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L’attitudine al servilismo

Intorno a Giorgia Meloni si è attivato un meccanismo molto italiano, che ha a che fare con il potere e che ben descrive l’anima nera di questo Paese.

Giorgia Meloni studia da wasp (donna bianca anglosassone protestante, il modello mito dei repubblicani) ripetendo interviste in cui è vestita da repubblicana statunitense, truccata da repubblicana statunitense, con improbabili sfondi di abitazioni Usa. Per passare dalla figura della coatta romana post-fascista alla donna internazionale davvero può bastare uno studio di immagine ben fatto? È vero che il suo competitor Salvini si dedica a Nutella e spritz – non è particolarmente difficile da battere in termini di credibilità – ma sembra che tutti abbiano dimenticato l’enorme quantità di falsità e violenza verbale che Giorgia Meloni ci ha rifilato negli ultimi anni.

Com’è possibile che una leader di partito e il suo partito improvvisamente diventino credibili dopo essere stati derisi? Semplice, basta avere una buona predisposizione al servilismo. C’è una parte dei giornali che ha come missione aziendale (e a volte anche editoriale) quella di piacere al potere, chiunque esso sia. Sono i media che di volta in volta diventano berlusconiani, poi montiani, poi renziani, poi salviniani, poi draghiani e ora senza troppi problemi si cambiano l’intimo per esser pronti a diventare meloniani. Li riconoscete facilmente: sono quelli che nelle ultime settimane insistono sul fatto che l’antifascismo sia un vezzo e che Giorgia Meloni non sia fascista «perché l’ha detto» lei. Hanno il coraggio di scriverlo esattamente così.

Ieri Carlo Calenda (uno che sta ampiamente dimostrando di essere pronto ad attraccare in ogni porto pur annusare il potere) ha riportato un’agenzia di stampa che riprendeva il discorso multilingue confezionato da Giorgia Meloni per diventare potabile a livello internazionale (in cui dice – in inglese – «no ambiguità sul fascismo») e ha scritto: «Penso che sia doveroso prendere atto di questo passaggio chiaro e netto di ⁦Giorgia Meloni». Eccola la normalizzazione per utilità personale.

Del resto per essere antifascisti bisogna avere la schiena dritta, non cadere mai nella tentazione di assecondare i potenti.

Buon giovedì.

Raccolta firme: «Discriminato chi non è già in Parlamento». La denuncia di Marco Cappato

In questa concitata e rapidissima campagna elettorale rimane sotto traccia una grave discriminazione di cui pochi parlano: non tutte le liste hanno pari opportunità. Le forze che erano già Parlamento possono perpetuarsi. Chi era fuori rischia di non avere accesso. Perché non è possibile fare la raccolta firme in digitale come consentito per i referendum? Abbiamo rivolto queste ed altre domande a Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni che sta portando avanti la battaglia per i diritti di tutti. «Le discriminazioni purtroppo sono tante e toccano vari aspetti» risponde Cappato che ha da poco presentato la lista Referendum e democrazia. Da dove partire? «Inizierei dal fatto che i partiti che già dispongono di strutture parlamentari e servizi sono avvantaggiati nella corsa elettorale. Bisognerebbe mettere tutti coloro che devono raccogliere le firme nella condizione di farlo. Questo è il primo livello di discriminazione. C’è sotto una logica inaccettabile: chi non è in Parlamento deve dimostrare di esistere. Chi invece è in Parlamento già esiste».

Chi deve raccogliere le firme non si può coalizzare?
Questa è la seconda discriminazione. Chi deve raccogliere le firme non si può alleare. Questo indipendentemente dal fatto che abbia una struttura potentissima, milioni di euro per raccogliere le firme e candidati in tutti i collegi. Se non hai l’esenzione e vuoi fare un accordo con qualcuno, devi farlo anche sui collegi uninominali. Ma chi ha l’esenzione i collegi uninominali non li chiude se non all’ultimo minuto. Dunque se una lista – di destra, di centro, di sinistra – vuole fare un accordo non lo può fare. È una questione totalmente discriminatoria.

Come si può superare questa discriminazione?
L’unico modo sarebbe permettere di raccogliere le firme sul simbolo e non sulle liste complete. Raccolgo 60mila firme e poi faccio gli accordi con chi voglio, come gli altri, che possono cambiare i candidati fino all’ultimo momento. “Mi piaceva Letta adesso non mi piace più”… fin qui hanno fatto come gli pare.

Calenda, prima di fidanzarsi con Renzi e non dover più raccogliere le firme,  riteneva di aver diritto all’esenzione per il fatto di essere parlamentare europeo anche se è stato eletto nella lista Pd-Siamo Europa il soggetto politico che oggi si chiama Azione ma all’epoca delle elezioni non era presente con il suo simbolo. L’esenzione non vale però per l’Unione popolare. Come leggere queste disparità?
Sotto questo riguardo l’Unione popolare ha subito una discriminazione in più: erano presenti in Parlamento ma non è bastato. Sono stati esentati solo coloro che erano coalizzati. È una discriminazione nella discriminazione. Tutto questo è completamente illegale, assurdo, incostituzionale, non saprei come altro definirlo. Il governo ha il compito di diminuire l’impatto di queste discriminazioni. Per farlo deve autorizzare a raccogliere le firme sul simbolo e non sulle liste complete e con raccolta di firme digitale come già si può fare per i referendum.

Avevate rivolto un appello a Draghi riguardo alla possibilità di raccogliere firme in digitale. C’è stata risposta?
Silenzio assoluto; 25 persone hanno fatto lo sciopero della fame. Virginia Fiume è stata in sciopero della fame per dieci giorni. Non abbiamo ricevuto alcuna risposta. Neanche un commesso parlamentare che ci abbia dato conto della ricezione del nostro messaggio.

Quali sono le conseguenze di queste spinte all’auto conservazione delle forze oggi in Parlamento?
Hanno riflessi politici forti anche sulla campagna elettorale. Stiamo parlando di questioni che sono apparentemente tecniche, fatte apposta per essere incomprensibili. Il risultato è che non interessano a nessuno. La conseguenza è un sistema blindato su una cerchia di partiti che alle ultime elezioni non sono stati neanche in grado di portare a votare un elettore su due. E che tuttavia possono tranquillamente continuare a parlare di se stessi, degli accordi, di chi fa il premier, senza prendere minimamente in considerazione questioni sociali enormi, divisive al loro interno, pensiamo ai cosiddetti temi etici o delle libertà civili. Ma anche a temi rispetto ai quali non sono minimamente preparati a proporre soluzioni concrete in primis i cambiamenti climatici che sono la priorità delle nuove generazioni.

Cosa c’è dietro questa auto blindatura del sistema?
Serve a tenere fuori dalla porta certe urgenze senza dover pagare un prezzo sul piano elettorale, se non sul piano dell’astensionismo. Ovviamente questo non è deciso da un “grande vecchio”. Io non sto facendo un ragionamento complottista. Dico che molte forze politiche hanno perso il contatto con la società. Ne sono consapevoli e tentano di recuperarlo sul piano della demagogia e della propaganda. Loro pensano di riuscire a drogare la campagna elettorale pagando lautamente agenzie di comunicazione. Spendono molto, tanto dura poco. Così alcuni saranno attratti dal fatto che tanto vince la destra, altri il centrosinistra, altri saranno attratti dallo slogan del giorno, la flat tax. Così anche questa volta si scavalla l’appuntamento elettorale e poi si ricomincia come prima.

A pochi giorni dal lancio di Democrazia e referendum già 700 persone si sono proposte come candidate della vostra lista incentrata su tematiche centrali come quella dell’ambiente. In questi giorni circola un appello di scienziati. C’è chi parla anche di “Agenda Giorgio Parisi”. Qual è la vostra proposta?
Noi portiamo l’urgenza della democrazia, come priorità assoluta per poter affrontare le grandi questioni del nostro tempo. Perché il tema dei rigassificatori o dei termovalorizzatori è esplosivo? Lo è perché viene affrontato come bandiera ideologica, da una parte e dall’altra. Quando parliamo di grandi opere o di grandi infrastrutture energetiche scatta la sindrome “non nel mio cortile” soprattutto – a mio avviso – perché non c’è informazione e non c’è coinvolgimento dei cittadini. Sulle grandi infrastrutture energetiche ci saranno comunque i favorevoli e contrari ma è importante discuterne. Si possono fare dibattiti pubblici sulle grandi opere, assemblee di cittadini come si fa nel resto d’Europa. Oggi ci sono strumenti. Per chi crede nella democrazia dovrebbero diventare un investimento prioritario. Usare la rivoluzione digitale e tecnologica per realizzare una rivoluzione democratica di partecipazione, questa è la priorità che avrà effetto poi sulle politiche riguardo ai cambiamenti climatici, sulle politiche sulla società civile, sulle grandi questioni sociali e del lavoro.

Due parole pressoché assenti in questa campagna elettorale sono diritti e laicità. Per aver accompagnato in Svizzera la signora Elena, malata terminale di cancro lei rischia fino a 12 anni di carcere. Come le era già accaduto per il caso di Dj Fabo. Dopo la sentenza del 2019 della Consulta il Parlamento avrebbe dovuto fare una legge sul fine vita. Quella in discussione, purtroppo, è perfino peggiorativa della situazione attuale. Siamo punto e a capo?
La disobbedienza civile di cinque anni fa ha poi portato alla legge sul testamento biologico e anche a una sentenza della Corte costituzionale che ha legalizzato l’aiuto al suicidio a determinate condizioni. In questo modo siamo già stati riformatori attraverso la non violenza. Ora dobbiamo proseguire il cammino, nonostante la strada verso il referendum sia stata sbarrata dalla Consulta guidata da Giuliano Amato. Nonostante sia stata sbarrata la strada delle leggi di iniziativa popolare e dell’iniziativa parlamentare. Nonostante tutto questo sia stato affossato. Le minoranze organizzate come quelle clericali e quelle collegate a vario titolo con il Vaticano, anche se non hanno un forte consenso nella società, hanno un efficacissimo potere di interdizione e di ricatto all’interno dei partiti e delle coalizioni. Torniamo dunque a parlare di un problema democratico. Problematiche particolari prevalgono sull’interesse generale, prevalgono sull’opinione pubblica anche se quest’ultima è molto più avanti del ceto politico su questi temi. Mettere al centro la democrazia ha esattamente questo significato.

Un’altra parola chiave di questa campagna elettorale è antifascismo. Anche lei è entrato nel dibattito su cosa è fascista, ricordando che la legge del 1930 lo è pienamente…
In Italia abbiamo ancora residui e scorie del regime fascista. Ci sono scorie di Stato etico nel codice Rocco ma anche per una certa organizzazione corporativa della società dove si sentono le corporazioni ma non si ascoltano i cittadini. Tutto diventa un negoziato. Una volta c’era la camera dei fasci e delle corporazioni, molto resta di quella eredità del regime fascista io penso che vada affrontata in modo molto diretto. E poi ci sono politiche fascistoidi che pur essendo nate in tempi più recenti mantengono quella impostazione ideologica. Ovviamente non risalgono all’epoca fascista ma hanno quella certa impostazione leggi come quella sulle droghe che mette fuorilegge milioni di consumatori. Tendenzialmente vi è contenuto un rischio totalitario, per fortuna è ampiamente disapplicata. Purtroppo a farne le spese sono solo i poveracci. E poi ci sono segnali da non sottovalutare come l’esibizione di camicie nere, simboli saluti. Ma ho l’impressione che l’eredità fascista della quale quale è necessario e urgente occuparsi è più che altro quella che sta nei fatti di oggi che nei simboli di ieri, che pur tuttavia sono significativi in quanto simboli di insofferenza, di una nostalgia che è figlia anche del fallimento del nostro sistema democratico nell’appassionare cuori e menti alla democrazia.

Nei giorni scorsi da più parti è stato proposto un suo diritto di tribuna nelle liste del centrosinistra, cosa risponde?
Lo hanno proposto degli intellettuali come Gianrico Carofiglio e Giuliano Ferrara, li ringrazio. Lo leggo come un segnale di attenzione e di stima, perché loro non sono leader politici. Non è il loro compito proporre degli accordi, dal punto di vista politico, pur con le differenze che soprattutto Ferrara ha sottolineato. Dunque io non posso che ringraziarli.

Breve storia del Pd: le sue responsabilità (di ieri e di oggi) per la crisi sociale del Paese

Occorre di tanto in tanto fermarsi e guardare indietro, fare un po’ di storia, per capire come siamo arrivati sin qui. E un buon filo d’Arianna per districarsi nel labirinto della cronaca carnevalesca di oggi è la vicenda del Partito democratico. Nato nel 2007 dalla fusione dei Democratici di sinistra e della Margherita, è stato sino al 2018 il maggiore partito italiano e, con alcune interruzioni, nel governo della Repubblica per quasi 9 anni. L’intera XVII legislatura coperta con i governi Letta-Renzi-Gentiloni. In tutto 15 anni che, per i tempi della politica, per le sorti di un Paese, costituiscono una stagione abbastanza lunga perché sia possibile valutarne le responsabilità.

Comincio col rammentare che, erroneamente, questa formazione è stata sempre considerata l’amalgama di due grandi eredità politiche, quella comunista e quella democristiana. Non è così. Tanto i dirigenti comunisti che quelli cattolici, prima di fondersi, avevano subìto una profonda revisione della loro cultura originaria. Prendiamo gli ex comunisti. Dopo il 1989 essi hanno attraversato, come tutti i partiti socialisti e socialdemocratici europei, il grande lavacro neoliberale, mutando profondamente la loro natura. Tanto Mitterand in Francia, che Schroeder in Germania, Blair nel Regno Unito, D’Alema ( insieme a Prodi e Treu) in Italia, hanno proseguito o introdotto nei loro Paesi le leggi di deregolamentazione avviate dalla Thatcher in Gran Bretagna e Reagan negli Stati Uniti. In sintonia con Clinton, che nel corso degli anni 90 ha abolito la legislazione di Roosevelt sulle banche, essi hanno liberalizzato i capitali, reso flessibile il mercato del lavoro, avviato ampi processi di privatizzazione di imprese pubbliche e beni comuni, isolato ed emarginato i sindacati.

Democratici americani, socialdemocratici ed ex comunisti europei hanno sottratto le politiche neoliberistiche dai loro confini americani e britannici e le hanno diffuse più largamente nel Vecchio Continente. Un compito svolto senza incontrare resistenza, perché gli agenti politici si presentavano ai ceti popolari col volto amico e le insegne delle organizzazioni di sinistra. Hanno cosi impedito ogni reazione e conflitto. Negli anni 90 le élites di queste forze, hanno compiuto un capolavoro politico: hanno abbandonato il loro tradizionale insediamento sociale (classe operaia e strati popolari) e hanno salvato se stesse come ceto, mettendosi alla testa del processo della globalizzazione. Serge Halimi ha ricostruito con copiosa ricchezza di particolari questa vicenda (Il grande balzo all’indietro. Come si è imposto al mondo l’ordine neoliberale, Fazi 2006).

Sarebbe un errore moralistico tuttavia bollare come tradimento tale ribaltamento strategico. Quei gruppi dirigenti, nutriti di cultura sviluppista e privi di ogni sguardo agli equilibri del pianeta, non hanno fatto fatica a convincersi che rendere sempre più libero e protagonista il mercato, togliere lacci e lacciuoli, come ancora si dice, avrebbe accresciuto la ricchezza generale e dunque allargata la quota da distribuire anche ai ceti subalterni. E a questo compito residuale hanno limitato il loro rapporto col mondo del lavoro, ritagliandosi spazio e consenso tra i gruppi dirigenti. Senza dire che nel vocabolario della cultura neoliberista (libero mercato, flessibilità del lavoro, competizione, meritocrazia, ecc) essi hanno trovato il repertorio linguistico per innovare il loro discorso politico, quello più confacente alla loro nuova collocazione. Quella di forze politiche che non dovevano più promuovere e orientare il conflitto sociale, ma ottenere consenso elettorale per politiche di mediazione e di lenimento risarcitorio degli effetti più aspri dello sviluppo derogolamentato.
Dunque le forze che danno vita al Pd non sono gli epigoni dei vecchi partiti popolari, nati dalla Resistenza, sono forze del tutto nuove, indossano il vestito smagliante del vecchio avversario di classe. Ma quello di Veltroni e degli altri nasce come un progetto invecchiato, perché vuole imporre in Italia il bipartitismo in una fase storica in cui esso è al tramonto negli stessi Paesi in cui ha avuto più fortuna.

Qualcuno ricorda quando il Financial Times si scandalizzava per i programmi elettorali dei Tories e dei Laburisti nel Regno Unito, che erano pressoché identici? La stessa cosa accadeva negli Usa, fino a quando Trump non ha incarnato l’estremismo del primatismo bianco. Luigi Ferrajoli ha scritto pagine lucidissime su quei sistemi elettorali nel secondo volume dei suoi Principia iuris (Laterza 2007). Ma il tentativo di trasferire nel nostro Paese il sistema politico anglo-americano è poi velleitario non solo perché non tiene conto delle nostre varie culture politiche. Come se bastasse creare un unico contenitore per due contendenti, lasciando fuori tutti gli altri, per assicurare stabilità al sistema politico e conseguire la tanto agognata governabilità.

La storia non si lascia comprimere dal volontarismo istituzionale. Quella scelta ha contributo col tempo a mettere all’angolo le varie forze di sinistra, Rifondazione Comunista, Sel, Sinistra italiana, ecc (che portano la loro quota specifica di responsabilità), senza tuttavia risolvere i problemi di coesione e stabilità al proprio interno e nel sistema politico. Ma il tentativo nasconde un altro deficit analitico, comune a tutti coloro che ricercano la “governabilità”, accrescendo la torsione autoritaria degli ordinamenti. La fragilità dei governi riflette in realtà quella dei partiti, vuoti di ogni progettualità, privi ormai di forti ancoraggi sociali (tranne in parte la Lega) e trasformatisi in agenzie di marketing elettorale. Essi inseguono gli umori dei gruppi sociali, in parte creati, e non solo veicolati, dai media, protagonisti in prima persona della lotta politica, e perciò sono volatili, scomponibili come giocattoli di Lego.

Ma ciò che quasi tutti ignorano è che nella stagione di euforia neoliberista i partiti hanno consegnato al mercato, cioè al potere privato, non poche prerogative che erano del potere pubblico. E oggi il ceto politico, si ritrova con strumenti limitati di regolazione e controllo, sempre più costretto a subire la spinta del capitalismo finanziario a trasformare lo Stato in azienda. Le procedure di scelta e decisione dei Parlamenti e dei governi appaiono troppo lente rispetto alla velocità dell’economia e della finanza senza regole. Se un operatore può spostare immense somme di danaro con un gesto che dura pochi secondi, all’interno di società capitalistiche in competizione su scala mondiale, è evidente che la struttura degli Stati democratici appare ormai come un organismo arcaico. E senza un vasto ancoraggio con i ceti popolari, senza essere supportati dalla loro forza conflittuale, i partiti sono fragili e i governi instabili.

Dunque il Pd è nato come “forza di governo”, emarginando le culture politiche alla sua sinistra, imponendo o caldeggiando il sistema elettorale maggioritario. Ciò ha prodotto una torsione antidemocratica all’interno dei partiti in cui le segreterie hanno accresciuto il proprio potere sulla scelta della rappresentanza parlamentare, sempre più sottratta ai cittadini elettori. Un colpo alla democrazia dei partiti e a quella del Paese, governato da Parlamenti nominati, frutto di leggi elettorali spesso incostituzionali.

Se poi entriamo nella narrazione storica delle scelte partitiche e di governo compiute in 15 anni di storia nazionale non possiamo non stupirci della capacità manipolatoria dei gruppi dirigenti di questo partito, e della grande stampa, nel celare la sua natura conservatrice, spacciandolo per una forza di centro-sinistra. Si può ricordare il Jobs Act? Alcuni compassionevoli difensori scaricano la responsabilità su Matteo Renzi, quasi non fosse rampollo della stessa casata. Ma dopo di lui il lavoro precario in Italia è dilagato, il Pd non si mai mosso per arginarlo e, meraviglie delle meraviglie, si è insediato anche in ambito pubblico. Nel ministero dei Beni culturali, presieduto per un totale di 7 anni da Enrico Franceschini, siamo al “caporalato di Stato”, con una miriade di giovani che tengono in piedi  musei e siti con contratti a tempo determinato e salari da fame. Non va meglio ai ricercatori della Sanità pubblica, 1290 operatori con una media di 10 anni di precariato alle spalle. Sono i nostri giovani più brillanti, quelli che la Tv ci mostra dopo che sono scappati, quando hanno avuto successo nelle Università straniere. Nel 2021 con la ripresa dell’occupazione del 23%, il 68% è di contratti stagionali, il 35% in somministrazione, e solo 2% a tempo indeterminato.

Ma tutto il mondo del lavoro italiano ha conosciuto forse il più grave arretramento della sua storia recente. «Secondo l’Ocse l’Italia è l’unico Paese europeo che negli ultimi 30 anni ha registrato una regressione dello stipendio medio annuale del 2,9%» (D. Affinito e M.Gabanelli, Corriere della Sera, 11 luglio 2022). E siamo ora al dilagare dei lavoratori poveri. Il rapporto dell’11 luglio del presidente dell’Inps Tridico ricorda che «il 28% non arriva a 9 euro l’ora lordi». Tutto questo quando non muoiono per infortuni: nel 2020 1.270 lavoratori non sono tornati alle loro case. Poveri in un mare di miseria, perché oggi contiamo oltre 5 milioni di poveri assoluti e 7 di milioni di poveri relativi. Ma c’è chi sta peggio. Nelle campagne è rinato il lavoro semischiavile comandato dai caporali. La figura dei caporali era attiva in alcune campagne del Sud negli anni 50, poi travolta dall’onda di conflitti del decennio successivo. Negli ultimi 20 anni è risorta, ma si è diffusa anche nelle campagne del Nord.

Dobbiamo ricordare le condizioni della scuola? Renzi ha portato alle estreme conseguenze, secondo il dettato neoliberista europeo, avviato in Europa col Processo di Bologna (1999) e introdotto in Italia da Luigi Berlinguer, la trasformazione in senso aziendalistico degli istituiti formativi. Con l’alternaza scuola/lavoro ha portato la scuola in fabbrica e la fabbrica nella scuola. Ma il processo è proseguito con gli altri governi per iniziativa o col consenso/assenso del Pd e prosegue ancora oggi, grazie all’assoggettamento dei bambini e dei ragazzi a logiche strumentali di apprendistato, perché acquistino competenze, non per formarsi come persone. Gli insegnanti vengono obbligati a compiti estenuanti di verifica dei risultati, sulla base di test e misurazioni standardizzate, quasi fossero dei capireparti che sorvegliano gli operai al cottimo. Essi non sono più liberi nelle loro scelte educative e culturali, trasformati come sono in esecutori di compiti dettati dalle circolari ministeriali. Sotto il profilo culturale, la torsione della scuola a strumento di formazione di individui atti al lavoro, al comando, alla competizione, – di cui il Pd è il più convinto sostenitore – costituisce il più sordido e devastante attacco alle basi del nostro umanesimo, della nostra civiltà.

Ma il giudizio da dare a questo partito non può riguardare solo le scelte di governo. Certo, alcune sono particolarmente gravi. L’iniziativa del ministro Marco Minniti, nel 2017, di armare la Guardia libica per dare la caccia ai disperati che si avventurano nel Mediterraneo, allo scopo di rinchiuderli e torturarli nelle loro eleganti prigioni, rappresenta forse il più feroce atto di governo nella storia della Repubblica. Dal 2017 sono affogati in quel mare oltre circa 2mila esseri umani ogni anno.

Ma ci sono iniziative meno cruente, non per questo però meno devastanti. La scelta del governo Gentiloni di stabilire “accordi preliminari” con Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna per avviare i loro progetti di autonomia differenziata è un passo esemplare. Mostra quale visione del futuro del nostro Paese orienta il gruppo dirigente del Pd. Un’Italia abbandonata agli egoismi territoriali delle regioni più forti, la competizione neoliberista portata dentro le istituzioni dello Stato, per disgregare definitivamente un Paese già in frantumi.

Ma occorre mettere nel conto dei 15 anni di presenza politica anche il “non fatto direttamente”, le leggi e le scelte accettate, dal governo Monti nel 2011 a quello Draghi appena concluso. E non abbiamo spazio per elencare le scelte avallate, dalla riforma Fornero all’inserimento in Costituzione dell’obbligo del pareggio di bilancio. E tuttavia non possiamo dimenticare che il Pd ha sabotato in ogni modo il referendum vittorioso per la publicizzazione dell’acqua, ha taciuto di fronte al continuo sottofinanziamento della scuola e dell’Università, non si contrappone ancora oggi al sostegno pubblico alla medicina privata. Il Pd non ha preso alcuna iniziativa per sanare un territorio devastato dagli incendi d’estate e travolto dalle alluvioni in inverno, ha anzi taciuto e sostenuto, tramite i suoi presidenti di regione e sindaci, la cementificazione selvaggia del Paese, la più totalitaria d’Europa. Il Rapporto nazionale Ispra 2022 denuncia che nel 2021 abbiamo raggiunto il valore più alto  negli ultimi dieci anni di consumo di suolo con la media di 19 ettari al giorno, per effetto di cementificazione, soprattutto per la costruzione di edifici. È una cifra spaventosa, una sottrazione di verde che espone il territorio alle tempeste invernali, accresce la temperatura locale, sottrae ossigeno alle città appestate dallo smog.

Potremmo continuare ricordando che il Pd non ha mai mosso un dito contro le disuguaglianze selvagge che lacerano il Paese, ha votato la riforma fiscale Draghi che premia i ceti con redditi superiori ai 40 mila euro, mentre il suo segretario, con l’elmetto guerriero in testa, ha prontamente accettato la richiesta Nato di portare al 2% del Pil le nostre spese annue in armi, poco meno di 40 miliardi di euro. Un vero sollievo per le nostre brillanti finanze.

Ma non abusiamo della pazienza del lettore. Quanto già scritto mostra ad abundantiam come questo partito ha immobilizzato un Paese che sta su un piano inclinato e quindi se sta fermo scende, quando, con le proprie scelte, non lo ha spinto indietro. Ma la difesa dello status quo oggi, mentre tutto precipita e il pianeta mostra segni di collasso, è una strada rovinosa.

Dunque, al netto degli effetti prodotti dalle scelte dei governi precedenti, è evidente che il Partito democratico, in questi ultimi 15 anni di storia, è il maggiore responsabile del declino italiano. Per tale ragione tutte le rare lucciole di persone effettivamente progressiste che si aggirano disperse nella pesta notte del suo conservatorismo, concorrono, sia pure involontariamente, a nascondere la natura antipopolare di questo partito, i danni storici inflitti all’Italia. Votarlo non è il meno peggio, ma il peggio.
Ne va dunque dell’onore dei giornalisti italiani continuare a pronunciare il nobile lemma sinistra e alludere al Pd. Così come ne va dell’onore, della coerenza e della ragione di Sinistra italiana continuare a ricercare una alleanza elettorale con questo partito, che ha dimostrato, con ampiezza di prove, di essere un avversario di classe.

Il blocco navale è una cagata pazzesca

Giorgia Meloni parla poco. C’è da capirla, la sua posizione è talmente avvantaggiata – anche  rispetto ai suoi alleati – che può solo sbagliare. Ma poiché non può pagare la campagna elettorale a farsi foto sentendo profumo di Palazzo Chigi la leader di Fratelli d’Italia ha ritirato fuori uno dei suoi pezzi forti, il blocco navale, e non le è nemmeno scappato da ridere.

Il blocco navale del resto ormai è un genere letterario che affonda le radici al tempo di Mare Nostrum, quando anche i più feroci dovettero arrendersi di fronte alla Cedu e alle Convenzioni internazionali. Dice l’articolo 42 dello Statuto delle Nazioni Unite che il blocco navale non può essere attivato unilateralmente da uno Stato se non nei casi di legittima difesa, e cioè in caso di aggressione o guerra. Poiché il contrasto dell’immigrazione non è una guerra (anche se a Meloni e soci piacerebbe) sarebbe semplicemente illegale.

Giorgia Meloni ha poi provato a correggere la sua proposta parlando di hotspot in Libia, rafforzando di fatto gli accordi con la Libia che iniziarono sotto il governo Gentiloni e che furono rinforzati da Matteo Salvini. Giorgia Meloni, come molti altri, sembra ignorare consapevolmente che stringere accordi con la Libia significhi non avere idea della situazione politica di quei territori e non conoscere la costante violazione dei diritti umani. Stringereste un patto con dei carnefici? A meno che Giorgia Meloni non dismetta i panni da novella statista e confessi limpidamente di volere proprio questo. Gianfranco Schiavone, membro di Asgi (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione), spiega a Eleonora Camilli per Redattore Sociale: «Questo tipo di proposte hanno tutte un retropensiero non espresso ma evidente: che si possa impedire il diritto di asilo come diritto di accesso individuale al territorio, selezionando i ‘veri rifugiati’ e bloccando le frontiere – dice Gianfranco Schiavone -. L’ipotesi è quello di un blocco navale realizzato sotto altre forme più o meno legali, ma tra l’ipotesi iniziale e quella apparentemente più ragionevole c’è una continuità di pensiero. Invece il diritto d’asilo prevede sempre il diritto di accesso al territorio dello Stato in cui si vuole chiedere protezione»

Giorgia Meloni parla poco ma quel poco di cui parla è violento e sbagliato.

Buon mercoledì.

Baldino (M5s): Corriamo da soli, i giovani sono al centro del nostro programma

«Agli elettori di sinistra dico questo: se vogliono avere la garanzia che il loro voto non vada sprecato, votino noi» ha detto Giuseppe Conte a Repubblica. «Sicuramente – dichiara-  non potremo fare un accordo con la destra, hanno soluzioni inadeguate». Quello che posso garantire è che le nostre riforme, dal salario minimo alla lotta al precariato, le realizzeremo costi quel che costi o, se non saremo al governo, le difenderemo con le unghie». Chiusa ogni strada di accordo con il Pd, il Movimento 5 stelle guidato da Conte sembra avviarsi a una corsa in solitaria alle elezioni del 25 settembre.  Ma c’è chi dice che sarebbe un errore sia per la sinistra che per il M5s non esplorare possibili alleanze, vista la vicinanza su molti punti di programma che riguardano la giustizia sociale e ambientale. Ne abbiamo parlato con la deputata M5s Vittoria Baldino.

Onorevole Baldino dopo che Calenda si è sfilato dal patto con Letta è cambiato lo scenario per il M5s? Quali sono le alleanze “naturali”?
 
Per noi non cambia niente. Il nostro spazio è dettato dai temi che portiamo avanti da sempre. Le alleanze dovrebbero essere funzionali a condividere una visione di Paese ed essere più forti per poterla realizzare. Così abbiamo ragionato in questi anni al governo, portando la destra a votare riforme che si definiscono di sinistra e la sinistra ad accelerare su temi che propone da sempre ma con poco coraggio. Noi ci occupiamo di questioni come la giustizia sociale, il sostegno alle persone più deboli e di vere politiche votate all’ecologia e alla salvaguardia dell’ambiente a tutela delle future generazioni. Siamo lì, in quello spazio.

Vista questa brutta legge elettorale, il Rosatellum, perché non unire gli sforzi a sinistra?

Questa domanda andrebbe fatta a chi si definisce di sinistra e poi si scopre pronto ad alleanze con forze politiche ed esponenti che hanno propugnato e ancora propugnano il liberismo più sfrenato, lo smantellamento del settore pubblico e un totale disinteresse per i temi ambientali. Quella alleanza sembra non essere andata a buon fine non per discordanza sui temi- che pure erano abbastanza evidenti – bensì su questioni e scaramucce che riguardano quote di collegi. A noi non è mai interessato essere collocati a sinistra, ci interessa che si vada nella direzione che riteniamo più giusta volgendo lo sguardo al futuro.

La deputata M5s Vittoria Baldino (foto dalla sua pagina facebook)

Il Movimento ha alle spalle un periodo di lotte radicali per l’ambiente, contro il consumo di suolo ecc. Come riprendere quelle battaglie? Potreste far vostra “l’agenda” del Nobel Giorgio Parisi?

Sì, senz’altro. In questo, siamo diversi sia dalla destra sovranista, sia da quello che una volta si definiva centrosinistra, ora sempre più spostato verso un indefinito centro. Negli ultimi mesi, anzi negli ultimi giorni, abbiamo assistito a dei riposizionamenti politico-elettorali che hanno finito per rendere sempre più indistinguibili gli schieramenti. Guardandoli bene, infatti, su molti temi non si differenziano per nulla. Calenda è per il nucleare, il Pd di Letta e Gualtieri per gli inceneritori: la pensano esattamente come Meloni e Salvini. Non abbiamo battaglie da riprendere perché non le abbiamo mai abbandonate, anche a costo di essere attaccati ogni giorno.

La questione della costruzione della pace è scomparsa dal dibattito. Va rilanciata e in che modo?

Il conflitto russo ucraino sembra essere svanito dai riflettori, eppure i giorni di guerra che si susseguono ancora confermano che eravamo nel giusto: le armi non avrebbero portato la pace. Bisogna concentrare tutti gli sforzi sulla diplomazia, quelli fatti non sono stati evidentemente sufficienti. Lo diciamo da mesi e continueremo a farlo.

È scomparso anche il dibattito sugli scenari geopolitici che cambiano. L’Italia si può chiudere in un orizzonte sovranista?

Il quadro geopolitico internazionale è in preoccupante evoluzione e si prospettano scenari economici, e quindi anche sociali, preoccupanti. È evidente che nessuno oggi può farcela da solo di fronte alle emergenze che affrontiamo e che hanno ormai una dimensione planetaria. Penso agli effetti economici della guerra sull’energia e sul grano. Quella del sovranismo è una ricetta ormai obsoleta e fallimentare, dobbiamo aprirci non chiuderci. Vogliamo un’Europa forte e aperta e insistere verso politiche economiche, energetiche, ambientali e sociali condivise, come abbiamo fatto con il presidente Conte nei periodi più bui della pandemia, spostando il dibattito dall’austerità alla solidarietà.

La campagna elettorale è molto schiacciata sul presente, manca una visione. Il M5s come immagina l’Italia da qui a venti, trent’anni? Concretamente quali politiche per una società più giusta e democratica, più rispettosa dell’ambiente, attenta alla soddisfazione dei bisogni delle persone ma anche alle esigenze di realizzazione delle persone attuando l’articolo 3 è l’articolo9 della Costituzione?

I giovani e la persona saranno al centro del nostro programma. Immaginiamo un’Italia che sia locomotiva d’Europa, ma per farlo occorre proseguire il percorso riformatore che abbiamo iniziato in questa legislatura. Occorre riformare il mercato del lavoro recependo la domanda di cambiamento che arriva dai giovani di tutto il mondo e che si sta espandendo a macchia d’olio: maggiore flessibilità di orari e di spazi, maggiore attenzione al benessere individuale e collettivo, livello di salari adeguati e maggiore facilità a fare impresa.

Quanto alla scuola alla ricerca all’università? 

Bisogna investire maggiormente nella scuola, in ricerca e innovazione, fornendo gli strumenti per fare scelte consapevoli e adatte al contesto territoriale in cui si vive, aggredendo il processo di desertificazione di interi territori dal nord al sud alle isole. Occorre restituire ai nostri ragazzi e ragazze il diritto a restare nel proprio Paese. Progresso vuol dire fare scelte coraggiose sui diritti sociali e civili, sull’inclusione generazionale e di genere, su questi temi non ci siamo mai tirati indietro. Il principio solidaristico dell’art. 3 della Costituzione è sempre stato il nostro faro, lo abbiamo dimostrato con l’attenzione ai più deboli con il reddito di cittadinanza, screditato in maniera così ingenerosa e ideologica da chi ama mettere in contrapposizione i problemi quotidiani delle persone. L’art. 9 della Costituzione lo abbiamo modificato, inserendo la tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e della biodiversità come principio fondamentale che deve guidare anche le scelte di politica economica pubblica e privata. Vorremmo inserire anche il diritto di accesso alla rete per tutti, in un mondo sempre più interconnesso anche l’accesso universale a internet è garanzia di inclusione, lo abbiamo visto durante la pandemia che, seppur nella sofferenza diffusa, ha posto l’acceleratore verso riforme sostanziali del modo di lavorare, studiare, vivere. Non bisogna tornare indietro, ora dobbiamo correre.

Un decalogo sull’ambiente per i partiti

Dieci punti già pronti per una campagna elettorale che guardi all’ambiente. A sottoscriverli è il gruppo scientifico Energia per l’Italia, coordinato dal professor emerito dell’Università di Bologna Vincenzo Balzani, con numerosi scienziati e accademici.

«Siamo in una “tempesta perfetta”  – spiegano – nella quale le difficoltà sociali ed economiche della pandemia non ancora risolta si sommano all’emergenza climatica e alla crisi energetica, resa ancor più drammatica dalla guerra scatenata dalla Russia nel cuore dell’Europa». «In questo momento – si legge nell’appello – nel quale le italiane e gli italiani sono ancora preoccupati per la propria salute fisica, ma ancor più per le bollette di gas e luce e per i rincari del cibo, nel quale gli agricoltori vedono sparire i raccolti e le aziende energivore sono costrette a fermare gli impianti, nel quale i giovani vedono sfumare il loro futuro, siamo chiamati a votare avendo ben chiari i programmi dei partiti che si candidano a governare».

«Il decalogo:

1 TRANSIZIONE ENERGETICA, DALLE FONTI FOSSILI ALL’EFFICIENZA E ALLE FONTI RINNOVABILI

Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente dal 1980 al 2019, a causa degli eventi estremi dovuti alla crisi climatica, l’Italia ha subito perdite economiche stimate in 72,5 miliardi di euro. L’inquinamento è responsabile in Italia di 60mila morti ogni anno. La dipendenza dalle importazioni di gas e petrolio ci espone ai rischi della speculazione dei mercati e ci rende soggetti ai ricatti di regimi autocratici e antidemocratici. La crisi idrica che sta colpendo il Paese mette a rischio dal 30 al 50% della produzione agricola nazionale, penalizza la filiera agroalimentare, a causa dell’aumento generalizzato dei prezzi ed aumenta quindi le diseguaglianze sociali e di genere. È necessario accelerare la transizione dalle fonti fossili ed inquinanti ad un sistema basato sul risparmio energetico, l’efficienza e le fonti rinnovabili. Con queste scelte, dipenderemo meno dalle importazioni di gas e petrolio, avremo rapidamente bollette più basse, benefici ambientali e climatici, e anche una crescita virtuosa degli investimenti e dell’occupazione.

2 DEMOCRAZIA ENERGETICA, ENERGIA COME BENE COMUNE

Il Sole è il più grande “reattore a fusione nucleare” già disponibile per la produzione di energia rinnovabile e fornisce ogni anno 15mila volte l’energia di cui l’umanità necessita. La ricerca scientifica ha sviluppato le tecnologie necessarie a catturare l’energia solare come il fotovoltaico, il solare termico e l’eolico, così come quelle per conservare l’energia in maniera molto efficiente, ad esempio con le batterie al litio e i pompaggi idroelettrici. È necessario che ognuno di noi sia messo nelle condizioni di produrre energia pulita e soprattutto di condividere e scambiare l’energia prodotta attraverso la rete elettrica e il relativo mercato, che devono essere riorganizzati per gestire il 100% di energia elettrica rinnovabile. L’energia deve diventare un bene comune, staccandosi dalla logica dei sistemi centralizzati in cui pochi producono/distribuiscono e tutti consumano la risorsa, se hanno la possibilità di acquistarla. La democrazia energetica si può realizzare attraverso un’economia di condivisione del vettore energetico che alimenta le nostre società e una rete che supporta l’autoconsumo collettivo, attraverso l’indispensabile evoluzione delle comunità energetiche.

3 BASTA CON I SUSSIDI ALLE FONTI FOSSILI

In Italia ogni anno ben 35,5 miliardi di euro di denaro pubblico vanno a sostenere la produzione e l’impiego di fonti fossili. Secondo l’Ocse, questi sussidi gravano in modo importante sui conti pubblici e sulle tasche dei contribuenti, sono dannosi per l’ambiente, socialmente iniqui e inefficienti; l’onere che ne deriva grava sulla fiscalità generale e sottrae risorse che potrebbero essere destinate ad altri finanziamenti di pubblica utilità. Un tale fardello ambientalmente dannoso e socialmente iniquo va rimosso e le risorse economiche così liberate devono essere utilizzate per sostenere la transizione ecologica.

4 L’ENERGIA NUCLEARE NON È LA RISPOSTA GIUSTA ALLA CRISI

Un ritorno al nucleare per supportare la transizione ecologica e combattere il cambiamento climatico, come alcuni politici stanno affermando, è totalmente sbagliato per vari motivi. Non si tratta di una fonte energetica verde perché, se è vero che nelle centrali nucleari viene prodotta elettricità senza generare CO2, a monte se ne genera moltissima per processare il combustibile, per costruire e infine smantellare la centrale; l’uranio non è una fonte energetica rinnovabile e le scorte di combustibile sono limitate; il problema delle scorie non ha ancora una soluzione e sussiste il pericolo di gravi incidenti alle centrali, come Chernobyl e Fukushima dimostrano; la costruzione di una centrale nucleare richiede grandi investimenti e almeno 15 anni per completare i lavori; la dismissione di una centrale è un’impresa ancora più costosa della sua costruzione e produce altre scorie che non sappiamo dove mettere. Nel caso specifico dell’Italia, poi, c’è da considerare che il nostro Paese non è adatto al nucleare, essendo un territorio densamente popolato e sismico, che non ha riserve di uranio e, ormai, non ha neanche più le competenze per costruire e gestire una centrale nucleare, cosa che ci renderebbe dipendenti da altre nazioni che hanno uranio e tecnologia.

5 EDIFICI E TRASPORTI EFFICIENTI, SOSTENIBILI E NON INQUINANTI

Gli edifici italiani costruiti durante il boom economico del dopoguerra mostrano gravissimi limiti dal punto di vista energetico, generando alti costi energetici e forti emissioni di CO2 per il riscaldamento e il raffrescamento. Si deve assolutamente rimettere mano alla coibentazione e al miglioramento energetico di tutti gli edifici pubblici e privati puntando alla sostituzione delle caldaie a gas con efficienti termopompe elettriche, alimentate da fonti rinnovabili. Occorre inoltre un piano straordinario per l’installazione di pannelli solari termici per la produzione di acqua calda sanitaria.

I trasporti in Italia generano il 25% di tutte le emissioni di gas serra, un fortissimo inquinamento dell’aria e sono quasi del tutto dipendenti dalle importazioni di petrolio. È necessario potenziare i trasporti pubblici locali a trazione elettrica, trasferire quote rilevanti delle merci su treno e vietare la vendita di nuovi motori termici entro una data ravvicinata. È necessario istituire prezzi politici per gli abbonamenti mensili o annualisull’intera rete del trasporto pubblico, utilizzare solo motori elettrici, estendere i treni veloci sull’intera rete, costruire una rete ciclabile nazionale molto capillare.

6 ATTIVARE SUBITO IL PIANO NAZIONALE DI ADATTAMENTO AL NUOVO CLIMA

Il cambiamento climatico è già in atto e sta creando impatti notevoli su popolazione ed ecosistemi. Bisogna assolutamente ridurre le emissioni di gas serra e quindi l’uso dei combustibili fossili (mitigazione) e allo stesso tempo bisogna agire sugli effetti del nuovo clima con azioni di adattamento, per ridurre i rischi già presenti e quelli futuri, anche maggiori e più frequenti. In Italia esiste una Strategia di adattamento nazionale da dieci anni, ma non c’è ancora un Piano nazionale di adattamento che selezioni le azioni prioritarie e le metta in atto, al contrario di quanto avviene in tutti i Paesi europei. È tempo che l’Italia si allinei; siamo già in clamoroso ritardo!

7 FORMAZIONE PER UNA CITTADINANZA CONSAPEVOLE E RICERCA FINALIZZATA A RISOLVERE LE CRISI

Il Paese deve investire in formazione e ricerca, a maggior ragione in un momento di crisi. La formazione è necessaria per avere cittadini e politici consapevoli delle grandi sfide che li attendono, mentre la ricerca è fondamentale per lo sviluppo. Formazione significa fornire agli studenti una preparazione inter- e trans-disciplinare creando lo spirito critico, necessario per muoversi nel mare delle informazioni oggi disponibili, e affrontare il problema della sostenibilità nelle sue tre dimensioni, ambientale, economica e sociale, facendo riferimento all’Agenda 2030. Ricerca significa investire il denaro pubblico avendo sempre in mente il bene sociale. Poiché i finanziamenti, per quanto cospicui, sono sempre limitati, occorre definire le linee di ricerca da potenziare; dovranno essere privilegiate quelle tematiche che ci permettono di trovare possibili soluzioni ai gravi problemi sanitari, ambientali, economici e sociali che caratterizzano la nostra epoca.

8 AGRICOLTURA SOSTENIBILE, CONSERVAZIONE DEL SUOLO E PROTEZIONE DELLE FORESTE

Il clima è cambiato e cambierà ancora; è dunque essenziale un adattamento del sistema agricolo italiano al nuovo clima: diminuzione e compatibilità ambientale delle produzioni animali, oggi eccessive e sostanzialmente insostenibili; potenziamento del settore biologico e delle produzioni locali; drastico abbattimento dei danni arrecati dall’agricoltura industriale ai suoli, alle acque e alla biodiversità; massima integrazione con l’ambiente e le risorse naturali disponibili. Le foreste non vanno tagliate ma protette e devono continuare a crescere e assorbire CO2. Serve un serio impegno per fermare il consumo irreversibile di suolo che si riflette sul dissesto idrogeologico, sul ciclo dell’acqua e indirettamente sul clima. I soldi pubblici che vanno alle imprese agroalimentari devono essere condizionati all’effettivo miglioramento sul fronte ambientale.

9 PROTEGGERE LA SALUTE DALL’INQUINAMENTO DELL’ARIA

La protezione dell’atmosfera deve agire sia sulle emissioni di gas serra, per limitarne gli impatti sul clima, sia sulle emissioni di inquinanti primari e secondari, per minimizzare le concentrazioni di composti insalubri nell’aria che respiriamo. Esempi di inquinanti sono il black carbon e l’ozono a bassa quota, che hanno effetti sulla salute e sul riscaldamento a breve termine del pianeta. In generale, come afferma l’Organizzazione mondiale della sanità nel suo rapporto 2021, gli sforzi per migliorare la qualità dell’aria possono ridurre i cambiamenti climatici e gli sforzi per la mitigazione dei cambiamenti climatici possono, a loro volta, migliorare la qualità dell’aria. Diminuendo cioè l’uso dei combustibili fossili si crea un circolo virtuoso che impedisce in Italia e nel mondo milioni di morti premature dovute sia alla cattiva qualità dell’aria che alle conseguenze del cambiamento climatico.

10 PIÙ EQUITÀ SOCIALE IN ITALIA E NEGOZIARE PER LA PACE IN EUROPA

I dati Istat informano che nel 2022 la povertà assoluta ha raggiunto il massimo storico in Italia, con circa 5,6 milioni di poveri. La pandemia Covid-19 e il cambiamento climatico hanno aumentato le disuguaglianze, esacerbando le difficoltà sociali e sanitarie. Per ridurre le disuguaglianze occorre, da un alto, redistribuire il reddito mediante tassazione progressiva più spinta, tetti agli stipendi più elevati, alte tasse di successione e tasse sui patrimoni elevati e, dall’altro, sviluppare e potenziare i servizi e i beni pubblici: sanità, scuola, trasporti, strutture sportive, parchi.

L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha riportato la guerra nel cuore dell’Europa, ha fatto decine di migliaia di vittime ed è già un conflitto di lunga durata con drammatiche conseguenze. Questa guerra va fermata subito e va cercata una soluzione negoziale; con le principali reti pacifiste e organizzazioni della società civile del nostro Paese, raccolte nel cartello Europe for Peace, chiediamo che l’Italia si impegni affinché riprendano i negoziati per un immediato cessate il fuoco».

Ora la palla passa ai partiti.

Buon martedì.

Nancy Pelosi a Taiwan, tanto rumore per nulla?

Da 25 anni un presidente della Camera dei rappresentanti statunitense non metteva piede sul suolo di Taiwan, lo hanno ricordato in tanti. Ma quali saranno le reali conseguenze a livello di rapporti di forza in Asia orientale?

Andiamo per ordine. Dopo una serie di dubbi e di temporeggiamenti, la democratica Nancy Pelosi è atterrata a Taipei il 2 agosto, capitale dell’isola taiwanese attorno alla quale si era già mobilitato l’esercito cinese ufficialmente per delle esercitazioni.

Visitare Taiwan non è come fare tappa in una qualsiasi delle mete dell’area indopacifica selezionate per il viaggio istituzionale di Pelosi. Che la terza carica degli Stati Uniti scelga di fare visita a uno Stato che la Cina non riconosce come indipendente, ha tutto un altro peso. Le relazioni tra Washington e Pechino, così come quelle tra Stati Uniti e Taiwan, sono regolate da dei trattati internazionali specifici, rispettivamente il Comunicato di Shangai del 1972 e il Taiwan relations act del 1979. Nel primo, come ha ricordato anche Asia times, si pone come vulnus principale tra Usa e Cina lo status di Taiwan: Pechino non ne riconosce l’indipendenza, ma la considera una provincia cinese. Gli Stati Uniti accettavano questa posizione e si auspicavano una risoluzione pacifica della situazione. Se il presidente statunitense o il vicepresidente visitassero Taipei, sarebbe un implicito riconoscimento dell’indipendenza di Taiwan, e il trattato andrebbe a monte.

Questo non vale, però, per la speaker Pelosi, almeno non ufficialmente. Dal punto di vista tecnico, infatti, la terza carica dello Stato non è annoverata tra quelle figure diplomatiche la cui presenza sul suolo di qualsiasi Paese farebbe scattare automaticamente “l’allarme riconoscimento”. Tuttavia, è più o meno come sfidare a sparare qualcuno che ti sta puntando una pistola, sapendo che sei appena fuori la linea di fuoco e che quindi non può colpirti. Pericoloso lo stesso, però. Pechino ha più volte ribadito che la presenza di Pelosi a Taipei non era gradita, e che se avesse scelto di visitare comunque Taiwan ci sarebbero potute essere conseguenze (non a caso, ci sono in corso “esercitazioni militari” cinesi a un tiro di schioppo dall’isola).

Ma quindi, sapendo qual era la posta in gioco, perché il presidente Joe Biden non ha impedito alla speaker Pelosi di recarsi a Taiwan? Dal punto di vista meramente procedurale, il presidente non può impedire alla speaker di recarsi in un Paese straniero, vigendo la separazione dei poteri tra Parlamento e presidenza. Di certo, non mancano gli espedienti che un inquilino della Casa Bianca può utilizzare per persuadere un membro del suo governo a seguire una determinata linea di comportamento. Ad esempio, come suggerisce Asia times, avrebbe potuto negarle l’utilizzo di un mezzo militare statunitense, se non convincerla a desistere del tutto. Eppure, Pelosi è andata avanti con il suo proposito, prima omettendo la tappa a Taiwan dall’itinerario e accendendo qualche timida speranza, per poi invece apparire sul suolo di Taipei.

Molto ci si sta interrogando sulle ostinate motivazioni di Nancy Pelosi nel volersi recare sull’isola. Il professor Mario Del Pero sul Giornale di Brescia ha suggerito di leggerci un tentativo, da parte del Congresso, di voler riaffermare la propria autorità nel definire la politica estera statunitense. Solo in gravi casi di emergenza, infatti, spetta al presidente decidere la linea da tenere. Negli ultimi cinquant’anni, però, sempre più spesso i ruoli si sono ribaltati, e con le elezioni di midterm alle porte riaffermare la propria importanza non è un aspetto secondario. L’affrancamento dalla Cina, soprattutto dal punto di vista economico, è un tema che unisce democratici e repubblicani, seppur con declinazioni diverse. In più, continua Del Pero, secondo i sondaggi dell’agenzia Gallup, ben l’80% degli statunitensi non vede di buon occhio Pechino, una percentuale che è aumentata del doppio negli ultimi dieci anni. Se per i repubblicani sono i rapporti commerciali con la Cina il punto più importante, per i democratici è il confine tra autoritarismo e democrazia a diventare centrale, soprattutto la questione dei diritti umani. Non a caso, Nancy Pelosi ha affermato più volte che il vero motivo della sua visita, durata 19 ore, riguardava proprio questo aspetto.

L’ultimo speaker ad aver messo piede a Taiwan prima di Pelosi era stato il repubblicano Newt Gingrich nel 1997. Il clamore suscitato era stato, però, molto inferiore. Questo perché Gingrich era in realtà il rappresentante dell’opposizione, visto che il presidente era a quel tempo il democratico Bill Clinton. Pelosi, invece, è dello stesso partito di Biden, il che fa pensare che le sue azioni siano in qualche modo avallate dalla Casa Bianca, o quanto meno tollerate. La continuità di partito che si è presentata in questo caso non ha nulla a che vedere con il caso della visita di Gingrich.

La visita di Pelosi e della delegazione congressuale che si è recata a Taiwan è stata percepita da Pechino come una «importante provocazione politica» e una sfida alla sovranità cinese, fa sapere la Cnn. Il plauso fatto dalla speaker alla resistenza taiwanese nella difesa per la democrazia non ha certo aiutato a calmare le acque, per quanto Pelosi abbia ribadito più volte che da parte degli Stati Uniti non c’è nessuna volontà di alterare lo status quo. Eppure, le esercitazioni militari organizzate dalla Cina sono praticamente senza precedenti, visto che arrivano a sconfinare nelle acque territoriali di Taiwan. Sono peggiori persino di quelle della grande crisi dei rapporti tra Pechino e Taipei risalente a metà anni 90. Non sembra esserci, almeno per il momento, la volontà da parte cinese di innescare un’escalation militare, ma la dimostrazione di forza messa in atto fa pensare che a fare le maggiori spese della visita di Nancy Pelosi non saranno gli Stati Uniti, ma Taiwan stessa.

A innervosire particolarmente il presidente cinese Xi Jinping è il fatto che che non essere riuscito a impedire a Pelosi di recarsi a Taipei in qualche modo indebolisce la sua posizione, proprio quando mancano pochi mesi a una mossa che potrebbe cambiare il suo futuro politico. Questo autunno, infatti, in occasione del XX Congresso del Partito comunista cinese, Xi ha intenzione di rompere le convenzioni e presentarsi per un terzo mandato come leader della Cina. Il fallimento nei confronti di Pelosi non mette in pericolo questa mossa, ma certamente ha un peso d’immagine soprattutto a livello interno: dopo aver avvertito Joe Biden che il viaggio della speaker equivaleva a «scherzare con il fuoco», la rabbia di Xi plausibilmente non si riverserà su Washington, ma su Taipei. Non potendo punire militarmente gli Stati Uniti, sarà l’isola a subire inasprimenti militari ed economici, riporta ancora la Cnn.

Eppure non tutti, a Taiwan, vedono la Cina come il nemico da cui affrancarsi. In un interessante articolo, il New York times racconta la storia del San Jiao Fort cafè, costruito sul tetto di un bunker militare a sole sei miglia dalla città cinese di Xiamen. I suoi proprietari sono Chiang Chung-chieh, di 32 anni, e Ting I-hsiu, di 52. Se la Cina dovesse decidere di prendere Taiwan con la forza, le reazioni dei due sarebbero ben diverse: combattere per il primo, arrendersi nel caso del secondo. Sono maggiormente i giovani, infatti, a identificarsi come indipendenti da Pechino. Questo nonostante sia stata la generazione di Ting a vivere direttamente gli attacchi della Cina. Ma la liberalizzazione economica e l’aver ricevuto un’istruzione che mirava a stringere i legami con Pechino hanno fatto sì che questi aspetti prevalessero sugli altri. Cosa ben diversa per la generazione di Chiang, che ha conosciuto solo il pugno di ferro di Xi Jinping e che non ha nessuna voglia di vedersi “riunita” alla Cina.

Attualmente, l’idea prevalente degli abitanti di Taiwan è di mantenere le cose come stanno: ben l’86% è a favore della conservazione dello status quo. In questa percentuale esistono posizioni un po’ sfumate tra loro: il 25,8% vuole lo status quo con l’obiettivo in futuro di arrivare all’indipendenza, il 25,5% vuole lo status quo all’infinito e il 5,6% vuole mantenere solo per adesso lo status quo, ma punta a un’unificazione guidata da Taiwan e non dalla Cina. Solo il 6,6% dei taiwanesi chiede l’indipendenza il prima possibile, percentuale in calo rispetto al 2008, quando erano l’8,7%.

La visita di Nancy Pelosi finirà nei libri di storia delle relazioni internazionali, scalzando quella di Gingrich del ’97. Ma per sapere quali saranno davvero gli effetti a lungo termine bisognerà aspettare e vedere, e non è detto che la scelta di andare a sostenere la democrazia taiwanese si rivelerà davvero la mossa più giusta.

Aed Yaghi: «Io, medico a Gaza sotto l’incubo delle bombe israeliane»

Dopo 74 anni dalla Nakba-Catastrofe e a 15 di assedio alla popolazione che vive nella striscia di Gaza, e “assedio” è una parola difficile da scrivere senza tremare, una parola che ricorda orrori indicibili che avrebbe dovuto essere rilegata nel Medio Evo, i riflettori sono ancora accesi sulla tragedia umana del popolo palestinese. (Nella Striscia di Gaza il 5 agosto l’attacco aereo del governo d’Israele ha provocato decine di vittime ndr).

Gaza una striscia di terra e sabbia di 360 kmq, due volte l’area metropolitana di Milano, dove sono accatastati due milioni di palestinesi di cui il 74% sono rifugiati che vivono con gli aiuti dell’agenzia delle Onu, Unrwa e con una disoccupazione che nel 2020 è stata stimata del 53%. Due milioni di persone, il 56% sono bambini, costrette a rimanere in quel lembo di deserto schiacciato contro il mare, sorta di campo di concentramento dal 2007, perché i valichi di Rafah e Erez sono chiusi e sotto controllo militare, martellati da bombardamenti continui, nel ripetersi cadenzato delle demolizioni punitive di case e luoghi pubblici a contare, giorno dopo giorno, i feriti e i morti.

La falda acquifera è inquinata e l’acqua è ben sotto la soglia considerata “potabile” dall’Oms; la luce è erogata a intermittenza e i servizi sanitari sono al collasso per la cronica mancanza di attrezzature e medicine. In una simile situazione non stupisce che il Comitato Internazionale della Croce Rossa dichiari che circa 100mila persone, il 5% della popolazione nella Striscia di Gaza soffra di disabilità e che l’Oms abbia valutato che, nel 2018/2019, ogni mese, almeno tre bambini diventano permanentemente disabili a causa dei conflitti armati.

Di questa realtà parliamo con il dottor Aed Yaghi direttore del Palestinian medical relief society (Pmrs) a Gaza. Aed è un uomo gentile e determinato che non si perde d’animo. A fatica è riuscito ad ottenere il permesso per arrivare a Milano e conoscere i responsabili dell’Associazione Fonti di pace che, grazie al contributo dell’8 per mille della Chiesa Valdese, finanzia un progetto di Servizi socio sanitari e riabilitativi a favore di 180 persone diversamente abili, in particolare donne e bambini. Il progetto, della durata di sei mesi, è totalmente realizzato dal Pmrs nella striscia di Gaza nel governatorato di Khan Younis.
Aed a Gaza ci è nato, anche lui come la maggioranza degli abitanti della Striscia è un rifugiato, figlio di rifugiati cacciati dal villaggio di Al Masnia nel governatorato di Ramla, oggi una base militare israeliana.

Aed Yaghi, direttore del Palestinian medical relief society

«Tempo fa mi è capitato di viaggiare con mio figlio dalla striscia di Gaza in Giordania. Il villaggio di Al Masnia è sulla strada. Ci siamo fermati perché volevo mostragli l’unico edificio rimasto integro, la scuola dove suo nonno aveva studiato. Non ci siamo potuti avvicinare, cancelli e barriere impediscono il passo. Per i rifugiati che anni fa hanno lasciato la loro casa, i campi ricchi di frutta, la terra, e adesso non hanno nulla, è una grande sofferenza. Dalla Nakba sono passati 74 anni e rispetto a quella storia, ciò che sentiamo io e mio figlio è diverso da quello che prova mio padre. Ma noi siamo cresciuti e abbiamo educato i nostri figli e la nostra gente nella consapevolezza della nostra storia di rifugiati, del nostro diritto a tornare nei villaggi dove sono le nostre origini. Quando, non lo sappiamo, ma abbiamo speranza». Aed in arabo significa “la persona che torna alla sua terra”.

Dottor Aed Yaghi, cosa significa fare il medico a Gaza?
È difficile svolgere qualsiasi attività a Gaza, ma noi medici dobbiamo pensare oltre che a prenderci cura delle nostre famiglie anche delle altre persone, gente che vive in estrema povertà e chiede aiuto. Per noi medici che viviamo a Gaza, il problema più grande è la difficoltà di muoverci, di uscire dall’assedio, di fare esperienze professionali altrove. Israele impedisce infatti la formazione del personale medico. Le nuove tecnologie, internet, zoom, ci aiutano nella comunicazione con l’esterno ma manca la possibilità di fare esperienza diretta. Siamo sotto stress come persone e come medici, l‘occupazione ci toglie vita ma la nostra resistenza continua perché non possiamo perdere la speranza. Senza speranza la vita non può continuare.

Le disposizioni previste dalla Convenzione di Ginevra dovrebbero proteggervi…
Le quattro Convenzioni di Ginevra del 1949 e i Protocolli aggiuntivi del 1977 e 2005 costituiscono la base del Diritto internazionale umanitario. Le Convenzioni impegnano gli Stati occupanti a proteggere la popolazione nel corso degli attacchi, in modo particolare i malati, i feriti, il personale medico, le ambulanze e gli ospedali. Ma Israele non rispetta le Convenzioni. Quattro anni fa un cecchino dell’esercito israeliano ha assassinato Razan al Najjar di 21 anni, una giovane volontaria paramedico che con il Pmrs portava soccorso ai palestinesi feriti. L’esercito israeliano attacca deliberatamente ambulanze, personale medico, distrugge ospedali e centri sanitari. Nel corso dell’attacco israeliano del 2014 l’ospedale al Wafa di Gaza, l’unico nella striscia destinato al ricovero di persone ferite e con disabilità, fu totalmente demolito e altri 52 centri sanitari ed ospedali furono colpiti e danneggiati dai bombardamenti israeliani.

Qual è oggi la situazione sanitaria nella striscia di Gaza?
Dal 2007 la popolazione della striscia di Gaza vive sotto assedio e sotto continui attacchi armati. Questa condizione ha determinato, per un settore sanitario già in sofferenza, carenza di adeguate infrastrutture, attrezzature, medicinali e materiali di consumo. Per il personale medico e paramedico è difficile, ripeto, avere l’opportunità di fare formazione e aggiornamento. Le poche strutture mediche accessibili sono sovraccaricate e le prestazioni sanitarie sono spesso interrotte per mancanza di elettricità. Molte cure specialistiche e farmaci salvavita non sono disponibili. Negli ultimi due anni con l’emergenza Covid-19 la situazione si è aggravata, minacciando ulteriormente la salute e le strutture pubbliche sanitarie. Di fatto gli ospedali e i distretti sanitari non sono stati in grado di rispondere alle necessità della popolazione. L’insicurezza alimentare è in aumento, sono in crescita i livelli di malnutrizione e anemia tra i bambini, i traumi psicologici, la povertà e il degrado ambientale hanno avuto un impatto negativo sulla salute fisica e mentale dei residenti che soffrono di ansia, angoscia e depressione. Dall’inizio dell’assedio, l’accesso alle cure mediche negli ospedali fuori dalla striscia di Gaza è diminuito: Israele ha ulteriormente limitato il rilascio di permessi per migliaia di pazienti che necessitano di cure immediate poiché i trattamenti specialistici ed urgenti non sono disponibili nel nostro territorio. Secondo gli ultimi rapporti del Ministero della salute mancano circa il 41% di farmaci di base come antibiotici e il 27% dei materiali sanitari, mentre Israele ritarda e impedisce l’entrata degli aiuti sanitari nella striscia di Gaza. È leggermente migliorata la situazione dell’erogazione di energia elettrica, ora disponibile per 10-13 ore al giorno rispetto alle 8 ore dello scorso anno, tuttavia secondo l’ultimo rapporto pubblicato dall’Office for the coordination of humanitarian affairs dell’Onu, Ocha, non è sufficiente a soddisfare i bisogni. Chi può, supplisce alla mancanza di corrente elettrica con l’uso dei generatori, ma questa soluzione crea nelle strutture sanitarie grossi problemi. Quando i macchinari passano dall’energia elettrica al generatore si rileva una irregolarità per la caduta della tensione che molto spesso causa la rottura o il malfunzionamento delle attrezzature sanitarie.

Contaminazione ed inquinamento dell’acqua, mancanza di elettricità: quali danni per la salute della popolazione e come affrontare il problema?
La situazione idrica a Gaza è disperata: oltre il 90% dell’acqua estratta dalla falda acquifera risulta non sicura per il consumo. Tre abitanti di Gaza su cinque acquistano acqua potabile da venditori privati non regolamentati con pesanti ricadute economiche sull’economia delle famiglie già povere. La falda acquifera è stata inquinata a causa delle infiltrazioni di acque reflue che non trattate vengono scaricate in mare e una parte di esse finisce nelle acque sotterranee. Gli impianti di trattamento delle acque non sono adeguati, spesso fuori servizio a causa della mancanza di energia elettrica o perché distrutti nel corso degli attacchi militari israeliani. Uno studio ha rivelato che più di un quarto delle malattie diffuse e il 12% delle morti di bambini e neonati a Gaza sono riconducibili all’acqua inquinata. Sono stati, inoltre rilevati livelli di contaminazione dell’acqua, dovuti alla presenza di metalli pesanti derivati dai bombardamenti e dall’ uso di armi “non convenzionali” come il fosforo. Il centro statistico del Ministero della Salute ha denunciato un aumento di diverse forme di tumore, riconducibili anche alla situazione ambientale e dell’acqua in particolare. (vedi studio Water Quality in the Gaza strip: the present scenario).

Rispetto alla salute delle donne, quali progetti di prevenzione sono necessari secondo il Pmrs?
Presso i suoi centri sanitari il Pmrs garantisce alle donne assistenza sanitaria tra cui l’assistenza preconcezionale, salute della madre e del bambino, assistenza prenatale, parto sicuro e assistenza postnatale, pianificazione familiare, servizi per la menopausa, assistenza sanitaria per adolescenti. Inoltre fornisce medicinali, vitamine e integratori. Serve più informazione sui temi legati alla salute riproduttiva e un’adeguata prevenzione per contrastare infezioni veneree e da epatiti. Il Pmrs si avvale anche di un team specializzato che fornisce la consulenza domiciliare a donne di diversi gruppi di età. Inoltre durante le emergenze viene attivato un team mobile. Nel corso dell’ultima aggressione israeliana, nel maggio 2021, il Pmrs ha operato con personale paramedico per fornire a domicilio servizi sanitari alle donne in gravidanza e in particolare a quelle che stavano allattando. Abbiamo anche attivato un servizio Srh (Sexual reproductive health) con il quale, attraverso un’applicazione, diamo informazione sui temi di salute sessuale e riproduttiva. Questa iniziativa in particolare è rivolta a giovani e adolescenti che possono porre domande senza il timore che la loro privacy venga compromessa. Altre iniziative, in particolare per le donne, sono finalizzate a dare supporto psicosociale, consulenza legale e prematrimoniale per i fidanzati.

L’assedio e i continui attacchi armati causano in particolare per i bambini disturbi permanenti derivanti da stress post traumatico. Quali soluzioni e progetti in corso ha previsto il Pmrs?
Da 15 anni Gaza è sotto assedio terrestre, marittimo e aereo, un blocco illegale israeliano che ha causato diffusa disoccupazione e povertà, entrambi noti fattori di rischio per lo sviluppo di malattie mentali. L’impatto della pandemia di Covid-19 e i continui attacchi armati, cinque negli ultimi 14 anni, l’ultimo a maggio 2021, hanno determinato una situazione umanitaria disperata, provocando gravi danni materiali. Un vero e proprio strangolamento psicologico quotidiano e i bambini sono i soggetti più vulnerabili. In quella fascia di età, infatti, si registrano alti tassi di disagio mentale e conseguenti disturbi da stress post-traumatico (Ptsd), depressione, ansia, problemi comportamentali, disturbo da deficit di attenzione e iperattività. Nel 2021 la Global child protection area of responsability (Gcp AoR) stima che il 53% dei bambini di Gaza hanno bisogno di protezione e servizi del Mental mealth and psychosocial support (Mhpss). In questo campo il Pmrs ha svolto un ruolo fondamentale implementando attività volte a ridurre questi disturbi attivando sessioni individuali di supporto psicosociale per bambini con disabilità e bambini rimasti feriti nel corso delle aggressioni israeliane e promuovendo attività ricreative come i campi estivi rivolti ai bambini di tutta la striscia di Gaza con particolare attenzione a quelli che vivono in aree emarginate.

Intravede una soluzione politica per risolvere l’assedio di Gaza e bloccare la sistematica occupazione di case e terre in Westbank?
Una soluzione politica esiste ma può essere raggiunta solo con l’impegno del governo israeliano a rispettare il Diritto Internazionale e le risoluzioni Onu che affermano il ritiro di Israele dalle terre occupate del 1967 e il diritto del popolo palestinese ad avere uno Stato. Israele deve anche porre fine a tutte le sue violazioni, rilasciare i prigionieri, porre fine alle attività di colonizzazione, smantellare gli insediamenti, rimuovere il muro dell’apartheid, cessare le procedure di ebraizzazione di Gerusalemme, fermare l’espulsione dei palestinesi dalle loro case e terra e porre fini ai criminali assassini dei civili palestinesi. Fino ad ora il governo israeliano non ha mai rispettato le molteplici risoluzioni delle Nazioni Unite che andavano anche in tal senso. Noi palestinesi abbiamo bisogno che si ponga fine all’occupazione, ma anche di rimuovere l’intero sistema di apartheid.

Quale ruolo può avere l’Europa per arginare l’espansione israeliana?
L’Europa in particolare, e la comunità internazionale in generale, potrebbero fare molto per obbligare Israele al rispetto del diritto internazionale, purtroppo però l’Europa continua a non svolgere il proprio ruolo in questo contesto politico. Basta guardare le azioni messe in campo dopo lo scoppio del conflitto russo-ucraino alla fine dello scorso febbraio. Sono state imposte sanzioni contro la Russia, ma in tutti questi anni l’Europa e la comunità internazionale non sono stati in grado di prendere alcuna decisione riguardo all’occupazione israeliana. L’Europa è tenuta ad esercitare una reale pressione sullo Stato di Israele per obbligarlo al rispetto del diritto internazionale e porre fine all’ occupazione. L’Europa dovrebbe boicottare, imporre sanzioni, fermare gli investimenti e smettere di fornire armi a Israele; riconoscere il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese e continuare a sostenere i palestinesi senza legare gli aiuti alla pretestuosa richiesta di far decadere i legittimi diritti del popolo palestinese. E in tal senso la domanda è “l’Europa oserebbe chiedere a Israele di cambiare i suoi programmi?” Fino ad ora l’Europa ci ha fornito aiuti in cambio di sottomissione ed accettazione e non è questo che il popolo palestinese vuole. Il popolo palestinese chiede all’Europa di perseguire attraverso la Corte penale internazionale i responsabili israeliani dei crimini commessi. Siamo costretti a registrare che ad oggi la comunità internazionale non ha ancora attivato azioni per rendere giustizia alle vittime palestinesi, a quelle donne, a quegli uomini, a quei bambini massacrati dalle bombe israeliane.

Nella foto: case distrutte a Gaza dopo l’attacco aereo israeliano, 8 agosto 2022

Arturo Scotto: Per mero narcisismo, Calenda spiana la strada a Meloni

Carlo Calenda si è sfilato dall’accordo – molto vantaggioso per lui – stipulato con il Pd di Enrico Letta. Presidenzialista, pro nucleare, contro il reddito di cittadinanza, il leader di Azione auspica una legislazione ambientale “leggera” pro aziende, lancia la campagna elettorale dai distretti industriali.

Arturo Scotto, da coordinatore di ArticoloUno, come legge questo strappo? Forse è più coerente se Calenda va a destra?

Quello che conta è il presupposto. Se il tema è evitare che la destra estrema raggiunga il 65 per cento dei seggi, anche Calenda risulta utile. Il campo progressista è talmente frastagliato e diviso che fare gli schizzinosi e disperdere voti negli uninominali è un lusso che possono permettersi in pochi. Dopodiché le differenze con Calenda sono grandi su temi decisivi come la pace e la guerra, il fisco, il lavoro, l’ambiente e anche su un certo modo di intendere la politica. Consentitemi di dirlo: la nuova “questione morale” in Italia sta anche in classi dirigenti incapaci di fare storia, che si guardano solo l’ombelico, che rimuovono l’interesse generale e vengono meno alla parola data perché perde qualche follower su twitter. Uno spettacolo francamente deprimente. Calenda ha trafugato un’agenda Draghi (che non esiste) e l’ha sostituta con il manuale del perfetto narcisista. Ma così si regala a Giorgia Meloni un’autostrada.

Diranno: non si può fare solo appello contro la destra, si deve dire per cosa ci si mette insieme.

Vero, ma se non riconosci chi è l’avversario principale, poi non sei in grado nemmeno di costruire una visione comune.

Dunque che fare di fronte al pericolo che vincano le destre e che cambino la Costituzione in senso presidenzialista?
Diciamo un no netto al presidenzialismo: è la scorciatoia che percorrono tutti coloro che intendono rispondere alla crisi della democrazia riducendola al soprammobile sulla scrivania del capo assoluto investito dal popolo. I sistemi liberal-democratici nati in Europa dopo il fascismo non riescono più a ridurre la diseguaglianza tra chi ha e chi non ha, a sbloccare l’ascensore sociale, a garantire un futuro alle nuove generazioni che conoscono prevalentemente lavori umilianti. Il nazionalismo – e quindi il richiamo all’uomo forte – è la conseguenza di un modello che non riesce più a dispiegare una prospettiva di giustizia sociale. Non è una novità nel panorama occidentale e ha sempre innescato scenari catastrofici. A Giorgia Meloni oggi viene concesso un salvacondotto che a Gianfranco Fini, nonostante il ripudio del fascismo come male assoluto dopo Fiuggi, non è stato mai concesso. La leader di Fratelli d’Italia non ha mai pronunciato frasi così definitive: ha sempre pattinato sull’ambiguità, rifugiandosi dietro il comodo alibi dell’anagrafe. Su questo in tanti, in troppi stanno zitti, forse perché come sempre in Italia la tentazione di andare in soccorso del presunto vincitore è irresistibile. Non si può oggi accantonare la pregiudiziale antifascista e accontentarsi di una semplice professione di fede atlantista da parte della leader di Fratelli d’Italia: un certo establishment si tolga dalla testa che basta questo per legittimarla sulla scena internazionale. Non basta. Dunque, preoccuparsi per il suo arrivo a Palazzo Chigi è un dovere patriottico.

La destra si finge paladina del popolo, ma dice no a nuove, proporzionate, tasse, propone incentivi solo per le imprese e la flat tax. Come stanno realmente le cose?

Il programma della destra a trazione Meloni sembra il carnevale di Rio. Con Berlusconi che ha sostituito un milione di posti di lavoro con un milione di alberi e Salvini che – nostalgia canaglia – prova a reindossare la felpa della polizia provando a tornare al Viminale. Restano sullo sfondo i fatti, al netto della “ammuina” di queste ore: autonomia differenziata e Flat Tax. La più grande operazione di redistribuzione verso i ricchi della storia repubblicana. Da un lato puntano a smontare quel che resta dello stato sociale, delegando alle Regioni più forti la qualità dei servizi essenziali e scaricando sul resto un po’ di elemosina. Dall’altro la tassa piatta che favorirà i milionari, scassando le casse dello Stato e allargando le diseguaglianze tra i redditi. Puntano a prendere i voti dei molti per aiutare i pochi: il solito vecchio trucco della destra. Bisogna smascherarlo con coraggio.

Il problema è anche questa legge elettorale frutto del Pd renziano? Purtroppo non è stata fatta una legge proporzionale, come era stato promesso quando il Pd si è allineato al taglio del numero dei parlamentari voluto dai M5s.

Il Rosatellum è il lascito più mefitico della stagione renziana: un’impalcatura cervellotica che costringe a coalizioni forzose senza nemmeno l’obbligo di un programma comune, di un contrassegno comune, di una leadership comune. Un maggioritario sporco incastonato in un proporzionale spurio. Dove l’elettore finisce per perdersi nel labirinto di Minosse degli algoritmi e fino in fondo non sa nemmeno dove e a chi finisce il suo voto. Andava cambiata, ma la destra e Renzi non hanno voluto. Ora dobbiamo farci i conti e siamo obbligati a costruire alleanze tecnico elettorali più ampie per evitare che la destra faccia cappotto negli uninominali, dove si vince con un voto in più. La saggezza vorrebbe che tutti quelli che non sono di destra si mettessero insieme evitando di regalare seggi. Vediamo fino a dove si arriva. Ciascuno poi correrà nel proporzionale con la propria piattaforma. La destra ha più dimestichezza con gli accordi di potere: non si frequentano tutto l’anno, ma al cenone di Natale si ritrovano attovagliati insieme felici e contenti aspettando la mezzanotte per il liberi tutti. A sinistra, diciamo, si fa un po’ più fatica.

Nonostante tutto Pierluigi Bersani sostiene che sia stato un errore escludere il M5s dal patto a sinistra per le elezioni.

Bersani ha ragione. Io rivendico l’esperienza giallorossa e continuo a non avere preclusioni sugli apparentamenti tecnici. Tuttavia, mi spiace che i Cinquestelle non abbiano compreso che la crisi avrebbe aperto la strada alle elezioni anticipate, come da tempo voleva la destra, e che la domanda di protezione dei ceti più deboli – davanti a guerra, pandemia e inflazione quasi a due cifre – in quel momento incrociava anche una richiesta di stabilità politica, interrompendo un faticoso riavvicinamento tra esecutivo e sindacati attorno all’emergenza salariale. Come dire, è peggio di un crimine, è un errore. E gli errori in politica producono conseguenze drammatiche come la rottura di quel campo progressista a cui lavoravamo faticosamente da tre anni: siccome reputo Giuseppe Conte un uomo intelligente, non posso immaginare che non l’abbia messo nel conto. Andare separati oggi non deve però chiudere un dialogo per il giorno dopo. Dopo il 25, c’è il 26 settembre e bisognerà tornare a dialogare e confrontarsi sul merito. Da parte nostra non ci sarà nessun attacco al M5S perché l’avversario si chiama destra. Mi auguro ci sia reciprocità. In ogni caso, non delego a nessuno la rappresentanza degli interessi e dei bisogni dei lavoratori, dei precari dei poveri. La sinistra siamo noi.

La campagna elettorale è, anche per di tempi rapidissimi in cui si gioca, tutta schiacciata sul presente. Provando a guardare più lontano, Articolo Uno come immagina l’Italia da qui a venti, trent’anni? Quali sono le idee che mettete in campo?

Al nostro Congresso di aprile abbiamo scelto una linea chiara: costruire una proposta nuova della sinistra democratica italiana, del lavoro, dell’ambiente, dei diritti civili, pienamente nel solco della famiglia socialista europea. L’obiettivo era un processo costituente di tutti i democratici e progressisti entro l’anno: oggi dobbiamo montare tutto in pochi giorni a causa della precipitazione elettorale. Ma la sfida resta: siamo cofondatori di una lista che mi auguro inneschi la nascita un nuovo soggetto politico il cui obiettivo storico deve essere restituire centralità e rappresentanza al mondo del lavoro. Significa potere d’acquisto dei lavoratori e dei pensionati, fine della stagione della precarietà che è la cifra principale delle giovani generazioni e non solo, nuova legge sulla rappresentanza per smontare il ricatto dei contratti pirata. Non è più immaginabile che il corpo a corpo nelle fabbriche e nei luoghi del disagio lo subappaltiamo a qualcun altro, come è stato fatto negli ultimi anni. La frattura si ricompone se hai proposte nette e chiare: bisogna chiudere la stagione della subalternità al pensiero unico.

Non solo sui diritti sociali, ma anche su quelli civili il patto che era stato stipulato con Calenda dal Pd appariva quanto meno generico. Perché ora non osare di più?

La vera sconfitta della legislatura è stata il naufragio dello ius scholae. Che già nasceva da una mediazione con il M5s che storicamente era contrario perché ancora intrappolato nei decreti sicurezza di Salvini. La nostra proposta resta sempre la stessa ovvero lo Ius Soli: chi nasce in Italia è cittadino italiano. Punto. Anche per questo va respinta questa destra che difende gli evasori fiscali e criminalizza chi scappa dalla fame e dalla guerra.

Ora si potrebbero appoggiare gli occhi di tigre e si potrebbe cominciare a parlare di diritti

Foto Mauro Scrobogna/LaPresse 06-08-2022 Roma (Italia) Politica - Elezioni - Incontro tra Partito Democratico, Sinistra Italiana, Europa Verde - Nella foto: il Segretario PD Enrico Letta 03-08-2022 Rome (Italy) Politics - Elections - Meeting between the Democratic Party, the Italian Left, Green Europe - In the photo: PD Secretary Enrico Letta

Cosa insegna lo sfacelo che si è concesso a Calenda? Siamo sempre al solito antico peccato originale del Partito democratico: la sua irrefrenabile voglia di annacquarsi a destra per accontentare una delle due anime che si sono unite alla fondazione del partito e che non sono mai riuscite a trovare una sintesi.

Una campagna elettorale persa completamente nella sua fase iniziale può essere rilanciata parlando dei temi: una transizione ecologica che no,  non è un “bagno di sangue” come furbescamente detto da Cingolani; diritti individuali e collettivi (ddl Zan, ius scholae e altro) che ora si possono proporre senza cercare la mediazione con chi più o meno apertamente li osteggia; un attacco sincero alle rendite che bloccano questo Paese e impoveriscono il welfare; un salario minimo che non sia delegato a chi i salari li ha scassati in questi ultimi anni; un Reddito di cittadinanza (chiamatelo come vi pare) che salvi le persone dalla povertà (partendo dal milione di persone salvate che tutti fingono di non vedere); una narrazione che si scosti dai frigni di imprenditori troppo furbi e che si focalizzi sulla mancanza di opportunità dignitose per chi un lavoro lo cerca; una progressività delle tasse com’è scritta nella Costituzione e che sia la destra che il centro vogliono continuare a violare; la cancellazione dei vergognosi patti con la Libia che hanno le impronte digitali di Minniti e la bava di Salvini e di Meloni.

Il cambio di paradigma nell’alleanza elettorale del centrosinistra è un’opportunità se non ci si metterà in testa di inseguire gli elettori dei più draghiani di Draghi e se si smetterà di cercare gli elettori che poi sono gli stessi che esultano per la rottura di Calenda. E magari, una volta tanto, si potrebbe smettere di pensare che la politica funzioni con addizioni di partiti illudendosi di fare massa di elettori.

Questa è l’occasione. Come andrà, non so.

Buon lunedì.