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Ascanio Celestini: «Il mio modo di fare politica? Scrivo e racconto storie»

Il Parco degli acquedotti all’Appio Claudio a Roma è un luogo speciale. Qui fino agli anni Settanta esistevano baracche addossate alle costruzioni romane e abitate dagli immigrati italiani arrivati nella Capitale e qui si sono svolte molte delle storie che Ascanio Celestini ha raccontato in Museo Pasolini, lo spettacolo ideato in occasione del centenario della nascita dello scrittore friulano. Un lavoro che ha debuttato a novembre scorso e che l’artista porterà nella tournée estiva in Italia: il 6 agosto a Jerzu (Nuoro), il 31 agosto a La Morra (Cuneo) , il 2 settembre a Trento e poi in altri luoghi. È prevista più avanti anche una tappa europea a Londra. Museo Pasolini è stato trasmesso anche dalla Rai.

Incontriamo Ascanio Celestini in occasione dello spettacolo che si è svolto il 28 e 29 luglio nell’ambito dell’Estate romana al Parco degli acquedotti. Ascoltarlo e vederlo in scena significa provare l’impressione di essere di fronte a un mondo reale, ma sempre imprevedibile. Un mondo ricco di storie da ascoltare, per le quali Celestini è indispensabile per poterle acquisire nell’unica maniera poetica, e al contempo, democratica e profondissima.

Ascanio Celestini, quando ti sei accorto che volevi fare questo mestiere?
L’ho capito quando ho cominciato a studiare all’università, nel momento in cui ho pensato che per fare politica non bastava partecipare alle riunioni del partito – quando ero ragazzo io esisteva ancora il Pci -, ma che occorresse partecipare alla vita pubblica. Ho capito allora che potevo trovare una maniera per esprimermi attraverso il mio lavoro. Che è quello di scrivere storie, e quindi ho pensato che questo sarebbe stato il modo attraverso il quale avrei potuto partecipare alla vita pubblica.

Quindi credi in un teatro politico?
Io non credo che il teatro sia più importante se è un teatro impegnato, cioè se chi fa teatro lo fa con un fine politico, però, per me, come artista, lo è. Anche se non esprimo alcun  giudizio nei confronti di chi porta in scena, per esempio, Goldoni solo perché è divertente, magari ce ne fossero…

La cultura permette di conoscere le idee e le ideologie, quindi porta a pensare…
Sì, quello che dici tu infatti è centrale. È fondamentale studiare: quando fai questo mestiere studi e prendi coscienza che ha un senso andare sul palco e portare sul palco dei contenuti importanti.

Il tuo spettacolo sta ottenendo molto successo, ci puoi dire cosa ti ha spinto a scriverlo e portarlo in scena?
Io ho sempre letto i testi di Pasolini con una grande passione, perché ho sempre pensato che fosse uno scrittore importante da studiare, colui che raccontava le cose da sapere sulle classi subalterne, sui poveracci. In questo caso specifico, volevo raccontare cosa è accaduto nel Novecento e lui è lo “scrittore” del Novecento.

Il rapporto che hai con Pasolini è anche un rapporto con la memoria?
Ti rispondo dicendo che vicino a quegli acquedotti romani ci sono state le baracche fino al 1974. E sono riuscito a fare delle interviste a quelli che ci hanno vissuto.

Come li hai rintracciati?
Beh, intanto quelli che erano dei ragazzini negli anni Settanta, ora hanno quasi settant’anni, è stato quindi facile incontrarli. Un pezzo del mio spettacolo Museo Pasolini parla proprio di loro. Inoltre alla biblioteca di Anagnina, c’è un archivio che può essere consultato e in cui sono raccolte le biografie e le informazioni relative a coloro che hanno vissuto nelle baracche e a Roberto Sardelli, il sacerdote e scrittore che nel 1968 decise di andare a vivere tra i baraccati dell’Appio Claudio. Ecco, io semplicemente ho fatto questo: racconto storie, non è un lavoro particolarmente complicato.

Se tu dovessi analizzare come si sta procedendo per favorire la crescita culturale nel nostro Paese, quale fotografia faresti dell’attuale situazione? Cosa consigli agli addetti ai lavori nelle scuole, nelle associazioni, nelle istituzioni e dell’arte?
Sono tante domande contemporaneamente! Credo che in questo momento dovremmo capire quanto conoscere la storia rappresenti uno strumento importante, rispetto al quale abbiamo il dovere di organizzarci, altrimenti non capiamo come entrarci, nella storia. Quindi dobbiamo studiare, per esempio comprendere cosa accade dall’altra parte del Mediterraneo o in America, o in Giappone. Dico sempre a mio figlio, che ha 15 anni, che dobbiamo studiare le lingue e quella che una volta veniva chiamata psicologia dei popoli. Insomma, dobbiamo prepararci, altrimenti non riusciamo ad avere una relazione con “l’altro”.

In questa relazione con “l’altro” si percepisce oggi una mancanza di comunicazione, una paura di interagire, mentre stanno prendendo sempre più piede frange di estrema destra che diffondono pregiudizi. Anche propalando (false) notizie sull’arrivo di “nuovi poveri”. Che cosa si può fare?
Noi non abbiamo paura dell’altro, noi abbiamo paura “dell’altro che siamo noi”, della nostra relazione con l’altro che siamo noi. Abbiamo paura della nostra reazione nei confronti dell’altro, di quello che siamo noi rispetto all’altro. Non è solo una questione psicoanalitica, si tratta proprio della nostra incapacità di capire cosa potremmo fare nel momento in cui persone straniere arrivano sotto casa nostra, nel nostro negozio di barbiere, nel nostro teatro. Siamo noi che dobbiamo saper gestire la nostra relazione con l’altro.

Una risposta molto significativa, su cui dovremmo riflettere tutti per un po’.

Qui l’intervista di Alessia Barbagli uscita il 26 aprile 2019 su Left.

Cari compagni, davvero non c’è alternativa al Pd e alle destre?

Le polemiche televisive dopo la caduta del governo si consumano tra ultimatum e penultimatum, veti e appelli: spesso cortine fumogene che nascondono trattative, posizionamenti e piccole furbizie. Se proviamo a diradare un po’ della polvere lo scenario appare certamente problematico, ma meno confuso.

Cominciamo dall’analisi della crisi: i grandi media hanno raccontato una “crisi incomprensibile” alimentando la retorica del populista dall’alto che contrappone “gli italiani,” mobilitatisi per il premier, al Parlamento e ai partiti. L’enfasi sulla competenza e l’affidabilità contro l’improvvisazione promuove implicitamente la governance affidata alle élites contro la partecipazione dei cittadini. L’ostilità alle misure di solidarietà e redistribuzione si maschera con l’omaggio al merito e all’uso oculato delle risorse, ma fa pagare la crisi e l’inflazione a chi lavora, contrastando un aumento delle retribuzioni.  La crisi di governo non è, dunque, solo frutto di impazzimento della politica: rivela la debolezza della delega a una guida tecnocratica e l’emergere non più rinviabile di interessi divaricanti.

Sinistra italiana ha approcciato la crisi con la proposta di una coalizione larga e plurale che comprendesse la sinistra le forze ecologiste, il Pd e il M5Stelle. Questa proposta è venuta meno mostrando la fragilità del riferimento al “campo largo”. Le questioni su cui il M5Stelle ha confusamente e tardivamente chiesto al governo un segno di discontinuità erano largamente condivisibili. Lo stesso presidente del Consiglio ha contribuito alla involuzione della crisi, inserendo nel decreto aiuti anche misure eterogenee ed estranee al patto di governo, e poi ponendo la fiducia sul decreto senza stralciare scelte come l’inceneritore di Roma. La scelta successiva di rassegnare le dimissioni davanti al presidente della Repubblica è stata una “drammatizzazione” del conflitto. Il Pd non ha provato a dialogare sul merito con quello che indicava come potenziale alleato, ma ha vincolato possibili alleanze al sostegno a Draghi e alle sue politiche. Altre forze come Italia Viva ne hanno approfittato per chiedere uno spostamento a destra della coalizione di governo e per una virata presidenzialista e antiparlamentare. In questo contesto il centrodestra ha colto l’occasione per andare al voto nella realistica prospettiva di vittoria, una vittoria, non a caso, trainata proprio dal partito che ha scelto di porsi all’opposizione di questo governo.

Cosa fare ora per battere le destre? Mi si dirà tutto questo fa parte delle recriminazioni sugli errori compiuti, ora si tratta di battere una destra aggressiva e pericolosa che potrebbe manomettere la Costituzione. Questo allarme risulta obiettivamente meno efficace dopo 18 mesi di governo di unità nazionale con le destre e dopo troppe iniziative promosse da forze di centrosinistra che hanno aggredito garanzie e assetti costituzionali. Ma proprio per chi si è opposto a quel governo e a quelle sciagurate iniziative contrastare le destre resta una priorità.

Per questo appare irresponsabile la scelta del Pd di chiudere all’alleanza con il M5s, incentrando la campagna elettorale e la propria proposta politica sulla riproposizione delle politiche del governo Draghi. Una scelta sbagliata, politicamente regressiva e chiaramente perdente sul piano elettorale. Le destre, peraltro, non si battono sommando percentuali elettorali, ma contrapponendo un’alternativa credibile in risposta alla sofferenza sociale. Per contrastare il prepotente ritorno della destra sarebbe necessario che alla “’Agenda Draghi”, si sostituisse una “Agenda sociale e ambientale”: salario minimo a 10 euro l’ora, una legge sulla rappresentanza che stabilisca valore generale per i contratti firmati dai sindacati più rappresentativi, tassazione degli extra utili di Società energetiche, banche e assicurazioni, reddito minimo, reddito di cittadinanza, reale riconversione ecologica, chiudendo il ciclo dei rifiuti, uscendo dai combustibili fossili e cambiando modelli di consumo e mobilità.

Ma l’accordo politico siglato tra Letta e Calenda disegna una prospettiva e un approccio completamente diversi. Le minacce di abbandono da parte del leader di Azione per incompatibilità con la sinistra e le forze ambientaliste non sancivano una centralità di queste nello scontro sulla definizione del profilo della coalizione ma si sono rivelate un riferimento retorico giocato nella contrattazione.

Togliendo, dunque, un altro po’ di fumo dal campo della discussione risultano chiari altri elementi. Non è in campo una “coalizione per battere le destre”, e non c’è dunque nessun “accordo tecnico” tra forze diverse per perseguire questo obiettivo. Il Pd mette in conto la sconfitta della coalizione e mira esplicitamente a focalizzare lo scontro sulla polarizzazione tra sé e Fratelli d’Italia anche con l’effetto di fagocitare i propri eventuali alleati facendo agire il “voto utile” anche su chi aderisse alla coalizione. C’è una coalizione con un suo profilo politico programmatico prevalente. L’agenda Draghi non è un richiamo residuo ma un riferimento politico chiaro che resta al centro del dibattito.

L’adesione ad una coalizione basata sull’agenda politica programmatica dello scorso governo, come chiarito in più occasioni dal Pd, sarebbe un atto incomprensibile, anche senza l’ingresso al fianco del Partito democratico, dei transfughi di Forza Italia Brunetta Gelmini, di Azione, Di Maio, ecc. L’inclusione di Sinistra italiana in un’alleanza che, nel perimetro e nelle proposte, si identifica nel precedente esecutivo a cui si è opposta fin dall’inizio, ne determinerebbe la disgregazione e ne annienterebbe la funzione, con un impatto devastante sulla sua credibilità politica.

Non si tratta solo di posizionamenti elettorali: a ben vedere la guerra ha determinato un ulteriore passaggio che non riguarda solo l’invio delle armi e l’accettazione della cronicizzazione di un conflitto bellico nel cuore dell’Europa, ma implica l’assunzione di una retorica atlantista che seppellisce il riferimento a un modello europeo autonomo sul piano economico e istituzionale.

Lo scenario appare dunque più intellegibile e potrebbe anche motivare a una mobilitazione in grado di attivare energie e parlare a quella parte del paese che è stata colpita dalla crisi e dalla sua gestione e che appare priva di rappresentanza e fuori dalle rappresentazioni, muta e frammentata e dunque tentata o dall’indifferenza o dall’urlo. Ma qui si misurano altre difficoltà, alcune, di nuovo frutto del polverone di cui sopra, e altre più profonde e difficili da aggredire.

Davvero non c’è alternativa? Molti a sinistra, confondendo spesso la rassegnazione con la lucidità d’analisi paiono sposare il famoso slogan adottato da Margaret Thatcher per affermare la fine della storia e di ogni spazio di conflitto: “non c’è alternativa”. In questo modo il reale diventa l’unico possibile e ogni tentativo di svolgere un’azione soggettiva, un “cercare ancora” viene condannato come velleitario e ideologico. Passando dai grandi assetti sociali alle piccole vicende della politique politicienne che si consuma sulle agenzie di stampa, l’obiezione che si propone è che non siano praticabili altre aggregazioni elettorali. Chi rifiuta di aggregarsi alla coalizione a guida Pd potrebbe solo scegliere l’onorevole prospettiva di andare da solo: una sorta di non-scelta valida più come spauracchio che come alternativa reale.

Una possibilità di aggregazione a sinistra. Eppure, anche in questo caso, a voler vedere oltre la cortina fumogena delle dichiarazioni e controdichiarazioni, la possibilità di un’aggregazione a sinistra, comprendente il movimento cinquestelle è stata in campo fin dall’inizio. Ovviamente i processi politici vanno costruiti: non si può affermare che si sceglie un’opzione e si ricorrerà all’altra solo come soluzione di risulta. È normale che gli interlocutori in questo caso si attrezzeranno anche nella loro propaganda a motivare la rottura. Anziché attendere che si definiscano degli assetti rispetto ai quali collocarsi, è urgente svolgere un’iniziativa per far emergere un’aggregazione di cambiamento che assuma un ruolo nella definizione di un quadro politico più avanzato. Possiamo dire molte cose sulla natura controversa del movimento cinquestelle, che ha però affrontato una difficile scissione su un conflitto politico chiaro con il trasloco della componente Di Maio (non certo meno controversa) nella coalizione a guida Pd. Ma è evidente che il dato prevalente è oggi l’aggregazione potenziale attorno ad esso di una proposta alternativo alle destre distinta dal centro ad egemonia draghiana.

In questo passaggio si misura il ruolo e l’utilità di una sinistra autonoma, riconoscibile, capace di incidere sul contesto politico e di proporre una reale transizione ecologicamente sostenibile, socialmente equa e in grado di rispondere alle sfide che troppo spesso vengono solo evocate retoricamente.

Una sinistra che contrasti l’egemonia di un polo neocentrista e provi a costruire aggregazioni larghe, ma capaci di cambiamento. Non un polo identitario e autosufficiente ma un’aggregazione consapevole della propria pluralità e disponibile, a partire dalla propria autonomia, a costruire convergenze e alleanze dopo il voto, per dare al paese la proposta di governo più avanzata possibile.

Le nostre scelte devono tener conto innanzitutto del bene del Paese, conquistare una rappresentanza istituzionale della sinistra e preservare il patrimonio di radicamento, impegno e credibilità che Sinistra Italiana ha costruito con le scelte di questi mesi come condizione per costruire una proposta sociale ed ecologista per il futuro. Come abbiamo scritto nel documento promosso da circa trecento iscritte e iscritti di tutte le regioni e come abbiamo confermato nel documento presentato nell’assemblea nazionale, noi non ci rassegniamo. I tempi sono strettissimi e bisogna vincere resistenze, diffidenze reciproche, ritardi nella costruzione di pratiche condivise nella società a cui fare riferimento, ma è ancora possibile far vivere la possibilità di un’alternativa.

Sinistra Italiana e il suo gruppo dirigente possono svolgere un ruolo prezioso, con l’urgenza imposta dai tempi, per costruire un campo ambientalista, di sinistra e pacifista, aperto e plurale, con un programma chiaro, che metta al centro della campagna elettorale la drammaticità delle questioni sociale e ambientale.

*L’autore: Stefano Ciccone fa parte della direzione nazionale di Sinistra Italiana

Fiano (Pd): «I compromessi si fanno per battere Meloni»

Emanuele Fiano lei è stato esponente del Pds e poi parlamentare del Pd nelle ultime tre legislature. La prima domanda che le pongo è che c’è un popolo di elettori che in questo momento sta a guardare quello che sta succedendo nel Pd alle prese con le alleanze. Con moltissime critiche rivolte all’accordo Letta-Calenda, per essere quest’ultimo troppo spostato su posizioni liberiste. Che cosa ci può dire?
La mia posizione è molto semplice, e gliela spiego. Noi siamo dentro un sistema sostanzialmente maggioritario, anche se è per due terzi proporzionale. Dove vigono sistemi maggioritari, come negli Stati Uniti, nel partito democratico convivono personalità come Sanders e un’altra come il presidente Biden che hanno visioni economiche e sociali e di politica estera molto diverse. Sanders in Italia sarebbe uno della sinistra, un socialista, uno che ha parlato di nazionalizzazioni nell’economia americana, mentre Biden è un uomo della sinistra liberal democratica. Un altro esempio, nei laburisti inglesi convivono i trotzkisti e i lib-lab. Sto parlando di sistemi maggioritari dove si vota nei collegi più o meno esattamente come si sta per votare noi nei collegi uninominali della Camera e del Senato. Anche nei sistemi storicamente proporzionali, anche se corretti, come quello tedesco o spagnolo, alla fine si creano coalizioni multicolori: in Germania per 15 anni i socialdemocratici sono stati alleati della Merkel e adesso comunque Scholz ha un governo multicolore; in Spagna il socialista Sanchez è alleato con Podemos che è nato come un movimento antisistema che è stato avvicinato in parte, con tutte le dovute differenze, addirittura al M5s. E anche in Francia, vediamo che Macron è costretto a mettere insieme forze eterogenee.

Quello che non va giù sono le visioni contrapposte all’interno della stessa coalizione. E poi il partito democratico americano ha una lunga tradizione storica.
Ma anche il Pd quando è stato fondato tra il 2007 e il 2008 con la spinta di Veltroni e ciò che abbiamo scritto nello statuto, è stato pensato come un contenitore di idee diverse. Oggi, certo, uno ha il dirittissimo di dire “Il Pd sbaglia ad allearsi con Carlo Calenda” perché quella non è esattamente la sua agenda, oppure invece c’è un altro che dice “A me va bene Calenda, ma non mi va bene Fratoianni”… E poi c’è Calenda a cui non piace l’agenda di Fratoianni, e viceversa. Però dobbiamo essere in grado di mettere in fila le nostre priorità.

Qual è la sua priorità?
Io temo che la destra guidata da Giorgia Meloni abbia una visione della nostra Costituzione, delle riforme costituzionali, del nostro ruolo e posto in Europa e nel mondo che io definisco preoccupante. La destra di Meloni per cinque volte si è astenuta sul Pnrr, quindi tradotto in maniera semplice, significa che non avremmo avuto il Pnrr, se avesse governato lei in quegli anni. Il sistema presidenzialistico che vogliono proporre a me non va bene. Quindi noi abbiamo delle scelte prioritarie, non che siano meno importanti le scelte sui rigassificatori ai quali io sono favorevole o le scelte sul nucleare, che è una cosa ancora più complessa. Ripeto, non che quelle siano poco importanti ma l’idea che possano governare persone che vogliono cambiare radicalmente il sistema, che si sentono più vicini all’Ungheria di Orban e alla Polonia che lotta contro i diritti civili, che a un’idea di Europa che abbiamo sviluppato negli ultimi 36 mesi, a me fa paura. Per giungere all’obiettivo di allontanare questo possibile risultato, io sono disponibile a fare dei compromessi.

Lei parla di compromessi, ma le chiedo: una volta andati al governo come farete a governare? Sto pensando alla presenza di Gelmini che ha contribuito alla deriva della scuola o anche all’autonomia differenziata, visto che proprio lei come ministro del governo Draghi la stava portando avanti.
Intanto Gelmini e Carfagna, che hanno aderito al partito di Calenda, e che sono anche una novità degli ultimi cinque minuti, sono comunque due persone. La cosa che le unisce a Calenda e quindi anche a noi, se rimarrà questo patto, è il fatto che volevano mandare avanti il governo Draghi come noi, perché sapevamo, come ha confermato anche lo stesso presidente del Consiglio ieri sera nella conferenza stampa che ci aspettano nubi preoccupanti in autunno, sappiamo che sarà un autunno difficile per la povera gente, con oltre 5 milioni di italiani che sono o già in povertà o oltre la soglia di povertà, quelli che in questi anni hanno perso il 40 per cento del potere d’acquisto dei salari. Quindi per tutte queste persone, ancora prima di parlare delle sigle dei partiti o delle agende, era fondamentale mandare avanti il governo Draghi. Due sindacati hanno protestato, secondo me giustamente, perché nei provvedimenti del Decreto aiuti il taglio del cuneo fiscale che si riversa sui lavoratori alla fine porta un risultato modestissimo in termini di euro. Ma c’è da dire che il governo Draghi ieri ha fatto manovre senza extra debito perché si sta occupando degli affari correnti. Un governo politicamente in carica e sorretto da una maggioranza parlamentare avrebbe potuto o dovuto chiedere – o le forze politiche avrebbero potuto votare una mozione in Parlamento – una manovra extra debito straordinario. Per cui ciò che ci unisce a Gelmini e Carfagna non è la loro ideologia, ma questi ultimi cinque minuti del loro percorso. Dopodiché sono due persone, rispetto a un numero, speriamo grande, di rappresentanti eletti del centrosinistra.

Ma tornando alla questione del programma non ci sono contraddizioni in seno all’alleanza elettorale?
Certo, ci sono. Ma le voglio fare un esempio. Prendiamo l’Emilia Romagna, che è la regione dove si stanno predisponendo dei rigassificatori ma dove contemporaneamente una giunta di centrosinistra, che va da Renzi a tutta la sinistra con Elly Schlein che è vicepresidente, ha promosso ed iniziato un super piano per le energie rinnovabili. Questo significa governare insieme tra forze anche eterogenee ma all’interno di un’idea progressista che ha accenti diversi, è vero. Ma sul piatto della bilancia c’è un pericolo più grande e che viene prima della questione dei rigassificatori, e cioè il cambiamento della Costituzione senza nemmeno il referendum, nel caso il centrodestra raggiunga i due terzi. Insomma, io direi a Calenda o a Fratoianni: se stiamo insieme si può trovare una formula che accontenti abbastanza entrambi, ma se non stiamo insieme il rischio è che non si faccia assolutamente nulla perché governerebbe gente che ha idee completamente diverse.

A proposito di governo, ipotizziamo che nel caso di una vostra vittoria tuttavia dobbiate avere bisogno di alleati. Ho appena letto che Calenda esclude qualsiasi coinvolgimento del M5s con cui voi però avete già governato in passato. Come la mettiamo?
Guardi, la battuta migliore di questi momenti è un tweet di Matteo Orfini che dice più o meno così: “Non abbiamo un hacker per sospendere twitter per tutti per tre giorni, così riusciamo a fare tutte le coalizioni che vogliamo?”. Noi non dobbiamo prendere i tweet come parola finale, basta vedere cosa hanno detto in passato M5s e Lega a proposito di alleanze reciproche e poi sono andati insieme… potrei dirle anche di Calenda cosa ha detto in passato… Ognuno di noi ha dei limiti che s’impone in quel momento, poi bisogna anche vedere qual è il momento del Paese. Quando siamo di fronte, prima alla tragedia del Covid e poi a quella della guerra, siamo di fronte a problemi che richiedono scelte eccezionali. Enrico Letta l’ha sempre detto che il governo Draghi era eccezionale e irripetibile.

E sulla questione di future alleanze di governo con i Cinque stelle?
Io oggi non so risponderle. So che non abbiamo condiviso per niente la loro scelta rispetto al governo Draghi.

In Sicilia il campo progressista, M5s, Pd e sinistra è visto come l’unico modo per battere il centrodestra alle elezioni anticipate del 25 settembre. Perché in Sicilia sì e nel resto del Paese no?
Sulla Sicilia non so risponderle. Comunque dalla prima Repubblica in poi le questioni locali non sono state uguali a quelle nazionali, in Emilia Romagna come le dicevo Bonaccini governa con i renziani…

Renzi viene dal Pd, non è un corpo estraneo al partito…
Sì, ma alle elezioni in Emilia Romagna si è presentato come Italia viva.

Ha citato Renzi, lei sarebbe disposto ad una alleanza con Italia viva?
Rispondo con quanto ha risposto sempre il mio segretario: noi non poniamo veti. Ovviamente poi ci vuole chiarezza degli intenti ma non abbiamo posto veti perché altrimenti non varrebbe il discorso che ho fatto all’inizio. Se la posta in gioco è così in alto, molta alta deve essere la capacità di non porre veti. Quanto a Renzi penso che la sua posizione risenta molto delle posizioni e delle scelte che fa Calenda per rispecchiamento. Noi abbiamo un’unica posizione: non poniamo veti, a parte a quelli che in questo frangente hanno detto di no a Draghi. Non c’è nessuno fuori della porta, poi certo, una volta che ha bussato, bisognerà parlarci.

Lei nel 2017 ha presentato una proposta di legge contro la propaganda del fascismo. C’è qualcosa che la preoccupa in questo momento storico?
La mia più grande paura è la banalizzazione della storia, cioè che nelle prossime generazioni se ci saranno – e ci sono – esponenti politici che trasmetteranno un senso comune per cui gli italiani non avevano colpe, che le leggi razziali non erano così gravi ecc. non assumeremo la lezione della storia per la quale mi sono impegnato tutta la vita. E cioè il comprendere come e perché nascono le dittature. E tra l’altro è proprio nei frangenti di disagio sociale che si offre il terreno di coltura migliore a chi propone – per fortuna una minoranza – il revanscismo neofascista, la riedizione di simboli, di miti, sui quali Giorgia Meloni sta molto attenta a cadere, e che bisogna in tutti i modi combattere. Ma al di là di questo, è ancora peggio ciò che sta accadendo i questi ultimi dieci anni in cui alcuni leader mondiali come Putin o europei come Orban o partiti come AFd in Germania o quello di Marine Le Pen in Francia ci hanno proposto che sia venuto il tempo delle democrazie illiberali. La stessa cosa che è successa in Europa tra gli anni Venti e Quaranta del secolo scorso. Di fronte alla complessità di problemi come la pandemia e di fronte alla crisi economica e sociale dovuta alla guerra che ricade direttamente sulle tasche dei lavoratori, ecco, quando il tessuto sociale si deteriora, quando vengono meno le condizioni materiali di vita e di conseguenza anche i diritti, quando aumenta la diseguaglianza, è sempre possibile che grandi masse di popolazione vengano irretite da quei leader, da quelle guide che propongono soluzioni semplificate e che dicono sostanzialmente che la democrazia liberale come l’abbiamo sempre conosciuta è troppo lenta, troppo farraginosa, non decide, non risolve i problemi.

Se ci sono masse che vengono irretite, però significa che c’è stato un vuoto culturale della sinistra. Pensiamo solo alla scuola, alle scelte del Pd in tema di politiche scolastiche, con la Buona scuola renziana che è stata il colpo di coda della riforma Gelmini, oppure adesso il provvedimento che stabilisce che a 8mila professori esperti andranno 5mila euro in più, rispetto agli altri, insomma questi sono schiaffi al sistema della formazione.
Quello dei professori esperti dipende dal governo Draghi… Sul fatto che la scuola sia fondamentale per impedire che le masse vengano irretite, sono d’accordo. Una volta in un evento pubblico denunciai proprio la riduzione delle ore di storia nelle scuole superiori e il fatto che nonostante l’impegno di migliaia di professori, tanti giovani non hanno assimilato il perché sono nati il fascismo e il nazismo. Baumann diceva che quando si sta male nell’oggi e si perde la speranza del domani, che è l’utopia che ha sempre mosso la nostra ideologia di liberazione – comunismo, socialismo, cattolicesimo sociale -, il rischio, già successo nella storia, è quello che lui chiama la retrotopia.

E quindi?
Ritornano alla prima domanda, la mia paura è che legittimissime differenze e discussioni tra diversità di vedute e di storie – come quelle di Fratoianni e Calenda – mettano a rischio il risultato principale, cioè battere il centrodestra.

Ultimissima domanda, torno sul M5s. Vi potreste alleare una volta al governo?
Intanto dobbiamo vedere quale sarà il nuovo Movimento Cinque stelle. In parte è cambiato: Conte non è Grillo né Casaleggio e ha avuto anche poco tempo per fare il leader del partito. Non so rispondere adesso, ripeto, se non che di fronte a problemi grandi per il bene dell’Italia chi può dire cosa succede… Ci sono preclusioni per me: non andrei mai al governo con la destra destra di questo Paese. Con Fratelli d’Italia avrei dei problemi irrisolvibili.

«L’Agenda Draghi non esiste»: parola di Draghi

Toh, cade il populismo delle élite. E poiché questa campagna elettorale è frastornante per la stupidità a far crollare tutta la retorica ascoltata fin qui è proprio Mario Draghi, il santino sventolato per non dover parlare di programmi e per puntare ai voti fideistici stropicciando la politica. «Io non ho iniziato il governo con una Agenda Draghi, è fatta di riforme e interventi. È difficile dire esista una agenda Draghi», ha detto ieri Mario Draghi, assestando un bel colpo a Calenda, Renzi, Letta e Bonino che da giorni non fanno altro che parlare di un’agenda politica affiliandola a un governo tecnico.

Come se non bastasse Draghi aggiunge: «I nostri provvedimenti hanno caratteristica di urgenza». Certo: il governo Draghi era nato per fare ciò che serviva per uscire dalla pandemia e per sistemare le carte del Pnrr. Ora, sinceramente, votereste un partito che vi dice «usciremo dalla pandemia e sistemiamo le carte»?. No, certo che no. Indipendentemente dalla vostra posizione politica, destra o sinistra, liberale o meno, sarebbe troppo poco.

Quindi cosa ci dicono le parole di Draghi? Che la campagna elettorale fin qui è stata piena di niente, una spartizione di posti rivenduta come scontro di idee. Così accade di doverci sorbire perfino Di Maio che dà lezioni di dignità a una coalizione illudendosi che qui fuori non si sappia che è scontento di non poter offrire niente agli ex grillini che l’hanno seguito alla ricerca di un posto al sole. Ci tocca vedere Calenda rivenduto come potabile per una sbiadita idea di centrosinistra mentre svuota per l’ennesima volta l’dea di centrosinistra per riempire il suo granaio.

L’agenda Draghi non esiste ma soprattutto non esiste una campagna elettorale che ancora una volta utilizza l’arma stolta del “voto utile” come unico spunto. Sono già passati diversi giorni e siamo ancora qui. Intanto a sinistra Unione Popolare deve raccogliere firme e trovare i pochi certificatori che non avevo prenotato le ferie semplicemente per avere la dignità di poter correre. Intanto Salvini, Meloni e Berlusconi stanno scegliendo il catering per i festeggiamenti.

Sembra quasi che l’urgenza non sia ancora abbastanza urgente, a 50 giorni dal voto. Una volta si diceva “fate qualcosa di sinistra” ora ci accontenteremmo di un “fate qualcosa” che non sia discutere di posti. E rimettete via quella “Agenda Draghi” con cui vi siete coperti le pubenda.

Buon venerdì.

Caro Conte, correre da solo è un errore politico

Conte sbaglia, come si dice con linguaggio sportivo, a voler correre da solo. Per alcune ragioni evidenti, che è utile mettere in evidenza, in questo momento, per il vantaggio generale e non certo per denigrarlo. Non appartengo alla folta schiera degli ipocriti mestatori che lo hanno crocifisso per la caduta del governo Draghi. Le possibilità di un ritorno al dialogo con il Partito democratico oltre che moralmente umilianti sono politicamente inesistenti. Quel partito, un aggregato conservatore di capicordata elettorali, non farà mai un passo indietro sulla sua scelta atlantista di portare la spesa in armamenti al 2% del Pil.

Ci sono ragioni di tradizione politica e di convincimento in questa scelta, in tale pervicace fedeltà atlantica, ma anche ragioni che ci rimangono ignote. Il Pd, in tutte le sue componenti, non è mai stato sfiorato da un qualche sospetto sulle condizioni drammatiche in cui versa il pianeta, non si è mai curato dei problemi ambientali e territoriali del Paese. Perché non dovrebbe volere il termovalorizzatore a Roma, il nuovo stadio nella capitale, il rigassificatore a Piombino o dovunque sia, la discarica su una sorgiva in provincia di Reggio Calabria, e altre felici scelte ambientali? Come può pensare Conte di continuare a essere l’alleato di questo gruppo senza erodere ulteriormente le ragioni che stanno alla base del M5s?

La scelta di andare da solo e rigenerarsi con una campagna solitaria sfiora il suicidio. Le ragioni originarie che portarono alla nascita e al successo dei M5s si sono dissolte, in parte dilapidate dalle scelte di governo. Il vero e proprio sfondamento elettorale di quel movimento fu preparato per anni dagli spettacoli di Beppe Grillo, il primo leader (un comico) ad aver reso popolari in Italia i temi dell’ambientalismo. Un lavoro che ha raccolto alla fine le istanze di tanti comitati sparsi sull’intero territorio italiano ignorati dai partiti. Il movimento raccoglieva quei temi e li arricchiva con altre proposte popolari come il reddito di cittadinanza e soprattutto ha finito con l’incrinare la critica più dirompente al sistema politico italiano. Alla vecchiezza del suo personale, alla sua inamovibilità, alla sua impotenza operativa, alla sua corruzione. A dare voce, volto, carica vitale a quel movimento, davanti a Grillo e Casaleggio, c’erano giovani come Luigi Di Maio e  Alessandro Di Battista, che nella genericità della loro collocazione politica, raccoglievano efficacemente le pulsioni radicali sia di destra che di sinistra affioranti dal magma sociale messo in moto.

Dove sono oggi queste condizioni? Ed è possibile ricrearli volontaristicamente? I Cinquestelle sono ormai un’altra cosa, riplasmati da Conte, che li ha forniti di  regole, e di ordinamenti più stabili e certi. Anche la  sua figura,  com’è evidente, non ha le caratteristiche comunicative dei due giovani leader oggi divisi. Conte è uno straordinario negoziatore, l’ha dimostrato nel modo più clamoroso nelle trattative con l’UE per i fondi del PNRR. Non ha il linguaggio del trascinatore, ma sarebbe uomo prezioso nell’arcipelago della sinistra, dove potrebbe  svolgere un ruolo originale. E della sinistra, beninteso, fa parte anche Unione Popolare, che non è figlia di un dio minore. A meno che il suo radicalismo non sia temuto perché onesta intransigenza.

Quale è il senso di questo isolamento? Dopo le elezioni come si collocherà, con chi continuerà a fare politica? Le finalità, i valori ideali  che possono ridare qualche ragion d’essere al  movimento cinquestelle, dopo le tante delusioni inflitte al suo elettorato,  stanno tutte nel campo della sinistra, a cominciare dal rifiuto alla guerra e dell’ambientalismo. Noi non  abbiamo un ecologismo di destra. E nel Pd è pura fuffa. Perché Conte non dà una mano a trovare almeno un accordo tecnico per evitare che un vittoria straripante della destra sconvolga la nostra democrazia?

De Magistris: «L’Unione popolare è l’unica vera alternativa alle destre»

Ex magistrato, già sindaco di Napoli, Luigi de Magistris chi glielo ha fatto fare di metterci la faccia, di correre alle elezioni del 25 settembre con l’Unione popolare, nuova formazione di sinistra che sta raccogliendo le firme sotto l’ombrellone? Cosa ha fatto scattare la motivazione nonostante la corsa contro il tempo?
Io sono molto motivato anche se il progetto politico al quale stavamo lavorando, ovviamente, guardava alle elezioni della primavera. Con la caduta del governo Draghi c’è stata questa accelerazione estiva con raccolta di firme a 40 gradi, mentre il personale pubblico al quale dobbiamo chiedere i certificati è in ferie. E’ una corsa ad ostacoli. Ma è anche qualcosa di molto più grosso. C’è una forte motivazione perché siamo l’unica proposta alternativa alle destre.

Rispetto all’accordo Letta-Calenda?
Rispetto a quel patto assistiamo a un quadretto tragicomico da saltimbanchi della politica. Vediamo presunti leader di partito che saltellano da una parte all’altra non per costruire programmi nell’interesse del popolo italiano ma per trovare le poltrone a loro più confacenti.

In cosa si distingue la vostra Unione popolare (che evoca La nuova unione popolare di Mélenchon in Francia) e che riunisce Potere al Popolo, Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, il gruppo parlamentare ManifestA e personalità di spicco della realtà intellettuale?
Questa è l’unica proposta fin dall’origine pacifista. Fin dal primo momento siamo stati su questo fronte. E’ una proposta ambientalista, costituzionalmente orientata, per la giustizia sociale. E’ sostanziata da percorsi e da persone credibili. C’è la mia storia di garanzia nella lotta alle mafie, di lotta alle corruzioni (di cui nel Paese non si parla più). Dietro all’Unione popolare c’è una squadra di storie individuali e collettive. Ed è l’unica notizia, mentre sui media domina la sceneggiata degli uni apparentemente contro gli altri, mentre sono tutti quanti insieme come ministri del governo Draghi.

Nel patto Letta-Calenda, che va da Fratoianni di Sinistra italiana a Gelmini, ex ministra di Forza Italia, ora passata ad Azione, indubbiamente qualche contraddizione c’è. Fratoianni si è battuto per la scuola pubblica, Gelmini ha tagliato i fondi alla scuola e sostiene l’autonomia differenziata. Come possono stare insieme?
Da tempo stavano lavorando a un grande centro. Lo scenario è chiaro: da una parte le destre (più che centrodestra direi destra con un pizzico di centro, con Meloni, Salvini e quel che rimane di Forza Italia di Berlusconi), dall’altra un grande centro. Vedo che i giornalisti nei pastoni continuano a chiamarlo “sinistra”, “centrosinistra”. Ma ormai è definitiva la collocazione al centro di Letta, principale azionista del governo Draghi, protagonista del fronte bellicista, regista del grande centro che va da Mastella a Gelmini, Carfagna, Brunetta Calenda, Di Maio, Renzi, Fratoianni Bonelli. Ribadisco: rispetto a questo grande centro l’unica opzione nuova siamo noi.

In che modo?
Avevamo proposto di formare un terzo polo. Se Fratoianni avesse ascoltato la base del suo partito, che si è espressa in modo chiaro in proposito, se Conte avesse davvero voluto rompere con Draghi… ma forse il suo è stato un riposizionamento, una furberia, non so. Il suo silenzio mi fa pensare che non guardi alla costruzione di un campo in cui finalmente si possa realizzare ciò che il M5s ha detto ma evidentemente non vuole realizzare: acqua pubblica, no agli inceneritori…

Quella di Conte dal suo punto di vista è solo una politica degli annunci?
Parliamoci chiaro, io credo che gli italiani debbano cominciare a valutare chi le cose le ha fatte e chi le dice ma non le ha realizzate. Tornando alla sua domanda, chi glielo ha fatto fare di metterci la faccia: porto l’esperienza di chi ha fatto l’acqua pubblica, di chi non ha privatizzato un servizio di rilevanza istituzionale, di chi ha realizzato politiche dei beni comuni, di chi si è speso per la democrazia partecipativa, di chi ha buttato fuori la camorra e i politicanti dal palazzo. Il silenzio di Conte lo interpretiamo come una non volontà di venire su un campo alternativo di rottura rispetto al sistema. Questo fin qui. Poi le cose in politica possono cambiare, fino all’ultimo minuto.

Cosa risponde a chi accusa la sinistra radicale di nihilismo? C’è il rischio concreto che la destra meno presentabile vinca le elezioni. Dopo cinque anni di loro governo cambiare le cose sarebbe difficile tornare indietro. Potrebbero cambiare la Costituzione in senso presidenzialista. Rischiamo che l’Italia diventi come l’Ungheria di Orban?
Questa argomentazione non regge più, Il Pd è già al governo con la destra. Non è credibile il segretario Letta quando dice non dobbiamo andare con Salvini e con Berlusconi, mentre fa parte di un governo con ministri che sono espressione proprio di quella parte. Questo è il primo fatto. Il secondo- e non mi fa per nulla piacere dirlo – è che le peggiori riforme negli ultimi anni le ha fatte il centrosinistra: dalla cancellazione dell’articolo 18, al Jobs act di Renzi, ad alcune controriforme costituzionali, per non dire del progetto di autonomia differenziata. Ci troviamo di fronte ad una totale inaffidabilità democratica dei partiti di centro al governo.

Resta la questione del voto utile contro la destra destra.
E’ inutile agitare lo spauracchio della destra quando ci sei pappa e ciccia ogni giorno. Addirittura Letta è andato a fare il dibattito con la Meloni dove si sono scambiati fiori e carezze. Ora Letta mi viene a dire tutti contro le destre? Suvvia, oggi dobbiamo costruire proposte credibili, portare proposte ambientaliste, di sinistra, basate sulla Costituzione, questo è il tema. Io penso che una volta entrati in Parlamento con la forza della nostra proposta potremmo essere determinanti. Anche perché la destra non ha un numero di voti tale da essere autosufficiente.

Fin qui la pars destruens ma quali sono le vostre proposte riguardo all’agenda sociale? Parlate di giustizia ambientale legata a sociale, in che modo? Vogliamo essere coraggiosi, visionari, lei dice. E allora come immagina l’Italia da qui a trent’anni? Quali politiche per esempio per i giovani?
I segnali immediati che bisogna dare da subito sono sul tema economico, sociale, dei giovani e dell’ambiente. In primis, banalmente, bisogna contrastare le povertà, penso a un reddito domestico a quello di cittadinanza per chi è senza introiti. Questo però non deve essere un alibi per non attivare politiche per il lavoro. Il nostro obiettivo è crearlo. Perché solo con il lavoro c’è emancipazione. Il secondo segnale netto e immediato da dare è il varo del salario minimo. E’ necessario un adeguamento del potere di acquisto delle famiglie al costo della vita. Gli stipendi, pensioni o salari che siano, devono essere adeguati al caro vita. Per trovare le risorse necessarie dobbiamo tassare le grandi rendite finanziarie, quelle degli oligarchi e gli extra profitti delle multinazionali.

Basta?
No. Dobbiamo pensare a un nuovo modo di essere sinistra, non parlando solo ai dipendenti pubblici e agli operai ma anche al vasto mondo dei professionisti, delle partite Iva, dei lavoratori autonomi. Dobbiamo pensare anche alle piccole e medie imprese. Vanno sostenute. Meno burocrazia e più incentivi se creano lavoro e rigenerazione urbana, riqualificazione. Poi c’è il tema importantissimo della giustizia ambientale, a cui lei accennava: noi siamo in condizione – come dimostra la mia esperienza a Napoli – di risolvere l’emergenza rifiuti senza fare nuovi inceneritori. Dobbiamo sottrarre i beni comuni a chi li sfrutta per fare profitto privato. L’energia, l’acqua, le foreste, i mari sono una straordinaria ricchezza del nostro Paese, è un patrimonio enorme che deve essere e restare pubblico.

Quanto alle rinnovabili e alla non più rinviabile transizione ecologica?
Dobbiamo dire no all’implementazione del fossile, al nucleare, agli inceneritori. La vera politica ambientalista non emerge dall’accordo con Brunetta, Calenda e gli altri. Emerge dal dire no alle loro politiche, dicendo sì all’economia circolare, all’autosufficienza energetica, all’implementazione del solare, dell’eolico, del geotermico, di tutte le fonti non inquinanti. Questo solo per citare solo alcune priorità, ovviamente il programma è molto più ampio. Ma mi permetta di dire solo una cosa in più riguardo ai giovani.

Prego…
Secondo i nostri calcoli c’è bisogno di almeno un milione di posti di lavoro nella pubblica amministrazione perché ormai abbiamo solo pensionamenti. Per far ripartire il Paese deve ripartire anche il settore pubblico, il che significa far funzionare bene la pubblica amministrazione e snellire la burocrazia.

Lotta alle disuguaglianze, lavorare per la soddisfazione dei bisogni, ma la sinistra deve anche saper rispondere alle esigenze di realizzazione di sé delle persone, preoccuparsi del loro benessere, non solo materiale. Riflettere su ciò che fa star bene, la socialità, la cultura. Su questo lei a Napoli ha lavorato molto, cosa può dirci in base alla sua esperienza di cui racconta anche nel suo nuovo libro?
E’ vero investire sulla cultura è stato un punto importante per Napoli. Importante è anche contrastare la desertificazione di luoghi che vengono abbandonati, puntare sulla rigenerazione dei borghi, delle aree interne. Noi abbiamo inteso il turismo e la cultura non come gentrificazione e “turistizzazione” ma come valorizzazione culturale dei territori. La cultura è stata la principale arma di riscatto della nostra comunità. Puntare molto sulla nuova coesione sociale, lavorare sulla partecipazione, sui diritti e sulle libertà civili è il nostro obiettivo anche a livello nazionale. Noi non avremo nessun problema ad attuare i diritti civili. Così come non avremo problemi ad attuare una politica estera basata sulla fratellanza, sulla solidarietà con i popoli, come quella già avviate a Napoli con i curdi e i palestinesi, per arrivare all’Europa unita nelle sue diversità, rifiutando cortine di ferro e logiche da guerra fredda. Il nostro è un programma radicale ma di governo, non è astrattamente utopistico. A Napoli ho dimostrato che si può essere visionari e concreti allo stesso tempo.

Zappulla (Articolo uno): «In Sicilia, l’alleanza Pd-M5s-Sinistra è l’unico modo per battere il centrodestra»

Le dimissioni del governatore della Sicilia Musumeci sono sempre più probabili (la conferma dovrebbe arrivare durante la giornata del 5 agosto), questo significa che l’isola il 25 settembre vivrà un election day che accorpa politiche e regionali. Cosa farà il Pd? Reggerà l’alleanza del campo progressista che ha portato il 23 luglio a primarie condivise con i tre candidati Caterina Chinnici (Pd), la vincitrice, Barbara Floridia (M5S) e Claudio Fava della lista di sinistra Cento passi? «Ci stiamo impegnando e lavorando perché le divisioni nazionali, evidentissime, non si scarichino anche sulle vicende siciliane a tal punto da far saltare e rompere questa alleanza», dice Giuseppe Zappulla, segretario regionale di Articolo Uno in Sicilia, ex parlamentare Pd poi passato nel 2017 al movimento di Pier Luigi Bersani.

Zappulla spiega perché sarebbe una scelta autolesionista rompere quel patto. «In Sicilia se c’è una possibilità concreta per cui si possa sconfiggere il centrodestra, che è politicamente ed elettoralmente ancora molto forte, a dispetto del disastro economico, politico amministrativo di cui è responsabile, facendo precipitare la regione in una crisi molto più grave che nel resto d’Italia, è quello del campo progressista». Ce la farete? «Pare di sì, che manterremo questa coalizione e quindi potremo andare uniti alle elezioni». La contraddizione salta subito agli occhi, anche se in questo periodo la politica italiana non dà certo prova di scelte ponderate e omogenee: a livello nazionale il Pd di Letta rompe con il M5s e in Sicilia, dove la speranza è il campo progressista no? «Per la verità il patto con il M5s è la speranza anche a livello nazionale – risponde Zappulla -. Di certo la speranza non viene dall’alleanza del Pd con Calenda. Anzi, le dirò, se siamo arrivati a questo punto, non è che siamo alla frutta, siamo oltre».

Non parla a caso Zappulla. Un passato di sindacalista della Cgil, è stato tra i 261 militanti e dirigenti locali e nazionali di Articolo Uno che hanno firmato l’1 agosto un durissimo comunicato in cui viene definita sbagliata non solo la scelta del Pd di escludere dal fronte progressista il M5s ma anche quella della direzione di Articolo uno di «partecipare alla lista elettorale del Pd», considerata «prodromo di una confluenza dentro quell’organizzazione».
Zappulla spiega che quel testo non nasce improvvisamente, un caldo mattino d’estate.

«In verità da diverso tempo in Articolo uno c’è una dialettica interna che si è palesata nell’ultimo congresso, quando ancora non si immaginava l’accelerazione sulle elezioni. In quella occasione si sono manifestate due posizioni, quella della maggioranza con la mozione di Speranza e quella di una minoranza pur piccola, ma importante, costituita da chi non condivideva quella che io definisco più una deriva che un approdo politico. Cioè il rientro, sotto varie e mentite spoglie, dentro il Pd». Una mossa, continua il segretario siciliano di Articolo uno che sconfessa quanto era accaduto nel 2017: «Allora siamo usciti dal Pd perché non abbiamo condiviso una sorta di mutazione genetica del partito che dal moderno partito della sinistra riformista alla cui nascita pensavamo di aver contribuito, man mano è diventato, con Renzi ma anche al di là di Renzi, un partito di centro che guarda a sinistra, un partito liberal democratico».

Zappulla ricostruisce la storia di Articolo Uno e così sfila davanti agli occhi un altro pezzo della travagliata storia recente della sinistra italiana: «Volevamo rappresentare il lievito per un nuovo soggetto unitario plurale della sinistra, rimettendo insieme sigle e gruppi, per fare la seconda gamba dell’alleanza di centrosinistra, non di pura testimonianza, ma un partito che rappresentasse i riferimenti storici della sinistra, recuperando quello che il Pd, sia da un punto di vista culturale ma anche da un punto di vista politico ed elettorale, aveva perso».

Con il comunicato dei 261 viene formalizzata la nascita di un’area politica interna, “Verso il partito della sinistra e del lavoro” socialista, ecologista e femminista. Cosa significa, chiediamo a Zappulla, un’altra scissione? «Parlare di scissione significa sminuire una cosa che è seria, nessuno di noi si sogna di dividere Articolo Uno. L’obiettivo è esattamente all’opposto della “scissione dell’atomo”, vogliamo tornare alla missione originaria di Articolo uno». Ma da qui al 25 settembre cosa farete? «Ci sono scelte e posizioni assunte e chiarite, altre che valuteremo nelle prossime ore e nei prossimi giorni. In questa confusione totale anche noi stiamo osservando come si sviluppano le cose. Una cosa è certa, l’abbiamo detto: non li seguiremo dentro la coalizione con il Pd che comunque è da chiarire. Un conto è l’alleanza – che non riteniamo sia sbagliata – altra cosa è inserirsi dentro il simbolo del Pd rinunciando al nostro che, poi, appunto, sostanzialmente significa il rientro nel Pd».

A proposito del M5s, è stato un errore escluderlo, continua Zappulla, «dopo alcuni anni in cui si è lavorato insieme per la costruzione di questo campo progressista, Pd, M5s e noi di Articolo Uno». «La sensazione è che si sia colta l’occasione, la scusa per rompere un’alleanza con il M5s che peraltro i numeri dicono che è l’unica che può rendere competitivo per esempio l’uninominale col centrodestra. È una scelta autolesionista».
Ma in concreto come vi muoverete? «Non staremo a guardare, noi riteniamo che nessun voto vada disperso per la battaglia per la democrazia e la costituzione e del centrosinistra contro il rischio evidente della vittoria della destra, non faremo appello all’astensionismo né di altra natura. Quale indicazione di lista? Stiamo valutando, stiamo vedendo come si evolvono le cose».

Ma di fronte ad una eventuale alleanza di Sinistra italiana, Europa verde, M5s, come si collocherebbe l’area interna di Articolo uno? «Io non sono il rappresentante – risponde Zappulla – di quest’area politica, le posso dire a livello personale che un’ipotesi di questo genere la vedo con molto interesse. Non mi chieda altro, in questo momento».
E invece cosa pensa dell’Unione popolare? Magari con dentro anche Conte? «Io tutto ciò che si aggrega anche a sinistra lo vedo con grande interesse, quello che sostengo però è che la frantumazione, il male storico della sinistra italiana almeno degli ultimi venti anni, è quello dei particolarismi, delle divisioni e quindi, ecco, io preferirei che si riuscisse a trovare almeno sui grandi temi una coalizione, un’alleanza generale. Ci sono questioni, che io condivido di quel progetto che sta nascendo, però non credo che in questo momento la strada maestra sia quella della frantumazione e della divisione».

Così Roberto Latini fa rifiorire il mito di Venere e Adone

Una vera e propria ripartenza. L’edizione 2022 ci consegna un Segesta Teatro Festival rinnovato nel nome e nella direzione artistica. Un’edizione che, come scrive Claudio Collovà, «racchiude la magia del silenzio e delle voci che… sono state chiamate a raccolta: la creatività della nostra isola, e della comunità artistica nazionale e internazionale».
L’8 agosto, nello scenario del Parco archeologico di Segesta, va in scena Roberto Latini con la prima nazionale di Venere e Adone. Siamo della stessa mancanza di cui son fatti i sogni. variazione n.7. Latini sarà presente al festival (che si svolge fino al 4 settembre) anche con il Cantico dei Cantici, Premio Ubu 2017 per il miglior attore o performer e per il miglior progetto sonoro o musiche originali a Gianluca Misiti.

Latini, spesso assistiamo ai suoi spettacoli in spazi inusuali, capaci di restituire immediatezza e intensità alla messinscena. Pensiamo allo Spazio Garage a Largo Spartaco a Roma, che ha ospitato nel 2018 Della delicatezza del poco e del niente o, come in questo caso, al ritorno dell’artista ad un teatro antico. Che importanza riveste il luogo nel tuo incontro con lo spettacolo e con lo spettatore?
I luoghi sono le persone. Penso sia sempre così e nei teatri o negli spazi allestiti per spettacolo è ancora più evidente. Le persone e la loro partecipazione, cura, condivisione, sono i luoghi dell’occasione dell’incontro.
 Alcune volte, certamente, la differenza la fa la storia, l’emozione rispetto a chi ci ha preceduto, l’architettura o la funzionalità delle soluzioni, ma quando inizia lo spettacolo, lo spazio sparisce e rimangono le persone. Forse sono loro stesse a “farsi luogo” e quando saliamo sul palco dobbiamo solo andargli incontro.
 Che questo accada in spazi improvvisati o in teatri convenzionali, abbiamo a che fare sempre con un’unicità irreplicabile, come il tempo.

Venere e Adone è l’argomento che Shakespeare scelse per la riapertura dei teatri dopo che nel 1593, a Londra, i teatri erano stati chiusi per l’epidemia di peste. Come è avvenuto l’incontro tra la sua ricerca, tra il tuo corpo/voce e il racconto mitologico? Profonda intuizione e, insieme, dialogo invisibile tra l’artista e il suo tempo?
Venere e Adone è un mito al quale penso come una piccola primavera. Il fiore che compare dove scompare il corpo di Adone, mi piace pensare possa essere il primo di tanti altri lasciati da Venere o Amore. 
In tutti i suoi elementi, la narrazione sembra prestarsi a una metafora: Amore e i baci, la caccia, il bosco, il cinghiale, Adone, Venere, si raccontano al di là dell’evidenza.
 In questi anni intermittenti, sospesi, ho ripensato più volte a questo mito e spero che questo tempo, seppur tragico, possa regalarci bellezza e colori. 
Il teatro è una delle possibilità più concrete, anche se, per sua natura, intrattenibile.

Nelle Metamorfosi di Ovidio, Adone muore nel bosco durante una battuta di caccia, e dal suo sangue spunta un fiore bianco e rosso. Possiamo leggervi, in questa ri-nascita, la resistenza e la vitalità dell’artista, al quale il presente – interrogato con domande precise e decise – sembra chiedere di stare dentro gli eventi e di essere rivoluzionario?
La variazioni che il mito permette sono le pagine di un diario immaginario che testimonia i tentativi e le tentazioni.
 Mi sembra impossibile non stare dentro gli eventi. Il Teatro è convocazione, prossimità, interazione, partecipazione. Con ostinazione e certo impegno, impegno certo, cerchiamo di cambiare le domande per cambiare le risposte, ma quello che possiamo fare di rivoluzionario è semplicemente, costantemente, rinnovarci nel patto tra platea e palco.

Kazimir Malevich, nel 1916, scriveva: «In arte c’è bisogno di verità, non di sincerità.» Fortebraccio Teatro mostra di sospingere la ricerca in tal senso, scegliendo sapientemente i gesti, il ritmo delle parole e anche i silenzi intorno. E, a proposito di silenzi, sui profili social della compagnia scorgiamo numerose immagini di platee vuote, sospese, in attesa che l’appuntamento tra il teatro e il suo pubblico si compia. Alludono, forse, queste immagini, alla ricerca dell’artista che – dopo questi anni di pandemia che hanno investito e travolto la cultura e, in particolar modo lo spettacolo dal vivo -, si confronta con l’urgenza di una radicale trasformazione?
Proprio nelle settimane scorse, durante una prova, ho insistito sulla parola “verità”. Non era prevista. Non era scritta. Forse si è detta da sola, attraverso me, mentre cercavo la strada. Si è articolata in un piccolo testo che spero possa avere capacità future, oppure senza ulteriore destinazione, rimanere nel circolo dei pensieri.
Poi, se è vero, ed è vero, che la qualità delle parole si misura nella qualità di silenzio che queste producono, nella qualità di silenzio che ci consegnano, l’immagine delle platee vuote può sembrare quella di un’assenza. In realtà, mi piace pensare che siano gli scatti “della festa”. Da lì a poco, o appena dopo, mentre “nel mentre” non è documentabile. Un’evocazione. Un ricordo prima di ricordare, prima di averne memoria e poi nella sensazione del tempo, diramato.

In Esercizi del no (all’interno della raccolta Giuramenti) Mariangela Gualtieri “cerca il suo no”. E scrive: «È tempo di pronunciare ora /dire, quella secca parola. /Tempo di saperla dire. No… Vieni dentro il petto /dentro la voce. Radica in me, /cresci, fermo, netto, disadorno, nitido no.»
A cosa dice “no”, oggi, l’uomo e l’artista Roberto Latini?
Spero di imparare da Mariangela e dai suoi esercizi.
 Intanto, direi all’insidia delle politiche culturali, difficilmente meritevoli di corrispondere alla realtà lavorativa degli artisti.

Una Difesa che non ci difende dalle vere emergenze

Incendi, terremoti, alluvioni, bufere, inquinamento delle falde…Ce n’è per tutte le stagioni e a volte, al di là delle stesse stagioni, i disastri ambientali si ammucchiano nel nostro Paese,  contemporaneamente, uno sull’altro.
Adesso – come ogni anno – l’Italia sta andando a fuoco a causa della siccità, delle mancate misure preventive e manutentive, dello sfaldamento delle competenze antincendio del corpo forestale voluto dal Pd di Renzi, del sistematico disinvestimento in uomini e mezzi, della privatizzazione dell’aviazione antincendio, della sostanziale latitanza delle forze armate nel supporto alla Protezione civile.

Protezione civile che, al netto della generosità dei suoi volontari e delle sue volontarie, si trova costantemente in uno stato di cronica inadeguatezza: se per un disastro non viene dichiarato lo stato di calamità naturale i suoi volontari (che evidentemente per vivere fanno altro) possono intervenire soltanto il fine settimana perché l’eventuale sospensione dal lavoro non verrebbe riconosciuta e retribuita.
Un disastro nel disastro con chiare e pesanti responsabilità politiche.

Perché di fronte alle conseguenze del caos climatico, degli eventi calamitosi e della voracità capitalistica ecocida che sono le vere minacce alla nostra sicurezza e sopravvivenza i governi di centro destra-sinistra o tecnici si girano sempre dall’altra parte?
Perché il nostro parlamento ed i nostri governi sono occupati da un unico partito consociativo atlantista, bellicista e liberista a cui del cambiamento climatico e (della giustizia sociale) non importa sostanzialmente nulla.

Perché per queste forze politiche, da Fratelli d’Italia al Pd passando per la Lega, i temi della “sicurezza” e della “difesa” e del cosiddetto “interesse nazionale” del Paese vengono fatti coincidere solo con la belligeranza atlantica ed il sostegno perpetuo all’industria bellica nazionale. È il partito unico dei banchieri, delle multinazionali e dei bombardieri.
Con il pretesto della guerra in Ucraina la Nato ha deciso che il 2% del Pil da dedicare alle spese militari non sarà più un punto d’arrivo ma un punto di partenza e che in totale la forza di reazione rapida dell’Alleanza dovrà passare dagli attuali 40.000 effettivi a 300.000. Una (quasi) decuplicazione epocale.

Cosa significherà tutto ciò per un Paese come l’Italia sempre in prima fila nell’esaudire le richieste strategiche della Nato e degli Stati Uniti?
Passeremo dagli attuali 80 milioni al giorno spesi per una folle belligeranza, ai 100 milioni al giorno e poi oltre…
Per fare cosa?
Non certo per garantire “sicurezza” e “difesa” dalle vere minacce di cui abbiamo appena accennato ma per inseguire le minacce ed i nemici indicati dalla Nato partecipando da protagonisti alla dissennata corsa agli armamenti globale e alla connessa nuova guerra fredda.

Ma questa escalation bellicista non è cominciata ieri…
In uno studio sulla trasformazione delle forze armate pubblicato nel 2011 due analisti dell’Istituto affari internazionali, Michele Nones e Alessandro Marrone, arrivavano a queste conclusioni:
«Possedere capacità militari integrabili e bene equipaggiate è una pre-condizione, necessaria ma non sufficiente. Oggi, infatti, conta se queste capacità sono effettivamente impiegate, possibilmente al massimo livello di complessità, incluse operazioni combat. Se invece le capacità restano, per scelta politica, inutilizzate, allora diventano inutili come strumento di sostegno della politica estera e dello status internazionale dell’Italia. Non siamo più ai tempi della Guerra fredda, quando bastava “mostrare i numeri” ovvero presentare capacità teoricamente disponibili, anche a prescindere dal loro effettivo impiego…»
In sintesi oggi dobbiamo sparare con tutto quello che possiamo produrre «…al massimo livello di complessità…» oppure di questo esercito professionale non ce ne facciamo proprio niente. Non si tratta quindi di una mera esibizione di potenza: perché “rango e status” del nostro Paese possano aleggiare alti nel firmamento della così detta Comunità internazionale questa potenza deve essere impiegata, dimostrata sul campo, spesa insieme ai nostri partner Nato.

E sembra proprio che il partito unico della guerra abbia recepito la dottrina: l’Italia è il secondo Paese dopo gli Stati Uniti per presenza di truppe e assetti nelle missioni Nato.
L’organizzazione basata sul volontariato professionale, richiesta dagli Stati Uniti agli alleati al vertice Nato di Roma del 1991, ha rappresentato la chiave di volta tecnica e giuridica di questa belligeranza. Da quel vertice infatti emerse che non sarebbero più serviti eserciti territoriali difensivi ma corpi di spedizione professionali da integrare in un nuovo standard tecnico-organizzativo di proiezione di forza: la Nato si preparava a diventare apertamente offensiva e a percorrere le immense praterie che il crollo dell’Unione sovietica aveva aperto.
Alla prova dei fatti la professionalizzazione delle Forze armate ha quindi accompagnato la militarizzazione della politica estera del nostro Paese (e guarda caso di tutti quelli che la hanno adottata come modello per le Forze armate).

Per cambiare rotta bisogna avere il coraggio politico di abbandonarla. Esigere una riduzione delle spese militari e una conversione dell’industria bellica senza toccare la forma professionale delle forze armate, cioè l’attuale modello di difesa, è come avere una macchina da corsa e poi pretendere che funzioni col motore di una utilitaria.
Ma a noi, cittadine e cittadini, non serve a nulla una macchina da corsa che gareggi nei circuiti della belligeranza globale, a noi serve una utilitaria che possa districarsi per le piste forestali del nostro fragile Paese.

Rifondazione Comunista fu l’unico partito ad opporsi con lungimiranza a quella contro riforma delle forze armate. L’alternativa che si propose con il Ddl Russo Spena nel 1999 consisteva in un sostanziale ridimensionamento della leva militare/civile ed un suo adeguamento democratico (con aumento delle opzioni civili e l’istituzione di un Dipartimento di difesa civile e nonviolenta).
La proposta non venne nemmeno presa in considerazione: la postura difensiva che ne sarebbe derivata e che oggi sarebbe già “a regime” nel supporto massiccio e concreto alla protezione civile, non era compatibile con la nuova fase offensiva di rilancio della “Nato globale” e col nuovo concetto di difesa che, in barba al dettato costituzionale, ricomprendeva gli interessi nazionali nella difesa in armi del Paese.
Allora come oggi il monolitico e trasversale partito unico atlantista si mise sull’attenti.

Oggi abbiamo bisogno che tutte le risorse potenzialmente disponibili vengano organicamente impegnate nella difesa dalle vere minacce alla sicurezza dei cittadini come i terremoti, i grandi incendi, le alluvioni, il dissesto idrogeologico.
Solo in questo quadro di ragionamento riusciremo a tenere insieme la riduzione delle spese militari, la conversione dell’industria bellica, la difesa ambientale, una nuova politica estera e militare di pace e distensione, fuori dalla Nato.

La revisione dei concetti stessi di “sicurezza”, “difesa” ed “interesse nazionale” dovrebbero affiancare e sostenere una proposta di riforma organica di tutto il comparto: abbandono del modello offensivo/professionale, riassetto delle forze armate in funzione difensiva/territoriale sviluppando concrete sinergie, non sostituzioni, col settore civile nelle emergenze ambientali; ripristino della Guardia Forestale come corpo civile di polizia ambientale e adeguamento della politica industriale di Leonardo alle nuove necessità delineate dalla riforma del comparto.

Una riforma indispensabile per accompagnare la ridefinizione della politica estera dell’Italia in senso neutrale e cooperativo ed un protagonismo nei processi di disarmo convenzionale e nucleare.
Non un ritorno al passato ma semmai un necessario ritorno al futuro.

La legge elettorale non è un alibi per tutto

Foto Mauro Scrobogna/LaPresse 02-08-2022 Roma (Italia) Politica - Elezioni politiche - incontro PD Azione +EUROPA - Nella foto: il segretario PD Enrico Letta, il leader di Azione Carlo Calenda in occasione dell’incontro tenutosi alla Camera dei Deputati per definire le alleanze in vista delle elezioni politiche 02-08-2022 Rome (Italy) Politics - Political elections - PD Action + EUROPE meeting - In the photo: PD Secretary Enrico Letta, Action leader Carlo Calenda at the meeting held to the Chamber of Deputies to define alliances in view of the political elections

La legge elettorale fa schifo. Lo dice Rosato, di Italia Viva, dimenticando di esserne il padre, lo dicono tutti i partiti che tranquillamente l’hanno votata e lo dicono tutti i partiti che fino a qualche giorno fa erano tranquillamente al governo ma si sono dimenticati di metterci mano. Su questo siamo tutti d’accordo. Se fossimo un po’ più onesti potremmo dirci anche che la raccolta firme in agosto riservata solo a chi non conosce qualche notabile con in tasca un simbolo è una vergogna. Ma questo, se osservate bene, non lo dice quasi nessuno perché che Unione Popolare a sinistra non riesca a raccogliere le firme tornerebbe comodo a molti: se manca un pezzo di sinistra anche la sinistra più sbiadita può rivendersi come sinistra convinta.

Ma la vergognosa legge elettorale non può diventare un “liberi tutti” che consenta di mentire, questo no. I fatti e le parole contano. L’accordo tra Letta e Calenda non è solo “un’alleanza elettorale per fermare le destre” perché in quell’accordo c’è la sottoscrizione di punti politici, perché quell’accordo è figlio di una dinamica politica che ha inevitabilmente mostrato il Pd soggiogato al narcisismo di Calenda. In quell’accordo ritorna quell’Agenda Draghi che era spuntata nei primi giorni di campagna elettorale dei democratici e che poi si era ammorbidita per abbracciare le sensibilità di tutti, Verdi e Sinistra italiana compresi. La favola del “stiamo insieme solo perché questa legge elettorale ce la impone” non è credibile: se l’obiettivo fosse stato quello di fermare le destre avremmo dentro anche il M5S (nei sondaggi di oggi sarebbe stata un’alleanza che se la giocava sul serio) e ci sarebbe dentro anche Italia Viva e Matteo Renzi. Non prendiamoci in giro, dai.

Se ci fosse almeno un po’ di onestà intellettuale la smetterebbero di fingere di dimenticare che Mariastella Gelmini ha distrutto la scuola italiana, partorendo la peggiore riforma della nostra storia repubblicana, un macigno sullo sviluppo del nostro Paese, con professori sempre meno motivati, programmi ministeriali scarsamente seguiti, un tasso d’ignoranza altissimo fra gli studenti, ricercatori senza fondi e personale universitario formato in larga parte di precari. Con la sua riforma 25mila supplenti hanno perso il loro incarico, 87.400 cattedre sono state eliminate e 44mila tecnici sono stati colpiti dai tagli al personale. Per la riforma universitaria, col decreto legge 180/2008, è stato innalzato il turnover dal 20% al 50% per tutti gli atenei che non risultino onerosi, con la conseguenza che molti insegnamenti sono rimasti scoperti. Per di più, la quota destinata alla ricerca scientifica è diminuita del 7%, portando l’Italia al di sotto della media europea. Difatti, con la legge del 30 dicembre 2010, la figura del ricercatore a tempo indeterminato è stata sostituita da quella del ricercatore a tempo determinato che può usufruire di contratti della durata di 3 anni rinnovabili al massimo per due volte.

Costruire un’alleanza elettorale in cui Calenda è la spalla di Letta nella comunicazione è una scelta politica, non c’entra la legge elettorale. Costruire un’alleanza in cui Di Maio è stato coccolato e salvato è una scelta politica. Costruire un’alleanza in cui ex colonnelli del partito di Berlusconi vengono salutati come salvatori della patria è una scelta politica. Costruire un’alleanza elettorale in cui un rigassificatore diventa un punto di programma condiviso (con la macelleria sociale che c’è in giro) è una precisa scelta politica che non c’entra nulla con la legge elettorale.

Prendetevi la responsabilità di fare politica. Non raccontateci di essere stati costretti a compiere scelte. Non funziona.

Buon giovedì.