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Vacilla l’intesa tra rossoverdi e Pd. Un grande “terzo polo” di sinistra è più vicino?

Ormai il quadro delle elezioni sembrava definito. Con l’accordo tra Letta (segretario Pd) e Calenda (leader di Azione) e con l’accompagnamento di Della Vedova per più Europa, il vecchio centrosinistra viene sussunto in un’alleanza politica liberale, segnata dall’atlantismo e dalla cosiddetta “agenda Draghi”. A questo punto però l’alleanza con Sinistra italiana e Verdi, che era data per fatta, ha ripreso a fibrillare (l’incontro previsto per martedì 3 agosto è stato rinviato). D’altronde l’accordo “liberale” è così chiaro e dettagliato – definendo per altro una divisione 70 a 30 delle candidature sul totale di quelle da spartire tra dem e Azione – da lasciare ben poco spazio politico agli altri aggregati cui i contraenti principali pensano di concedere magari qualche nota programmatica. Tra questi, appunto, anche la lista congiunta di Sinistra italiana (che ha per altro deciso a maggioranza di puntare all’alleanza coi dem, ma con molte contrarietà interne) ed Europa verde.

Nei giorni scorsi De Magistris, che sarà in campo con la lista di Unione popolare, aveva molto insistito per un’alternativa di governo sia alle destre che ai liberali proponendo un patto a Cinquestelle, Sinistra italiana e Verdi, intellettuali e movimenti. Ma né Conte né Bonelli né Fratoianni avevano risposto. Cosa succederà ora dopo l’accordo Calenda-Letta?

Il testo di Letta e Calenda – l’uno già europarlamentare del gruppo dei liberali, l’altro attualmente a Bruxelles nel medesimo gruppo – è segnato dal neo atlantismo, dal riferimento stretto alle norme europee. Cosa preoccupante se si pensa che dal primo luglio la Bce ha posto fine agli acquisti senza limiti di titoli di debito pubblico per passare ad acquisti a richiesta e condizionati. Entra poi nel dettaglio, in negativo, su punti su cui i verdi hanno una visione assai differente, come i gassificatori. E sulla “revisione” del reddito di cittadinanza. L’accordo non riflette né la drammaticità della crisi sociale né di quella democratica. L’antifascismo è sussunto dall’antiputinismo. Infatti non ci sono attacchi diretti a Meloni che è assolutamente filo atlantica. La Costituzione, per la quale molti temono, neanche viene citata. E d’altronde i soggetti contraenti hanno partecipato più volte alle sue manomissioni come con l’inserimento del pareggio di bilancio, la riforma del titolo quinto, il taglio del Parlamento. Ed ora vogliono l’autonomia differenziata.

Oltre la contesa tra questi due blocchi di destra e liberale, ad ora e in attesa di possibili colpi di scena, ci saranno i Cinquestelle, quello che ne rimane dopo la rapida dissipazione del loro patrimonio. E ci sarà Unione popolare, unica lista pacifista e alternativa, nata dall’impegno di De Magistris, ex sindaco di Napoli, di ManifestA, gruppo formato da parlamentari uscite dai Cinquestelle, Rifondazione comunista, Potere al popolo e altri soggetti politici, sociali e intellettuali che si stanno allargando viste anche le scelte fatte da altri e potrebbe rappresentare una sorpresa positiva.

A destra, invece, le tre principali forze avevano già da tempo messo a punto la propria alleanza. Sicuramente contraddittoria, ma non per questo meno efficace. Divise sul governo Draghi – Lega e Forza Italia lo appoggiavano, Fratelli d’Italia no – si sono ricongiunte con un cambiamento anche dei ruoli. Fratelli d’Italia, forza erede della destra storica ora al primo posto nei sondaggi, è il partito che garantisce la totale fedeltà altantica e alla Nato e la prosecuzione dell’invio delle armi in Ucraina. Non che Salvini e Berlusconi propongano cose molto diverse, ma su di loro le accuse di filo putinismo sono più insidiose. Al contrario, Forza Italia e Lega sono la continuità con Draghi. E tutte e tre soffiano sul malessere sociale che è molto pesante.

Per la prima volta nella Storia del Paese in Italia si voterà a settembre, il 25, e non come da tradizione in primavera. La crisi è precipitata in tempi rapidissimi e altrettanto rapidamente il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha sciolto le Camere e il Consiglio dei ministri ha fissato la data per le elezioni. Questa accelerazione rende più difficile la partecipazione democratica considerando che la formulazione e la presentazione delle liste deve essere fatta in pieno agosto. Per altro, per una norma approvata in extremis, mentre quasi tutti i partiti o soggetti politici così come modificati dai tantissimi cambi di casacca in Parlamento saranno esentati dal raccogliere le firme per presentare le liste, pochi altri dovranno invece avere decine di migliaia di sottoscrizioni di cittadini certificate formalmente per poterlo fare.

Tra le forze che dovranno affrontare una raccolta firme impegnativa c’è Unione popolare. La lista che si rifà esplicitamente all’esperienza della Nupes di Jean-Luc Mélenchon in Francia ed è la sola che propone un’alternativa pacifista, di sinistra, ecologista e sociale. La lotta di Unione popolare si muove su due fronti. Contro le destre ma anche contro il macronismo del Pd. De Magistris, Rifondazione e molti altri hanno molto insistito perché i Cinquestelle, Sinistra italiana ed Europa verde convergessero in un’alleanza da terzo polo invece che andare da soli, i Cinquestelle, o col Pd, Si e verdi. Una convergenza su temi fondamentali come la pace, il salario minimo, il reddito di cittadinanza, la difesa della Costituzione, il rilancio del pubblico. Se purtroppo non sarà così. Unione popolare comunque sarà in campo perché, come si è visto in Francia, serve una proposta alternativa. Le crisi, economica, sanitaria, bellica, climatica, ormai si sommano e le vecchie politiche e le vecchie classi dirigenti si mostrano totalmente irresponsabili. Serve una alternativa per l’Italia e per l’Europa.

Per potersi presentare alle urne però Unione popolare dovrà raccogliere decine di migliaia di sottoscrizioni, nonostante a questa lista contribuiscano diverse parlamentari che, uscite da tempo dai Cinquestelle e avendo fatto opposizione di sinistra a Draghi, hanno dato vita alla Camera e al Senato a frazioni parlamentari con la denominazione “ManifestA- Potere al popolo Rifondazione comunista”. Un fatto importante in quanto queste compagne uscendo dai Cinquestelle hanno scelto di rappresentare quella sinistra che per non venire a compromessi con forze ambigue e moderate era risultata esclusa nelle scorse elezioni. Quando “a sinistra” si presentarono due liste, Potere al popolo (con dentro Rifondazione comunista, il Partito comunista italiano e Sinistra anticapitalista) e Liberi e uguali (Leu, composto da D’Alema ed altri ex del Partito democratico e Sinistra italiana). Leu elesse, e poi successivamente la quasi totalità dei suoi parlamentari si trovò ad appoggiare il governo Draghi mentre Sinistra italiana no.

Il governo Draghi, sostenuto da una grandissima maggioranza che andava dal Pd alla Lega, con la sola opposizione consistente di Fratelli d’Italia, sembrava destinato ad arrivare a termine di legislatura. La crisi invece è stata repentina e fragorosa. La sua dinamica lascia aperti molti interrogativi sulle cause. Infatti il casus belli è stato un provvedimento non votato dai Cinquestelle, come era già accaduto con altri provvedimenti da parte di altri componenti della maggioranza, su cui il governo aveva posto la questione di fiducia. Anziché andare avanti, Draghi ha scelto la drammatizzazione. Ha chiesto una verifica della fiducia senza alcuna vera trattativa sui punti programmatici problematici. Cinquestelle, Lega e Forza Italia non hanno partecipato al voto di fiducia e Draghi si è dimesso. Nessun altro governo è stato tentato. I Cinquestelle hanno chiesto chiarezza programmatica. Lega e Forza Italia un governo senza di loro. Ma le Camere sono state sciolte.

La cosa che ha più colpito è che il Partito democratico aveva puntato tutta la sua politica sull’alleanza strategica con i Cinquestelle. Mentre nel momento della crisi di governo li ha accusati di irresponsabilità e ha rotto con loro. Scelta che consegna i favori della vittoria alle destre che dopo essersi divise sul governo Draghi si sono ora riunite. Col Pd invece stanno andando gli scissionisti dei Cinquestelle capeggiati dal ministro Di Maio già capo politico della formazione. Proprio la scissione avvenuta prima del precipitare della crisi era un segnale significativo. Sempre con le forze centriste alleate al Pd stanno collocandosi diversi esponenti provenienti da Forza Italia che non hanno approvato la caduta di Draghi.

Il quadro politico che viene fuori risulta molto spostato a destra. Pd e forze centriste e già di destra. Magari dopo le elezioni si punterà a ciò che è successo già più volte e cioè una difficoltà politica da cui riemerga una larga coalizione, meglio se di nuovo con Draghi. Le destre riunite ma sempre concorrenti tra loro. Le accuse sono di irresponsabilità o di “filo putinismo”. In realtà le due coalizioni, destra e centrosinistra, come abbiamo detto sono entrambe filoatlantiche e a favore delle armi all’Ucraina.

Proprio qualche distinguo sull’excalation nell’invio di armi da parte dei Cinquestelle potrebbe aver influito sul precipitare della crisi. Così come la condizione di estrema difficoltà economica e sociale del Paese con l’impennata inflattiva, i redditi sempre più bassi e un’economia in crisi strutturale se non per i profitti delle multinazionali. Il governo Draghi aveva galleggiato senza neanche quelle misure che ad esempio su lavoro e lotta al carovita sono state prese dal governo spagnolo. D’altronde tutte le forze della sua maggioranza erano liberiste con qualche differenza nei Cinquestelle.

I Cinquestelle avevano rappresentato una rottura col bipolarismo italiano che da trent’anni vede il Pd andare alle elezioni chiedendo voti contro il nemico del momento, prima Berlusconi, poi Salvini ora Meloni, salvo poi votare spessissimo le stesse cattive leggi e fare addirittura molti governi insieme. Questa rottura è rimasta molto superficiale lasciando i Cinquestelle passare dal non allearsi a farlo prima con la destra, poi col Pd, poi con entrambi e, infine, essere fatto sostanzialmente fuori. La cosa migliore fatta, addirittura col governo con la Lega, è stata il reddito di cittadinanza. Pessimi i decreti Sicurezza, sempre con la Lega ma non abrogati dai governi successivi, e il taglio dei parlamentari. Che fa sì che ora si voti per Camera e Senato assai più piccoli, con una pessima legge elettorale, l’ennesima fatta per inseguire il modello maggioritario. Il Pd parla di rischio di vittoria delle destre. Cosa reale. Ma con buona parte di queste destre ha governato. Con i Cinquestelle ha rotto. E, soprattutto, ha fatto da trent’anni scelte che colpendo i ceti popolari hanno seminato tra essi un profondo malcontento. Non a caso le inchieste sugli elettori dicono che il Pd è più votato dai ceti sociali medio alti e i Cinquestelle tra quelli più in difficoltà. Mentre l’astensione sfiora il 50%. Ma i giochi non sono ancora tutti fatti.

Storie di donne contro la guerra, sulle orme di Rosa Luxemburg

Fra le aberrazioni di questa guerra dobbiamo rilevare il tentativo – a quanto pare riuscito – di femminilizzare la guerra nel paragone insistito tra l’Ucraina aggredita e una donna vittima di stupro o di femminicidio. Nella metafora i pacifisti sono stati accusati di restare a guardare in flagranza di reato, o peggio di voltarsi dall’altra parte senza intervenire per salvare la donna, o di limitarsi a cercare di dissuadere l’aggressore a parole. Sono stati accusati di non solidarizzare con la vittima e di essere, quindi, dalla parte dell’aggressore.

Il paragone è stato usato dalle donne stesse, anche da alcune femministe, così come da queste è stato rivendicato il dovere di inviare armi all’Ucraina (come, per esempio, la filosofa Rosi Braidotti in più riprese nel programma “Otto e mezzo” condotto da Lilli Gruber”). Sono state ricordate le staffette partigiane, le combattenti del Rojava a dimostrazione che la guerra “di resistenza” si addice alle donne. E nel far questo vengono dimenticate le circostanze e le forze in gioco assai diverse in un caso e nell’altro, laddove donne combattono per la liberazione di tutti all’interno di guerre imperialiste subite.

Non sono sufficienti i cordoni umanitari – dicono – è ipocrita il compianto delle vittime, bisogna armarle e consentire loro di difendersi. Armare l’Ucraina, addestrarla all’uso degli ordigni di ultima generazione significa, nell’attuale narrazione bellicista, non lasciare sole le vittime, anzi evitare che vi siano vittime. La Russia di Putin è vista come l’uomo rifiutato dalla sua ex, che non si rassegna ad averla perduta, che intende riprendersela con la forza, a costo di ucciderla. Senonché l’Ucraina, portatrice simbolica di un destino femminile di emancipazione, giovane di democrazia e di libertà, non ne vuol più sapere di una madre Russia fagocitante, brutalmente maschia, arcaica e imperialista. Perciò resiste e la sua difesa appare fiera ed eroica, “fino all’ultimo uomo” (che poi significa “fino all’ultimo ucraino”, non “fino all’ultimo americano” o “fino all’ultimo europeo” fornitore di armi).

In queste vesti ritorna la guerra in Europa riciclando e riadattando gli abiti femminili dei più triti argomenti della propaganda militarista primonovecentesca che, per esempio, aizzava i Paesi dell’Intesa alla guerra in difesa del Belgio “stuprato”. “Stupro del Belgio” fu l’espressione usata dalla stampa europea del tempo per descrivere l’invasione tedesca nel 1914, con le varianti del caso, come scrive Bruna Bianchi in Militarismus versus femminismo. La violenza alle donne negli scritti e nei discorsi pubblici delle pacifiste durante la Prima guerra mondiale«DEP Deportate, esuli, profughe. Rivista telematica di studi sulla memoria femminile», p. 95 e 97: «Belgio e Francia vennero personificate nella contadina indifesa e la Germania nel maschio crudele dalla sessualità brutale. “Avrebbe almeno potuto corteggiarla!” recita un manifesto propagandistico». «L’invasione del Belgio sollevò a livello internazionale un’indignazione senza precedenti, “il martirio” della piccola nazione che decise coraggiosamente di resistere all’occupante divenne il tema portante della propaganda dei paesi dell’Intesa e in particolare della Gran Bretagna. Il Belgio assurse a simbolo della barbarie tedesca, un simbolo che consentiva di presentare la guerra come una lotta per il diritto, la libertà e la giustizia nelle relazioni internazionali».

 

A questo proposito la pubblicazione a Londra nel 1915 del “Rapporto Bryce” (Viscount J. Bryce, Report of the Committee on Alleged German Outrages Appointed by His Britannic Majesty’s Government, HMSO), che anni dopo si rivelò un falso, favorì l’entrata in guerra dei riluttanti (molte delle “testimonianze” che raccoglieva circolavano dal 1914). Tradotto in trenta lingue denunciava i crimini tedeschi, in particolare la violenza dell’esercito su migliaia di donne e bambini in Belgio e in Francia. Ne venivano stampate appendici a rotazione, distribuite in opuscoli a parte, ne venivano enfatizzati gli orrori in conferenze pubbliche. In Italia il Corriere della Sera e il Messaggero ne pubblicarono un’edizione popolare.

 

Oggi gli eredi di questa tradizione raccontano di “un’Ucraina aggredita, violentata”. Un tipo di informazione batte insistentemente il tasto sensibile degli stupri (su cui si stanno raccogliendo le prove). Perciò inviare oggi armi – dicono – impedisce che vengano violentate le donne ucraine. Se la chiamata alle armi allo scoppio della prima guerra mondiale puntava sullo stupro delle donne belghe e per estensione di tutto il Belgio, oggi si parla anche di stupri di bambini (e neonati, l’ho sentito dire in un talk televisivo). Ciò che qui vale la pena sottolineare è l’uso martellante di una tale propaganda che, ora come allora, insisteva nello sbattere in prima pagina gli oltraggi perpetrati esclusivamente dal nemico. Il culmine dell’orrore sotto questo aspetto è stato raggiunto con la diffusione dell’ignobile audio della moglie del soldato russo che incita il marito a stuprare le ucraine, ma con il preservativo, colloquio pubblicato dai canali del Sbu, il servizio di sicurezza ucraino e rimbalzato nei media di tutto il mondo. Per quanto riguarda l’Italia, si farebbe prima a riportare i pochi giornali – tra cui Avvenire, Il Fatto quotidiano, Il manifesto – che non hanno pubblicato la “notizia”. Gli altri si sono scatenati e, in qualche caso, sono tornati sulla vicenda anche più di una volta .

In questa narrazione si riconfigura la “guerra giusta” e insieme si coltiva il terreno della paura e del sacrificio in linea con l’imposizione di un’economia di guerra accompagnata dall’entusiasmo per nuovi investimenti nell’industria bellica; mentre gli Stati sarebbero chiamati ad armarsi su ben altri fronti, quello della catastrofe ambientale e della emergenza sanitaria, solo per limitarsi alle minacce e alle insicurezze globali che affliggono l’umanità tutta. Ciò spiega la mancanza di credibilità di una politica del riarmo che dice di guardare alla pace e alla sicurezza.

Le analogie nelle due narrazioni belliche sono tristemente palesi. La differenza tra coloro che si limitano a inorridire di fronte agli stupri, sia ora che un secolo fa, e coloro che sono contro la guerra è la consapevolezza che sia proprio quest’ultima il crimine che li contempla. Un crimine contro l’umanità legittimato da quei governi che oggi, come ieri, si appellano alla necessità della “difesa” e che, a conclusione della prima guerra mondiale, per esempio e non a caso, fece sì che gli stupri riconosciuti e condannati siano stati solo quelli dei vinti, non certo quelli dei vincitori.

Colpisce che nel pieno di una propaganda tanto pervasiva ci siano state allora nel 1914-18 femministe per la pace in grado di mantenersi lucide nella condanna della guerra in quanto tale, senza farsi trarre in inganno dalla attribuzione delle atrocità a una parte sola. Poté accadere che le stesse donne tedesche denunciarono l’invasione del Belgio, come d’altronde oggi fanno le femministe russe nei confronti dell’aggressione all’Ucraina.

Aleksandra Skochilenko, attivista del movimento Resistenza femminista contro la guerra arrestata ad aprile 2022

Anche le donne dei Paesi dell’Intesa condannarono il blocco navale ai danni della Germania e, in seguito, l’ingiustizia dei trattati di pace. Le pacifiste furono aspramente contrastate, ma riuscirono a radunare all’Aja, nel primo Congresso Internazionale delle donne per la pace, dal 28 aprile al 1 maggio del 1915, alcune centinaia di delegate e più di duemila partecipanti provenienti da Paesi sia belligeranti sia neutrali. È un dato notevole che fra le delegate dei Paesi in guerra, oltre alle inglesi, alle austriache, alle ungheresi, alle tedesche, fossero presenti anche le belghe.

La giornalista Eugénie Hamer (nella foto) è una delle cinque donne belghe autorizzate dall’occupante tedesco a partecipare al Congresso in rappresentanza dell’Alliance belge pour la paix par l’éducation, al contrario delle francesi che non furono autorizzate dal governo del loro Paese. Tuttavia, già alcuni mesi prima del Congresso, la giornalista francese Nelly Roussel in un articolo pubblicato su La Pensée Libre International il 6 febbraio 1915 non mancò di smarcarsi dal clima di odio generalizzato antitedesco diffuso dalla propaganda:

«In Francia hanno iniziato ad apparire le pubblicazioni ufficiali sulle “atrocità tedesche”. Molti se ne compiacciono. Alcuni, tra i quali io stessa, ne sono disturbati. Mi sembra cosa inopportuna e temo che al momento attuale possa condurre a due risultati, […] a terrorizzare la popolazione nelle regioni vicino al fronte, oppure, nel caso di una nostra invasione della Germania, a incitare i nostri soldati alle più orribili rappresaglie. Al contrario, se tali pubblicazioni fossero state rinviate fino alla fine delle ostilità, avrebbero potuto essere utili, a condizione, però, che avessero conservato un carattere di verità. [Le atrocità] dovrebbero essere presentate in modo da non esasperare il clima di odio a livello internazionale, ma in modo tale da ispirare un salutare terrore per il flagello della guerra che inevitabilmente provoca tante inutili sofferenze e causa crimini vergognosi» (Bianchi, cit., p. 99).

Non furono in molte a capirlo e tuttavia, come si vede, ve ne furono di capaci di smascherare l’uso strumentale della diffusione di alcune specifiche atrocità in funzione dell’allargamento e del perdurare del conflitto. Indubbiamente il congresso dell’Aja fu un avvenimento di importanza straordinaria e per certi versi rivoluzionario se pensiamo alle circostanze in cui si svolse, nell’attraversamento materiale di frontiere minate e nel superamento di una propaganda violenta che aveva travolto tutto.

(British &) American delegates to the International Congress of Women which was held at the Hague, the Netherlands in 1915. The delegates include: British feminist and peace activist Emmeline Pethick-Lawrence (1867-1954), social activist and writer Jane Addams (1860-1935), and Annie E. Malloy, president of the Boston Telephone Operators Union. To the right of Malloy may be labor journalist and activist Mary Heaton Vorse (1874-1966) and the woman wearing a hat on the far right may be Lillian Kohlhamer of Chicago. (Source: Flickr Commons project, 2012)

La sua presidente, Jane Addams, anticipatrice di molti temi dell’eco-femminismo contemporaneo, in uno scritto del 1922 ricordava come la stampa associava costantemente i termini di “traditore” o “filo-tedesco” con quello di pacifista. Un argomento brandito massicciamente dalla stessa nostra stampa odierna come liquidatorio di ogni forma di risoluzione del conflitto. L’epiteto di “putinista” impazza per screditare chi si oppone alla guerra anche da parte di gruppi femministi sui social. Non può che suonare sinistramente l’analogia della propaganda del primo conflitto mondiale con quella che pervade la scena mediatica odierna. La propaganda, allora come ora, punta su un coinvolgimento dell’opinione pubblica che, per essere efficace, va oltre i principi astratti del diritto internazionale, l’invasione dell’Ucraina oggi, la violazione della neutralità del Belgio ieri. Viene ricercato il crimine, preferibilmente nei confronti del corpo femminile e nella violazione dell’intimità domestica. Sono le stesse motivazioni invocate, per inciso, da ogni ampliamento legislativo di liberalizzazione della legittima difesa armata. “Vale la pena combattere per la tua famiglia?” Chiedeva ai suoi lettori un manifesto irlandese per il reclutamento. “Quando il nemico giungerà alla porta di casa tua, sarà tardi per farlo. Arruolati oggi stesso!”(Bianchi, p. 95).

Come prevedibile le attiviste per la pace vennero accusate di favorire indirettamente lo stupro di altre donne, e vennero derise nella loro pretesa di atteggiarsi a “madri degli uomini” essendo per lo più “prive di figli” e spesso “zitelle”. Il Congresso femminista dell’Aja ricevette l’epiteto di “zoo olandese”, un po’ come è capitato all’incontro romano del 2 maggio scorso – “Pace proibita” – ignorato dai media mainstream, e liquidato da certi commentatori come “il baraccone del Ghione”, o anche “il circo Barnum”.

 Assistiamo a una sessualizzazione della guerra russo-ucraina facilitata dal fatto che, mentre da un lato, il fenomeno del femminicidio è assurto a emergenza sociale, culturale, oggetto di sensibilizzazione pubblica e di nuovi provvedimenti legislativi, dall’altro lato la guerra, che da sempre è nel dominio della politica e dell’economia, viene al contrario trattata come una crisi e una tragedia di coppia. Per un verso è il modo che taluni hanno, donne comprese, di semplificare la guerra, di renderla alla portata dei talkshow, dall’altra è un modo scellerato di renderla familiare, riducendola a dramma quotidiano tra due persone, addomesticandola, insomma “umanizzandola”.

Ridurre la guerra allo scontro metaforico e individuale tra le persone della vittima e dell’aggressore vale a dimenticare che la guerra è proprio l’opposto. Il suo senso è ben rappresentato dal significato originario di mischia (dal germanico werra). È propriamente la cancellazione dell’individuo nel disordine, nella mischia del combattimento e nel fuoco incrociato delle pallottole, ma è anche l’annullamento del singolo nel corpo unico dell’esercito. Il soldato indossa l’uniforme. Il soldato perde la sua individualità nell’esercito-massa (per citare Elias Canetti di Massa e potere).

Elias Canetti, Dutch National Archives, The Hague, Fotocollectie Algemeen Nederlands Persbureau (ANEFO), 1945-1989

Anche i civili, soprattutto i civili muoiono in gruppo, in quanto massa, ammassati nei rifugi, o in massa sotto le bombe. E finiscono ammassati nelle fosse comuni. Ancor prima di perdere individualità morale soldati e civili perdono la loro individualità fisica, il loro corpo, la loro vita. Li hanno già persi nel momento in cui viene decisa la guerra, poiché è provato/scontato che questa farà vittime tanto più numerose quanto più durerà e quanto più grave sarà l’escalation. Tante più vittime quanto più valorosa la “resistenza”. Al di sopra della mischia (Au-dessus de la mêlée) sono intitolati da Romain Rolland una serie di articoli usciti a Ginevra nel 1914, poche settimane dopo lo scoppio della guerra contro la quale si batté disperatamente e isolatamente lo scrittore europeista.

Romain Rolland  

Per restare quindi dentro la metafora della vittima da sottrarre all’aggressore, andare in soccorso dell’Ucraina invasa fornendo armi e, se necessario, estendendo ad altri Paesi l’intervento armato, significa con certezza e paradossalmente sacrificarne a centinaia e a migliaia, di corpi di donne. La femminilizzazione e la sessualizzazione della guerra poi appartengono allo stesso codice militaresco/fascista che non a caso propone la castrazione chimica per i reati di stupro.
Esemplare il futurista, e fascista, Tommaso Marinetti, poi finito Accademico d’Italia e nelle fila della Repubblica di Salò: «Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei liberatori, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna “sottomessa e timorata”».

La mentalità fascista, a suo agio nel risolvere militarmente i conflitti, provvede a risolvere con la castrazione il rischio di recidiva del violentatore, poiché l’ideologia reazionaria ritiene che sotto sotto lo stupro sia solo una delle modalità dell’accoppiamento e che abbia a che vedere col desiderio, anche se non reciproco. È tristemente noto che stupro e castrazione sono (non per caso) pratiche di guerra, riducono a cosa il corpo di donne e uomini mentre gli esecutori spargono la loro, o impediscono l’altrui, progenie.

È perciò inaccettabile, e quasi incredibile, che femministe della nostra generazione abbiano potuto abbracciare la causa bellica. Sia perché non tengono conto, tradendolo, del femminismo storico teorizzatore e attivista contro la guerra, in uno spettro ampio che va dagli Stati Uniti fino alla Russia, da Jane Addams a Rosa Luxemburg, che furono antimilitariste e pacifiste proprio durante la guerra mondiale – insieme a molte altre – su versanti e con destini diversi. E sia perché non tengono conto, le interventiste, del più recente pensiero femminista della cura (v. Joan Tronto, The care collective) che dà evidenza e orienta l’azione sociale e politica a quanto di più strettamente legato biologicamente, eticamente, sentimentalmente, storicamente e infine filosoficamente, alla vita e al lavoro delle donne: riproduzione, accudimento, nutrimento, riparazione. In breve quanto attiene al mantenimento del nostro mondo e di quello altrui, in una accezione quanto più estesa possibile dell’idea di cura; dai rapporti interpersonali alle relazioni internazionali, dalla tutela del territorio alla salvaguardia del pianeta.

L’etica della cura emerge dopo secoli di discredito filosofico attribuito alla concretezza della vita, alla fisicità dei corpi, alla realtà delle emozioni, al valore dell’accudimento, alla centralità dell’empatia, ovvero, nella quasi totalità dei tempi e ovunque sulla terra, al mondo delle donne. Agli opposti di questa visione è l’incuria fino alla devastazione. La guerra ne è l’espressione più riuscita ed estrema.

Una immagine di una giovane donna della Nazione Seneca (che faceva parte della Confederazione degli Irochesi), 1908

Il tema della assoluta centralità della donna nel “mantenimento” del mondo e nella difesa di forme antiche di società pacifiche e comunitarie è trattato proprio nel numero di Left del 22 luglio 2022 nell’articolo di Fulvia Cigala Fulgosi, “Quando le donne costruivano la pace” – dedicato al ruolo determinante avuto dai clan delle native americane nella costruzione della Confederazione irochese, un modello di «governo generoso, egalitario, centrato sulle donne – e non a caso – pacifico».

Alla vulnerabilità dei corpi sono dedite da sempre le donne, mentre questa loro cura è stata ed è da sempre svalutata e relegata nell’invisibilità del privato. Non a caso i settori pubblici che vi sovrintendono sono i più vilipesi e negletti: sanità, assistenza ed educazione. Non vedere o fingere di non vedere queste implicazioni dando consenso al governo della cobelligeranza da posizioni femministe è inaudito. Il pensiero femminista della cura non ammette che, al livello della morale, l’idea di giustizia possa prescindere dalla protezione dei fragili, dei minori, degli anziani, dei bisognosi di cure, e possa prescindere dalla salvaguardia dell’ambiente e del pianeta. Ciò nell’interesse dell’intera società, per la sua salute e per il benessere di tutti, con riguardo anche a quanti sono lontani da noi nello spazio e nel tempo futuro. Studi diversi, anche disciplinarmente diversi, convergono sul dato di una realtà umana fondata su rapporti relazionali, di dipendenza e interdipendenza reciproca, che riguardano l’individuo come i popoli. Le teoriche della cura incoraggiano a pensare in termini globali riconoscendo un’unica umanità nella ricchezza di patrimoni culturali e sociali diversi, recuperando tradizioni di pensiero avverse ai nazionalismi, alle retoriche patriottiche, alla creazione del nemico e alla sua disumanizzazione.

Attiviste come la già ricordata Addams, come Grace Isabel Colborn (Bruna Bianchi, p. 100) avevano ben chiaro che la stessa mentalità militare fondata sul culto della virilità e sul disprezzo della debolezza fisica, sul soffocamento dei sentimenti di compassione e tenerezza implicavano svalutazione e asservimento delle donne:
«Il punto di vista militare è quello del disprezzo della donna, la negazione di qualsiasi valore che non sia la riproduzione. È questo spirito del militarismo, la glorificazione della forza bruta, che ha tenuto la donna in schiavitù politica, legale, economica.
Il militarismo è sempre stata una maledizione per le donne in quanto donne fin dall’alba della vita sociale […] Violenza domestica, violenza tra gli individui e tra le classi, tra le nazioni, le religioni; violenza tra uomo e donna: questo è ciò che più di ogni altra cosa ha impedito che le donne si esprimessero sulle questioni pubbliche, almeno fino a un recentissimo passato. La guerra ha creato la schiavitù con le sue conseguenze degradanti per le donne […], la guerra e la conseguente riduzione in schiavitù delle donne ha rappresentato la causa principale della poligamia […] La guerra ha creato e perpetuato quel dominio dell’uomo in armi che ha pervaso ogni situazione, dal parlamento in giù».

Esse respingono come oltraggioso l’invito dei propri governi ad allevare bambini per fronteggiare la guerra di domani:
«Ci si dice che “dobbiamo prenderci la massima cura dei bambini che di qui a vent’anni possono essere chiamati a respingere un altro attacco tedesco. “Nella guerra attuale granate e mitragliatrici sono le munizioni principali, ma i bambini rappresentano le munizioni della pace futura”[…]. Io rivolgo un appello alla maternità collettiva di questa nazione e a quella di tutto il mondo affinché si soffermi per un momento sul significato di queste parole. Nessuna guerra prima d’ora ha causato tante perdite come l’attuale, ma queste saranno insignificanti in confronto a quelle che potranno essere nella prossima guerra»(Bruna Bianchi, pp.101-102).

Per restare nella similitudine già usata – dell’unica realtà della vittima e del carnefice – che donne femministe si aggiungano al coro di quanti preferiscono “spaccare la faccia” all’aggressore, ucciderlo piuttosto che disarmarlo, vale a concordare, del tutto contraddittoriamente, con valori tradizionali/reazionari maschili e patriarcali. Ovvero quelli che conferiscono ai padri, ai fratelli, ai mariti il diritto/dovere di proteggere le figlie, le sorelle, le mogli. Non viene fatto appello agli istituti delle negoziazioni, delle trattative, del dialogo, che mirano a risoluzioni dei conflitti senza spargimento di sangue, che sono il segno di una sicurezza basata sul diritto e non sulle armi, garantita da una società libera perché democratica. Viene scelta, al contrario, la sicurezza dettata dall’ordine vigilato, dalla difesa e dalla protezione armate. Si abdica ai valori emancipatori femminili che sono rivelatori del grado di liberazione dell’intera società. La mentalità securitaria difensiva, per non parlare di quella preventiva, che vive nella guerra, è la stessa che vorrebbe introdurre l’ampliamento del diritto alla detenzione di armi per “legittima difesa”, (per difendere ogni tipo di proprietà privata, di cose e di persone, in primis delle proprie donne), ed è mutatis mutandis anche la stessa mentalità che vorrebbe la divisione degli scompartimenti ferroviari per sesso, per evitare le molestie maschili.

Una mentalità che procede per separazione, divisione, recinzione, confinamento, armamento. Come accade nei quartieri “sicuri” dei ricchi in Brasile, in Ecuador, o negli Stati Uniti, sicuri perché blindati e armati. Al di fuori è tenuto l’inferno degli scartati, dei poveri, degli abbandonati all’incuria e quindi alla violenza, delle maggioranze. Conosciamo i dati degli omicidi per arma da fuoco: per esempio nel 2017 in Brasile sono stati 63mila, negli Usa 17.284, e soltanto 367 (di cui 123 femminicidi) in Italia dove quasi nessuno possiede armi. Per evitare le stragi bisogna rifiutare il possesso di armi, per evitare lo stupro di guerra bisogna rifiutare la guerra.

Se ci appelliamo ai soli principi razionali/astratti della giustizia, senza includere il contributo del pensiero pacifista e femminista arriviamo a concepire e a giustificare il principio della “guerra giusta”. Quella russo-ucraina diviene tale proprio perché la si inquadra nel fermo-immagine dell’invasione, senza allargare il campo alla visuale di un conflitto pluriennale e in parte etero-organizzato. Complicazioni che ciascuna delle parti in causa, tra cui per esempio l’Italia, avrebbe avuto il dovere di affrontare in base alla sua propria cultura storica e politico-istituzionale diversa da quella della Russia, ma anche da quella degli Stati Uniti. Innanzitutto poiché fondata sulla Costituzione del 1948 e, in merito alla guerra, sul disatteso articolo 11 che, non a caso, ha trovato soprattutto in una donna (Lorenza Carlassare) – fra i costituzionalisti – una voce forte che lo ha ‘impugnato’ come principio invalicabile della nostra Carta, senza se e senza ma.

È inammissibile che femministe abbiano potuto abbracciare la cobelligeranza italiana, poiché le vittime di guerra sono soprattutto i civili (nelle guerre moderne il 90% dei morti – ci ha insegnato Gino Strada anche nell’ultimo libro Una persona alla volta (Feltrinelli) – sono civili) e, fra questi, in grande maggioranza donne e bambini. Poiché i sopravvissuti e le sopravvissute, mutilati o sani che siano, sono orfani, vedove; persone senza casa e senza lavoro. Attraverso i loro occhi dobbiamo guardare i cadaveri e le rovine. Non c’è bisogno di spiegare che il danno maggiore è infatti subito proprio dalle donne, distrutta ogni costruzione di civiltà, di comunità, di accoglienza, di riproduzione, di cura, ogni tessitura di relazioni, di legami. Lo sguardo attonito di fronte alle macerie è sempre lo sguardo di chi vede distrutta una intera vita di cura e di riproduzione.

Non ci sono vantaggi per le donne in guerra, come non ci sono vantaggi per la povera gente, da entrambe le parti.

Una donna a Kharkiv dopo un bombardamento, 13 marzo 2022

Lo sgomento che vediamo nelle donne che si aggirano tra le macerie delle loro case non ammette tentennamenti nella condanna di chi incita alla “resistenza” promettendo la “vittoria”. Imperativi che mai sono appartenuti alle donne e mai apparterranno loro, se non a quelle che, lasciandosi cooptare nelle gerarchie ordinate al patriarcato, ne consolidano la mentalità competitiva e bellicista. Irresponsabilmente, forse inconsapevolmente, di certo illusoriamente.

Certo né irresponsabile e neppure inconsapevole è l’atteggiamento di Virginia Woolf nei confronti della guerra, tra le voci più sorprendenti del pacifismo novecentesco. Occorre rinnegare una tale madre del femminismo storico per derogare al ripudio della guerra. Il pensiero di Woolf, letto nelle circostanze attuali, si impone con la forza di chi – mentre affronta il problema della guerra alla radice ̶ si assume la responsabilità di una fondazione del pensiero pacifista, di un cambio radicale di paradigma. Non un pensiero generico o astratto, ma un pensiero diverso, un pensiero di estraneità totalmente avulso dalla guerra, perfino estraneo, si direbbe, alla funzione riparatrice dei danni della guerra che spetterebbe “per natura” alla donna. La mentalità fascista le riserva infatti il compito di lenire le ferite del guerriero, oltre che di esserne il premio (per non dire il trofeo). Ma non è una coscienza decente quella che contempla corsie in cui crocerossine soccorrono feriti già costretti alla guerra.

Dietro la metafora della guerra sessualizzata/femminilizzata che afferma il diritto/dovere della vittima di difendersi “fino all’ultimo ucraino” proprio in nome dello status di vittima, si finge di non vedere l’ammontare delle vittime a migliaia, prevalentemente civili, quindi prevalentemente donne e minori in carne e ossa. Da notare che sono considerati diversamente i corpi degli eroi, per quanto morti anch’essi “per la patria”. Non abbiamo sentito la voce delle vittime, non abbiamo visto i loro volti, al contrario degli “eroi” incoronati dalla propaganda e dai media, i combattenti tatuati (spesso con una svastica o con il volto di Hitler).

L’eccidio di Buča diventa immagine emblematica della guerra. Intendo l’insistenza con cui sono state mandate le immagini della strage e soprattutto la falsa coscienza di mostrare indignazione per quei poveri cadaveri come se non fossero proprio fatti come quelli di Buča a essere esecrati dai pacifisti che chiedono di fermare la guerra. Come se le guerre, anche quelle che si credono “giuste” non provocassero ogni giorno cento Buča. L’orrore di Buča trascende l’esposizione dei cadaveri essenziali come prova del crimine di guerra (come se il crimine non fosse la guerra stessa) mentre le vittime sono presumibilmente migliaia. Buča, in sostanza, diventa solo la prova della criminalità del nemico, non del carattere essenziale della guerra, che per sua natura è un intreccio scambievole di gruppi di corpi che si contano morti da una parte e ancora vivi dall’altra, potenzialmente morti nella volontà del nemico (Canetti). Viene negato che la guerra, incoraggiata dagli Stati Uniti, dal Regno Unito e dall’Europa della Von der Lyen – i più entusiasti tra i membri della Nato – come strumento per ripristinare il diritto e consentire una “pace giusta”, è in realtà solo “la conta dei morti” (Canetti), non più consumata sul campo di battaglia, ma tra i civili – donne, bambini, anziani – del tutto estranei agli interessi dei belligeranti.

Per tornare ancora una volta alla similitudine usata della vittima e dell’aggressore: non si accorgono alcune femministe che questa sta innanzi tutto dentro una logica maschilista/patriarcale che designa una vittima femmina e un aggressore maschio e che già divide l’umanità su base sessuale laddove per un uomo “aggressore” ne viene immaginato un altro “salvatore”?

Un esercito aggressore, un esercito salvatore. Un Paese arcaico, un Paese moderno; una dittatura, una democrazia. Un patriarca cattivo e un patriarca buono. I buoni da una parte, i cattivi dall’altra mentre potenze superiori signoreggiano imperscrutabili.
Se le donne tutte non si mettono fuori della guerra “degli uomini colti” (Virginia Woolf chiamava così la borghesia e la classe dirigente inglese) restano intrappolate nell’ordine cavalleresco maschile che è la versione nobile del militarismo bellicista.
La condanna della guerra di Virginia Woolf (nella foto di George Charles Beresford, 1902) si nutre delle fotografie dei “cadaveri e delle macerie” che ha sotto gli occhi. Nel libro Le tre ghinee interrogandosi su come fare, cosa concretamente fare per prevenire la guerra, Woolf estrae, in diversi passaggi del suo discorso, le fotografie della guerra di Spagna, che sono quanto le basta per sottrarre retorica, oltre che senso, alla categoria del conflitto militare (qui il link di un progetto di staffetta di lettura da Le tre ghinee). Le donne sono “estranee” alla guerra non perché sia loro interdetto l’arruolamento nell’esercito, ma perché esse sono determinate a stare fuori dall’ordine marziale dei maschi che domina la società in ogni sua formazione, dalle gerarchie e dalla competizione nella sfera religiosa fino a quella universitaria. Woolf riconosce nell’esercizio della guerra la radice e il monumento del sistema patriarcale, insieme conflitto/scontro per il dominio ed erezione delle insegne della vittoria.

Distruzione e “gloria”. Che le donne stiano fuori da questo schema – dice Woolf – che non contribuiscano neppure col confezionare calze di lana per i soldati. Produrre calze di lana per i soldati significa, per Virginia Woolf, essere cobelligeranti, figuriamoci inviare armi!
Le armi che inviamo servono a prolungare la guerra – certo, una guerra “di difesa”, ma le parole non contano quando occultano astrattamente la realtà concreta di combattimenti che atterrano i disarmati, i civili inermi. Il pensiero femminista deve trovare parole nuove e diverse per prevenire la guerra. Almeno la metà del genere umano (una metà che attraversa tutte le classi sociali) a cui dovrebbe stare a cuore la liberazione di tutte e di tutti dalle oppressioni sistemiche (antidemocratiche) che riguardano la catastrofe ambientale e umana a medio termine, e la catastrofe umana, economica, culturale della guerra, ora.

Inutile restare dentro il dettaglio, dentro il limite irrelato del 24 febbraio giorno dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Ben prima di quella invasione occorreva intervenire assumendo decisioni per le vie diplomatiche, che pur dovranno esserci alla fine della guerra, con la differenza di non dover contare i morti, i feriti, gli sfollati, i miliardi spesi e quelli da spendere per la ricostruzione. Con la differenza di non dover fare i conti con l’impoverimento della maggioranza degli abitanti del pianeta e con l’aumentare della insicurezza alimentare dei più poveri, aggravate sempre dalla guerra. Con la differenza, per l’Europa, di non doversi oggi confrontare con nuovi nemici come il popolo russo già a lei legatissimo in passato.

Non rientra nella tradizione del pensiero femminista la logica imperialista, dell’una e dell’altra parte, che prepara la guerra allargando il confine Nato (e le basi militari) da una parte e invadendo uno stato sovrano dall’altra. Non vi rientra poiché, solo a voler guardare all’insegnamento di Virginia Woolf (dal lato inglese) e di Rosa Luxemburg (dal lato tedesco-polacco) capiremmo che ciò che conta non è la scintilla sprigionata il 24 febbraio scorso, ma la politica militarista imperante – oggi rilevata nella produzione e vendita di armi in crescita da parte dell’Italia e degli Usa e nella loro esportazione in molti dei paesi in guerra.

La scintilla del 24 febbraio, per essere compresa, non può essere valutata isolatamente, poiché non solo la realtà storicizzata va considerata in ogni aspetto che la contestualizza, ma anche la realtà presente, per essere compresa, non può sfuggire al contesto di riferimento. Quel contesto sono gli otto anni e le 14mila vittime (10mila russe, 4mila ucraine) della guerra invisibile del Donbass e il mancato rispetto degli accordi di Minsk.
Non si tratta più di assegnare torti o ragioni in presenza dell’aggressione russa, ma di condannare il mancato ricorso a soluzioni alternative alla guerra che esistono necessariamente come esisteranno inevitabilmente alla fine dei presenti combattimenti e degli insensati bombardamenti.

L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia non solo doveva e poteva essere impedita dalle potenze europee ed extraeuropee (le europee soprattutto in virtù di una Unione che dovrebbe insegnare al mondo come si diventa un laboratorio di integrazione politica ed economica) evitando i rischi di una escalation militare di larga scala fino al superamento del tabù del nucleare, ma soprattutto doveva essere contrastata dall’Europa per disincentivare la spesa militare che è centro di interessi militaristici/imperialistici inammissibili in regimi di governo democratici. Mi rendo conto che è ingenuo pensarlo, come se non fosse bastata la pandemia a provare che le scelte di governo non hanno minimamente tratto conseguenze per potenziare il sistema sanitario pubblico duramente messo alla prova durante le fasi più acute del contagio.

Il gioco macabro è lo stesso di molte guerre. Sostiene Canetti – la cui meditazione su massa e potere compie affondi decisivi sulla morte e sulla guerra – che in principio ogni Paese si sente minacciato, e proclama questo pericolo pubblicamente al mondo:
«Si sia o meno gli aggressori, si cercherà sempre di creare la finzione di essere minacciati.[…]La morte, da cui in verità ciascuno è sempre minacciato, dev’essere proclamata come condanna collettiva perché ci si possa opporre a essa attivamente. Ci sono, per così dire, dichiarati tempi di morte durante i quali la morte si volge verso un intero gruppo determinato, scelto arbitrariamente. “Ora si va contro tutti francesi”, oppure “Ora si va contro tutti i tedeschi».
L’entusiasmo con cui gli uomini accolgono una dichiarazione di tal fatta, ha la sua radice nella vigliaccheria del singolo dinanzi alla morte. Da solo, nessuno vorrebbe guardarla in faccia. È già più facile in due, quando due nemici eseguono per così dire la reciproca condanna; e non è più affatto la medesima morte quando migliaia la affrontano insieme. Il peggio che possa capitare agli uomini in guerra – e cioè morire insieme – risparmia loro la morte individuale che essi temono più di tutto».

Bisogna ringraziare Canetti (e con lui pochi altri scrittori come Rolland, Zweig, Anders) per avere smascherato il vero volto dell’entusiasmo interventista, rovesciato il mito del coraggio e del valore guerresco, penetrata la materia oscura su cui riescono a far leva le fanfare necrofile dell’avanzata militare, delle conquiste imperialistiche.
Le donne, al contrario, ripudiano la guerra. Generatrici di vita e maestre di resistenza sono riparatrici e non distruttrici. Conoscono e amano l’unicità di ciascuno dei loro figli e figlie, e le differenze di cui è formata l’umanità dei popoli. La guerra è la rovina di ciò che le donne rappresentano e perseguono. Lo sapeva Virginia Woolf che tra le cose da imparare per prevenirla poneva «l’arte di comprendere la vita e la mente degli altri, insieme alle arti minori che le completano: l’arte di conversare, di vestire, di cucinare», che tra gli scopi di un college da lei immaginato indicava quello «non di segregare e di specializzare, ma di integrare» (Bianchi, p.62).

Lo sapeva, ancor prima, e fortemente, Rosa Luxemburg (nella foto alla Conferenza femminile  dell’Internazionale socialista, Stoccarda, 1907) imprigionata più e più volte per il suo irriducibile antimilitarismo. Oltre agli scritti di pensatrice politica formidabile, le sue lettere dipingono una passione inesausta per la vita in ogni forma, e studi e letture in ogni direzione disciplinare. Il più “intransigente impegno rivoluzionario” si esprime in una “voce di donna” , dando luogo forse al primo e unico esempio nella sinistra intellettuale mondiale di un internazionalismo sentito empaticamente:
«Questo spaventoso massacro reciproco di milioni di proletari al quale assistiamo attualmente con orrore, queste orge dell’imperialismo assassino che accadono sotto le insegne ipocrite di “patria”, di “civiltà”, “libertà”, “diritto dei popoli” e che devastano città e campagne, calpestano la civiltà, minano alle basi la libertà e il diritto dei popoli, rappresentano un tradimento clamoroso del socialismo» (Rosa Luxemburg, Lettere contro la guerra, Berlino 1914-1918, a cura di Anna Bisceglie, Roma, Prospettiva, 2004). Dopo la scelta del partito socialdemocratico tedesco di votare compatto l’aumento della spesa militare preparandosi al conflitto mondiale, dopo che Luxemburg ebbe il cranio fracassato a colpi di calcio di fucile prima di essere gettata nella Sprea, Hitler e il partito nazional socialista salirono al potere.

Siamo ripiombati in Europa in una barbarie culturale distruttiva del sogno dell’integrazione, in un arretramento spaventoso dalla rappresentanza democratica ammantati dei feticci delle bandiere, del razzismo e dell’oscurantismo nazionalistico, che credevamo sepolti. Conquistare l’umanità per il genere umano è un processo lento e difficile, ma andare nella direzione opposta non si addice alle donne. Non sarà fatto nel nome delle donne.

L’autrice: Paola Paesano è componente del direttivo di Costituente terra

Per approfondimenti:https://left.it/libri/#43

Pd calenda est

Dopo giorni di sportellate quindi Carlo Calenda ha trovato l’accordo con Enrico Letta. Il partito Azione (insieme a +Europa) farà parte del “campo largo” pensato dal Pd che ora (e molto probabilmente sarà l’assetto definitivo con cui si presenterà alle elezioni) va da Sinistra italiana e Verdi di Fratoianni e Bonelli fino alla parte più destrorsa di Calenda, facilmente riconoscibile dal marchio di Forza Italia slavato da poco sulle divise di Gelmini e Carfagna (in attesa che arrivi anche Brunetta).

L’accordo, come si legge oggi su tutti i giornali, pretende una quota del 30% dei seggi (rispetto al totale di quelli di Pd e Azione/+Europa), l’imposizione di non candidare “leader divisivi” nei collegi uninominali (ovvero Fratoianni, Bonelli, Di Maio e i fuoriusciti berlusconiani). Calenda è riuscito, al solito, a capitalizzare i suoi penultimatum, per farsi ipervalutare negli accordi elettorali. Piaccia o no (a me non piace per niente) il machismo politico rende. Anche se poi accade, come sta succedendo a Matteo Renzi, che ci si ritrovi irrimediabilmente soli.

L’accordo tra Letta e Calenda però non è solo sugli equilibri elettorali. L’accordo con Calenda contiene punti strettamente politici (sì all’agenda Draghi e ai rigassificatori, impegno a modificare reddito di cittadinanza e bonus 110%) che indicano una precisa scelta di campo. Enrico Letta, consapevole o no, ha dato l’occasione al segretario di +Europa Benedetto Della Vedova di affermare «questo non è un centrosinistra, è un centro (liberale, riformatore) e sinistra». Non ha tutti i torti, anche se definire “sinistra” il Partito democratico è un atto coraggioso o miope (e di miopia nelle valutazioni politiche ce n’è parecchie nel campo dei cosiddetti liberali.

Ora il compito più difficile sarà convincere gli elettori che con i loro voti non contribuiranno a fare eleggere Gelmini e Carfagna da una parte e Di Maio e Fratoianni dall’altra. Questa legge elettorale, è vero, fa schifo: costringe i partiti a creare alleanze elettorali che non sono coalizioni politiche – non esiste infatti un programma di coalizione – e contemporaneamente gli consente di simulare un “liberi tutti”. Calenda e Fratoianni insistono su questo punto: “Stiamo insieme ma non non c’entriamo niente”, ripetono e ripeteranno fino alle elezioni. Enrico Letta, per ora, azzarda di più ipotizzando un fronte che potrebbe addirittura governare. Comunque sia da fuori è un pasticcio piuttosto confuso.

Intanto si sono persi giorni buoni per parlare di programmi a limare alleanze elettorali intorno ai caminetti di partito (e oggi si continuerà ancora) e questa campagna elettorale in questa prima fase sembra un calciomercato estivo. Tra l’altro nelle prossime ore si capirà che la promessa di Letta sul Pd che “offrirà diritto di tribuna in Parlamento ai leader dei diversi partiti e movimenti politici del centrosinistra che entreranno a far parte dell’alleanza” significa che Di Maio (che non avrebbe mai preso il 3% con la sua lista per farsi eleggere nel proporzionale) sarà candidato nelle liste del Pd. Un bel premio, non c’è che dire. Sarebbe curioso capire per cosa sia premiato, tra l’altro.

Mentre i soliti noti giocano con le figurine chi cerca di proporsi come reale alternativa (Unione popolare sta apparecchiando una campagna elettorale improvvisa e difficile) deve provare a raccogliere le firme grazie a una tagliola ben studiata dal potere che mira a mantenere sé stesso. Forse che partiti senza simboli in omaggio (come quelli di Bonino o Tabacci) rischino di non potersi misurare alle elezioni è un problema di democrazia che meriterebbe attenzione trasversale di tutti i partiti. Ma qui siamo ai coltelli, mica alla politica.

Buon mercoledì.

Quel groviglio inestricabile di miserie e splendori chiamato Occidente

Ho sempre apprezzato gli storici che continuano a fare ricerca, a onorare operosamente il loro mestiere, anche dopo che la loro carriera si è conclusa e non devono più ubbidire a compiti istituzionali. È questo il caso di Fabio Fabbri, che per anni ha studiato la storia del movimento cooperativo italiano, illustrando con numerosi volumi e saggi una pagina rilevante e originalissima della storia del movimento operaio nel nostro paese. In coerenza con tali temi, Fabbri ha più tardi scritto per Castelvecchi una Storia del lavoro in Italia dall’Unità a oggi (2002), all’interno di una vasta opera in più volumi, dedicati a questo ambito sociale tra i più negletti dal mondo culturale italiano. Ma di questa fase di studi non si può non ricordare qui il ponderoso volume, di 600 pagine, Le origini della guerra civile. L’Italia dalla guerra al fascismo (1918-1921), UTET 2008, in cui Fabbri, con una vastissima documentazione, mostra per mezzo di quale violenza omicida il movimento fascista è riuscito ad affermarsi in Italia. Vale a dire: il ricorso a incendi e saccheggi di Camere del lavoro, sedi di cooperative, di giornali e sezioni del Partito socialista; l’uccisione di militanti e assalti armati a paesi, finendo così col travolgere le strutture dello Stato liberale. Un testo che significativamente non ha ricevuto l’eco e la considerazione che meritava, perché apparso in una fase storica in cui l’antifascismo veniva svalutato quale elemento connotante della nostra democrazia.

Negli ultimi anni Fabbri, ha cambiato radicalmente spartito, ed è approdato alla storia culturale, dapprima con una collazione di saggi dedicati a personalità del mondo intellettuale e politico, e ora con un più impegnativo volume, L’alba del Novecento. Alle radici della nostra cultura (Laterza, 2022). Diciamo subito che il tratto di originalità di questo volume consiste nell’essere una storia della cultura europea e occidentale scritta da uno studioso che non è uno storico della cultura, ma un ricercatore che ha dedicato una vita ai fenomeni economici e sociali dell’età contemporanea. Questo non essere del mestiere, cioè uno storico culturale tout court, gli dà per un verso un curiosità di scoperta e una capacità di stupirsi che trasmette anche al lettore, ma al tempo stesso gli consente di illuminare il lato oscuro e come vedremo anche sanguinario della pagina di arte e di civiltà che l’Europa scrive tra Otto e Novecento.

Della capacità di stupirsi e di stupirci è esemplare il primo capitolo: Un anno di grazia: 1907. In effetti a leggerlo si rimane storditi nello scoprire di quanti e rilevanti eventi è fitto quell’anno. Si parte dal mondo dell’arte. In febbraio a Parigi nel Salon d’Automne, una imponente mostra retrospettiva incorona il genio di Cézanne; Klimt compone alcuni dei suoi capolavori, come Dafne e il Bacio; Egon Schiele emerge coi suoi disegni Spiriti d’acqua. Sul versante letterario l’anno non è meno privo di novità: a Londra Virginia Woolf prende la guida del Circolo Bloomsbury, facendone un centro culturale di prima grandezza; a Trieste James Joyce scrive I morti e conosce Italo Svevo; Henri Bergson dà alle stampe L’evoluzione creatrice; al di là dell’Oceano Jack London pubblica Il tallone di ferro; Kipling riceve il premio Nobel per la letteratura. Sempre nel 1907, mentre Gustav Mahler compone la sua Sinfonia n.8, s’inaugura un servizio regolare di radiotelegrafia fornito dalla Marconi Corporation, in grado di far lanciare SOS alle navi transatlantiche in difficoltà. Naturalmente l’anno non è che una sezione di quell’epoca di rivoluzione culturale che va dal 1895 al 1914, in cui in cui si assiste alla nascita del cinema, alla diffusione dell’automobile, ai primi voli aerei, all’illuminazione elettrica delle città, alla nascita della psicanalisi, alla fioritura senza precedenti delle avanguardie artistiche dominate dal genio di Picasso, Gauguin, Matisse, ecc.

Naturalmente l’autore ripercorre pagine molto note di storia del ‘900. L’elemento di novità che contraddistingue questo lungo racconto, in cui vengono abbracciati molteplici aspetti di un’epoca, è per un verso la ricchezza di particolari poco conosciuti. Piccole notazioni che però hanno un sicuro rilievo storico. Si pensi ad esempio a come viene accolta la psicoanalisi in Italia dal più importante giornale dell’epoca, il Corriere della Sera, che nel 1911 la bandisce come antiscientifica, il cui “valore pratico” non può però «compensare gli svantaggi inerenti alla indiscrezione quasi ripugnante dei suoi procedimenti». L’Italia bacchettona erge subito barricate di fronte alla pretesa di analizzare l’inconscio. Ma il pregio maggiore di Alba del Novecento, a mio avviso, va cercato nell’intreccio che l’autore riesce a tessere e a svolgere tra le manifestazioni della cultura, i rapidi ritratti dei grandi protagonisti dell’arte, della letteratura e della scienza di quei decenni, e i fenomeni della storia reale. Più precisamente l’autore fonde in un unico racconto lo splendore della cultura europea con le vicende dell’imperialismo, con le guerre, la repressione, i massacri che gli Stati del Continente antico vanno perpetrando oltre mare nelle loro vecchie e nuove colonie.

E lo fa soffermandosi direttamente sulla vastità mondiale dell’Impero britannico, sui possedimenti francesi e tedeschi, raccontando alcune delle guerre più sanguinose, oppure dando voce agli scrittori che ne riflettono gli orrori. Come fa con Conrad, che aveva viaggiato lungo il fiume Congo rimanendo sconvolto dalla ferocia praticata contro le popolazioni native. Oppure con Louis Stevenson, o con Pierre Loti, il quale, in qualità di ufficiale della Marina francese, entrò a Pechino dopo l’invasione delle truppe europee per la Guerra dei Boxer, e descrisse l’orrore dei cadaveri sparsi per le strade e nelle fosse della “Città imperiale”: «Corvi e cani, calatisi in fondo alla buca hanno vuotato il loro torace, mangiato gli intestini e gli occhi; in un’accozzaglia di membra, prive ormai di carne, si vedono spine dorsali tutte rosse avvolte in lembi di vestiti». La storia d’Europa di quegli anni non è fatta solo delle luminarie della Belle Epoque, quella è semplicemente la storia dei vincitori.

*L’immagine è tratta dalla copertina del libro di Fabio Fabbri “L’alba del Novecento. Alle radici della nostra cultura” (Laterza)

Fate qualcosa di sinistra

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 04-02-2022 Roma Manifestazione degli studenti contro l’alternanza scuola-lavoro e le due prove scritte previste per l’esame di maturità Nella foto Un momento della manifestazione Photo Roberto Monaldo / LaPresse 04-02-2022 Rome (Italy) Demonstration by students against school-work alternation In the pic A moment of the demonstration

Sì, lo so bene, questo è il tempo degli appelli e probabilmente degli appelli tardivi. Forse andrebbe anche detto che gli appelli di questo tipo risultano sempre “tardivi” anche perché in questo Paese solo il profumo di elezioni sembra capace di trasformare la realtà e di alimentare l’iniziativa.

Lo scrive il gruppo di Qualcosa di sinistra:

«Lettera aperta a

Aboubakar Soumahoro, DeMa, Europa Verde, Gruppo ManifestA, Possibile, Potere al Popolo, Rifondazione Comunista, Sinistra Italiana

Siamo persone che il 25 settembre andranno a votare con la consapevolezza dell’ennesima sconfitta. Ci conoscete bene: siamo il popolo di sinistra stanco, arrabbiato, disilluso, stremato dalla situazione politica, economica, sociale e culturale di questo paese.

Sono decenni che, a un rafforzamento costante del blocco politico neoliberista, corrisponde la lenta frammentazione di quello socialdemocratico, ecologista e comunista.

Il 25 settembre questo paese sarà costretto a scegliere tra la coalizione più a destra della storia repubblicana e quella che farà esclusivamente gli interessi della classe dominante economica e finanziaria.

Abbiamo scritto questo appello in preda alla rabbia e alla disperazione, per chiedervi di mettere da parte opportunismi e ostilità e fare l’unico gesto di responsabilità nei confronti del Paese, del vostro popolo.

Per chiedere ad alcuni un passo indietro e ad altri un passo avanti.

Fate la cosa più ovvia, che per troppi anni è sempre stata la più difficile da realizzare: trasformate i valori in cui credete e crediamo in azione politica e costituite un’alleanza elettorale di sinistra alle prossime elezioni. Altrimenti sarà l’ennesima occasione sprecata per avviare un processo di rinnovamento strategico verso un progetto unitario.

E senza unità, il destino della sinistra italiana è uno solo e si chiama estinzione.

Non abbiamo più tempo da perdere.

Iniziate subito questo percorso di dialogo, mediazione e sintesi politica per contrastare l’ignobile agenda Draghi e quella ancora più violenta dell’estrema destra.

Un altro orizzonte comune è fattibile e urgente, per ridare speranza a milioni di persone schiacciate da politiche antipopolari, da echi di un nero passato mai superato e da un futuro chiamato collasso climatico.

Ormai è chiaro a chiunque che il ricatto del voto al meno peggio non porta alcun miglioramento politico, sociale ed economico alle fasce di popolazione più deboli e sempre più numerose.

E le recenti elezioni cilene, colombiane e francesi hanno tracciato la strada da percorrere per costruire la rinascita di una sinistra popolare, ecologista, transfemminista, antirazzista e anticolonialista.

Basta con i festeggiamenti per le vittorie della sinistra di altre nazioni.

Basta con egocentrismi e integralismi che portano solo all’eterna irrilevanza.

Basta con i campi larghi senza futuro e compromessi con i nemici di classe.

Pretendiamo l’unità socialista per ridare al popolo di sinistra e al Paese qualcosa in cui credere. Qualcosa per cui lottare.

Ascoltate la nostra voce per costruirne una sola.

Che la sinistra si unisca e faccia finalmente la sinistra!».

Buon martedì.

Il regista Walid Falleh: «La mia cinepresa e il pescatore Chams, il “papà” di tutti migranti»

La forza della rivoluzione e la fiducia nel cambiamento traspaiono nei documentari del regista tunisino Walid Falleh. Fin dalla sua partecipazione alla Rivoluzione dei Gelsomini nel 2010 e nel 2011, Falleh, 38 anni, ha trovato nell’arte e nell’informazione un potente mezzo di cambiamento. La videocamera è diventata il suo sguardo, il mezzo attraverso il quale cerca di capire e raccontare la realtà. E la realtà che si è trovato davanti ha mille volti: la fiducia e poi la disillusione nel progetto rivoluzionario tunisino, la drammaticità delle morti in mare di chi cerca l’Europa, ma anche la lotta e la determinazione di molti migranti subsahariani nel sorpassare i confini e rivendicare i propri diritti. Falleh racconta la migrazione dentro e oltre le frontiere tunisine. E ribadisce, in ogni situazione c’è sempre una scelta.

Questa convinzione assume particolare valore nell’attuale contesto tunisino. «È molto preoccupante che la Tunisia abbia adottato una nuova Costituzione che compromette i diritti umani e mette in pericolo i progressi fatti dalla rivoluzione del 2011» denuncia Amnesty international in merito alla vittoria del Sì nel referendum dello scorso 25 luglio, indetto dal Presidente della Repubblica, Kaïs Saïed. Un voto che ha visto una astensione elevata, vicina al 70%, e ha provocato forti tensioni nel Paese. La crisi politica in atto, però, è frutto di una crisi economica e sociale. La Tunisia sta subendo le conseguenze della pandemia e della guerra in Ucraina, raggiungendo un tasso di disoccupazione del 16% con duri effetti sulla vita dei cittadini, molti dei quali vedono come primo responsabile dell’instabilità del Paese il partito islamico di Ennahda. Il partito è stato al centro della politica tunisina negli anni dopo la Rivoluzione fino al luglio 2021, momento decisivo nella crisi-politico istituzionale, in cui è maturata la svolta autoriaria del presidente Saïed.

In Tunisia lunedì 25 luglio è stata approvata la nuova Costituzione, mediante un referendum a cui solo il 30% della popolazione ha partecipato. Verrà quindi sostituita la Costituzione del 2014, accentrando in tal modo i poteri nelle mani del Presidente della Repubblica, Kaïs Saïed. Cosa pensa al riguardo?
Non si può ridurre l’attuale situazione in Tunisia a un giudizio sintetico, positivo o negativo che sia. Personalmente avevo supportato la decisione di Kaïs Saïed di sospendere il Parlamento lo scorso 25 luglio 2021 e di licenziare il primo ministro Hichem Mechichi. Ed è comprensibile la scelta di istituire un referendum nazionale per la riforma della Costituzione, svoltosi questo 25 luglio 2022. So che Kaïs ha preso questa decisione da solo e non ha considerato la società civile, ma ritengo che si stia passando attraverso un periodo di transizione in seguito al quale queste decisioni verranno poi accettate da tutta la cittadinanza. La popolazione vuole che i corrotti del governo degli anni precedenti siano chiamati a rispondere di fronte alla giustizia. Così Kaïs è visto come il salvatore e l’uomo adatto per la situazione. Fondamentalmente perché è un avvocato. Inoltre considero che sia più semplice vedere come responsabile una sola persona, che un intero gruppo di corrotti. Detto ciò, ovviamente rimaniamo in allerta e pronti a manifestare in caso che Kaïs superi il limite e instauri una dittatura. Al momento noi giovani continuiamo a lottare contro le aggressioni della polizia e questo rimane un punto nero del modo di governare di Kaïs. In generale penso si debba continuare a protestare e a impegnarsi per riuscire a sviluppare una migliore situazione economica che è ciò che più interessa ai cittadini.

Come si inserisce la questione migratoria all’interno di questo contesto?
In Tunisia molte persone vedono l’immigrazione nel Paese come un problema. Sono preoccupate per l’assenza di lavoro e l’economia in bilico. Così non riescono ad essere empatiche, fanno fatica a trovare soluzioni per dare una buona accoglienza. E a livello strutturale e istituzionale non c’è un piano, ma nuovi migranti continuano ad arrivare, così che si va creando un conflitto sociale.

Sta lavorando a un nuovo documentario proprio sul tema della migrazione, Baba Chams. Se da un alto vi è diffidenza, altre persone si stanno invece organizzando per reagire con la solidarietà, come racconta il tuo prossimo lavoro. Ci può spiegare meglio di cosa si tratta?
Il protagonista è un pescatore tunisino della mia città, Chamseddine Marzoug, che ha deciso di rimanere nel Paese, mentre la sua famiglia se n’è andata con un barcone. Sua moglie e i suoi figli sono tutti in Europa. È un pescatore, gli piace pescare, gli piace la sua routine e vivere a Zarzis. Fa attivismo politico, lo trovi dappertutto mentre aiuta e supporta i migranti a giro per la città. Nella sua casa in questo momento vivono alcuni migranti subsahariani a cui hanno bruciato l’appartamento: ha una nuova famiglia anche qui.

Chamseddine segue la legge del mare, non lascia morire chi ha bisogno di aiuto. Ma non si prende cura solo dei vivi…
Lo Stato tunisino non è preparato a gestire la migrazione subsahariana degli ultimi anni. Il governo non sembra interessarsene, perciò la questione diventerà ancora più problematica, socialmente e logisticamente. Ma Chamseddine ha reagito alla realtà che si è trovato di fronte. Così si è reso subito conto della necessità di un cimitero. Il “Cimitero degli stranieri”. Ha iniziato a seppellire i migranti non sopravvissuti al viaggio verso l’Europa e a prenderne i dati anagrafici, perché sapeva che la famiglia li avrebbe cercati e chiesto di loro.

Perché per il suo documentario ha scelto come titolo Baba Chams?
Baba significa papà in arabo. Chams è il suo nome, ma nella sua forma scritta significa anche “sole”. Tutti i migranti lo chiamano “baba, baba”; inoltre è il padre della sua famiglia in Europa. È affascinante vedere quest’uomo gentile come un padre, il padre di tutti. Perfino quando siamo andati al cimitero mi ha detto: «Vedi, queste persone non hanno una famiglia qui, sono io la loro famiglia». È commovente. Credo sia più o meno dal 2012 che li seppellisce, si prende cura di loro, prega per loro.

Perché ha deciso di raccontare questa storia?
Qualche anno fa ero a Zarzis, la mia città, in occasione di una protesta internazionale organizzata dai pescatori tunisini contro le frontiere e la guardia costiera italiana. Ho potuto conoscere meglio Chamseddine, così ho iniziato a seguire le sue attività e a riprenderlo. Spero di riuscire a finire il documentario per settembre, sto facendo un crowdfunding per portarlo a termine. Voglio raccontare la vita del pescatore, da solo a casa o in giro per la città, la routine con le sue tante famiglie. Non voglio che appaia solo la storia del cimitero, lui è più di questo. Lui era un semplice pescatore, non coinvolto nell’attivismo politico, ma ora se lo incontri lo percepirai quasi come un “eroe politico”, perché reagisce e fa semplicemente quello che sente come un dovere. La sua vita è cambiata radicalmente.

La migrazione, le morti in mare e alle frontiere, sono spesso percepite come qualcosa di distante dalla nostra vita di tutti i giorni. Chamseddine invece ne è venuto a contatto incontrando barconi pieni di persone mentre svolgeva le sue attività quotidiane da pescatore. Pensa che il suo sia un caso eccezionale?
No, ci sono molti altri esempi, io stesso lo sono. Prima non ero troppo interessato al tema migratorio, ma quando ho cominciato a vedere le persone partire di fronte ai miei occhi, mi sono chiesto che cosa avrei dovuto fare. Il mio impegno ha la stessa origine di Chamseddine. Immediatamente dopo la fine della rivoluzione in Tunisia, nel 2011, è iniziata la guerra in Libia, con cui Zarzis confina. Sono cominciati ad arrivare moltissimi rifugiati, intorno al milione, così le autorità tunisine hanno creato a Médenine, qui vicino, un campo per rifugiati insieme all’Unhcr, detto Choucha. Compare anche nel mio film Boza. È proprio in quel momento che molti giovani della mia città sono andati ad aiutare a Choucha come volontari insieme alla Croce rossa o al Danish refugee council, io compreso.

Boza – di cui poi le chiederò di parlarci – non è la sua prima opera in cui si parla di migrazione. Nel suo primo cortometraggio, Liberté 302, aveva raccontato insieme al suo gruppo, Zarzis Tv, una altro tipo di migrazione, quella degli stessi tunisini verso l’Europa…
Prima che andassi come volontario al campo profughi Choucha ho visto molte persone della mia città partire per l’Italia. Erano persone giovani, le stesse persone che avevano fatto la rivoluzione. Con il mio gruppo di amici, Zarzis Tv, abbiamo cominciato a filmare questa migrazione, perché volevamo capirla. Per me all’inizio quella situazione era incomprensibile, ogni giorno vedevo barconi pieni partire. Continuavo a chiedermi perché quelle persone non credessero in quello che avremmo potuto fare e cambiare dopo la rivoluzione. Perché non avessero fiducia. Ma poi ho capito che le ragioni per lasciare la propria terra sono molteplici, è una questione di libertà, dignità, vita. Un giorno un gruppo di giovani tunisini si era avviato verso l’Italia con un barcone improvvisato. L’esercito tunisino li ha rintracciati, per poi danneggiare e rompere la barca. Molte persone sono morte o rimaste disperse. Abbiamo deciso di raccontare questa vicenda. Il nome della nave dell’esercito è il titolo del nostro cortometraggio: Liberté 302.

Dopodiché ha cominciato a parlare della migrazione anche oltre le frontiere tunisine. Nel suo documentario, Boza, è partito dal suo Paese, ha oltrepassato i confini per arrivare fino all’Europa.
Dopo essere stato a Choucha, sono stato invitato in Marocco per lavorare con Gadem (Gruppo antirazzista di difesa e accompagnamento alle persone straniere e migranti, ndr). Lì, ho iniziato a riprendere alcuni momenti di un processo contro un attivista politico camerunense che difendeva i diritti dei migranti nel Paese. Anche se non compare nel film, è nata lì l’idea del mio documentario Boza, che ho iniziato nel 2014.

A differenza di Baba Chams, in Boza ci sono numerosi luoghi, differenti voci, e molteplici situazioni. Cosa li unisce gli uni con gli altri?
In Boza ci sono tre diverse prospettive, tre diverse possibilità. Volevo mostrare che c’è sempre una scelta. In Tunisia, nel campo di Choucha, le persone hanno deciso di aspettare. Attesa, solo attesa. Non hanno niente da fare, se non aspettare anni e anni che qualche organizzazione li consideri e che li porti in Europa regolarmente. Altri hanno preso una decisione. Partire. Questa è la seconda situazione che racconto: il Marocco e la foresta vicino Ceuta dove le persone si nascondono in attesa di trovare il momento giusto per provare ad attraversare il confine verso l’enclave spagnola. Appaiono poi alcuni momenti della Marcia per la libertà da Strasburgo a Bruxelles, durante la quale i migranti già arrivati hanno deciso di lottare, che è quello che mi auguro accada sempre. Lottare per i propri diritti. Le circostanze sono molteplici, ma si può sempre scegliere. Non conta tanto dove sei, ma come sei in quel luogo.

La parola boza, che è anche il titolo, viene introdotta attraverso la melodia di una canzone che alcuni migranti cantano nel bosco in cui sono accampati in Marocco. Cosa significa?
Nella foresta i migranti subsahariani hanno un linguaggio segreto. Davvero, è incredibile, hanno creato un linguaggio per non farsi capire dalla polizia e dalle persone arabe. Hanno dei codici. Boza è usato in diverse occasioni, quindi ha un significato ampio. Quando devono avviarsi verso il confine, devono “andare per boza”. Andare verso la vittoria. Ci sono alcuni video nel mio documentario dove alcuni ragazzi saltano il confine e iniziano a urlare “boza, boza”, “ce l’abbiamo fatta!”. Ho visto molta speranza seppur all’interno di un contesto così problematico.

Qual è la relazione tra spazio nascosto, come la foresta, spazio privato, come le case che riprende in Marocco, e spazio pubblico, come quello della marcia?
Non me lo sono mai chiesto. Penso che il legame tra gli spazi, il loro intreccio, sia venuto in modo spontaneo. Il mio modo stesso di filmare è spontaneo. Andando su un piano filosofico, la penso un po’ come Marx: attraverso l’esperienza delle persone, come la rivoluzione del 2010, nasce un’idea e da questa idea sorge l’esperienza che viviamo. C’è continuità. Per me è stato così, non avevo un’idea chiara sulla migrazione in Marocco e sulle frontiere. Poi sono andato con la mia videocamera nella foresta, ho potuto vedere cosa stava succedendo lì e farmi un’opinione attraverso la quale ho vissuto nuove esperienze. I miei documentari sono il mio riflesso. La videocamera i miei occhi. Nel contenuto non c’è solo quello che appare, ma anche quello che ho vissuto. Ho bisogno di immergermi e leggere l’esperienza che sto vivendo come se fosse un libro da cui imparare. Ho impiegato tre anni per finire Boza, mentre sono già due anni che sto seguendo Chamseddine.

Qual è la relazione tra lei come regista e i protagonisti dei suoi documentari?
Quando entri nella vita reale di alcune persone, è fondamentale per me rispettare alcune regole. Ad esempio, per realizzare Boza, non avrei mai potuto iniziare a filmare fin dal primo giorno in cui mi trovavo in Marocco nei luoghi in cui vivevano i migranti. Ho passato tempo con loro, ho cercato di capirli e di farmi capire, li ho coinvolti. Riprendevo le persone quando si sentivano a loro agio, a volte mi dicevano “Walid, riprendi”, in qualche modo stavamo lavorando insieme al progetto. Durante la rivoluzione avevo sentito il bisogno di raccontare quello che stava succedendo senza aspettare che qualcun altro dall’esterno lo facesse. Molti giornalisti e registi venivano a riprendermi: ho lavorato con loro, ho imparato da loro e poi ho trovato il mio modo di raccontarmi e raccontare. Per questo motivo ho cercato di coinvolgere i migranti dei miei documentari, affinché potessero imparare e decidere come esprimersi.

Quindi non sono passivi, ma soggetti attivi. Non sono solo vittime.
L’intera questione migratoria è densa di drammaticità, ovviamente. Ma c’è anche tanta speranza. Non ho ripreso solo sofferenza e pianti. Le persone danzano, cantano, si divertono e lottano. I problemi non possono cambiare velocemente, perciò è importante avere fiducia nel cambiamento. Per spiegarmi meglio, basta pensare alla rivoluzione. Non è stato facile ribellarci, ma ci siamo riusciti. Alcune persone però pensavano che dopo la rivoluzione tutto sarebbe andato meglio, improvvisamente. Così si sono depresse e hanno smesso di credere e impegnarsi per quello che eravamo riusciti a fare. Niente può cambiare in un anno o due, è un percorso lungo, in cui la speranza è fondamentale. Questo voglio mostrare nei miei documentari: la ribellione, la lotta. E nella lotta c’è speranza. Non serve aspettare che le organizzazioni europee ci vengano a salvare. Dobbiamo organizzarci e trovare soluzioni da soli. Dopo la rivoluzione molte organizzazioni sono venute a insegnarci la democrazia. Non l’ho mai sopportato. È bello vedere formarsi una società civile strutturata, ma non durerà a lungo se le persone non si autorganizzano seguendo il proprio modo di pensare e i propri bisogni, reagendo, tutte insieme.

 

Perché mettere il guinzaglio ai giudici non renderà i processi più veloci

Con la legge n. 71 del 17 giugno 2022, il Parlamento ha approvato la riforma dell’ordinamento giudiziario e delle disposizioni in materia di costituzione e funzionamento del Consiglio superiore della magistratura. Stiamo parlando della cosiddetta “riforma Cartabia”. Ne è scopo dichiarato l’efficientamento della giustizia italiana, uno step necessario per poter accedere ai fondi del Pnrr. È significativo che, per rendere efficiente il sistema giustizia, il legislatore abbia scelto di riformare l’ordinamento giudiziario.

Fugano l’opinione che il malfunzionamento della giustizia italiana dipenda in gran parte dai magistrati i dati statistici restituiti dall’ottavo rapporto elaborato dalla Commissione europea per l’efficienza della giustizia (Cepej), istituita con lo scopo di valutare e promuovere l’efficienza del funzionamento e dell’organizzazione della giustizia nei 47 Stati membri del Consiglio d’Europa. Essi indicano che i magistrati italiani sono tra i più produttivi d’Europa, con indici di smaltimento delle pendenze pari o superiori al 100%. Ciò significa che costoro smaltiscono quanto e più di quanto ogni anno è assegnato a ciascuno di loro. Questi dati sono agevolmente fruibili online.

Venendo al dettaglio delle novità normative, hanno destato le maggiori perplessità della magistratura – che attraverso l’Associazione nazionale magistrati (Anm) ha indetto uno sciopero nazionale il 16 maggio 2022 – quelle introdotte in tema di: formazione del fascicolo personale del magistrato, valutazioni di professionalità, separazione delle carriere. I riferimenti normativi vanno ricercati nell’articolo 3, comma 1, lett. a), c) ed l), e nell’articolo 12 della già citata legge 71/2022.

Il testo licenziato dal Senato contiene già una disciplina di compromesso. Si tratta della connessione dell’esercizio del diritto di voto degli avvocati nei consigli chiamati ad esprimersi sulle valutazioni di professionalità dei magistrati al contenuto di eventuali precedenti segnalazioni su fatti specifici. Come pure dell’ancoraggio delle valutazioni di professionalità, anziché agli “andamenti statisticamente significativi nelle successive fasi e nei gradi del procedimento e del giudizio”, al rilevamento dei caratteri di grave anomalia in relazione all’esito degli atti e dei provvedimenti nelle fasi o nei gradi successivi.

Resta la chiara volontà di imprimere un’ulteriore spinta alla gerarchizzazione della magistratura, suddivisa fra magistrati di livello inferiore e superiore, con inevitabili effetti di burocratizzazione e standardizzazione della risposta di giustizia. Per il giudice, infatti, sarà meglio scegliere di appiattirsi sulle decisioni dei colleghi dei gradi successivi.

I magistrati non temono il fascicolo della performance, che ogni giudice aveva già. Questo oggi si arricchisce solo di giudizi idonei ad innescare le derive carrieristiche che la legge voleva evitare, spingendo i giudici a cercare di soddisfare le richieste del capo dell’ufficio per conseguire il miglior voto in pagella. Piccona la serenità del giudice se non condiziona la sua indipendenza l’attribuzione di un diritto di voto al difensore che al mattino siede in processo dinanzi a lui e di pomeriggio in consiglio giudiziario ad esprimersi sulla sua valutazione di professionalità.

A chi giova questo giudice spaventato, stritolato fra i numeri, i desiderata del capo del suo ufficio e il compiacimento del foro? Come questi interventi possano velocizzare il processo di un solo giorno è un mistero. Quanto al carrierismo, la riforma gli offre forse un percorso semplificato: il giudice che, avendo le migliori valutazioni, farà più strada sarà quello che si conformerà agli orientamenti dei colleghi dei gradi successivi, che compiacerà il capo dell’ufficio, che non scontenterà il foro. Come la separazione della carriere interferisca con l’efficienza del sistema penale è questione mai spiegata.

La narrazione dei giudici e dei pubblici ministeri delle medesime correnti di provenienza che concordano gli esiti dei processi non è che un’illazione senza concreto fondamento. Se la separazione delle carriere, accompagnata dall’attribuzione della determinazione dei criteri di priorità investigativa alle maggioranze politiche, è l’anticamera dell’attrazione del pm sotto il controllo dell’esecutivo, siamo al crepuscolo dell’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. Se la giustizia non è un’azienda, le Procure della Repubblica non possono essere il luogo del politicamente corretto.

La Costituzione italiana ha voluto una magistratura autonoma dagli altri poteri dello Stato, composta da giudici inamovibili, che si distinguessero solo per funzioni. Ha voluto l’unità della giurisdizione requirente e giudicante e l’obbligatorietà dell’azione penale perché il pm non dovesse subordinare che alla legge le sue scelte investigative e si facesse così primo paladino dell’uguaglianza fra i cittadini davanti alla legge, scolpita fra i principi che sono a fondamento della Repubblica italiana.

Tali norme non hanno lo scopo di creare una casta ma sono lo statuto di una funzione di servizio nel superiore interesse dei cittadini. Sono questi i principi dello Stato di diritto che rischia di scalfire questa riforma, portatrice di un pericoloso messaggio culturale più che di significative modifiche. Non tutto si può sacrificare sull’altare dei finanziamenti pubblici. Non sempre basta che una riforma possa essere, infine, non incostituzionale.

 

Per approfondire, leggi gli interventi su Left di Giovanni Russo Spena e di Concetta Guarino

* L’autrice: Wilma Pagano è giudice presso la Prima sezione penale del Tribunale di Brescia e membro della Giunta esecutiva sezionale dell’Anm del distretto di Brescia

Bologna, 2 agosto 1980: la strage nera finanziata dalla P2

In poco più di due anni, considerando le lentezze della giustizia italiana, si sono conclusi i processi di primo grado nei confronti di altri due imputati per la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, la più grave e sanguinosa nella storia della Repubblica: 85 morti e 200 feriti. Prima, il 9 gennaio 2020, dopo 52 udienze è arrivata dalla Corte d’assise di Bologna la condanna all’ergastolo per l’ex Nar (Nuclei armati rivoluzionari) Gilberto Cavallini, per concorso in strage con Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, già sentenziati in via definitiva. Poi, il 6 aprile scorso, dopo 76 udienze, sempre la Corte d’assise di Bologna ha condannato all’ergastolo Paolo Bellini, anche lui accusato di essere un esecutore della strage, ex terrorista di Avanguardia nazionale, killer di ‘ndrangheta e per un periodo collaboratore di giustizia. Con lui sono stati anche condannati a sei anni per depistaggio l’ex capitano dei carabinieri Piergiorgio Segatel, e a quattro Domenico Catracchia (la richiesta era stata di tre anni e sei mesi), amministratore per conto del Sisde di immobili in via Gradoli a Roma, dove al n. 96 si era installata, tra il settembre e il novembre del 1981, una base segreta dei Nar. Catracchia avrebbe detto il falso negando di aver dato l’appartamento in affitto a un prestanome dell’organizzazione terroristica.

Nell’ambito di questo secondo procedimento giudiziario, fatto assai rilevante, la Procura generale di Bologna ha individuato come mandanti e finanziatori della strage: Licio Gelli, Umberto Ortolani, Umberto Federico D’Amato (per 20 anni al vertice dell’Ufficio affari riservati) e Mario Tedeschi (ex senatore missino e direttore de Il Borghese), tutti iscritti alla P2, non più perseguibili in quanto ormai defunti.

Va dato merito all’Associazione dei familiari delle vittime di essere stata all’origine di queste due nuove inchieste, avendo avviato negli anni precedenti un approfondito lavoro di ricerca, incrociando migliaia e migliaia di pagine di atti giudiziari, sempre analizzati separatamente e mai prima correlati fra loro, non solo relativi a Bologna, ma anche ai tanti processi per fatti di strage e terrorismo dal 1974 in avanti. Da questo lavoro è scaturito un dossier inoltrato alla magistratura nel luglio 2015 sul ruolo svolto nella strage da Gilberto Cavallini, ma anche sulle strutture clandestine che avevano operato, sui presunti mandanti e finanziatori degli stragisti.

Il filmato in Super 8 che inchioda Bellini
Paolo Bellini, 69 anni, era arrivato a questo processo vantando una lunghissima e quasi incredibile carriera criminale. Dopo aver assassinato il militante di Lotta continua Alceste Campanile, il 12 giugno 1975, ed essersi reso latitante all’estero dal 1976 per vari reati a suo carico, era tornato in Italia dal Brasile sotto falsa identità. Divenuto amico nel 1978 del procuratore di Bologna Ugo Sisti, che sarà poi titolare delle indagini sulla strage, proseguì la sua carriera come killer della ‘ndrangheta compiendo almeno dieci delitti, per poi collaborare con i carabinieri, ed in questa veste interloquire con la mafia siciliana, quella delle bombe del 1993 e degli attentati mortali a Falcone e Borsellino.

Decisiva per la sua condanna è stato un filmato amatoriale in Super 8, girato dal turista svizzero Harald Polzer pochi istanti dopo l’esplosione della bomba collocata nella sala d’aspetto, in cui il volto di Bellini era rimasto impresso. Si trovava lì. A riconoscerlo nelle immagini anche l’ex moglie che ha così fatto cadere l’alibi che alle 10.25, l’ora dello scoppio, lo collocava lontano dalla stazione.

Cavallini e quel legame coi carabinieri
Su Gilberto Cavallini erano stati invece riscontrati alcuni fatti di estrema rilevanza. Tra questi, i rapporti intercorsi fra le nuove leve del terrorismo nero, segnatamente i Nar, e i vecchi dirigenti di Ordine nuovo (fra cui Carlo Maria Maggi, condannato per la strage di piazza della Loggia del 1974 a Brescia) e di Avanguardia nazionale, ma soprattutto il possesso da parte dei Nar di decine di tesserini ufficiali dei carabinieri forniti dal colonnello Giuseppe Montanaro appartenente alla P2, nonché la disponibilità da parte di Cavallini, incredibile ma accertato, di numeri telefonici in uso all’ufficio Nato presso la sede della Sip (la società telefonica) di Milano.

Il conto corrente di Gelli
Ora, dalla documentazione raccolta dalla Procura generale di Bologna, che ha gestito l’atto di accusa nei confronti di Bellini e degli altri ex appartenenti ai carabinieri e ai servizi, si sarebbe arrivati alle prove dell’avvenuta regia da parte della P2 nell’organizzare la strage e gli innumerevoli successivi depistaggi, architettando false piste soprattutto internazionali per proteggere i Nar. In questo ambito sono stati acquisiti i riscontri dei finanziamenti dell’intera operazione, prima e dopo il 2 agosto 1980, elargiti a più riprese a partire dal febbraio 1979. Milioni di dollari (quasi 15) che, scandagliando gli atti del processo per il crac del Banco ambrosiano, la Guardia di finanza ha provato essere provenienti da conti correnti svizzeri di Licio Gelli.

Solo da uno di questi, presso la Banca Ubs di Ginevra (conto 525779-X.S.), rintracciato grazie a un manoscritto sequestrato allo stesso Gelli al momento del suo arresto in Svizzera, il 13 settembre del 1982, e significativamente denominato “Bologna”, sarebbero usciti cinque milioni di dollari. Uno di questi sarebbe stato addirittura consegnato in contanti dallo stesso Gelli in persona, pochi giorni prima della strage, ai neofascisti. I soldi sono quelli del Banco ambrosiano di Roberto Calvi, la “cassa” della P2, che sarebbero dunque serviti a finanziare anche i fascisti che eseguirono la strage, un commando più numeroso del solo gruppo di Fioravanti e Mambro, composto da elementi provenienti anche da Terza posizione e Avanguardia nazionale, tra loro Paolo Bellini.

Fascisti braccio armato della P2
Le nuove inchieste e le conclusioni dei processi a Cavallini e a Bellini dimostrerebbero che i Nar furono tutt’altro che un gruppo spontaneista, come solitamente descritti, ma letteralmente il braccio armato della P2, interni a quell’intreccio eversivo rappresentato dalla loggia segreta di Gelli, dai vertici dei servizi segreti e di alcuni apparati, con coperture nell’ambito dell’Alleanza atlantica. A riprova della loro natura la vicenda dei tesserini dei carabinieri, l’uso dei telefoni riservati della Nato, la vicenda del covo di via Gradoli, al civico 96, coperto dal Sisde.

Non solo Nar
A commettere la strage non furono solo i Nar. Quella mattina, queste le conclusioni processuali, alla stazione sarebbero stati presenti anche militanti di altre formazioni della destra eversiva come Terza posizione (Luigi Ciavardini e Sergio Picciafuoco) e Avanguardia nazionale, «cementate» da un fiume di denaro che arrivò dai conti svizzeri del Venerabile e dei suoi prestanome. Dietro di loro ancora una volta Ordine nuovo del Veneto, secondo la Procura generale «connivente», nonché «coinvolta nella fase di progettazione».

Due giorni prima: l’autobomba di Milano
Nella vicenda della strage di Bologna sempre in ombra e mai opportunamente approfondito è rimasto un attentato avvenuto poco più di 48 ore prima a Milano, quando mediante un’autobomba si colpì Palazzo Marino sede, del Consiglio comunale. All’1:55 del 30 luglio fu fatta saltare una Fiat 132 carica di esplosivo nelle vicinanze dell’ingresso riservato ai consiglieri. La vettura esplodeva disintegrandosi quasi completamente, causando gravi danni all’interno del palazzo con il danneggiamento di infissi e vetrate e lo scardinamento del cancello di ingresso. Davanti si formò un profondo cratere. Danneggiata fu anche la facciata della vicina chiesa di San Fedele, così alcuni stabili circostanti, nonché le vetture parcheggiate intorno. Parti della Fiat 132 vennero addirittura ritrovate sui tetti degli edifici che si affacciavano sulla piazza. Nessuna vittima.

Le conseguenze dell’esplosione sarebbero state anche maggiori se, oltre ai sei chili circa di polvere da mina tipo Anfo contenuti in un tubo di piombo, fossero esplosi altri due chili di esplosivo contenuti in un altro tubo e altri sei posti in una tanica, entrambi proiettati all’esterno della vettura e fortunatamente non deflagrati. Si era da poco conclusa la prima seduta del consiglio che aveva eletto la nuova giunta di sinistra, Pci-Psi. Il sindaco, Carlo Tognoli, solo da un attimo si era allontanato dal suo ufficio, al secondo piano. L’autobomba era stata collocata lì sotto a pochi metri. Una scheggia di lamiera fu ritrovata conficcata nell’apparecchio telefonico sulla sua scrivania. Solo per una manciata di minuti non si sfiorò un’ecatombe. Fu di fatto una mancata strage.

Furono indagati alcuni appartenenti al “Gruppo Giuliani”, una struttura eversiva di destra che si collocava in una sorta di crocevia eversivo tra i Nar, Costruiamo l’azione (erede della struttura di Ordine nuovo guidata da Paolo Signorelli) e la malavita comune. Ma non si arrivò a nulla, anche se in diverse deposizioni provenienti dall’interno degli ambienti neofascisti si confidò che l’attentato di Milano era stato «ideato» da Gilberto Cavallini. Tutti gli elementi raccolti portarono a concludere che l’attentato di Milano, con la volontà di fare strage di consiglieri comunali al varo di una giunta di sinistra, fosse parte del medesimo progetto eversivo, una prima tappa, ordita dalla P2 di Licio Gelli ed eseguita dai Nar.

* L’autore: Saverio Ferrari è direttore dell’Osservatorio democratico sulle nuove destre
* In foto: Il graffito “Muro della legalità” che commemora la strage di Bologna, nel sottopassaggio di via Triumvirato 

L’effetto spettatore e il video di Alika Ogochukwu

Il 13 marzo del 1964 a New York, nel quartiere New Gardens, Kitty Genovese rientrava a casa. Era tardi, le tre e un quarto di notte, e venne accoltellata Winston Moseley, che le corse dietro e la raggiunse in breve tempo, accoltellandola alla schiena per due volte. L’articolo del New York Times che raccontava quell’omicidio uscì parecchi giorni dopo (era il 27 marzo) e iniziava con la frase «Per più di mezz’ora trentotto rispettabili cittadini, rispettosi della legge, hanno osservato un killer inseguire e accoltellare una donna in tre assalti separati a Kew Gardens.» Successivamente le indagini che una dozzina di vicini (quasi certamente non i 38 citati dall’articolo del New York Times) avevano avuto modo di udire o osservare parti dell’attacco senza intervenire.

Gli psicologi sociali Bibb Latané e John Darley iniziarono una serie di ricerche sui motivi per cui non sempre le persone intervengono di fronte alle emergenze. Si chiama “effetto spettatore” e, come spiega bene Wikipedia, «è un fenomeno della psicologia sociale che si riferisce ai casi in cui gli individui non offrono alcun aiuto a una persona in difficoltà, in una situazione d’emergenza, quando sono presenti anche altre persone. La probabilità d’intervento è inversamente correlata al numero degli spettatori. In altre parole, maggiore è il numero degli astanti, minore è la probabilità che qualcuno di loro presterà aiuto. Numerose variabili intervengono nel determinare l’effetto spettatore. Esse comprendono l’ambiguità, la coesione sociale e la diffusione della responsabilità».

Le scoperte successive di Mark Levine e Simon Crowther (nel 2008) illustrarono che la dimensione crescente del gruppo inibiva l’intervento in uno scenario di violenza stradale quando gli spettatori erano estranei, ma incoraggiava l’intervento quando gli spettatori erano amici. Essi trovarono anche che quando l’identità di genere era rilevante la dimensione del gruppo incoraggiava l’intervento quando gli spettatori e la vittima condividevano l’appartenenza alla categoria sociale.

Alika Ogochukwu è stato ucciso a mani nude da Filippo Ferlazzo. Ha suscitato molta indignazione il fatto che Alika morisse mentre alcuni riprendevano con il proprio cellulare la scena e nessuno interveniva. Chi ha reso i neri “estranei” agli altri? Chi addirittura ha soffiato sulla guerra tra “noi” e “loro”? L’odio non nasce per caso. Quando poi intorno all’odio (e alla sua violenza) galleggia l’indifferenza significa che molti lo considerano fisiologico, nemmeno più una patologia. Così tutto è spiegato come semplice “esasperazione”. E invece c’è un criminale e una vittima. E ci sono dei mandanti morali.

Buon lunedì.

Non c’è solo il consumo di suolo. Ecco cosa minaccia il prezioso humus

Rice farmer Giovanni Daghetta gestures as he stands on on a completely dried rice field, in Mortara, Lomellina area, Italy, Monday, June 27, 2022. The worst drought Italy has faced in 70 years is thirsting the rice paddies of the river Po valley, jeopardizing the precious harvest of the Italian premium rice used for the tasty risotto. (AP Photo/Luca Bruno)

Il terreno è un habitat vitale, ricco di micro-organismi, come batteri, funghi, protozoi, nematodi, ma anche insetti, ragni, vermi, molluschi. Uno studio della Fao, dal titolo “State of Knowledge of Soil Biodiversity – Status, Challenges and Potentialities”, mostra come il suolo sia uno dei principali serbatoi di biodiversità del pianeta: circa un quarto delle specie si trova nel suolo e il 40% degli organismi viventi negli ecosistemi terrestri trascorre la propria vita, o parte di essa, nel suolo, inclusi rettili, anfibi, mammiferi. Il suolo inoltre ospita le radici delle piante. La presenza di funghi, piante e animali nel suolo e la loro decomposizione contribuisce alla formazione di humus e altre forme, più o meno complesse, di sostanza organica, che consentono la conservazione della biodiversità, l’agricoltura, il pascolo. La stabilità dei suoli e la sostanza organica influiscono sull’effetto serra, contribuendo a mitigare i cambiamenti climatici. La qualità del suolo, insomma, si ripercuote direttamente sulla qualità della vita degli esseri umani.

Il cemento avanza e divora il terreno, ma bisogna considerare quindi questo ulteriore problema complementare: il degrado del suolo. L’ultimo rapporto Ispra “Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici” a cura del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente (Snpa) evidenzia il record negativo di consumo del suolo nel 2021 – oltre 2 metri quadrati al secondo, una media di 19 ettari al giorno, il valore più alto negli ultimi dieci anni – parla infatti a più riprese del degrado del terreno.

Ma cosa significa degrado del suolo? Lo abbiamo chiesto a Lorenzo Ciccarese, responsabile Ispra dell’Area per la conservazione delle specie e degli habitat e per la gestione sostenibile delle aree agricole e forestali. Innanzitutto lo scienziato chiarisce: «Il suolo è presupposto di biodiversità in genere. E la biodiversità esiste se esistono dei suoli sani, vitali, resilienti, che hanno la capacità di rigenerare le funzioni che svolgono». È possibile, aggiunge, stabilire la qualità del suolo: «Ci sono dei caratteri del suolo che si misurano fisicamente e chimicamente. I caratteri fisici sono legati alla struttura, alla composizione, mentre invece i caratteri chimici sono legati soprattutto ai problemi di contaminazione oppure alla presenza di metalli pesanti o alla salinità. Insomma, quando si parla di caratteri fisici e chimici si definiscono tutti i parametri della qualità del suolo e quindi misurandoli, si può valutare come cambia la qualità dei suoli».

Quindi massima attenzione al consumo di suolo, che è un fatto importante a livello mondiale, continua Ciccarese, e che riguarda adesso soprattutto i Paesi in via di sviluppo – e anche l’Italia come dimostra il Rapporto Ispra – ma bisogna pure considerare il problema complementare del degrado del suolo. «Questo incide sulla sicurezza alimentare dell’intera umanità e investe la biodiversità in genere. La degradazione dei suoli significa infatti anche la degradazione dei servizi, dei benefici che il suolo fornisce alle persone e alla vita selvatica». Un tema, questo, che che è l’oggetto dell’ultimo rapporto dell’Ipbes, la piattaforma intergovernativa scientifica e politica sulla biodiversità e gli ecosistemi delle Nazioni Unite.

Quali sono i fattori della perdita di qualità dei suoli in Italia?
«Intanto va detto che l’agricoltura è il principale settore che subisce il consumo di suolo. Gran parte del territorio che viene consumato è suolo agricolo, e spesso proprio le aree agricole di maggiore qualità vengono utilizzate per costruire infrastrutture, strade. Sono quei terreni di pianura o nelle zone costiere dove si produce agricoltura ad alto reddito, orticultura, vigneti ecc.». Ma l’agricoltura, continua Ciccarese, «è anche un fattore di degrado dei suoli, costituisce, per così dire, un problema a sé stessa». Certo, ci sono anche altri fattori, come il deposito nei suoli agricoli di sostanze inquinanti provenienti dall’industria e dai trasporti, reflui urbani, per non parlare poi degli scarichi illegali di rifiuti.

Ma facciamo il punto sull’agricoltura.
Le monocolture intensive, l’uso indiscriminato di fertilizzanti, la mancanza di avvicendamento dei tipi di colture sono tra i fattori del progressivo impoverimento dei suoli.
«Questi sistemi monoculturali intensivi – grano su grano o granturco su granturco per molti anni – prima non erano possibili perché bisognava far riposare il terreno, intervenire con la letamazione, procedere all’avvicendamento, alla rotazione delle colture. L’agricoltura intensiva della rivoluzione verde, che ha avuto in Norman Borlaug il suo precursore, premio Nobel per la pace giustamente per aver lottato contro la fame nel mondo, ha creato però negli anni una serie di problemi. Non si può pensare che attraverso la meccanizzazione, l’uso di macchine pesanti, l’impiego di varietà genetiche molto produttive, le irrigazioni, le fertilizzazioni, si utilizzi il suolo come substrato privo di vita».

Anche perché poi si ottiene l’effetto opposto, dice l’esperto dell’Ispra riferendosi a casi italiani. «Quando i suoli perdono queste qualità fisiche e chimiche perdono la loro fertilità naturale e progressivamente non sono più disponibili alle colture agrarie, hanno perso la struttura e composizione e non portano più avanti le rese di una volta e quindi l’effetto che si produce è che questi terreni vengono abbandonati. Anche noi in Italia abbiamo delle aree dove si è verificato questo fenomeno. Importanti distretti ortofloricoli del Paese negli anni Novanta sono entrati in crisi, anche a causa di pratiche intensive di coltivazione, che prevedevano, tra le altre cose, l’uso di bromuro di metile con la fumigazione che, per combattere patogeni, parassiti ed erbe infestanti, abbatteva ogni forma vivente del suolo, dai batteri ai nematodi, dai semi delle piante spontanee agli insetti. Poi si è scoperto che questo gas, abbatteva la fertilità dei suoli, oltre ad arrivare in atmosfera e agire sugli strati dell’ozono. Naturalmente il bromuro di metile è stato proibito ed è interessante notare che la Convenzione di Stoccolma sugli inquinanti organici persistenti ha creato un protocollo per uscire dall’uso di queste sostanze che è servito in seguito come modello per accordi multilaterali come il protocollo di Kyoto».

Esistono soluzioni per ripristinare un suolo impoverito? «Ci sono segnali positivi poiché la comunità scientifica ha dato precise indicazioni che per funzionare dipendono ovviamente dalle scelte della politica. Ma intanto c’è da registrare il successo dell’agricoltura biologica che ha raggiunto oltre 2 milioni di ettari che rispetto alla superficie totale agricola rappresenta il 15 per cento. Una superficie in continua crescita anche se l’anno scorso c’è stata una battuta d’arresto». Da qui può venire un’azione di “restoration” dei suoli degradati, nell’ottica della Land degradation neutrality tra gli obiettivi dell’agenda 2030 delle Nazioni Unite.

Lorenzo Ciccarese entra nei dettagli: «Ci sono due strategie della commissione europea, una per la biodiversità e l’altra cosiddetta Farm to fork, che hanno un target in comune: ripristinare i suoli agricoli prevedendo di arrivare al 30 percento di agricoltura biologica entro il 2030 e dall’altra di ridurre il consumo di fertilizzanti e pesticidi e di ridurre il rischio associato al consumo dell’uso di pesticidi per gli esseri umani». Da esperto per la conservazione degli habitat naturali e della biodiversità lo scienziato spiega ancora: «Tra le misure, una importantissima, è quella di mantenere all’interno delle aziende agricole degli elementi di naturalità: i muretti a secco, i filari, le siepi, perché consentono agli impollinatori di trovare il loro habitat e di regolare il deflusso delle acque e di ridurre l’erosione del suolo. Tra gli effetti indiretti c’è anche quello di ridurre la concentrazione del capitale agrario, perché questi elementi di naturalità resistono o aumentano nelle piccole aziende che quindi sono associate anche alla sostenibilità, all’aver cura del territorio, al mantenimento dell’ambiente».

Veniamo all’emergenza del momento che stiamo vivendo: quanto la siccità può impoverire il terreno? «La prima cosa da dire è che i terreni che perdono di qualità sono anche i più vulnerabili ai cambiamenti climatici e dall’altra parte i cambiamenti climatici agiscono anche sulla qualità dei suoli perché, per esempio, con l’aumento della temperatura aumentano i processi ossidativi della sostanza organica dei terreni che ormai mediamente, in Italia, è intorno all’1 per cento. Per sostanza organica si intende l’humus, i composti del carbonio, micro organismi ecc. La sostanza organica è importante perché riduce l’evaporazione dei suoli, ne mantiene l’umidità. Quando questa sostanza organica viene ossidata viene restituita in atmosfera sotto forma di CO2 e si aggrava il problema del climate change. Questo è uno dei problemi aggiuntivi, tra i cosiddetti “positive feedback” messi in evidenza dall’Ipcc, che includono anche il rilascio di metano, un potente gas serra, e altri gas serra in atmosfera dal permafrost, il terreno perennemente ghiacciato che riguarda 1,5 miliardi di ettari a scala globale. Complessivamente il permafrost stiva circa il doppio della quantità di carbonio immagazzinato in atmosfera. Per effetto dell’aumento della temperatura questi terreni si stanno scongelando producendo altro metano che viene immesso in atmosfera».