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«Ora semplicemente non viviamo più». Voci dall’Afghanistan, un anno dopo

«Come possiamo non amare l’Afghanistan?» È già buio a Kabul, mentre Jamilah (nome di fantasia per proteggere l’intervistata) descrive con dolcezza il paesaggio afgano. «Non c’è niente di più speciale dell’aria pulita delle nostre montagne». Cerca le parole giuste, con cura. Poi sospira, lasciando un attimo di silenzio. Vuole farmi respirare quella freschezza insieme a lei, ma a Roma è ancora giorno e il caldo afoso rende difficile ogni tentativo di immaginazione. La connessione è intermittente, le parole di Jamilah arrivano spezzate. Cerco degli odori, dei sapori, delle tracce che mi permettano di capire un po’ dell’Afghanistan che racconta. E che vuole lasciare: «Le mie giornate passano con un unico pensiero costante. Andarmene via da qui con la mia famiglia».

La cucina di Reha e Anush profuma di kabuli palau. Carote, carne e uvetta ricoprono un vassoio di riso in mezzo al tavolo. Ogni chicco del piatto tipico afgano fa da aggettivo alle parole di Reha. Sta imparando l’italiano, ma preferisce parlare in pashto. È originaria della provincia di Paktika; la sua famiglia è per lo più pashtun. «Non capita spesso che pashto e persone che parlano dari si sposino», dice e guarda Anush mentre tiene in braccio il figlio di pochi mesi, nato in Italia. Lasciando Paktika si è presto spostata a Kabul dove ha studiato sociologia. È lì che ha conosciuto Anush, che insieme a lei fa parte di Hambastagi, il partito afghano della solidarietà, una forza politica laica, interetnica e democratica.

E poi di nuovo verso nord, da Kabul a Takhar, provincia di cui è originario Anush. Lì hanno vissuto per anni, prima della loro fuga verso Kabul nell’agosto 2021. «Pensavamo di essere sicuri almeno nella capitale, non ci aspettavamo che i talebani arrivassero così velocemente. Io ho lavorato a lungo per la difesa dei diritti umani, collaborando anche con associazioni straniere. Quindi non abbiamo più avuto scelta. Accettare il rischio o andarsene. Dopo la presa di Kabul del 15 agosto, molte persone sono state uccise, torturate o costrette a vivere in clandestinità. Ed è tutt’ora così». È da un anno che Reha è arrivata con la sua famiglia in Italia: è da un anno che la Repubblica islamica dell’Afghanistan di Ashraf Ghani è stata sostituita dall’Emirato islamico dei talebani.

Dopo il ritiro definitivo delle forze statunitensi e Nato dall’Afghanistan, il 7 settembre scorso è stato annunciato dai talebani un governo ad interim, monoetnico pashtun e interamente composto da uomini. Governo non riconosciuto dalla comunità internazionale. «La situazione è cambiata completamente. Come il cielo e la terra» ci spiega Jamilah. «Prima non sapevamo se saremmo tornati vivi o no a casa. Ora semplicemente non viviamo più. Non possiamo permetterci niente, tutto costa troppo. Le ragazze e le donne non escono e se escono devono indossare l’hijab. I mendicanti sono sempre di più, chiedono anche solo un pezzo di pane».

Jamilah ha 47 anni, ha sei figli, ma solo tre vivono ancora con lei e il marito. Mariam e Maliah (anche questi nomi di fantasia) sono sedute nel salone mentre ascoltano la chiamata in vivavoce e a volte sussurrano qualcosa alla madre. Mariam ha 18 anni, la mattina si alza, fa colazione, pulisce casa, scherza o litiga con la madre a seconda dell’umore. Non va a scuola da un anno. Jamilah parla dei figli con apprensione: «I miei figli qua non hanno futuro, voglio portarli fuori da questo Paese. Le mie figlie…vogliono un futuro». La voce in sottofondo di Mariam interrompe la madre: «Mariam vuole diventare dottoressa». Allora anche Maliah, la più piccola della famiglia, sussurra che vuole fare l’insegnante. L’educazione è preclusa alle ragazze dopo i sei gradi della scuola primaria (ossia dopo i 12 anni, ndr), ad eccezione di poche province. Più volte nel corso dell’anno sono state organizzate proteste per la riapertura delle scuole secondarie femminili. Lo scorso mese è stata lanciata una campagna sui social media, mentre a Herat alcune ragazze hanno allestito una mostra di pittura per rivendicare il diritto all’istruzione. Alle critiche che arrivano dagli afgani e dalla comunità internazionale, il governo talebano adduce giustificazioni legate a “questioni religiose”, asserendo la necessità di adattare il curriculum formativo ai valori islamici, assumere insegnanti donne e creare ambienti “sicuri” e separati tra i sessi.

Maliah non sa se potrà continuare a studiare: «Ho dodici anni, quindi è l’ultimo anno in cui posso andare a scuola. Ma spero tanto che le cose vadano meglio e di poter diventare una professoressa. Così i miei studenti diventeranno brave persone». Nel frattempo in videochiamata Ishan (ancora un nome di fantasia), il fratello maggiore, traduce le parole della sorella. Ha 22 anni ed è da quattro anni che ha lasciato l’Afghanistan. È richiedente asilo in Europa dopo un lungo viaggio di confine in confine. «No tu non vuoi essere un’insegnante, ma dieci insegnanti», dice Ishan a Maliah e tutti scoppiano a ridere. Non capisco subito la battuta, ma la risata della famiglia è contagiosa. Poi Jamilah si ricompone e poco dopo Ishan esprime a voce alta i suoi dubbi; difficile dire se scherzi o no: «Forse non dovremmo ridere in un’intervista sull’Afghanistan» ed esorta la madre a continuare. Non è preoccupata solo per le figlie, ma anche per il figlio sedicenne, l’unico figlio maschio ancora a Kabul. «È giovane, le idee dei talebani potrebbero influenzarlo e non voglio che succeda». Secondo Jamilah sono tanti i ragazzini che tra i 14 e i 16 anni si uniscono ai talebani. Non importa che governo ci sia, lavorare con il governo garantisce una minima entrata, sostiene.

La crisi economica che sta vivendo l’Afghanistan ha conseguenze disastrose sulla popolazione, che stava affrontando una crisi umanitaria già da prima dell’agosto scorso. Le sanzioni internazionali hanno isolato il Paese, messo in ginocchio da quarant’anni di guerra e dipendente dagli aiuti umanitari esterni. Il congelamento delle riserve afgane all’estero e il blocco dei trasferimenti economici ha portato alla crisi finanziaria, e quindi alla crisi di liquidità e all’aumento dell’inflazione. «Ho un unico pensiero appena mi sveglio. Cosa mangiamo oggi? Quanti soldi abbiamo? E poi cerchiamo di comprare quello che possiamo, prima che aumenti ulteriormente il costo. Se non avessimo Ishan che ci aiuta non so come faremmo a sopravvivere» racconta Jamilah. Ishan si incupisce mentre traduce. E si spiega poco dopo: «La speranza delle nostre famiglie è riposta completamente su di noi, in Europa». Ma non tutti hanno qualcuno che li supporti fuori dall’Afghanistan.

«Molte famiglie mandano i propri figli a lavorare per sfamarsi. Anche lontano da casa». Le parole di Jamilah confermano quel che riporta Save the children nel report pubblicato lo scorso 8 agosto, intitolato Punto di rottura: la vita per i bambini a un anno dalla presa di controllo dei talebani. Il 25 per cento dei bambini afgani lavora per apportare qualche entrata in casa, un bambino su dieci si allontana dal nucleo familiare per cercare una qualche forma di impiego, mentre a più del 5% delle bambine viene chiesto di sposarsi per supportare la famiglia.

L’insicurezza alimentare diffusa nel Paese non è conseguente solo ai recenti cambiamenti politici e all’instaurazione del nuovo regime. La comunità internazionale è pienamente responsabile della fame della popolazione afghana. Oltre a quarant’anni di guerra a cui direttamente o indirettamente hanno preso parte i governi occidentali e la Nato, a colpire l’Afghanistan sono anche gli effetti dello sviluppo non sostenibile alla base del sistema economico capitalista. Secondo quanto riporta Afghanistan analysts network, tra i dieci Paesi più vulnerabili alla crisi climatica e ambientale, vi è l’Afghanistan. Nell’ultimo mese molte province sono state colpite da alluvioni che hanno distrutto case, provocando morti e sfollati. Ettari di terreno agricolo e infrastrutture quali ponti, ospedali e scuole sono stati spazzati via da ingenti precipitazioni e piogge. Lo scioglimento dei ghiacci e delle nevi hanno influenzato il flusso dei fiumi, alternando periodi di piena a lunghi periodi di bassa portata e quindi di siccità.

«Quando parliamo con gli amici, nessuno di noi spera più di vedere un Afghanistan felice. Forse solo i figli dei figli dei nostri figli vivranno un Afghanistan con meno problemi e senza conflitti. Forse». Jamilah risponde alle parole di Ishan, ancora più sconfortata: «Ho vissuto quarant’anni di guerra. C’erano, ci sono e ci saranno sempre problemi. Non ho più speranza». Ishan sorride, sorpreso di aver ricoperto il ruolo dell’ottimista tra i due. Improvvisamente la connessione cade. Con Ishan rimaniamo d’accordo di provare a richiamare la famiglia più tardi, ma sarà impossibile riuscire a ricontattarli fino a due giorni dopo. Nel frattempo fonti locali avvertono dell’assenza di internet a seguito di attentati nei quartieri ovest di Kabul.

«La situazione è ottima ora, possiamo uscire di casa senza avere paura». Emran (nome anche questo di fantasia) ha 24 anni. Gira la videocamera e mostra il suo gatto e il suo cane nel giardino di Kabul. Fa caldo e riposano all’ombra. Le sue parole stonano con le notizie della settimana. Sono i giorni precedenti all’Ashura, importante cerimonia per la comunità sciita. Nel fine settimana del 6 e 7 agosto, sono 120 i morti e feriti a seguito delle esplosioni rivendicate dall’Isis Khorasan (Isis-K), branca locale dello Stato islamico, come riporta la missione di assistenza delle Nazioni unite in Afghanistan Unama. Già a giugno, la missione aveva pubblicato un report secondo il quale sarebbero 2.106 le vittime civili (700 morti e 1406 feriti) tra il 15 agosto 2021 e il 15 giugno 2022 causate da ordigni inesplosi (tra le vittime di questo tipo di armi, il 71% sono bambini) o a seguito di attacchi rivendicati o attribuiti a Isis-K. «In molti casi i target principali sono le minoranze etniche e religiose, ovvero gli Hazara sciiti, gli sciiti in generale e musulmani sufi» si legge nel report.

Mentre parla in videochiamata Emran si avvia verso l’alimentari sotto casa: «Da quando ci sono i talebani, la sicurezza è garantita. Ora chiunque può fare una passeggiata senza preoccuparsi troppo». Eppure non è un caso che il titolo del nuovo report di Amnesty international sia Death in slow motion. Women and girls under taliban rule (in italiano “morte a rallentatore. Donne e ragazze sotto il regime talebano”).

«Se c’è la guerra o no mi importa poco. Non posso vedere i miei amici, le mie giornate trascorrono dentro casa», dice Mariam e poi passa di nuovo il telefono alla madre Jamilah. Sono trascorsi due giorni prima di riuscire a stabilire un contatto. «Possiamo andare fuori solo in caso di necessità. Con l’hijab, in modo tale che appaiano solo gli occhi e il volto sia coperto. Non possiamo andare sole oltre 78 km e quindi nemmeno fuori dall’Afghanistan; non possiamo salire su macchine o taxi senza essere accompagnate da un guardiano, mahram», spiega Jamilah.

L’esclusione delle donne e ragazze dalla vita pubblica è iniziata fin dall’instaurazione del governo ad interim completamente maschile e seguita da numerosi decreti che hanno limitato l’accesso delle donne all’istruzione, al mondo del lavoro e più in generale alla vita quotidiana. Sono rari i casi in cui le donne afghane sono riuscite a mantenere il proprio impiego. «Non ho più una routine, il tempo passa e basta» dice Mariam. Anche nelle televisioni e nei media le donne appaiono sempre meno. Dall’agosto 2021, il 76,19% delle giornaliste ha perso il proprio impiego, secondo quanto denunciato in un dossier di Reporters without borders. Attività sportive e ricreative sono proibite per la popolazione femminile, che si trova a passare intere giornate in casa. Aumentano così le probabilità di violenza domestica, ma la dissoluzione di strutture atte alla difesa dei diritti delle donne, e quindi alla loro salute, ha reso impossibile denunciare la violenza subita per timore e per assenza di rifugi sicuri e di tutela.

Con il nuovo decreto del 7 maggio scorso, il ministro della Prevenzione del vizio e la promozione della virtù ha reso l’hijab obbligatoria negli spazi pubblici, sancendo definitivamente l’invisibilità della popolazione femminile, a cui era già stata proibita l’apparizione in film e altre attività artistiche. «Anche gli uomini più aperti sono confusi su come comportarsi rispetto al nuovo ordinamento sul’hijab» commenta Silvia Ricchieri del Cospe, associazione di cooperazione internazionale a lungo attiva in Afghanistan. Infatti, secondo il decreto verranno puniti gli uomini “responsabili” delle donne che non adempiranno alle regole relative all’abbigliamento. Mariti, padri e fratelli vengono messi contro le donne della propria famiglia. La distanza tra uomini e donne aumenta, e quindi la comprensione reciproca.

«Se usciamo per fare una passeggiata con tutta la famiglia, non sappiamo dove andare. Molti luoghi pubblici, come i parchi, sono frequentabili solo in maniera alternata: alcuni giorni sono per le donne e altri per gli uomini», racconta Jamilah. Quando va al parco vede impiegati talebani che controllano l’area. «Non ho capito, loro non sono uomini? Solo i nostri mariti e figli sono uomini?» chiede, alzando la voce. Jamilah ha parlato solo una volta con un giovane talebano, quando è andata a ritirare l’attestato scolastico del figlio. Per il resto rimangono figure piuttosto oscure, poco comprese e di cui ha paura. È la seconda volta che Jamilah vive sotto il regime talebano. Le figlie ne hanno sentito parlare fin da appena nate. «Sapevo che erano molto pericolosi. Ero spaventata, ma ora che li vedo tutti i giorni è diventato normale per me» dice Maliah. Le diverte molto truccarsi, fin da quando è piccola. Le dispiace che, ora che diventerà più grande, non potrà truccarsi in pubblico. Ripensa un po’ alla sua vita prima del regime, poi continua: «Finché senti parlare delle cose, ne hai tanta paura, ma una volta che le vivi quotidianamente, diventa tutto normale». Maliah ha impiegato poco tempo a normalizzare la situazione di paura e repressione in cui vive.

Ma, nonostante la violenza selettiva del governo talebano scoraggi ogni tentativo di cambiamento, qualcuno resiste alla normalizzazione. A pochi giorni dall’anniversario della presa di Kabul, il 13 agosto, alcune donne sono scese in piazza a manifestare nella capitale rivendicando il diritto all’istruzione e alla partecipazione sociale e politica. Pane, lavoro e libertà. Mentre urlano il loro slogan, le manifestanti vengono disperse con spari in aria da parte dei talebani. Poche ore dopo la protesta, arrivano già notizie di arresti da fonti locali, tra cui anche giornalisti e giornaliste.

Le misure volte alla repressione, alla censura e alla limitazione del dibattito interno rendono estremamente pericolosa ogni forma di reazione da parte della popolazione afghana. Nel report di Unama vengono denunciate esecuzioni extragiudiziali, torture, detenzioni e arresti arbitrari non solo a danno dei membri del forze armate del precedente governo, ma anche di giornalisti e attivisti. I dati dell’analisi di Reporters without borders parlano con chiarezza. Dei 547 organi di informazione presenti un anno fa nel Paese, 219 hanno cessato le proprie attività nel corso degli scorsi mesi. Ad oggi si contano 4.759 giornalisti rispetto ai 11.857 censiti prima dell’arrivo del regime talebano.

«Ora in Afghanistan l’accesso alle informazioni è controllato dai talebani, quindi al momento abbiamo solo le nostre fonti locali, anch’esse limitate» spiega Abdul Ghafoor Rafiey. È stato evacuato in Germania dopo l’arrivo del nuovo regime ed è direttore di Amaso (Organizzazione di consulenza e sostegno ai migranti dell’Afghanistan), fondata nel 2014 a seguito delle numerose deportazioni di afghani dai Paesi occidentali. «Non tutti sono riusciti a scappare, per cui abbiamo ancora del personale in Afghanistan. Stiamo cercando di lavorare a distanza, ma c’è molta paura e non possiamo mettere in pericolo la vita di chi lavora con Amaso. I talebani potrebbero incolparli di aver agito contro il regime e detenerli», conclude.

Tra la popolazione civile alcuni nuclei di resistenza cercano nuovi modi per agire e reagire, al sicuro dagli occhi del regime. Tra queste le donne di Rawa (Associazione rivoluzionaria delle donne afghane), organizzazione politica e indipendente che dal 1977 lotta per la pace, la democrazia e i diritti delle donne. «La loro volontà è di rimanere all’interno del Paese e come hanno fatto sempre di lottare a partire dai settori popolari più poveri. È una scelta politica molto chiara: hanno sempre sostenuto che non è possibile alcuna democrazia se si mantiene un tasso di analfabetismo così alto, soprattutto tra le donne», spiega Antonella Garofalo di Cisda, Coordinamento italiano a sostegno delle donne afghane, che fin dalla sua nascita sostiene il lavoro politico e sociale di Rawa. E continua: «Questa è sempre stata la loro prima attività e ancora adesso stanno facendo questo lavoro, clandestinamente, nelle case, attraverso le reti familiari».

Tuttavia non per tutti rimanere è stata una scelta. «Una delle mie colleghe era incinta, come me. Dal cancello principale era impossibile entrare nell’aeroporto di Kabul, così abbiamo trovato un’altra via, ma dovevamo attraversare un fiume. E lei non ce l’ha fatta: ora si nasconde e come lei tante altre attiviste e attivisti», Reha ricorda così la sua fuga da Kabul lo scorso agosto. Ha lavorato per due anni nei progetti di Cospe, associazione di cooperazione internazionale. «Avevamo centri antiviolenza in Afghanistan, ora chiusi. Facevamo corsi di alfabetizzazione e partecipavamo a una rete di promozione dei diritti umani. E tanti altri progetti. Poi dall’anno scorso cerchiamo modi di evacuare le persone a rischio con cui siamo in contatto» spiega Silvia Ricchieri del Cospe.

Reha si siede accanto ad Anush, quando le loro due bambine si affacciano dalla porta. Ascoltano la madre, mentre racconta con amore e dolore l’Afghanistan degli ultimi anni. «Ho lavorato per 14 anni a Kabul con Saajs (Social association of afghan justice seekers). raccoglievamo prove dei crimini di guerra degli ultimi due decenni per denunciare i responsabili rimasti impuniti», prende le melanzane che ha preparato e le serve nei piatti, poi continua. «Quando ci siamo sposati, io e Anush ci siamo trasferiti a Takhar, dove sono diventata focal point di Cospe in progetti legati ai diritti umani», deglutisce un sorso di tè chai, e dice: «Sono stata minacciata più volte con lettere e chiamate. Già da prima dell’arrivo dei talebani. Le milizie locali erano spesso lasciate allo sbando dal governo, spesso torturavano persone qualsiasi. E sono loro che più volte mi hanno esortato a smettere di lavorare con Cospe in quanto stranieri e non musulmani». Indica un piatto pieno di carne macinata, simile a delle polpette schiacciate. Chapli kebab, saporito e molto piccante. Il fratello di Reha, seduto al tavolo ride, spiegando che chapli significa “sandali”. Assaporo il boccone, mi dà un senso di ordine tra la marea di informazioni, immagini e immaginari sull’Afghanistan arrivati in modo intermittente negli scorsi anni.

Anush si aggiunge alle parole di Reha, commentando: «La Nato ha continuato a dire che stava combattendo contro il terrorismo. Bugie. Gli Usa hanno supportato gruppi religiosi fondamentalisti per anni. Hanno distrutto l’Afghanistan, pensando solo ai propri interessi e non alle persone. Ora la comunità internazionale non deve riconoscere i talebani». Reha annuisce, taglia un pezzo di chapli kebab, per poi continuare: «Quando i talebani hanno cominciato ad acquisire potere abbiamo chiesto aiuto al Cospe per aiutarci a scappare. E così siamo arrivati in Italia».

Tra le mille varianti di kabuli palau, ricerco una linea comune. Torno con la memoria in Serbia, tra gli insediamenti informali di migranti vicino al confine con la Croazia, lungo la cosiddetta “rotta balcanica”. È il 2019 e Ahmad cucina il piatto tipico, ma senza uvetta. Insieme a lui vivono in una fabbrica abbandonata molti giovani afghani che l’Unione europea non lascia entrare. Non ci sono vie legali per accedere. Respinti quasi ogni notte dalle violenze continue della polizia croata, non viene garantito loro il diritto d’asilo. Cerco di mettere insieme i pochi pezzi che ho del puzzle per avere un’idea vagamente complessiva di un Paese tanto rilevante nella politica internazionale delle ultime decadi, quanto ignorato. Tanto conosciuto, quanto sconosciuto. Mentre Ahmad cucina Amin ride quando gli viene chiesto da dove viene. «Da Kab..uuum». Rimango sconvolta dal suo modo di scherzare, colmo del trauma che si porta dietro. Stona con il volto mesto di Sadiq, che mostra le immagini dei recenti attentati nell’Afghanistan di Ghani, rivendicati dai talebani. E mentre cerco di capire di più, di farmi raccontare la storia dell’Afghanistan, Ahmad se ne va innervosito quasi gridando che Afghanistan non significa solo talebani. Che c’è molto di più.

«Ci manca così tanto l’Afghanistan» dicono all’unisono Reha e Anush. «Le nostre case, i nostri paesaggi, i nostri amici, il nostro lavoro..», sospirano. Un assaggio di kabuli palau. Mordo un pezzo di carne di manzo; è questo l’Afghanistan che conosco meglio, l’Afghanistan dell’esilio. L’Afghanistan di chi in questi anni se n’è dovuto andare o ha scelto di andarsene, per un motivo o per l’altro.

È il primo gennaio 2021 e nell’accampamento informale vicino alla frontiera croata, tra una tenda e l’altra, alcuni giovani afghani preparano kabuli palau per festeggiare il nuovo anno del calendario gregoriano (diverso dal calendario seguito in Afghanistan). Scattata la mezzanotte non vola una mosca. Ma non appena il riso è pronto iniziano musica e festeggiamenti. Sulle rotaie del treno siede Aziz. Mi chiede se ho un cane. Poi ride e mi dice che il suo cane è «finish, finito». Morto, poco prima che partisse, a seguito di un’esplosione. Ha 16 anni ed è scappato già da qualche anno, dopo che i talebani hanno ucciso il fratello maggiore. Comincia a elencare tutte le volte in cui è stato respinto illegalmente ai confini europei.

Tra le 1.558 testimonianze di pushbacks (respingimenti illegali) raccolte da Border violence monitoring network, in 603 sono coinvolte persone di origine afghana. La Turchia è uno dei Paesi nel quale vengono spesso respinte le persone migranti. Secondo quanto riporta Amaso (Organizzazione di consulenza e sostegno ai migranti dell’Afghanistan), almeno 32.416 rifugiati afghani sono stati rimpatriati dalla Turchia nel corso del 2022, di cui ben 12.222 a giugno. «I Paesi europei non intervengono in merito alle deportazioni (formali e informali) messe in atto da Turchia, Iran e Pakistan verso l’Afghanistan. Ma sono coinvolti. Agiscono in modo sincronizzato» commenta Abdul Ghafoor Rafiey, direttore di Amaso, in merito alle responsabilità europee. E continua: «In seguito all’accordo del 18 marzo 2016 la Turchia è pagata dall’Unione europea per bloccare i flussi. Oltre al fatto che quotidianamente i rifugiati vengono respinti illegalmente dalla Grecia verso la Turchia».

È dal 2014 che Abdul Ghafoor Rafiey si occupa di dare un supporto alle persone rimpatriate e che denuncia alle autorità europee che l’Afghanistan non è un luogo sicuro. «Per i talebani chi vive o ha vissuto in Europa è tendenzialmente considerato infedele. Nelle zone rurali afghane ci sono da anni gruppi estremisti, oltre a malintenzionati e alle milizie locali del precedente governo, che abusavano del proprio potere». Racconta di numerosi suicidi a causa dello stigma sociale. E anche di uccisioni, torture e sparizioni a danno delle persone deportate. Ma le autorità europee sono rimaste sorde agli allarmi. Fino ad arrivare al colmo: «Per quanto possiamo verificare, la Germania ha deportato persone in Afghanistan fino a luglio 2021. Una deportazione prevista per agosto 2021 è stata cancellata. Sappiamo anche di casi in cui persone precedentemente riportate sono state evacuate» afferma Theresa Breuer di Kabul Luftbrücke, organizzazione no profit tedesca che dal 15 agosto scorso ha evacuato 2.500 persone e aiutato altre 1.000 a partire in sicurezza. E commenta: «Ci siamo resi conto che molte persone minacciate sono state abbandonate dalla Germania e dai loro partner occidentali».

Abdul Ghafoor è preoccupato; teme che presto i Paesi europei cerchino scuse per considerare nuovamente l’Afghanistan un Paese sicuro. «La comunità europea non deve dimenticare che il governo dei talebani è un regime terrorista e fondamentalista. Le persone deportate in Afghanistan se non vengono punite o torturate dai taliban, saranno punite dalle circostanze e dalla crisi umanitaria».


* In foto, uno scorcio di Kabul, 7 agosto 2022

Di Maio in peggio

Passerà Ferragosto e si avrà il quadro completo delle candidature. Forse, speriamo bene, si smetterà di parlare di alleanze praticate o fallite (anche se Calenda e Renzi sembrano avere come unico punto del loro programma elettorale l’esegesi delle scelte degli altri) e potremo capire quale siano i buoni motivi per cui le cose dovrebbero andare diversamente da come andranno, con Giorgia Meloni preoccupata solo di non compiere errori e con Matteo Salvini che si “accontenta” di andare al Viminale. Tanto per avere l’idea di come stiamo messi.

L’antico adagio “dimmi con chi vai, ti dirò chi sei” è sempre attuale. Su Renzi e Calenda tanto s’è letto e tanto s’è scritto, non serve aggiungere altro. Che certa presunta sinistra (da Rizzo a Ingroia) abbia finito per ritrovarsi in corsa con un pezzo di destra è un classico degli ultimi anni. Dalle parti di Unione popolare (che qualcuno vorrebbe archiviare come esperienza residuale, con il solito trucco) c’è una connessione di esperienze, testimonianze e competenze che forse meriterebbe ben altro spazio. Nel frattempo loro potrebbero trovare in fretta un modo di comunicare la loro elaborazione collettiva (che c’è stata in Rifondazione e Potere al popolo, serrata, anche fuori dal Parlamento) senza svilirla in avventate dichiarazioni personali che offrono una sponda a chi si impegna a sminuirli.

Nel Movimento 5 stelle i candidati “scelti” da Giuseppe Conte saranno fondamentali: sarà la sua ultima occasione di circondarsi di persone capaci (capaci anche di invertire la sensazione di un partito zeppo di pericolosi incompetenti) e fedeli ai principi del partito e al suo capo politico. Se sbaglierà questa non avrà un’altra occasione.

Nel Pd, come al solito, si assiste al balletto per ricandidare esponenti moderati (Casini ne è un fulgido esempio) con alle spalle quintali di legislature senza esattamente capire quale dovrebbe essere il guadagno in termini di voti e di credibilità. Soprattutto con poco rispetto per i territori e i loro attivisti.

La domanda delle domande però è una: perché questo senso di imbarazzante gratitudine del Pd nei confronti di Di Maio? Questo sarebbe utile saperlo (lo vorrebbero sapere anche in molti nel partito) poiché è una questione squisitamente politica. Non facciamo fatica a immaginare che Tabacci abbia trovato in Di Maio il salvagente per provare a recuperare voti che non ha mai avuto nella sua carriera (siamo pieni di gente senza voti ma con ottime conoscenze che colleziona carriere incredibili) ma che un partito strutturato come quello di Letta abbia nei confronti di Di Maio quasi soggezione nasconde un pezzo della storia recente che non ci è stata raccontata. Verrebbe il dubbio, lo appoggiamo come innocente ipotesi, che la scissione del ministro ex grillino da Conte dovesse essere una stampella (nella migliore delle ipotesi) per spostare l’asse politico con numeri rassicuranti in Parlamento. Qualcuno potrebbe obiettare che non sia andata così. È vero. Non cambia la natura del discorso. Se non è finita come avrebbe dovuto forse è merito anche dell’altro ministro (Pd) così vicino a Di Maio da trovare il tempo, tra un ordine di un missile e l’altro, di assicurargli già da tempo (ben prima della crisi) un posto per il prossimo giro: del resto il nostro ministro della guerra è considerato un grande stratega fin dai tempi di Renzi ma è solo un abile galleggiatore secondo i peggiori canoni democristiani. Ovvio che sarebbe stata una strategia politicamente insulsa e fallimentare.

Eppure questa domanda a Letta non la pone nessuno: quale patto c’è da rispettare con Di Maio? Chi l’ha siglato? Quando? Perché?

Buon Ferragosto.

La rivoluzione gentile di Luca Serianni

Alla notizia del terribile incidente capitato al professor Luca Serianni, un’anomala onda affettiva si è sollevata dalla tempesta di sentimenti di quanti l’hanno conosciuto, direttamente o indirettamente, attraverso i suoi scritti o i suoi discorsi pubblici. In particolare, è emersa distintamente una forte connessione sentimentale tra diverse generazioni di suoi ex studenti, che hanno riconosciuto emozioni simili alle proprie nelle parole di chi, ricordando il professore, aveva frequentato, in tempi diversi, le sue lezioni o aveva avuto la fortuna di frequentarlo oltre gli incontri accademici.

Che cosa ha ingenerato questa solida congiunzione affettiva, per di più in un tempo dominato dalla disillusione? Probabilmente la percezione netta di aver incontrato sulla propria strada un Maestro, per il suo sterminato sapere, certo, ma soprattutto per la rara facilità con cui riusciva a comunicarlo adeguando il discorso ai suoi interlocutori.

Una delle grandi lezioni che ci ha lasciato il professor Serianni è proprio il profondo rispetto verso i destinatari delle nostre comunicazioni, che, di conseguenza, devono risultare chiare e trasparenti. Basta sfogliare qualche manuale universitario di discipline umanistiche della fine degli anni Settanta e perdersi in quella sintassi labirintica e in quel lessico astutamente ambiguo per immaginare la felice sorpresa che rappresentarono, per me e per molti altri studenti, le nitide spiegazioni del professore, che hanno trovato poi una coerente versione nei suoi scritti. Contemporaneamente, durante quelle lezioni di grammatica storica di quarant’anni fa, si modificava in me un’inveterata idea di discorso sulla letteratura e perfino di letteratura.

Il professore si serviva dei versi della Commedia per spiegare l’evoluzione della lingua e in quelle lezioni, in cui sembrava che non usasse una parola di più né una di meno rispetto al necessario, una vecchia immagine di discorso letterario, impressionistico e sfuggente, così come una logora idea di letteratura, astratta ed estranea, finiva per perdere ogni scoria retorica e fittizia, per entrare con pieno diritto nel vivo della storia degli esseri umani.

Ancora soprattutto da lui ho appreso che l’autorevolezza di un professore dipende dal suo amore per la disciplina studiata e insegnata, dalla sua attenzione per gli allievi e dal modo in cui si combinano questi due aspetti. Nel prof. Serianni si realizzava una combinazione prodigiosa. Gli ho detto in diverse occasioni che nessuno aveva la sua capacità di mescolare rigore scientifico e leggerezza. Lui sorrideva timidamente. A me piaceva soprattutto questo del prof. Serianni, che la sua straordinaria cultura fosse al servizio della sua umanità. Ricordo che quando andammo alla fiera del libro di Torino a presentare il nostro volume sulla scrittura a scuola (Scritti sui banchi, Carocci, 2015 ndr), a uno degli autorevoli relatori capitò di perdere il filo del discorso un paio di volte. Il prof. Serianni, che parlò subito dopo, in un punto s’interruppe, come se non sapesse quale direzione prendere, del tutto naturalmente in quell’invisibile artificio retorico.

Della sua prassi didattica vorrei ricordare in particolare la consuetudine di usare una penna di inchiostro verde per segnalare le parti da valorizzare nelle prove scritte degli studenti. Secondo me era una pratica rivoluzionaria rispetto all’abitudine censoria delle “correzioni”, a cui alla fin fine si limitano quasi tutti gli interventi dei docenti nelle verifiche. Anche su questo provava a smorzare i miei entusiasmi con un sorriso umile. Però insisto: Luca Serianni, con i tratti di penna verde e i suoi garbati rifiuti di ciò che non andava, ci ha trasmesso la responsabilità e il piacere del lavoro curato nel dettaglio, la pretesa della qualità. Quasi tutti quelli che in questi giorni l’hanno ricordato non hanno potuto fare a meno di menzionare il riferimento costituzionale della sua ultima lezione, quando, coerentemente con il suo magistero, ha reso esplicito il senso del suo impegno di studioso e di docente. Difatti ai suoi allievi di quell’ultimo anno, ma idealmente a tutti i suoi studenti, disse che per lui loro rappresentavano, anzi erano lo Stato. Attraverso quel piccolo racconto della sua ultima lezione emergeva la dimensione civile e sociale della sua opera di studioso e della sua attività di docente impegnato a trasmettere felicemente quel sapere che amava condividere con gli altri.

Nella foto: il professor Luca Serianni durante l’ultima lezione alla Sapienza Università di Roma, 14 giugno 2017, Aula 1 Facoltà di Lettere e filosofia, foto di Stefania Sepulcri (settore ufficio stampa e comunicazione)

Per approfondimenti vedi anche l’intervista a Luca Serianni di Pierluigi Barberio pubblicata su Left del 10 settembre 2021

Senza sbarre. L’esperienza di carcere aperto realizzata da Cosima Buccoliero

Quando penso al direttore di un carcere, l’immagine che mi viene in mente è quella di Samuel Norton nel film Le ali della libertà, un individuo che impone la sua legge sui detenuti con violenza e prevaricazione. Niente di più lontano dalla verità nel caso di Cosima Buccoliero, già vicedirettrice del carcere di Opera, direttrice del carcere di Bollate e dell’Istituto penale minorile Beccaria di Milano, nonché autrice, insieme a Serena Uccello, del libro Senza sbarre. Storia di un carcere aperto, edito da Einaudi.

Una donna pratica ma sensibile, che ha saputo portare l’umanità tra le mura del carcere, che non crede che ci siano solo il bianco o il nero: «C’è anche il grigio, ed il bianco può diventare nero e viceversa». Una professionista che ha voluto esserci, condividendo i problemi di coloro che sono detestati o, peggio ancora, dimenticati da tutti: i detenuti, convinta che la persona non sia il suo reato e che tutti abbiano diritto a una seconda possibilità.

«Il carcere può diventare un luogo profondamente ingiusto, che spoglia l’individuo della propria identità», ci dice l’autrice che ci spiega che se il carcere è coartazione e violenza, questa violenza si ribalterà nella società, rendendola a sua volta violenta e insicura. In questo libro viene descritto il modello di carcere a cui ha lavorato Buccoliero con i suoi collaboratori: un luogo che non vuole essere di segregazione, dove anzi le porte sono aperte per fare entrare “energia”, dove i diritti e la dignità dell’uomo devono essere garantiti in linea con quanto previsto dalla Costituzione.

Quanto è stato realizzato a Bollate deve essere raccontato perché dove manca la conoscenza, sono i pregiudizi e i cliché a tenere banco.

Bollate offre ai detenuti un trattamento penitenziario particolare, con stanze di detenzione aperte di giorno, celle singole (riservate soprattutto ai detenuti condannati all’ergastolo, così da rendere più umana la prospettiva del “fine pena mai”), celle da due o da quattro posti, con la possibilità graduale di ottenere libertà di movimento all’interno dell’istituto, aderire a offerte lavorative, formative e culturali.

Un modello di carcere in cui non si pensa solo ai bisogni primari ma dove si punta a sfruttare bene il tempo della detenzione, lavorando perché la persona possa uscirne migliorata e pronta ad essere reinserita nella società.

Nel libro si spiega chiaramente che il modello della detenzione dura non porta alcun beneficio ma molti svantaggi per tutta la collettività. Il detenuto che si trova a vivere una condizione di totale afflizione si sentirà vittima del sistema, non compirà nessun passo in avanti (ma verosimilmente moltissimi passi indietro) e una volta uscito tornerà a delinquere.

Un carcere diverso determina risultati decisamente più positivi per tutti: detenuti, operatori e anche per la collettività poiché la recidiva di chi esce da un carcere come Bollate è del 20% contro l’80% della media nazionale. Inoltre, un detenuto che vede riconosciuti i propri diritti e la propria dignità sarà più propenso a compiere un’opera di rielaborazione e riflessione su quanto accaduto, su cosa lo ha portato a commettere il reato, sul danno provocato alla persona offesa e ai suoi familiari.

Discorsi sensatissimi che però non riescono a squarciare la cortina di silenzio e pregiudizio che avvolge da sempre l’argomento carcere. La mancanza di conoscenza su cosa sia realmente il carcere è un grande problema, ci dice Cosima Buccoliero. I media non si interessano di quello che accade dentro quelle mura, ne parlano solo quando succede qualche fatto negativo e, allo stesso tempo, i politici, anche a livello locale, preferiscono non occuparsene.  Un’altra difficoltà che porta il carcere ad essere un argomento impopolare è la difficoltà di coniugare i diritti dei detenuti con quelli delle vittime dei loro reati.

Perché pensare ai diritti dei carcerati quando questi non hanno di certo rispettato quelli delle loro vittime? La Buccoliero risponde con un pensiero semplice e carico di sensibilità: forse non si è obbligati a sanare questa contraddizione, basta sapere che esiste e tener conto di una prospettiva e dell’altra. Ma lo Stato deve comportarsi come stabilito dalla Carta Costituzionale, rispettando il detenuto in quanto persona che dovrà essere reinserita nella società e, in effetti, il modello Bollate va proprio in questo senso.

Viene da domandarsi cosa si può fare perché questa tipologia di carcere diventi l’unica possibile e l’autrice ci indica una strada da seguire: ripartire dalle nuove generazioni.

Per arrivare a un cambiamento culturale bisogna coinvolgere le scuole, i luoghi i cui si formeranno gli adulti di domani.

L’autrice ci racconta dei risultati positivi prodotti negli ultimi dieci anni dagli accordi col Ministero dell’Istruzione, dei progetti che sono stati realizzati e che hanno visto coinvolti moltissimi ragazzi. Gli studenti sono stati accolti nelle carceri, si sono confrontati con i detenuti, con la polizia penitenziaria e con gli operatori. Altre volte, sono stati i detenuti, i poliziotti e i dirigenti delle carceri ad andare nelle classi e le esperienze sono state importanti e formative.

La scuola è un luogo di educazione ma anche di formazione delle nuove personalità e, ancora una volta, è chiaro come sia importante investire su di essa perché si possa costruire una società migliore, una cultura più sana, in cui il carcere possa essere visto come l’extrema ratio e possa essere percepito con una diversa sensibilità.

Per approfondire, da leggere su Left:

Luigi Manconi: vi racconto perché il carcere è inutile

Gherardo Colombo: salvare la scuola per salvare l’Italia

Gianrico Carofiglio: se è disumana non è giustizia

La guerra di Piero contro le fake news

Foto Cecilia Fabiano/ LaPresse 21 Settembre 2021 Roma (Italia) Cronaca: G20 l’Italia per lo Spazio organizzato della Fondazione Leonardo Nella Foto : Piero Angela Photo Cecilia Fabiano/ LaPresse September 21, 2021 Rome (Italy) News : G20 , Italy for Space In the Pic : Piero Angela

«Le fake news sono un virus che può compromettere un Paese intero. Quelle sulla medicina e sulla salute sono le più gravi e pericolose. Possono fare molto male alle persone». Da decano dei divulgatori scientifici italiani, Piero Angela, mette subito in chiaro cosa pensa dei propagatori di bufale. Avendo passato tutta la vita a smascherare ciò che non è vero e a distinguerlo da ciò che invece è reale «con metodo e buon senso». Gli rivolgiamo alcune domande mentre si prepara per il Cicap fest di Padova organizzato dal Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sulle pseudoscienze, il cui tema quest’anno è “Scienza, verità e bugie della vita quotidiana”.

Piero Angela, come ci si difende dalle fake news?
Parliamo di quelle sulla medicina. L’informazione scientifica in generale è molto carente nel nostro Paese. Le notizie di scienza e tecnologia non hanno molto appeal presso il grande pubblico. Sono più vincenti articoli e messaggi di natura complottista, che alimentano ciò che io chiamo il pensiero “magico”, cioè non realistico, come può essere quello di avere una cura attraverso metodi alternativi, non scientifici. La via più ragionevole per depotenziare queste notizie non consiste nel ribattere colpo su colpo, perché è inutile. Ed è quello che stanno seguendo il ministero della Salute, l’Istituto superiore di sanità e l’ordine dei medici creando dei portali istituzionali dove la gente può trovare le informazioni corrette nel campo della salute. E non mi riferisco solo ai vaccini.

C’è chi non sembra in grado di distinguere le fonti autorevoli da quelle inaffidabili.
Anche nel nostro lavoro di giornalisti è fondamentale avere buone fonti, affidabili e verificate. I giornali hanno un direttore responsabile che risponde anche in tribunale delle cose che pubblica. Ma oggi le notizie viaggiano soprattutto attraverso canali diversi dove non ci sono più questi strumenti che vincolano alla responsabilità. Il pubblico va quindi abituato. Deve sapere che ha il diritto di essere informato da fonti credibili e che sono responsabili di ciò che dicono. Naturalmente in una scuola questo è un messaggio da diffondere in continuazione. Lo dovrebbero fare anche i giornali: citare le fonti per informare il pubblico su dove poter trovare le notizie attendibili, serie, fondate. Poi è chiaro che ci sono alcune persone che non sentono alcuna ragione, che sono convinte di quello che credono. Dico questo avendo una lunga esperienza di inchieste nel mondo del “paranormale”. 

Abbiamo assistito a dei talk show in cui a discutere di vaccini sono stati messi a confronto un microbiologo e un critico musicale.
In scienza, uno non vale uno. La scienza non è democratica. Se per parlare di salute pubblica a un medico specializzato e con i titoli a posto viene opposto un cantante non si dovrebbero aver dubbi su chi ascoltare. Il problema è per chi crede al cantante, ma queste sono persone perdute. Vorrà dire che prenderanno medicine sbagliate. Pagheranno le conseguenze.

Lei più volte ha auspicato la emanazione di leggi molto severe per reprimere questo fenomeno e condannare chi minaccia il buon utilizzo di internet.
Ci vogliono certamente delle regole. Le racconto il mio caso. Ho fatto in Tv un servizio molto critico sull’omeopatia e sono stato denunciato dai medici omeopati. Ho avuto una serie di processi dai quali sono uscito sempre completamente assolto. Perché il tribunale ha riconosciuto non solo che quello che ho detto è ciò che sostiene la comunità scientifica ma anche, cosa importante, ha riconosciuto il mio diritto a non far parlare una controparte. 

Cioè, gli omeopati invocavano la par condicio?
Sì, mi hanno denunciato anche per questo. Io ho spiegato al giudice che in un programma scientifico non si può ospitare una persona che dice cose non provate. Nella scienza c’è un metodo in base al quale se uno afferma una cosa la deve sempre provare. Se non ci riesce, non ha diritto di accesso nell’ambito del dibattito scientifico. Qualcosa del genere dovrebbe esistere anche nel web. Non c’è più la responsabilità dell’informazione. Si dà una notizia, che se non è vera, addirittura può indurre qualcuno a prendere medicine che fanno male, e non succede niente. Per ciò che viene scritto su internet nessuno sbaglia e nessuno paga. 

Lei da fondatore e presidente del Cicap sa bene che c’è una fake news che resiste da secoli: la sindone. Perché secondo lei, c’è gente che crede a storie come questa palesemente false?
Per tante ragioni. Alcuni non si fidano della scienza per ragioni proprie. Per altri indubbiamente le soluzioni facili e indolori – come è l’acqua e zucchero dell’omeopatia per es. – sono molto attraenti. Sarebbe fantastico curarsi con la pranoterapia, con i fluidi magnetici, piacerebbe anche a me se funzionassero. Io credo che ci sia qualcosa nell’educazione, nelle esperienze, nelle amicizie che hanno influenzato al punto questo modo di pensare che poi è molto difficile farlo cambiare. 

C’è chi punta il dito contro l’analfabetismo funzionale, purtroppo molto diffuso in Italia, lei è d’accordo? È colpa solo dell’ignoranza o c’è dell’altro?
Non è solo questione di istruzione. Ci sono persone istruite che credono ai fenomeni paranormali o all’esistenza di medicine “magiche”. Certamente ci sono delle storie personali dietro, ma manca anche una informazione corretta. Io dico sempre che a scuola si insegnano le scienze ma non si insegna la scienza. Cioè non si insegna il metodo scientifico che è la base per capire gli eventi. E non si insegna neanche l’etica della scienza. Neppure all’università. Se non si interiorizza questo metodo molto semplice, le cose non cambieranno: quando tu affermi qualcosa la devi provare. E poi c’è la questione del controllo.

Vale a dire?
L’osservazione sotto controllo di un fenomeno dà sempre esiti negativi. Il Cicap ha ideato un gadget molto efficace. Una specie di lancetta montata su un cartoncino tondo che indica da zero a cento. In sostanza dice che quando il controllo, cioè la verifica, è inesistente il numero dei fenomeni “validi” tende a cento. Quando il controllo è 100, i risultati scientifici tendono allo zero. Questo vale soprattutto per fenomeni come telepatia, chiaroveggenza, psicocinesi. Ma il controllo vale per tutto, anche per i farmaci. Se non c’è l’evidenza, cioè non si ottiene un risultato efficace ripetuto e controllato, questo non ha valore. O per lo meno non è accettato dalla comunità scientifica. E questa accettazione almeno fino a oggi per le medicine miracolose non c’è mai stata.

 

L’intervista di Federico Tulli a Piero Angela è stata pubblicata su Left del 14 settembre 2018


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A lezione di “femminismo dell’uguaglianza” con Aleksandra Kollontaj e le altre valchirie rosse

L’occhio di una macchina da presa sfiora due mani di donna, incerte, straziate, che prima l’una, poi l’altra afferrano lentamente il corpo di un fucile che sappiamo di un uomo amato appena ucciso. Successivamente, lo stesso occhio ne coglie con insistenza le dita insanguinate che, in precedenza, avevano raccolto delicatamente una coccinella rossa, celebrando il momento di un altro intenso amore. Immagini struggenti di un film potente: Resistance. La battaglia di Sebastopoli. Per chi scrive, bellissimo per la profondità e l’efficacia con cui tratteggia luci e ombre della vita della protagonista, Ljudmila Pavlienko, la cecchina dell’Armata Rossa con al suo attivo 309 uccisioni naziste accertate nella Seconda guerra mondiale.

Con la sua storia si apre il libro dell’americana Kristen R. Ghodsee – edito da Donzelli – Valchirie Rosse. Le rivoluzionarie dell’est, prima di una iconica cinquina di rivoluzionarie socialiste che hanno cambiato la storia culturale, politica e sociale delle donne in Europa e nel mondo. A seguire le storie di tre eroine della Rivoluzione russa del 1917: Aleksandra Kollontaj, poliglotta estremamente dotata e abilissima oratrice, prima donna ministro per l’Assistenza sociale e prima donna che parlò di sessualità in termini umani, politici e storici, riconoscendo al privato la sua dimensione politica e sociale; la pedagogista Nadežda Krupskaja, moglie di Lenin, che attuò una vera e propria rivoluzione radicale promuovendo per le donne istruzione, alfabetizzazione e diffusione della biblioteconomia; Inessa Armand, il grande amore di Lenin, poliglotta anch’essa, rivoluzionaria appassionata, che fu a capo di quello che si può considerare il primo ministero degli Affari femminili in Unione sovietica, lo Ženodtel. Ultima, in ordine di tempo, la scienziata e partigiana bulgara Elena Lagadinova, che combatté il suo governo alleato dell’Asse durante la Seconda guerra mondiale, e fu a capo del movimento globale delle donne. Le loro vite scorrono in un arco di tempo che va dal 1869, data di nascita della Krupskaja al 2017, anno della morte della Elena Lagadinova.

Perché le “valchirie” del titolo? La prima ad essere apostrofata con l’appellativo delle antiche divinità guerriere germaniche dalla stampa internazionale e dai suoi stessi compagni bolscevichi fu Aleksandra Kollontaj e Ghodsee lo estende, non a caso, a tutte le donne descritte nel libro per sottolinearne la forza e il coraggio quasi sovrumano che le accomuna nel combattere le disuguaglianze di genere, e nel creare nuove opportunità per milioni di donne nel mondo. Scrivere di queste donne – sottolinea l’autrice, docente di Studi russi e dell’Est Europa all’Università di Pennsylvania, con studi approfonditi su emancipazione femminile, sessualità e socialismo – significa riconoscere «la storia diversificata e di ampio respiro dell’attivismo delle donne socialiste e comuniste».

Se guardiamo alla storia del femminismo occidentale, le vicende di Mary Wollstonecraft, Stuart Mill, Olympe de Gouges si attestano sostanzialmente sulla rivendicazione dei diritti individuali. Rivendicazione che si impone prepotentemente con l’esordio del femminismo liberale successivo allo sviluppo del capitalismo. Il consolidamento di una società fondata su un patriarcato mai superato che trova le sue fondamenta nella famiglia, di cui sono brutali pilastri la subalternità umana ed economica della donna e il suo controllo sociale, spinge a reclamare per le donne diritti civili, economici e giuridici.

Aleksandra Kollontaj e le sue compagne socialiste si collocano all’opposto del femminismo “individualista” liberale. Il loro “femminismo dell’uguaglianza”, per anni disconosciuto o minimizzato dalla maggior parte degli studiosi occidentali, contesta la miopia liberale sullo sfruttamento e le condizioni di vita delle donne operaie, allarga lo sguardo al sistema sociale ed economico, orienta la sua lotta verso una trasformazione radicale sociale ed economica, unica in grado di eliminare alla radice le diseguaglianze e i rapporti di dipendenza, e favorire un’uguaglianza sostanziale e non formale tra uomini e donne. A differenza delle liberali borghesi, ci dice l’autrice, queste donne «hanno combattuto fianco a fianco con le loro controparti maschili per creare un mondo più equo per tutti attraverso l’azione collettiva».

Storie di donne certamente tenaci, audaci. Ma non prive di opacità, subordinate come sono al peso violento delle derive di un comunismo che – nonostante le battaglie per l’uguaglianza e contro lo sfruttamento – è rimasto stretto all’autorità religiosa del “Pater familias”, arretrando pesantemente su molte delle conquiste fatte dalle donne.

Le ferite di una guerra disumana e la depressione – che aveva colpito anche Inessa Armand, dopo una vita di militanza e di amore travagliato per Lenin – divoreranno Ljudmila Pavlienko. La sua corsa ostinata verso un’“uguaglianza” con l’uomo che il film Resistance ben racconta, la trascinerà, come molte donne, nel sangue della guerra “patriottica”, tutta maschile, contro il nazifascismo, travolta dal turbine di un atroce e insensibile calcolo politico.

Aleksandra Kollontaj sarà sempre brutalizzata verbalmente con ironia e cattiveria, nonostante l’impegno coraggioso e instancabile per conquistare le donne al socialismo e alla parità dei diritti, e non avrà che pochissimo appoggio dai compagni di partito e dalle stesse compagne. Va certamente riconosciuto che in un secolo e mezzo di storia la realtà delle donne in Europa è di fatto molto cambiata. Sicuramente in meglio, anche se le sfide non si sono esaurite.

In questo libro non si fanno sconti al socialismo reale e non se ne diminuisce la portata tragica. Ma nonostante la scarsa libertà individuale, l’economia pianificata e la sua mancanza di dinamicità e rendimento, la persistenza del patriarcato, le statistiche portate dall’autrice dimostrano come nei Paesi socialisti sia aumentata l’aspettativa di vita in pochi decenni rispetto ai Paesi industrializzati, come sia diminuito il tasso di mortalità infantile e abbattuto l’analfabetismo. Le donne hanno conquistato opportunità di studio e di lavoro prima inimmaginabili.

Ci sono alcune «caratteristiche fondamentali necessarie agli aspiranti rivoluzionari» – scrive l’autrice – che le Valchirie rosse hanno lasciato in eredità, come coltivare relazioni sociali, la conoscenza, la flessibilità mentale in grado di accogliere nuove idee, l’impegno, la tenacia. Ma a queste forse va aggiunto – come sottolinea Noemi Ghetti nella bella e ricca prefazione – quello che ha indicato Aleksandra Kollontaj nel suo rivoluzionario Largo all’eros alato! ovvero un soddisfacente vita sessuale e affettiva oltre l’indipendenza economica, il diritto al lavoro e i servizi sociali perché, conclude felicemente, «il passaggio tutto umano dalla soddisfazione dei bisogni alla realizzazione delle esigenze, implicito nelle qualità enumerate dal libro, è il naturale e necessario sviluppo del marxismo in una moderna concezione della realtà umana».

Per continuare la ricerca:

Annalina Ferrante è autrice del libro Aleksandra Kollontaj. Passione e rivoluzione di una bolscevica imperfetta (L’Asino d’oro edizioni)

Noemi Ghetti, autrice di numerosi libri, fra i quali qui ricordiamo

 Gramsci e le donne  (Donzelli) La cartolina di Gramsci (Donzelli), Gramsci nel cieco carcere degli eretici (L’Asino d’oro edizioni)

Incendio a Matanzas. Bruxelles aiuti Cuba come Cuba ha aiutato noi

Solo dopo una settimana un incendio, provocato da un fulmine che il 5 agosto ha colpito una riserva di greggio, minacciando seriamente la città di Matanzas a Cuba, è stato messo sotto controllo.
L’incendio, sin da subito, ha dimostrato enormi proporzioni. Nonostante le autorità provinciali siano rapidamente arrivate sul luogo dell’incidente, i vigili del fuoco sono stati impegnati diversi giorni prima di riuscire a spegnere le fiamme.
L’obiettivo fondamentale delle prime ore è stato quello di mantenere il raffreddamento del serbatoio ed evitare fuoriuscite di carburante, impegnando in questo lavoro le forze di Matanzas, Mayabeque, Artemisa e L’Avana. Eppure le esplosioni si sono susseguite.
Un primo bilancio ha fatto registrare 125 feriti, 17 pompieri dispersi e 24 ancora ospedalizzati di cui 5 in condizioni gravissime e critiche. Circa 5mila persone sono state evacuate dall’area.

Per giorni la furia del fuoco non si è placata. Si sono susseguite nuove esplosioni e nuovi bagliori si sono alzati nel cielo nella zona industriale di Matanzas. Colonne di fumo sono state visibili a più di 100 km dall’epicentro dell’incendio.
Questa situazione ha determinato l’interruzione di produzione dell’impianto della centrale termoelettrica Antonio Guiteras di Matanzas, generando inoltre contraccolpi sull’intero sistema energetico dell’Isola.

La solidarietà internazionale non ha tardato e la Repubblica cubana ha da subito ringraziato Messico, Venezuela, Russia, Nicaragua, Argentina e Cile per il sostegno accordato.
In queste ore Johana Tablada, del ministero degli Affari esteri di Cuba, ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno preso la decisione di offrire consulenza tecnica. Una buona notizia. C’è un accordo bilaterale firmato durante l’amministrazione Obama per coordinare le operazioni e combattere gli sversamenti di greggio in mare, ma questo non si applica ai disastri a terra. L’Avana, al momento, ha svolto colloqui con esperti statunitensi, che sono stati pubblicamente ringraziati.

Sin dalle prime ore del disastro, ho cercato di seguire l’andamento della catastrofe esprimendo solidarietà nei confronti del popolo cubano e tenendo contatti serrati con le ambasciate di Bruxelles e Roma.

L’Europa deve urgentemente fare la sua parte, nel vincolo di solidarietà che lega i nostri popoli. Per questo ho chiesto formalmente all’Alto rappresentante della politica estera Ue, Josep Borrell, un impegno concreto.

Credo fermamente che sia nostro dovere e responsabilità come Unione europea fare del nostro meglio per garantire il massimo supporto. Non dimentichiamo che l’isola è ancora in difficoltà per responsabilità del blocco economico, per la crisi pandemica e il conseguente crollo dell’industria del turismo. Da ultimo non dobbiamo mai dimenticare il supporto delle brigate mediche cubane che solo pochi mesi erano in prima fila in Europa e nel nostro Paese durante il picco dei contagi di coronavirus e della paura.
La diplomazia può viaggiare sulle gambe della solidarietà tra i popoli. Questo approccio riguarda le istituzioni e riguarda anche ognuno di noi. Per questo è importante donare per contribuire al ripristino della normalità e alla ricostruzione.

L’autore: Massimiliano Smeriglio è parlamentare europeo (Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici S&D)

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Chi desiderasse offrire il proprio sostegno solidale per risarcire i danni dell’incendio nella zona industriale di Matanzas, indichiamo di seguito i dettagli del conto bancario per le donazioni

Conto: 03000000005336242
Titolo: DONAZIONI DI EMERGENZA
Codice SWIFT: BFICCUHHXXX
Indirizzo della banca: 5ta Avenida n. 9009, Playa, L’Avana, Cuba.
Beneficiario del conto: Ministero del Commercio Estero e degli Investimenti Esteri.
Sede legale: Infanta n. 16, Vedado, Piazza della Rivoluzione, L’Avana, Cuba.

La peggiore destra di sempre

Conviene leggerlo con calma il “programma” elettorale che il centrodestra ha partorito dopo una lunga gestazione riempita di messaggi contraddittori.

Si capirebbe, ad esempio, che la flat tax per le partite iva altro non è che il modo per aumentare le (finte) collaborazioni con le aziende togliendole dall’impiccio di dover assumere. Rendere più conveniente la precarietà è un ulteriore passo verso una precarietà peggiore.

Ci si renderebbe conto che gli hotspot su Paesi stranieri (quello che Meloni fino a pochi giorni fa chiamava “blocco navale” e che invece non è altro che un appaltare il problema) è un’idea già di Boris Johnson nel Regno Unito. Andate a vedere la fine che sta facendo. Stupisce anche l’idiozia di credere che si possa trattare con Paesi instabili e inaffidabili. Se non fosse così la gente non scapperebbe, evidentemente. Notevole anche la faccia tosta con cui si parla di “integrazione”. Chi integrerebbero se non vogliono nessuno?

Leggendo il programma della peggiore destra di sempre ci si rende conto che è tutto miele per gli evasori fiscali. Facciamo i conti ancora oggi, nella situazione in cui siamo, con condoni mascherati, con innalzamento delle soglie dei contanti (le mafie ringraziano), con l’avversione per i pagamenti digitali (gli evasori applaudono) e con una riforma del fisco raccontata in due righe senza sapere da dove hanno intenzione di prendere i soldi.

Se leggete il programma della peggiore destra di sempre vi accorgerete che nonostante tutto il loro can can contro il Reddito di cittadinanza è ammuina elettorale. Anche la peggiore destra di sempre sa che i poveri votano, eccome, e quindi promette di regalare soldi (come l’innalzamento delle pensioni, le dentiere e tutto il resto) semplicemente chiamandoli in altro modo. Hanno negato la povertà e ora le chiedono il voto.

Se leggete il programma elettorale della peggiore destra di sempre vi rendete conto che il presidenzialismo fortemente voluto da Berlusconi (per accarezzare il sogno di diventare imperatore) è ancora più inquietante in un momento in cui il primo partito in Italia oggi presenta il suo simbolo con la fiamma tricolore. Quel partito a cui è bastato un passaggio di qualche secondo contro il fascismo per essere riabilitato.

Buon venerdì.

 

Vite cancellate. «Sembra che per il mondo la nostra Somalia non esista»

Mohammed s’addormenta, stretto fino alla testa nelle lenzuola. Sembra diventare una scatolina. Il dolore all’addome, i tormenti di dentro. Nelle narici dell’anima, seppure lontano nel tempo, il puzzo del fondo del barcone, quel misto di umido e morte tra alghe e muffe e fumo del motore. La paura, il silenzio, lo sguardo comunque luminoso dei compagni di viaggio che quasi rifletteva quello spettrale del Mediterraneo, quando di notte tutta quell’acqua diventa un’oscurità inconcepibile.

«La mia stanzetta sembra una reggia, mangio tre volte al giorno, posso dormire», ci racconterà al risveglio questo ragazzo di 22 anni, gli occhi limpidi, sorridente, tra una fitta e l’altra. Lo abbiamo incrociato in un reparto dell’ospedale “Annunziata” di Cosenza, in Calabria, ricoverato lì già da quasi tre mesi a causa di una difficile infezione all’apparato digerente che spesso lo costringe a letto, raggomitolato. Le memorie impresse a fuoco: l’infanzia, la sua vita da ragazzino in Somalia che poi fu costretto a lasciare, il viaggio infinito affrontando il deserto fino in Libia prima di imbarcarsi con sua moglie Aina, poi l’inferno della traversata quando si è sentito «un puntino insignificante nell’universo». Due giovanissimi sposi e una “crociera” di nozze lungo il più grande cimitero per migranti del pianeta nel tentativo di sottrarsi ai mostri della povertà, della fame, della sete. Oggi il loro Paese è ancora sull’orlo della catastrofe, come tutto il Corno d’Africa.

Bishaaro*, 17, lives with her family in a displacement camp in Baidoa, southern Somalia.
Her and eight family members were forced to flee after they lost their livestock due to the drought.
In the camp, Bishaaro* says they only eat one meal a day and they need essentials like food, water and access to school.
Save the Children provided a water truck in the camp for displaced families to access clean water.

Basta un rapido sguardo all’ultimo rapporto delle Nazioni Unite: almeno un milione e mezzo di bambini somali con meno di 5 anni sono gravemente malnutriti, quasi 400mila sono a un passo dalla morte, mentre la regione sta vivendo la siccità forse peggiore della sua storia. Notizie, numeri, carte per lo più ignorati e volontariamente, da un Occidente sempre più accartocciato sulle logiche di un criminale profitto tout court, di una economia di mercato impazzita. Peccato però che dietro vi sia un dramma epocale, e per protagonisti milioni tra donne, uomini, anziani. E bambini. Save The Children ci fa sapere che in una struttura di Baidoa a sud-ovest del Paese, gestita dall’organizzazione internazionale, nei primi 6 mesi di quest’anno è cresciuto del 300 per cento il numero di piccolissimi che hanno dovuto ricevere cure per la forma più acuta di malnutrizione. A giugno quasi 500 bambini acciuffati per i capelli (ma il cui destino è tutt’ora incerto, moltissimi nel frattempo certamente saranno morti) ovvero, ci spiegano, un numero quattro volte superiore a quello di gennaio. Una catastrofe che macina morte, e velocissima cambia volto di giorno in giorno. «Stiamo affrontando molte nuove sfide rispetto a soli due o tre mesi fa. Siamo al limite», dice il dottor Farhiyo Mohamud Abdirahman, al lavoro in questa disperata prima linea da oltre due anni.

Ma più in generale, nel Corno d’Africa – che viene da quattro stagioni consecutive senza piogge – a pesare sulla crisi è anche l’aumento dei prezzi dei generi alimentari e questo grazie alla guerra scatenata dalla Russia in Ucraina, oltre naturalmente alle ripercussioni della pandemia. Si calcola che almeno 18,5 milioni di persone tra Somalia, Etiopia e Kenya siano state colpite dalla siccità. Quella messa peggio è proprio la Somalia. Si rischia di bissare il disastro del 2011, quando per la carestia morirono 260mila persone, la metà dei quali circa erano bambini molto piccoli.
Non erano, e non sono numeretti sparsi qua e là su un documento ufficiale. Sono volti, e nomi, e storie, sogni, speranze. Vite cancellate come con un segno di matita. Avevano anch’essi un nome, un volto, e tutto il diritto di vivere, i venti bambini morti per esempio a giugno nello stesso centro medico di Baidoa. Più del doppio rispetto a maggio, la cifra più alta degli ultimi 12 mesi. «Viviamo in un mondo in cui sappiamo come prevenire la fame, eppure centinaia di migliaia di persone continuano a morire», osserva sconfortato Mohamud Mohamed Hassan, direttore di Save the Children in Somalia, secondo cui «oggi permettere che avvenga tutto questo è una scelta politica». Un gioco brutale sulla vita degli altri, i diseredati, gli invisibili. Perfettamente ce l’ha più volte spiegato il professor Gian Andrea Franchi, che con sua moglie Lorena Fornasir, psicologa, da anni a Trieste accolgono e curano i migranti che attraversano l’apocalisse della rotta balcanica per poi raggiungere il sogno dell’Europa, la “salvezza” o, piuttosto, un minimo di riposo mentale da fame, povertà, emergenze climatiche e guerre: «Noi, gli occidentali, i privilegiati, i discendenti dei colonizzatori, dei conquistatori. Loro, gli orientali, i diseredati, i discendenti dei conquistati, dei colonizzati».
In Somalia chi tra questi invisibili diseredati vive nelle zone più estreme mangia e beve ciò che trova. Quando, lo trova. «Carne putrida, acqua sporca dagli abbeveratoi del bestiame, e anche lottando contro gli animali selvatici per afferrare qualcosa di mangiabile», denuncia Gabriella Waaijman, direttore Umanitario globale dell’organizzazione. Storie orribili.

Come quella di Casho, 33 anni, che ha perso due dei suoi sette figli a causa del morbillo. Quando si ha fame e sete e non hai nemmeno la forza di piangere si muore anche per una banale malattia. Da noi si risolve con una tachipirina e un giocattolo, lì si crepa. La maggior parte del bestiame della famiglia di Casho è morto di sete. Hanno camminato tutti insieme per due giorni fino al campo profughi di Baidoa, con la speranza di trovare aiuti. «I miei bambini hanno sofferto moltissimo – ha raccontato Casho –, senza cibo, né acqua. Allevavamo animali e coltivavamo la terra, adesso i nostri animali sono morti e i raccolti sono persi». Centinaia di migliaia di persone come Casho sono fuggite via in cerca di cibo, acqua pulita e cure mediche. La fame tuttavia è uno spettro con cui si combatte ogni giorno negli stessi campi. «Non abbiamo mangiato né ieri sera né oggi, non abbiamo nulla neanche per i prossimi giorni»: a parlare è un ragazzino di quindici anni, si chiama Ali, arrivato a Baidoa a giugno. «Chiediamo l’elemosina al mercato per avere un po’ di mais o qualche soldo, ma torniamo tante volte a casa senza niente e andiamo a dormire senza aver mangiato», dice, prima di eclissarsi, concedendo agli operatori di Save The Children una fotografia. Bishaaro ha appena due anni più di Ali, è una ragazzina bellissima. «Siamo qui da 15 giorni – racconta ai volontari – e l’ultima volta che abbiamo mangiato è stata quando la donna che vive nella tenda accanto alla nostra ci ha dato qualcosa, due giorni fa». Qualche kuraariye, i kiwi, o un po’ di qarre, l’anguria. Se ne va in giro, cercando invano qualcosa. Sua madre si spacca la schiena raccattando un po’ di legna da ardere, che vende al mercato. Spesso nemmeno un ciocco. Bishaaro e i suoi arrivarono al campo a bordo di un carretto di fortuna che non era nemmeno il loro carretto. «Quando siamo stati sfollati, abbiamo lasciato tutto alle spalle», dice, allontanandosi.

Nel vicino Kenya non se la passano meglio. Circa 942mila bambini più piccoli di cinque anni e 135mila donne incinte e madri che allattano sono alla fame più nera. Milioni di persone sono cadute in povertà e le famiglie non possono permettersi di sfamare i propri figli o mandarli a scuola. Circa 3,3 milioni di bambini sono a rischio di abbandono scolastico in Kenya, Etiopia e nella stessa Somalia, un numero triplicato in soli tre mesi. Anche loro, 3,3 milioni di nomi, non numeri. Come la piccola Mahad, 12 anni, che vive in un villaggio a nord della contea di Garissa, vicino al confine con la Somalia, con sua madre e sette fratelli. La sua famiglia ha perso centinaia di animali a causa della siccità e ora sta lottando per permettersi il cibo e il denaro necessario per farla studiare. «Da grande voglio fare l’insegnante», afferma con la forza che le resta. La scuola per lei è un grande amore, e viene prima di ogni altra cosa. Ma quale futuro l’attende?
Difficile capire nel profondo, in quale smarrimento si possa precipitare. Mohammed ne sa qualcosa. Legge con noi i report, annuisce; è un dramma che ha vissuto sulla sua pelle. Ripete d’aver visto morire tanti suoi amici, molti bambini del villaggio. Finché una mattina decise, sebbene così giovane, di affrontare quel viaggio con Aina. «Pensavo di trovare braccia aperte, mi ero convinto di questo. Pochi invece sanno chi siamo, da dove arriviamo, e che siamo uguali a voi», dice, con un filo di voce. «Quello che più mi fa soffrire, peggio di questi spasmi, è che il mondo sembra non accorgersi di noi. Io sono come tutti gli altri, come te per esempio…», si ferma, ci osserva. «Sono andato a scuola per quanto ho potuto – racconta ancora –, vorrei continuare ad andarci una volta che tutto si sistemerà. Se sogno? Sì, certo che lo faccio. Sogno di diventare un pilota di aeroplani, di volare, di tornare in Somalia, nel mio paese magari un giorno risanato».

Poi ci confida dell’amore per sua moglie, di un abbraccio lungo tutto il viaggio dall’Africa all’Europa, del figlio che sta per arrivare. Nascerà a Firmo, un piccolo centro italo albanese in provincia di Cosenza posto in cima a un altopiano, ai piedi della maestosa catena del Pollino. Gli ricorda le belle e misteriose montagne della sua martoriata Somalia. Andando via, lo vediamo prendersi cura di un anziano con il quale divide la stanza d’ospedale, sistemargli le lenzuola, imboccargli qualcosa e sotto lo sguardo incredulo degli operatori sanitari, di altri pazienti, dei familiari di questi. È uno sguardo che troppo spesso, tuttavia, nasconde quella voce arcana a cui molti di noi danno pieno ascolto: raccomanda di stare alla larga, di non fidarsi. E che noi siamo migliori di loro.

Come muore una democrazia

Ormai giornalmente veniamo avvertiti che il centro-destra potrebbe raccogliere fino al 48% dei voti validi, con il Fratelli d’Italia ben sopra il 20%, il partito più votato in Italia. Sarà anche vero che questo Paese è sempre stato «di destra», ma questo risultato segnerebbe senza dubbio un momento di svolta nella storia politica italiana. La domanda che sorge spontanea, però, è: come è possibile che siamo arrivati a questo punto? Un partito «post-fascista», i cui legami ideali con il fascismo non sono mai stati veramente recisi, si troverà dunque al governo, eletto dagli italiani, esattamente cento anni dopo quella marcia su Roma che segnò la triste involuzione autoritaria del Paese.

Se qui siamo arrivati, non è però un caso. E non è tanto – come superficialmente affermano in molti – perché FdI è stato all’opposizione del governo Draghi, facendo tesoro della rendita di posizione di cui gode sempre chi si schiera contro, nonostante la supposta «popolarità» dell’ex banchiere e i suoi «ottimi risultati». Il successo di FdI e della destra viene da lontano e molto hanno contribuito, a quel successo, il centro-sinistra e le sue politiche.

È da ormai più di un decennio che movimenti e posizioni «populiste» vanno affermandosi in Europa, coniugandosi con l’affermazione di movimenti apertamente filo-fascisti o nazisteggianti, quella «alt-right», la destra «radicale» che per molti versi è diversa dalla vecchia destra neo-fascista degli anni Settanta. È una destra che raccoglie attorno ai neo-conservatori frange apertamente filo-fasciste, appellandosi anche ai ceti popolari, facendo leva su sentimenti di rancore e rivalsa che albergano nel corpo sociale, soprattutto tra quelle fasce che più hanno vissuto sulla propria pelle gli effetti negativi della globalizzazione, le politiche di austerità, e che si trovano «escluse», marginalizzate, ceti medi e medio-bassi «proletarizzati» che sono rimasti spiazzati dalle dinamiche del capitalismo neo-liberista che si è affermato negli ultimi trent’anni. Si trattasse solo di quelle élite neo-conservatrici che non si riconoscono più nelle intemperanze della Lega o nel moderatismo post-democristiano di Forza Italia, non ci sarebbe forse di che preoccuparsi. Il fatto è che il consenso si è allargato alle fasce deboli, rimaste alla mercè delle dinamiche del mercato, senza «protezioni», dal sotto-proletariato dei «coatti» ai «perdenti della globalizzazione».

La dinamica politica italiana, in questo, mostra sviluppi preoccupanti, ma anche molto prevedibili. Che riflettono, da un lato, i mutamenti sociali in atto e, dall’altro, l’evolversi della cosiddetta «offerta» politica, data dalle forze politiche attive e dai messaggi e prospettive che offrono. Dopo il 1989 e, soprattutto, dopo il 1992, con lo scioglimento del Partito comunista, tangentopoli, l’adesione al Trattato di Maastricht e l’inizio della «globalizzazione», il panorama politico italiano muta radicalmente. A sinistra, la transizione è incerta, mentre a destra il blocco conservatore si ricompatta attorno a Forza Italia, il partito-azienda del Signor B. Il travaglio dei post-comunisti vede fasi alterne, perdendo progressivamente pezzi, per approdare al centro-sinistra dell’Ulivo nel 1996, che governa fino al 2001 e poi di nuovo dal 2006 al 2008.

Quando nasce il Partito democratico di Veltroni a «vocazione maggioritaria», alle elezioni del 2008 la sinistra e il centro-sinistra non riescono a coagulare più del 40% dei voti, mentre il centro-destra ottiene il 46.8% e l’Udc di Casini il 5.6% (la destra si ferma al 2.4%). Fino ad allora, il “blocco sociale di riferimento” del centro-sinistra è più o meno definito, come lo è quello del centro-destra. Il 2008, però, è anche il primo anno di una crisi economica che si protrarrà fino al 2013, con effetti catastrofici. Il Pd non coglie cosa sta avvenendo nel tessuto sociale. Il sostegno al governo Monti, dal 2011, con la sua agenda “rigorista” nel nome dell’austerity europea, provoca il primo definitivo smottamento, di cui trae vantaggio il messaggio egalitario e “populista” dei neonati 5 Stelle di Grillo. Ma il divario tra il Paese e il palazzo si allarga, soprattutto tra i ceti popolari, come testimonia la partecipazione elettorale: tra il 2008 e il 2013 il numero dei votanti scende da 37,9 a 35,3 milioni.

Nel 2013, i voti del Pd scendono da 12 a 8,6 milioni (il 25.4%), mentre la coalizione raggiunge il 29.6% (con Sel al 3,2%), il centro-destra si ferma al 29.2%, la coalizione di Mario Monti ottiene il 10.6%, mentre Rivoluzione civile si ferma al 2,3%. Il M5s, invece, prende il 25.6%, raccogliendo buona parte del voto “in uscita”, a sinistra come a destra, degli «scontenti», mobilitati dalle istanze «anti-sistema» che il movimento esprime. Per l’intera legislatura, però, il Pd mantiene la guida del governo, con Letta, Renzi e poi Gentiloni, non modificando sostanzialmente la sua agenda politica.

Così, le istanze populiste e demagogiche trovano facile terreno di coltura, alimentate dall’insoddisfazione crescente e dalla stagnazione del Paese. Nel 2018, i votanti scendono ancora, a 33,9 milioni, i voti del Pd calano a meno di 6,2 milioni (il 18,8%), e al centro-sinistra va il 22,9%, mentre Liberi e uguali ottiene il 3,4% e gli altri di sinistra appena l’1,6%. Il centro-destra ottiene il 37% (la Lega il 17,4%, Fi il 14% e FdI il 4,4%). Ed è il M5S a uscire vincitore, raccogliendo ben 10,7 milioni di voti (il 32,7%) tra i ceti medi e medio-bassi delle periferie urbane e nel sud. Ma anche la Lega, sotto la guida di Salvini.

Il populismo 5 Stelle è fondamentalmente rivolto al popolo come «demos», con le sue istanze egalitarie, anti-elitarie e le sue promesse assistenzialistiche. Quello della Lega è rivolto al popolo come «ethnos», rimarcando istanze securitarie e identitarie, anti-immigrazione, anti-europeiste, protezionistiche, «sovranistiche» (si veda Ardeni, Le radici del populismo, Laterza 2020). Sia la Lega che il M5s si rivolgono ai ceti medi e medio-bassi, in questo, cogliendo la disaffezione profonda di vaste fasce dell’elettorato verso sinistra e centro-sinistra, tra le quali si alimenta il disagio sociale e il rancore.

A nulla valgono quattro anni e mezzo di una legislatura in cui il M5s, partito di maggioranza relativa e sempre al governo, nei due esecutivi a guida Conte e Draghi, non riesce a portare a termine alcuna delle sue promesse – se si esclude l’inutile riduzione del numero dei parlamentari e il reddito di cittadinanza – mentre la Lega, al governo in due esecutivi, dopo l’imposizione dei «decreti sicurezza» pare rivolgere le sue attenzioni più al nucleo originario della sua base sociale che a quello dei ceti popolari non protetti. Così, quattro anni e mezzo sono passati senza che il Pd abbia non solo fatto un’analisi consequenziale di quanto andava corretto della sua linea e delle sue politiche ma stando al governo nel nome della “responsabilità”, prima per non “consegnare il Paese alle destre”, poi per affrontare l’emergenza della pandemia e sostenere il governo di “unità nazionale” sotto la guida di Mario Draghi. Preoccupandosi dei «diritti», senza peraltro portare a casa alcun risultato (dallo ius soli alla legge Zan). Una strada intrapresa da tempo, peraltro, nell’illusione che lasciando fare ai mercati, la crescita avrebbe beneficiato tutti, buttando a mare l’esperienza del capitalismo regolato. Continuando a guardare ai ceti medi. Dimenticandosi, ancora una volta, di quelle classi popolari che non sono più, evidentemente, nel suo radar. E che ora, dopo aver visto sciogliersi come neve al sole le promesse del M5s, come non poteva essere altrimenti, guarderanno a destra, nella speranza di trovare un nuovo rifugio o resteranno semplicemente a casa, senza ormai alcuna fiducia che questa democrazia sia in grado di rispondere ai loro bisogni.

Così muoiono le democrazie, ignorando quella domanda di eguaglianza nella libertà. Lasciando i ceti deboli allo sbaraglio, in mano alla destra radicale, che ora raccoglie tra i delusi della Lega quanto dagli esclusi di ogni tipo. Contento di difendere la cittadella «progressista», il Pd si accontenterà di raccogliere gli stessi consensi di prima, tra i ceti medi protetti. Sperando che l’astensione massiccia dai delusi dei 5 Stelle faccia alzare le percentuali sui voti validi. E aprendo la via all’involuzione illiberale, mai come oggi a portata di mano.

L’autore: Pier Giorgio Ardeni è professore ordinario di Economia politica e dello sviluppo all’Università di Bologna. È autore di numerosi saggi tra cui Le radici del populismo (Laterza 2020) ed è uno degli autori del libro collettaneo di Left di maggio 2022 “Tax the rich” (a cura di Piero Bevilacqua)