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Il vento nuovo che arriva dall’Africa

Un immenso continente in trasformazione. Dove, sotto pelle, si stanno realizzando grandi cambiamenti, economici, sociali, politici, grazie al fermento di movimenti sociali dal basso che i giornali mainstream non registrano. Almeno non quelli italiani che parlano di Africa solo quando esplodono drammi umanitari (e senza individuarne le cause né le nostre responsabilità) o quando si tratta di paventare immaginarie invasioni di migranti.

Ma questo, come scrive Jean-Léonard Touadi ad apertura di questo nuovo numero di Left, non è la realtà delle Afriche. Ciò che non fa notizia – ma che ben presto la farà – è che nuove generazioni di africani stanno crescendo rapidamente e sono sempre più interconnesse, curiose, esigenti, piene di idee, desiderose di partecipare attivamente alla società, di poter costruire un futuro diverso.

I numeri sono impressionanti. Come scrive Marco Aime ne Il gran gioco del Sahel (Bollati Boringhieri) nel 1960 gli africani erano 230 milioni e le previsioni dicono che saranno più di due miliardi e mezzo nel 2050. Oggi sono un miliardo e 400 mln e il 50% ha meno di 15 anni.

Questa grande massa di giovani sempre più si sposta nelle città facendo delle megalopoli grandi laboratori di sperimentazione di nuove tendenze e di innovazione: dalla crescente digitalizzazione al boom di start up, dalla pervasiva diffusione degli smartphone alle sperimentazioni di nuovi linguaggi nell’arte, nella musica, nella moda, aprendo anche prospettive economiche. Di questo inedito scenario africano che tocca tanti aspetti diversi della vita ci raccontano qui antropologi, demografi, economisti, esperti nello sviluppo di energie rinnovabili, curatori artistici.

In un momento in cui l’Italia torna a chiudersi in una prospettiva autocratica abbiamo aperto le finestre ad aria nuova, raccontando questa grande trasformazione, che fra pochi anni ci riguarderà direttamente, toccando tutta l’anziana Europa che cambierà pelle, diventando sempre più meticcia. Con buona pace dei nazionalisti e sovranisti nostrani che saranno sempre più fuori dalla storia.

Certo, visto dall’Italia di oggi quel momento sembra lontano, pensando alla compagine di estrema destra che è appena salita al governo, minacciando blocchi navali e il ripristino dei decreti sicurezza contro i migranti che loro chiamano “irregolari”, salvo poi invocare flussi da sfruttare nei campi. Con tutta evidenza sul piano dei diritti civili e sociali il governo Meloni e dei suoi accoliti segna una regressione politica e culturale senza pari. Potranno fare molto danno se, come annunciano, metteranno mano alla Costituzione virandola in senso presidenzialista, se attueranno la secessione dei ricchi, ovvero l’autonomia differenziata che disarticola il principio costituzionale di uguaglianza. Potranno fare molto male ai diritti delle donne e alle conquiste riguardo ai diritti civili se applicheranno gli antistorici e antiscientifici dogmi religiosi e patriarcali della neo ministra della Famiglia e della natalità Eugenia Roccella, del sottosegretario alla presidenza Alfredo Mantovano e del presidente della Camera Lorenzo Fontana.

Nomima sunt consequentia rerum e come sono stati ribattezzati i ministeri già la dice lunga. Ministero del Mare e del sud, con nostalgie del ventennio, (ministero senza porti dacché Salvini li rivendica per il suo ministero delle Infrastrutture). Ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica che cancella la transizione ecologica (del resto la destra è sempre stata per le energie fossili come l’ex ministro Cingolani che, in continuità con il governo Draghi, farà da consulente). Ministero della Famiglia e della natalità affidato alla suddetta Roccella, spalleggiata da Gasparri che ripropone il suo famigerato ddl che dà personalità giuridica all’embrione, negando la nascita, confondendo feto e neonato contro ogni evidenza scientifica, suggerendo l’idea razzista che l’identità umana stia nel Dna e si trasmetta per via di sangue alla stirpe. Su tutto questo abbiamo scritto molto su Left.

Qui vi proponiamo di guardare avanti, di osservare e leggere quel che di vivo e vitale si sta muovendo fuori dai nostri confini. Sarà un viaggio speriamo entusiasmante come lo è stato per noi conoscere più da vicino quali e quante novità interessanti stanno arrivando dal grande continente africano.

Una cosa è certa: il nostro futuro ha a che vedere con l’Africa, che gioca un ruolo primario. Ed è un piacere scrivere di un continente di cui si parla poco e che ci permette di ampliare il punto di vista, superando una visione rigidamente eurocentrica. Nell’attuale potente processo di urbanizzazione africana giovani generazioni “globalizzate”, in contatto con il resto con il mondo, stanno sviluppando una visione politica. Certo se guardiamo la cartina del potere l’Africa, a sessant’anni dalle lotte per l’indipendenza, appare ancora segnata da dittature e governi corrotti utili alle multinazionali, segnata da forti disuguaglianze dovute a enormi ricchezze e risorse concentrate in poche mani.

Ma fermarsi a questa mappa geopolitica non permette di cogliere l’humus, il fermento, ciò che socialmente si muove sotto traccia e ben presto produrrà cambiamenti epocali. Non solo per i balzi in avanti che tanti Paesi africani stanno facendo grazie all’iniziativa di tantissimi giovani, che in assenza di lavoro, s’ingegnano inventando nuove imprese grazie alla rete e alle tecnologie a basso costo. Si è innestato un processo che sta andando avanti in maniera inarrestabile e che prefigura quel che potrà accadere da noi.

Non è un caso che in Africa gli smartphone abbiano soppiantato la telefonia fissa molti anni prima che in Europa. Non è un caso che l’idea di un money transfer digitale “solidale” sia partita dall’Africa (con m-pesa, per evitare i costosi circuiti bancari) e si sia poi diffusa nel mondo. Non è un caso se le nuove sfide digitali, comprese quelle che riguardano la digital art, che non ha bisogno di gallerie fisiche, siano partite proprio da lì. Ed è solo l’inizio.

Editoriale di Left n.31 del 4 novembre 2022
Copertina illustrata da Fabio Magnasciutti

Anche per il nuovo governo il 4 novembre è la “Giornata della cobelligeranza”

“Forze armate, missione sicurezza” è il titolo dello spot pubblicato sul sito ufficiale del ministero della Difesa in occasione del prossimo 4 novembre. Accompagna lo spot una nota rilasciata dal ministro della Difesa Crosetto: «Il 4 novembre, Giorno dell’unità nazionale e Giornata delle forze armate, è il riconoscimento di tutti i militari che, in Italia e all’estero, servono il Paese con passione, dedizione e sacrificio. Celebrare, oggi, il Milite ignoto rappresenta l’omaggio alla memoria dei caduti italiani nella Grande guerra, ma anche di tutte le guerre e missioni nazionali e internazionali. Ai militari, che hanno pagato con il prezzo della vita il loro servizio all’Italia, va la riconoscenza da parte di tutti i cittadini italiani».

La retorica di circostanza accompagna anche quest’anno le inutili stragi di ieri e di oggi nascondendo sotto il tappeto una tragica realtà. L’Italia, benché non sia mai stata minacciata o attaccata da nessuno è un Paese belligerante da almeno 31 anni ossia da quando partecipò alla prima guerra del Golfo. Da allora il nostro Paese ha cambiato modello di difesa plasmandolo sul modello anglo-statunitense e obbedendo all’esplicita richiesta che gli stessi Stati Uniti rivolsero agli alleati al summit Nato di Roma del 1991.

Nel corso di quel vertice venne peraltro sancita l’infausta espansione verso Est dell’Alleanza atlantica che risulta essere tra le cause della odierna escalation bellica. Anche in Italia la truppa è stata professionalizzata per trasformare le forze armate in un moderno corpo di spedizione da integrare nella nuova fase di espansione militare globale della Nato. È stata una follia dettata da un cieco e sordo servilismo atlantista. In 31 anni di belligeranza abbiamo infatti accumulato pesantissime e documentabili responsabilità di guerra.

Ma c’è di peggio: Stati Uniti, Regno Unito e Nato hanno riversato, nel corso delle guerre illegali portate avanti in questo periodo, centinaia di tonnellate di uranio impoverito su vastissimi territori in Iraq, Afghanistan e Balcani (Serbia, Kosovo, Bosnia). L’uso massiccio di armi all’uranio impoverito ha provocato in quei territori, e non solo, un disastro ambientale ed una vera e propria epidemia che ancora oggi continua a mietere decine di migliaia di vittime. Soltanto in Italia ci sono almeno 8mila ex militari colpiti da gravissime patologie legate all’esposizione a questo metallo pesante nel corso delle così dette “missioni di pace”. Altri 400 sono morti.

A tutti questi veterani i ministri e le ministre della Difesa hanno sinora negato verità e giustizia nonostante le centinaia di sentenze risarcitorie perse dallo stesso dicastero nei tribunali italiani di ogni ordine e grado compreso il Consiglio di Stato. Vedremo se il ministro Crosetto al di là della retorica da “fratello d’Italia” vorrà interessarsi della sorte e della mancata “sicurezza” di questi ex soldati che una volta ammalatisi o morti “per servire la Patria” sono poi stati scaricati come sacchi da trincea. Oppure vedremo quale approccio terrà di fronte alla “sicurezza” di ambiente, civili e del personale militare coinvolto nelle attività del poligono Nato di Capo Teulada in Sardegna, su cui la Procura di Cagliari ha aperto una inchiesta per disastro ambientale che ha visto indagati i generali Valotto, Errico, Rossi, Santroni e Graziano (già “promosso” alla presidenza di Fincantieri).

Infine forse ci potrà dire, il ministro Crosetto, se l’arrivo anticipato delle nuove armi atomiche statunitensi B61-12 nelle basi di Aviano (Pordenone) e Ghedi (Brescia) è stato concordato o subìto così come se il suo dicastero sia stato messo a conoscenza ed abbia eventualmente approvato l’uso della base siciliana di Sigonella per missioni di droni e pattugliatori statunitensi nel mar Nero mentre venivano attaccate navi russe dall’esercito ucraino.

A quanto pare la “sovranità nazionale” rivendicata dal suo partito sembra piuttosto limitata considerato che il nostro territorio continua ad essere utilizzato come rampa di lancio per una guerra tra superpotenze mentre i nostri contingenti vengono impiegati direttamente a ridosso dei confini con la Russia e gli invii di armi all’Ucraina continuano ad essere secretati come del resto gli stessi accordi che regolano la presenza militare statunitense nel nostro Paese.


* L’autore: Gregorio Piccin è Responsabile pace del Partito della rifondazione comunista – Sinistra europea

Il 5 novembre in piazza, per la pace. Una risposta a Flores D’Arcais

Due modi di intendere la pace e la guerra: a proposito dell’appello di Flores D’Arcais ed altri apparso su Micromega relativo alla manifestazione di “Europe for Peace. Tutti a Roma il 5 novembre“.

Cessate il fuoco e immediata conferenza internazionale di pace sono gli obiettivi per i quali Europe for peace ha indetto la manifestazione del 5 novembre. Flores D’Arcais e altri invitano a parteciparvi sulla base di una indicazione, implicitamente denigratoria di quegli stessi obiettivi, secondo la quale «pace vuol dire il ritiro dell’aggressore entro i suoi confini, ogni altra soluzione sarebbe un premio a chi la pace l’ha violata», dato che «quando una dittatura imperialista invade con il suo esercito una democrazia, e i cittadini di quest’ultima resistono eroicamente malgrado la schiacciante inferiorità bellica, la risposta, per ogni democratico, è adamantina».

Le differenze tra le due posizioni sono reali e profonde: quella di Flores D’Arcais segnata da manicheismo impolitico, bene contro male, di cui è facile mostrare la fragilità; quella di Europe for Peace che mentre condanna senza riserve la Russia guarda anche a cause e conseguenze della guerra, agli obiettivi da raggiungere con una conferenza internazionale di pace. Chi lo ha detto che l’Ucraina, la sua popolazione e i suoi confini si possono difendere solo con la guerra e non all’opposto tramite la mediazione internazionale che come primo obiettivo deve proporsi di garantire la sua integrità territoriale? Aiutando la popolazione sanzionando la Russia, puntando tuttavia ad affrontare contestualmente i problemi da cui la stessa guerra è stata originata: mancato rispetto degli accordi di Minsk, allargamento Nato, diritti minoranze russofone, referendum sotto controllo Onu, mancata ripresa dei trattati di non proliferazione nucleare e di sicurezza per tutti, aumento esponenziale spese militari a scapito di ambiente, fame, uguaglianza.

Come dice Bernie Sanders, con lo stesso realismo di Europe for Peace, «non abbiamo visto sanzioni contro gli americani quando hanno distrutto l’Iraq. Anche se la Russia non fosse stata governata da un oligarca corrotto e da un leader autoritario come Putin, Mosca continuerebbe ad avere interessi nella security policy dei propri vicini» (intervento al Congresso Usa, febbraio 2022). La scelta di inviare armi all’Ucraina è sbagliata – anche senza scomodare la Costituzione – per due semplici ragioni. La prima: bastano e avanzano quelle fornite all’esercito ucraino in enormi quantità da 10 anni a questa parte da Stati Uniti e Nato (senza consultare né Onu né Ue); la seconda: il contributo in armi dell’Europa ci rende patetiche comparse in un dramma governato politicamente e militarmente da altri (Usa e Nato) che impediscono in via di principio un ruolo politico autonomo dell’Europa stessa e dell’Onu nella ricerca di una soluzione pacifica. Impossibile non vedere che sono gli Stati Uniti a decidere se e quando fermare la guerra: non solo per tutelare il giusto diritto di quel Paese alla propria sovranità ma agli ulteriori scopi di riscrivere la geopolitica globale, favorire un riarmo generalizzato e rendere sempre meno evitabile la prossima guerra contro la Cina. Questo non giustifica in alcun modo la Russia ma spiega di che cosa stiamo parlando. Impossibile non vedere ma i firmatari dell’appello ci riescono. Come scrisse Musil parlando della crisi europea agli inizi del 900 “abbiamo visto molto ma di nulla ci siamo accorti”.

E a proposito di bene e male ricordo a Flores alcune vicende che illustrano l’indifendibilità delle posture manichee che mai aiutano ad essere obiettivi. Gli esempi sono tanti: ecco il primo. Il 26 febbraio 1991 in Kuwait l’aviazione Usa compì una strage di civili, nel tristemente celebre attacco all’Autostrada 80, passata alla storia come “Autostrada della morte”. Nello stesso giorno in cui questo accadeva Flores D’Arcais presentò alla direzione del Pds un ordine del giorno di sostegno incondizionato a quella guerra e mai disse, che io sappia, una sola parola contro la strage e i suoi responsabili. Né nessuno fu mai chiamato a risponderne.

Ma c’è anche una seconda motivazione. La manifesta illegittimità della guerra alla Serbia da parte di Nato e Stati Uniti – secondo la Carta delle Nazioni unite – è nota al mondo e non c’è bisogno sul punto di aggiunger parola. Anche in quel caso c’era un aggressore e un aggredito ma Flores D’Arcais sostenne l’aggressore argomentando che i crimini di Milosevic lo esigevano (si veda il suo articolo su Micromega, n.2/1999) incurante del fatto che si distruggeva così l’autorità dell’Onu e la legalità internazionale.

Infine una terza argomentazione: era il 17 gennaio 1991, e nei 43 giorni successivi durante la guerra del Golfo l’aviazione Usa e alleata (tra cui gli italiani) sganciò in Iraq 250 mila bombe comprese quelle a grappolo che causarono 100 mila morti militari e altrettanti civili, e moltissimi altri civili e bambini morirono poi causa un regime sanzionatorio applicato anche all’importazione di beni primari e farmaci. E si potrebbe continuare sui crimini nella Palestina occupata illegalmente, su quelli degli Stati Uniti svelati da Julian Assange, fondatore di Wikileaks, perseguitato dai responsabili di quei medesimi crimini e dal democratico imperialismo che ne è all’origine.

La morale che si può trarre da tutto questo si trova in Danilo Zolo e nel suo Chi dice umanità (Einaudi, 2000) dove si mostra come i problemi della convivenza nel mondo determinati dai conflitti per l’uso delle risorse vengono in genere resi irrisolvibili dagli eserciti dei “paladini del bene”. Così di guerra in guerra in una escalation senza fine, svuotando granai e riempiendo arsenali le ricchezze del mondo si sono concentrate nelle mani di pochissimi, 250 milioni di bambini vivono in zone letali di guerra, pandemie mancanza di cibo e di vaccini, distruzioni ambientali fanno il resto. Questo giustifica i crimini di Putin? No e ancora no. Ma nemmeno giustifica le amnesie, la cecità e un manicheismo che alimenta tutti gli imperialismi, non solo quello russo. E che rende impossibile giungere ad un cessate il fuoco, al superamento della nuova guerra fredda in cui gli imperialismi ci hanno cacciato, alla costruzione di una mediazione. I peggiori nemici dell’Ucraina e della pace sapete quindi dove trovarli.

La manifestazione del 5 novembre e la conferenza internazionale che viene chiesta rappresentano una svolta nella coscienza europea che nessun manicheismo riuscirà a fermare. Si vuole infatti non solo salvare vite, ripristinare la sovranità dell’Ucraina ma avviare anche la costruzione di nuove regole per la convivenza nel mondo basate su giustizia e uguaglianza , che tutti nessuno escluso siano tenuti a rispettare.

L’autore: Mauro Sentimenti, avvocato, è rappresentante del Coordinamento per la Democrazia Costituzionale

Nella foto: manifestazione per la pace, Roma, 5 marzo 2022

Dopo i “taxi del mare”, le “navi pirata”

L’avevamo scritto: quando il governo Meloni sarà in difficoltà si butterà contro le Ong. L’ha già fatto. Del resto dopo pochi giorni dall’insediamento del nuovo governo e dopo aver sventolato la norma “anti rave” che già devono modificare perché non piace nemmeno all’interno della maggioranza sono già in stallo. Giorgia Meloni, sempre brava nel ruolo dell’untrice delle disperazioni, ha coniato una nuova definizione: «Se fai la spola tra le coste africane e l’Italia per traghettare migranti – ha accusato – violi apertamente il diritto del mare e la legislazione internazionale. Se poi una nave Ong batte bandiera, poniamo, tedesca, i casi sono due: o la Germania la riconosce e se ne fa carico o quella diventa una nave pirata». È la solita trita retorica di chi vigliaccamente non alza la voce contro i carcerieri libici e contro gli scafisti ma se la prende con le organizzazioni umanitarie che salvano meno del 15% degli sbarchi.

Del resto è comodo essere vigliacchi. Era comodo per Minniti, era comodo per Salvini, era comodo per Di Maio e ora è comodo per questi. Dai “taxi del mare” alle “navi pirata” è un percorso che dobbiamo portarci addosso come conseguenza dell’incompetenza e della disumanità. Così è bastata la prima dichiarazione non cerimoniosa della presidente del Consiglio per essere subito ricacciati nell’angolo dei dilettanti dal governo tedesco: «Per il governo federale – si legge – le organizzazioni civili impegnate nel salvataggio di migranti forniscono un importante contributo al salvataggio di vite umane nel Mediterraneo». «Salvare persone in pericolo di vita è la cosa più importante», prosegue il testo arrivato da Berlino. Che poi sottolinea: «Secondo le informazioni fornite da Sos Humanity sulla nave ‘Humanity 1’, battente bandiera tedesca, attualmente ci sono 104 minori non accompagnati. Molti di loro hanno bisogno di cure mediche». «Abbiamo chiesto al governo italiano di prestare velocemente soccorso», conclude la lettera.

Del resto sotto la propaganda c’è Piantedosi (la controfigura di Salvini messa al ministero del’Interno) che ha inviato una nota ufficiale all’Ambasciata della Repubblica Federale tedesca per chiedere di avere un quadro compiuto della situazione a bordo della “Humanity 1” in vista dell’assunzione di eventuali decisioni. La situazione è chiara: sulla Humanity 1 (bandiera tedesca) i naufraghi raccolti sono 179. La situazione a bordo si va facendo via via più difficile: ci sono oltre cento minori, il più piccolo di soli sette mesi, che stanno «soffrendo di stress psicologico. Hanno bisogno di un porto ora», dicono dalla nave. La Ocean Viking (bandiera norvegese) ospita invece 234 migranti. Sos Mediterranée, la ong francese che la gestisce, chiede da tempo un porto, considerando che tra i salvati c’è chi è in mare da ben 12 giorni. Sulla Geo Barents ci sono oltre 60 minori, tre donne incinte e casi che richiedono un intervento immediato.

Ma soprattutto c’è la legge: è un obbligo per gli Stati fornire il ‘place of safety’ alle navi che sono state impegnate in operazioni di ricerca e soccorso e che trasportano a bordo i sopravvissuti. Se Giorgia Meloni vuole risolvere il problema dell’immigrazione usata dalla Libia come rubinetto per ricattare l’Europa sarà costretta a fare politica, quella vera, nelle sedi europee. Le stesse sedi che ha irriso per anni per fomentare i suoi elettori e da cui si presenta oggi con il cappello in mano per chiedere aiuto.

Buon giovedì.

 

Enrico Galiano: La scuola del merito e della competizione non è scuola

«Lo vogliamo capire che la scuola non è un posto dove si vanno a selezionare i migliori, che pensarla così è il modo più antidemocratico che esista?» così Enrico Galiano ha commentato la scelta nuovo Governo di scegliere il nuovo nome “Ministero dell’Istruzione e del Merito” deciso dal governo Meloni che ne ha affidato la guida al leghista Giuseppe Valditara, già relatore della famigerata riforma Gelmini che molto sulla retorica del merito si basò con il risultato concreto di ampliare le disuguaglianze.

«Già nel 1958 nel libro The rise of meritocracy il sociologo Michael Young metteva in guardia rispetto al rischio della meritrocrazia. State attenti, diceva, state sostituendo i privilegi basati sul censo e l’appartenenza di classe con quelli basati sull’ingegno».

Invece che di merito lo scrittore e insegnante, autore di bestseller come L’arte di sbagliare alla grande ama parlare di originalità, talento, diversità, unicità di ciascun adolescente che la scuola ha il compito di aiutare a fiorire. Galiano in particolare ne parla molto nel suo nuovo libro Scuola di felicità per eterni ripetenti (Garzanti) in cui racconta frammenti di vista scolastica, incontri con i ragazzi che non ammettono infingimenti e che ti spingono a metterti in gioco, a calare ogni maschera, a lasciarti vivere fino in fondo.

«Quanti alibi per non amare» recitano i versi di Elio Pagliarani che lo scrittore e insegnante di Pordenone pone ad esergo del suo racconto scritto tra i banchi, cercando di stabilire un rapporto profondo con i ragazzi. Così, pagina dopo pagina, conosciamo ragazzine e ragazzini incredibili. Come Sara che andava a scuola tutti i giorni con la medesima maglietta perché le piaceva la macchia si latte e cacao sul colletto perché se l’era fatta un mattino che suo fratello l’aveva fatta tanto ridere. Conosciamo Lucia, con alle spalle una dura storia di abbandono ma che cerca la bellezza in ogni angolo e non sopporta che si vedano come piccole, che si diano per scontate, cose grandi come il rumore della neve sotto i piedi o la piadina con il prosciutto. Ogni incontro è l’apertura di una porta su un mondo interiore, è la scoperta di una luce negli occhi, un tuffo nell’incoscienza che non si lascia irretire dalla quotidianità piatta e dalla razionalità calcolatrice. Edoardo Galiano ha questo dono, di saperla cogliere a comunicare con parole vive.

Anche in questo libro, Scuola di felicità per eterni adolescenti che presentiamo il 3 novembre alle 18,30 alla libreria Read Red Road di Roma riesce a toccare corde profonde nonostante questa volta non sia un romanzo ma una sorta di saggio, dialogico e personale. Sono riflessioni che nascono dall’interesse verso i ragazzi, dal suo essere un professore che antepone l’ascolto, il rapporto con gli studenti. Solo così la trasmissione della conoscenza diventa una avventura appassionante in un rapporto reciproco in cui è  l’insegnante (come professionista e come persona) a imparare dai ragazzi.

«Sapete quante cose possiamo imparare da loro?»  domanda Galiano ai lettori nella prefazione di Scuola di felicità per eterni ripetenti. «La follia, per esempio. Noi che non impazziamo mai e proprio per questo rischiamo sempre di impazzire. Da loro potremmo imparare le risate quelle lunghe infinite ripassare un po’ l’arte di fare gli scemi perché  la sola cosa davvero scema  è smettere di ridere. Da loro potremmo imparare l’amicizia quel parlarsi molto più che parlarsi quel guardarsi, molto più che fratelli… da loro potremmo imparare l’onestà il pane al pane, le parole dirette e il bianco e nero. Da loro potremmo imparare quelle dormite lunghe infinite preziose cariche di sogni».

Quando lo abbiamo incontrato lo scorso settembre al Festival di Emergency (di seguito il video, qui l’intervista) gli abbiamo chiesto di questo suo amore per la magia della adolescenza, vulcanica stagione di grandi amori, di crisi, di trasformazione. Abbiamo parlato con Galiano di come questo loro essere spiazzanti e ricchi di intelligenza emotiva metta in crisi l’ordine razionale dei programmi, delle valutazione, dei test.

E qui torniamo alla questione iniziale, cos’è il merito? Come si misurerebbe? I ragazzi ti possono sorprendere esprimendo un pensiero diverso, apparentemente non conforme, non congruo, imprevisto ma che contiene invece una intuizione che illumina le cose con uno sguardo diverso. Ogni ragazzo è diverso, ha un suo modo di esprimersi.

«Sì, è un tema importante, si parla sempre di adolescenti in modo generico come se fossero una sorta di blob unico», risponde Galiano. Chiunque lavori con loro, ci viva insieme, sa che non ne esiste uno uguale all’altro. Sono sempre caratterizzati da differenze a volte anche abissali fra di loro. E questo è uno degli aspetti più affascinanti. Come insegnante ti mette in crisi vedere che lo stesso atteggiamento e approccio con uno funziona benissimo e con l’altro fa disastri. Devi stare sempre molto attento a replicare gli stessi metodi». Anche da qui la sperimentazione creativa di Galiano con i nuovi media per cercare di parlare con i ragazzi con la loro lingua. Un ricerca continua che l’ha fatto diventare uno degli insegnanti-scrittori più seguiti. La sua web serie Cose da prof ha superato venti milioni di visualizzazioni su facebook. Ma come dice lui stesso «quello era Jurassico», ora per comunicare con i ragazzi bisogna andare su tik tok e oltre. Ma soprattutto, oltre al linguaggio, oltre al mezzo, conta l’empatia, l’interesse per il vissuto dei ragazzi.

Su un punto Galiano torna sempre: l’importanza di prestare la massima attenzione a come si sentono i ragazzi, non solo a quello che fanno. «Servirebbe uno psicologo i ogni scuola e una formazione personale adeguata degli insegnanti riguardo alla psicologia degli adolescenti», ripete spesso. Specie dopo due anni di pandemia durante i quali anche i più piccoli sono stati privati della scuola e di occasioni di socialità così vitali a quell’età. Costretti a casa e fare lezione in dad hanno dato una grande prova di responsabilità. Ma nonostante questo sono stati descritti dai giornali mainstream come untori, come disattenti. «Ciò che ho notato durante la pandemia – racconta Galiano –  è che quanto all’attenersi alle regole mediamente hanno avuto comportamenti più rispettosi rispetto agli adulti. Viaggiando molto in treno mi è capitato raramente di osservare ragazzi senza mascherina, mentre molto più spesso ne ho visto i più grandi privi. Ma al di là di questi aspetti – approfondisce lo scrittore – ho notato che per loro è stato un momento più difficile che per noi. Perché a 15 anni la socialità non riveste la stessa importanza che a 35, a 40 o a 45. A 15 anni è acqua, pane è nutrimento senza il quale non sopravvivi. Ad alcuni di noi quarantenni ha fatto quasi anche un po’ bene un po’ di solitudine, un po’ di raccoglimento, magari perdi anche un paio di chili». Per i ragazzi no, non è stato così e l’isolamento è stata una grossa deprivazione. «Alcuni l’hanno presa molto male – chiosa Galiano -. Si sono chiusi in se stessi e hanno sofferto tanto, anche perché credo che la pandemia abbia portato alla luce tanti aspetti che erano latenti. Uno di questi era l’effettivo e totale disinteresse che la politica ha espresso nei confronti dei più giovani. È una cosa per me scandalosa. Anche durante le elezioni non se ne è sentito parlare veramente». Se non all’ultimo e tutto e in maniera strumentale con qualche bizzarra discesa su Tik tok, a cui i giovani – giustamente – non hanno abboccato. Perché tanto disinteresse della politica verso i giovani?  «Credo che sia per un motivo cinicamente matematico – conclude Galiano -. I giovani sono dieci milioni. La scuola è uno degli argomenti che nel dibattito politico arriva sempre per ultimo. Si sono fatte grandi discussioni se fare o meno il festival di Sanremo, ma non c’erano grandi discussioni su come riaprire le scuole. Questo disinteresse loro l’hanno sentito, non sono stupidi, se ne sono accorti, non è stato facile per loro».

Rave ed ergastolo, l’attacco di Meloni ai principi costituzionali parte da qui

L’introduzione del reato di rave party e il provvedimento sull’ergastolo ostativo, due delle prime misure del governo Meloni, sono pura propaganda securitaria, nonché pericolose forme di disciplinamento sociale. Ha ragione Gian Domenico Caiazza, avvocato presidente dell’Unione camere penali, intervistato da Giuseppe Salvaggiulo su La Stampa: «C’è un’idea populista della giustizia penale. Ormai con i decreti si fa di tutto. Dove sono i presupposti di straordinaria necessità ed urgenza? C’è un’emergenza rave party? Quanti ce ne sono, in Italia, ogni anno?».

Sono preoccupato: al netto delle pene spropositate, la norma potrebbe essere applicata in occasione di occupazioni di fabbriche, scuole, abitazioni. In questa norma si può prefigurare una sorta di possibile reato di chi è protagonista di critica sociale, ribellione, di dinamiche di lotta di massa.

Per quanto riguarda, in secondo luogo, il provvedimento sull’ergastolo ostativo è importante notare che il governo aggira (è stato poco sottolineato in queste ore) anche la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo del 2019, la quale ha sostenuto che l’ergastolo ostativo è in contrasto con l’art. 3 della Convenzione, che vieta in modo assoluto trattamenti inumani o degradanti. È il medesimo contenuto dell’art. 27 della nostra Costituzione.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni afferma, con demagogia, che l’ergastolo ostativo è indispensabile per combattere le mafie, negando, con superficialità, il parere di tre presidenti emeriti della Corte costituzionale. Gli ergastolani ostativi, dopo trenta anni di carcere duro, non sono ammessi a «benefici penitenziari», a misure alternative al carcere (e, ovviamente, alla liberazione condizionale).

Mi è capitato di incontrare, nei miei seminari in carcere, molti dei più dei 1.200 ergastolani ostativi. Tutti ritengono che sia preferibile la pena di morte. Scrive Musumeci: «Se lo Stato uccide la speranza di riabilitazione ha già, con legittimità formale, spento la vita». Aldo Moro ha scritto pagine altissime di diritto ed umanità nella relazione alla Costituente in cui si dichiarava a favore dell’abolizione dell’ergastolo. L’art. 27 della Costituzione è chiarissimo nel tracciare la distinzione tra efficacia punitiva e riabilitazione. Anche nei casi dei delitti più efferati le pene «devono tendere alla rieducazione del condannato».

Per l’appunto, la Convenzione europea ci chiede di valutare la persona , senza “inchiodarla” al reato commesso trenta anni prima. E chiede che il giudice possa riconsiderare caso per caso la situazione del detenuto, articolando la fattispecie senza, comunque, nessun automatismo concessivo.

È un grande tema, molto sofferto, che non merita la mediocre demagogia di Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia: è possibile una pena orientata costituzionalmente anche di fronte a reati gravissimi e, a volte, agghiaccianti? Una grande sfida per la legalità costituzionale. Si tratta di una decisione di civiltà giuridica. Uno Stato forte non deve temere se stesso e i propri giudici, né la liberazione di detenuti che hanno scontato, in carcere duro, decenni di pena.

Per prendere le distanze dal fascismo, Meloni lo supera a destra

Il primo atto del governo Meloni è quanto di più simbolico e certificativo di quel filo nero che lo lega ad un passato che non passa mai.
Viene introdotto nel codice penale il nuovo art. 434 bis che punisce le occupazioni abusive finalizzate ai raduni illegali: con una vera e propria truffa delle etichette raccontato in conferenza stampa dal trio Meloni, Piantedosi, Nordio come reato di rave-party.

Chi invade terreni o edifici, pubblici o privati, per svolgervi raduni ritenuti discrezionalmente dall’Autorità pericolosi per l’ordine pubblico o l’incolumità pubblica o la salute pubblica, con un numero di persone superiore a cinquanta, sarà punito con la reclusione da 3 a 6 anni e con la multa da euro 1.000 a euro 10.000.
Questo provvedimento è l’impronta di un governo di estrema destra, liberticida, nostalgico, reazionario e illiberale.
Sotto il regime fascista, il regio decreto del 1926 sulla pubblica sicurezza, già puniva le pubbliche riunioni non preavvisate alle autorità, ma solo con l’arresto non inferiore a 1 mese e con un’ammenda.

Venendo a tempi più recenti in cui, sotto la luce dei principi costituzionali in materia penale, il legislatore ha raggiunto una maggiore consapevolezza sull’uso (e sull’abuso) dello strumento penale, dal 14/01/2000 è stato depenalizzato l’art. 654 del codice penale, che puniva le manifestazioni sediziose con l’arresto fino a un anno.
Oggi, chi vuole organizzare una riunione in luogo pubblico, ai sensi dell’art. 18 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza (il famoso Tulps  del 1931, tuttora vigente) deve darne avviso, almeno tre giorni prima, al questore.
I contravventori sono puniti con l’arresto fino a 6 mesi e con un’ammenda.
Il questore, nel caso di omesso avviso ovvero per ragioni di ordine pubblico, di moralità o di sanità pubblica, può già impedire che la riunione abbia luogo e può, per le stesse ragioni, prescrivere modalità di tempo e di luogo alla riunione.
I contravventori al divieto o alle prescrizioni dell’Autorità sono puniti con l’arresto fino a un anno e con un’ammenda.

Inoltre, esiste già, nel codice penale, il reato di invasione di edifici (art. 633) che punisce con la reclusione da uno a tre anni chiunque invade arbitrariamente terreni o edifici altrui, pubblici o privati.
La pena è aumentata da 2 a 4 anni se, come avvenuto a Modena, il fatto è commesso da più di cinque persone.
È doveroso chiedersi, allora, visto che l’invasione di edifici e le riunioni non preavvisate alle autorità di pubblica sicurezza sono già sanzionate penalmente e in modo pesante (gli organizzatori del rave di Modena rischiano da 2 a 4 anni di reclusione avendo occupato, in numero certamente superiore a 5, senza titolo, una proprietà privata) perché il governo abbia sentito la necessità di introdurre un nuovo reato.

Ecco svelata la truffa delle etichette:
la verità è che non era affatto necessaria una nuova norma incriminatrice (di condotte che sono già vietate e pesantemente sanzionate dalla legge) ma il rave-party di Modena è stato solo il pretesto per una violenta manganellata al diritto di riunione e di libera manifestazione del pensiero.
La norma è indeterminata al punto che, finché la Corte Costituzionale non ne dichiarerà l’illegittimità, finirà per essere usata per reprimere ogni manifestazione organizzata del dissenso: dalle università alle piazze, dalle scuole alle fabbriche.
Si tratta di una norma che punisce, per esempio, il diritto di manifestare degli studenti nelle scuole (le cd. occupazioni) e il diritto dei lavoratori di scioperare e manifestare occupando le fabbriche. A ben vedere il governo, col trattamento sanzionatorio, va persino oltre il testo unico di epoca fascista.
Si può affermare che “il presidente” Meloni ha finalmente preso le distanze dal fascismo, ma superandolo a destra.

L’autore: Andrea Maestri è avvocato, ex deputato e membro Commissione Giustizia della Camera

Nella foto: La presidente del Consiglio Giorgia Meloni e Matteo Piantedosi, ministro dell’Interno

Le salvinate di Piantedosi

Sulla Ocean Viking di Sos Mediterranée, al largo di Malta, ci sono 234 persone. «Senza un posto sicuro, la salute dei sopravvissuti rischia di deteriorarsi», afferma la responsabile dell’équipe medica. Tra loro oltre 40 minori non accompagnati e diversi riportano segni evidenti di torture e violenze subite in Libia. «Nel primo tentativo di fuga dalla Libia la nostra barca si è rovesciata, 9 persone sono morte. Nostra figlia si sveglia ancora di notte, spaventata. Cerchiamo di aiutarla a dimenticare», raccontano Bassem e Hana, soccorsi con la loro figlia di 4 anni. La Geo Barents di Medici senza frontiere, che si trova a sud-est della Sicilia, ha a bordo 572 persone, compresi 66 minori. Sono 179 invece, dopo l’ultima evacuazione medica, sulla Humanity 1, al largo delle coste catanesi. Tra loro c’è un bimbo di appena 7 mesi. Decine di minori non accompagnati «soffrono particolarmente dello stress psicologico». L’hotspot di Lampedusa, ancora una volta, rischia il collasso: sono 1.221 gli ospiti del centro, che ne potrebbe contenere un massimo di 350.

Il ministro dell’Interno Piantedosi – ex capo di gabinetto di Matteo Salvini – si è affrettato a prospettare il divieto d’ingresso a due navi di organizzazioni non governative, Ocean Viking e Humanity 1, con una direttiva che ovviamente è stata subito sventolata dalla maggioranza di governo per agitare la favola dei “porti chiusi”. Una direttiva che nei fatti è carta straccia. Lo spiega perfettamente la giurista Vitalba Azzolini su Domani: «Per motivare la propria direttiva, Piantedosi ha detto di voler “riaffermare un principio: la responsabilità degli Stati di bandiera di una nave” che – a detta del ministro – sarebbe stato riconosciuto nel “famoso caso Hirsi”. Il richiamo a questo caso lascia perplessi. È vero che nella sentenza Hirsi (febbraio 2012) la Corte europea dei diritti umani aveva rilevato la responsabilità dello Stato di bandiera, l’Italia. Ma ciò in quanto, nel maggio 2009, il governo italiano si era reso autore di un respingimento illegittimo di un considerevole numero di profughi, in violazione del principio di non refolulement (Convenzione di Ginevra), dando l’ordine di trasportarli in Libia, ove la loro incolumità era messa a rischio, anziché in un porto sicuro- Dunque, la Corte non ha affermato il principio per cui lo Stato di bandiera della nave di soccorso è responsabile di fornire accoglienza e altro, come sembra affermare Piantedosi. Né la Corte avrebbe potuto farlo, ai sensi delle citate convenzioni internazionali, che ripartiscono le competenze tra gli stati: quello di bandiera deve esigere che il comandante di una nave “presti soccorso a chiunque sia trovato in mare in pericolo di vita quanto più velocemente possibile” (convenzione Unclos), mentre per il resto interviene lo Stato nella cui zona Sar è avvenuto l’evento critico».

Il gioco è fin troppo facile da indovinare: le Ong come colpevoli di un problema che non sanno (e non vogliono) risolvere. Ad oggi le Ong salvano all’incirca il 14% di tutti i migranti, la grande maggioranza arriva autonomamente e grazie alle operazioni di soccorso delle autorità italiane. Qualche giorno fa abbiamo visto il video girato a Tripoli Janzur, zona Syed. in cui un etiope di 17 anni viene torturato dalle milizie con scosse elettriche mentre altri gli puntano una pistola in testa chiedendo 10.000 dollari di valuta americana. «Ogni giorno, centinaia di persone vengono torturate per ottenere un riscatto perché siamo visti come una facile fonte di reddito», raccontano i migranti. Da due anni abbiamo in Italia sentenze che raccontano di come le prigioni finanziate anche dall’Italia siano luoghi di tortura, quando il gup di Messina ha condannato a 20 anni di carcere ciascuno Mohamed Condè, detto Suarez, 22 anni della Guinea, e con lui gli egiziani Ahmed Hameda, 26 anni, e Mahmoud Ashuia, 24. Come raccontò Nello Scavo: «Mohamed Condè si occupava di imprigionare i migranti, di torturarli e di ottenere i riscatti, richiesti ai familiari a cui venivano mostrate le orribili sessioni di tortura. Hameda svolgeva il ruolo di carceriere, torturatore e all’occorrenza cuoco per i prigionieri; Ashuia se lo ricordano perché quand’era di turno nella camera delle torture picchiava brutalmente anche utilizzando un fucile».

Il memorandum Italia-Libia rimarrà intatto. Mentre il governo libico premia con un encomio Abdurahman al-Milad, detto Bija, accusato dalla Nazioni Unite di traffico di esseri umani, crimini contro i diritti umani, contrabbando di petrolio e armi. Siamo tornati alla solita vigliaccheria (bipartisan) aggiungendoci la prevedibile propaganda. Non si trovano nemmeno più le parole per raccontarla.

Buon mercoledì.

Nella foto: il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi a Porta a porta, 27 ottobre 2022

Un governicchio da paesello

Negli ultimi giorni abbiamo assistito a un tilt di comunicazione e di politica che ha apparecchiato una diretta urgente su un rave party come se fosse un’urgenza nazionale. Ne esce un Paese completamente fuori fuoco che inverte le priorità e si accomoda sul delirio generale: giornalisti che si sentono inviati di guerra mentre intervistano ragazzetti storditi dall’alcol e dal fumo, politici con il piglio da prefetto Mori mentre esultano come se avessero eradicato le mafie in Italia, editorialisti che scrivono accigliati sull’antropologia del rave mentre frequentano circoli che sprofondano nella cocaina.

Giorgia Meloni, che non è ancora uscita dalla modalità della campagna elettorale, riunisce il Consiglio dei ministri giusto il tempo per presentarsi di fronte alle telecamere e annunciare una nuova legge ad hoc per evitare accampamenti alcolici. Per farlo si va a toccare il reato di “invasione di terreni o edifici, pubblici o privati” prevedendo la reclusione da 3 a 6 anni. Viva la legalità, esultano in molti. Sarà.

Dalla conferenza stampa sappiamo che l’opposizione all’opposizione e al governo precedente si rinforza con la decisione di reintegrare i medici non vaccinati e annunciando “discontinuità” con i governi precedenti. Su questo scrive bene la fondazione Gimbe: «Il potenziale impatto in termini di sanità pubblica sarebbe modesto – spiega la Fondazione – sia perché la misura viene anticipata di soli due mesi rispetto alla scadenza fissata, sia perché riguarda un numero esiguo di professionisti».

«Ben diverso – rileva il presidente della Fondazione, Nino Cartabellotta – l’impatto in termini di percezione pubblica di questa “sanatoria” e delle relazioni con la stragrande maggioranza dei colleghi che si sono vaccinati per tutelare la salute dei pazienti e la propria, anche al fine di garantire la continuità di servizio. Peraltro, al di là di una scelta individuale incompatibile con l’esercizio di una professione sanitaria, si tratta di persone che hanno spesso seminato disinformazione pubblica sui vaccini, elevandosi a “paladini” del popolo no-vax, a volte con evidenti obiettivi di affermazione politica individuale».

Altro? Hanno approvato una norma che sarebbe passata, identica, con il governo Draghi. Dice Giorgia Meloni che le misure sono altamente “simboliche”, confermando in toto la sensazione di uno sventolio propagandistico che non ha nulla a che vedere con i “reali bisogni urgenti” del Paese. Su bollette, crisi energetica, guerra e povertà niente. Matteo Salvini, che per tutta la campagna elettorale ha promesso di risolvere i “problemi reali” al primo Consiglio dei ministri, ieri ha parlato agli italiani del ponte sullo Stretto dei suoi sogni. In compenso l’infornata di sottosegretari e viceministri fotografa perfettamente la spessore del governo. Basta leggere i nomi.

Dategli tempo, si dice. Intanto segnaliamo che la partenza è da governicchio di paesello.

Buon martedì.

 

* In foto, la conferenza stampa della premier Giorgia Meloni al termine del consiglio dei ministri. Assieme a Meloni, i ministri Orazio Schillaci, Carlo Nordio, Matteo Piantedosi e il sottosegretario Alfredo Mantovano. Roma, 31 ottobre 2022 

Fratoianni: Vietato dissentire. Il governo Meloni si presenta

Proprio mentre Giorgia Meloni si insediava a Palazzo Chigi, la polizia prendeva a manganellate alcuni studenti che contestavano pacificamente un convegno organizzato da esponenti di destra all’interno dell’Università di Roma La Sapienza. Vietato contestare. Intanto il governo Meloni non interviene sul raduno dei nostalgici del Duce a Predappio e introduce un nuovo reato, quello di invasioni di terreni, un reato penale che può costare anche sei anni di carcere. Varato per impedire rari e pacifici rave party, potrebbe essere applicato in molte altre occasioni. “Hanno usato il pretesto del contrasto ai rave per inserire norme con pene pesantissime che potranno essere utilizzate in ben altri contesti. Una decisione rischiosa e pericolosa, che avvelena ulteriormente il clima sociale e politico del Paese”, dice il segretario di Sinistra italiana. Abbiamo incontrato il deputato dell’Alleanza Rosso verde e segretario di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni, per fare il punto sull’arretramento politico e culturale che l’Italia rischia con il governo Meloni sul versante dei diritti civili e sociali.

Onorevole Fratoianni gli studenti avevano tutto il diritto di dire la loro. O no?
Sì assolutamente. A me pare che quel che è accaduto in Sapienza a Roma, sia molto grave. Penso sia un pessimo segnale. Le forze dell’ordine in tenuta anti sommossa chiamate dalla rettrice hanno caricato pesantemente gli studenti che a mani nude, pacificamente stavano manifestando legittimamente. Non c’è alcun elemento che possa rendere non dico giustificabile, ma comprensibile, un intervento così violento da parte delle forze dell’ordine. Abbiamo chiesto spiegazioni, depositeremo una interrogazione non appena l’ufficio del sindacato ispettivo sarà operativo fra una quindicina di giorni. Aspettiamo che il ministro dell’interno Matteo Piantedosi, che solo un anno fa, da prefetto, non aveva in alcun modo impedito che avesse luogo l‘assalto alla Cgil (peraltro annunciato), venga in Parlamento a spiegare le ragioni di quello che è accaduto.

Come valuta le prime mosse del Governo Meloni?
Preoccupano i primi atti di questo governo. A cominciare dalla scelta dei presidenti delle Camere, Ignazio La Russa ( Fratelli d’Italia) e Lorenzo Fontana (Lega), volti estremi di questa destra. Colpisce anche il modo in cui sono stati ribattezzati alcuni ministeri chiave. Dal ministero della scuola sparisce la parola “pubblica” e si aggiunge la parola merito. Il ministero economico diventa ministero delle imprese oltre che della sicurezza energetica. L’istituzione del ministero della famiglia e della natalità e il discorso di insediamento della presidente del consiglio Giorgia Meloni hanno lo stesso carattere, quello di un manifesto ideologico, identitario che – almeno in questa prima fase- sembra annunciare al Paese una brutta stagione. Se riguardo alla materia economica si annunciano margini molto stretti di manovra vista la congiuntura e perfino la continuità con le scelte del governo Draghi tutta l’attenzione (e forse anche l’iniziativa) si concentra sul fronte della battaglia ideologica di destra. Accade in Italia quel che è accaduto in varie parti del mondo: la destra arriva al governo e fa fino in fondo la destra sul piano simbolico e identitario.

Il ministro Roccella non potrà mettere mano alla 194, ma sappiamo della sua opposizione all’aborto farmacologico con la Ru486, conosciamo le posizioni ultra cattoliche di Mantovano sul fine vita. Sappiamo delle posizioni integraliste di Fontana sulla famiglia. Si rischia un arretramento sul piano dei diritti delle donne, dei diritti civili che poi non sono mai disgiunti da quelli sociali L’opposizione come si prepara a dare battaglia?
C’è un rischio concreto di restringimento dei diritti. Del resto sta nel programma della destra. Giorgia Meloni ha detto più volte che non toccherà la legge sull’interruzione di gravidanza. Per fortuna, ci viene da dire. Ma constatiamo che sono molte le Regioni in cui la 194 è messa in discussione di fatto, anche a causa di medici obiettori nelle strutture pubbliche. Ora chiunque si occupi di queste materie sa che il potere pubblico non vigila a sufficienza perché nelle strutture pubbliche sia garantito il servizio. In questo modo il diritto all’aborto viene messo in discussione in modo molto pesante. Nella sua prima intervista la ministra Roccella si dice quasi dispiaciuta che ci sia una legge che consente l’aborto, che a suo avviso non è un diritto. Il conto è presto fatto. Credo anche io che i diritti civili e diritti sociali non possano essere visti come due dimensioni separate, tanto meno gerarchizzate, e penso che di fronte a tutto questo occorra una opposizione molto forte.

Ma l’opposizione appare divisa…
Non c’è dubbio che lo stato dell’opposizione non sia brillantissimo: pesano le divisioni della campagna elettorale, non c’è stata la composizione di un fronte sarebbe stato necessario, perché quanto meno fosse una partita giocabile. Ora occorre che almeno su alcuni temi le opposizioni si assumano la responsabilità di costruirlo il Parlamento e fuori. Solo così possiamo fare una efficace opposizione a questo governo. Questo vale per i diritti civili, vale anche per l’assetto costituzionale del Paese contro il presidenzialismo e contro l’autonomia differenziata; vale per le scelte economiche e sociali più rilevanti.

Mentre si va verso il rinnovo automatico degli accordi con la Libia, il ministro dell’Interno Piantedosi torna a criminalizzare le Ong, riprendendo un percorso purtroppo cominciato con Minniti e che toccò l’acme con Salvini e i decreti sicurezza che lo stesso Piantedosi da capo di Gabinetto contribuì a scrivere. Siamo punto e daccapo?
Anche su questo rischiamo un ritorno indietro, nei toni, nei linguaggi, anche perché nella sostanza, elementi di radicale discontinuità ne abbiamo visti pochi: le politiche dell’immigrazione soffrono di una impressionante continuità ed anche di una impressionante trasversalità. Al tempo del governo Gentiloni, Minniti fu autore del Memorandum Italia Libia che il 2 novembre si rinnova automaticamente. È la piattaforma attorno alla quale sono state rifinanziate le missioni di cooperazione con la cosiddetta guardia costiera, la piattaforma su cui si è costruita la legittimazione di una politica illegittima anche dal punto di vista dei trattati internazionali. Parlo di politiche di respingimento che hanno costretto centinaia di migliaia persone alla carcerazione nei lager libici e che implicano la negazione dei diritti umani.

Come si può intervenire, in Parlamento e fuori?
Occorre intensificare il lavoro che in questi anni è stato fatto in modo trasversale. Noi per primi lo abbiamo attuato opponendoci in Parlamento ad ogni decisione che andava nella direzione di un ulteriore restringimento delle vie d’accesso al Paese, a una criminalizzazione delle Ong: da un lato sono chiamate alla supplenza rispetto a un ruolo di ricerca e soccorso che dovrebbe essere garantito dalle istituzioni statuali e sovra nazionali, innanzitutto europee. Dall’altro lato sono criminalizzate oggetto di una vera e propria guerra. In Parlamento e nella società civile noi abbiamo sostenuto concretamente, anche sul piano materiale la nascita di organizzazioni, la messa in mare di imbarcazioni come la Sos Mediterranea, abbiamo praticato le vie del mare.

Lei stesso è stato più volte in missione su Open arms e sulla Mar Jonio, con quale risultato?
Sì abbiamo partecipato a quelle missioni e siamo saliti sulla Sea Watch, quando era ancorata fuori da Lampedusa e per giorni e giorni costretta ad una attesa insopportabile, con centinaia di migranti a bordo. Non era la prima volta, Abbiamo cercato di mettere in pratica una alternativa, in assenza di una adeguata risposta pubblica,  anche di resistenza sul piano materiale. Dobbiamo continuare a farlo, dobbiamo intensificare questo lavoro. Abbiamo costruito da tempo in Parlamento una rete di parlamentari che, anche trasversalmente rispetto alle forze politiche dell’attuale opposizione, ha assunto su questo fronte iniziative molto incisivo e radicale. Questa rete va consolidata. Concretamente qualche giorno fa eravamo con altri parlamentari al presidio organizzato all’Esquilino a Roma da associazioni contro il Memorandum, continueremo su questo fronte a batterci come abbiamo sempre fatto.

Il governo Meloni intende porre una pietra tombale sulla transizione ecologica. In continuità, del resto, con il governo Draghi. Non a caso l’ex ministro Cingolani resta in veste di consulente del neo ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Pichetto Fratin. L’alleanza rosso verde comprende sinistra italiana e i verdi, quali sono le vostre proposte?
Non c’è dubbio che questo governo provochi su questo fronte un ulteriore rallentamento. Ogni rallentamento è un drammatico passo indietro sul fronte della transizione ecologica. È molto evidente, lo dice la scienza, siamo molto oltre il limite del consentito. Giorgia Meloni si è presentata in Parlamento invocando la ripresa delle trivellazioni nel mare Adriatico. Ha fatto esplicito riferimento al nostro gas e alla necessità di utilizzarlo. Questo governo è in linea anche su questo con la destra internazionale, è il governo amico di Trump, che di fronte all’innalzamento del livello degli oceani dice: al massimo avremmo più case vista mare. Di fronte a questa dimensione cieca della politica, occorre mettere in campo un doppio movimento. C’è una iniziativa parlamentare. Presenteremo a breve una legge sul clima, una legge quadro che vincoli le scelte pubbliche ad ogni livello, non solo quello nazionale, ma anche degli enti locali; che vincoli a scelte collegate agli obiettivi di contrasto al cambiamento climatico. Torneremo a batterci contro il consumo di suolo.In Italia il consumo di suolo procede a ritmi più sostenuti rispetto agli altri Paesi europei. Dovremo lavorare perché la presenza delle opposizioni, a cominciare dalla nostra, sia strumento funzionale alla mobilitazione nel nostro Paese, facendo riferimento alla mobilitazione dei Fridays for future, e alla grande sensibilità delle giovani generazioni che prende corpo intorno al tema della lotta alla crisi climatica e per la conversione ecologica delle nostre economie.

Veniamo al tema della pace, il 5 novembre ci sarà una grande manifestazione. È un’occasione anche per costruire una tessitura con forze come M5s stelle che ora si attestano la battaglia su questo tema anche se sono state ondivaghe in passato. Ma soprattutto come costruire un iniziativa diplomatica per arrivare al cessate il fuoco e a costringere Putin e Zelensky a sedersi a un tavolo?
Penso che quello del 5 novembre sia un appuntamento di straordinaria importanza, un ritorno a una grande mobilitazione nazionale di piazza intorno a un tema, quello della pace, che è stato a lungo espulso dal dibattito pubblico. Perfino criminalizzato. Abbiamo assistito a un rovesciamento di senso. La pace come resa, i pacifisti come amici di Putin, quando gli amici di Putin come abbiamo visto anche durante la formazione del governo Meloni sono sempre stati nella maggioranza di destra, lo sono per ragioni economiche, politiche, culturali. Putin è un uomo di destra, non è una novità. La Russia di Putin ha sostenuto, finanziato da ogni punto di vista i partiti di destra in tutta Europa. Gli amici di Putin andavano cercati lì, non certo nelle file dell’Anpi, dell’Arci, non fra chi come noi, in Parlamento e fin dal primo minuto e senza esitazione si è schierato contro l’escalation delle armi, prendendo le distanze da chi afferma che si possa intervenire esclusivamente per via militare e fino ad esaurimento delle forze in campo.

Su questo la piattaforma del 5 novembre si esprime chiaramente.
Io penso che sia doveroso, come fa la piattaforma della manifestazione, esprimere un giudizio molto netto su quello che è accaduto e accade in Ucraina, sul fatto che c’è un aggressore e un aggredito, la Russia ha aggredito in modo inaccettabile un Stato sovrano e l’Ucraina è vittima di questa aggressione, ma occorre contestualmente, con altrettanta forza e fermezza dire che il primo strumento per aiutare le vittime di questa aggressione è la ricerca di una via di uscita diplomatica e pacifica dal conflitto Perché la via d’uscita misurata solo sul conflitto militare è una soluzione che non esiste di fronte a una potenza nucleare. La via bellica non può che aggravare, esasperare la sofferenza di chi vive quotidianamente sotto le bombe. Aggiungo che le conseguenze economiche sociali che la guerra determina sono ogni giorno più gravi e come sempre si abbattono sui più fragili, sui civili in modo più duro di quanto non avvenga sui soldati. Le conseguenze economiche del conflitto si abbattono sui ceti popolari, più deboli, in ogni società, come sta avvenendo in questi giorni nel nostro Paese. Da questo punto di vista sono molto contento che sia cresciuto un fronte pacifista che sostiene questa iniziativa a cominciare dai M5stelle. Vedo anche crescere nel Pd una articolazione di posizioni. Non mi interessa ribadire di essere stato il primo e per lungo periodo anche l’unico ad aver sostenuto questa posizione in Parlamento. Ma credo che a maggior ragione su questo occorra costruire elementi di convergenza in grado di rendere più forte la parola pace e una iniziativa che chiede all’Europa un impegno e anche al resto del mondo. Parlo dell’Europa in primis perché rischia di essere in prospettiva la prima vittima di un conflitto.

Non solo il tema della pace ma anche quello delle disuguaglianze è stato trascurato in campagna elettorale insieme a quello della precarizzazione del lavoro. Intervistato da Left il segretario del Pd, Letta, ha ammesso: «Sul Jobs act abbiamo sbagliato dobbiamo abolirlo». Forse lo ha detto troppo tardi? È difficile riconquistare la fiducia di giovani che si sono visti precarizzati da provvedimenti di centrosinistra…
Io credo che in questo caso il Pd abbia pagato un inevitabile prezzo di credibilità. Perché occorre costruire, ricostruire anche in modo faticoso una relazione fra ciò che si dice e ciò che si fa. Anche in questo caso quando il Jobs act è stato proposto e approvato noi abbiamo combattuto contro quella scelta e abbiamo fatto della lotta alla disuguaglianza il cuore della nostra iniziativa. La stessa alleanza Verdi Sinistra italiana nasce dall’idea che il rapporto fra giustizia sociale e giustizia sociale sia un rapporto inseparabile, un po’ come avviene per i diritti civili e i diritti sociali. Oggi la disuguaglianza assume dimensioni sempre più insopportabili nel Paese, aggravate dall’inflazione che tocca il 12 per cento, livello impressionante e che mangia potere d’acquisto a salari e pensioni. E in più di qualche caso, come è accaduto per i salari negli ultimi trent’anni (caso unico quello dell’Italia in Europa) camminano perfino all’indietro. È arrivato il momento di una iniziativa che da un lato lavori per redistribuire risorse attraverso la leva fiscale, dall’altro per porre di nuovo all’ordine del giorno il tema un meccanismo che garantisca l’aggancio di salari e pensioni al costo della vita, dunque all’inflazione. Tornare a parlare di scala mobile o altri meccanismi che abbiano quel tipo di filosofia, è a mio avviso non solo è possibile, non solo opportuno, ma è necessario.