La scena del ex presidente della Repubblica Hu Jintao (2003-2013) che veniva portato fuori da due inservienti sotto lo sguardo imbarazzato del presidente Xi Jinpinge degli astanti, scena preclusa alla vista dei cittadini cinesi, perché censurata dai media, resterà come l’immagine vivida di un passato recente spazzato via dal terzo mandato che il presidente XI si è assicurato, potendo così governare fino al 2027 ed oltre.
La scelta dell’attuale segretario del partito di Shanghai come primo dei quattro nuovi membri del gruppo ristretto del comitato Centrale, composto dal Presidente Xi e da sei membri, lo indica come successore alla carica di Primo ministro e possibile delfino di Xi.
Li Qiang era stato investito da enormi critiche per la discussa gestione delle chiusure per il Covid a Shanghai. Per la prima volta in mezzo secolo il primo ministro non viene scelto fra i vice e soprattutto la fedeltà al presidente ha la meglio sulla sua competenza in campo economico. Sembra davvero che sia iniziata una nuova fase, ma avremo presto modo di approfondire la situazione cinese.
Guido Corsetto è l’uomo perfetto. Bene ha fatto Giorgia Meloni a piazzarlo al dicastero della difesa. Cosa peraltro che ci aspettavamo. Bene per gli azionisti dell’industria militare e per la belligeranza euro-atlantica del nostro Paese. Un disastro per la maggior parte degli italiani e delle italiane.
Crosetto, co-fondatore e colonna portante di Fratelli d’Italia, è un personaggio chiave del complesso militare industriale nostrano: nel 2018 “lascia” l’impegno politico e viene nominato presidente della Federazione aziende italiane per l’Aerospazio, la difesa e la sicurezza (Aiad) ossia un’appendice di Confindustria che raggruppa gli industriali delle armi e che ha un peso specifico sui governi decisamente ingombrante rispetto allo “zero virgola” del Pil che concretamente rappresenta.
Sul sito web dell’Aiad si legge infatti che questo sodalizio «mantiene stretti e costanti rapporti con organi e istituzioni nazionali, internazionali o in ambito Nato al fine di promuovere, rappresentare e garantire gli interessi dell’industria che essa rappresenta» mentre con «l’Amministrazione e il Segretariato generale della Difesa è ormai consolidato uno stretto rapporto di collaborazione così come con altri dicasteri quali Affari esteri, Sviluppo economico, Università e ricerca scientifica od enti e istituzioni quali Enac, Asi, Cnr».
Crosetto entra poi nel Comitato direttivo dell’Istituto affari internazionali (Iai), il think tank che elabora analisi di scenario funzionali alle acquisizioni dei sistemi d’arma da parte delle forze armate. Nell’aprile 2020 viene quindi nominato presidente di Orizzonte sistemi navali, impresa creata come joint venture tra Fincantieri e Leonardo e specializzata in sistemi ad alta tecnologia per le navi militari e di gestione integrata dei sistemi d’arma.
La inossidabile fede atlantica di Crosetto (oggi, a quanto pare, più importante di quella antifascista), la sua folgorante carriera di industriale e lobbista delle armi che lo ha visto negli ultimi anni sempre a braccetto con ministri della Difesa in quota Pd da Pinotti a Guerini, lo rendono oggi un perfetto e accreditato ministro bipartisan. Una missione, a sentirlo, tutta rivolta al bene del Paese che naturalmente fa il paio con i fatturati dell’industria bellica.
Quando l’ex ministro Guerini (governo Conte Bis) nell’ottobre 2019 regalava agli industriali delle armi la norma “Government to government”, per trasformare formalmente il ministero della Difesa nel loro agente di commercio globale, Crosetto organizza a tempo record una conferenza dell’Aiad presso la sede dell’Istituto affari internazionali a Roma per celebrare la norma appena emanata e spingersi oltre.
In quella sede, l’ineffabile presidente dell’Aiad indicava la necessità di affrontare la questione delle banche etiche che «creano enormi ostacoli in termini di sostegno bancario al settore», segnalando inoltre la necessità che venga «esclusa una parte delle spese per la Difesa dal calcolo del deficit di bilancio» poiché la stessa Difesa non sarebbe un settore da «collegare ad un momento economico specifico ma, piuttosto, ad una funzione esistenziale dello Stato».
Crosetto, insomma, non gradiva quel ramo della finanza intento a svolgere il proprio eticamente, ostacolando così il bene supremo, anzi “esistenziale”, del Paese: il fatturato tricolore dell’industria militare. Ma tutto questo legittimo vigore profuso a difesa del profitto dell’industria bellica non si potrebbe configurare come un pesante conflitto d’interessi rispetto al dicastero che il nostro andrà ad occupare?
Sembra di no. Le cariche che avrebbero potuto intralciare l’atterraggio sulla prestigiosa poltrona di comando della difesa nazionale sono state per tempo abbandonate.
La forma in questo caso vale più della sostanza. Inoltre, come ha avuto modo di dire Guerini, l’industria bellica è il pilastro della politica estera e di difesa del Paese. Ed il Paese è in guerra contro una superpotenza, non c’è tempo per cercare un ministro che abbia un passato diverso da quello di Crosetto. Le porte girevoli girano vorticosamente e come perno hanno l’atlantismo.
Difficilmente assisteremo anche in questo caso ad una levata di scudi come è stato per l’assegnazione del ministero degli Esteri.
Giorgia Meloni è la prima presidente donna del Consiglio in Italia. Fatto storico, va indubbiamente riconosciuto. Ma basta?
Anche Margaret Thatcher era una donna e sappiamo quali e quanti danni abbia prodotto imponendo una visione neoliberista, distruttiva sul piano sociale e quanto mai fallimentare, come dimostra ancora oggi il caso di Liz Truss: la premier inglese che si è dovuta dimettere a tempo record dopo aver emulato quella stessa lezione ultra liberista che ha mandato il Paese in default.
Una lezione che la neo presidente del Consiglio Giorgia Meloni dovrebbe leggere attentamente, mentre vara un governo ultra conservatore, sovranista, ultra cattolico, autocratico, come ben si evince anche dalla denominazione dei ministeri. Le parole hanno un peso. E non sono un caso i nomi scelti, oltre alle personalità a cui sono affidati.
Qualche esempio? Imprese e made in Italy, al fedelissimo Adolfo Urso che viene dal Copasir; agricoltura e sovranità alimentare affidato al cognato di Meloni, Francesco Lollobrigida ; istruzione e merito affidato a Giuseppe Valditara, già relatore della famigerata e contestata riforma Gelmini, nonché autore di libri emblematici come Sovranismo, una speranzaper la democrazia e Impero romano distrutto dagli immigrati.
E che dire poi del ministero della sicurezza energetica, che cancella ogni della transizione ecologica (che del resto già il primo ministro Draghi aveva affossato con il ministro Cingolani); delle politiche del mare e del sud, dello sport e dei giovani ( che ricordano nomi antichi di tempi di regime).
Che dire di Meloni che nomina come vice presidenti Salvini e Tajani assegnando loro anche ministeri di importanza primaria come le infrastrutture e gli esteri, che blinda l’economia affidata a leghista Giorgetti e, soprattutto affida un ministero strategico come la Difesa al suo fedelissimo Crosetto, co fondatore di Fratelli d’Italia, benché fino a ieri lobbista della vendita di armi. Che dire della prima premier donna in Italia che spiana i diritti delle donne nominando l’ex portavoce del family day Eugenia Maria Roccella a ministra alla famiglia della natalità e delle pari opportunità (che non esiste più come ministero autonomo). Ex radicale, ex femminsta, da anni Roccella porta avanti la sua battaglia contro l’interruzione di gravidanza per via farmacologica, che lei stigmatizza come “aborto chimico”, come se non fosse meglio per le donne non dover interrompere una gravidanza per via chirurgica. E al fondo sostenendo, d’accordo con il papa, che l’aborto sia un omicidio, contro ogni evidenza scientifica e di legge.
Oggi mi hanno chiesto se come donna di sinistra apprezzassi l’elezione di Giorgia Meloni a presidente del Consiglio. Augurandole buon lavoro, a lei e ancor più all’opposizione (che purtroppo non vedo così coesa e decisa) ho risposto schiettamente che non ci serve una donna sola al comando, non ci basta che rompa “il tetto di cristallo” se quella stessa leader poi affossa i diritti delle donne e i diritti democratici. Una donna a capo del governo? Importante certamente ma dipende dal pensiero politico che esprime. Se è contro i diritti, se è contro la costituzione antifascista, se con Eugenia Roccella punta a limitare l’accesso alla pillola Ru486 e a colpevolizzare in maniera inaccettabile e antiscientifica le donne che decidono di abortire, è un decisamente controproducente. E’ un falso movimento se nomina come suo sottosegretario Alfredo Mantovano sostenitore del più retrivo modello maschile e patriarcale che impone Dio, patria e famiglia e contro le battaglie per un fine vita dignitoso. Così Giorgia Meloni e il suo governo provocano una regressione culturale e politica che porta l’Italia indietro di 50 anni.
Avrebbe anche potuto ballare nudo di fronte a Mattarella, ubriaco, con il fido Apicella nella parte del menestrello ma quest’alleanza non sarebbe caduta lo stesso. Con Silvio Berlusconi è tutto risolto, Giorgia Meloni, Matteo Salvini e il leader di Forza Italia si presenteranno a Sergio Mattarella con il loro codazzo di sgherri per apparecchiare il nuovo governo. Sarà presente anche Antonio Tajani, il braccio destro di Silvio pronto per sedersi sulla poltrona del ministero agli Esteri, dopo essere stato certificato come “europeo e atlantista” da sé stesso, dai suoi alleati e da ottimi uffici stampa.
Il trio Meloni-Salvini-Berlusconi continua a essere una cordata in cui il leader di Forza Italia dimostra di volersi occupare dei suoi piccoli affari (Giustizia e televisioni), Matteo Salvini corroderà dall’interno l’alleanza convinto di riuscire a tornare ai fasti perduti e Giorgia Meloni potrà insistere nella parte della funzionale “donna forte” che invece nel giro di qualche settimana ha già ingoiato di tutto.
Perché in fondo, anche se non hanno il coraggio di ammetterlo, il collante che li tiene insieme non ha niente a che vedere con la politica, è la brama di potere senza governi troppo larghi che gli mettano i bastoni tra le ruote. Tutto legittimo, per carità: i voti dicono chiaramente che questi hanno il dovere di provare a governare. Solo che quei voti si aspettano esattamente le dichiarazioni di Berlusconi, si aspettano le intemperanze nostalgiche del fascismo di La Russa, sono golosi di famiglia tradizionale intesa come manganello, non vedono l’ora di annusare il sangue tra i denti di Salvini, confidano entro Natale in un condono che chiameranno sanatoria.
Non si sa quanto dureranno. Che Giorgia Meloni sia già all’opera per costruire un quarto polo a destra con un gruppo cuscinetto per approdo di transfughi vari (e Maurizio Lupi si è volentieri prestato per esserne il cocchiere) ci dice che le alchimie parlamentari sono tenute molto in considerazione. Al centrosinistra toccherà non cedere ancora una volta al potere per il potere, provando per una volta a trattenersi dall’andare al governo largo con gli occhi lucidi di gioia e la scusa della responsabilità nazionale.
È tutto un copione già visto, così noiosamente vecchio, da far venire voglia di sbagliarsi sul finale scontato.
«È impossibile correggere gli abusi se non sappiamo di averli davanti». Julian Assange
Il giornalista australiano Julian Assange e la sua organizzazione ce le hanno fornite. Rivelazioni che hanno innescato la furia delle autorità statunitensi. Ma in realtà nessun governo al mondo ama Assange e la sua creatura WikiLeaks, la piattaforma al servizio dei whistleblower fondata nel 2006. Tra queste rivelazioni, alcune hanno riguardato in particolare il Continente africano.
Nell’agosto 2007 il Kenya ha aiutato WikiLeaks a realizzare il suo primo grande scoop. Riguardava Daniel Toroitich arap Moi, presidente del Kenya dal 1978 al 2002. A incriminare il politico keniota è stato un dettagliato rapporto redatto dalla società britannica di investigazioni aziendali Kroll & Associates e destinato a John Githongo, giornalista keniota, al quale Mwai Kibaki, successore di Moi, aveva affidato il compito di investigare sulla corruzione nel Paese.
Nel report era evidenziato come l’ex presidente e almeno due dei suoi figli si erano appropriati di centinaia di milioni di dollari appartenenti al governo al fine di trasferirli all’estero. Quel denaro sarebbe poi stati investito nell’acquisto di una banca in Belgio, di un ranch in Australia e di immobili costosi in varie città del mondo, tra cui New York e Londra.
Il rapporto non è mai stato reso pubblico in Kenya. Assange aveva poi consegnato il fascicolo al Guardian, che, il 31 agosto 2007, aveva pubblicato la squallida storia, ripresa poi dai media di tutto il mondo. Si ritiene che il documento sia stato inviato ad Assange da un alto funzionario governativo keniota contrariato dall’incapacità di Kibaki di affrontare la corruzione e, alla fine, dalla sua alleanza con Moi.
Il rapporto aveva scatenato un putiferio in Kenya e messo in luce l’impunità della quale godono i funzionari che svuotano le casse dello Stato. Ironia della sorte, poco dopo l’avvio dell’indagine Kroll, l’amministrazione di Kibaki è stata scossa da una propria truffa multimilionaria che prevedeva l’assegnazione di contratti governativi a imprese fasulle.
Vale la pena ricordare anche lo scandalo dello sfruttamento delle miniere da parte di società occidentali e cinesi, pubblicato su WikiLeaks. Il gruppo Areva, multinazionale francese specializzata in energia nucleare ed energie rinnovabili (ora ha cambiato nome in Orano) è stato messo sul banco degli imputati da WikiLeaks nel febbraio 2016. I cablo pubblicati da Assange hanno raccontato una guerra multimilionaria, costellata di corruzione, tra aziende occidentali e cinesi per accaparrarsi l’uranio e altri diritti minerari in Repubblica Centrafricana. WikiLeaks ha spiegato come gli attori del conflitto avessero cercato di evitare i costi di bonifica dei territori. Tra le centinaia di pagine di questa pubblicazione ci sono mappe dettagliate di diritti e contratti minerari, tangenti e rapporti investigativi segreti.
Dopo un proficuo sfruttamento delle risorse, aziende come Areva hanno abbandonato il Paese, lasciando dietro di sé casi di contaminazione nucleare senza aver avviato nessuno degli investimenti di bonifica promessi.
Il giornalismo africano ha certamente goduto delle rivelazioni fatte da Assange e i suoi collaboratori. Purtroppo molti giornalisti che hanno tentato di portare alla luce i soprusi dei loro governi, sono stati perseguitati, messi a tacere.
La poesia femminile rappresenta una questione aperta, un quesito al quale la presente antologia vorrebbe offrire solo un modesto contributo. Non vogliamo offrire risposte definitive, semmai porre domande, a partire dalla definizione stessa della categoria: esiste una poesia femminile? Esiste una differenza significativa che la contraddistingue? È utile o necessario creare una categoria a parte?
Partiamo da alcune considerazioni introduttive: se da un lato a partire da Saffo, vissuta presumibilmente tra il 630 e il 570 a. C., la poesia femminile è una realtà testimoniata nella storia da molte altre figure, è pur vero che fino al XIX secolo si è trattato di presenze marginali, casi eccezionali e rari. Le cose cambiano in modo sostanziale con la Rivoluzione industriale e il lento processo di emancipazione femminile. Attraverso l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro, si andò affermando nelle società occidentali prima, e poi in tutto il mondo, seppure in modo graduale e parziale, il principio della parità di diritti. Mano a mano che questo processo avanzava nel corso del XIX e del XX secolo, anche nel mondo dell’arte e della poesia la presenza femminile è diventata sempre più importante, in numeri e peso specifico. Ciò malgrado, si tratta pur sempre di una presenza ancora largamente minoritaria. E se consideriamo la questione in una ottica mondiale, anche oggi esistono Paesi e vaste aree geografiche in cui l’accesso all’istruzione è ancora precluso alle donne, oppure ostacolato da circostanze materiali che di fatto impediscono tale accesso. Ciò malgrado, non è raro il caso di bambine nate in seno a famiglie prive di mezzi che grazie alla loro forza di volontà sono riuscite a far sentire la propria voce attraverso i loro versi malgrado mille difficoltà e ostacoli, facendosi spesso portatrici di una visione del mondo nuova e inedita, ribellandosi cioè a quell’atavico silenzio in cui le loro madri, le sorelle e le nonne erano e sono ancora confinate da una tradizione secolare.
Ma questo è solo uno degli aspetti del mondo della poesia femminile del ’900, a cui senza dubbio occorre prestare la massima attenzione (anche perché si tratta di figure spesso marginali o emarginate anche nel mercato editoriale italiano, che solitamente alla poesia presta già ben poca attenzione). Ma la poesia femminile del ’900 non fu solo uno strumento per rivendicare il diritto alla parola delle donne. O meglio, in alcuni casi lo è stato, ma se la prendiamo in esame esclusivamente da questo punto di vista, si finirebbe per attribuirle uno statuto puramente finalistico e, in quanto tale, presumibilmente inferiore, se consideriamo la poesia una forma d’arte. Eccoci quindi di fronte allo scoglio principale: a questo punto forse qualcuno potrebbe obiettare che sarebbe meglio ignorare completamente la questione di genere (posizione condivisa anche da alcune poetesse, come ad esempio il premio Nobel Wisława Szymborska). Poesia engagé o “arte pura”? – Un antico dilemma, che però può assumere un significato inedito se declinato al maschile e al femminile. Sorgono però a questo punto nuove domande che inevitabilmente chiamano in causa la dimensione pubblica e quella privata della poesia, dei poeti e delle poetesse.
È indubbio che il movimento femminista ha giocato un ruolo importante nello sviluppo della poesia femminile, creando le condizioni necessarie affinché la presenza delle donne nel mondo delle lettere non si limitasse a casi sporadici e isolati. Ma sarebbe limitante ricomprendere tale fenomeno esclusivamente nell’alveo del femminismo. L’arte del ’900 fu prima di tutto sperimentazione e ricerca, rottura di schemi e di immagini preordinate. In questo processo la presenza delle donne è stato un elemento capitale, aspetto forse ancora non del tutto recepito nel canone del secolo appena trascorso….
Il testo è un estratto dal libro di LeftLa poesia delle donne di Rosalba De Cesare e Lorenzo Pompeo. Per acquistarlo quiIl libro viene presentato il 20 ottobre a Roma, alle ore 17, 30 presso la Biblioteca comunale “Goffredo Mameli” via del Pigneto n. 22, isola pedonale. Insieme agli autori partecipano Simona Maggiorelli, direttrice di Left, Clara Santini, critica letteraria e docente di lingua italiana l.2, Silvia Luminati, poetessa e Emma Marconcini, attrice
Nella foto: Anna Achmatova, disegno di Amedeo Modigliani
Se ti mascheri pur di prendere il potere succede, prima o poi, che si sciolga il cerone e si vedano i connotati. Giorgia Meloni alza la voce contro Silvio Berlusconi dopo l’ennesimo audio pubblicato da LaPresse in cui il leader di Forza Italia non fa altro che mettere in fila uno dopo l’altro i frammenti di discorsi che ripete da mesi. Solo che visto nella sua interezza il pensiero dell’ex cavaliere è un fardello troppo pesante da portare di fronte alla comunità internazionale. Giorgia Meloni è arrabbiatissima. C’è da capirla, ha messo in moto un processo di travestimento (aiutata dai sospettabilissimi giornalisti che non resistono di fronte al potere) che si scioglie come neve al sole. Ma la destra italiana è questa, è sempre stata questa, sarà sempre nient’altro che questo.
Chiedere a Forza Italia di prendere le distanze da Berlusconi è un’ipocrisia che in queste ore si ripete con sprezzo del ridicolo. Ciò che pensa (e dice) Berlusconi non è niente di diverso dalle posizioni di molta parte della Lega e di molta parte di Fratelli d’Italia. Le posizioni di Berlusconi sono le stesse del presidente della Camera Lorenzo Fontana, le stesse che si scovano scorrendo i social di dirigenti di Fratelli d’Italia che non hanno ancora ripulito la propria presenza online. La differenza sta solo nel sabotaggio clinico e organizzato nei confronti del satrapo di Arcore mentre tutti gli altri godono di un condono.
Vale lo stesso per la guerra all’aborto. Maurizio Gasparri non è una scheggia impazzita che autonomamente deposita un progetto di legge (come accade ogni volta che viene eletto): tutta la destra italiana ha quelle posizioni, tutta la destra italiana è il punto di riferimento delle associazioni pro vita, tutta la destra italiana sabota la legge 194 nelle regioni in cui riesce a mettere le mani sulle leve della maternità.
Non passeranno troppi giorni prima che qualcuno, dalla Lega o da Fratelli d’Italia, alzi la propaganda contro gli immigrati colpevoli di ogni efferatezza. Anche in quel caso il trucco consisterà nell’isolare quel pensiero come iniziativa personale e Giorgia Meloni si presenterà compita e simpatica per assicurare che le posizioni del governo (sempre che questo governo si faccia davvero) sono diverse e più accomodanti.
La destra che vince prendendo i voti di destra e poi vorrebbe governare con la maschera dei moderati è un’operazione fallimentare su più fronti. Fallirà agli occhi dell’Ue e della comunità internazionale (come già avviene) per la scompostezza delle sue posizioni; fallirà sul piano interno poiché sarà puntellata ogni giorno da un’opposizione che non dovrà fare troppa fatica per sbugiardarla; fallirà con i propri elettori che l’hanno votata perché quelli vogliono, eccome se lo vogliono, che inverta le azioni e le posizioni e quindi rimarranno facilmente delusi; fallirà dentro i partiti perché nella Lega e in Fratelli d’Italia è fin troppo facile presentarsi come “nuovi” perché più spericolati (e quindi più “di destra”) dei segretari che si vogliono rovesciare.
Ancor prima delle consultazioni con il presidente Mattarella è chiaro che il “centrodestra” è destra in purezza, che quello che chiamiamo centro è il vero centrodestra (e infatti soccorrerà questa destra) e che in questi mesi i nostri “grandi” giornalisti hanno stilato liste di putiniani in cui ci finivano Augias, Barbara Spinelli e l’Anpi mentre – sbadati – si sono persi i partiti di governo.
Luigi Ghirri ha proposto un nuovo modo di guardare il mondo e di fare fotografia. A trent’anni dalla sua scomparsa, il regista Matteo Parisini gli dedica il lungometraggio Infinito, con cui ci conduce, guidati dalla voce di Stefano Accorsi, alla scoperta di Ghirri come artista e come uomo.
Alla Festa del Cinema di Roma, dove è stato presentato il film, ne abbiamo parlato con il regista Matteo Parisini (nella foto), e le figlie, Ilaria ed Adele Ghirri.
Questo film attraversa i confini tra fotografia, poesia e filosofia. In particolare, mi ha colpito l’emergere del profilo di Luigi Ghirri non solo come fotografo e come uomo, ma proprio come pensatore. Mi ha colpito che, per spiegare la sua ricerca, lei abbia ripreso il “pensare per immagini” di Giordano Bruno citato da Ghirri. Com’è nata l’idea di questo lavoro?
Matteo Parisini: Premesso che sono da sempre un appassionato della fotografia di Ghirri, devo dire che l’idea del film è scaturita dopo averne letto il libro in anteprima. Tramite i suoi scritti si entra un’altra dimensione. C’è un tale senso di profondità che consente di capirne il percorso artistico e quello umano. Una frase che amava ripetere era: «Io sono prima una persona, poi un fotografo». A tal proposito, nel documentario, Gianni Leone – collega e amico di Luigi Ghirri – dice una cosa che condivido: «Siamo sicuri che Luigi Ghirri sia stato solo un fotografo? Secondo me no. Secondo me è stato molto molto di più». In altre parole, per ricollegarmi a quanto hai affermato all’inizio, egli si è servito della fotografia per compiere un processo più ampio di analisi della realtà, da filosofo.
Qual è l’aspetto che più l’ha fatta appassionare al suo lavoro?
M.P.: Penso che siano due gli aspetti più importanti, che sono anche al centro del film: la memoria e la pulizia dello sguardo. Luigi Ghirri, spesso, viene associato alla pianura Padana; in realtà, come diceva lui, la provincia è un punto di partenza per andare oltre. Queste fotografie, viste in qualunque altra parte del mondo, da persone di ogni età, regalano tanto altro che, per me, è proprio la memoria. Memoria vista come memoria fantasia che si trasforma e permette a ciascuno di vedere quello che vuol vedere.
Quindi, la memoria in Ghirri non è legata alla nostalgia?
M.P.: Esatto. Perché, come ha detto anche il pittore Davide Benati: «Ghirri usava la macchina fotografica come un giocattolo». Questo gli ha permesso di andare oltre, in un’altra dimensione, inconscia. In altre parole: nelle fotografie di Ghirri ognuno vede cose diverse, a seconda del percorso che sta facendo.
Molto interessante. Penso che la fotografia di Luigi Ghirri sia intima ma non personale. E credo che questo gli conferisca un carattere ancora più universale. Cosa pensate di questo aspetto?
Ilaria Ghirri: Come dichiara nei suoi scritti, lui non cercava un personalismo. È intimo perché tocca quella memoria fantasia a cavallo tra reale e immaginario; per cui, attraverso le sue foto, è riuscito a rintracciare qualcosa di universale, degli archetipi, in cui ognuno si può riconoscere. Anche perché, l’intimità di Ghirri non è mai aggressiva, egli cerca sempre un’empatia con il mondo esterno. Come se, attraverso le sue immagini, ci aiutasse a stare nel mondo in un modo più consapevole, partecipato e sincero. Come se le sue foto fossero un veicolo per riconoscerci e ritrovarsi.
Adele Ghirri: Lui diceva: «Cerco di trovare un punto di equilibrio tra interno e esterno; tra me e il resto del mondo, tra quello che sento dentro di me e quello che c’è fuori». A riguardo, in un’intervista gli chiesero: «Cosa vorrebbe che si dicesse di lei in un ipotetico futuro?» Lui rispose: «Che ho cercato di circoscrivere il mio mondo interiore da quello esteriore. E, se potessero aggiungere un’altra riga? Che ci sono riuscito». Ricordo che uno stilista nigeriano, appassionato del suo lavoro, una volta mi ha detto: «Quando
guardo le sue foto mi sento a casa». A dimostrazione del fatto che Ghirri arriva anche a persone che provengono da altri luoghi del mondo, in cui ci sono altre luci, in cui lo spazio urbano e il paesaggio sono diversi.
Quanto al suo rapporto con l’architettura?
Adele Ghirri: Partirei dal fatto che lui era un geometra. Aveva studiato le regole
prospettiche e compositive, dal Rinascimento a oggi. Quindi è chiaro che questo tipo di equilibrio visivo lo ritroviamo anche nelle sue immagini, la costruzione dello spazio era parte del suo background.
Ilaria Ghirri: Nei suoi lavori sull’architettura, non ha mai celebrato gli architetti, ma ha lasciato che le architetture dialogassero con il loro contesto, guardandole come parte di esso, quasi come elementi naturali. Nelle immagini di architetture metteva sempre in risalto la semplicità del vivere dell’abitare; tant’è vero che rintracciava le spaccature, le imperfezioni, i tagli di luce, così da renderle sempre uniche ed affascinanti.
Parliamo del rapporto con la figura umana. È come se, nelle fotografie di Ghirri, la figura umana entrasse quasi per caso, spesso, infatti, è di spalle. Tuttavia, nello stesso tempo, mi pare che l’umano sia fondamentale nella sua ricerca. Come se, in questo caso, l’assenza dell’uomo fosse una presenza. Cosa ne pensate?
M.P: Nel documentario riprendiamo un discorso interessante. Luigi Ghirri dice: «Fotografo le persone di spalle perché la ricerca di un’identità è una strada difficile. Nelle mie fotografie tutti possono riconoscersi e cercare la propria identità». Secondo me questo discorso torna al precedente, ciascuno coglie nelle sue foto un contenuto in base al proprio vissuto personale.
Qual è il lascito più importante? Cosa ci dobbiamo tenere da questo film?
M.P: Secondo me Luigi Ghirri era molto altruista. Precorrendo i tempi diceva: «In
una società che va verso la sovrabbondanza di immagini, l’educazione all’immagine è un percorso fondamentale e infinito. Non solo per gli artisti, ma per tutti. Perché tutti la devono portare avanti, altrimenti il rischio è non vedere più niente».
Ilaria Ghirri: Forse l’idea di senso. L’immagine è uno straordinario strumento di conoscenza di sé e del mondo. C’è una frase di Calvino che amava molto: «Quando noi guardiamo i fenomeni è il mondo che guarda il mondo» Quindi la fotografia diventa una magnifica possibilità di entrare in relazione con l’esterno. Un “esterno” che diventa sempre più inconoscibile, pieno di geroglifici più che di segni decifrabili.
La giornata di ieri involontariamente è un ottimo bugiardino per sapere come affrontare i prossimi 5 anni o quelli che saranno con questo governo che viene e che non si sa quanto durerà. Ci sono dentro la composizione, la corretta posologia, le condizioni per cui è indicato, i casi in cui non deve essere utilizzato, gli eventuali effetti collaterali e le modalità di assunzione e di conservazione.
La composizione, innanzitutto. Ieri abbiamo saggiato con mano cosa c’è dentro questo governo che viene. Ci saranno vecchi arnesi della politica che, chissà perché, con il tempo dovrebbero essere diventati autorevoli. Ci sono fascisti, parecchi fascisti. Politici che depositano disegni di legge contro l’aborto pochi minuti dopo essere stati eletti (e Gasparri no, non è uno qualsiasi), ci sono i veri amici di Putin, ci sono destrorsi travestiti da liberali che di liberale non hanno un bel niente.
La posologia. Arriverà tutto in dosi leggere, come sta accadendo in questi giorni, prima e dopo i pasti: alla fine non ci accorgeremo nemmeno che la compressione dei diritti generali sia il frutto di molte piccole compressioni rivendute come iniziative personali. Darà assuefazione.
Malattie o condizioni per cui è indicato. È indicato per nostalgici che non avrebbero mai sperato di essere così in alto nella Repubblica nata dalla liberazione dal fascismo, è indicato per le beghe giudiziarie di Silvio Berlusconi e per le sue televisioni, è indicato per la riabilitazione di Salvini e la sua fortificazione contro gli agenti interni del suo partito.
Casi in cui non deve essere utilizzato. Non può diventare l’occasione per restaurare idee, pregiudizi e oscurantismi che dovrebbero essere vietati per una sana e robusta Costituzione.
Eventuali effetti collaterali. Secchezza della credibilità di un Paese nel quadro internazionale. Dolori per la libertà di scelta e di opinione.
Modalità di assunzione e di conservazione. Faranno di tutto per non perdere il potere. Se scaricheranno Berlusconi cercheranno quegli altri liberali per trovare un punto d’appoggio. Continueranno a voler decidere come governare e come dovrebbe essere l’opposizione.
Buon mercoledì.
Nella foto: Il presidente del Senato Ignazio La Russa a Porta a porta, 18 ottobre 2022
La violenza di un adulto su un bambino è definita da psichiatri e psicoterapeuti «un omicidio psichico», tuttavia il nostro Paese è l’unico al mondo in cui le istituzioni laiche (Governo, Parlamento) non hanno mai voluto realizzare un’inchiesta pubblica e indipendente su scala nazionale per far luce su un fenomeno criminale che purtroppo è diffuso in tutta la Penisola quanto meno da decenni: la pedofilia nella Chiesa cattolica e apostolica romana.
Da tempo noi di Left chiediamo che sia istituita una commissione parlamentare d’inchiesta sulla pedofilia come quella importantissima, già attiva, sul femminicidio. La violenza sulle donne e quella sui bambini, come è noto, hanno quanto meno una matrice “culturale” comune ma il nostro appello fino a oggi è rimasto incredibilmente senza riscontro.
A questa grave carenza di sensibilità istituzionale si aggiunge la scarsa attenzione mediatica – tutta italiana – su tutto ciò che ruota intorno ai crimini che vengono commessi da persone appartenenti al mondo ecclesiastico, a parte rari casi, rappresentati oltre che da Left, da Adista e recentemente dal quotidiano Domani – non a caso si tratta dei tre organi di informazione che fanno parte del coordinamento Italy church too -. Una mancanza che è anche una inaccettabile disattenzione da parte della politica e delle istituzioni nei confronti della sicurezza e della salute psicofisica dei bambini.
Dal 2010 l’associazione Rete l’abuso, praticamente l’unica in Italia che si occupa della tutela dei diritti delle vittime di sacerdoti pedofili, non fa che denunciarlo principalmente attraverso il proprio sito. L’archivio di retelabuso.org rappresenta una vera e propria memoria storica di questo orrendo fenomeno criminale: la preziosissima rassegna stampa con tutti gli articoli su casi di pedofilia clericale, le testimonianze di vittime e sopravvissuti, il contatore con il numero delle denunce, dei casi passati in giudicato, delle strutture “segrete” dove la Conferenza episcopale italiana “nasconde” i sacerdoti che hanno commesso reati e la mappa delle diocesi non sicure (cioè le diocesi in cui si è verificato almeno un caso di violenza su bambini) rendono il lavoro di questa piccola ma preziosissima associazione unico e originale.
Ebbene, come denuncia il presidente di Rete l’abuso, Francesco Zanardi, proprio uno dei punti cardine di questa sua battaglia di civiltà – la mappa delle diocesi non sicure, consultata quotidianamente da giornalisti di tutto il mondo – è stata messa fuori uso da google perché racconta Zanardi «violerebbe le Norme relative a “molestie bullismo e minacce”». Una motivazione surreale per una gravissima limitazione alla libertà e al diritto d’informazione che Rete l’abuso imputa alla pressione di qualche sacerdote che non essendosi potuto appellare al diritto all’oblio per ottenere la cancellazione dal sito degli articoli che lo riguardano, ha trovato il modo di renderne più difficoltoso l’accesso e la consultazione oscurando la mappa che li linkava.
«Va ricordato – dice Zanardi – che per esempio, negli Stati Uniti sono gli organi federali, come l’FBI, a pubblicare online nome, foto e residenza di chi è stato condannato o ritenuto socialmente pericoloso per questi crimini. Un manifesto che non è sfregio della persona o di ciò che ha commesso, ma va a tutela della comunità».