea sarà composta da immigrati dall’Africa. Ma più in generale dove emigrano gli africani? «Le reti migratorie ormai sono estesissime. Già prima della pandemia con il miglioramento dei mezzi di trasporto (più efficienti, rapidi, economici) le reti migratorie si sono estese da quasi qualunque punto del mondo a quasi qualunque altro. Il Covid poi ha reso tutto più difficile ma secondo me appena finirà questa “crisi” tutto tornerà come prima». Una volta si migrava praticamente solo verso i Paesi più vicini, come sono i flussi all’interno dell’Africa? «I Paesi più vicini sono certamente quelli più facili da raggiungere ma i movimenti interni sono comunque considerati per gli standard degli studiosi molto bassi. Un africano che emigra raramente va in un altro Paese africano, a meno che non sia dovuto a particolari urgenze (guerra, persecuzioni, siccità, carestie etc). Se la motivazione è di carattere economico e l’emigrazione è pianificata invece vanno, io dico giustamente, verso i Paesi più ricchi. Dove cioè pensano di poter guadagnare di più e quindi possono mandare più soldi a casa».

Anche l’Europa è vicina. «Sì ma a parità di sforzo conviene andare dove è più remunerativo e adesso, tutto sommato, la fatica di arrivare in Europa per un africano è comparabile con quella che deve fare per arrivare in America del Nord. E tra poco lo stesso accadrà con i Paesi emergenti e ricchi dell’Asia». Anche in Giappone e Cina? «Il Giappone che un tempo aveva una demografia brillante oggi è un Paese con una popolazione mediamente molto anziana, più dell’Italia. Al momento praticamente non ha stranieri (prettamente per motivi culturali), ed è molto densamente popolato (quindi “fisicamente” non ha molto posto per accogliere persone) però i giapponesi invecchiano sempre più, sono ricchi e non fanno figli». Quindi cosa succederà? «La mia previsione è che cominceranno ad accogliere molti migranti. Certo, principalmente dalle aree vicine. Ma non è detto che non attrarranno persone anche dall’Africa».

E la Cina? «La Cina ha avuto un fortissimo calo della fecondità, che ora è comparabile a quella italiana. Non oggi ma fra qualche anno anche loro avranno grossi problemi causati dall’invecchiamento della popolazione. Visto il legame forte che hanno stabilito con l’Africa dove hanno fatto tantissimi investimenti, non mi stupirei se cominciasse un movimento migratorio da questo continente anche verso la Cina che peraltro ormai comincia a essere un Paese ricco. Inoltre non c’è un sistema pensionistico come il nostro; la Cina è molto indietro e questo vuol dire che presto ci saranno problemi seri di welfare che, come qui da noi, i flussi migratori dall’Africa possono contribuire a risolvere».

Smart city made in China

Fuori dal finestrino blocchi residenziali si susseguono tutti uguali, fatta eccezione per il colore: alcuni gialli, altri verdi, altri ancora blu. Parallelepipedi incorniciati da ampi viali e aiuole ben curate. Ogni tanto qualche passante interrompe la monotonia di un paesaggio altrimenti spettrale, scandito da persiane chiuse e strade deserte. Così nel 2012 la Bbc ritraeva Nova Cidade de Kilamba, nuovissima area residenziale fuori Luanda composta da 750 condomini di otto piani, una dozzina di scuole, più di 100 attività commerciali e due centrali elettriche.

Progettata per ospitare fino a mezzo milione di persone, Kilamba è stata costruita in meno di tre anni dalla statale China international trust and investment corporation (Citic) con l’obiettivo di alleggerire la densità abitativa della capitale angolana. Un retaggio della guerra civile che dal 1975 al 2002 ha visto masse di persone riversarsi nella città per sfuggire agli scontri e cercare lavoro. Costo dichiarato del progetto: 3,5 miliardi di dollari. La formula prestiti cinesi in cambio di petrolio angolano – in auge nei primi anni Duemila – avrebbe coperto parte della spesa. Nel tempo, tuttavia, non solo i prezzi altalenanti del greggio hanno messo il governo angolano in serie difficoltà. Molti edifici hanno cominciato a manifestare gravi difetti strutturali, oltre a presentare segni di degrado per mancanza di manutenzione collettiva. Frequenti episodi di microcriminalità, sporcizia e incapacità gestionali delle autorità locali, concorrono oggi a rendere la città una soluzione meno allettante di quanto non lo fosse fino a un paio di anni fa.

Kilamba non è l’unica città sino-africana. Solo in Angola ne sono sorte circa una decina. Tutte rispondono all’esigenza di decomprimere i nuclei urbani, dopo decenni di crescita ipertrofica. Come dimostra la “Nova Cidade”, non sempre l’obiettivo è stato raggiunto con successo. Nel 2015, con l’esposizione fotografica Facing East: Chinese urbanism in Africa, gli architetti Michiel Hulshof e Daan Roggeveen evidenziavano l’effetto alienante dei “cloni” urbani cinesi nel contesto africano: agglomerati di palazzi anonimi destinati a diventare in buona parte “ghost town”.

Con una crescita del 3,2%, l’Africa è la regione con il tasso di urbanizzazione più elevato al mondo, ben al di sopra della media globale del 2%. Attualmente, 472 milioni di persone vivono nelle città africane. Numeri che dovrebbero quasi raddoppiare entro il 2035. Entro quell’anno Lagos, Kinshasa e Dar es Salaam, raggiungeranno lo status di megalopoli con una popolazione stimata intorno ai 10 milioni di abitanti. Secondo il Global cities institute, nel 2100, tredici delle più grandi metropoli del mondo si troveranno proprio in Africa. Come guidare l’esodo dalle campagne verso le città senza provocare la nascita di baraccopoli e insediamenti urbani densamente popolati? Come evitare gli errori di Kilamba?

Da anni, diversi ricercatori cercano risposte nell’esperienza cinese. Nonostante il differente contesto socio-economico, Cina e Africa sono accomunate dalle grandi dimensioni geografiche, caratteristiche demografiche simili e ritmi di urbanizzazioni ugualmente ambiziosi. Queste affinità, rendono il gigante asiatico un interessante caso di studio. Soprattutto per quanto riguarda la realizzazione di collegamenti di trasporto, e una gestione urbana decentralizzata che lascia alle autorità municipali la libertà di sperimentare.

Dopo due decenni di espansione incontrollata, transizione economica, squilibri sociali e problematiche ambientali hanno assunto grande rilevanza nel dibattito cinese sull’urbanizzazione. Nel 2014, varando il primo documento di macro-pianificazione cinese dedicato interamente allo sviluppo urbano, Pechino ha messo in chiaro che lo sviluppo delle città in futuro dovrà essere guidato da innovazione tecnologica e produttiva, attenzione alla salvaguardia della natura, efficientamento energetico e della mobilità, nonché maggiore cura degli interessi delle classi svantaggiate. Lo stesso vale per l’Africa.

La “vecchia” e decadente Kilamba è il passato. Per comprendere il futuro delle città sino-africane bisogna guardare molto più a Nord. Per la precisione 50 chilometri a est del Cairo, dove dal 2015 la Cina sta collaborando alla costruzione di un nuovo centro amministrativo per decongestionare la capitale egiziana. Qui i parallelepipedi angolani hanno lasciato il posto a grattacieli specchiati. L’edificio più alto di tutta l’Africa – ben 385 metri – si trova qui. Dotata di centri per il monitoraggio delle infrastrutture e la sicurezza, sistemi di pagamenti cashless, e tetti ricoperti da pannelli solari, la nuova città sarà collegata alla Zona di cooperazione economica e commerciale di Suez così da diventare – nei piani del presidente egiziano Al Sisi – un ponte fra Europa, Nord Africa e Medio Oriente. Secondo le proiezioni del governo, il progetto non solo creerà 75mila mila nuovi posti di lavoro. Dovrebbe persino arrivare a contare per un terzo dell’economia nazionale.

“Il Cairo 2” è il prodotto della Nuova via della seta, quella strategia di politica estera lanciata nel 2013 da Pechino per sostenere la penetrazione internazionale delle aziende cinesi e dei suoi standard industriali attraverso la costruzione di grandi opere infrastrutturali in Asia, Europa e Africa. Ma tra accuse di neocolonialismo e rallentamento dell’economia cinese, sei anni fa il progetto ha progressivamente spostato il proprio baricentro dal settore costruttivo a quello digitale. Secondo alcune stime, ammontano a quasi 8,43 miliardi di dollari gli investimenti tecnologici effettuati dalla Cina nel continente. Oggi le aziende cinesi sono coinvolte nella realizzazione di “smart city” in Etiopia, Kenya, Mozambico, Angola, Zambia, Zimbabwe, Sud Africa, Ghana e Nigeria. Data center “made in China” stanno spuntando in Kenya, Gibuti, Tanzania, Zambia, Zimbabwe, Sud Africa, Nigeria, Ghana e Mali.

Come sempre quando ci sono di mezzo i capitali cinesi, nuovi problemi sostituiscono i vecchi, e nuovi dubbi si aggiungono alle vecchie perplessità: se ai tempi di Kilamba era la scarsa qualità delle costruzioni a suscitare qualche alzata di sopracciglio, adesso a impensierire gli analisti è soprattutto l’utilizzo potenzialmente coercitivo delle infrastrutture digitali.
Nel luglio 2021 i governi di Cina e Burkina Faso hanno lanciato il progetto “Smart Burkina”, teso a incorporare elementi di gestione della “città intelligente” nella capitale Ouagadougu, e a Bobo-Dioulasso, la seconda città più grande del Paese. Con un costo di circa 80 milioni di euro, l’apparato sarà realizzato da Huawei e China international telecommunication construction corporation. Il piano prevede nuovi sistemi di monitoraggio del traffico sulle strade pubbliche e invio della polizia destinati a ridurre i tempi di risposta in caso di necessità. Lo scopo ufficiale è soprattutto quello di migliorare la qualità della vita e mantenere la sicurezza nel Paese stremato dal terrorismo islamico. Ma non mancano le critiche di chi teme un impiego meno virtuoso di telecamere e fibra ottica. In Zambia e Uganda il nome di Huawei è associato a controversi episodi di spionaggio contro attivisti e oppositori politici.
Secondo un’inchiesta di Le Monde, tra il 2012 e il gennaio 2017, Pechino avrebbe condotto regolari operazioni di intelligence ai danni dell’Unione africana attraverso l’hackeraggio dei computer installati nel quartier generale di Addis Abeba, uno dei tanti palazzi del potere finanziati dalla Cina. Indovinate un po’ le apparecchiature di che marca sono.

Un continente digitale

L’Africa – spesso ancora immaginata come arretrata e pre-moderna – è per tanti versi all’avanguardia dell’attuale rivoluzione digitale.
La storia inizia già negli anni Ottanta, quando alcuni giovani africani adottano precocemente la tecnologia video per la produzione di film, anticipando il superamento del supporto pellicola. Nel 1987, in Ghana, William Akuffo, un giovane senza alcuna formazione in campo cinematografico, realizza il film Zinabu, la storia di un povero meccanico che diventa improvvisamente ricco grazie ai poteri magici di una strega. Qualche anno dopo, nel 1992, a Lagos, in Nigeria, Kenneth Nnebue, un imprenditore di materiale mediatico attivo nell’economia informale, produce Living in bondage, la storia di Andy, che – un po’ come il protagonista di Zinabu – è un giovane povero che accetta di entrare in un culto segreto, pur di migliorare la sua situazione economica.

Questi due lungometraggi – realizzati con una semplice videocamera – segnano l’inizio di una nuova era. Il loro enorme successo presso il pubblico locale – che vede finalmente rappresentate sullo schermo le storie della cultura popolare, sulla sofferenza della povertà, ma anche sul sogno di una vita decorosa impossibile da realizzare tramite vie lecite – dà infatti il via alla ricchissima produzione audiovisiva del continente. Radicati nella classe sociale medio-bassa urbana, questi video a basso costo offrono una rappresentazione dell’Africa contemporanea alternativa a quella dominante nei media occidentali, dove il continente tende ad apparire come un enorme spazio di dolore e catastrofe, guerra e crisi umanitaria, abitato da vittime da salvare e carnefici da combattere. Lontani da questa estetica che suscita alternativamente pietà o paura, con una miscela di melodramma, effetti comici e realismo, le fiction africane raccontano la lotta quotidiana per sfuggire all’indigenza degli strati svantaggiati delle metropoli post-coloniali. Violenza, soprusi e conflittualità intersecano la scarsità materiale, impedendo di confinare i poveri nel ruolo di pure vittime sofferenti, oggetti e mai soggetti di azione. In altri casi, mostrano la vita agiata delle classi medio-alte, che frequentano ristoranti, centri commerciali e ville, in città che appaiono siti del consumismo globale simili a tanti altri, con l’Africa che “si banalizza”, cessando di essere luogo dell’estremo, “altro per eccellenza”.

Il campo della telefonia mobile è ugualmente vibrante. Più del 75% della popolazione africana, secondo le statistiche dell’Unione internazionale delle telecomunicazioni (Itu) possiede un cellulare, rivelando un panorama ben lontano da quell’apartheid tecnologica dell’Africa nell’età dell’informazione, immaginata da molti. Come risultato di strategie di mercato messe in atto da compagnie private straniere, la telefonia mobile è ora diffusa nelle aree urbane e rurali, fra giovani e anziani, poveri e ricchi, uomini e donne, sebbene con una certa disparità. Questa diffusione ampia e trasversale è in netto contrasto con l’uso ristretto della telefonia fissa, che era invece rimasta confinata negli strati sociali più benestanti. È così che, fin dal suo arrivo in Rwanda alla fine degli anni Ottanta, il cellulare rappresenta l’unico telefono posseduto dalle persone, anticipando quanto poi successo nel resto del mondo, con la graduale scomparsa dei dispositivi fissi. Anche in questo caso, gli africani non hanno un ruolo importante solo nella veste di consumatori ma pure in quella di produttori.

A seguito della diffusione degli smartphone, dagli anni Dieci del Duemila, in diverse città africane sono nate start-up che sviluppano applicazioni, con la formazione di hub tecnologici con nomi evocativi come, per esempio, Silicon mountain (Camerun), Silicon savannah (Kenya), Silicon lagoon (Nigeria), Silicon desert (Namibia), Silicon Cape (South Africa). Mentre alcuni di questi sono grandi poli tecnologici, finanziati anche da capitale straniero, altri sono piccoli centri scarsamente equipaggiati, nati grazie a iniziative bottom-up. Entrambi sono situati in contesti più ampi caratterizzati da creatività diffusa e pratiche di innovazione dal basso, che portano alla sperimentazione di nuove immagini del futuro, contribuendo, in alcuni casi, a quei processi di “decolonizzazione dell’informatica” auspicati da molti.

D’altro canto, la rivoluzione tecnologica ha anche i suoi lati oscuri, tanto che si inizia a parlare di un nuovo “scramble for Africa” e a denunciare forme di colonialismo digitale e dei dati, questa volta a opera delle tech-company globali. Gli ingenti investimenti sul continente di colossi del web come Microsoft, Google e Meta e i loro progetti per “connettere i non connessi” (per esempio, attraverso strumenti come Starlink o gli “internet balloon”) costituiscono anche strategie per aumentare la produzione (e quindi l’estrazione e vendita) di dati nel continente. La generale mancanza di una legislazione sulla protezione della privacy facilita queste pratiche di espropriazione che possono avvenire anche in collaborazione con i governi locali. Ne è un esempio l’accordo fra la compagnia cinese Cloud Walk e il governo dello Zimbabwe, che ha dato accesso ai dati facciali dei suoi cittadini per lo sviluppo di un sistema di riconoscimento biometrico da impiegare nelle elezioni (e nella sorveglianza). Lo stesso servizio Free basics di Facebook – che consente di navigare gratuitamente in una serie di siti internet (che varia da Paese a Paese) – rientra in questa logica. Neppure il campo dell’umanitario è immune da queste dinamiche, come suggeriscono le partnership strette dall’Onu con Amazon, Ibm, Google e Microsoft, per citare solo alcuni nomi fra i più noti. Per esempio, la registrazione dei rifugiati sul continente e la distribuzione di aiuti nelle situazioni di crisi avviene tramite strumenti biometrici, come lo scan dell’iride, mentre dai social media sono estratti dati per sviluppare applicazioni di intelligenza artificiale in grado di prevedere flussi migratori ed emergenze.

Queste operazioni, che avvengono tramite il coinvolgimento di compagnie private, portano con sé il rischio di “function creep”, ovvero l’uso di dati sensibili raccolti con un fine per raggiungere tutt’altro obiettivo. Fra i vantaggi che le compagnie private ottengono dalle collaborazioni nel campo dell’umanitario, vi è inoltre la possibilità di testare su popolazioni fragili – e quindi meno tutelate – tecnologie innovative sperimentali, prima di diffonderle fra altri utenti, portando in luce un ulteriore aspetto della posizione all’avanguardia dell’Africa rispetto al digitale.
Infine, vale la pena ricordare che in Africa si trovano alcune delle più importanti miniere di materie prime per la produzione dell’infrastruttura e degli strumenti digitali – come i giacimenti di cobalto nella Repubblica democratica del Congo, essenziali per le batterie al litio – così come le più grandi discariche di e-waste al mondo, come quella di Agbogbloshie in Ghana, ad Accra, la città da cui, più di trent’anni fa, tutto è iniziato.

L’autrice: Giovanna Santanera, antropologa, è ricercatrice all’Università di Milano-Bicocca. Ha pubblicato il libro “Camerun digitale. Produzione video e diseguaglianza sociale a Douala” (Meltemi 2020)

Nella foto: Opere digitali Nft legate alla Blockchain approdano alla Biennale d’arte di Venezia (fino al 27 novembre), grazie al Padiglione del Camerun. Si tratta di alcune realizzazioni di Angéle Etoundi Essamba esposte nella mostra “Il tempo delle chimere”

Il secolo africano

Questo è il secolo dell’Africa. Ne sono certi molti analisti a partire da quelli del Fondo monetario internazionale. I primi cento anni del terzo millennio vedranno come protagonista lo sterminato continente, smentendo lo stereotipo di un’economia incapace di sostenersi e sempre e solo basata su aiuti che arrivano dall’esterno. Invece la rivoluzione in atto è già visibile oggi analizzando i macro dati economici e in particolare quelli del comparto delle start-up, vale a dire le aziende di piccole dimensioni che si lanciano sul mercato sull’onda di un’idea innovativa nel campo delle nuove tecnologie. Sono infatti in questo momento la locomotiva di economie galoppanti come quelle del Sud Africa, della Nigeria e del Kenya. Secondo il sito Statista che si occupa di dati di mercato, nel 2022 questi tre Paesi hanno il substrato infrastrutturale migliore e il maggior numero di aziende tecnologiche di tutta l’Africa. Presto, inoltre, il boom demografico trasformerà molte delle economie subsahariane nelle più grandi e dinamiche del mondo.

Secondo il Population division dell’Onu, la popolazione africana crescerà in poco meno di un secolo di quattro volte rispetto all’attuale 1,2 miliardi. In questo caso il valore da tenere d’occhio è il cosiddetto Indice di dipendenza, cioè il numero di persone non attive lavorativamente rispetto a quelle attive. Nel 2010 l’Africa aveva uno degli indici peggiori, con 80 persone impossibilitate a lavorare su 100 (a causa della percentuale altissima di minori) contro il 47% del Vecchio continente. A fine secolo questo valore sarà ribaltato. Mentre il resto del pianeta vedrà un aumento vertiginoso delle persone anziane, l’Africa diventerà un “paradiso” della produttività, con un Indice di dipendenza del 56% contro l’82% del Sud America e l’80% dell’Europa. Una condizione che rende già oggi la creazione di nuove attività un fatto relativamente comune. Non a caso il tasso medio di imprenditorialità è tra i più alti al mondo e l’Africa subsahariana, secondo il MasterCard Index of women entrepreneurs 2021, possiede anche il più alto tasso al mondo di donne coinvolte in attività imprenditoriali, circa il 26%. L’Italia, per esempio, non si spinge oltre il 22%, secondo gli ultimi dati dell’Osservatorio sull’imprenditoria femminile di Unioncamere.

La spinta, che riguarda soprattutto i giovani, a giocare la carta dell’attività autonoma arriva dalla strutturale mancanza di lavoro ma anche dalle opportunità offerte dal mercato e dalla crescente digitalizzazione. Il mercato in crescita sta calamitando anche investimenti e fondi speculativi esteri, soprattutto dagli Stati Uniti, il cui valore totale è cresciuto da meno di 190 milioni di dollari nel 2015 a oltre due miliardi nel 2021. La progressiva lievitazione degli investimenti ha portato anche ad un fatto straordinario, cioè alla nascita dei cosiddetti nuovi “unicorns”, società private valutate oltre il miliardo di dollari. Nel 2021 sono state quattro le start-up africane “unicorno”, un record assoluto per il continente. Per farsi un’idea, attualmente nel mondo esistono circa 900 società unicorno per un valore complessivo di 3mila miliardi di dollari.

Un futuro ipotetico troppo speranzoso? Negli anni Ottanta non erano in molti a scommettere su Cina, India e l’Indonesia, oggi traino dello sviluppo tecnologico mondiale. Ma è anche vero che non è tutto oro quello che luccica.
Secondo l’African private equity and venture capital association, gli investitori Usa hanno effettuato il 42% delle operazioni di capitale di rischio in Africa dal 2017, rispetto al 20% degli investitori locali, costringendo gli imprenditori locali a dipendere da stranieri e non solo economicamente.

E se Herbert Schiller nel 1976 teorizzava l’E-colonialism, cioè un colonialismo culturale verso i Paesi più poveri, veicolato dalla superiorità tecnologica, oggi si percepisce un’intromissione “bianca” molto più strutturale e meno teorica. Secondo Roble Musse, imprenditore e scrittore di un best seller sulla Silicon valley, è in atto una vera e propria colonizzazione delle aziende start-up africane, che sempre più spesso vedono sedere nelle posizioni di comando stranieri per lo più occidentali. Nei dati che riporta nel suo libro, Un-Silicon valley, il 70% delle start-up in Kenya (per fare un esempio) che hanno ricevuto investimenti superiori a un milione di dollari nel 2018, è stato guidato da un fondatore straniero bianco, nonostante la comunità di immigrati “bianchi” nel Paese costituisca solo lo 0,15% della popolazione. Per Musse non è un problema di preparazione, poiché il Kenya possiede uno dei tassi di alfabetizzazione più alti del mondo, ma di razzismo strutturale insito nel mercato globale, governato per lo più da bianchi privilegiati.

L’ingerenza del mondo occidentale non è il solo ostacolo al futuro di una new economy africana. I più scettici indicano la mancanza di infrastrutture come uno dei più grossi ostacoli, affermando che il continente non è ancora pronto per l’era digitale. Purtroppo la connessione satellitare 4G è ancora una chimera e lo sarà quasi sicuramente, secondo gli esperti, per almeno altri 10 anni. Un problema non da poco in un mondo che usa ormai come unico metro di misura la velocità dei dati.

Un problema ma anche un affare che deve aver compreso il colosso digitale Google che ha investito più di un miliardo di dollari in 4 macro aree, per (come si legge nel sito), «…supportare le aziende nella trasformazione digitale, investire in imprenditori per stimolare le tecnologie di prossima generazione e supportare le organizzazioni non profit che lavorano su alcune delle maggiori sfide del continente». In concreto, Google ha costruito un’infrastruttura – un cavo sottomarino – posizionandosi come uno dei principali fornitori di connettività in Africa e assumendo le vesti di finanziatrice, con prestiti a basso interesse alle piccole imprese e investimenti nelle start-up più promettenti nate in Africa. A Nairobi si sta costruendo il primo centro di sviluppo nel continente e Charles Murito, capo degli affari di governo e delle politiche pubbliche per l’Africa subsahariana presso Google, ha affermato: «Questo centro lavorerà per creare prodotti e servizi per il continente oltre che per il resto del mondo». La multinazionale di internet ha previsto l’ineluttabile ascesa della digitalizzazione africana e con questi investimenti avrà un posto di privilegio quando la maggioranza della popolazione avrà accesso ad internet e al mondo dell’e-commerce: un affare potenzialmente multi miliardario. Anche Microsoft ha compreso l’importanza del mercato africano, investendo oltre 100 milioni di dollari in molti dei 643 hub tecnologici presenti in Africa, il vero motore di questa ascesa tecnologica. Secondo un censimento finanziato da Briter Bridges e AfriLabs, circa il 25% di questi hub risulta essere poco più di un coworking, ma rappresentano un’incredibile opportunità di crescita per il settore, attirando più facilmente capitali stranieri.

La crescita economica sembra essere quindi imminente ma non priva di pericoli. Il già citato esempio cinese dimostra come le grandi aziende straniere scendano spesso a patti con regimi autoritari. L’assioma crescita economica-diritti civili non è ovunque garantito e Paesi come il Sudan, lo Zimbabwe e il Ciad sono ancora alla mercé di signori della guerra e repentini colpi di Stato. Inoltre una crescita economica incontrollata, simile a quella novecentesca europea, potrebbe dare un’ulteriore spinta ai cambiamenti climatici che già minacciano la sopravvivenza di milioni di persone. L’impatto varia da Paese a Paese: si va dalla siccità all’innalzamento del livello del mare, ai cicloni e alle inondazioni. La maggior parte degli africani ha inoltre a che fare con temperature in aumento e anomalie delle precipitazioni. Insomma oltre che un nuovo mondo di start-up tecnologiche, l’Africa deve scoprire un nuovo modo di concepire il progresso tecnologico e di crescita economica, e perché no insegnarcelo.

Innovazione dal Mediterraneo in giù

La storia dell’Africa subsahariana è fatta da Stati, imperi e civiltà che si sono in gran parte sviluppati senza dar vita a forme di scrittura originali (con le notevoli eccezioni dell’Egitto antico e dell’Etiopia). Nonostante ciò, si sono potute formare organizzazioni statuali complesse, capaci di trasmettere per secoli la memoria, la storia, i saperi. La registrazione e la trasmissione delle informazioni si basava sull’oralità ma anche su mnemotecniche veicolate nei rituali da espressioni musicali, coreutiche, corporee o attraverso il ricorso a segni e simboli inscritti nella forma degli oggetti, sui corpi stessi delle persone e sul paesaggio, spesso utilizzato come un “testo” non verbale su cui tracciare e tramandare la storia. Sono state le “religioni del Libro” (Islam e Cristianesimo nelle sue diverse forme) a importare la scrittura e la sua logica nell’Africa sub-sahariana. Questo fenomeno è andato di pari passo con l’espandersi del commercio di lunga distanza, che ha precocemente inglobato l’Africa nell’“economia mondo” per lasciare infine il campo alla colonizzazione europea. La diffusione della scrittura (indispensabile per la conversione) ha creato un nuovo ambiente comunicativo radicalmente diverso. L’espandersi della moneta, lo sviluppo capitalistico dei mercati, l’imposizione di confini rigidi, il controllo e la burocratizzazione degli apparati statuali sono gli elementi fondamentali della «Grande trasformazione» (Polanyi) che ha investito il continente nel XIX secolo.

Tuttavia, le peculiari forme di trasmissione e comunicazione dei saperi che per secoli avevano garantito la riproduzione sociale e culturale sono in gran parte sopravvissute al cambiamento. In generale il sopraggiungere della scrittura ha rimodellato la dimensione istituzionale, senza però penetrare in profondità nella vita sociale. Gli africani pur essendo in maggioranza scolarizzati si mostrano tuttora piuttosto refrattari al libro, che localmente si manifesta in primo luogo nella pubblicistica delle religioni “universali”. I saperi tradizionali e gli antichi culti ancor oggi diffusamente praticati non sono mai stati canonizzati e continuano a essere veicolati in forme fluide, aperte, flessibili e performative. La resistenza nei confronti della scrittura e delle sue implicazioni istituzionali e giuridiche non si estende però alle tecnologie comunicative nel loro insieme. Tutt’altro! I media non scritti sono stati accolti con grande entusiasmo e in particolare la radio ha avuto un’enorme fortuna fin dalla sua introduzione, grazie alla semplicità e all’economicità della sua tecnologia ma soprattutto al ruolo centrale dell’oralità, divenendo certamente il canale privilegiato della comunicazione di massa. A partire dagli anni 90 del Novecento, la rivoluzione digitale si è poi fatta strada a passi da gigante in contesti in cui la telefonia fissa era praticamente inesistente e la Tv o il cinema si limitavano a un uso ristretto in città (dove c’è corrente di rete).

Grazie ai costi ridotti e alla possibilità di utilizzo nei contesti più remoti (per ricaricali è sufficiente un piccolo pannello fotovoltaico), i cellulari e poi gli smartphone hanno avuto un grandissimo successo. Oggi si calcola che siano presenti in Africa 900 milioni di abbonamenti telefonici singoli (su 1 miliardo e 240 milioni di abitanti). Tra il 2004 e il 2007 il mercato della telefonia mobile è cresciuto in Africa a un tasso triplo rispetto al resto del mondo. A fronte di una sostanziale carenza di infrastrutture comunicative, sempre più africani accedono al web soprattutto attraverso lo smartphone. Ci sono ovviamente differenze locali nell’accesso alla rete che però sta crescendo rapidamente (in Kenya ad esempio tocca ormai il 45% della popolazione).

È importante, per comprendere la portata di questo fenomeno, incrociare questi dati con quelli demografici: la popolazione dell’Africa sub-sahariana cresce con una media di 4,6 figli per donna. Questo significa che circa la metà della popolazione è sotto i 18 anni. I giovani costituiscono la grande maggioranza e sono ovviamente molto interessati al web e alle opportunità economiche e culturali che offre. I numeri lasciano intuire la crescita esponenziale di un mercato che sarà enorme nei prossimi anni, nonostante manchino i dati e i meccanismi di profilazione necessari al suo sviluppo. Il processo di digitalizzazione dell’Africa subsahariana è descritto con l’immagine del leapfrogging, il “salto della rana” con cui ha scavalcato la scrittura e i media tradizionale per lanciarsi in un nuovo mondo dominato dal digitale. Osservare queste tendenze ci può fornire chiavi di lettura per comprendere processi che forse si verificheranno anche in Occidente.

Qualche esempio: in Uganda si è sviluppato, a partire dal XV secolo, uno dei regni più importanti e più studiati dell’Africa: il Buganda (da qui l’attuale nome del Paese). Era una società centralizzata sulla base di una monarchia sacra. Nonostante l’assenza di scrittura, la storia e la genealogia dei sovrani del Buganda ci sono note anche grazie a un sistema di “tracciamento” dei capi sul territorio. Ogni sovrano costruiva la sua capitale in una località. Alla sua morte le sue reliquie venivano conservate nel palazzo che si trasformava in un tempio, dove i medium continuavano a dare voce allo spirito del sovrano. Il nuovo re, emerso dopo un periodo di competizione caotica e spesso violenta tra i successori, costruiva altrove la sua capitale con il suo palazzo. In questo modo il territorio del regno è stato disseminato di templi che conservano la memoria dei sovrani, che i sudditi possono “leggere”. I regni ugandesi sono stati aboliti nel periodo drammatico che ha seguito la decolonizzazione, per essere restaurati in forma culturale nel 1993. I medium della religione tradizionale hanno allora ritrovato le loro funzioni che implicano anche la trasmissione della memoria e della storia attraverso i culti di possessione, praticati in uno scenario religioso dove oggi convivono islam, cristianesimo, pentecostalismo, induismo, ebraismo e culti tradizionali. Un pluralismo religioso garantito dalla costituzione. In questo come in altri settori, l’Uganda ha cercato una via africana al progresso che sembra dare buoni risultati. Negli ultimi 10 anni l’economia del Paese è cresciuta del 5,8%, uno dei tassi più alti del continente, nonostante la povertà sia molto diffusa. Uno dei fattori di crescita è la diffusione delle tecnologie informatiche in vari settori della vita economica e culturale: le tecnologie dell’informazione e della comunicazione e i social network hanno trovato applicazioni in ambito agricolo, sanitario, nel commercio, nella delivery, nella mobilità, nella produzione audio-visiva, nella vita religiosa, grazie all’attività di start up che hanno cercato soluzioni ad hoc alle esigenze locali.

Uno degli esempi più interessanti è quello del mobile money, il trasferimento di denaro elettronico realizzato attraverso le compagnie telefoniche. Ideato dalla kenyana Safaricom nel 2007, questo sistema mpesa (in swahili) si è diffuso rapidamente in Africa e poi nel mondo. È un esempio interessante di come la creatività e la capacità di innovazione africana possano fluire verso il Nord invertendo lo stereotipo evoluzionista del “sottosviluppo” (J. e J. Comaroff, Teoria dal Sud del mondo, Rosenberg&Sellier, 2019). Il costo eccessivo dei servizi bancari fa sì che solo un terzo degli africani possieda un conto corrente. In Uganda questa percentuale scende all’11%, contro un numero di utilizzatori di mobile money che ha raggiunto il 56% della popolazione. Inoltre, gli effetti di questa semplice e poco costosa circolazione del denaro sono estremamente rilevanti in ambito migratorio, favorendo le rimesse che costituiscono una parte rilevante delle economie africane. Anche per questo il denaro mobile, più che conformarsi al modello europeo di un Homo oeconomicus motivato esclusivamente dal profitto, pare andare incontro alla fondamentale esigenza di reciprocità che ha contraddistinto da secoli le economie africane, consentendo la circolazione familiare delle risorse e la soddisfazione degli obblighi nei confronti del clan e dei capi tradizionali, nell’ambito di un’economia concepita come “affettiva”. Non per niente, lo slogan con cui Safaricom pubblicizzava mpesa è “Send money home”.

L’autrice: Cecilia Pennacini è ordinaria di antropologia culturale all’Università di Torino. Collabora con la Rai. Fra i suoi libri Filmare le culture (Carocci) L’Africa delle città curato con A. Gusman (Accademia University Press). Questo suo testo inedito, che pubblichiamo, è stato scritto in occasione della sua partecipazione al festival Con-vivere di Carrara 2022

Marco Aime: Sui sentieri incrociati per Timbuctù

Uno dei molti stereotipi che gravano sull’Africa, oltre all’idea inattuale di un mondo fatto di villaggi, è che sia un continente immobile, senza storia. Niente di più falso. Come si evince anche leggendo il bel libro di Marco Aime e Andrea de Giorgio Il grande gioco del Sahel (Bollati Boringhieri) che racconta il vivacissimo passato di quella striscia che attraversa 12 Stati – dal Gambia all’Eritrea – e che oggi purtroppo, è diventata una cicatrice sul mondo. Per molti secoli invece il Sahel significava «la fine del viaggio, la fine della sete, il riposo, la sicurezza, la ricchezza, l’altra faccia del deserto». Abbiamo chiesto a Marco Aime, antropologo culturale dell’Università di Genova, che abbiamo incontrato al festival Con-vivere a Carrara, di aiutarci a capire.

Nell’immaginario collettivo Timbuctù ha sempre rappresentato un affascinante altrove, ma poco si conosce la sua storia di città di cultura che vantava prestigiose università. Professor Aime come è avvenuto che il Sahel da oasi di cultura e del traffico dell’oro sia diventato il luogo del traffico della coca e dei nuovi schiavi?
Timbuctù è un nome che è entrato nella fantasia. Molta gente non sa dov’è, ma sa che è lontana. Nel 1300 aveva due università, esattamente quando nella nostra penisola cominciavano le repubbliche più antiche. In quelle università africane insegnavano intellettuali che venivano da tutto quel vasto mondo che andava dall’Andalusia all’India. Avicenna per esempio insegnava lì e vi lasciò trattati di astronomia.

Facciamo un passo indietro per poi arrivare all’oggi. Come era il Sahara nei secoli passati?
Il Sahara non è mai stato troppo deserto, è sempre stato abbastanza trafficato, fin dall’antichità. Spesso si è sentito dire che il deserto avesse isolato l’Africa, ma non è così. Sahel vuol dire sponda. Dal Mali arrivavano grandi quantità di oro. Il mito di Timbuctù entrò nell’immaginario occidentale anche grazie a un geografo catalano che la raccontò come l’Eldorado africano. Intorno all’anno mille era arrivata nel Sahel la scrittura insieme all’Islam. Timbuctù non nacque come villaggio, ma come città, ricca, letterata e colta. Ancora oggi i suoi abitanti sono un po’ come i fiorentini: “meglio di loro non c’è nessuno”, sono un po’ snob, aristocratici, memori dei fasti del passato. Tanto che quando te ne vai dalla città dicono che vai in campagna. Oggi la realtà è cambiata ma resta quel pensiero.

L’idea che Africa fosse isolata, dunque, non dice il vero?
L’Africa era perfettamente inserita nel mercato che collegava tutto il Mediterraneo e tutta l’Europa. Non comunicava solo con il Medio Oriente e con l’Asia. Lo scambio riguardava le merci ma anche le culture. Timbuctù è famosa anche per i manoscritti che conserva. Quanti siano nessuno lo sa. Si parla di decine di migliaia. Parliamo di una città letterata in cui si usava la scrittura comunemente e l’arabo come lingua ufficiale. Il commercio transahariano ha una caratteristica: filtra l’inutile. Attraversare il deserto è pericoloso. Ha senso sfidare il rischio solo per trasportare cose di alto valore. Il Sahara nel medioevo era presidiato dai Tuareg che controllavano un territorio. Per ogni tratto dovevi pagare loro un pedaggio. La protezione costava. E siccome la fatica era tanta, viaggiavano solo stoffe pregiate, oro, avorio, schiavi soprattutto. Ma anche rame e sale.

I Tuareg di fatto controllavano il deserto?
Esattamente. Noi li vediamo in modo romantico come gli uomini blu. Nella realtà locale sono percepiti come gente che taglieggiava nello scortare il trasporto delle merci. Il mito dei Tuareg nasce con il mito dell’oro e del sale. In questa area Timbuctù si giova di una posizione speciale. Il fiume nasce a 200 km dall’oceano Atlantico, ma invece di andare a ovest va a est e incontra un altopiano e fa un’ansa per poi scendere. La città sorge nel punto più a nord. È una sorta di hub, di piattaforma intermodale. Divenne uno snodo commerciale. Come tutte le città carovaniere cominciò a decadere nel 1600, quando il cammello perse la battaglia con la caravella, e tutto l’asse si spostò sull’Atlantico.

Oggi i trafficanti di coca, tabacco e nuovi schiavi seguono le mappe medievali?
Il traffico di coca arriva dalla Colombia con gli air cocaine, scaricati nel Sahel. La droga viene poi caricata sui camion. Sono gli stessi che a pagamento ospitano migranti.

Chi controlla questi traffici?
I gruppi jihadisti. Il Sahel sarà il nuovo Afghanistan. Tutti oggi parlano di Sahehilstan. Tutto è iniziato nel 2011 quando Gheddafi fu ucciso dai francesi. Nel sud della Libia c’era la sua guardia speciale di Tuareg, armati dai russi, i quali d’un tratto si trovarono senza avere un referente. Voltarono la testa verso sud e andarono in Mali occupando tre quarti del Paese. Poi arrivarono i francesi, anche perché nel deserto c’è l’uranio. Solo di recente Macron ha lasciato il Paese. “Ci costa troppo”, ha detto “e non riusciamo a risolvere niente”. Al posto dei francesi sono entrati i russi, i mercenari del gruppo Wagner. Nel Sahel si sono creati gruppi filo jihadisti. Non sono omogenei. Alcuni sono filo Al-Qā’ida, altri filo Isis . Dopo la crisi dello Stato islamico molti di loro si sono spostati nel deserto del Sahara per i traffici della coca. Proprio il traffico di coca in Europa li sta alimentando. Ed è paradossale che i percorsi che fanno oggi la droga e i migranti seguano le stesse tracce percorse nel medioevo.

Il Sahael è diventato anche un grande cimitero a cielo aperto…
Le notizie drammatiche che ci arrivano dal Mediterraneo sono una infima parte di quel che accade. Il Sahara è un vero cimitero e non sapremo mai quanti sono morti di fame e di stenti nel deserto. Non ci sarà mai una anagrafe. Spesso i trafficanti non intercettati da alcuna pattuglia scaricano i migranti nel deserto e scappano, lasciandoli morire. Il grande gioco del Sahel oggi vede al centro i jihadisti. Ma vi hanno messo le mani prima la Francia, e oggi la Russia e la Cina che ha un grosso peso in Africa e ed esercita un controllo sui giacimenti di uranio. Il Sahel è attraversato dal grande fenomeno migratorio che vede persone in arrivo dal Sudan, dall’Etiopia perché quelli sono i corridoi. Le tracce di un tempo oggi sono peggiori di allora, più crudeli.

Dal Mali e da altre zone arrivano notizie di una pervasiva penetrazione dei contractor della Wagner. Tanto che si diffondono magliette con la scritta “Je suis Wagner”. Cosa sta succedendo?
Da un certo punto di vista sono stati molto abili. Ma non dimentichiamo il crescente sentimento anti francese seguito all’uccisione di Gheddafi. Va anche ricordato che 14 Paesi, ex colonie africane, sono legati dalla moneta unica, il franco francese, il cui valore viene determinato da Parigi. È colonialismo economico. Nel febbraio 1992 ero in Benin e d’un tratto fu comunicato che il franco veniva dimezzato di valore. Immaginate milioni di famiglie che si sono trovate così metà dei soldi, perché Parigi ha deciso così. Gheddafi stava proponendo un nuovo modello di moneta panafricana. Non a caso i francesi attaccarono la Libia in quel momento. L’odio verso i francesi è alimentato da due parti in Mali: dai religiosi islamici e dai militari. Per cui il paradosso è che i russi appaiono come il nuovo, pur di non essere francesi…

Così si spiega perché tanti Paesi africani si sono espressi in sede Onu e altrove contro le sanzioni alla Russia?
Esattamente. La Cina da molti anni ha una massiccia presenza in Africa. Da un po’ c’è anche la Russia

E anche la Turchia?
Evidentemente. Il gioco è complesso.

L’Africa fa gola a molti?
Ha molte risorse e il Pil è in crescita. Il vero problema dell’Africa non è la ricchezza ma la distribuzione. Ci sono tante persone povere in Paesi ricchissimi. Il problema sono le grosse disuguaglianze legate a una scarsa rappresentatività sociale e alla scarsa alfabetizzazione. Anche se tutto sta migliorando. Sottolineo però che noi stiamo chiedendo all’Africa di fare quel passaggio che noi abbiamo fatto in secoli.

La scarsa rappresentatività sociale che favorisce le dittature cambierà con la crescita delle nuove generazioni?
È in atto un grande processo di cambiamento. Ora ci sono molte “democrature” o, per dirla con il premio Nobel nigeriano Soynka, ci sono tante «democrazie voodoo», ovvero finte democrazie in cui il leader coopta quattro cugini e si arrocca al potere. Questo è il limite. Ma non dimentichiamo che sono solo 60 anni che l’Africa è indipendente. Ormai il boom urbano è un fatto assodato. Sono sempre di più gli africani che vivono in città e sono soprattutto giovani. Hanno una visione diversa. Sono perfettamente globalizzati come i nostri giovani. Tutto ciò porterà a un cambiamento politico-economico dell’Africa. Però dobbiamo dare loro tempo. Non possiamo pensare che accada in pochi decenni. Dobbiamo tener presente anche che spesso gli Stati africani sono nati in maniera artificiale, non per un processo endogeno, ma per i comodi dei colonialisti.

Troppo spesso la cooperazione internazionale ha avuto un ruolo fallimentare? Basterebbe aiutare l’istruzione?
Secondo me basterebbe non sfruttarli. Teniamo conto che oggi nel nord del Congo ci sono i più grandi giacimenti di cobalto e servono per le batterie. L’80 per cento di quel cobalto è in mano ai cinesi. Alle multinazionali conviene un dittatore. Ripeto, smettere di sfruttarli farebbe molto di più delle finte cooperazioni.

Tra i settori in crescita c’è anche quello della moda?
Sicuramente c’è molta attenzione per l’abbigliamento, per lo stile. C’era nella tradizione e c’è nella vita urbana. Il settore della moda sta crescendo. L’Europa pare cominci a guardare agli stilisti africani e a importare qualche idea.

La moda si intreccia con la musica nel movimento della Sape di cui Papa Wemba è stato un grande interprete. Può dirci di più di questo fenomeno di cui parla African power dressing, (Genova university press), il libro di Giovanna Parodi da Passano che lei ha presentato?
La Sape è la moda dei giovani di Brazzaville che si vestono in modo elegante e vengono chiamati a matrimoni e feste per le loro scarpe lucidissime. Indossano giacche di colori sgargianti che su di noi farebbero effetto pagliaccio, ma sulla pelle scura risultano ben altrimenti. Hanno il culto della eleganza sfrenata, sono un po’ una élite.

Coltivano un’idea di eleganza che si lega a una visione pacifista?
Sì, c’è un gusto della bellezza molto dandy a Kinshasa e in altre città. Fonde stile occidentale ed elementi locali. Ma c’è anche un grande movimento di stilisti africani che propongono innovazioni molto interessanti.

La globalizzazione in questo caso non annulla le differenze. Rileggono la moda francese facendola propria, risemantizzandola. Che gioco c’è fra locale e globale?
La musica tradizionale africana è partita con gli schiavi. È passata attraverso i Caraibi, il Brasile le Americhe, ed è tornata da là. È stata rielaborata quando sono arrivati gli strumenti come la chitarra elettrica. Un amico congolese mi raccontava che negli anni 6o mentre in Italia ci si divideva tra fan dei Beatles e dei Rolling Stones, loro si dividevano tra fan di James Brown e Otis Redding, i due maghi del soul. La musica africana oggi è già passata attraverso tutte queste esperienze. La musica è una bella metafora della cultura africana, continuamente dà vita a generi diversi. C’è sempre stato questo rimescolamento, metabolizzazione da cui nasce sempre qualcosa di nuovo. Consiglio di leggere il bel libro di Steven Feld Jazz cosmopolita ad Accra (Il Saggiatore) che racconta questo movimento eccezionale di reinvenzione del jazz nella metropoli. Non c’è frontiera che tenga. La nostra musica – dal blues all’hip hop – arriva tutta da lì.

Fin dal Cinquecento quando arrivarono nelle corti musicisti neri e cambiarono la storia della musica…
La scala pentatonica nacque nell’ansa del Niger. E poi con gli schiavi africani arrivò Oltreoceano diventando blues, bossanova e tutti gli altri ritmi caraibici. Tutto si è basato su quella scala.

Afriche in transizione

Abituati come siamo a descrivere l’Africa solo attraverso le guerre, le carestie e la predazione delle sue risorse naturali, rischiamo di non cogliere la normalità della sua vita politica ed istituzionale ma soprattutto la grande vitalità delle sue forze sociali attraverso le varie e tormentate vicende storiche e politiche della vita del continente, dalle decolonizzazioni alla globalizzazione passando per i decenni perduti dello “sviluppo” (1960-1980).
La presunta staticità e ripetitività delle “cose africane” appartiene all’anacronistica narrazione occidentale ossia a quello sguardo archeologico denunciato dagli storici africani che, invece, invitano a restituire la storia ai popoli africani.
Per raccontare la politica nelle Afriche, abbiamo bisogno di uno sguardo dinamico in grado di interpretare la vita interna dei 54 Paesi del continente e saper cogliere il movimento che la attraversa. La politica africana non è solo il mimetismo istituzionale e costituzionale attuato al momento delle indipendenze; essa non può ridursi all’analisi del fallimento dei processi di costruzione nazionale o della tragica imposizione di uno sviluppo spinto dall’esterno come un semplice adeguamento ancillare alle economie egemoni. La polis africana non è solo una produzione esterna per via del neocolonialismo e dei condizionamenti di un sistema economico mondiale iniquo.
Dire politica in Africa significa osservare gli africani nei luoghi vivi dove rispondono alle sfide economiche e sociali quotidiane; nei luoghi dove spesso sono costretti ad ottimizzare l’anarchia inventando la sopravvivenza propria e della comunità; nei luoghi dove resistono agli shock esterni ed inventano una economia e nuove forme di società vernacolari, intrisi cioè del sudore e della polvere delle persone e delle comunità.
L’Africa, diceva il sociologo camerunese Ela, è una «pentola che bolle» e gli ingredienti più genuini di questa pietanza sono i fermenti dei movimenti sociali.

La politica nelle Afriche: spazio di contrasti
Quando si parla di politica africana, si pensa spesso a dittature, corruzione, massacri, opposizione imbavagliata… La decolonizzazione ha lasciato il posto a Stati i cui confini hanno talvolta diviso comunità che convivevano più o meno pacificamente. Le lotte per la gestione delle risorse e il potere causano conflitti sanguinosi e senza fine (Sud Sudan, Repubblica Democratica del Congo). Questa violenza e povertà contribuisce a gettare i giovani nelle braccia di estremisti religiosi e jihadisti (Boko Haram, Shebab, Daesh, Aqmi) o di milizie (nella regione dei Grandi laghi e in Mozambico); oppure costretti ad emigrare per esercitare il primo di tutti i diritti, il diritto alla vita.
Ma l’Africa è una terra di contrasti. In Sud Africa, Nelson Mandela è riuscito a smantellare pacificamente l’apartheid. Alcuni Stati tentano di conciliare lo sviluppo economico e sociale, come il Ghana o il Senegal. Altri ancora riescono a condurre esperienze democratiche e di “good governance” uniche come il Botswana, Capo Verde, Mauritius. In questi Paesi i leader vengono eletti liberamente e la popolazione riesce a partecipare. Purtroppo bisogna riconoscere che, nella maggior parte dei casi, dalla modernizzazione degli anni 60 allo Stato minimalista degli anni 80, passando per la dipendenza degli anni 70, tutti gli approcci che avevano messo lo Stato e le élite politiche (in varia misura) al centro dei processi di trasformazione democratica delle società africane sono falliti. Il problema sembra risiedere nella fragilità giuridica, politica, sociale ed economica dello Stato africano. Ma soprattutto dobbiamo interrogarci sulla natura spesso “off shore”, di queste élite africane che si accontentano di ritagliarsi per sé e per i gruppi d’interesse che rappresentano un ruolo di intermediari d’affari tra il mondo esterno e le ricchezze del Paese, rinunciando così a fare politica. Una élite che non è più in grado di essere lievito nella pasta proprio perché troppo lontana dalle aspirazioni profonde e dai bisogni essenziali del popolo che doveva tradurre in progetto politico. I processi politici, come del resto quelli economici e sociali, hanno nel continente una matrice intrinseca, degli sviluppi afrocentrici e delle manifestazioni proprie che meritano attenzione. In altri termini, la cornice globale e le strategie degli attori nuovi e vecchi del nuovo arrembaggio verso l’Africa s’intersecano con la “riproduzione politica locale” e con gli elementi di senso socio-antropologici, politico-istituzionali dei contesti nazionali africani in grande fermento.
Il fallimento dei processi di democratizzazione (non della democrazia) in Africa ha radici profonde di natura storica, antropologica, sociologica ma soprattutto economica. Quest’ultima è rintracciabile dal punto di vista cronologico nei “decenni perduti dello sviluppo” che hanno soffocato sul nascere i processi di costruzione dello Stato nazionale e la garanzia dei diritti sociali fondamentali con la conseguente mancata uscita di vaste porzioni di popolazioni africane dallo “stato di necessità”. Perché la democrazia ha due pilastri importanti: le libertà civili e i diritti sociali. “Basic needs are basic rights” dicono gli anglosassoni intendendo con questo che non vi è democrazia senza la piena soddisfazione dei bisogni essenziali di tutti i cittadini. E la democrazia africana – qualunque democrazia del resto – non sarà mai compiuta senza la piena inclusione di tutti nella Res publica, dove tutti sono riconosciuti e valorizzati in uno spazio di cittadinanza garantito da istituzioni forti e dalla salvaguardia del primo di tutti i diritti, il diritto alla vita.

Movimenti sociali e speranza democratica
In Africa, le lotte per la democratizzazione sono sempre più guidate dai movimenti sociali. A più di vent’anni dalle speranze suscitate dalle “transizioni democratiche” degli anni Novanta, il continente si trova ancora ad affrontare la questione dell’alternanza democratica. Tentativi di risposta con colpi di Stato, conflitti armati o compromessi politici intorno alla torta da spartirsi. Dovremmo allora considerare i movimenti sociali come gli ultimi baluardi delle lotte per la democratizzazione?
L’economia vernacolare nelle periferie abbandonate e nelle aree rurali parla di territori e comunità tutt’altro che rassegnate. Essa è la cattedra dei poveri che, nella loro disperazione, inventano forme nuove di economia (oikos nomos) con al centro i valori della reciprocità, dell’inclusione sociale e della comunione con l’ambiente. Quest’ultima non è una visione utopistica che nasconde la povertà, i conflitti, la destabilizzante implosione degli Stati-nazione. È una visione afro-realista che rifiuta di considerare le realtà del continente attraverso il prisma ridotto delle statistiche ufficiali. È una visione che guarda il continente dai luoghi concreti del suo calvario quotidiano per la sopravvivenza (dentro un campo profughi, in un quartiere povero delle grandi megalopoli, nei villaggi assillati dai cambiamenti climatici); e dentro questi luoghi si scorge l’Africa della resistenza e dell’innovazione.
I nuclei di resistenza e d’innovazione dentro le viscere del continente ci chiamano a riscoprire la valenza duale del concetto e della pratica della democrazia (potere del popolo), che significa rompere la logica delle élite off shore. Ciò che davvero serve al continente africano è una sana e buona politica. Le Afriche si salveranno se sapranno rompere la doppia solitudine dei popoli del continente. Popoli soli dinanzi ai meccanismi della geopolitica e di fronte ai meccanismi dell’economia mondiale (la globalizzazione economica senza politica né etica); ma soprattutto popoli soli di fronte ai loro dirigenti politici incapaci di essere in ascolto delle aspirazioni che provengono dalle società ed economie vernacolari.
Queste aspirazioni si esprimono nella vivacità e nell’attivismo dei movimenti di base che esprimono dissenso rispetto ai poteri costituiti e inventano forme inedite di partecipazione politica. Si tratta dei cosiddetti “movimenti cittadini”.
A sud del Sahara, i movimenti cittadini che portano le speranze dell’alternanza non sono una generazione spontanea. Il loro successo, in Senegal e Burkina Faso, sta in una storia di proteste, delusioni partigiane e in un contesto di minor ricorso alla violenza che in Centrafrica. I movimenti “y’a en a marre” (“Siamo stufi”) in Senegal e “Balai citoyen” in Burkina Faso hanno fatto irruzione nel panorama politico con formidabile efficienza. “Siamo stufi” è apparso in Senegal nel contesto della Primavera araba, il giorno stesso della caduta di Ben Ali in Tunisia. Pochi giorni dopo, Dakar doveva ospitare il World Social forum. Questa dimensione internazionale, che si era concretizzata nel riferimento alla “liberazione” tunisina e nelle alleanze a livello continentale, non deve però mascherare il carattere proprio nazionale della mobilitazione. Molto più di un effetto domino della Primavera araba: “Siamo stufi” e i “Balai citoyen” sono nati innanzitutto dal fallimento delle prime transizioni democratiche.
Questi movimenti sono caratterizzati da una dimensione apartitica, addirittura anti partitica. Vogliono fare politica in modo diverso. I partiti nati dall’onda democratica hanno spesso deluso, non sfuggendo alla “politica del ventre” e al clientelismo. Non tutti, però, contestano la necessità dell’istituzionalizzazione: in Benin per esempio “Alternatives citoyennes” si è costituita fin dall’inizio come partito politico. Nella Repubblica democratica del Congo, il movimento “Filimbi” riunisce un ampio fronte cittadino che va dalle associazioni ai partiti.
La dimensione generazionale è particolarmente marcata. I giovani esprimono il volto di un continente in fermento. Essi chiamano il nostro sguardo a rinnovare la nostra visione e la nostra azione, non per il continente, ma con il continente in fermento che non chiede “aiuti” ma chiede di essere riconosciuto nella sua soggettività creatrice. La nostra cooperazione dovrà essere interlocutrice delle istituzioni, ma soprattutto alleata dei popoli e delle loro speranze.

L’autore: Jean-Léonard Touadi è giornalista, docente universitario ed ex deputato. Autore di numerosi saggi sull’Africa, è storico curatore e conduttore della rassegna stampa africana su Radio radicale

Nel mirino di Putin i prossimi sono i gay

Aleksandr Khinstein, un deputato del partito al potere Russia Unita, è stato schietto: «Un’operazione militare speciale è in corso non solo sui campi di battaglia», ha detto, usando l’eufemismo approvato dal Cremlino per la guerra, «ma anche nella coscienza delle persone, nelle loro menti e nelle loro anime. Oggi lottiamo affinché in Russia invece di mamma e papà non ci sia ‘genitore 1’, ‘genitore 2’, ‘genitore 3’».

Per rendersi conto dei punti di contatto tra il sovranismo italiano e europeo con Vladimir Putin si potrebbe partire da qui. In Russia il mondo Lgbtqi+ è considerato un diabolico afflato proveniente dall’Occidente per distruggere la tradizione del Paese degli Zar. In questi giorni c’è in discussione un progetto di legge che vieterebbe “la propaganda gay” segnando un periodo ancora più difficile per una comunità già profondamente stigmatizzata. Le leggi vieterebbero la rappresentazione delle relazioni Lgbtq in qualsiasi media – servizi di streaming, piattaforme social, libri, musica, poster, cartelloni pubblicitari e film – e, temono gli attivisti, anche in qualsiasi spazio pubblico.

La proposta di legge è firmata da 400 componenti della Duma su un totale di 450. Difficile che non arrivi sulla scrivania di Putin per essere firmata. L’obiettivo è chiaro: creare un nemico interno per distogliere l’attenzione dalla guerra in Ucraina e per fomentare lo spirito di guerra anche all’interno del Paese. Come spesso accade per accendere la guerra interna basta puntare il mirino contro qualcuno che ha poche armi per difendersi. Il messaggio di Putin è tragicamente cretino pure funzionale: “cari russi, se perdiamo la guerra i vostri figli cambieranno sesso e affosseranno la nazione”.

Gli impauriti oppositori di Putin fanno notare che le nuove leggi potrebbero essere utilizzate per chiudere i festival del cinema e del libro, impedire i servizi medici e altro ancora. Violare le leggi comporterebbe pesanti sanzioni. Qualsiasi attività commerciale che mostrasse immagini di una famiglia con due madri o due padri, ad esempio, potrebbe essere multata fino a 5 milioni di rubli, ovvero circa 81.400 dollari. Gli individui sarebbero soggetti a multe fino a 400.000 rubli, circa 6.500 dollari. Ai film con persone queer potrebbe essere negata la distribuzione.

Maksim Olenichev, un avvocato specializzato in diritti Lgbtq, al NY Times ha spiegato che «il governo fondamentalmente dice che queste persone non hanno gli stessi diritti di tutti gli altri». «’Le persone Lgbtq non sono completamente umane.’ Questo è il modo in cui le persone giustificheranno gli abusi nei loro confronti. Lo scopo è rendere invisibili le persone Lgbtq in Russia».

Non è troppo difficile trovare similitudini.

Buon venerdì.

Nella foto: un attivista per i diritti Lgbt arrestato, Mosca, 27 maggio 2012