Forza Nuova non parteciperà alla prossima tornata elettorale. È la prima volta dal 2001 che la formazione di Roberto Fiore non partecipa a una tornata per le elezioni politiche per la mancanza delle 36mila firme necessarie e abbiamo dovuto perfino sorbirci la morale di un pluripregiudicato e ex terrorista come Roberto Fiore che parla di «sistema banditesco».
Molti esultano: i fascisti rimangono fuori dalla democrazia, dicono. Peccato che lo scioglimento di Forza Nuova sia stato in cima all’agenda della politica solo per qualche settimana e ora si voglia fare passare un’esclusione “tecnica” come una vittoria politica. Forza Nuova che tutti i partiti avevano promesso di sciogliere in nome della Costituzione è stata sciolta dai cittadini italiani. Così la politica potrà tranquillamente continuare a sottovalutare il fenomeno dei rigurgiti fascisti in Italia e potrà tollerare la morbida applicazione delle leggi che già ci sono.
Ma dove andranno quei voti? La risposta è fin troppo facile Come accade per le mafie c’è una sostanziale differenza tra chi dice chiaramente di voler rifiutare i voti di qualcuno e chi invece sminuisce un fenomeno per lasciare intendere di restare il fianco. Qui il punto non è tanto la quantità dei voti (comunque pochi) ma la sponda politica a una militanza nei territori che da sempre si confonde con azioni criminali. Nelle liste di Giorgia Meloni ci sono personaggi che fanno riferimento alla radice culturale fascista (benché Meloni e Crosetto fingano male di non saperlo) e sulla parte (nera) del Paese non basta un’esclusione dalle elezioni per dichiarare compiuta la missione. Questo è chiaro, vero?
Buon venerdì.
Nella foto: Roberto Fiore davanti al Viminale per la presentazione del simbolo elettorale, 12 agosto 2022
Avevamo ragione quando, isolati e additati come profeti di sventura, sommessamente facevamo presente che la riduzione del numero dei parlamentari avrebbe ingenerato un effetto ulteriormente maggioritario sul sistema elettorale, determinando un innalzamento implicito della soglia di sbarramento e una dote in seggi più generosa per le coalizioni in grado di conseguire la maggioranza relativa dei voti.
Avevamo ragione quando, in un angolo, sostenevamo che il taglio avrebbe consentito alle destre di accentuare l’esito numerico di una vittoria già scontata rendendo plausibile il conseguimento di un numero di seggi idoneo a consentire la modifica della Costituzione senza necessità di ricorrere al successivo voto referendario.
Avevamo ragione quando vedevamo nel taglio del numero dei parlamentari la prima avvisaglia di un’onda più grande, antiparlamentare, contraria alla cultura del costituzionalismo democratico, che si sarebbe abbattuta sull’Italia e sulle sue istituzioni già fragili.
Avevamo ragione quando rimproveravamo al Partito democratico guidato da Nicola Zingaretti di assecondare un processo di modifica strutturale degli assetti istituzionali solo per omaggio ad un governo e a una alleanza legati alle contingenze, un governo che sarebbe caduto dopo soli un anno e cinque mesi, un’alleanza che avrebbe resistito, per forza d’inerzia, per meno di due anni.
Avevamo ragione quando decidemmo di manifestare, anche attraverso le pagine di questa rivista, il nostro dissenso a costo di passare per “quelli che difendevano le poltrone”. Ora, di poltrona, rischia di restarne soltanto una: quella del decisore unico, dell’amministratore delegato della Repubblica Italiana che le destre vorranno introdurre modificando la Costituzione del 1948 a colpi di maggioranza.
Ora il rischio di una deriva autocratica e cesarista, di una svolta gaullista, di un superamento non soltanto sul piano fattuale ma anche su quello giuridico del parlamentarismo nato dalla Resistenza, è più attuale e concreto che mai. In piena onestà, non si può far finta di credere che la delegittimazione del Parlamento derivante dal contingentamento della rappresentanza politica per un risibile risparmio di spesa non abbia contribuito a creare i presupposti giuridico-culturali per la messa in discussione della stessa forma di governo parlamentare. Contrastare una tendenza all’avvitamento del sistema istituzionale ed impedire lo stravolgimento delle istituzioni democratiche saranno le sfide più difficili che saremo chiamati a intraprendere nella prossima legislatura, senza garanzie di buona riuscita.
Anche questa volta ci additeranno come profeti di sventura. Speriamo solo, stavolta sul serio, di avere torto.
*L’autore: Jacopo Ricci è portavoce nazionale di Nostra – Attuare la Costituzione
Come si possa ritrovarsi nella più grande iniezione di denaro dal dopoguerra senza avere una sana preoccupazione per la fame delle mafie è una questione che può avere solo due risposte: che ci sia sul tema un’ignoranza che non possiamo concedere alle forze politiche oppure che gli interessi tra certa politica e le mafie siano convergenti (non sarebbe una sorpresa, per niente).
Sono passati i tempi in cui tutti i partiti (perfino Salvini e Berlusconi) proclamavano di essere antimafiosi perché la lotta alle mafie era un prerequisito essenziale per la propria credibilità politica. Negli ultimi anni anzi la legislazione antimafia ha subito attacchi anche dai partiti tradizionalmente considerati “antimafiosi”.
Wikimafia segnala che «secondo un’indagine di SWG dello scorso luglio, da Nord a Sud non vi è territorio che si senta al riparo dalla presenza delle organizzazioni mafiose. Il 64% degli italiani trova insufficiente l’impegno dello Stato contro la mafia, tanto che il 54% individua nella complicità tra mafia e pezzi di Stato la causa della morte di Falcone e Borsellino. E se il 51% è convinto che il fenomeno mafioso sia ancora un problema concreto, che può essere sconfitto, il 41% oramai lo considera un problema irrisolvibile e che tutto ciò che viene fatto sia inutile».
Per questo lanciano 10 proposte ai candidati in Parlamento:
«1. Affrontare la questione morale, non solo inasprendo le pene per tutti quei reati alla base del rapporto tra mafia, politica ed imprenditoria, ma anche lavorando affinché all’interno del proprio partito si escludano dalle liste personalità in conflitto di interesse e aduse a pratiche clientelari e frequentazioni non specchiate.
2. Approvazione di una legge costituzionale che inserisca il carattere antimafioso della Repubblica italiana nella nostra Costituzione, accanto a quello antifascista.
3. Difesa e potenziamento dell’impianto legislativo antimafia, in gran parte ideato da Giovanni Falcone (dal 41bis all’ergastolo ostativo, fino allo scioglimento dei comuni per mafia), sollecitando il Governo italiano a intraprendere ogni iniziativa utile per sensibilizzare l’Unione europea sull’urgenza del contrasto alle mafie a livello comunitario.
4. Approvazione di una legge che istituisca Sezioni distrettuali antimafia nei Tribunali della Repubblica, composte da giudici con comprovata e certificata esperienza e conoscenza del fenomeno mafioso, che abbiano la medesima competenza territoriale delle Direzioni distrettuali antimafia.
5. Valorizzazione dei beni confiscati alle mafie, potenziando l’Agenzia nazionale, snellendo le procedure di assegnazione e facilitando il riuso sociale da parte di enti del terzo settore composti perlopiù da giovani under 35 prevedendo specifici fondi per l’iniziale messa in sicurezza, ristrutturazione e avvio attività, anche attingendo dal Fondo Unico Giustizia.
6. Introduzione dell’obbligo di dichiarazione del titolare effettivo in bandi, gare, convenzioni pubbliche e quant’altro presupponga impegni economici da parte delle amministrazioni pubbliche.
7. Introduzione del divieto per la pubblica amministrazione e per gli enti territoriali dello Stato di contrarre rapporti di natura economica con società aventi residenza fiscale nei c.d. Paesi offshore e/o con i titolari effettivi aventi residenza fiscale nei medesimi Paesi e/o siano controllate da società schermo o da reticoli societari opachi.
8. Approvazione di una disciplina di tutela per giornalisti, ricercatori e cittadini che punisca severamente il ricorso alle querele temerarie, nuovo strumento di intimidazione per colpire la libertà di stampa e di ricerca in Italia.
9. Tutela del diritto all’informazione e alla ricerca accademica, introducendo limiti al diritto all’oblio per quei personaggi i cui comportamenti, pur non penalmente rilevanti, mantengano una rilevanza pubblica, storica e politica nella storia della lotta alla mafia e del movimento antimafia.
10. Introduzione nelle offerte formative delle scuole primarie e secondarie di almeno un’ora alla settimana dedicata allo studio del fenomeno mafioso e alla storia delle principali organizzazioni mafiose e del movimento antimafia, introducendo nell’organico docenti un insegnante specializzato in materia, come previsto per l’insegnamento della religione cattolica.
Chiedete ai candidati del vostro collegio se se la sentono di aderire. Vale la pena parlarne e soprattutto costringere la politica a esporsi. Soprattutto adesso che l’antimafia sembra essere diventata un vezzo di pochi. Trovate tutte le informazioni qui».
Buon giovedì.
Nella foto: l’arrivo a Palermo della nave della legalità, 23 maggio 2019
Bisogna essere grati all’intelligenza di Donatella Di Cesare che con il suo intervento (sul Fatto quotidiano del 13 agosto) fa compiere un salto di qualità allo stanco e banale dibattito elettorale.
Ogni ragionamento deve partire dal fatto che numericamente la destra ha già vinto, ma questo accade a causa della legge elettorale maggioritaria “rosatellum” (con la proporzionale, Meloni avrebbe forse il suo 20% e non andrebbe da nessuna parte). Il 46% della destra vs il 31% del campo (mica tanto) largo del geniale Letta comporta la sicura vittoria numerica della destra nei collegi maggioritari, come non si stancano di ripeterci tutti i Tg con le desolanti cartine d’Italia tutte blu e azzurro scuro (molto scuro).
E sappiamo chi dobbiamo ringraziare per questo: anzitutto l’on. Rosato, eroe eponimo del “rosatellum” (al tempo del Pd) e i partiti che, per fregare il M5s, votarono la sua orrenda legge elettorale (il Pd e tutta la destra); poi un grazie anche a Pd, M5s e Leu che – pur avendo i numeri in Parlamento – non hanno voluto cambiare quella legge elettorale (erano distratti? se ne erano dimenticati?); infine un ringraziamento a Letta che ha rifiutato l’alleanza col M5s, abbandonato poi sull’altare, col suo bel velo bianco ancora in testa, dal fedifrago Calenda, subito dopo aver pronunciato il suo “Sì”; ma anche un sentito grazie a Si, Verdi e M5s che hanno respinto la proposta di un polo unitario avanzata da Unione Popolare, un polo a cui comunque si dovrà lavorare dopo le elezioni.
Ora dunque le cose stanno come stanno, e la vittoria numerica della destra si trasformerà in vittoria politica dando vita dopo le elezioni a un ennesimo governo delle banche e della Nato, benedetto da Mattarella, con l’agenda Draghi in mano, magari condito da qualche Cottarelli di fiducia di Confindustria.
Questo fatto (la sicura vittoria numerica della destra) ha alcune conseguenze che rendono invece la partita politica ancora del tutto aperta. Nessuno si deve arrendere: “Aquì no se rinde nadie!”.
Anzitutto: evidentemente non ha più alcun senso l’appello del Pd alla sinistra perché, turandosi il naso, gli dia ancora un voto cosiddetto utile “sennòvienelameloni”. Non saremo certo noi poveri untorelli di sinistra a trasformare il 31% in 46%.
Ma soprattutto occorre guardare al voto come una tappa per ciò che verrà dopo. Si tratta di ricostruire una sinistra che sia espressione del conflitto sociale e del rifiuto della guerra, – come scrive Di Cesare – «una nuova formazione in grado di dar voce alla necessaria sinistra del XXI secolo». È questo il vero scopo politico di questo voto.
E allora la domanda da porsi è la seguente: per realizzare questo scopo serve di più mandare in Parlamento qualche parlamentare del Pd oppure garantire la presenza di un gruppo di vera e sicura opposizione come Unione Popolare? Detta ancora più brutalmente: è meglio assicurare un seggio a qualche Casini o a qualche Minniti in più oppure eleggere qualcuno come l’ambasciatore Calamai, candidato di Unione Popolare? Direi che per raggiungere il vero scopo che oggi abbiamo di fronte, nessun voto è più inutile di un voto dato al Pd o ai suoi cespugli, e nessun voto è stato mai tanto utile, e necessario, quanto un voto dato a Unione Popolare.
La mancanza in Parlamento di una vera opposizione di sinistra (fondata sulla difesa intransigente della pace, del lavoro, dell’ambiente, della Costituzione) rappresenterebbe una grave minaccia per la stessa democrazia, perché una tale mancanza legittimerebbe quel micidiale “so’ tutti uguali!” che le masse hanno sperimentato in queste anni di governo del “Partito unico articolato” obbediente a Nato, Confindustria e banche, che ha già provocato livelli terribili di astensionismo. Si rafforzerebbe la dittatura che già c’è, un nuovo fascismo, magari senza bisogno né di orbace né di fiamma tricolore.
Unione Popolare è del tutto cosciente di essere solo un inizio, cioè un processo unitario aperto a tutti e a tutte; per fare solo un esempio: del tutto aperto ai/lle compagni/e di Sinistra Italiana che rifiutano l’intruppamento nelle fila di Letta e dell’agenda Draghi e che hanno criticato la mancata consultazione della base (prevista dallo Statuto di Si). Nel segreto della cabina elettorale la vostra coscienza di compagni/e vi vede, Letta no: aiutate dunque Unione Popolare a superare lo sbarramento!
L’impegno straordinario di tante e tanti è riuscita nell’impresa impossibile di raccogliere 60mila firme in agosto, ora si tratta di superare la feroce censura dei media, la totale mancanza di soldi, lo sbarramento, e di mandare in Parlamento un gruppo pacifista, eco-socialista, femminista, contro il fascismo, le mafie e le masso-mafie.
Ci sono momenti in cui la cosa giusta è anche quella più difficile da fare.
Ero agitato, mi guardavo freneticamente attorno senza in realtà vedere niente. Cercavo di mostrarmi calmo, per le persone che erano con me. La macchina andava veloce e i pali della luce sulla strada, ormai distrutti, scorrevano davanti ai miei occhi. I miei pensieri mi tormentavano, in una lotta che sapevo di non poter vincere. Stavo lasciando indietro tutto quello che avevo, l’università, la galleria, i miei dipinti, il mio dotar, uno strumento musicale della mia regione, l’armonio, i miei libri, i miei amici e moltissimi dei miei studenti. Ma soprattutto quello che mi faceva più male era il pensiero che avessi abbandonato i miei genitori, che per tutta la vita avevano lavorato duro per garantirmi una vita migliore, proprio adesso che era arrivato il mio tempo per ripagarli di tutti i sacrifici. Invece, eccomi che andavo incontro ad un futuro imprevedibile, di cui non avevo certezze.
Era passata una settimana da quando i talebani avevano conquistato Herat, dopo diciannove giorni di battaglia, e tutti gli impegni degli ultimi venti anni erano stati sgretolati dal ritorno di questi terroristi e dalla codardia di un presidente traditore e fuggitivo. Pochi giorni prima, avevo terminato la costruzione della mia galleria. Negli ultimi cinque anni, oltre alle mie lezioni all’Università di Herat, avevo anche cominciato a lavorare al progetto della costruzione di una galleria d’arte e, con l’aiuto di alcune mie studentesse della facoltà di Belle arti, eravamo riusciti a trasformarla in uno spazio stimabile. La verità è che la nostra galleria era l’unica di Herat. Avevo investito tutti i miei risparmi, e le ragazze avevano contribuito con tutto quello che potevano, in modo da rendere la galleria un posto speciale per tutti gli studenti appassionati.
Herat, Afghanistan
Mentre la mia memoria ripercorreva i ricordi di quei giorni felici nella mia galleria, un forte scossone fece tremare il pullman, e mi riportò di colpo alla realtà. Guardando fuori dal finestrino, notai che stavamo tentando di attraversare una zona distrutta dell’autostrada Herat-Kabul. Incredibile, pensai, i talebani non avevano risparmiato nemmeno le strade e le avevano fatte saltare in aria. Tutti quegli anni di violenza per nulla, se non per distruggere la strada fondamentale per lo sviluppo del Paese, per impedire al nostro popolo di potersi modernizzare. Appena posai lo sguardo all’interno della vettura, una terribile angoscia mi riempì il cuore. Ventotto giovani donne e due bambine viaggiavano con me, in un Paese dove essere semplicemente una donna era punibile con la prigione e la tortura. Dei terribili dubbi mi tormentavano, dove sto andando? In che avventura mi stavo buttando?
Una voce interruppe la catena dei miei pensieri, «Stai bene, professore?». Mi affrettai a rispondere che sì, stavo bene, ma assicurandomi di non incontrare il suo sguardo, così che non potesse leggere nei miei occhi tutti i dubbi che mi assillavano. Erano passati esattamente due giorni da quando avevo ricevuto un messaggio whatsapp, che mi chiedeva se fossi proprio io Nazir Rahguzar, un professore dell’Università di Herat. Il messaggio era da parte di una donna di nome Mara Matta, che si era presentata come professoressa dell’Università La Sapienza di Roma, in Italia. A quanto pare, il mio amico Morteza, che era suo studente, le aveva raccontato della situazione che le mie studentesse ed io stavamo vivendo, e Mara, che in quei giorni era in vacanza in Grecia, aveva deciso di aiutarci ad uscire dall’Afghanistan. Tra di noi la chiamavamo “il piccolo angelo”. Un gruppo di persone aveva deciso di tendere una mano e dedicare tutte le loro forze e il loro tempo per aiutarci, in quel momento cardine, così critico della nostra vita.
Avevano riaperto le piattaforme di iscrizione universitaria per le mie studentesse. Mi ricordo il giorno dopo aver ricevuto questa notizia, le ragazze avevano creato un cerchio, sedendosi intorno alla stanza. A gruppi di tre, si davano il cambio per registrarsi. Allo stesso tempo però, sapevo che stavano aspettando che dicessi qualcosa. Era impossibile non leggere angoscia e disappunto nei loro occhi. Ognuna di loro mi guardava come se potessi salvarle da quell’inferno. Pensavano che io avessi una soluzione, un asso nella manica che avrebbe risolto tutto. «Prof, qual è il prossimo passo?» chiese una di loro. Io le risposi, nel tono più rassicurante che potessi, che adesso dovevamo aspettare che i nostri benefattori si facessero sentire e ci dicessero cosa fare. Una delle mie studentesse, Nilofar, mi aveva chiesto con scetticismo quando sarebbe avvenuto. Io le avevo risposto “presto”, ma neanche io ero sicuro delle mie parole.
Quella sera, andai al club del biliardo con degli amici, ma l’atmosfera che si respirava era soffocante come mai prima d’ora. Era come se ognuno dei presenti avesse paura di qualcosa. Mentre giocavamo, ricevetti una chiamata. Sullo schermo si leggeva “sconosciuto”. Dall’altra parte della cornetta mi aspettava una donna, che lavorava per il ministero della Difesa italiano o dell’Interno. A distanza di un anno, i miei ricordi si fanno già confusi. Dopo aver chiesto il mio nome, mi disse di raggiungere Kabul il più presto possibile, e io accettai senza fare domande.
Il giorno in cui ho detto addio a mia madre, l’ho vista svenire tra le mie braccia. Lasciare andare il suo unico figlio era la cosa più dolorosa al mondo per lei, ma sapeva di non avere scelta. Era consapevole che quel dolore era l’unico modo perché suo figlio si salvasse. La stavo lasciando nelle braccia di altri. Ho lasciato di corsa la casa. Non volevo che le mie studentesse, e i miei figli, vedessero le lacrime sul mio viso. Mentre mi allontanavo, sentivo mio padre, ormai anziano, piangere, che chiedeva a Dio, Allah, di prendersi cura di me.
La macchina rallentava di nuovo. Dopo quasi venti ore di viaggio, avevamo finalmente raggiunto le porte di Kabul, la sanguinosa capitale dell’Afghanistan. Appena varcammo il confine, fummo informati che c’era stata una tremenda esplosione all’interno dell’aeroporto. Uno dei nostri compagni di viaggio aveva preso le chiavi di un appartamento a Makroryan, una zona residenziale vicino l’aeroporto. Intorno alle dieci del mattino, raggiungemmo la casa e il nostro interminabile tragitto finalmente si interruppe. Mentre tutti intorno a me si addormentavano stremati dal viaggio, a me risultava impossibile prendere sonno, e continuavo a scambiare messaggi con Mara, riguardo l’incidente all’aeroporto.
Per due giorni e due notti, il mio gruppo formato da trentatré persone visse in un appartamento di sole tre stanze. Diverse volte, durante quei giorni, le forze militari italiane che erano stazionate all’aeroporto ci contattarono per sapere la nostra posizione e per venire ad accompagnarci all’aeroporto, ma tutte le volte i nostri appuntamenti venivano cancellati per ragioni di sicurezza. Dopo aver passato due giorni e due notti a Makroryan, i talebani, che nel frattempo stavano organizzando gruppi di pattugliamento per tutta la città, cominciavano a destare sospetti sui nostri movimenti, e fummo costretti a scappare nella notte, a gruppi di cinque, per non attirare attenzione. Il nostro nuovo rifugio era l’appartamento di un vecchio vicino di casa, nel quartiere di Wazir Akbar Khan. Questo posto era più spazioso e adeguato per il numero di ospiti. Altri quattro lunghi giorni passarono, e ogni volta che tentavamo di raggiungere l’aeroporto, le nostre speranze morivano.
Appena scattata la mezzanotte del 31 agosto, il cielo di Kabul, che fino a quel momento era stato riempito dal rumore degli aeroplani, si fece completamente muto. Quel silenzio, sinistro e irreale, fu interrotto poco dopo da milioni di pallottole sparate in aria dai Talebani, che festeggiavano il ritiro della comunità internazionale. Quello che per i talebani simboleggiava la vittoria, per noi era un veleno amaro, impossibile da mandare giù. Quella notte, mi trovavo all’ospedale di Wazir Akbar Khan. Il corpo malato di Nahid, una delle mie studentesse, giaceva tra le mie braccia. Era da giorni che stava molto male per il coronavirus, e il forte rumore di colpi nell’aria la agitava. Presa dai deliri della febbre, continuava a strillare «corri, nasconditi sotto il letto», mentre cercavo di calmarla.
I giorni passavano, e noi eravamo confinati in casa. Aspettavamo un miracolo, che sembrava non arrivare più. Le giornate si facevano sempre più pesanti. La maggior parte delle ragazze non avevano il passaporto, e ci avevano avvertito che lasciare il Paese senza i documenti sarebbe stato impossibile. Cercavo di mantenere alto il morale delle mie ragazze, e giocavamo a qualche gioco per tenerci occupati. Le spese erano tante, e i nostri fondi si stavano esaurendo. La professoressa Mara cercava di aiutarci mandando soldi dall’Italia, così che potessimo sopravvivere, ma le condizioni diventavano sempre più pesanti. Cose belle, brutte e terribili accaddero in quei giorni, che per motivi di spazio e di sicurezza non posso raccontare in questo articolo.
Dopo quindici giorni, mi comunicarono che un aereo ucraino stava aspettando all’aeroporto di evacuare i suoi cittadini dal Paese, e che erano stati dedicati dei posti per me e la mia famiglia. «Non è possibile evacuare le tue ragazze adesso, ma se esci dal Paese, forse potrai fare ancora di più per loro. Potrai informare il mondo di quello che sta accadendo, rilasciare interviste, partecipare a conferenze…». Quindi parlai con le mie ragazze, tutte loro votarono perché partissi, sperando che dall’Italia potessi difendere la loro causa e accelerare la procedura. Il 18 settembre la mia famiglia ed io lasciammo la casa per raggiungere l’aeroporto.
Il momento degli addii con le mie studentesse fu ancora più difficile che quello con i miei genitori. Tutti mi guardavano in lacrime e potevo leggere il disappunto nei loro occhi nonostante mi avessero convinto a partire. Io rispondevo ai loro sguardi con un sorriso, che però mi sembrava ridicolo. Quel giorno promisi a me stesso che avrei fatto qualsiasi cosa perché anche loro potessero raggiungere, il prima possibile, l’Europa.
La diaspora afgana
L’aeroporto non era affollato quando arrivammo, ma il personale della polizia talebana era ovunque e si guardava in giro con aria minacciosa, alcuni di loro avevano fruste tra le mani. La mia famiglia ed io eravamo in fila per entrare nell’aeroporto, la folla cresceva rapidamente e i talebani fustigavano qualcuno ogni momento. Passarono quattro ore, e i talebani ancora non ci avevano permesso di entrare. Ad un certo punto, un uomo con una lista in mano si mise a confabulare coi talebani, e lesse ad alta voce una serie di nomi, tra cui i nostri, e così finalmente ci permisero di entrare. Passammo diversi controlli di sicurezza, e ad ognuno rileggendo la lista dei nomi.
Raggiungemmo la zona dove venivano stampati i passaporti della gente che era in lista ma non aveva i documenti necessari per partire. Con mille paure e speranze, i nostri passaporti furono stampati. Il mio primo compito fu quello di mandare un messaggio a Mara, la sua collega Lucia e al resto del gruppo.
La nostra felicità ebbe vita breve, perché improvvisamente diversi talebani irruppero nella sala, cancellarono il nostro volo senza comunicarci nessuna motivazione e distrussero i nostri documenti. Noi non potemmo fare altro che restare a guardare impotenti. Ero terribilmente amareggiato, ma cercavo di confortare me stesso. Alle sette e mezza raggiungemmo finalmente casa, stanchi morti e con tutti i nostri bagagli, e le ragazze, nonostante fossero già a conoscenza della notizia, mi guardavano sorprese come se pensassero che fossi stato io a decidere di non partire. Nonostante questo, nessuno osava fare domande.
Ricevemmo ben presto un altro messaggio, dove ci convocavano all’aeroporto per la mattina seguente, e sentii un barlume di speranza. Non riuscii ad addormentarmi prima che fosse l’alba, e la mattina dopo vennero replicati gli addii del giorno prima. Questa volta però, appena arrivammo all’aeroporto, decisi di prenotare una stanza nell’ostello proprio davanti: avevo imparato la lezione del giorno precedente e sapevo che stare vicini sarebbe stato più comodo. Quella mattina non fecero entrare nessuno, e rimanemmo tutti stipati in una stanzetta che puzzava terribilmente fino alle sei del pomeriggio, assistendo per tutto quel tempo al terribile e umiliante trattamento dei talebani che la povera gente presente doveva subire. La descrizione di queste scene esula dall’ambito del mio articolo, ma sono immagini che non scorderò mai. Alle sette di sera, dopo aver atteso dodici ore, tornammo a casa e dovemmo affrontare di nuovo gli sguardi disperati delle ragazze, che si trovavano in una situazione anche peggiore della nostra, e poi di nuovo ci ordinarono di presentarci all’aeroporto per un terzo tentativo.
Alcune studentesse di una scuola religiosa a Kabul, 11 agosto 2022
Questa scena si replicò di nuovo, salutai le mie ragazze, prenotai la stessa stanza, aspettammo per tempi interminabili dentro l’aeroporto, vedemmo i talebani prendersela con gente innocente. Non potei fare a meno di notare le mie due figlie, di quindici e vent’anni, stremate, appoggiate sulle loro valigie, i loro occhi mi sembravano spenti, la luce che li aveva sempre distinti sembrava essersi spenta. Questa visione non faceva che aumentare in me la determinazione a lasciare l’Afghanistan. La stessa persona che avevamo incontrato due giorni prima era tornata con la lista in mano e, dopo esserci messi in fila, seguimmo le stesse procedure, una dopo l’altra.
Alle sei del pomeriggio, eravamo finalmente arrivati alla parte in cui i nostri passaporti sarebbero dovuti essere timbrati. In quel momento, un leader dei talebani, con uno sguardo molto duro, ci comunicò che il volo era stato cancellato. Ancora una volta, fu come se avessero svuotato un secchio di acqua bollente sulle nostre teste. Ci disse che la torre di controllo dell’aeroporto era sotto la supervisione del Qatar, e che il loro turno finiva alle sei di pomeriggio. La situazione precipitò e la tensione salì alle stelle. In quel momento, uno dei talebani aveva notato che stavo segretamente riprendendo la nostra conversazione. I talebani presenti si avvicinarono con aria minacciosa e con tutta l’intenzione di arrestarmi per il crimine di “diffusione di bugie sul loro conto”. Alla fine, presero il mio telefono e lo distrussero, poi mi intimarono di andarcene. Cosa potevamo fare se non tornare a casa? Non mi ero mai sentito così esausto nella mia vita. Nessuno se la senti di farmi alcuna domanda. Presi due pillole e mi sdraiai, per cercare di riposare. Non riuscivo a concentrarmi su niente, non riuscivo a pensare al mio passato né tanto meno al futuro delle mie ragazze e della mia famiglia.
Anche quella sera avevamo ricevuto il messaggio che ci diceva di raggiungere l’aeroporto l’indomani, ma questa volta non guardai in faccia nessuna delle studentesse e mi infilai velocemente in macchina. I talebani ci guardavano da ogni lato, come se fossimo criminali di guerra. Mai nella mia vita mi ero sentito così umiliato come durante quei giorni. Mai avrei pensato che sarei stato trattato così dal mio stesso Paese, un Paese che era stato ricostruito dall’impegno della gente come me. E adesso mi ritrovavo intrappolato, costretto a scappare come un codardo. Ero consapevole che, se non fosse stato per i miei figli e le mie studentesse, non avrei mai tentato di abbandonare il Paese. Mille pensieri attraversavano la mia mente e furono interrotti solo da un talebano che, puntandomi la canna del fucile sul fianco, mi intimava di camminare. Seduto nella solita stanza, aspettavo solo che ci comunicassero che anche quel giorno il volo era stato cancellato, e leggevo negli occhi delle mie figlie che anche loro avevano perso le speranze. Avrei voluto abbracciarle, ma sotto il regime dei talebani anche quel gesto avrebbe portato ad una punizione.
La moschea blu di Mazar-i-Sharif a Balkh
Ad un certo punto, ci dissero che potevamo salire sull’aereo, e ognuno di noi si diresse al proprio posto, non potendo fare a meno di scrutare tutto e tutti con fare sospettoso. Il pilota annuncio che saremmo partiti a momenti, e l’aereo cominciò a muoversi in direzione della pista di decollo. Il rumore del motore si faceva sempre più forte. Il mio cuore batteva così forte che avevo l’impressione che sarebbe scoppiato. Quando l’aereo lasciò finalmente il suolo, la realizzazione che stessi veramente lasciando l’Afghanistan, e con lui tutti i miei sogni, mi travolse appieno. I ricordi del mio passato scorrevano davanti ai miei occhi. Mia madre, mio padre, la mia università, i miei amici, i miei studenti. L’aereo stava partendo, ma io avevo le lacrime agli occhi. Nel cielo di Kabul, mi sembrava di vedere Goli, Susan, Nilufar, che mi guardavano pregando di aiutarle. Abbassai velocemente gli occhi, mentre la capitale spariva dalla nostra vista, e noi ci dirigevamo verso un futuro sconosciuto.
Traduzione a cura di Ileana Amadei
Nell’immagine di apertura, Nazir Rahguzar e le studentesse della facoltà di Belle arti dell’Università di Herat, in uno scatto dal profilo Instagram del professore
Tra gli spunti più nauseabondi di questa campagna elettorale c’è la solita melma che vorrebbe confondere destra e sinistra truccando come al solito le parole e inventandosene di nuove per confondere le acque. Tra progressisti, riformisti (che sono gli autoproclamati della peggiore corrente all’interno del Partito democratico), i cosiddetti “liberali socialdemocratici” e altre simpatiche etichette pronte all’uso si assiste ai travestimenti continui di chi vorrebbe essere né di destra né di sinistra, che è il modo migliore per capire che qualcuno è di destra senza nemmeno avere l’onestà intellettuale di ammetterlo.
Così accade che i partiti che professano la laicità dello Stato si inginocchino di fronte al peggior ramo della religione che si fa impresa e corrano a baciare la pantofola di Comunione e Liberazione, con un’irrefrenabile voglia di piacere a tutti i costi a pezzi del Paese che nonostante si professino quasi santi sono deliberatamente di destra. Si tratta, vale la pena ricordarlo, di un movimento che si professa “di comunione” e ha prestato il fianco a una privatizzazione di scuole e sanità nel nome del loro dio. Si tratta, vale la pena ricordarlo, di un movimento di “spiritualità di etichetta” (parole di Papa Francesco, eh, mica di qualche pericoloso anticlericale) che vuole fare politica, espressamente.
Enrico Letta appare quasi naïf quando si dice stupito del trattamento ricevuto: questa smodata voglia di piacere a quelli che dovrebbero essere avversari è una sindrome che andrà studiata, prima o poi. Del resto non sarebbe stato difficile prevedere che Giorgia Meloni sarebbe stata la più applaudita: Cl ama il potere, solo il potere, e lo incensa per ottenere ciò che vuole (la proposta di parificare le scuole pubbliche e private nei programmi di centrodestra è la penitenza che si deve ai ciellini, del resto). Piuttosto sarebbe utile sapere perché partiti di presunta centrosinistra si ostinino a legittimare un meeting che invece andrebbe combattuto con forza. “Beh, ma siamo in campagna elettorale”, fa notare qualcuno. Quale momento migliore?
Buon mercoledì
Nella foto da Facebook Meloni, Salvini, Letta, Lupi al Meeting di Cl di Rimini
Un segnale di quanto sia profondo e stratificato, il distacco del ceto politico dal comune sentire dei cittadini è la sottovalutazione del loro sentimento morale, della considerazione che una vasta platea di essi conserva per la coerenza delle idee, dell’attaccamento ai principi, ai valori del comportamento umano. Vivendo in una vera e propria bolla, in una sorta di sopramondo in cui sembra che tutto sia lecito, i nostri uomini di partito, parlamentari, leader di varia taglia credono di superare indenni il giudizio dei cittadini se un giorno sostengono una tesi e un mese dopo il suo contrario, se militano in un partito e dopo un anno si trasferiscono in altro raggruppamento, se votano una legge considerata ingiusta e sbagliata per l’ambito di valore che orienta il campo elettorale che lo ha eletto. Immaginano che il loro cinismo travestito da Realpolitik sia lo stesso dei loro elettori.
Vero è che dopo decenni di devastazione dello spirito pubblico, dopo l’umiliazione storica del Parlamento italiano, che ha riconosciuto in una giovane in cerca di fortuna la nipote di Mubarak – per dirne una – il senso morale in Italia si è gravemente deteriorato. Tra politica ed etica pubblica si è aperto un evidente divorzio. La sensibilità per la dignità e l’onore che la Costituzione pretende dai parlamentari è stata in buona parte corrotta. E in tale opera di dissoluzione dei vincoli etici, che dovrebbero limitare la condotta pubblica degli uomini politici, una parte rilevante ha avuto anche la nostra stampa e soprattutto la televisione.
Io sono convinto che se non fosse stato per gli ostacoli frapposti dalla legge, per l’ergastolo e il 41 bis, i talk show della Tv pubblica e privata avrebbero fatto a gara per una intervista esclusiva a Totò Riina in prima serata. Non ignoro la potenza neoliberistica della competizione.
Resta da aggiungere per la verità che le varie leggi elettorali maggioritarie degli ultimi anni non hanno consentito ai cittadini elettori di scegliere i propri candidati, ancora oggi selezionati dalle segreterie dei partiti. Entrando nelle urne non hanno potuto premiare o sanzionare i loro rappresentanti in base alle scelte compiute. Nessuno può sapere, ad esempio, se gli elettori del Partito democratico avrebbero riconfermato Marco Minniti dopo che questi, con iniziativa di governo, ha affidato alla guardia costiera libica il compito di dare la caccia ai disperati che si avventurano nel Mediterraneo.
E tuttavia è esattamente allo sdegno morale dei cittadini più sensibili, insieme alle reiterate delusioni, ai tradimenti delle speranze e delle aspettative, che bisogna guardare per spiegare la crescita vertiginosa del non voto, l’altra faccia della luna dell’astensione.
Esiste ancora, soprattutto nell’ambito degli elettori di sinistra, una moltitudine di cittadini che hanno letteralmente abbandonato l’interesse per la politica a causa di alcune scelte dei propri leader. Lo hanno fatto in seguito al varo di alcune leggi, per scelte di politica interna o estera: atti che talora hanno creato ferite non rimarginabili nell’animo delle persone.
Credo che migliaia di italiani abbiano sperimentato lo stesso sentimento di rabbia, delusione, incredulità che ho sperimentato io nel 2006, quando Romano Prodi autorizzò il governo Usa ad allargare la base militare di Vicenza
In quel caso un governo, capeggiato da G.W. Bush, che aveva appena condotto una guerra di invasione contro l’Iraq, uccidendo centinaia di migliaia di iracheni (vedi collateral murder di Wikileaks ndr), che già possedeva centinaia di basi in tutto il mondo, Italia compresa, chiedeva di espandere la propria presenza militare nel nostro territorio. E il governo di centro-sinistra disse sì. Da allora i miei convincimenti sono stati sconvolti e io ho cominciato a guardare a quell’ambito politico come a un potenziale avversario dei ceti popolari del nostro Paese. La storia ha confermato la mia lettura di allora. Attraverso scelte meno gravi sul piano simbolico, ma simili, o più dirompenti sul piano sociale, la sinistra si è allontanata dai suoi tradizionali insediamenti operai e popolari perdendo il suo elettorato storico.
L’ Italia, tuttavia, non dimentichiamolo, è un grande Paese. A dispetto degli arretramenti degli ultimi tempi e nonostante le vaste aree di corruzione e di malaffare che ne condizionano la vita, il cinismo di gran parte dei suoi gruppi dirigenti, possiede al suo interno formidabili anticorpi. Conserva presidi di democrazia e di senso morale nel mondo della cultura, dell’informazione, nella scuola, nel volontariato, in una vastissima area di cittadini comuni. Dunque, contrariamente a quanto immaginano gli stessi analisti che si occupano della politica italiana, il senso morale che ancora perdura in milioni di cittadini orienta anche il loro comportamento elettorale. Esiste una vasta area di consenso potenziale tra milioni di italiani nei confronto delle forze politiche eticamente intransigenti. Si fanno illusioni i dirigenti di Sinistra italiana se credono di uscire indenni, agli occhi dei loro militanti ed elettori, dalla prova poco onorevole che hanno fornito nei giorni di apertura della campagna elettorale.
Che si voglia credere o no, una condotta intransigente sotto il profilo della fedeltà ai programmi annunciati, della coerenza di comportamento dei dirigenti, può favorire la crescita nel tempo di un partito come Unione Popolare, capeggiato da un ex magistrato come Luigi de Magistris. Da qui potrebbe partire una inversione storica nel costume civile degli italiani: i partiti che tornano ad essere anche educatori, formatori di una consapevolezza di cittadinanza. Il ruolo che per alcuni decenni hanno svolto i partiti usciti dalla Resistenza, fondatori della Costituzione repubblicana.
Giorgia Meloni è questa roba, gente che pasteggia sulla schiena di una stuprata per racimolare qualche voto ma soprattutto per aggiungere sale alla rabbia. Non è la prima volta che la rivittimizzazione di una donna avviene sotto gli occhi di tutti per altri scopi. Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Silvio Berlusconi hanno passato anni a prendere dal cassonetto della cronaca nera minime storie personali che vengono sventolate davanti a tutti per suggerire un paradigma nazionale. Non è solo una questione politica, è una questione di etica.
Poi ci sono le devianze e stupisce che ci si stupisca. L’eugenetica è nella retorica della destra sovranista da anni in tutto il mondo e basta avere studiato un po’ di storia per sapere quali siano le sue radici. Ma la devianza più spaventosa è l’architettura di questa campagna elettorale dove si finge di scoprire solo ora cosa sia questa peggiore destra di sempre. È devianza in questa campagna elettorale avere permesso al cosiddetto terzo polo ù8che nella migliore delle ipotesi sarà il quarto) di attraversare trasmissioni e giornali per giudicare le candidature degli altri mentre hanno lo stomaco di presentare una lista elettorale con gente che è passata da Berlusconi al centrodestra all’odiatissimo Michele Emiliano prima di approdare nel “polo della serietà” (Massimo Cassano), con chi come Giuseppe Castiglione è diventato improvvisamente “serio e competente” dopo essere stato il braccio destro di Angelino Alfano e mentre è sotto processo per corruzione elettorale nella gestione del Cara di Mineo.
Renzi e Calenda candidano Giuseppina Occhionero, passata da Liberi e Uguali a Italia Viva, che accompagnava in carcere il radicale Antonio Nicosia, messaggero per i mafiosi. C’è l’ex sindaco di Siracusa Giancarlo Garozzo che indusse un pubblico ufficiale a presentare firme false a sostegno della sua lista. C’è Massimiliano Stellato che pensò bene di organizzare qui da noi una protesta dei “gilet gialli” (sempre a proposito di serietà e competenza) come i migliori populisti. In Abruzzo c’è Gianfranco Giuliante che dopo essere stato messo dalla Lega all’azienda regionale dei trasporti ha abbandonato Salvini spergiurando di non approdare in nessun altro partito e invece è finito nei “competenti”.
Nelle liste di Giorgia Meloni c’è quel Pecoraro che da prefetto di Roma si impegnò a negare la presenza delle mafie nella capitale. Nelle liste di Fratelli d’Italia c’è l’ex sindaco di Catania Salvo Pogliese condannato in primo grado per peculato: «Tra le spese contestate dall’accusa ci sono circa mille euro per lavori nello studio professionale del padre, uno dei più noti commercialisti della città etnea; il pagamento, anche ai familiari, di soggiorni in albergo a Palermo; regali per il Natale 2010; carburante e cene. In totale le contestazioni riguardavano l’uso improprio di 70mila euro. Secondo i giudici che lo hanno condannato, le motivazioni sono state depositate nel gennaio 2021, si tratta di spese non giustificate», scrive Nello Trocchia.
Premesso che nessuno è colpevole fino a sentenza definitiva, con liste così ci si sorprende che il centrosinistra (e la sinistra) continui a farsi dettare l’agenda della campagna elettorale da moralisti senza morale che usano uno stupro come spot elettorale e da presunti competenti che riciclano eterni ras dei voti.
Possiamo tornare a una campagna elettorale che non sia solo potenza di propaganda?
Il conto alla rovescia è alle battute finali: il 24 agosto l’Angola torna al voto. In un contesto di arresti e mentre pesano siccità e fame (come scrive Riccardo Noury di Amnesty ndr) più di 14 milioni di angolani sono chiamati a eleggere il presidente della Repubblica e i deputati dell’Assemblea nazionale. Saranno le quarte elezioni generali dopo la fine della guerra e le quinte dopo le storiche elezioni del 1992, le prime elezioni libere dell’Angola ma che segnarono il tragico ritorno alla guerra civile terminata solo nel 2002 con la morte dell’allora leader dell’Unione nazionale per l’indipendenza totale dell’Angola (Unita) Jonas Savimbi.
In un clima politico e sociale molto difficile sono otto i partiti politici che quest’anno concorrono alle elezioni ma solo due sono in grado realmente di gareggiare per la conquista del potere: il Movimento popolare di liberazione dell’Angola (Mpla) guidato dall’attuale presidente della Repubblica João Lourenço e l’Unita guidato da Adalberto Costa Junior. Le ultime elezioni del 2017 sono state vinte con una larga percentuale (oltre il 60%) dall’attuale presidente della Repubblica João Lorenço e dall’Mpla,partito politico al potere da più di 40 anni, dal giorno in cui l’Angola ha dichiarato l’indipendenza dal Portogallo.
Il nuovo presidente almeno all’inizio ha dato grande speranza di cambiamento alla maggior parte della popolazione ed effettivamente ha dato prova di grande discontinuità rispetto all’operato dell’antico presidente José Eduardo dos Santos, rimasto al potere per 38 anni di fila e recentemente scomparso. Negli ultimi cinque anni di mandato João Lourenço, ha dimostrato di poter affrontare i gruppi di potere che si sono creati in anni di mal gestione e di un sistema che ha garantito la pace ma basato su una diffusa corruzione a tutti livelli istituzionali, dove tutti sembravano guadagnarci tranne ovviamente le fasce più povere e deboli della società.
Il presidente dell’Angola João Lourenço
La lotta alla corruzione e alla dilapidazione delle risorse pubbliche, i cambiamenti nel sistema giudiziario hanno sortito i loro effetti e diversi esponenti pubblici e politici hanno perso i loro ruoli e molti sono stati investigati e arrestati. Il processo più eloquente è stato quello a José Filomeno dos Santos presidente del Fondo sovrano angolano e figlio dell’ex presidente della repubblica che insieme al ex governatore del Banco nazionale angolano Valter Filipe e all’ex vice governatore sono stati condannati per una trasferimento illecito di 500 milioni di dollari verso un conto bancario privato di una impresa con sede a Londra. In seguito all’arresto del figlio del ex presidente della Repubblica e di altri personaggi pubblici, una parte della famiglia dos Santos è fuggita all’estero. Tchizé dos Santos e Coreon Du, figli dell’ex presidente che gestivano i maggiori organi d’informazioni pubblici e privati in Angola hanno perso i loro contratti milionari con lo Stato, e sono scappati all’estero. Isabel dos Santos, altra figlia del ex presidente José Eduardo dos Santos, e donna più ricca di Africa (ha spolpato l’Angola, secondo il Corriere della Sera), è fuggita anch’essa a Dubai. Nel frattempo lo Stato ha requisito le sue imprese in Angola, ed è tutt’ora investigata dalla giustizia angolana per peculato. Visto il suo grande potere economico, per gli interessi internazionali in campo e per il fatto di essere anche cittadina russa, non sarà facile per la giustizia angolana recuperarne i soldi sottratti e trasferiti all’estero né tanto meno sarà facile processarla qui in Angola.
Non solo la famiglia dos Santos ma anche i militari sono stati travolti dall’azione di governo e sono stati costretti a dare allo Stato le loro fortune, in particolare il capo dello Stato maggiore Kopelipa e il generale Dino che hanno restituito alla Stato le loro aziende per un valore di più di mille milioni di dollari.
Alcuni relitti al largo delle coste angolane risalenti all’epoca della guerra civile
La legge per il rientro dei capitali e tutte queste azioni legali non sono bastate alla popolazione, per la maggior parte povera e che vive in situazioni materiali molto difficili, e l’insofferenza è cresciuta e la speranza iniziale per molti si è trasformata in rabbia specialmente durante la pandemia di Covid-19 dove la caduta del prezzo del petrolio ha creato i presupposti per la svalutazione drammatica della moneta e la successiva impennata dei prezzi che è stata troppo forte e repentina per essere compensata da qualsiasi misura. Le restrizioni sociali e i lockdown per limitare la diffusione del virus hanno, inevitabilmente, dato il colpo di grazia a una economia fragile e poco diversificata. In quel periodo moltissime persone hanno perso il lavoro e quelle che hanno continuato a lavorare hanno avuto pesanti difficoltà a mettere insieme un salario in grado di assicurare anche l’alimentazione basilare per la propria famiglia. Come se non bastasse le regioni del sud dell’Angola sono state colpite da una spaventosa siccità che ha fatto sì che migliaia di persone fuggissero nella vicina Namibia per l’avanzare della desertificazione e per la mancanza di acqua e di cibo. Negli ultimi mesi, l’uscita della pandemia, la ripresa dell’economia mondiale, l’aumento del prezzo del petrolio e l’eliminazione delle restrizioni hanno notevolmente migliorato la situazione economica ma la condizione di vita di milioni di angolani rimane comunque difficile. (E intanto, denuncia Amnesty, infuria la repressionendr).
È in questo clima che si sta svolgendo la campagna elettorale, da una parte il presidente João Lourenço che rivendica il lavoro fatto negli ultimi cinque anni, dall’altra il candidato presidente Adalberto Costa Junior leader dell’Unita e maggior esponente dei partiti di opposizione che chiede con forza la democratizzazione delle istituzioni e che si è fatto portavoce del malcontento delle fasce più povere della popolazione e dei più giovani in particolare di quelli che vivono nei musseques di Luanda (Favelas).
Piattaforma petrolifera e pescherecci al largo delle coste angolane
Il maggior partito di opposizione è più forte rispetto alle precedenti elezioni, l’Unita infatti ha trovato in Adalberto Costa Junior un leader che ha saputo rivitalizzare e dare speranza di cambiamento a molti, che a gran voce chiedono alternanza politica e democratizzazione delle istituzioni. Adalberto Costa Jr non ha intercettato solo il sentimento di rivalsa e la rabbia di molti angolani ma è riuscito a calamitare su di se l’interesse anche di quelli che per lunghissimo tempo hanno approfittato di quel sistema basato sulla corruzione creato dall’Mpla e dall’antico presidente della Repubblica e che adesso si sentono tagliati fuori e non stanno più beneficiando di quei vantaggi che ricevevano in passato. Una parte cospicua della popolazione che lavora nelle istituzioni pubbliche, nei ministeri, negli ospedali, nella polizia e tutti quei facilitatori che per sbloccare la pesante e macchinosa burocrazia angolana in cambio di denaro fanno girare gli ingranaggi di una macchina malata. C’è infatti in una parte cospicua della società la convinzione che in passato si stesse meglio soprattutto per chi aveva imparato a convivere e a vivere in quel sistema.
Adalberto Costa Junior mescola istanze di rinnovamento e cedimenti che lo hanno portato a essere molto accondiscendente verso quei gruppi di potere che, allontanati da João Lourenço, vedono nel leader Unita la possibilità di tornare a esercitare il proprio potere. Infatti dall’estero ha incassato l’endorsement, ma c’è chi sospetta anche soldi per finanziare la campagna elettorale, di Isabel e Tchizé dos Santos promettendo in cambio una legge di amnistia per il rientro di capitali molto più blanda di quella fatta dall’attuale governo e la restituzione di parte delle imprese che gli sono state requisite.
La voglia di alternanza che soprattutto la fascia di popolazione più giovane sente non registra il cambiamento di passo che in parte c’è stato negli ultimi anni e ripone una grande fiducia nel leader dell’Unita che purtroppo non sembra avere una visione, e un programma concreto per lo sviluppo del Paese dei prossimi anni ma pare più attento al funzionamento delle istituzioni e al miglioramento del processo democratico che seppur importanti non esauriscono il campo di azione di governo in un Paese in via di sviluppo dove l’obiettivo principale dovrebbe essere la lotta alla povertà e la creazione delle condizioni materiali minime per garantire la realizzazione della piena dignità umana della maggior parte della popolazione.
Una veduta aerea della capitale, Luanda
D’altro canto il presidente João Lourenço, che ha cercato di articolare e attuare una visione per un Paese così complesso, realizzando ospedali pubblici, infrastrutture e anche progetti come la Raffineria di Luanda (in collaborazione con Eni) nel tentativo di attrarre investimenti stranieri, non può sottrarsi alle critiche di essere a capo di un sistema che gli garantisce poteri e risorse quasi dittatoriali, che non permette il rispetto totale dei diritti umani e che non riesce a garantire la trasparenza dello svolgimento democratico delle elezioni. Infatti lo spettro dei brogli elettorali denunciato a gran voce dall’opposizione lascia immaginare contestazioni e disordini violenti che in fondo nessuno vuole perché l’eco della terribile guerra civile ancora si fa sentire come un tamburo in sottofondo che speriamo invece, questa volta si trasformi in un ritmo di gioia, di speranza e di rinnovamento per tutti gli angolani e le angolane.
La pozzanghera centrista, sempre disattenta sui rigurgiti di fascismo di quelli con cui si alleeranno (segnatevelo) ora se la prendono con un candidato del Pd (che il Pd ha proditoriamente silurato) perché ha osato porre dubbi su Israele. Che il Pd si faccia dare lezioni di antisemitismo da neofascisti e da parafascisti come sempre travestiti da liberali (anche questo lo insegna la storia) è piuttosto avvilente. Le risposte erano semplicissime:
«Lo Stato d’Israele avrebbe dovuto cambiare la storia del popolo ebraico, avrebbe dovuto essere un zattera di salvataggio, il santuario a cui sarebbero dovuti accorrere gli ebrei minacciati negli altri Paesi. L’idea dei padri fondatori era questa, ed era antecedente alla tragedia nazista: la tragedia nazista l’ha moltiplicata per mille. Non poteva più mancare quel Paese della salvezza. Che ci fossero gli arabi in quel Paese, non ci pensava nessuno. Ed era considerato un fatto trascurabile di fronte a questa gigantesca vis a tergo, che spingeva là gli ebrei da tutta Europa. Secondo me, Israele sta assumendo il carattere e il comportamento dei suoi vicini. Lo dico con dolore, con collera. Non c’è differenza tra Begin e Khomeini». (Primo Levi in Conversazione con Levi di Ferdinando Camon)
«La fine dell’occupazione dei territori da parte di Israele, nel pieno rispetto delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza, rimane cruciale per porre fine al persistente ciclo di violenze. Quella che è diventata una situazione di occupazione perpetua è stata citata sia dalle parti interessate palestinesi che israeliane come una delle radici delle tensioni ricorrenti, dell’instabilità e del conflitto prolungato sia nei territori palestinesi occupati, inclusa Gerusalemme, sia in Israele». (Rapporto Onu, 7 giugno 2022)
«L’apartheid non è accettabile in nessuna parte del mondo. Quindi perché il mondo l’accetta contro le e i palestinesi? I diritti umani sono stati a lungo tenuti da parte dalla comunità internazionale quando ha affrontato la lotta e la sofferenza pluridecennale della popolazione palestinese. Di fronte alla brutalità della repressione israeliana, la popolazione palestinese chiede da oltre vent’anni che venga compreso che la politica israeliana è una politica di apartheid. Nel corso del tempo, a livello internazionale, il trattamento riservato da Israele ai palestinesi ha iniziato a essere considerato in maniera sempre più ampia come apartheid. Tuttavia, i governi con la responsabilità e il potere di fare qualcosa si sono rifiutati di intraprendere qualsiasi azione significativa per chiedere conto a Israele delle sue responsabilità. Al contrario, si sono nascosti dietro un processo di pace moribondo a scapito dei diritti umani e dell’accountability. Sfortunatamente, la situazione odierna non vede alcun progresso verso una soluzione, ma anzi il peggioramento dei diritti umani per le e i palestinesi». (Amnesty International, 2 febbraio 2022)
«I bombardamenti israeliani sono incredibilmente pesanti e più intensi rispetto al passato. Hanno distrutto molte case ed edifici intorno a noi. Le persone sono intrappolate, perché non è sicuro né uscire né restare all’interno delle proprie abitazioni. Gli operatori sanitari stanno correndo rischi incredibili, se pur necessari, per muoversi» (Hellen Ottens-Patterson Capomissione Medici senza frontiere nei Territori palestinesi, 14 maggio 2021)
Accusare di antisemitismo chi critica legittimamente le politiche di Israele è un trucco che può funzionare solo se si decide di rinunciar alla verità. Basterebbe un po’ di coraggio, un po’ di schiena dritta. Invece niente.