«La datazione dei reperti sarà tanto più agevole quanto più i singoli oggetti siano intrinsecamente databili, sulla base di messaggi di diversa natura di cui si trovino ad essere essi stessi portatori. Nei casi più fortunati, gli stessi manufatti possono riportare addirittura una data, come si verifica in termini particolarmente evidenti nel caso delle monete … o nel caso delle iscrizioni». Per Daniele Manacorda, nella voce Ricerca archeologica. I metodi di datazione, in Il Mondo dell’archeologia, Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani, Roma 2002, esistono una grande quantità di punti fermi, nonostante difficoltà e cautele.
Insomma, i materiali, sia da scavi che da ricognizioni di superficie, forniscono indicazioni importanti. Ma che risultano relative. Parziali. Come sostiene Bruno D’Agostino, nell’Introduzione, a P. Barker, Tecniche dello scavo archeologico, Milano 1981, secondo cui, «Se anche conoscessimo la data esatta di ogni manufatto non sapremmo nulla di più sulle vicende degli uomini del passato senza aver ricostruito, con i metodi dell’archeologia e della storia, questa catena di manifestazioni (che usiamo denominare “cultura”), cogliendone l’intimo significato». I materiali sono uno strumento non il fine, indubitabilmente.
Per i pochi ragazzi rimasti in città ho una sorpresa. Dopo aver avuto il permesso dai loro genitori, li porto a Velletri, in treno.
In viaggio gli parlo della grande città arcaica e poi di quella romana. Li preparo alla visita al Museo civico archeologico. A quel che troveremo esposto. A quanto i materiali possono aiutarci a ricostruire un contesto, oppure rimanere oggetti. Magari bellissimi, ma pur sempre oggetti. «Vi presento Atena. La Pallade di Velletri, colossale! È alta oltre 3 metri. Quella che vedete è una copia. L’originale si trova al Louvre, a Parigi. Si tratta di una replica della metà del II sec., di un originale bronzeo della metà del V sec. a. C. Una statua della quale sappiamo moltissimo. Il luogo e le circostanze del rinvenimento. A Troncavia esistono ancora delle strutture alle quali va riferita questa statua».
Un inizio migliore non ci sarebbe potuto essere. A sorprenderli sono le proporzioni di Atena, per ora. Per le considerazioni ci sarà tempo, in seguito.
Proseguiamo. «Ecco, il sarcofago delle fatiche di Ercole! Datato tra la fine del II e quella del III sec. Avvicinatevi, per rendervi conto dei particolari. Viene dalla Contrada Arcioni. Ma le notizie sulla scoperta non ci aiutano a capire altro. Non è neppure certo che il luogo del rinvenimento sia quello originario». Li lascio osservare. E pensare. Subito dopo gli indico una testa, marmorea. È quella dell’Afrodite, tipo Doidalsas, datata alla metà del II sec. «Ecco, in questo caso abbiamo diverse informazioni. Sappiamo che viene da un impianto residenziale, a Madonna degli Angeli. Appartenuto alla gens Octavia. Insomma alla famiglia paterna di Ottaviano Augusto, l’imperatore». Segue un breve silenzio, voluto. Poi li sollecito. «L’archeologo deve fare questo. Studiare i materiali, ma poi utilizzarli per una comprensione più ampia. Il fine ultimo deve essere quello di ricostruire fasi di vita. Di ricomporre storie, seppur parziali, servendosi di tutti gli strumenti disponibili. Quindi anche dei materiali. Tutti, ugualmente». Studiare, anche confrontando. Facendo fluire il pensiero.
Manacorda sostiene che «Datare non basta. La definizione della cronologia di un evento acquista senso, infatti, se essa si pone come punto di partenza per elaborare e applicare modelli che consentano di offrire una spiegazione culturale, sociale, economica delle testimonianze raccolte«. Può bastare, per oggi.
Ce ne torniamo a Roma. Dopo essere passati per Madonna degli Angeli. Quando si può vedere quel di cui si è parlato, bisogna farlo. Sempre.
Qui un’altra puntata della rubrica “Ricreazione” di Manlio Lilli su Left
È passato un anno dall’arrivo dei talebani, una presenza che non ha portato nulla alle donne se non l’essere respinte e represse, insieme al dover affrontare i cancelli delle scuole chiuse, la fine delle università miste, la depressione e il suicidio. Human rights watch ha definito il 2021 l’anno peggiore per le donne afghane sotto il profilo dei diritti umani.
Nella storia dell’Afghanistan – se si esclude l’era buia dei talebani – le donne, sebbene si muovessero in un ambiente chiuso, tradizionale e segnato dal più rigido patriarcato, hanno però affrontato le politiche antifemministe essendo in grado di lasciare impronte immortali, a livello nazionale e globale. Infatti, nonostante l’Afghanistan sia uno Stato dove tutti i giochi di potere si svolgono nella totale assenza di donne, le quali in definitiva sono costrette a venire a compromessi con le decisioni prese da politici uomini, le afghane sono scese nell’arena politica, sociale, intellettuale e letteraria chiedendo giuste condizioni e giungendo a traguardi significativi.
Di seguito mi concentrerò sugli ultimi vent’anni, a partire da quando, con la caduta del governo talebano nel 2001, venne firmata l’ottava Costituzione dell’Afghanistan. Per legge veniva riservata alle donne una quota in Parlamento del 25%, poi aumentata al 30%. Per le donne, stanche della guerra e delle ineguaglianze, era il più grande traguardo a cui si fosse mai assistito nella storia: equivaleva ad un nuovo inizio. Molte donne hanno iniziato a ricoprire ruoli chiave un tempo riservati agli uomini, come quello di ministro, viceministro della Difesa, viceministro degli Esteri, governatore di una provincia, capo della commissione indipendente per i Diritti umani, capo della commissione per i Reclami elettorali, fino ad occupare quasi un quarto del Parlamento, inoltre sono stati emanati dei provvedimenti che chiedevano la nomina di almeno una donna vicegovernatrice in ogni provincia, cosa che si verificò anche per altre cariche pubbliche o posizioni nel privato: tutto questo dimostra la forte presenza femminile ai più alti livelli politici e di governo.
Nell’ambito accademico, secondo statistiche pubblicate da media afghani, nel 2018 il numero di studentesse nelle università afghane era di 88mila contando solo i corsi triennali, e 300 di queste ragazze avevano anche ottenuto una borsa di studio estera. Il numero delle professoresse nelle università afghane aveva oltrepassato le due migliaia ed erano venti le donne impiegate ai più alti livelli manageriali delle istituzioni accademiche. A livello scolastico erano circa 80mila le insegnanti donne e più di tre milioni e mezzo di studentesse frequentavano le scuole afghane.
Nel frattempo, le artiste afghane non sono rimaste a guardare. Per la prima volta il cinema afghano è stato in grado di cambiare il volto del Paese nei festival internazionali brillando alla luce di alcune donne, e non di uomini. Il film A letter to the president diretto da Roya Sadat, regista afghana, è stato candidato per la nomination a un Oscar nel 2018 e ha ottenuto riconoscimenti. Nel 2019, Hava, Maryam, Ayesha è stato presentato nella sezione Orizzonti della 76esima edizione della Biennale di Venezia e ha vinto il Premio Ipazia nel Festival dell’eccellenza al femminile, per l’impegno della regista afghana Sahraa Karimi nel realizzare film incentrati sulle donne. Lina Alam, attrice e attivista, ha vinto più di dieci premi come miglior attrice in festival nazionali e internazionali, mentre Sogra Satash, Marina Gol Behari, Elka Sadat, Sahra Mousavi, Hasiba Ebrahimi e molte altre ancora hanno trasformato il cinema afghano facendolo approdare ai festival più prestigiosi al mondo.
Il diametro di questa cerchia di donne all’avanguardia si stava facendo sempre più ampio giorno dopo giorno anche grazie al team di ragazze afghane che ha conquistato il secondo posto in una competizione di robotica superando gli altri 88 di provenienza internazionale e ribaltando così la visione che il mondo aveva delle giovani afghane. Le ragazze della Federazione ciclisti dell’Afghanistan sono state candidate per il Premio Nobel per la pace e, poco prima della caduta del Paese nelle mani dei talebani, un team di astronome ha vinto la competizione dell’Unione astronomica internazionale.
Il forte impatto delle donne nella regione e nel mondo, unito ai numerosi riconoscimenti scientifici, politici, economici, culturali e altre onorificenze, ha fatto si che, persino dopo l’occupazione dell’Afghanistan, nel 2021, la Bbc abbia selezionato 50 afghane annoverandole tra le 100 donne più influenti al mondo. Negli ultimi vent’anni, le donne afghane sono cresciute in maniera significativa in diversi campi, politico, scientifico, economico, sociale e letterario, e la loro tensione verso una consapevolezza e un illuminismo di matrice kantiana ha aperto la strada alle nuove generazioni facendo dimenticare il primo periodo buio dei talebani; fin quando le loro aspirazioni e tutti i loro sforzi sono giunti al termine, il 15 agosto 2021. Vent’anni fa a partire dal crollo del regime talebano questa cerchia di donne preparate e illuminate si è via via consolidata e vent’anni dopo con la nuova ascesa del regime talebano ha subito un terribile contraccolpo.
Da quando i talebani hanno preso il potere, numerose donne, tra cui giornaliste, giudici, militari e attiviste per i diritti umani, sono state sistematicamente uccise: un quadro completo della totale assenza di rispetto dei diritti umani. I cancelli delle scuole sono rimasti chiusi per tre milioni di studentesse e così anche le insegnanti, donne e ragazze, sono rimaste a casa. Solo un mese dopo l’occupazione dell’Afghanistan, i talebani hanno soppresso ciò che era anche un simbolo, il ministero degli affari delle Donne, degradandolo nel ministero per la Promozione della virtù e la prevenzione del vizio, mentre in seguito ad un altro provvedimento la Giornata internazionale delle donne, l’8 marzo, è stata rimossa dal calendario.
Lo sport femminile non è più considerato «né appropriato né necessario», volendo citare il capo della commissione culturale del governo talebano. Divieto di viaggiare se non accompagnate da uno Sharia mahram (membro della famiglia di sesso maschile, ndt), obbligo di coprire il volto (Hijab), università divise per sesso con obbligo, per le studentesse, di frequentare le lezioni di professori maschi nascoste da tende e mille altre leggi restrittive e primitive rischiano di trasformare le donne in esseri passivi e depressi. Una studentessa che fino a ieri si era battuta per avere il nome della madre sulla propria carta d’identità accanto a quello del padre riuscendo a far approvare il provvedimento, ora è stata privata di questo diritto fondamentale. Non ci sono più notizie di registe e giornaliste donne dopo un periodo in cui sono state costrette a coprire i propri volti, in lacrime, in diretta tv.
Secondo le statistiche dei centri di salute mentale, ad oggi la maggior parte dei pazienti sono donne che lavoravano per il precedente governo, che hanno più volte fallito il tentativo di mantenere la propria posizione nella società e che sono state respinte e allontanate quando hanno gridato e protestato. Tutte loro chiedevano giustizia e rivendicavano i loro diritti fondamentali: in risposta hanno ottenuto gas lacrimogeno e la loro definitiva sconfitta.
Tutto questo è solo una parte di ciò che la presenza dei talebani dell’ultimo anno ha inflitto alle donne. Alle madri afghane di oggi non è permesso studiare e il loro lavoro si è trasformato in schiavitù. Ogni giorno vanno incontro a violenza fisica, psicologica e verbale. Elementi come la povertà, la disoccupazione, l’analfabetismo, la mancanza di libertà d’espressione e la violenza che schiacciano l’identità delle donne si diffondono come un virus tra le famiglie afghane. Il perpetuarsi di giorni come questi rischia di portare al totale annullamento delle donne. Ben 18 milioni di donne afghane sono immerse nell’oscurità più assoluta; la sola presenza dei talebani ha messo a tacere lo slogan “uguaglianza e pace per tutti”. Queste donne circondate da povertà e violenza sono diventate madri affrante che proprio per questo rischiano di crescere dei figli ancora più malsani dei talebani stessi e allora il mondo assisterà alla miseria di una generazione un tempo sana nel mio Afghanistan.
* Traduzione a cura di Ileana Amadei
In foto, alcune ragazze afghane protestano per il diritto all’istruzione. Kabul, 2 agosto 2022
Una lastra di metallo saldata alla porta per sbarrare l’ingresso, il sequestro di documentazione e materiale di lavoro e un ordine militare che impone all’istituto di interrompere le attività: è quello che resta del raid del 18 agosto, compiuto nella mattina dalle Israel defense forces, l’esercito israeliano, negli uffici centrali di Al Haq, a Ramallah. Ad essere colpite sono state anche le sedi di Addameer, Bisan center for research & development, Defense for children international-Palestine, Union of palestinian women’s committees, Union of agricultural work committee, Union of health workers committee, anch’esse situate a Ramallah. Ognuna di queste organizzazioni non governative, con differenti specializzazioni, compie un importantissimo lavoro di mappatura e di studio che consente il monitoraggio costante delle violazioni dei diritti umani perpetrate dall’occupazione israeliana.
Shawan Jabarin, il direttore dell’ong Al Haq. Foto di Zenobia project
Le azioni militari sono avvenute nella città di Ramallah, area A dei Territori palestinesi occupati: il controllo amministrativo e di sicurezza spetta all’Autorità palestinese. Questo a sottolineare come l’esercito abbia agito fuori dalle aree a controllo militare o amministrativo israeliano. Sono, dunque, azioni svolte senza alcuna legittimità ed al di fuori dei confini in cui è prevista la giurisdizione israeliana.
Lo Stato di Israele, anche grazie al lavoro di raccolta di dati e testimonianze delle sei organizzazioni, è sotto processo presso la Corte penale internazionale dell’Aia, davanti alla quale deve rispondere per crimini di guerra contro la popolazione civile palestinese. Non è un caso che l’intensificarsi dei tentativi di criminalizzazione mediatica da parte delle autorità israeliane sia avvenuto, nell’ultimo anno, in coincidenza con l’invio alla Corte penale internazionale di report sulle condizioni di vita sotto l’occupazione israeliana. Questi report, inoltre, hanno rappresentato il fondamento per la denuncia, ripresa da diverse associazioni internazionali impegnate nei diritti umani come Amnesty international (che ha diffuso una nota congiunta sul raid contro le ong, ndr) o Human rights watch, dello stato di apartheid cui è sottoposta la popolazione palestinese.
Gli attacchi del 18 agosto, come i bombardamenti con vittime civili (bambini in particolare) su Gaza all’inizio del mese, dimostrano che le autorità israeliane agiscono, quotidianamente, consapevoli della propria impunità. Poche ore prima dei raid, peraltro, le forze armate israeliane avevano ucciso a colpi d’arma da fuoco un ventenne palestinese durante un’operazione militare nella città di Nablus.
Le organizzazioni sotto attacco rappresentano una fonte di crescita e di sviluppo per le realtà rurali palestinesi, per l’impresa locale, svolgono attività di supporto legale, si battono per la difesa della terra e delle proprietà dalle espropriazioni, monitorano l’espandersi dei settlements nei territori occupati. Organizzazioni come Al Haq sono lo strumento e il corpo della resistenza della società civile palestinese e per questo oggi sono finite nel mirino.
L’azione fa seguito alle dichiarazioni dello scorso ottobre, con cui le autorità israeliane avevano designato Al Haq e le altre cinque organizzazioni della società civile palestinese oggetto dei blitz come organizzazioni terroristiche. Questa accusa, benché non sostenuta da impianti probatori concreti, aveva provocato la temporanea sospensione dei finanziamenti cui le ong avevano accesso grazie alle partnership con istituzioni europee e internazionali.
Nelle ultime settimane, tuttavia, sia le Nazioni unite che diversi Paesi europei hanno riconosciuto l’infondatezza delle accuse mosse dalle autorità israeliane nei confronti delle sei ong in questione. Nel frattempo, il tentativo di isolamento e depotenziamento del lavoro prezioso che svolgono sul territorio palestinese è stato motivo di espansione della solidarietà internazionale diffusa nei confronti di queste ong. Tra le altre istituzioni, lo scorso 30 giugno anche la Commissione europea ha ritirato la sospensione dei fondi nei confronti delle sei organizzazioni.
A fronte dell’inconsistenza del processo per via legale ed al fallimento del tentativo di delegittimazione delle ong agli occhi della comunità internazionale, le autorità israeliane hanno proceduto all’ennesima dimostrazione di forza platealmente illegittima, praticando la scelta dell’azione militare.
Durante una conferenza stampa, i rappresentanti di Al Haq hanno fatto appello alla comunità internazionale per chiedere un impegno concreto nel richiamare Israele a revocare immediatamente la designazione delle sei ong come organizzazioni terroristiche (in aperta violazione della libertà di opinione ed espressione, e della libertà di associazione) e a stralciare le ordinanze militari con cui ha provveduto alla chiusura delle loro sedi. Forte anche l’appello nei confronti della Corte penale internazionale e degli Stati che finanziano i progetti delle ong al fine di continuare a sostenere le associazioni ed il loro lavoro. All’appello hanno aggiunto la richiesta di misure concrete, come un embargo sugli armamenti e restrizioni sul commercio, per interrompere quei flussi internazionali che alimentano e sostengono il sistema di apartheid perpetrato dalle autorità israeliane.
* In foto, alcuni attivisti appendono un poster all’ingresso della sede dell’organizzazione per i diritti umani Al Haq, a Ramallah, dopo che è stata perquisita e chiusa dalle forze militari israeliane, 18 agosto 2022
Il partito fondato da Giuseppe Civati e oggi guidato dalla segretaria Beatrice Brignone parteciperà alle elezioni nella lista di Sinistra italiana/Verdi. Per motivi che magari un giorno qualcuno ci spiegherà i simbolo di Possibile non appare all’interno del simbolo della lista.
Per uscire da questo balletto di maschere e personalismi che sta infestando questi primi giorni di campagna elettorale abbiamo deciso di dedicarci ai programmi. Sostanzialmente per due motivi: innanzitutto per valutare la piattaforma di proposte dei partiti di “sinistra” in Italia e poi – questo lo faremo nei prossimi giorni – per chiederci e chiedergli come possa accadere ogni volta che ci si divida.
Ma andiamo con ordine. Secondo il programma di Possibile (lo trovate qui) per evitare la catastrofe climatica «bisogna proseguire – si legge – con la liberalizzazione delle comunità energetiche pubblicando i decreti attuativi mancanti e promuovendone l’adozione, specie per i piccoli comuni. Aumentiamo il ritmo delle autorizzazioni, procediamo almeno a 10 GW all’anno, per rispettare il parametro del programma europeo RePowerEu».
«Una rete rinnovabile è possibile: la ricerca scientifica lo conferma, una rete di produzione dell’energia elettrica totalmente proveniente da fonti rinnovabili è possibile – scrivono nel programma – bisogna costruire un sistema multipiattaforma (fotovoltaico, eolico, solare a concentrazione, con adeguate tecnologie di accumulo di energia (non solo batterie al litio ma anche pompaggi idroelettrici, idrogeno, ecc.) da impiegare nei periodi di minor produzione. Terra, acqua, aria: in primo luogo piantare alberi, al momento sono la tecnologia migliore per sequestrare CO2 dall’aria. I centri urbani, le metropoli, vanno difese dagli incrementi di temperature e soprattutto l’acqua deve essere tutelata. Occorrono limiti stringenti per le contaminazioni da Pfas nelle acque. La mobilità nuova: è integrata, intermodale. Usa le piattaforme digitali per essere accessibile più facilmente. Le automobili devono essere ridotte. Insieme al trasporto pubblico su rotaia, urbano ed extraurbano, devono essere creati i percorsi ciclabili. Il resto della mobilità pubblica è organizzato tramite mezzi elettrici. Bisogna rivedere le disposizioni del Pnrr in tal senso».
Sul lavoro la dignità è perseguibile – si legge – attraverso il salario minimo (su cui Possibile da tempo lavora a una sua proposta di legge di iniziativa popolare): «Rimettere al centro i Ccnl anche con l’aiuto del salario minimo (unico, nazionale, stabilito dalla legge ma in base al livello dei salari come determinato dalla contrattazione) è la misura necessaria per far crescere tutte le retribuzioni, non solo quelle che sono al di sotto di quel valore». Inoltre, si propone la cancellazione dei tirocini a favore del contratti di apprendistato. Mentre il lavoro agile «deve entrare negli accordi collettivi, nei contratti, con una cornice chiara di diritti, tra cui il diritto alla disconnessione e il mantenimento dei ticket / voucher pranzo». Per la sicurezza, incrementare gli ispettori (e le ispezioni), regolare il part-time e modificare il Reddito di cittadinanza sulla scorta del documento prodotto dal comitato presieduto da Chiara Saraceno.
Ci sono poi ovviamente scuola e università e ricerca (con il ritorno al piano Amaldi), una legge subito contro l’omotransfobia, il matrimonio egualitario, piena applicazione della legge 194, congedo parentale e parità retributiva di genere. L’abolizione dei decreti Sicurezza, il ritorno al modello d’accoglienza Sprar (cancellato da Salvini), lo Ius soli senza timidezze sono tra i punti prioritari. Poi l’imposta sostitutiva sui patrimoni, maggiore progressività fiscale (mentre molti parlano di flat tax), la riforma del catasto. “Tax the rich”, insomma. Come dovrebbe fare la sinistra.
Il programma lo trovate completo qui. Forse se uscissimo da questa smisurata attenzione ai temi che piacciono solo ai liberali di casa nostra potremmo aprire un dibattito più largo. E sarebbe meglio per tutti, senza perdere troppo tempo in scissioni, liti per le candidature e favole.
Mentre le politiche europee sull’immigrazione continuano sulla linea della chiusura e della esternalizzazione delle frontiere, ripubblichiamo questo bel reportage di Elvis Zoppolato da un luogo simbolo della “Fortezza Europa”: il campo profughi di Lesbo. Con questo lavoro uscito su left.it il 18 agosto 2022 Zoppolato ha vinto il Premio Leali Young nella categoria “podcast o prodotti web”. La premiazione si terrà il 13 giugno durante l’inaugurazione del Festival del giornalismo di Ronchi dei Legionari.
C’è stato un periodo in cui sentivamo parlare di Lesbo in continuazione. Nuovi profughi in arrivo, campi sovraffollati, condizioni di vita disumane. Manifestazioni di protesta, tensioni tra i volontari e la popolazione locale, abusi della guardia costiera. Erano i titoli che dipingevano perfettamente la situazione in quella che in molti si sono immaginati come una specie di “isola maledetta”, un luogo dannato in cui testare le politiche anti-migratorie dell’Unione Europea. E poi quell’incendio a Moria, nel settembre 2020, che ha spaventato un po’ tutti. Il più grande campo profughi d’Europa bruciato nel giro di una notte, incredibilmente – per fortuna – senza portare con sé morti.
Tutto questo oggi sembra appartenere al passato, un lontano ricordo di cui è meglio sbarazzarsi invece che conservare la memoria. Poco più di un migliaio di rifugiati, condizioni di vita decisamente migliori a Kara Tepe (il nuovo campo, chiamato anche Moria 2.0), una quindicina di ong in totale rimaste sull’isola. Gli abitanti di Mitilene sono concordi nell’affermare che “ora si sta molto meglio”, anche se in verità preferiscono non parlarne più di tanto; si capisce che negli anni la situazione li ha logorati. Anche chi inizialmente era ben disposto nei confronti degli ultimi arrivati, alla lunga ha perso le speranze e assunto un atteggiamento di ostilità, complice in questo soprattutto l’aggressività del governo Mitsotakis. Nell’insieme, la consapevolezza che la propria abitazione sia conosciuta nel mondo come una prigione a cielo aperto non aiuta molto. Una reputazione che non giova all’immagine dell’isola, né tanto meno a chi possiede attività legate al turismo.
«Dopo gli accordi tra l’Ue e la Turchia del 2016 è cambiato tutto», spiega a Left Michael Aivaliotis, manager di Stand by me Lesbo, organizzazione locale che si occupa prevalentemente di istruzione. «Prima i rifugiati non stavano qui molto, un paio di settimane, poi se ne andavano verso altri Paesi. Dopo l’accordo con la Turchia hanno cominciato a rimanere bloccati sull’isola, sempre più a lungo, fino a rimanerci anche diversi anni. Così hanno cominciato ad accumularsi a dismisura e i campi profughi sono diventati sempre più sovraffollati. Moria è arrivato ad ospitare 20mila rifugiati, un campo che inizialmente era stato progettato per 3mila persone. Ora ce n’è circa 1.300, ne arrivano più o meno 50 a settimana, però nessuno sa cosa succederà domani. Nel frattempo stanno costruendo un altro campo in mezzo al nulla, e nessuno capisce perché, visto che ci sono pochi arrivi. Le cose vengono fatte quasi di nascosto, senza informare la popolazione locale».
L’accordo tra Ue e Turchia firmato il 18 marzo 2016 aveva sin da subito generato accesi dibattiti, proseguiti sino ad oggi. Il primo punto della Dichiarazione recita: «Tutti i nuovi migranti irregolari che hanno compiuto la traversata dalla Turchia alle isole greche a decorrere dal 20 marzo 2016 saranno rimpatriati in Turchia, nel pieno rispetto del diritto dell’Ue e internazionale, escludendo pertanto qualsiasi forma di espulsione collettiva. Tutti i migranti saranno protetti in conformità con le pertinenti norme internazionali e nel rispetto del principio di non-refoulement». L’accordo dunque si fonda sul postulato che la Turchia sia un Paese sicuro per i rifugiati e i richiedenti asilo e in virtù di ciò ogni migrante che arrivi in maniera irregolare sulle isole greche verrà restituito alla Turchia, dove attualmente vi sono circa quattro milioni di rifugiati.
A suscitare tutt’oggi polemiche è soprattutto il fatto che la Turchia venga considerata un Paese sicuro, mentre violenze e discriminazioni sono all’ordine del giorno. Inoltre, secondo il principio di non-refoulement, cioè di non-respingimento, sancito dall’art.33 della Convenzione di Ginevra del 1951, un rifugiato non può venire respinto «verso confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a motivo della sua razza, della sua religione, della sua cittadinanza, della sua appartenenza a un gruppo sociale o delle sue opinioni politiche». Molti però ritengono che sia proprio quanto succede in Turchia e denunciano la natura illegittima dell’accordo, che violerebbe in questo modo uno dei principi fondamentali del diritto internazionale. L’obiettivo dell’accordo – definito «deleterio per la storia dei diritti umani dell’Ue» da Amnesty international – sarebbe quello di esternalizzare i flussi migratori: fare in modo che i rifugiati non arrivino in Europa, in cambio di miliardi di euro per la Turchia.
Da qui cominciano i problemi per Lesbo che, assieme a Chios, Samos, Leros e Kos, le altre isole greche affacciate sulle coste della Turchia, è diventata l’epicentro della crisi migratoria. Dopo l’accordo infatti la Grecia ha introdotto delle misure che obbligano i rifugiati a rimanere nei campi finché le domande d’asilo non vengono accolte o respinte. Chi arriva dalla Turchia quindi è soggetto a “restrizioni geografiche” che non permettono di lasciare l’isola e recarsi nella Grecia continentale finché l’intera procedura non sia stata completata – salvo circostanze eccezionali in cui si può ottenere la revoca della restrizione. Il problema è che le pratiche per l’asilo possono richiedere anni prima di venire risolte, al termine dei quali, chi non viene ritenuto idoneo alla protezione internazionale, verrà rispedito in Turchia. Durante questi anni i rifugiati rimangono segregati nei campi, non lavorano, non hanno accesso all’istruzione e vivono in condizioni di assoluta povertà. Molti cominciano a soffrire di disturbi psichici e alcuni arrivano a togliersi la vita.
«Anche se sull’isola sono rimasti solo un migliaio di rifugiati o poco più, non significa che le cose per loro siano migliorate» ha dichiarato a Left Nikolaos Markou, responsabile della comunicazione di Lesbo solidarity. «Il sistema non riesce a integrare queste persone. Il processo di asilo, di integrazione, di alloggiamento e di inserimento nel mondo del lavoro semplicemente non funziona. Tutt’ora c’è molta discriminazione. Per fare qualche esempio: i rifugiati non possono uscire durante Pasqua e Natale perché i locali escono in questo periodo ed è meglio non importunarli. Tutti i turisti possono entrare senza Covid test ma i rifugiati no, appena sbarcati sull’isola devono farne uno ed eventualmente andare in isolamento per un mese».
E poi, prosegue Markou, «c’è la questione della solidarietà; ti racconto la mia esperienza. Appena arrivato a Mitilene, un anno fa, incontrai una persona che mi disse “se vedi qualcuno sulla spiaggia con vestiti sporchi e bagnati, non toccarlo, non aiutarlo, potrebbe essere un rifugiato”. Questo è il classico consiglio che oggi un greco potrebbe dare a un altro. Un consiglio utile per salvare se stessi perché in Grecia la criminalizzazione della solidarietà ha raggiunto dei livelli senza precedenti: si può venire accusati di traffico di esseri umani e rischiare fino a dieci anni di prigione».
Sinistra italiana e Verdi hanno presentato il proprio programma. Sì allo Ius-soli, stop alla Bossi-Fini, tassazione progressiva e investimenti green tra le proposte. Nicola Fratoianni annuncia una «patrimoniale sulle mafie attraverso la liberalizzazione della cannabis». E sul fisco, aggiunge: «Bisogna chiedere a chi ha molto di più di pagare un po’ di più». «Proponiamo di intervenire sul fisco per ristabilire un meccanismo di progressività che in questi anni è stato compresso e cancellato, e una crescita progressiva e continua dell’aliquota al crescere del reddito», spiega. E ancora: «Noi proponiamo di eliminare le patrimoniali esistenti, come l’Imu sulla seconda casa, a favore di un’unica tassazione sul patrimonio che sia progressiva».
Il programma (lo trovate qui) punta a «combattere la disuguaglianza che dilaga – dice il segretario nazionale di Sinistra italiana Nicola Fratoianni – e a dare a tutti e tutte pieni diritti di cittadinanza e di libertà». Si articola in 110 punti raggruppati per tematiche, dall’energia alla lotta alle mafie.
Primo capitolo, “Italia rinnovabile e green”: stop esportazione del gas italiano; abolizione dei sussidi fossili; spinta alle rinnovabili e no al nucleare; una legge per il clima entro i primi 100 giorni; trasformare Cdp, Sace e Invitalia in Banche per il clima; portare gli obiettivi 2030 del pacchetto Fit for 55 ad almeno il 50% di penetrazione di rinnovabili e al 45% di risparmio attraverso l’efficienza energetica; difesa e attuazione della Costituzione repubblicana e antifascista; rifiuto di ogni forma di presidenzialismo; piano di investimenti contro la dispersione idrica e un piano che acceleri la realizzazione dei sistemi di depurazione; sostegno all’agricoltura biologica e a km zero; lotta a erosione e dissesto idrogeologico, tutela delle foreste.
“Mobilità sostenibile”: rimodulare il fondo complementare del Pnrr (30 miliardi di euro) per destinarlo a investimenti sul trasporto pubblico; favorire lo smart working; dieci mesi di trasporto pubblico locale gratuito, tpl e treni regionali gratuiti per gli under 30.
“L’Italia che ama”: legge contro l’omolesbobitransfobia e l’abilismo; nuova legge sulla cittadinanza, che parta dallo ius soli e dallo ius scholae; legge sul fine vita; legalizzazione della coltivazione della cannabis per uso personale; legge che preveda all’interno delle scuole progetti e programmi che parlino di educazione all’affettività, alle differenze e al rispetto.
“L’Italia è donna”: legge sull’uguaglianza e la pari dignità familiare; estensione dei diritti e dei doveri delle coppie eterosessuali anche alle coppie dello stesso sesso; stop ai trattamenti di conversione, dette terapie riparative, che attraverso pratiche di qualsiasi natura hanno come obiettivo quello di modificare l’orientamento sessuale o l’identità di genere di una persona; divieto di interventi chirurgici e procedure non necessarie dal punto di vista medico sui bambini e le bambine intersex e piena ricezione della Risoluzione del Parlamento europeo del 14 febbraio 2019 sui diritti delle persone intersex; un piano straordinario per l’occupazione femminile e politiche e misure efficaci per le imprese femminili.
E ancora: interventi contro la disparità economica e nell’accesso alle risorse e alle opportunità; strutturare la sicurezza sul lavoro in considerazione delle specifiche differenze tra occupazione femminile e maschile; applicazione della Convenzione Ilo 190 “contrasto alle molestie, molestie sessuali e violenze sul posto di lavoro”; indennità di caregiver; congedo di maternità obbligatorio retribuito al 100% per almeno due mesi prima + sei dalla data del parto, nonché uno del padre che non sia alternativo a quello della madre e per una maggiore durata rispetto ad oggi; allontanamento del maltrattante in caso di violenza maschile contro le donne; modifica dell’articolo 1 della legge 54/2006 (sull’affido dei figli in caso di separazione, ndr); porre al centro della azione legislativa la serenità della figlia/figlio minorenne.
“L’Italia a rifiuti zero”: più raccolta differenziata, riciclo e economia circolare; piano nazionale rifiuti che consideri la termovalorizzazione solo come soluzione di ultima istanza; politiche per favorire la riduzione dei rifiuti a partire da una progettazione sostenibile.
“Lavoro”: riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario; salario minimo di 10 euro all’ora; intervenire sul Codice degli appalti per impedire che la competizione fra imprese avvenga a scapito di salari e diritti dei lavoratori; protezione del potere d’acquisto e ripristino della protezione contro i licenziamenti ingiustificati; un Piano nazionale per la prevenzione degli infortuni sul lavoro e una campagna di assunzioni nelle apposite funzioni delle Asl per arrivare entro la legislatura a triplicare il numero delle attuali ispezioni; pensione a 62 anni o con 41 anni di contributi, riconoscendo i periodi di disoccupazione involontaria, il lavoro di cura non retribuito, la maternità e pensione minima non inferiore a 1.000 euro.
“L’Italia giusta”: abolizione dell’Imu e dell’imposta di bollo sugli investimenti; lotta all’evasione fiscale; tassazione degli extraprofitti dei colossi energetici.
“L’Italia della bellezza”: no alla privatizzazione della città e dei beni comuni; bloccare l’articolo 6 del decreto Concorrenza e revisione delle cartolarizzazioni che mettono in vendita i beni demaniali; stop al consumo di suolo.
“L’Italia della biodiversità e dell’amore per gli animali”: obiettivo 30% di aree protette, delle quali il 10% a stretta protezione; adottare al più presto la proposta di norma sui pagamenti per i servizi ecosistemici e l’attuazione integrale delle norme di gestione dei siti della Rete natura 2000; abolizione della caccia; animali domestici e selvatici esseri senzienti come indicato nell’art. 9 della Costituzione; migliorare le capacità gestionali di parchi e riserve nazionali e regionali; rafforzare l’attuazione, il ruolo e la cultura della Rete natura 2000 in Italia; ridiscutere la soppressione della Forestale, istituendo un nuovo Servizio ambientale e forestale (Saf).
“L’Italia sociale”: valorizzare le periferie dotandole dei servizi necessari allo svolgimento della vita quotidiana, teatro, biblioteche, musei, parchi; destinare a verde e boschi urbani le superfici ancora non edificate nelle città; piani decentrati per l’autonomia energetica da fonti rinnovabili.
“Per un’Europa di pace e accoglienza”: istituzione del dipartimento della Difesa civile non armata e non violenta; mozione per l’adesione dell’Italia al Trattato per la proibizione delle armi nucleari (Tpnw), come Stato osservatore; istituzione dei Corpi civili di pace; rendere stabile, operativo e aperto a tutti il Servizio civile universale; possibilità di obiezione alle spese militari; trasformare l’ecocidio nel quinto reato internazionale soggetto al Tribunale dell’Aia; abolizione della legge Bossi-Fini; diritto di asilo che comprenda anche la protezione dei rifugiati climatici e ambientali; rivedere gli accordi Italia-Libia ed eliminare i finanziamenti alla Guardia costiera libica; piano europeo per le migrazioni che preveda il superamento del sistema di Dublino.
Cancellare i centri di permanenza per i rimpatri; iscrizione dei migranti ai centri per l’impiego con formula “stp” (straniero temporaneamente presente); riforma della legge anagrafica nella sezione relativa ai residenti stranieri per facilitare l’iscrizione anagrafica e il mantenimento della residenza; istituzione di albi regionali e comunali per le figure professionali di settore (interprete, mediatore culturale/interculturale, operatore dell’accoglienza); costituzione della consulta delle cittadine e dei cittadini stranieri non comunitari e apolidi e dei consiglieri comunali aggiunti a carattere elettivo; tutela famiglie transnazionali; riformare la rappresentanza parlamentare e consultiva degli italiani all’estero; incentivi per chi vuole rientrare in Italia.
“Italia della scuola”: massimo di 15 alunni per classe e recupero di spazi pubblici per nuove aule; estensione del tempo scuola e obbligo scolastico a 18 anni; gratuità dell’istruzione, dal nido all’università; creazione di Zone di educazione prioritaria e solidale nelle aree di maggiore difficoltà sociale e culturale; superamento del precariato e sulla formazione dei docenti; sostegno psicologico permanente nelle scuole; modifica del sistema di valutazione; educazione sessuale e affettiva dall’ultimo anno della scuola primaria, poi con cadenza biennale dal primo anno della scuola secondaria inferiore.
“Università e ricerca”: rilanciare l’investimento in ricerca, formazione, cultura; gratuità dell’iscrizione universitaria; governo democratico della ricerca pubblica che valuti atenei e ricerca in maniera equa; università e ricerca devono partecipare nel delineamento del Pnrr.
“Welfare e comunità”: inserimento dell’obiettivo “salute” in tutte le politiche; piano di rafforzamento strutturale del personale dipendente, con l’assunzione di complessivi 40mila operatori in tre anni; piano straordinario di investimenti pubblici per l’ammodernamento strutturale e tecnologico della sanità pubblica; promozione dei farmaci equivalenti; abolizione dei vantaggi fiscali connessi alla sottoscrizione di polizze assicurative sanitarie e alla partecipazione a fondi sanitari integrativi; sanità di prossimità e rete dei medici Sentinella per l’ambiente; creazione di un fondo per l’acquisizione degli immobili posti a garanzia di crediti deteriorati nel sistema bancario.
Limitare il fenomeno degli affitti brevi per contrastare l’emergenza abitativa; rafforzare il reddito di cittadinanza; promozione dello sport adattato e l’accesso alla pratica sportiva delle persone con disabilità; assunzione straordinaria di psicologi e specialisti della salute mentale nei sistemi sanitari pubblici territoriali, convenzionati; potenziare il servizio di psicologia scolastica e un portale per la prevenzione dell’istigazione al suicidio e all’autolesionismo; stabilità e certezza normativa in materia fiscale per il terzo settore; semplificazione delle procedure per il mantenimento dell’iscrizione al Runts (il Registro unico nazionale del terzo settore, ndr); ridurre il sovraffollamento e migliorare la qualità della vita delle persone detenute; miglioramento della qualità di preparazione del personale penitenziario; nuovo regolamento penitenziario che preveda più possibilità di contatti telefonici e visivi.
“Lotta alla criminalità organizzata e alle ecomafie”: introduzione nel Codice penale dei delitti contro gli animali; inserire i delitti ambientali previsti dal titolo VI-bis del Codice penale e il delitto di incendio boschivo tra quelli per cui non scatta l’improcedibilità; potenziare il personale di Noe (Il Nucleo operativo ecologico dei Carabinieri, ndr) e Guardie forestali; potenziare le Agenzie per l’ambiente; Patti di integrità relativi alle procedure di gara finalizzate alla stipula di contratti pubblici.
Questo reportage del 22 agosto 2022 dal quartiere di Gerusalemme Est fa luce sulla condizione in cui vivono gli abitanti, tra le tensioni esplose per gli sfratti che li minacciano.
«Da grande voglio fare l’architetto. Voglio ristrutturare questa casa e costruirne un’altra». Ali Qanibi ha 14 anni e parla seduto sul letto di una camera di pochi metri quadri che per sette mesi è stata la prigione dove ha scontato gli arresti domiciliari. Ali abita con i suoi genitori e quattro fratelli, di cui uno disabile, a Sheikh Jarrah, quartiere palestinese di Gerusalemme Est. Visto da lontano questo quartiere è una distesa di case fatiscenti, eppure sulla proprietà di questi metri quadri si gioca da anni una partita che va ben oltre una banale disputa immobiliare. Da un lato, famiglie palestinesi che abitano quelle case da 50 anni, e dall’altro lato, Nahalat Shimon, un’organizzazione radicale religiosa di coloni israeliani che le vuole sfrattare sostenendo che la proprietà sia di famiglie ebree che erano lì prima del 1948.
Il quartiere è militarizzato dal giorno in cui, lo scorso febbraio, Itamar Ben Gvir, parlamentare di estrema destra sionista, ha allestito un suo ufficio improvvisato sotto una tenda con la bandiera di Israele, nel giardino di una delle 25 famiglie sotto sfratto. Ben Gvir ha accusato la polizia di non aver reagito a presunti attacchi incendiari in una casa di coloni a Sheikh Jarrah, a seguito dei quali gruppi di coloni hanno sparato e lanciato sassi contro le case palestinesi.
Ali Qanibi, 14 anni, abitante del quartiere Sheikh Jarrah di Gerusalemme Est, a lungo tenuto agli arresti domiciliari dalle autorità israeliane
«Non sono stato io a bruciare la sua macchina!» dice Ali guardando fuori dalla finestra che è stata la sua unica apertura sul mondo per molti mesi. «Il colono mi fotografava mentre guardavo fuori, mi arrabbiavo ma non potevo fare niente, alla fine chiudevo la finestra e rientravo. Mi mancava l’aria». L’unico sollievo per Ali, durante il periodo dei domiciliari, erano i suoi quattro amici, residenti nel quartiere. Oggi sono tutti in carcere denunciati dallo stesso colono, vicino di casa. «A Sheik Jarrah le famiglie sono sottoposte a una grande pressione psicologica», aggiunge Rateeb, abitante palestinese del quartiere, «e i nostri figli crescono sotto la costante minaccia dello sfratto».
Una realtà che produce tensione, contro la quale provano a opporsi anche alcuni attivisti ebrei, che manifestano a fianco dei residenti palestinesi ogni venerdì mattina. Shula Treves è una giovane studentessa ebrea e ci guida la mattina successiva in manifestazione. «È ovvio che è una questione politica», spiega. «Non si parla veramente di chi fosse proprietario della casa ottant’anni fa, ma si sta decidendo cosa ci sarà a Gerusalemme nei prossimi anni: se i quartieri palestinesi potranno a rimanere tali o se ci vivranno sempre più ebrei per impedire che Gerusalemme venga rivendicata come capitale anche dai palestinesi». La tensione durante le manifestazioni è aumentata la scorsa primavera, dopo che la Corte suprema israeliana ha congelato gli espropri di alcune famiglie, in attesa di una ulteriore verifica sulla validità dei certificati di proprietà.
Un momento di una manifestazione per i diritti del popolo palestinese
Da lati opposti di una strada sventolano bandiere palestinesi e israeliane. Da una parte, gli attivisti palestinesi ed ebrei, dall’altra, i coloni e i simpatizzanti di estrema destra che urlano ai manifestanti ebrei: «Terroristi! Voi state con i terroristi!». In mezzo a una distesa di bandiere israeliane, si legge un cartello: «Corte suprema, cancro di Israele».
Jeff Halper partecipa a manifestazioni come questa da tutta la vita. Ebreo israeliano di origini americane è un attivista politico co-fondatore del Comitato israeliano contro le demolizioni delle case palestinesi. Nel 2006, venne nominato al Nobel per la Pace, insieme a Ghassan Andoni, intellettuale palestinese. «Vogliamo che i palestinesi sappiano che ci sono ebrei che vogliono la coesistenza», spiega Halper. «Da quando è iniziata l’occupazione nel 1967 – aggiunge – gli israeliani non possono andare nelle città palestinesi e viceversa, quindi qualsiasi giovane palestinese sotto i 50 anni non conosce gli ebrei. Gli unici ebrei che hanno mai visto sono o i coloni, che li attaccano, o i soldati, che pure li aggrediscono in modo violento».
Jeff Halper, attivista politico co-fondatore del Comitato israeliano contro le demolizioni delle case palestinesi
Mentre procede la manifestazione ci dicono che Alì è stato nuovamente arrestato. La madre sulla soglia di casa è disperata: «La polizia è venuta a prenderlo nella notte, lo hanno bendato, ammanettato e lo hanno portato via. Ho chiesto “dove lo portate?” e mi hanno risposto “nella Camera numero 4 per l’interrogatorio!”, ma non hanno voluto dirmi perché».
Ali mostra i lividi sui polsi, legati da delle fascette di plastica, un bozzo sulla testa e un livido in faccia. «Mi hanno tenuto nella stanza degli interrogatori e ogni tanto qualcuno veniva a picchiarmi. Avevo la faccia contro il muro e mi hanno dato un calcio nel fianco. Ho chiesto perché ero stato arrestato e mi hanno detto “per il caso della macchina”. Il giudice in tribunale ha riconosciuto che il caso era lo stesso (per cui già era stato arrestato, ndr) e non c’erano prove nuove e mi ha lasciato andare, con altri tre giorni di domiciliari».
Le modalità di arresto di Alì non sono un caso isolato. Secondo l’associazione Defence for children international, tre minori palestinesi su quattro vengono picchiati dalle forze armate durante la detenzione. Questa associazione palestinese per i diritti dei minori è una delle sei ong dichiarate “organizzazioni terroriste” dal governo israeliano ad ottobre 2021, quando sedici difensori dei diritti umani sono stati incarcerati. Contro questa decisione, a fine febbraio scorso, si è pronunciato l’Alto commissariato per i diritti umani delle Nazioni unite (Ohchr) che esprime preoccupazione per «gli sforzi intrapresi per mettere a tacere i difensori dei diritti umani dei palestinesi nei Territori Occupati», chiedendo al governo di Tel Aviv di archiviare le accuse contro le ong per assenza di prove concrete.
Sempre le Nazioni Unite denunciano che da gennaio a giugno 2022, esercito e polizia israeliani hanno ucciso oltre 60 palestinesi in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, il 46% in più rispetto alla prima metà dello scorso anno. Tra questi i responsabili degli attentati compiuti in Israele tra marzo e maggio che hanno causato 18 morti.
«I giovani ebrei e palestinesi crescono senza conoscersi, ma nell’educazione alla violenza, cosa lasciamo dietro di noi?» si chiede Avner Gvaryahu, ex sergente di una squadra di cecchini, membro di Breaking the silence, una ong di soldati israeliani che hanno servito nell’esercito nei Territori occupati, partecipando ad azioni militari che li hanno segnati profondamente. «Ci lasciamo dietro più odio e più rabbia», dice Avner. «Dopo molti anni di servizio posso dire che l’occupazione non riguarda la sicurezza di Israele, ma il controllo dell’intera popolazione civile palestinese. Non vuol dire che non ci siano minacce per i cittadini israeliani, ma è una menzogna pensare che il nostro modo di agire serva a migliorare la sicurezza in Israele. È il contrario. Mantenere un controllo militare indiscriminato su tutta una popolazione civile e l’espansione delle colonie, sono attualmente le più grandi minacce allo stato di Israele».
«Molte organizzazioni umanitarie e il Relatore speciale delle Nazione unite lo definiscono un regime di apartheid», spiega Jeff Halper. «Lo hanno dichiarato lo scorso anno la ong israeliana B’Tselem e Human rights watch e quest’anno anche il report di Amnesty international, che estende l’accusa di apartheid a tutto il territorio di Israele. L’apartheid è necessario per mantenere uno Stato ebraico in un territorio in cui la maggioranza della popolazione è palestinese», conclude. Le reazioni governative al report di Amnesty sono state molto dure, accusato di antisemitismo e di aver dato voce ad associazioni terroriste. Contro gli attacchi subiti da Amnesty, quindici ong israeliane hanno firmato una lettera di solidarietà e preoccupazione per i continui attacchi governativi alle associazioni per i diritti umani.
Il 22 agosto alle ore 23.15 è andato in onda su Rai Tre il reportage “Terra promessa” di Chiara Avesani e Matteo Delbò, l’ultima puntata del programma “Il fattore umano”, una serie di racconti giornalistici dedicati alle violazioni dei diritti umani nel mondo. “Terra Promessa” racconta la difficile convivenza tra palestinesi e coloni israeliani in alcune zone come Hebron o Gerusalemme e mostra le due facce di questa che è una “Terra promessa” per tutti, sia per gli arabi che per gli ebrei. Da un lato gli israeliani colpiti a marzo scorso da una nuova ondata di attentati che hanno determinato il rafforzamento delle misure antiterrorismo, dall’altro i palestinesi i cui diritti troppo spesso non vengono rispettati proprio in nome della sicurezza del Paese.
* In alto e nell’articolo, alcune foto di Matteo Delbò
«Questo è un programma diverso da quello degli altri partiti che si presentano alle elezioni del 25 settembre. È l’unico programma pacifista e contro le guerre, per la fratellanza universale, la giustizia sociale, economica ed ambientale, contro corruzioni e mafie. È un programma che considera prioritaria l’attuazione della Costituzione italiana, e non più solo la sua difesa. È un programma che non parla a chi ha grandi ricchezze, potere e privilegi, ma al Paese reale. Un programma che si occupa dei bisogni essenziali di chi lavora ogni giorno (spesso troppe ore per troppi pochi soldi), di chi vorrebbe lavorare ma il lavoro non l’ha più, di chi è preoccupato per i prezzi delle bollette che aumentano. È un programma scritto per chi aspetta troppo tempo per essere curato, intrappolato nelle code infinite della nostra sanità maltrattata. Per chi dopo quest’estate rovente è seriamente preoccupato per la salute del pianeta e per il futuro dei propri figli. Per chi è contrario alla guerra, e vuole un impegno serio per una soluzione diplomatica. Per chi pensa che le enormi disuguaglianze sociali del mondo di oggi siano tanto ingiuste quanto inefficienti per l’economia. Per chi è rimasto senza lavoro a causa della chiusura o delocalizzazione di un’impresa. Questo programma è per la maggioranza sociale del nostro paese, per costruire insieme l’Italia di cui abbiamo urgentemente bisogno e ricominciare a guardare con fiducia al futuro. È stato scritto dalla società civile insieme al contributo di tanti esperti, e si compone di 120 proposte organizzate in 12 capitoli:
1. Ricompensare e rispettare il lavoro
2. Lottare per la sicurezza economica e contro la povertà
3. Perseguire la pace e la democrazia in Europa e nel mondo
4. Migliorare la sanità e la pubblica amministrazione
5. Ridare dignità all’istruzione e investire nella ricerca e nella cultura
6. Fermare l’autonomia differenziata e salvaguardare i beni comuni e i servizi locali
7. Trasformare il sistema energetico e dei trasporti per attuare una vera riconversione ecologica
8. Proteggere l’ambiente e sostenere l’agricoltura
9. Ricostruire la nostra industria favorendo un nuovo modello di sviluppo
10. Tassare di meno chi ha poco e di più chi ha tantissimo
11. Combattere contro le mafie e garantire una giustizia equa
12. Far crescere i diritti e le libertà Sono proposte ambiziose, ma necessarie per affrontare i problemi di lungo corso del nostro paese e le nuove emergenze degli ultimi anni. È un programma visionario ed allo stesso tempo concreto, che considera prioritario il diritto alla felicità».
Sono le righe iniziali del programma di Unione popolare (lo trovate qui) l’altro polo di cui pochi parlano perché torna comodo a molti raccontarlo come l’ennesimo “partitino” che corre senza troppe possibilità alle elezioni, mentre altri partiti inesistenti (il partito di Tabacci, ad esempio, scommetto che nessuno sa come si chiami) vengono trattati con i guanti di velluto perché portano acqua ai fratelli maggiori.
Tra le cose che mi hanno colpito – io lavoro con le parole – è il “diritto alla felicità” che sovverte quel “dovere della fatica” che certi presunti liberali nostrani – che sono solo liberisti – usano come mantra per dirci che “non c’è alternativa”, ispirandosi a Margaret Thatcher che solo da noi può essere usata come modello di futuro senza provare un po’ di vergogna.
Non è il diritto alla felicità il punto di programma di ogni partito che voglia essere di sinistra? Un dignità felice che garantisca a chiunque la realizzazione – attraverso ciò che fa e ciò che può fare – è quel professionismo pensato dai padri costituenti: professare i propri valori nel proprio mestiere e ricevere un salario adeguato alla persona, oltre che al reddito.
Poiché questa campagna elettorale fatica a decollare sui programmi, inchiodata com’è sulle maschere politiche, cominciare a parlare di programmi porta una ventata di democrazia sana, di confronto utile, di campagna elettorale da Paese che tiene a sé stesso. Comunque la si pensi.
Buon mercoledì.
* In foto, la presentazione del simbolo di Unione popolare davanti a Montecitorio, alla presenza dei dirigenti di Rifondazione comuniste, Potere al popolo e Dema e delle parlamentari di Manifesta. Immagine tratta dalla pagina Facebook di Unione popolare
Può un romanzo riportare al centro dell’attenzione una questione dolorosa e colpevolmente sottaciuta come quella dell’Afghanistan, a un anno dalla caduta di Kabul, il 15 agosto 2021, ad opera dei talebani? Sì, ed è quello che è riuscito a fare Maurizio Maggi con il suo nuovo libro, Il caso Karmàl, pubblicato di recente da Bollati Boringhieri.
La storia raccontata da Maggi prende spunto da un fatto di cronaca realmente accaduto, l’assassinio di Nadia Anjuman, «morta a venticinque anni per una poesia», cui il romanzo è dedicato, e si presenta quasi come un libro giallo, nel quale compare come protagonista un poliziotto Alì Zayd, capace ma moralmente traviato, seguito come un’ombra dal suo assistente Umar, che indaga sulla morte, apparentemente banale, di una donna addetta alle cucine di una base militare italiana, Nadia Karmàl, rivela Maggi a proposito del suo libro.
L’indagine porterà Alì a scoprire un volto nascosto e scomodo del suo Paese, di come era e di come potrebbe ancora essere, di un Afghanistan democratico che la sua generazione ha rimosso, ma che continua a esistere e a resistere, nonostante la ferocia del regime talebano, grazie all’attività clandestina di Ong come l’Associazione rivoluzionaria delle donne afgane (Rawa) sostenute dal Coordinamento italiano sostegno donne afgane (Cisda), che da tempo si batte per la libertà e i diritti delle donne dell’Afghanistan, con cui Maurizio Maggi collabora.
E, in fondo, Maggi con il suo romanzo, raccontando attraverso i suoi protagonisti le vicende di un Paese dolorosamente dilaniato, intende proprio assumere un impegno militante che squarci una inaccettabile coltre di silenzio e inviti tutti a riflettere su cosa sia possibile fare per sostenere un popolo che da troppi anni vive senza pace e diritti: “Morire senza una storia è il modo meno dignitoso di lasciare questo mondo” è l’amara riflessione di Alì. Se ogni libro ha una domanda, questo si chiede: come può ognuno di noi lasciare un segno a chi verrà?
Ecco, di seguito, un breve estratto dal primo capitolo del libro Il caso Kàrmal di Maurizio Maggi.
La prima volta che mi parlarono delle ragazze scomparse fu in un cupo pomeriggio ad Herat: la tempesta di sabbia in arrivo dal deserto persiano dava al cielo il colore del sangue rappreso. La mente corse subito a quel posto in Messico. Ciudad Juàrez dove c’erano state più di quattromila vittime, e solo di una su dieci si era trovato il cadavere. Ma quelle donne lavoravano fuori casa e rientravano la sera, da sole e con il buio: erano facili prede. In Afghanistan era un’altra faccenda. Cento persone non spariscono da un momento all’altro senza testimoni o senza lasciare traccia. In una zona rurale oltretutto, dove le donne quasi non escono di casa se non per andare al pozzo a prendere acqua. E sempre in gruppo, anche perché è l’unico momento in cui possono stare fra loro fuori dalla famiglia: era difficile crederci, non avevo mai sentito nulla del genere. Ma ciò che chiamiamo sorprese spesso sono solo la conseguenza della nostra distrazione. Come la tempesta in arrivo: era prevista, eppure ci aveva colti alla periferia nord della città, lontani da casa, come una comitiva di sprovveduti turisti occidentali…
Il Partito democratico approva le sue liste. Bastano pochi minuti, una rapida osservazione, per capire innanzitutto che oltre a questa pessima legge elettorale (di cui tutti si lamentano e che quasi tutti hanno votato) anche la riduzione dei parlamentari è stata un duro colpo. Ricordate quando dicevano che la riduzione del numero dei parlamentari avrebbe garantito «un innalzamento della qualità degli eletti»? Ai tempi da queste parti ci siamo permessi di scrivere che si trattasse di un’idea senza nessun fondamento. Era facile prevedere che meno parlamentari eletti significasse premiare ancora di più la fedeltà al proprio capo di partito rispetto alla qualità. È andata così.
Gli stessi parlamentari che hanno tentato di rivenderci come digeribile il Rosatellum e che hanno esultato per il taglio del Parlamento oggi sono in radio e in televisione per spiegarci quanto sia difficile. Per un risparmio ridicolo (e per appoggiare un populismo bipartisan) hanno spinto una riforma di cui oggi si lamentano. Ma fate davvero?
Ieri il Partito democratico ha varato le sue liste e il cosiddetto terzo polo (che poi sarà il quarto nella migliore delle ipotesi) ha sfidato il senso del ridicolo passando tutto il giorno a contestare le scelte di Letta, ovviamente aiutato dalla propaganda social della bestiolina di Renzi & co. (solo apparentemente più urbana di quella di Salvini) che ha passato tutto il giorno a buttare merda nel ventilatore (eh sì, il “polo della serietà”). I terzopopulisti hanno una strategia elettorale invidiabile: vogliono prendere voti di mostrando che sarebbero bravissimi a dirigere un partito che però non è il loro. E così hanno passato tutto il giorno (e ci aggiungeranno anche la giornata odierna) a spendere lacrime e indignazione per i loro ex amici che non hanno trovato posto in lista. La reazione più facile sarebbe dirgli “cari Renzi e Calenda candidateli voi, no?” ma poi gli toccherebbe fare i conti con le proporzioni, ci si accorgerebbe che stiamo trattando una pozzanghera centrista come se fosse un partito vero e crollerebbe tutta la narrazione.
Ma cosa ha scatenato l’isteria nel Pd? Semplice: la corrente dei renziani indefessi che non si fidano di Renzi e quindi non l’hanno seguito in Italia viva è stata sensibilmente ridimensionata da Enrico Letta. I cosiddetti “riformisti del Pd” in realtà sono gli appartenenti alla corrente “Base riformista” che Luca Lotti e Lorenzo Guerini hanno eretto come monumento equestre in onore del loro capo Matteo quando il Partito democratico aveva una classe dirigente che proveniva da un raggio di 10 chilometri e una manciata di oratori. Ora Lotti sembra che sia stato fatto fuori (ma il Paese, il Parlamento e il Pd hanno davvero bisogno di Luca Lotti? Per quale recondito motivo?) e Lorenzo Guerini ha perso il suo abituale aplomb per aprire finalmente bocca – lui che aveva perso la parola per rispondere alle critiche sul vergognoso innalzamento delle spese militari – per difendere il suo compagno di catechismo.
Poi ci sono le liste e qui si potrebbe aprire un capitolo a parte: la ricandidatura di Pier Ferdinando Casini può bastare da sola per smontare la retorica del rinnovamento – fa il paio con quella di Fassino – e i “nomi forti” che dovrebbero essere Crisanti e Cottarelli lasciano più di qualche dubbio. Abbiamo (giustamente) passato giorni a criticare la sovraesposizione dei virologi attratti dal miele della politica in riferimento a Bassetti e intanto Crisanti aveva già firmato le carte.