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Alla scoperta dell’immaginario degli antichi

Vogliamo ricordare la nostra cara collaboratrice e amica Maria Pellegrini che purtroppo ieri ci ha lasciato. Lo facciamo ripubblicando il suo ultimo articolo uscito su Left online il 27 ottobre 2022, una recensione al libro di Francesca Ghedini. Latinista, scrittrice, Maria Pellegrini è stata una stretta collaboratrice di Luca Canali e una grande e appassionata esperta di letteratura e storia dell’antica Roma, di cui ha approfondito soprattutto gli aspetti della condizione della donna, delle classi subalterne e della plebe. Temi che si ritrovano nel suo ultimo libro Da Arianna ad Agrippina. La donna greco-romana tra storia e mito (Futura libri, 2023)

Nel corso della sua vita di studiosa Francesca Ghedini, professoressa emerita di Archeologia classica dell’Università di Padova, si è occupata a lungo di iconografia con approfondimenti antropologici, sociologici e storico artistici. La sua attività di ricerca si è rivolta, fin dai primi anni, allo studio delle immagini come specchio della società che le ha prodotte. Il frutto del suo intenso lavoro è ora raccolto nel volume Lo sguardo degli antichi, con sottotitolo Il racconto nell’arte classica (Carocci editore, 2022, pgg.408, € 40,85).

Nell’indagare il rapporto fra parola e immagine Ghedini ha ricostruito quel percorso di progressive conquiste realizzate da artigiani e artisti dell’antichità greca e romana che, per suggerire allo spettatore eventi avvenuti, ricorrevano a immagini iconiche o narrative dalla forza comunicativa simile a quella della parola scritta o recitata.
Con le immagini iconiche si arriva all’identificazione del personaggio raffigurato attraverso una sua caratteristica fisica, una capigliatura o attributi che gli appartengono: una figura con un tridente richiama Poseidone, una fanciulla che tiene in mano delle spighe è Cerere.

Le immagini narrative invece mettono in scena una particolare situazione descritta nel momento in cui avviene o evocata in vario modo: un giovane che si specchia in una polla d’acqua è Narciso, la testa di un cinghiale ai piedi di un cacciatore ricorda Meleagro. Talvolta però, sottolinea Ghedini, «un solo indicatore non è sufficiente per rendere immediatamente riconoscibile la scena raffigurata: una fanciulla-albero potrebbe essere Dafne, ma anche Mirra o una delle sorelle di Fetonte». In questi casi è necessario inserire altri elementi di contesto per rendere comprensibile il soggetto.

La costruzione della narrazione attraverso le immagini deve attenersi a regole complesse che sono andate fissandosi nel corso dei secoli e fanno parte dell’immaginario collettivo. Presupposto necessario e indispensabile per raggiungere lo scopo, suggerisce Ghedini, «è la condivisione di un immaginario comune da parte di un pubblico che conosce i racconti epici e mitici, per averli sentiti narrare fin dall’infanzia, per aver ascoltato e ammirato gli aedi che deliziavano i conviti».

Vaso greco con l’immagine del cavallo di Troia, Museo di Mykonos

Nel mondo greco il gusto per il racconto non si afferma precocemente. Nel volume se ne ripercorrono le varie tappe fino all’improvviso manifestarsi di un gusto narrativo stimolato dalla tradizione epica. Nel Museo di Mykonos, isola delle Cicladi, troviamo un esempio illuminante di narrazione epica risalente al VII sec. a. C. Sul collo di un pithos è raffigurata l’immagine del cavallo di Troia, con la scena di conquista di una città dove guerrieri infieriscono su donne e fanciulli inermi.

È tuttavia la successiva produzione attica che ci consente di apprezzare appieno una nuova fase vitale e creativa. Famosi sono gli artisti del VI secolo a.C., Nearchos, Lydos e il Pittore di Amasis, che sembrano interpretare al meglio il nuovo clima culturale con l’abbandono delle tradizionali scene distribuite su fasce sovrapposte in favore di composizioni monosceniche: poche figure di grande formato consentono di rendere facilmente leggibili postura e gesti, così che le immagini realizzate sono spesso provviste di grande tensione narrativa, come la coppa del Pittore della Caccia, un ceramista greco il cui nome deriva dalla decorazione della caccia al cinghiale calidonio sul fondo della sua creazione, o come il frammento di un cantaro di Nearchos, in cui il pittore ha scelto di raffigurare il momento in cui Achille, solo con i suoi cavalli, ascolta la profezia che gli preannuncia il suo destino di morte (Iliade, XIX, 404-424).

L’apice di questa nuova sensibilità narrativa è raggiunto da Exechias, un ceramista attivo ad Atene nella metà del VI secolo a.C. La forza delle sue composizioni risiede nella maestosità delle figure che occupano l’intero spazio a disposizione, e nel numero ridotto dei personaggi, due nella famosa Coppa raffigurante l’accecamento di Polifemo situata a Parigi, nella Bibliothèque Nationale de France.

La firma del ceramista Exechias, Museo del Louvre

Se statue onorarie di personaggi illustri erano esposte ovunque nelle città, lungo le strade principali, nelle piazze, nei teatri, nelle palestre, il luogo in cui maggiormente si sbizzarriva la fantasia dei committenti erano le case private, dove, già nell’esterno, venivano realizzati eleganti affreschi o semplici schizzi, allusivi al ruolo rivestito dal proprietario. Gli interni erano interamente circondati da immagini di ogni genere, i pavimenti decorati con mosaici raffiguravano scene narrative mentre le pareti erano ricoperte di quadri, reali o riprodotti ad affresco, che rivelavano le molteplici e avvincenti avventure di dèi e dee, eroi ed eroine.

Per le immagini relative al mondo dei morti, numerose e di grande impatto sono le testimonianze provenienti da città etrusche dove si usava decorare le camere funerarie con affreschi ispirati per lo più a mettere in scena aspetti della vita quotidiana. La documentazione del mondo funerario romano si fa invece esigua e sfuggente a causa della grave perdita dei monumenti più antichi, ma restano le sculture dei sarcofagi e le iscrizioni che, rivolte ai frettolosi passanti, annotavano meriti e imprese del defunto, fornendo indicazioni circa l’età, la famiglia, il ruolo rivestito nella società o nella casa.

Non si deve sottovalutare l’importanza delle fonti letterarie utili per molteplici informazioni e notizie sugli artisti e le mode del tempo. Per lo storico dell’arte le citazioni occasionali rivestono un grande interesse perché permettono di condividere lo sguardo dei contemporanei, scoprire opere di cui non sono rimaste tracce oltre le citazioni di un autore. Ghedini porta ad esempio un passo di un poeta greco del III secolo a. C., Eronda, che ricorda di aver visto fra le numerose opere esposte nell’Asklepieion di Coo due quadri del pittore Apelle, di cui egli loda «la capacità di rendere le figure così aderenti al reale da ingannare l’occhio dello spettatore». Il poeta ha tramandato due informazioni, l’una sulla qualità dell’opera, l’altra circa la presenza di opere di un grande artista in un luogo sacro.

Lo sguardo degli antichi ha posto una scarsa attenzione alle raffigurazioni naturalistiche e Ghedini descrive il lungo dibattito su tale aspetto riportando il giudizio di Platone che nel dialogo Crizia considera «tali elementi non necessari» mentre «la centralità è per la figura umana» e nel Fedro afferma: «La campagna e gli alberi non consentono di imparare niente, diverso è il ruolo degli uomini della città».

Il testo, arricchito da una ricca bibliografia, note, indice di nomi e numerose fotografie delle opere d’arte citate, risponde ai principali temi dibattuti nell’ambito della lettura delle immagini analizzate nelle diverse categorie di composizione: monosceniche o plurisceiche, cicliche. Il lettore è portato a riflettere sull’impatto che l’insieme dei quadri che decorava una casa potesse avere sui frequentatori delle dimore che ne erano così riccamente ornate e sulla pluralità di suggestioni che potesse suscitare.
Il volume è anche un ottimo strumento per un approccio allo studio dell’iconografia e alla sua compiuta definizione disciplinare, divenuta, grazie a Erwin Panofsky, il ramo della storia dell’arte che si occupa del soggetto e del significato delle opere d’arte, in contrapposizione a quelli che sono i valori puramente formali.

Non c’è niente da capire

Qualcuno che gira con diecimila euro in contanti nel borsello non è un povero. Partiamo da qui, almeno per evitare di apparire scollegati dalla realtà di un Paese in cui la retribuzione globale annua (Rga) media si aggira intorno ai 30.000 euro, mentre la retribuzione annua lorda (Ral) media è pari a circa 29.500 euro (circa 1.700 euro netti al mese). Diecimila euro non li vedranno mai tutti insieme i 5,6 milioni di poveri nel nostra Paese (di cui 1,4 milioni sono bambini) che aspirano ad avere il problema di scegliere con quale modalità pagare visto che pagare rimane il loro insormontabile problema.

Qualcuno dice che la prima mossa del governo Meloni abbia a che fare con la “libertà”. Anche questa teoria è fragile. Basterebbe misurare le due urgenze: è più urgente dare “la libertà” di scegliere se pagare in contanti, in elettronico, con sesterzi o con il baratto o è più urgente trovare una soluzione perché tutti paghino ciò che si deve? Il governo ha scelto. L’ha scelto, si badi bene, come primo atto di un governo che arriva mentre le bollette stanno scarnificando le imprese e le famiglie, lo ha scelto mentre i salari da fame stanno sbriciolando i progetti e le speranze, lo ha scelto mentre la crisi climatica aumenta i pericoli e i costi per i cittadini, lo ha scelto mentre una guerra continua a bruciare alle porte dell’Europa. Questione di priorità, semplicemente.

Il governo Meloni, per mano del suo ministro all’Interno Piantedosi e del suo ministro alla Salvinità Matteo Salvini, ha messo nel mirino come primi nemici le navi delle Ong nel Mediterraneo. L’ha fatto nel momento in cui i morti si moltiplicano (tra bambini bruciati e bambini annegati) e lo fa insistendo con una violazione delle convenzioni internazionali, soprattutto quelle che riguardano la sicurezza in mare, la Convenzione di Amburgo e la Convenzione di Ginevra sui rifugiati e i richiedenti asilo. «Non si capisce quale sia la fonte giuridica che utilizza per ventilare un illegale e illegittimo blocco di navi che hanno soccorso naufraghi e che chiedono un Place of safety, come prevede la Convezione di Amburgo, che è molto chiara e non parla di bandiere, ma semplicemente di obbligo del soccorso», ha spiegato ieri all’Adnkronos Luca Casarini, capomissione di Mediterranea saving humans. Era una priorità? Evidentemente sì.

La prima proposta di legge depositata dalla maggioranza è quella di Maurizio Gasparri per scassare la 194. La ministra nominata alla Famiglia (e Natalità) è un’antiabortista fuori dal tempo e fuori dalla realtà che nelle sue prime interviste ha ribadito la propria idea provando a rassicurare (male) che i diritti delle donne non verranno toccati specificando però che l’aborto non lo ritiene un diritto. Era una priorità del Paese? Evidentemente sì.

In compenso ieri è stato bollato come “ideologico” l’intervento in Senato di Roberto Scarpinato, storico magistrato antimafia e ora capogruppo del Movimento 5 stelle, che ha semplicemente ricordato che questo governo si regge sui voti di un leader di partito (Silvio Berlusconi) che ha pagato per anni Cosa Nostra e che ha avuto come braccio destro un ex senatore (Marcello Dell’Utri) condannato in via definitiva per essere stato “l’anello di congiunzione tra Berlusconi e la mafia”. Ideologico, hanno detto.

Non c’è molto da capire. Qui non siamo più nel campo dei propositi. Stiamo ai fatti. Questo è.

Buon giovedì.

Antifascismo e alta politica, l’importanza della lezione di Emilio Lussu

Emilio Lussu nella sua lunga vita è stato un protagonista della storia d’Italia del Novecento (nasce ad Armungia in Sardegna nel 1890 e muore a Roma nel 1975) ed ha continuato ad esserlo anche durante i 14 anni di esilio, dal momento della sua clamorosa fuga dall’Isola di Lipari (1929) fino al rientro in Italia, alla caduta del fascismo (1943).

Agostino Bistarelli, con il libro uscito di recente, Emilio Lussu. La storia in una vita (L’Asino d’oro edizioni 2022) ne ricostruisce dettagliatamente la vita e il pensiero attraverso le varie fasi sia private sia pubbliche, sempre strettamente legate l’una all’altra. Scorrendo la sua vita, si intravedono con chiarezza anche i nodi irrisolti della storia nazionale mentre, scrive l’autore, le caratteristiche di Lussu sono: «La sua estrema avversione al trasformismo, il suo considerare la politica e il potere come un servizio, l’originalità del suo essere a sinistra».

La nascita e l’infanzia in Sardegna, gli studi liceali e universitari, poi ufficiale in trincea durante i quattro anni della Prima guerra mondiale, Emilio Lussu è stato il fondatore del Partito sardo d’azione il 17 aprile 1921, in cui convoglia l’esperienza sociale e politica maturata in trincea, insieme ai suoi soldati della Brigata Sassari. Dalla situazione più disumana si sono cementati in lui sentimenti umani di solidarietà e fiducia che sfoceranno nella fondazione del partito in cui vengono coinvolti gli ex combattenti, insieme ai contadini e pastori. Sullo sfondo, arrivano dalla Russia gli echi della rivoluzione alla quale, pur non aderendo, il politico sardo guarda con interesse; il nuovo partito, come anche Piero Gobetti e Antonio Gramsci riconosceranno, nasce dal basso, su base autonoma e regionale, si impone a livello nazionale, riuscendo a far eleggere quattro parlamentari, tra cui Emilio Lussu.

Il suo ingresso in Parlamento toglie a Mussolini il primato di portavoce degli ex-combattenti e infatti la Sardegna sarà l’ultima regione a cedere di fronte al fascismo, complici le violenze, di cui lo stesso Lussu sarà vittima. Bistarelli prosegue con la formazione dell’antifascismo, la condanna alla prigione ed al confino dopo un processo ingiusto, la straordinaria fuga da Lipari – uno degli atti più audaci contro il regime – gli anni intensi e difficili dell’esilio, durante i quali deve curarsi per i gravi danni fisici subiti nelle carceri; ma sono anche gli anni in cui conosce e comincia il sodalizio con una donna eccezionalmente coraggiosa come Joyce Salvadori.

Joyce ed Emilio Lussu durante il 3° Congresso dell’Anpi, Roma, 27 giugno 1952

Lussu aveva fondato a Parigi il Movimento liberal-socialista Giustizia e Libertà con Carlo Rosselli e dopo il feroce assassinio di quest’ultimo insieme al fratello Nello da parte della cagoule francese, organizzazione armata dell’estrema destra, legata ai servizi militari italiani, ne assume la guida. Le condizioni sono difficili anche per le scarse possibilità di collegamento tra fuoriusciti in esilio e coloro che sono rimasti in Italia, essendo assoggettati i primi sia alle spie nei Paesi stranieri sia all’Ovra e, infine, per le diversità insite nelle varie formazioni politiche che compongono il mondo dell’antifascismo.

Destinatari della biografia ricostruita da Bistarelli sono le ragazze i ragazzi nati nel nuovo millennio per i quali la cultura politica di Emilio Lussu, che nasce dall’individuo per arrivare alla collettività, può rappresentare una chiave di lettura per chi si troverà a fare, domani, le proprie scelte. Il libro ha partecipato all’anteprima del Festival Premio Emilio Lussu che si è svolto recentemente a Cagliari. Nata nel 2014, uno degli obiettivi della manifestazione è proprio promuovere e far conoscere, soprattutto alle giovani generazioni, l’opera e la vita di Emilio e Joyce, attraverso convegni internazionali con la partecipazione di studiosi di diverse università italiane ed europee.

Il premio alla carriera è stato attribuito quest’anno allo scrittore Paco Ignacio Taibo II che con il suo impegno sociale e politico, la sua onestà intellettuale, è in sintonia con l’universo lussiano. Nell’edizione di quest’anno è stato presentato, da parte dell’onorevole Valdo Spini, il testo di Lussu Diplomazia clandestina mettendo in evidenza l’impegno di Emilio e Joyce Lussu che, dopo l’invasione della Francia da parte della Germania e l’entrata in guerra dell’Italia, si rivolgono al Regno Unito, l’unico Paese che in quel momento non era nell’orbita nazifascista, per avviare trattative diplomatiche.

È un percorso coraggioso, complicato e pieno di insidie; ma per Lussu è fondamentale per organizzare sul territorio italiano la lotta contro il fascismo e perché, una volta finita la guerra, pur se dichiarata dallo stesso governo italiano con il sostegno che durava da venti anni della monarchia sabauda, venga riconosciuta all’Italia una posizione autonoma e non secondaria nel panorama europeo. Anche se i risultati sperati, come l’ipotesi dello sbarco in Sardegna, attraverso la Corsica, facendo affidamento sulle forze antifasciste sarde, non vengono raggiunti, aver stabilito contatti con la diplomazia internazionale, da parte di un personaggio noto all’estero come Lussu, rappresenta un significativo segnale della presenza dell’antifascismo italiano.

La fama di Lussu era stata preceduta dal successo ottenuto dalla trilogia di libri che aveva scritto, nella lingua dei Paesi che lo ospitavano, pur non attribuendosi mai la qualifica di storico o di letterato e che avranno un grandissimo successo. Infatti, dopo solo un anno dalla fuga di Lipari, pubblica La catena, dove parla anche delle condizioni dei confinati (1930), nel 1932 Marcia su Roma e dintorni dove lo stesso Lussu vuole «raccontare gli avvenimenti politici (…) così  come personalmente (…) vissuti», lui che è della stessa generazione del fascismo «… per far capire il fascismo, l’antifascismo e la stessa civiltà italiana».

Nel 1938 pubblica Un anno sull’altipiano dal quale il regista Francesco Rosi trarrà un film fortemente antimilitaristico dal titolo Uomini contro. Durante l’esilio scrive anche il bellissimo Il cinghiale del diavolo dove racconta la sua esperienza di bambino e ragazzo, che forse, per l’intimità del racconto, deciderà di pubblicare solo molti anni dopo.
Non è per fortuna o casualità se le intuizioni di Lussu si rivelano giuste, mentre è profondamente vero il suo spessore di persona e di politico come scrive l’autore e cioè «la sua capacità di individuare il criterio di scelta individuale per affrontare le emergenze; la sua critica coerente alle furbizie e ai sotterfugi, la denuncia delle ipocrisie politiche; l’esempio dato per rimuovere le macerie delle guerre e del fascismo e per costruire un futuro migliore e più giusto».

Con riferimento ai rapporti internazionali tenuti da Lussu, è interessante un brano della lunga intervista inserita nel libro di Bistarelli, rilasciata dal professor Pietro Clemente, antropologo e docente presso l’Università di Firenze, che ha frequentato da giovane studente Emilio e Joyce Lussu. Incontro di cui ricorda l’insistenza dell’ormai anziano politico «… di guardare i fatti internazionali [che] non sono mai come sembrano; era l’Emilio Lussu di Diplomazia clandestina, anche degli scritti delle sue esperienze, perché quando lui viveva in Francia ha conosciuto personaggi dei servizi segreti di tanti Paesi europei e ha imparato a diffidare di persone che ci giocavano dentro, e quindi suggeriva sempre di immaginare i retroscena della politica internazionale. E lo faceva con il suo stile garbato, parco di parole ma essenziale, come il suo modo di vivere».

In realtà tutta la vita di Lussu rende immediato il confronto con l’attualità, spesso mitigato dalla sua ironia, non per interrompere il filo del racconto, anzi al contrario stimola il desiderio di non rinunciare mai e di continuare a combattere per quello che si ritiene giusto. L’autonomia, uno degli aspetti più interessanti della sua politica, nasce dall’essersi formato in una collettività montanara di contadini-pastori, «senza classi e senza Stato…» che lo porta al rispetto di tutte le minoranze mentre ribadisce che la dimensione collettiva si può trovare solo partendo dall’individuo, anche al fine di consentire la partecipazione di tutti i cittadini alla vita dello Stato. Questi valori saranno difesi senza cedere mai anche nell’ultima parte della sua vita come Costituente e parlamentare nella Repubblica che ha contribuito a costruire; sarà uno dei più strenui oppositori all’inserimento dei Patti Lateranensi nella Costituzione anche se ancora una volta dovrà vedere la sua posizione soccombere; ma il suo laicismo sarà rivendicato in tutta la sua vita da parlamentare e nell’intervista rilasciata a Gianni Bosio pubblicata dalla rivista Il de Martino, dirà di se stesso: «Sono arrivato nella mia vecchiaia ad avere una coscienza che considero rivoluzionaria».

L’appuntamento Il libro di Agostino Bistarelli Emilio Lussu. La storia in una vita (L’Asino d’oro edizioni) viene presentato a Roma il 28 ottobre (ore 17.30) presso la Casa della memoria e della storia (Sala conferenze, Via San Francesco di Sales 5). Con l’autore intervengono Bianca Lami, Anna Balzarro, Sonia Marzetti e Andrea Ricciardi

Revanscismo di governo

Il coro è sempre lo stesso, una simulata meraviglia per l’inclinazione alla democrazia della potente di turno. Sfogliando questa mattina la rassegna stampa si possono riconoscere le stesse voci di intellettuali e giornalisti che sculettano da progressisti ma non riescono a trattenere la loro passione per il potere, qualsiasi potere. Rosso, nero, uomo, donna, borgataro o esimio professore il potere va bene in tutte le salse. L’adorazione per lo scranno più alto del Consiglio dei ministri è un’inclinazione che ha le fattezze del servilismo. Capita così che la realtà venga piegata ai propri desiderata senza un briciolo di vergogna: «Sembra un PdC di centro sinistra riformista», twittava ieri una giornalista. Basta prendere questa frase come fotografia dell’imbarazzo che ci assale.

La destra che torna al governo dopo il 1946 invece fa la destra, ne indossa tutte le caratteristiche (anche le peggiori) e basta una giornata consumata alla Camera per scalfire il fondotinta che ha indossato durante la passerella dell’investitura. Giorgia Meloni fa un comiziaccio di partito con poca patina istituzionale e celebra la retorica più destrorsa che si sia mai ascoltata da una presidenza del Consiglio sfoderando promesse di non tradire e non indietreggiare, come in una brutta puntata di Sturmtruppen. Racconta la storia d’Italia scivolando dal Risorgimento dimenticando la Liberazione italiana (sarà per non “tradire” i suoi Fratelli d’Italia) riducendo il fascismo alle leggi razziali (da cui prende le distanze per confermare la sua aderenza a tutto il resto?) e l’antifascismo a ragazzetti con il gusto di pestare con la chiave inglese.

Chiama per nome le donne che le sono di esempio ma non riesce a non ridicolizzare il femminismo tirando fuori dal cilindro la battuta della “capatrena” che non farebbe ridere nemmeno detta al bar della Garbatella. Snocciola un filotto di riferimenti culturali che sembra confezionato dalla home page di un sito di aforismi (Roger Scruton e Montesquieu, Cormac McCarthy e Steve Jobs) e consegna come scena madre la sua abiura ai regimi antidemocratici («tutti i regimi antidemocratici», puntualizza Meloni, tanto per annacquarne qualcuno) applauditissima dai commentatori del potere. “Avete visto? Ha preso le distanze dal fascismo!”, scrivono in coro quelli che dimenticano di parlare dell’erede del partito di Almirante. «Avete visto? Che credibilità!”, scrivono della presidente del Consiglio che votò Ruby come nipote di Mubarak.

Quando le capita di rivolgersi al deputato Aboubakar Soumahoro ne sbaglia il cognome (ci può stare) e poi non riesce a non dargli del tu. Sarà un caso che Soumahoro sia nero. Sarà un caso che Meloni si scusi dopo le proteste dai banchi dell’opposizione. Funziona, comunque: i villi intestinali dei suoi elettori sono ugualmente soddisfatti per quello scivolone che a loro dice più di tutto il resto del discorso.

La destra fa la destra e coccola gli evasori, sventola “l’ordine” in nome della sicurezza (una retorica che ormai fa presa solo qui, vecchia come il mondo), promette contemporaneamente deregolamentazione e protezionismo, propone un europeismo che è solo postura (partendo da San Benedetto!), usa Montesquieu per fingersi liberale (ma è semplicemente liberista), accarezza gli imprenditori con la narrazione dello «Stato tiranno», si rimangia la promessa delle riforme costituzionali solo se condivise («sia chiaro che non rinunceremo a riformare l’Italia di fronte ad opposizioni pregiudiziali»), lascia intendere una tolleranza dell’evasione come nuovo patto fiscale, srotola solo bolsa retorica sulla battaglia alle mafie (proponendo il riuso dei beni confiscati che già c’è ma non se n’è mai accorta), sfodera «l’ambientalismo ideologico» rivendicando (applaudita!) la priorità dei benefici dell’uomo sui danni dell’ambiente (un passo indietro di quarant’anni almeno), incasella l’immigrazione in un contesto solo economico e militare. La destra fa la destra.

Per Giorgia Meloni è tutto revanscismo. La voglia di urlare la rivincita ci presenta una presidente del Consiglio che chiede la fiducia attaccando l’opposizione. Il vittimismo, vedrete, sarà il segno distintivo di un governo che grazie al vittimismo è riuscito a ingrassare il proprio bacino elettorale stando all’opposizione. Intanto fuori i manganelli spaccano le teste agli studenti «per impedire l’assalto alla cerimonia», ci spiega il ministro all’Interno Piantedosi. Piantedosi che ha già trovato il tempo di mettere sotto i riflettori le Ong nel Mediterraneo mentre il Mediterraneo ci restituiva altri corpi di bambini di pochi mesi.

La luna di miele di Giorgia Meloni è appena iniziata ma durerà poco come per tutti gli altri. Quelli che prima la disprezzavano e ora la adorano – più o meno velatamente – sono pronti a lasciarla appena finiranno le briciole di pane di cui si cibano.

Buon mercoledì.

Agi Mishol: La poesia ci ricorda chi siamo

Trovai per caso il libro Ricami su ferro di Agi Mishol diversi anni fa su una bancarella di libri usati ad Alfedena, un piccolo borgo abruzzese. «Nata in Romania da genitori di madrelingua ungheresi sopravvissuti alla Shoah. All’età di quattro anni si è trasferita con la famiglia in Israele. Riconosciuta come una delle più importanti e popolari poetesse israeliane contemporanee», leggevo in quarta di copertina. Sfogliando la raccolta di poesie, le uniche tradotte in Italia dalla casa editrice Giuntina, fui colpita dalla loro corporeità, dall’attaccamento al quotidiano, dalla ricerca poetica attraverso quella che è per lei è la sua lingua madre: l’ebraico. «[…] un sole autunnale sorgeva allora/ a Szilàgycseh,/ una zingara ti rivelò in cambio di un’oca/ che avrei visto lontano/ ma nessuno comprese cosa profetizzasse la alef con il kamatz (il suono “a” ma con allusione al fatto che era in ebraico ndr)/ che urlai forte nella stanza. […]», dice in uno degli scritti. Ha pubblicato circa venti raccolte poetiche tradotte in diversi Paesi. Amores è stata da poco pubblicata in Israele mentre altri suoi lavori saranno in uscita con la storica casa editrice tedesca “Hanser”.

«Il mio linguaggio e la mia poesia si trovano ad essere permeabili alla materia politica. Lo accetto e ne sono consapevole, però non metterò mai la mia voce al servizio di qualcun altro», dice in un’intervista. Qual è, secondo lei, il ruolo dell’intellettuale in questa epoca? E in che modo può relazionarsi alle istituzioni che esercitano un potere?
Provengo da un luogo difficile, il Medio Oriente, Israele. Una regione tormentata, molto complicata e gravata da guerre e conflitti. La poesia ha bisogno di quiete, molto rara in un posto dove il dramma va in scena ogni giorno. Essere poeti in Medio Oriente vuol dire essere esposti a un baccano politico senza fine, a tensioni e guerre. Un po’ come nella maledizione cinese, “Possa tu vivere in tempi interessanti”. La quiete di cui la poesia ha bisogno è merce rara in un luogo simile. Ci sono poeti che vanno all’estero per scrivere, perché hanno necessità di isolarsi e tenersi al riparo da un simile carico di esposizioni. Questo attrito costante è seccante e li mette in difficoltà. Ricordo un poeta giapponese che in un festival di poesia mi venne vicino e disse di invidiarmi perché vivo in un luogo dove accade così tanto. Non mi definisco un poeta politico, ma in una realtà come la mia è impossibile che la realtà non filtri nella poesia. Soprattutto a livello di linguaggio e immagini. Per esempio, se sto scrivendo versi che parlano di fiori, magari mi si può chiedere perché, mentre intorno a me succede quel che succede, siano i fiori a interessarmi. Se mai la poesia abbia un suo ruolo, questo è di ricordarci chi siamo, e metterci in contatto con gli strati più alti, morali e spirituali, dell’anima. E destare in noi la bellezza, la compassione e la nostra origine. Ricordarci chi siamo, appunto. La poesia non può essere coscritta. Deve essere libera. Come tutti i poeti in Israele, anche io sono in continua oscillazione tra i cannoni e le muse. Tutti noi siamo destinati a oscillare, come pendoli, tra la scrittura poetica impegnata e una scrittura d’evasione, ineludibilmente. Da un lato, ci si aspetta dai poeti che scrivano poesia politica e impegnata, altrimenti si sospetterà che scrivano poesia d’evasione. Ma dall’altro lato, c’è un desiderio di quiete e libertà. Non tutti intendono arruolare il proprio talento al servizio di un tal obiettivo o tal altro. Ci si difende dall’assalto esterno, ma la realtà inevitabilmente filtra sempre. Tutto ciò che si scrive è politico perché la realtà penetra nella poesia, la colonna sonora della mia vita.

Poco dopo aver pubblicato il suo primo libro di poesie, ha ritirato tutte le copie dalle librerie per poi bruciarle. Che significato ha avuto questo suo atto estremo?
Per rispondere alla sua domanda, è importante notare quanto è accaduto negli anni Sessanta, prima dei computer e di internet. Sono cresciuta in un posto piccolo, in una casa senza libri e certe volte ho persino pensato che la poesia fosse una mia personale invenzione. Non conoscevo né poeti né letterati, scrivevo però ciò che provavo. A 17 anni vidi un trafiletto su un quotidiano, la pubblicità di qualcuno che andava alla ricerca di giovani poeti di talento. Andai a Tel Aviv con mia madre, portando con me un quadernetto marrone, dentro c’erano delle poesie scritte a mano nel periodo del liceo, carine anche se infantili e molto immature. L’editore in effetti le apprezzò e mi pubblicò il libro. Quando il libro uscì, mi ero già iscritta all’università per studiare letteratura e quando lo aprii mi resi conto di aver forse messo il carro davanti ai buoi. Mi resi conto cioè d’essere poeta ma di non saper ancora scrivere. Ero un po’ in imbarazzo. Ma magari avevo voglia di sapere cosa si prova ad avere tra le mani un libro col mio nome sopra. Mi resi conto d’essere appena all’inizio del viaggio. Allora ripresi tutte le copie dalle librerie e da tutti quelli che l’avevano ricevuto dai miei genitori, orgogliosissimi, e alcune copie le rubai addirittura nelle biblioteche. Non le ho bruciate in realtà – quella è una metafora! Ho tenuto una sola copia per me, come souvenir. Oggi, dopo tanti anni, qualche volta apro quel primo libro con un po’ di compassione, come se rivedessi le foto di un neonato. Quest’anno per la prima volta l’ho aggiunto al catalogo delle mie pubblicazioni anche se il libro non esiste da nessuna parte salvo che presso di me.

A Hong Kong ha preso parte a un incontro internazionale dal titolo “Poesia e conflitto” per rappresentare Israele. Qual è la sua posizione in merito alla guerra israeliano-palestinese e come può la poesia esserne voce?
Il festival di Hong Kong è stato uno dei più difficili a cui abbia partecipato perché erano presenti dei poeti palestinesi che si sono rifiutati di sedersi con me nel panel in cui ci avevano riuniti. In quel caso ho pensato che se i poeti non riescono a parlarsi, chi altro può riuscirci? Il conflitto israelo-palestinese è complicato, spinoso. Da umanista, appartengo alla compagine a sinistra della mappa. Per me non ci sono differenze tra un’ingiustizia e un’altra, tra una sofferenza umana e un’altra. Come poeta non ho il privilegio di poter chiudere gli occhi. I poeti hanno ricevuto il dono delle parole ma sono anche, soprattutto direi, profondamente impegnati – ognuno nella propria lingua e dentro le circostanze reali in cui gli capita di vivere – nel lavoro più interno, cioè tenere gli occhi aperti, ricordare a tutti noi chi siamo, e mettere tutti noi in contatto con l’essenza umana, spirituale e morale, condivisa da chiunque ovunque.

Le sue poesie sembrano strutturate come un racconto e proprio per questo hanno spesso una “spinta finale”. Cosa ne pensa della forma ibrida di prosa poetica, di questa fusione?
La poesia in forma di prosa, cioè il genere della prosa poetica, ha avuto origine in Francia e in Germania all’inizio del XIX secolo: in effetti è una creatura ibrida che molti poeti (e anche molti prosatori) sono inclini a usare. In ebraico, diversamente da ciò che accade nelle altre lingue, ciò è tipicamente ovvio ed è evidente sulla pagina poiché in poesia le parole sono stampate con una sovra-grafia vocalica (niqqud, N.d.T) mentre in prosa ciò non avviene. Cioè a dire, nel momento in cui si trova davanti un testo in cui appaiono degli elementi vocalici sopra le parole, automaticamente il lettore sa di dover attribuire al testo qualità poetiche e l’energia della poesia. Se si scrive poesia senza questo elemento grafico, ciò significa che si tratta di un testo di poesia epica. La soluzione in ebraico è la poesia in forma di prosa cioè la prosa poetica. Personalmente uso questo genere molto poco.

Definirebbe la sua poesia minimalista? E cosa pensa del minimalismo?
Non descriverei la mia poesia come una poesia minimalista. Ho componimenti lunghi e brevi, a volte solo due o tre versi. Talvolta, e forse questo mi deriva dall’età, dipende dal momento in cui nasce la poesia, un momento in cui tu vedi ciò che anche gli altri vedono, però tu lo vedi in modo diverso, è il cosiddetto “momento: aha!”, il bidimensionale diventa tridimensionale, è un momento di presenza amplificata in cui la poesia comincia a formarsi: il bisogno di relazionarsi con tutto ciò che ti sta attorno scompare. È qualcosa che somiglia agli haiku in un certo senso anche se personalmente non sono molto attratta dagli haiku: rimani con una specie di senso di vanagloria e poi non sai che fartene. Ma anche i componimenti molto lunghi mi parlano poco. Quando mi imbatto in un componimento lungo, mi chiedo sempre se il poeta non sia rimasto incerto tra prosa e poesia in prosa.

Lei rappresenta un intreccio di universi: sua madre e suo padre ebrei di lingua ungherese, suo padre parlava l’ebraico, lei è nata in Romania, precisamente in Transilvania, ma è vissuta dall’età di quattro anni in Israele… In quali aspetti del suo linguaggio, della sua poetica emergono queste contaminazioni culturali?
Sono nata in Transilvania, ora Romania, da genitori ungheresi sopravvissuti all’Olocausto ed emigrati in Israele quando io avevo solo quattro anni. A casa si parlava l’ungherese perché per i miei era già difficile padroneggiare una nuova lingua, ma per me la lingua madre è l’ebraico e non riesco a scrivere né a pensare in altra lingua. Sono altrettanto certa che, a prescindere dal posto in cui fossi nata, sarei comunque diventata poeta. Muovermi tra una lingua e l’altra gioca nell’infanzia un ruolo determinante per la mia sensibilità linguistica perché ho trascorso un lungo periodo nella zona grigia tra lingue diverse e non tutte le parole avevano sinonimi nella nuova lingua. I bambini nati nella propria lingua parlano automaticamente senza riflettere sulle parole e sulle forme idiomatiche ma i bambini come me sono dei traduttori in erba – traducono sé stessi e devono trasporsi in un’altra lingua. Credo che sarei diventata poeta qualunque luogo mi fossi trovata ad abitare, ma attribuisco la dovuta importanza alla lingua e al paesaggio che mi sono toccati, perché essi sono i mattoni che edificano la mia poesia. È questo il materiale da cui traggo le mie metafore, questi gli strumenti che uso per investigare e scovare i comuni denominatori tra i fenomeni, le cui connessioni, per quanto ne so, in genere ci sono nascoste. Il posto dove abito sta a metà tra due aree militari, e gli aerei sono la colonna sonora costante della mia vita. Scrivo in ebraico, che è una lingua antica, bellissima, densa, e contiene una sapienza esoterica che rende ogni componimento poetico più saggio del suo autore.

Possiamo parlare di una poesia al femminile in contrapposizione a quella maschile?
Non ho mai preso parte a eventi in cui la poesia fosse definita “poesia femminile”, e mai mi sono imbattuta in eventi definiti di “poesia maschile”. L’origine della poesia è antecedente alla divisione in maschile e femminile. Ciò detto sono una donna e scrivo, tra le altre cose, della mia esperienza femminile. Storicamente c’è stata effettivamente una innovazione quando le donne hanno cominciato a scrivere e pubblicare. Autrici come le sorelle Brontë o Emily Dickinson e altre anche nella letteratura ebraica sono state in effetti un fenomeno nuovo di grande rilevanza all’ inizio del XX secolo ma è anche venuto il momento di smettere di stupircene.

In un’intervista afferma che l’argomento fondamentale della poesia, di qualunque cosa essa tratti, è la lingua stessa. Nel corso degli anni che tipo di evoluzione c’è stata nella sua scrittura poetica?
È vero, la poesia è un’arte di parole, il modo in cui esse sono disposte, connesse e giustapposte crea una certa elettricità tra loro. I temi fanno una certa differenza ma in ultima analisi è più decisivo il come del cosa. Quanto alla poetica, e cioè ai temi, considero la mia poesia come la colonna sonora della mia vita nel corso del suo viaggio verso la poesia.

Tempo fa c’è stato l’appello del presidente ucraino Volodymyr Zelensky a Israele e agli ebrei di tutto il mondo: “Mi sto rivolgendo ora agli ebrei nel mondo. Non vedete quello che sta succedendo? Per questo è importante che milioni di ebrei in tutto il mondo non restino in silenzio proprio ora. Il nazismo è nato nel silenzio”. Cosa pensa dell’accostamento del nazismo ai fatti russi-ucraini?
È impossibile mettere le tragedie a confronto. Ho perso degli stretti familiari nell’Olocausto e questo dopotutto ha dettato il corso della mia vita. La memoria è traumatica per qualunque essere umano abbia un cuore, e altrettanto dovrebbe valere ora per la nostra consapevolezza quanto alla sofferenza in Ucraina e ai rifugiati che ne sono fuggiti. Il richiamo all’umanità e alla compassione è un grido universale. La poesia può farsi portatrice di questo richiamo; i governi hanno altre priorità, ristrette e particolari, che confliggono con quell’imperativo universale.

«La nostra casa è aperta, la porta senza chiave e ospiti invisibili entrano ed escono», scrive il poeta Czesław Miłosz nella “Ars Poetica” . Quali sono gli ospiti invisibili nella sua poesia?
È un’affermazione splendida e vera allo stesso tempo. C’è sempre una porta aperta su qualunque cosa entri nel campo visuale. Animali, figure in ordine sparso, poeti, e anche quanti non sono più con noi e frequentemente ci visitano, e quanti di là dal venire al mondo poi si metteranno in viaggio in futuro. Personalmente mi trovo ad uno dei nodi del tragitto, tra coloro che non sono più con noi e coloro che saranno con noi un giorno – ci troviamo tutti in un’unica conversazione continua. Molti animali si affacciano lungo la frequenza, le onde radio, della mia poesia – questo è un punto particolarmente sensibile per me, e a volte si palesano sorprese di tutti i tipi, un uccellino alla finestra o che mi fa l’occhiolino. C’è un’altra stanza sempre aperta per i visitatori inattesi. E grazie a tutto ciò il movimento della poesia è sempre a salire. È una poesia che può elevare ciò che è crudo a un grado di raffinatezza. È la poesia che trasforma la sofferenza in bellezza, e dunque in gioia, ad accendere il desiderio di origine compassione e coscienza.

Traduzione dall’inglese di Daniela Matronola

La Retro marcia su Roma: arte e cultura per dire no al fascismo

Una controstoria della marcia su Roma all’insegna dell’arte, della cultura, della bellezza e della natura. Parte dalla Capitale, che cento anni fa fu al centro degli eventi funesti che portarono al potere Mussolini, una iniziativa antifascista in un anniversario «che turba i sonni». «Vogliamo sottolineare quel giorno, non rimuoverlo; lo vogliamo mettere in mezzo alle cose belle del mondo, tra le immagini degli artisti, degli acrobati, dei poeti, dei fotografi, degli inventori, degli esploratori, dei sogni dei bambini. Ribaltare e stupire. E vedere l’effetto che fa» scrivono gli organizzatori nella presentazione dell’evento. Come se mille colori si contrapponessero al nero dell’oppressione e della violenza. Una scelta originale per esprimere il rifiuto netto del fascismo e della sua eredità, sotto qualsiasi forma essa sia.

La retro marcia su Roma si svolge in più luoghi, promossa dall’Assessorato alla cultura del Comune di Roma, dall’associazione culturale Têtes de Bois, dal Teatro biblioteca Quarticciolo, in collaborazione con molti soggetti tra cui la Regione Lazio, la Spi Cgil, il Comune di Monterotondo. Visto che si tratta di una Retro marcia, gli eventi si svolgeranno a Roma e da qui partiranno alla volta di Assisi, luogo simbolo di pace. In vari modi e con diversi mezzi, in bicicletta, in treno, a piedi. Il 28 ottobre l’evento clou a Roma, all’Anfiteatro Alessandrino del Parco Tor teste a partire dalle 19. Fino al 30 ottobre inoltre si può partecipare alla retromarcia a piedi con sosta e spettacolo a Monterotondo – luogo di concentramento dei fascisti nel 22 . In treno la retromarcia si svolge il 30 ottobre da Roma Termini ad Assisi e infine nella cittadina umbra lo spettacolo finale alle ore 16.

L’evento popolare, si terrà all’Anfiteatro Alessandrino nel cuore della periferia romana. Con la partecipazione di: Têtes de Bois, Alessandro Mannarino, El Grito Circo contemporaneo all’antica, Andrea Calabretta, Andrea Farnetani, Ascanio Celestini, Alessandra Vanzi, Valentina Carnelutti, Marino Sinibaldi, Miguel Gotor, Marco Delogu, Giulio Cederna, Mohamed Keitha e Fabio Magnasciutti, gli alunni dell’Istituto Mazzini con il Prof. Enrico Castelli Gattinara e molti altri ospiti. La serata del 28 ottobre è prodotta da Teatro Biblioteca Quarticciolo nell’ambito di “Quarticciolo. Cartografia Umana”, Rassegna multidisciplinare nei luoghi del Municipio V, progetto realizzato con il sostegno del Ministero della Cultura – Direzione generale Spettacolo ed è vincitore dell’Avviso Pubblico-Lo spettacolo dal vivo fuori dal Centro -Anno 2022, promosso da Roma Capitale – Dipartimento Attività Culturali.

 Têtes de Bois

Il celebre Palco a Pedali ecosostenibile sarà installato nell’Anfiteatro Alessandrino. Il pubblico si alternerà sulle 100 biciclette per illuminare e amplificare musica, visioni, letture, acrobazie, rievocazioni storiche. Per iscriversi in qualità di pedalatori, [email protected].

Durante la serata si assisterà alla lezione di storia “La marcia su Roma spiegata ai ragazzi in cinque minuti”, i numeri di Circo Contemporaneo di Giacomo Costantini e Fabiana Ruiz Diaz (Circo El Grito) e di Paolo Locci, l’interpretazione dei Têtes de Bois di quattro canzoni “pop” della estate del 1922, gli interventi teatrali di Andrea Calabretta, pagine tratte dall’Ulisse di Joyce, da Siddharta di Hesse e dai Sonetti di Trilussa, tutti pubblicati cento anni fa, così come dal fondamentale libro di Emilio Lussu Marcia su Roma e dintorni e dal Grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald, ambientati nel 1922, saranno lette da Alessandro Mannarino, Alessandra Vanzi, Ascanio Celestini, Valentina Carnelutti, Miguel Gotor e diversi altri artisti. Le alunne e gli alunni di tre classi di scuola media dell’Istituto Mazzini, coordinati dal Prof. Enrico Castelli Gattinara doneranno i pensieri in libertà elaborati in questo avvio di anno scolastico: desideri sul tema del futuro, della bellezza, della libertà, del diritto al tempo perso e alla spensieratezza.

Ascanio Celestini (foto Cosimo Trimboli)

La serata sarà intervallata dai collegamenti con i marciatori e i ciclisti che, in direzione ostinata e contraria, percorrono a ritroso il cammino della marcia nera di 100 anni fa da Roma ad Assisi, da proiezioni di immagini a confronto delle due epoche e dei due mondi, a cura di Marco Delogu, Giulio Cederna e Mohamed Keitha, da strisce satiriche e disegni di artisti come Fabio Magnasciutti e altri. La camminata, iniziata il 22 ottobre si conclude il 30 ottobre, ad Assisi, luogo simbolo di pace ed è coordinata da Paolo Piacentini, presidente onorario di Federtrek (iscrizioni: [email protected]) lungo la meravigliosa Via Amerina. In tutto 196 chilometri con performance e incontri lungo il cammino.
Sulla stessa tratta alcune “staffette” in bicicletta in fuga dalla Capitale saranno in grado di ricongiungersi più volte ai camminatori. In particolare, con l’organizzazione Ciclogenitori i ragazzi potranno esplorare le bellezze dei luoghi che furono attraversati cento anni fa e assistere agli eventi organizzati lungo il percorso.

La Retromarcia prevede inoltre una sosta a Monterotondo, luogo significativo, vicino a uno dei principali punti di concentramento in prossimità del quale si è concretizzato il gesto che ha aperto la strada alle dittature europee e poi alla guerra, sabato 29 ottobre verrà raggiunto dall’arte. A Monterotondo gli artisti del Teatro Verde presenteranno “Scuola di Magia” alle ore 16.30, al Teatro Francesco Ramarini, in via Ugo Bassi. A seguire, in uno spazio antistante lo spettacolo di circo “Gustavo La Vita” di Andrea Farnetani.

Non poteva mancare il treno in questa Retromarcia. La marcia su Roma, infatti, per buona parte si è svolta in treno e in treno si tornerà in Retromarcia domenica 30 ottobre da Roma verso Assisi. Sarà allestito un vagone di Trenitalia in partenza da Roma Termini alle 10.05 che percorrerà la linea lenta. Sul treno ascolteremo i pensieri di ragazze e ragazzi della Scuola Giuseppe Mazzini assistiti dal Prof. Enrico Castelli Gattinara. Oltre alla lettura e all’ascolto di questi pensieri che fanno rumore, si affacceranno sul treno le voci al telefono e, in presenza, i volti di vari personaggi (scrittori, pedagogisti, pediatri, circensi, tutti convocati sul tema “Cosa era per te la libertà quando eri bambino?”). Tra loro, già certe le presenze dello scrittore e accademico Alessandro Portelli, dello storico e assessore alla Cultura del Comune di Roma Miguel Gotor, dell’operatore culturale Giulio Cederna, dei performer Gianluigi Capone, Emanuele Avallone, Daniele Spadaro del geologo e divulgatore scientifico Mario Tozzi, della band musicale dei Têtes de Bois, dello sceneggiatore e regista Toni Saccucci, autore del film La marcia su Roma, dell’organettista Alessandro D’Alessandro, che suonerà e racconterà che l’organetto in quegli anni, nell’Italia popolare semplice e paesana era, come è ancora oggi, lo strumento della festa e delle osterie.

L’evento-spettacolo finale avverrà presso “La Cittadella” di Assisi, sabato 30 ottobre alle ore 16. Alla stazione di Assisi si incontreranno artisti, gli altri passeggeri del treno, i camminatori, i ciclisti e i ragazzi della scuola Giuseppe Mazzini, dopo avere animato il percorso in treno Roma – Assisi con i loro racconti. Si salirà insieme verso la parte alta della città di Assisi. Alle 16,00, andrà in scena lo spettacolo La fisarmonica verde di e con Andrea Satta, con Angelo Pelini al piano, per la regia di Ulderico Pesce. La storia bellissima di un ragazzo sardo di Gallura (Gavino, il papà di Andrea) che si salvò da un campo di concentramento nazista con la complicità di una fisarmonica.

 

Ora la propaganda ricomincerà a gocciolare sangue

Pochi giorni fa due bambini sono morti carbonizzati su una barca partita dalla Tunisia verso Lampedusa. L’esplosione di una tanica di benzina ha bruciato un bambino e una bambina di uno e due anni. Gravemente ferita una donna. In tutto erano in 37. L’esplosione è avvenuta all’alba, mentre i migranti dormivano. Lo scoppio li ha presi alla sprovvista. «Quando sono saliti a bordo i militari italiani hanno trovato davanti ai loro occhi un girone dantesco: morti, ustionati con le carni sanguinanti, gente in lacrime», riportano le cronache.

Sabato una barca partita da Sfax, in Tunisia, si è ribaltata vicino all’isolotto disabitato di Lampione, parte dell’arcipelago che comprende Lampedusa. Una bambina di due settimane è scomparsa in acqua.

Secondo  La Sicilia, anche un’altra barca si è capovolta al largo della costa di Lampedusa nel fine settimana. A bordo di questa barca, ha riferito il giornale, c’erano una trentina di migranti. 22 uomini, tre donne e un minore sono stati salvati dalla Guardia di Finanza, ma quattro persone sono state segnalate disperse, tre uomini e una donna.

«Dobbiamo continuare a riaffermare la necessità di affidare i flussi migratori agli Stati e alla loro capacità di gestire questo fenomeno, e non all’azione dei trafficanti e nemmeno a quella dell’azione spontanea anche se umanitaria», ha detto il nuovo ministro dell’Interno Piantedosi a Il Messaggero.

Ieri Matteo Salvini ha sputato la foto mentre riceveva nell’ufficio del suo nuovo ministero membri della Guardia Costiera. Le sue competenze da ministro non sono ancora state definite ma il messaggio è chiaro: siamo tornati alla guerra ai migranti. Siamo ancora qui, nello spettro della propaganda che gocciola sangue. Nel balletto entrerà il Partito democratico che balbetterà per non disconoscere il suo ex ministro Minniti che con i suoi accordi con la Libia ha iniziato questo vortice dell’orrore. Balbetteranno quelli del Movimento 5 Stelle che hanno firmato con baldanza i Decreti sicurezza di Salvini (se ne sono pentiti, dicono). Intanto quelli moriranno e gli attacchi alle Ong ricominceranno.

Tutto intorno si alzerà quest’aria mefitica di razzismo spacciato per sicurezza. Questa volta ci saranno anche i cosiddetti moderati a rimestare il veleno. Eccoci qui.

Buon martedì.

Nella foto: l’arrivo a Lampedusa dei feriti dopo l’esplosione nella barca dei migranti in cui sono morti due bambini, 21 ottobre 2022 e la riunione di Salvini con i vertici della Guardia costiera (da fb Salvini), 24 ottobre 2022

«Mio padre Raffaele La Capria, scrittore dalla malinconia dolce»

Importanti nuove edizioni stanno omaggiando Raffaele La Capria, dopo la sua scomparsa, avvenuta nel giugno scorso. Mondadori ha ristampato Ferito a morte e ha pubblicato Tu, un secolo, lettere. Minimum Fax a settembre ha pubblicato Cent’anni di impazienza. Un’autobiografia letteraria, in cui Raffaele La Capria, uno dei maestri della narrativa italiana del Novecento, parla di letteratura e vita, dedicando un capitolo a ciascuno dei suoi libri e all’epoca in cui furono scritti. Ma non ci basta. Per questo abbiamo chiesto un incontro ad Alexandra, figlia di Raffaele La Capria, che sarà presente alla giornata di studi promossa per il 25 ottobre alla Biblioteca nazionale di Roma in occasione del centenario della nascita dello scrittore. L’abbiamo incontrata nel piccolo salotto dell’attico vicino al Pantheon. Tutto sa di storia e memorie, tra libri, tantissimi, e alcune foto, bellissime, immancabili. Mi siedo e davanti a me spicca l’Olivetti Valentine rosso fiamma usata dallo scrittore, piccolo monumento ai tempi dedicati alla scrittura. Classe 1922, Raffaele La Capria avrebbe compiuto 100 anni il 3 ottobre. E l’aria si carica di emozione.

Chi era Raffaele La Capria? Certo, lo scrittore di Un giorno d’impazienza, il suo romanzo d’esordio del 1952. O ancora di più, il vincitore del Premio Strega nel 1961, con quel capolavoro di Ferito a morte dal successo inatteso e popolare. Un romanzo polifonico che incanta, come ebbe a dire Valentino Bompiani, seguito, negli anni, da molte raccolte di articoli, saggi, racconti e scritti di tipo civile. È stato l’autore di radiodrammi per la Rai  e co-sceneggiatore, con Vittorio Caprioli, anche regista e superbo interprete di Leoni al sole (1961) tratto da Ferito a morte, e con l’amico fraterno Francesco Rosi, di film imperdibili come Le mani sulla città (1963), Uomini contro (1970) e Cristo si è fermato a Eboli (1980), traduttore di Cocteau, Sartre, Eliot, Orwell. L’unico scrittore a cui Mondadori ha dedicato due Meridiani.

Ma l’incontro con Alexandra La Capria mette a nudo il dietro le quinte umano di un magnifico, complesso e audace narratore e saggista. C’è con lei un dolore privato, sottile, intoccabile, in questo pomeriggio d’autunno. Ma tutto è reso impalpabile e leggero dalla freschezza dei ricordi, da un racconto che ci rende complici dell’irrequietezza e la passione di uomo alla continua ricerca di sé stesso e degli altri.
Parto dall’avventura umana di Ferito a morte, un romanzo che fa i conti con la rivoluzione formale del romanzo del Novecento, come ebbe a scrivere lo stesso autore, con il flusso di coscienza proustiano, con la lezione di Joyce, che troviamo nel potente e folgorante incipit che narra, come in un sogno, di una spigola sott’acqua, nella struttura a più piani temporali, nella scrittura che la segue, tradendo la trama.

Un capolavoro che sa leggere, con acume, attraverso l’inquietudine e la malinconia del protagonista, la crisi, più affettiva che sociale, di un mondo borghese alla deriva nell’immediato dopoguerra. Pochi autori hanno saputo impregnare racconti così complessi di poesia e musicalità. «Poesia e musicalità appartengono al lavoro del babbo – dice Alexandra, usando la parola del linguaggio familiare toscano, così rotonda e piena di affetto -. È riuscito a far confluire anche nei saggi sentimenti profondi, dando vita ad una scrittura particolarmente originale e poetica e trasformando anch’essi in narrativa. Il suo rapporto con la letteratura era quotidiano. Prendeva spunto da qualsiasi cosa, inattesa, lo stupisse, con un’attenzione speciale a particolari che poi ingrandiva, umanizzava e trasformava in racconto: la forma di una nuvola, una foglia che si muove, il gabbiano che arriva in volo. Il senso e la ricerca della sua scrittura era interpretare il vissuto più profondo, come riuscire a esprimere l’emozione traducendola in scrittura».

Come nella storia, di quando era bambino, del canarino che si posa sulla spalla che Raffaele La Capria ha sempre raccontato come una favola per raccontarsi.
«Era piccolo e quando questo canarino si posò sulla sua spalla, il suo cuore cominciò a battere fortissimo per l’emozione. Ma per lui dirlo così, come capitò di dirlo alla madre, non voleva dire nulla perché si era accorto che non si percepiva l’emozione che aveva provato. E allora è cominciata questa ricerca continua di come arrivare ad esprimere le emozioni nel racconto e nella scrittura».

«Per uno scrittore nascere a Napoli comporta sempre un pedaggio da pagare» ha scritto La Capria in “Introduzione a me stesso”, un testo scritto per la conferenza tenuta alla Sorbonne nel 2003 e che Left ha pubblicato nel 2014 e riproposto dopo la sua scomparsa. L’aggettivo “napoletano” – per lo scrittore – è come “un marchio di fabbrica” al contrario che in altri – Calvino piuttosto che Moravia – ai quali non viene sottolineata la provenienza. E nonostante la sua indiscussa e mai rinnegata identità napoletana, La Capria ha sempre intrattenuto con Napoli un «poetico litigio», come lui lo definiva. Amava senza riserve Palazzo Donn’Anna, a Posillipo, la sua origine, imponente e maestoso edificio quasi in rovina, nato dal mare e tagliato nel tufo, in cui aveva passato gli anni dell’adolescenza. Ma Napoli città era un’altra cosa. La lascia nel 1952 per Roma, come gli amici di sempre Antonio Ghirelli, Francesco Rosi, Giuseppe Patroni Griffi.

«Per il babbo – continua Alexandra – il rapporto con Napoli è sempre stato un rapporto conflittuale. La riteneva una città degradata, inquinata, autocompiaciuta. Lo aveva deluso. Anche se poi lui di Napoli è riuscito a farne, come scrittore, una voce europea. Ma in verità, non ne abbiamo mai parlato molto. È sempre stato molto riservato sull’argomento, ma l’ha espresso molto bene nei suoi libri. Quando parlava della città, lo faceva per raccontare della bellezza del golfo, di Palazzo Donn’Anna. La raccontava attraverso le strade. Napoli era in alcuni luoghi, pochi, scelti, precisi. Aveva dei posti intimi e delle persone a cui era legato da grande affetto. La Napoli vera è sempre stata per lui quella plebea, è quella del popolo con cui la borghesia non è mai riuscita ad entrare in contatto».

Alexandra continua il suo racconto sulla figura del padre: «A qualcuno che gli chiedeva che cos’era per lui la felicità, ha risposto: gli affetti, l’amore, l’amore per gli altri.
“La storia della bella giornata” (di Ferito a morte ndr.) nasce da qui. La bella giornata è l’attesa della felicità. È la vita. Poi arrivano alcune ombre che la contrastano e così questa felicità è interrotta dal dolore, non la riesci a vivere fino in fondo. C’è sempre l’attesa, quindi, più che la conquista. Lui parlava sempre dell’età della trasparenza, quella prima della guerra, e dell’età dell’inquinamento. La bella giornata sta nell’età della trasparenza, visibile, cristallina, pulita. Poi tutto si interrompe con la guerra, comincia l‘età dell’inquinamento e tutto diventa torbido. Le “false partenze” di cui parla sono quelle in cui pensi di avere raggiunto un punto, ma c’è sempre qualcosa che ti scompone la possibilità di arrivarci. E allora l’”impazienza” di conquistare qualcosa che non si riesce sempre a conquistare, come certi amori impossibili della giovinezza. Babbo era una persona molto autocritica, aveva delle fragilità umane che lo hanno fatto soffrire molto e la scrittura è stato il suo modo per elaborarle e andare oltre. Nel babbo c’era una fortissima malinconia, ma non tristezza. Era malinconia dolce, sentimentale. Aveva uno sguardo lungo, profondo su tutto ciò che accadeva. Viveva sempre con gioia il nuovo giorno verso cui si lanciava in modo positivo, curioso e con grandissima umiltà. Al tempo stesso era un uomo complesso e ha passato tutta la vita a cercare di sciogliere questa complessità di cui soffriva, di sapere, di conoscere per renderla, semplice, visibile, affrontabile. Ha usato la scrittura per questo. Mi ha anche insegnato un sentimento raro, la compassione, ovvero il profondo rispetto per tutto ciò che è altro da noi, compresa la natura. E aveva anche una grande capacità di lettura, di vedere l’invisibile nel visibile. Cogliere le sensazioni, le emozioni. È quello che ho vissuto con lui: un rapporto profondo, quotidiano. Un condividere tutto che mi manca come la sinfonia di parole di fronte a un tramonto o ascoltando la musica che mi animava. Per me era come essere nutrita».

A questo punto come si fa a non sfiorare almeno, l’ amore intenso per Ilaria Occhini, grande attrice, bellissima, quasi inarrivabile…
«Un amore incredibile! Penso che mio padre abbia amato mia madre in modo quasi ossessivo e, sembra assurdo, l’ha amata in un modo tale da non darle lo spazio per amare lui. Nelle lettere a lei dedicate sembra quasi che lui non si sentisse degno del suo amore per quella bellezza che per lui aveva mille significati. Non era solo un fatto fisico e basta. Aveva per lei una sorta di venerazione. Anche il rapporto con lei forse era una “falsa partenza”: non si è mai sentito di averla conquistata fino in fondo anche se poi si sono amati tutta una vita. Erano due personalità fortissime e opposte. Babbo aveva pazienza, era dolce, ironico, lasciava correre e non era per niente competitivo. Mia madre era autoritaria, aggressiva, quasi selvaggia rispetto a lui. Mamma graffiava, babbo accarezzava. Ma si sono amati molto».

Una vita di intimità, sentimenti profondi, custoditi con discrezione ma vissuti con slancio. Cosa direbbe oggi Alexandra a Raffaele se potesse?
«Dammi la forza di portare avanti la tua poesia nel mondo».

Coordinamento 2050, la rete di sinistra per il polo progressista con Conte

L’iniziativa promossa da Stefano Fassina rivolta al nuovo corso del Movimento 5 Stelle impersonificato dalla figura di Giuseppe Conte è, a mio avviso, un’operazione ambiziosa che parte con tutti i presupposti per essere credibile, ovvero per strutturare attorno a Conte una sinistra sociale e politica alternativa al governo delle destre e capace di sottrarre l’egemonia dell’opposizione al Pd, caratterizzandosi per il No alla guerra e col primato della questione sociale. Dando configurazione politica alle scelte già compiute dagli elettori che sono andati a votare, che hanno consegnato ai 5Stelle un voto di sinistra e di rappresentanza sociale determinata, quella del mondo del lavoro e delle classi popolari.

Sono arrivate da tutta Italia oltre 500 persone che si sono registrate e si sono sviluppati nel corso della giornata 35 interventi. La relazione di Fassina ha messo in evidenza la necessità di dare una risposta “di sinistra” al ritorno della politica – dopo la presunta neutralità delle scelte tecnocratiche e delle larghe intese – ed al bisogno di protezione sociale, recuperando assieme a quella di Marx la lezione di Karl Polanyi sul ruolo dello Stato a fronte del potere distruttivo del capitalismo e di come non solo non esista il singolo individuo atomizzato a fronte della società ma come anche quest’ultima sia inserita in un contesto più ampio come quello ambientale e naturale.

Pace in Ucraina attraverso la via diplomatica, mondo multipolare a coesistenza pacifica e lotta sociale per il carovita, le coordinate di fondo dell’analisi e dell’iniziativa.
In tarda mattinata è intervenuto Conte che – dopo parole di apprezzamento e di interesse per l’iniziativa – ha sviluppato un intervento critico nei confronti del nuovo governo e fortemente caratterizzato su una posizione di opposizione, in difesa delle conquiste sociali, dei diritti civili e della pace. Forte è stato l’invito alla partecipazione alla manifestazione per la Pace del 5 novembre a Roma.

Un intervento che si muove sul piano internazionale per il superamento dell’unilateralismo americano, individuando nella Cina un attore importante del nuovo ordine e precisando di come si sia in presenza di due Europa, quella dei fondatori messa in scacco dall’iniziativa degli Usa e quella degli ex Paesi dell’est, braccio armato contro la Russia e la Germania.
Un intervento che ha sottolineato la crisi democratica che caratterizza molti Paesi a capitalismo maturo e in maniera particolare l’Italia, dove la dimensione finanziaria e la crisi della politica e dei sistemi maggioritari recide drammaticamente il rapporto con la stessa democrazia rappresentativa di stampo liberale.

L’assemblea si è conclusa con la costituzione del Coordinamento 2050, civico, ambientalista e di sinistra che si svilupperà a partire dai contenuti emersi nella iniziativa e che si articolerà anche nei territori. Un’iniziativa positiva perché è giusto ed utile puntare su un più stabile e coerente posizionamento a sinistra del M5s: se questo succederà il polo progressista del sistema elettorale italiano non potrà che costituirsi intorno al partito di Conte.
Il Pd, finché resta nell’attuale configurazione, è del tutto inservibile a questo scopo; al suo interno restano tuttavia ancora imprigionate forze di sinistra che, liberandosi, potrebbero acquisire un ruolo importante.

È necessario dare rappresentanza politica alla maggioranza sociale che è contro la guerra e per il Lavoro, contro finanza e rendita immobiliare. Reddito di cittadinanza universale, salario minimo orario, ripristino dell’articolo 18 – e legge sulla rappresentanza sindacale – ed estensione di diritti a prescindere dalla tipologia contrattuale, sono i punti decisivi della proposta e delle necessarie mobilitazioni, assieme ad un sistema economico che ripristini mercato interno ed economia mista contro la terziarizzazione debole basata sul turismo e ristorazione.

In questa rappresentanza, a mio avviso, il partito di Conte è un elemento imprescindibile e positivo. La presenza di Conte nella piazza della Cgil è una scelta di campo importantissima. Il M5Stelle non copre e – dà risposte – da solo al bisogno di sinistra del lavoro che manca nel nostro Paese, e l’intervento di Conte è stato di grande onestà intellettuale e di disponibilità politica al riguardo (ancor più netto quello di Domenico De Masi). Sono importanti la stessa Unione popolare, Sinistra Italiana, la parte – significativa – di Articolo 1 che ha scelto di non rientrare nel Partito democratico: ma soprattutto quel che c’è ma non trova rappresentanza di quadri sociali politici e sindacali diffusi in tutto il territorio nazionale.

Le cose che sono state dette nella giornata di sabato – compreso il discorso di Conte – sono molto utili per costruire gli assi portanti di un’opposizione parlamentare e sociale, anche se non esauriscono – né lo potevano – l’intera tematica.
Una iniziativa importante per provare a dare una risposta di cultura politica e di pratica organizzativa anche ad un’altra questione di fondo: come ricostruire una – o la – sinistra nel nostro Paese come in tutti gli altri Paesi europei.

Nelle mobilitazioni popolari per la Pace e contro il carovita sarebbe auspicabile e positivo un processo di riaggregazione molecolare che dia casa, dentro un Polo comune e condiviso, ai tanti e tante senza partito. Con generosità e disponibilità, con umiltà e determinazione.
Una pratica politica tesa nella sua azione a migliorare da subito le condizioni materiali di chi lavora, di chi è precario disoccupato, cassintegrato, a nero. Solo così si potrà recuperare una connessione sentimentale con la classe più numerosa e più povera, che diserta le urne quando non vota a destra e che senza prospettive implode in se stessa. Che riconnetta, insomma, ideologia e storia con rappresentanza di classe e pratiche di massa. Senza la spocchia degli ottimati e della supremazia antropologica della sinistra rispetto a chi vota a destra del popolo perché abbandonato e tradito da troppa se-dicente sinistra.
Una forma associativa su basi di massa che intrecci analisi e pratica sociale nel cuore dello scontro sociale e politico è la proposta e la forma giusta e necessaria per l’oggi.
Inclusività e radicalità (anche rispetto alle risposte da dare alla crisi ambientale).
Il pane e il salame per far tornare a fiorire le rose e poterne godere ed apprezzare il profumo.
Proviamoci, è necessario e ne vale la pena.

L’autore: Maurizio Brotini è componente della Segreteria confederale Cgil Toscana

Altro che “lasciateli lavorare, vediamo come va”

«La legge 194 sull’aborto va applicata tutta. Lo diamo a tutti quelli che non fanno nulla, diamo il reddito di cittadinanza a chi decide di portare a termine la gravidanza», ha detto ieri Gasparri, senatore di Forza Italia ospite nella trasmissione Zona Bianca, con il ghigno del vincitore. Poche ore dopo l’insediamento del Parlamento ha depositato una proposta di legge contro l’aborto. “Lo fa all’inizio di ogni legislatura”, dicono per sminuire la sua intenzione. Sì, è vero, ma la sua parte politica non ha mai avuto una maggioranza così schiacciante. Questo si dimenticano di aggiungerlo.

Le parole sono importanti, si dice in un film di Nanni Moretti, e il nuovo ministero per Famiglia e natalità ha il programma politico nel nome. A guidarlo c’è Eugenia Maria Roccella che a fine aprile di quest’anno spiegava ai sostenitori di Fratelli d’Italia (consapevoli di essere prossimi al governo) di voler ripartire «dal senso materno» per «rivoluzionare la politica italiana». Roccella non ha mai fatto mistero delle sue posizioni, anzi le ha rivendicate pubblicamente e senza esitazione. Il ritornello è sempre lo stesso: la legge 194 non la vuole (apparentemente) toccare nessuno, ma lo sforzo da fare è perché le donne non abortiscano più. E per farlo, metteranno in campo tutti i mezzi possibili. Nella sua strenua difesa dei “medici obiettori di coscienza” ha avuto il coraggio di sostenere che non siano un ostacolo all’attuazione della legge 194 negli ospedali. È stata tra le prime a opporsi all’aborto farmacologico, definendolo un mezzo «per smantellare attraverso una prassi medica la legge 194» e arrivare «all’aborto a domicilio».

È la stessa Roccella contro il ddl Zan, che nel 2016 annunciò un referendum contro le unioni civili. Fu in prima linea contro il divorzio breve, e contro eutanasia e fine vita. “Non vogliamo diventare la nuova Ungheria” è stato lo slogan della manifestazione a Milano di Arcigay Milano, Famiglie Arcobaleno – associazione genitori omosessuali e il coordinamento dei collettivi studenteschi di Milano e provincia. Il programma politico di Eugenia Roccella è scritto da anni nelle sue dichiarazioni e nella sua azione politica. Di più: è scritto nell’insegna del suo ministero.

Stessa cosa per Guido Crosetto. Cresciuto nella Dc, passato con Forza Italia con quattro legislature alla Camera e tre anni da sottosegretario, il neo ministro della Difesa (che in origine sembrava destinato allo Sviluppo economico) è uno dei pochi fondatori di Fdi che non è cresciuto nell’estrema da destra. Consigliere ascoltato dalla premier, è il volto moderato di Fdi nei salotti buoni. Da quando si è dimesso da deputato, nel 2019, si è dedicato agli affari: ha guidato aziende attive nel mondo delle navi da guerra, ma anche una Srl familiare che si occupa di lobbying. Nelle sue prime interviste dice di essersi dimesso da tutto (più di quello che gli chiede la legge) e promette querela a chiunque ventili un possibile conflitto di interessi che è sotto gli occhi di tutti. Sarà difficile fare peggio del ministro della guerra Lorenzo Guerini ma il nuovo ministro ha tutte le carte in regola per riuscirci.

Al Turismo c’è Daniela Santanchè, simbolo imponente della politica diventata personaggismo. L’imprenditrice con più rassegna stampa che bilanci a posto paga allo Stato un canone di 17mila euro all’anno per il suo stabilimento balneare Twiga. E ora si ritrova a decidere dei balneari (anche se potrebbe lasciare le deleghe proprio per le polemiche di questi giorni). Angelo Bonelli, co-portavoce di Europa Verde, ha dichiarato che è «inaccettabile» la nomina di chi «ha interessi nel demanio marittimo». Un settore che fattura «tra i 7 e i 10 miliardi di euro» e per cui «lo Stato incassa solo 100 milioni di euro, con un’evasione erariale di quasi il 50%». Oggi le concessioni demaniali «costano tra 1 euro e 1,70 euro al metro quadro all’anno». Il Twiga «ai consumatori fa pagare ben 300 euro al giorno per una tenda» e «con gli incassi di meno di mezza giornata riesce a pagare il canone» dovuto allo Stato per tutto l’anno. Il parlamentare di AV-SI ha sottolineato che quelli di Daniela Santanchè «sono privilegi inaccettabili» contro cui «siamo pronti a opporci duramente».

È ministro Roberto Calderoli, il leghista che riuscì a farsi condannare per aver dato dell’orango all’ex ministra del governo Enrico Letta, Cecile Kyenge, nel luglio 2013 alla festa della Lega Nord di Treviglio. È ministra Anna Maria Bernini, che si dovrebbe occupare di università e ricerca nonostante i suoi social dimostrino una consapevolezza politica da scolara in gita. Poi c’è Giorgetti, quello considerato il “serio” del gruppo perché non ha mai bevuto moijto in spiaggia sulle note dell’inno nazionale. E poi c’è ovviamente Salvini, pronto a giocare al ponte di Messina (ma senza Lego, con i soldi nostri) e a divertirsi con la retorica dei porti da chiudere.

Dicono “lasciateli lavorare, vediamo come va”. No, assolutamente no. Le parole sono intenzioni e il governo Meloni è già tutto scritto. Lo combatteremo per il più semplice dei motivi: ne abbiamo combattuto le idee già quando avevano l’aspetto di squinternate dichiarazioni senza autorevolezza politica. Figurarsi ora che sono un programma di governo.

Buon lunedì.