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«Il mio nome è Armfin. Sono il dio della potenza totale»

“Sto lavorando in questi giorni sulla guerra globale in Ucraina e sulla finanziarizzazione dell’acqua e della natura su scala mondiale. Ne è uscito, “effetto collaterale “, il testo a ruota libera qui di seguito”. Riccardo Petrella*

*-*

Chi sono
Vengo da tempi lontani, oscuri, generato da molte madri e tanti padri in ogni parte dell’universo.
All’origine ero solo forza. Per esistere e sopravvivere ho dovuto catturare la forza dalla quale ero nato. Così sono cresciuto rubando, l’energia alla vita: alle pietre, all’acqua, agli animali, alle piante, alla terra, al vento, al sole… ed oggi all’atomo, alle cellule, alla luce, all’intelletto. Una forza violenta, cioè che ho usato ed uso con tutti i mezzi per impormi alle altre forme di vita. Essa cresce senza sosta e senza limiti ogni qualvolta rubo la vita. Oggi, posseggo un’infinità di armi di tutti i tipi per conquistare, sottomettere, dirigere, controllare, sfruttare, distruggere, uccidere. Io sono, il dominante.
Sono poi diventato anche intelligenza, in particolare capacità di valutare e di misurare le cose in funzione della mia esistenza, e soprattutto della mia potenza. Quel che ha valore per me è il mio interesse, la mia utilità, la mia potenza di dominare perché “posso comprare tutto“, sono ed ho il denaro, posso ”essere proprietario esclusivo di tutto”, di tutte le cose materiali ed immateriali, e sottometterle ai miei voleri, desideri… Oggi Il denaro impera su tutto. Io sono, il padrone.
Il mio nome è bello, dice quello che sono: Armfin.

La mia potenza
Il mio codice identitario è Tuc. Significa Teologia universale capitalista, la concezione della vita alla base del mio culto e che dà senso e legittimità all’esistenza di ogni cosa. È una teologia perché parlo di me stesso, di Dio. È universale, perché non può essere altrimenti. La teologia non ha frontiere di tempo e di spazio. Essa è “ una”, e la storia umana tende “verso l’uno” (universale). E, infine, capitalista, perché i mezzi (il capitale) sono necessariamente appropriabili a titolo individuale per tradursi nella forza (violenza) conquistatrice e dominante della vita.

Le tavole della legge della Tuc sono semplici e inequivoche. Il fondamento di base è la proprietà privata di tutto ciò che è considerato utile, incluso ciò che è indispensabile per la vita. Secondo, tutto è merce, oggetto di scambio ed il suo valore è determinato dallo scambio sui mercati dei beni e dei servizi in funzione della loro utilità, soprattutto sui mercati finanziari, in particolare dei mercati borsistici speculativi (dove il denaro si ricava dal denaro e non dai beni e dai servizi). Da qui il terzo principio: le relazioni tra le persone sono per natura competitive, all’insegna della massimizzazione dell’utilità individuale o di gruppo e della sopravvivenza a scapito degli altri. Per essere competitivi, quarto principio, occorre essere innovatore più degli altri concorrenti, sul piano dei prezzi e della qualità dei beni e e dei servizi, grazie alle nuove tecnologie in continua e rapida mutazione.

Cosi, il conquistatore/dominante è colui che possiede la proprietà e controlla la produzione e l’uso delle tecnologie chiave sui mercati finanziari. Il quinto principio afferma, pertanto, che le attività economiche, in particolare quelle tecnoscientifiche e finanziarie devono essere liberate dai controlli degli Stati e dei poteri pubblici, devono essere, si dice, de-regolate e consentire, cosi, la realizzazione dell’ultimo principio fondamentale: formare una grande unica economia mondiale, attraverso mercati mondiali guidati da una finanza mondiale.
Solo coloro che professano e applicano il codice Tuc compiono l’indispensabile atto di fede e di credenza nella sudditanza e fedeltà alla mia potenza. Entrano nella mia grazia e meritano il mio riconoscimento e sostegno. Sono i miei amati sudditi. Gli altri sono i ribelli, i malefici, i miei nemici e non tollero la loro esistenza. Uso la mia potenza per fare loro la guerra, sterminarli, cancellarli dal mondo. Per quanto riguarda i sudditi deboli, ammalati, incapaci di contribuire alla mia potenza secondo le regole della Tuc, li abbandono alla loro sorte, anche se di tanto in tanto mando qualche aiuto al solo scopo di non mettere in difficoltà la riproduzione di un adeguato esercito di “risorse umane” necessario per la continua creazione dei mezzi indispensabili alla perennità della mia potenza.

Il mio figlio prediletto
Fra i sudditi della Terra, quello che preferisco, da più di un secolo, è uno Stato chiamato Usa (United States of America), la cui popolazione in stragrande maggioranza è fedele praticante dei principi, dei precetti e delle regole di vita secondo la Tuc.
È il Paese più armato al mondo. All’interno: malgrado alcuni limiti introdotti con la recente legge sulla vendita ed il possesso di armi da fuoco, è l’unico Paese che consente ai cittadini Usa, già dall’età di 18 anni, il diritto di possederle a titolo personale… Gli Usa dispongono del più potente arsenale di armi al mondo. Hanno 12 portaerei a trazione nucleare in attività in tutti mari del mondo, più del totale di portaerei degli altri Paesi messi insieme. Spendono, da soli, più del 40% dei 2,1 trilioni di dollari di spese militari mondiali nel 2021. Hanno circa 900 basi militari all’estero allorché la Russia ne ha tre e la Cina solo una. Da 70 anni sono in guerra continua in tutti i continenti. Fra i più importanti interventi nel corso degli ultimi anni figurano: Serbia (1999), Afghanistan (2001), Iraq (2003), Siria (2011), Libia (2011), Credono fermamente nella forza, perché, dicono, “only the strong will survive”. Sono convinti di essere i più forti per natura e di meritare di governare, dominare il mondo. Mi rassomigliano molto.

È il Paese più capitalizzato al mondo. Sulle 100 prime imprese al mondo in termini di capitalizzazione borsistica nel 2021, 59 sono statunitensi, 14 cinesi (fonte PwC). Sulle 30 più importanti imprese tecnologiche al mondo 22 sono Usa (fonte Wired). Lo stesso dicasi delle 9 su 15 più potenti imprese farmaceutiche mondiali. Gli Usa sono in testa alla classifica mondiale dei brevetti in vigore (diritti di proprietà intellettuale) con 3,5 milioni sui 15,9 milioni mondiali, seguiti dalla Cina, il Giappone, la Repubblica della Corea e dalla Germania, specie nel settore dell’intelligenza artificiale e nel settore militare (World intellectual property index 2020). I tre più potenti fondi d’investimento privati in Borsa sono americani: Black rock, Vanguard e State street Da solo, Black rock gestisce (2021) 9,5 trilioni di dollari, superiori al Pil della Germania e della Francia insieme. Possiede partecipazioni in più di 18mila imprese importanti al mondo. I tre costituiscono una terribile armata finanziaria di comando del mondo.

La principale Borsa al mondo è americana, la New York stock exchange (Nyse) alias “Wall street”. La principale borsa mondiale nel settore delle materie prime è americana, la Chicago mercantile exchange (Cme) che possiede, tra l’altro, il controllo azionario delle Borse di Parigi, Bruxelles, Milano… Gli Usa sono l’espressione umana più avanzata attuale del dominio del denaro.
Essi sono il simbolo della potenza in quanto forza/violenza. Nel solo 2021, sono state registrate negli Usa 45.010 morti e centinaia di migliaia di feriti da arma da fuoco (fonte: Everytown For Gun Safety ). Non v’è alcun dubbio, io sono il loro Dio. Non è per pura coincidenza che dal 1956 hanno scritto sulle loro monete e poi dal 1964 sulle loro banconote il motto ”In God we trust”.

PS Gli Stati Uniti non sono né il primo né il solo fedele suddito. Per limitarci al presente, la Russia è anche un buon esempio con qualche limite maggiore. I Paesi dell’Unione europea non sono male, stanno diventando sempre più rispettosi e promotori della Tuc, come anche l’India, la Turchia. Gli Usa sono convinti che il loro nuovo nemico sistemico è la Cina e faranno di tutto, con la guerra, per impedire di perdere il loro attuale dominio mondiale.

*L’autore: Riccardo Petrella è professore emerito dell’Università Cattolica di Lovanio, Belgio

In Italia black lives don’t matter

Lives black matters. Ci siamo mobilitati tutti nel 2020 per George Floyd ucciso senza pietà da un agente di polizia a Minneapolis, che lo aveva soffocato con un ginocchio sul collo. Nonostante Floyd gridasse «non posso respirare», nessuno è intervenuto. Sappiamo di lui per un video, tragico, che è diventato virale e ha suscitato indignazione internazionale. Un crimine inaccettabile, che negli Stati Uniti purtroppo non è raro: uccisioni simili si susseguono oltreoceano, dove il pregiudizio razzista è strutturale, è istituzionale, intrinseco alle forze di polizia. Ne abbiamo scritto molto su Left.

Ma anche da noi in Italia non è poi così diverso. Pochi giorni fa Alika Ogochukwu, 39 anni, è stato ucciso sulla pubblica piazza di Civitanova Marche senza che nessuno, di fatto, intervenisse. Per quattro interminabili minuti l’aggressore lo ha colpito con la stampella di Aika che era disabile e poi l’ha finito a mani nude.

I media in un primo momento hanno parlato di apprezzamenti di Alika rivolti alla ragazza dell’aggressore, alimentando l’idea razzista che “i neri vengono qua e si prendono le nostre donne”, come tante volte hanno scritto i quotidiani di destra.

Più probabilmente Alika si era avvicinato al suo killer come venditore ambulante e lui l’avrebbe ucciso per futili motivi, perché “insistente”. «Una reazione abnorme» ha detto il capo della Mobile di Macerata Matteo Luconi che sta conducendo le indagini coordinate dal procuratore Claudio Rastrelli. L’aggressore – emerge ora – aveva problemi psichiatrici e giustamente i familiari di Alika attraverso il loro legale si chiedono: «Se aveva un amministratore di sostegno, pare fosse la madre, perché non era vigilato?». Cercheremo di capire perché. Ma ci chiediamo anche se un determinato clima “culturale” possa contribuire a slatentizzare gravi patologie di singoli individui.

Siamo nelle Marche oggi governate da Fratelli d’Italia. La propaganda delle destre contro gli immigrati potrebbe aver armato la mano di uno squilibrato? Se così fosse non sarebbe la prima volta che accade, purtroppo.

A Fermo, nel 2016, ricordiamo il caso del nigeriano Emmanuel Chidi Nnamdi, ammazzato di botte perché aveva osato difendere la compagna apostrofata come “scimmia”.
A Macerata, nel 2018, l’esponente della Lega Luca Traini, simpatizzante di Forza Nuova,  aveva sparato su cittadini marchigiani dalla pelle nera ferendone 6.
Anni di fomentazione dell’odio verso gli stranieri, di decreti sicurezza firmati da Salvini, “giustificati” da invasioni inesistenti, di pregiudizio razziale, di proclami di Meloni che invoca blocchi navali contro i migranti. Ne abbiamo raccolto tragicamente i frutti. Nelle Marche, Regione a guida Fratelli d’Italia, la vita di un uomo nero vale zero, al massimo un video con il cellulare. Se l’uomo nero è per giunta disabile come Alika Ogochukwu, e chiede l’elemosina, viene preso a botte come se fosse un oggetto, fino alla morte, come se non fosse un essere umano.

Quel che colpisce di più al fondo non è solo la violenza di chi l’ha colpito, ma l’indifferenza generale dei più che non hanno reagito, se non girando un video, scattando una foto. Mi si dice giustamente, è normale aver paura. Certamente è così. Ma così come non può capitare a tutti gli esseri umani di uccidere. Non capita a tutti gli esseri umani di non reagire di fronte a una violenza, di fronte a 4 lunghissimi minuti durante i quali si poteva agire, eccome. Era uno bianco, violento, contro un uomo nero, disabile steso a terra inerme. Tocca un tasto doloroso e di verità Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International, quando scrive su Twitter: «Nella mente degli spettatori cineoperatori, nessuno dei quali intervenuto, pronta la giustificazione: Qualcosa avrà fatto. Appunto, perché nero».

Il razzismo strutturale, sistematico, è ben presente in Italia dove la destra fascistoide rischia di tornare al governo, rafforzando e giustificando questa tendenza, che già in passato ha prodotto eventi drammatici. Non solo nelle Regioni a guida leghista ma anche in Regioni a guida di centrosinistra come la Toscana dove la Lega e Fratelli d’Italia, strizzando l’occhio a forze di estrema destra come Foza Nuova e Casa Pound, si sono infiltrati nei quartieri: come non ricordare lo scioccante eccidio a Firenze di due cittadini senegalesi, Samb Modou e Diop Mor, avvenuto in piazza Dalmazia nel 2011 per mano dell’estremista di destra Gianluca Casseri? Come non ricordare Idy Diene, l’ambulante senegalese ucciso nel 2018 da Roberto Pirrone con sei colpi di pistola sul ponte Vespucci, sempre nella “pacifica” Firenze, dove il sindaco si preoccupò solo delle fioriere divelte, del decoro urbano scompigliato dalla comunità senegalese giustamente in rivolta?

La giustizia sociale non abita qui

Naples, Italy The Vele di Scampia, a large urban housing project built between 1962 and 1975 in the Scampia neighbourhood of Naples. Today the buildings are in a state of decay, although still occupied by poor residents. The Vele are a major centre for drug trafficking and illegal activities of the Camorra, the Napolitan maffia. © Reporters LaPresse -- Only Italy

L’ultimo rapporto Istat sulla povertà in Italia, pubblicato a giugno, ha riportato d’attualità il problema della casa che per lunghi anni è stato ignorato. In esso si stima che circa il 10% della popolazione sia in condizione di povertà assoluta non disponendo di un reddito adeguato, ma la condizione si aggrava fortemente per le famiglie in affitto in cui la povertà assoluta è oltre il 45%.
Recente è anche il convegno “Rilanciare le politiche pubbliche per l’abitare. Un impegno non più rinviabile” che si è tenuto il 14 luglio presso il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, il Cnel, ed ha avuto tra i promotori il Forum Disuguaglianze diversità, diversi atenei, i tre sindacati confederali, organizzazioni di cittadinanza attiva e associazioni di inquilini (il video del convegno sarà disponibile sul sito del Cnel, nda).

Nel corso dell’incontro è stato presentato l’Osservatorio nazionale della condizione abitativa (Osca), recentemente istituito presso il ministero delle Infrastrutture e della mobilità sostenibili (Mims), che – previsto dalla legge 431 del 1998 di riforma delle locazioni – doveva costituire una sede di confronto permanente tra tutti i soggetti interessati alle politiche abitative da cui far scaturire proposte condivise e che da ventidue anni attendeva di essere attivato.
Molti sono stati gli interventi interessanti che hanno proposto i vari aspetti del tema dell’abitazione pubblica. Aspetti umani e strutturali che per troppo tempo sono stati ignorati anche per la mancanza di un quadro di riferimento nazionale, che se conosciuti avrebbero rivelato tutta l’urgenza e la gravità del problema. Tra gli interventi, particolarmente significativo quello di Fabrizio Barca che ha legato situazione attuale e possibili ipotesi di intervento.

Questa ripresa di interesse interrompe un lungo periodo di abbandono del problema in cui è stata trascurata anche la gestione del patrimonio esistente, si sono aggravate le condizioni sociali, si è ridotta la disponibilità di reddito della popolazione ed è cambiata la composizione dei nuclei familiari sempre più costituiti da un solo individuo, fattori ignorati dalle normative che invece rispecchiano ancora la composizione delle famiglie del secondo dopoguerra, prevedendo ad esempio anche appartamenti per sei persone.
La questione delle abitazioni è un tema che ha legato, dall’Ottocento in poi, lo sviluppo industriale alle dinamiche economiche, sociali e urbanistiche di tante città in Europa e nel mondo. Per un lungo periodo per molti la possibilità di avere una casa è stata legata agli interventi di edilizia residenziale pubblica e tanta parte delle città moderne è costituita da case per i lavoratori.
Su questo tema è da poco uscito un racconto o un saggio, o forse tutte e due le cose assieme, Abitare stanca – La casa: un racconto politico di Sarah Gainsforth, per l’editore Effequ, che appare particolarmente interessante perché ripercorre la questione delle abitazioni fin dalle origini, legando la storia, l’economia, la politica, l’urbanistica con la…

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Ritratto del colonialismo in tutta la sua barbarie

Se Firenze avesse davvero voluto farci riflettere per immagini sui grandi processi del nostro tempo non avrebbe messo in vetrina, a Palazzo Vecchio, Il quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo e La pace di Antonio Canova. Con il pretesto di rappresentare i diritti dei lavoratori e il conflitto in Ucraina (il marmo originale di Canova è infatti a Kiev; il gesso a Possagno, dove comunque potevamo andarcelo a vedere senza problemi), è andata infatti in scena l’ennesima strumentalizzazione di capolavori sviliti della potenza eversiva del loro linguaggio e degradati a pretesti di merchandising da una politica incapace di affrontare le crisi con la cognizione che esse richiedono. Eppure tutti sappiamo quanto ci sia bisogno di immagini forti, in questi momenti. Ma soprattutto abbiamo bisogno di capire quel che stiamo guardando, e poi di capire il mondo attraverso quelle opere. Soprattutto se sono opere pubbliche, condivise, inclusive. Se stanno nelle piazze come nei musei. E ci permettono di coltivare cittadinanza e civiltà. Se davvero avesse voluto, Firenze avrebbe costruito un’altra narrazione intorno a quelle opere. Oppure ne avrebbe scelta un’altra, per giunta di un artista toscano, Giovanni Fattori. Un dipinto problematico, difficile, anche misterioso. Che però denuncia le contraddizioni del colonialismo italiano e la presunzione dell’Occidente nel momento stesso del loro farsi: l’Episodio della battaglia di Kassala (1906), ora alla Galleria d’arte moderna di Novara. E per questo ci offre uno sguardo alternativo su scontri di civiltà e superiorità di modelli culturali. Ma per guadagnarlo ci serve la ricerca, non la vetrina.

Per ragionare su questi temi (tanto che il dipinto di Fattori ne è punto d’arrivo) molti stimoli vengono ora da un volume di Carmen Belmonte, Arte e colonialismo in Italia, ottimamente illustrato e montato da Marsilio per la collana di saggi del Kunsthistorisches Institut di Firenze. Belmonte lavora da anni sull’argomento, tanto da essere diventata, malgrado la giovane età, una specialista internazionale delle ricadute figurative del colonialismo. La sua acribia metodologica, abile a leggere storicamente i documenti figurativi, restituisce alla storia dell’arte un profilo propositivo e non certo ancillare della storia politica. La chiave di lettura è tutta nel sottotitolo, che inquadra quel che nel titolo potrebbe sembrare temerario: Oggetti, immagini, migrazioni (1882-1906). Sotto la lente sono infatti gli anni in cui si costruisce un’immagine dell’avventura coloniale italiana, fitta di stereotipi razzisti da un lato ed eroici dall’altro, che frutterà in seguito alimentando dapprima il discorso pubblico sull’invasione della Libia e la sua successiva riconquista, e poi la guerra di aggressione fascista in Etiopia con i suoi strascichi, che ancora non si…

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Breve guida al voto per l’elettore di sinistra

La topologia politica della sinistra in vista delle elezioni del 25 settembre appare più che mai complessa. Il perimetro delle varie alleanze e delle coalizioni deve essere fissato entro il 22 agosto, ossia il termine in cui andranno consegnate le liste dei candidati. In attesa di questa scadenza abbiamo fatto una ricognizione sugli attuali equilibri, per provare a orientarci – insieme a chi legge – nel dedalo degli schieramenti.

Il Pd “argine alla Meloni” e le porte sbarrate al M5s
Il Partito democratico si presenta alle elezioni con uno schema di gioco piuttosto chiaro: comporre un grande rassemblement repubblicano capace di presentarsi come argine anti-Meloni. Ciò che è molto meno definita, però, è la formazione pronta a scendere nel cosiddetto Campo largo. Partiamo dall’unica certezza: il Movimento cinque stelle, a meno di svolte a questo punto piuttosto clamorose (ma comunque non impossibili), non ne farà parte. Il segretario del Pd Letta – il cui partito può contare secondo le ultime rilevazioni Agi YouTrend sul 23% circa dei consensi – è stato chiaro: la rottura con i 5S è «irreversibile», concetto ribadito a più riprese nei giorni scorsi. Per Letta la scelta dei pentastellati del 20 luglio scorso di non votare la fiducia al governo Draghi rappresenta una cesura netta nella storia di quello che è stato l’asse principale dell’alleanza giallorossa. Dal canto suo, in un’intervista rilasciata a Tpi, il presidente del M5s ha dichiarato che «un dialogo col Pd non lo escludiamo», precisando che «ci saranno le premesse solo se il Pd vorrà schierarsi a favore dei più deboli, del lavoro, dei più giovani, delle donne». Con una nota, il movimento ha però chiarito a stretto giro che non intendeva «riaprire alla possibilità di un’alleanza col Pd in questa campagna elettorale». Insomma le porte ai 5Stelle – quotati attualmente al 10% circa secondo i sondaggi – restano sbarrate e Conte ormai non vi bussa più con grande convinzione.

Calenda-Bonino, la calamita per i delusi del centrodestra
Se si guarda verso il centro, il percorso verso l’alleanza tra Pd e Azione / +Europa, due partiti alleati da alcuni mesi e guidati rispettivamente da Carlo Calenda ed Emma Bonino, sembra piuttosto in discesa. Calenda – che nel frattempo ha arruolato tra le sue fila le ministre Maria Stella Gelmini e Mara Carfagna, in uscita dal Forza Italia – dovrebbe sciogliere la riserva sull’intesa coi dem entro l’inizio della prossima settimana. Secondo un retroscena del Corriere, il leader di Azione avrebbe commissionato un sondaggio che premia la scelta dell’unità coi dem. Una scelta su cui i quadri di +Europa sembra non abbiano dubbi. A differenza dell’ala sinistra dei vertici del Nazareno, che sottolineano – senza però dirlo a voce troppo alta – la difficoltà di amalgamare le posizioni liberiste di Calenda con l’urgenza di proteggere le classi più vulnerabili e di mettere al centro delle politiche della nuova legislatura il lavoro e i servizi pubblici. Un altro ostacolo all’intesa tra Calenda e i dem è poi rappresentato dal ruolo che il leader di Azione avrà in questa campagna elettorale e poi nel futuro politico del Campo largo: uno da comprimario, al pari di Fratoianni di Sinistra italiana o di Di Maio di Insieme per il futuro, potrebbe stargli stretto, vista la dote di preferenze per il cartello Azione / +Europa – non certo straripante ma comunque importante in questo scenario – che si aggira intorno al 5% e soprattutto la capacità di Calenda di calamitare il voto dei moderati delusi dalla torsione populista e destrorsa di Forza Italia, una capacità che ingolosisce i dem.

Di Maio e le truppe dei “civici” a difesa del Campo largo
Certamente più sicuro pare essere il patto tra il Partito democratico e la nuova compagine capitanata dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio, Insieme per il futuro, nata in seguito alla scissione con i 5Stelle alla vigilia della caduta del governo Draghi. A sostenere la lista di Di Maio, una rete di sindaci e liste civiche dem di tutto il Paese. Tra i primi cittadini, in testa, ci sarebbero dovuti essere quello di Milano Beppe Sala e l’ex sindaco di Parma – e pure ex M5s come Di Maio – Federico Pizzarotti. Mentre il primo dei due sembra, pur senza particolare entusiasmo, aver concesso la sua benedizione alla lista, Pizzarotti ha invece deciso di dare vita ad una propria lista di “civici”. Si chiamerà “Lista civica nazionale” e sarà composta da «sindaci, amministratori locali, associazioni e promotori dei più vivaci e liberi progetti del territorio».

Il partito (sempre più) di Renzi corre da solo
E Renzi? Sebbene il leader di Italia viva abbia già annunciato che «correrà da solo» – «al momento assolutamente sì» ha dichiarato ai microfoni del Tg5 – Letta starebbe spingendo affinché il partito si allei con Azione. Tra le posizioni delle due forze politiche, d’altronde, sono molti i punti di convergenza. Ma, ad oltre otto anni dallo «stai sereno» con cui Renzi dissimulava le intenzioni poi realizzate di spodestare Letta da Palazzo Chigi, l’intesa tra i due leader sembra ancora complessa. Per ora, Renzi e i suoi puntano ad ottenere il 5% da soli, non a caso il titolo della prossima Leopolda che si terrà ad inizio settembre sarà “Dammi il cinque”. Una percentuale dalla quale, stando i sondaggi, Italia viva è ancora distante. I voti dei renziani, però, fanno comunque gola ai dem, specie quelli in regioni in cui Italia viva è particolarmente radicata, vedi la Toscana. Nel frattempo, Renzi ha presentato un nuovo simbolo per il partito in vista delle elezioni: una R rovesciata che sovrasta la scritta “Renzi” (grande) e “Italia viva” (piccola).

I rossoverdi che vorrebbero spostare a sinistra i dem
Se volgiamo lo sguardo a sinistra, Articolo uno, il partito guidato dal ministro della Salute Roberto Speranza, ha accettato senza esitazione di aderire al Campo largo. Mentre è ancora in corso una trattativa, che pare comunque abbia buone possibilità di andare a buon fine, con Nuove energie, il ticket tra Sinistra italiana di Nicola Fratoianni ed Europa verde di Angelo Bonelli ed Eleonora Evi. L’alleanza rosso-verde, presentatasi ad inizio luglio con una foto di gruppo dei partecipanti al lancio con una anguria in mano (che rappresenta il mix dei due colori simbolo dell’intesa), si è posta sin da subito come obiettivo un riequilibrio del futuro programma del Campo largo verso sinistra, mettendo al centro ecologismo, pacifismo e lotta alle disuguaglianze. Entrambe le forze, Sinistra italiana e Europa verde, avevano scelto di non sostenere il governo Draghi. Secondo i sondaggi potrebbero raccogliere il 4% circa dei consensi. «L’agenda di Calenda è assolutamente incompatibile con la storia politica democratica e verde di sinistra» ha dichiarato Angelo Bonelli nei giorni scorsi. «Col programma di Calenda non ho nulla a cui vedere», ha aggiunto Nicola Fratoianni, che ha insistito nel rivolgersi ai «principali protagonisti, Enrico Letta e Giuseppe Conte» perché «perché si ricostruisca un filo del dialogo». Filo che ormai, però, sembra spezzato. Da parte sua, Conte non sarebbe indifferente all’ipotesi di una alleanza coi rossoverdi, al fine di correre insieme a loro in proprio, all’esterno del Campo largo. Tra Conte e Fratoianni in questi giorni i contatti sarebbero stati serrati, e tutto ancora potrebbe succedere, ma al momento l’ipotesi di una coalizione “semaforo” rosso-giallo-verde sembra ancora complicata.

L’alternativa “à la francese” dell’Unione popolare
Con un chiaro riferimento al progetto politico di Jean-Luc Melenchon, che in Francia è riuscito a mettere in difficoltà il partito del presidente Macron alle scorse legislative, ad inizio luglio Rifondazione comunista, Potere al popolo e DeMa – guidati rispettivamente da Maurizio Acerbo, Giuliano Granato e Marta Collot, e Luigi De Magistris – si sono alleati nel progetto Unione popolare, in vista delle prossime politiche. “Mai col Pd” è stato sin da subito uno degli slogan della coalizione. «Vogliamo arruolare i non allineati, quelli che non stanno nel sistema, i rassegnati, gli arrabbiati, entusiasmare chi non ci crede più» aveva detto l’ex sindaco di Napoli ed ex magistrato De Magistris al lancio dell’iniziativa. Il progetto di Unione popolare si incardina in una prospettiva di sinistra radicale, che rinuncia agli inevitabili compromessi dei “rossoverdi”. La platea a cui Unione popolare si rivolge è «il fronte dei non allineati», ha dichiarato De Magistris a Repubblica: «Ci sono i pacifisti non rappresentati, gli ambientalisti non rappresentati, la sinistra non rappresentata, i delusi delle involuzioni dei 5 stelle, gli astenuti». Sebbene il progetto si rivolga dichiaratamente a chi non ha apprezzato le giravolte del M5s, lo stesso movimento di Conte è stato corteggiato da Rifondazione e da De Magistris, la cui elezione all’Europarlamento nel 2009 nelle liste dell’Italia dei valori ebbe peraltro la benedizione di Beppe Grillo. «Il punto di contatto è quello che ha detto Di Battista – ha detto ancora l’ex magistrato a Repubblica – cioè vedere se ci sono le condizioni per riportare l’M5s alle origini. A me questa operazione può interessare». Sembra però interessare meno a Potere al popolo, più scettica nell’aprire le porte al partito che ha governato con Salvini e Draghi e approvato i decreti Sicurezza.

La proposta di coalizione tra gli anticapitalisti radicali
Nel frattempo, il Partito comunista dei lavoratori di Marco Ferrando ha lanciato una proposta, intitolata “Per una presenza di classe, anticapitalista e internazionalista alle elezioni politiche” e indirizzata a: Fronte della gioventù comunista, Sinistra anticapitalista, Sinistra classe Rivoluzione, Tendenza internazionalista rivoluzionaria. Nel documento si tiene conto delle differenze tra queste forze politiche, ma si sottolinea che esse convivono «con alcuni elementi comuni: la centralità del riferimento di classe, l’anticapitalismo e non il semplice “antiliberismo”, il richiamo all’internazionalismo contro ogni forma di sovranismo». Nei confronti dell’Unione popolare il documento non risparmia critiche: «Prc e Pap – si legge – si prostrano ai piedi di De Magistris, che cerca di costruire il proprio partito personale usando la loro manovalanza. L’Unione popolare è il vecchio canovaccio delle liste civiche di tradizione Ingroia».

Ingroia e l’ammucchiata poco “rossa” e molto “bruna”
Nel frattempo proprio Antonio Ingroia – ex magistrato e leader della sinistra alle politiche del 2013 – con la sua Azione civile ha deciso di correre per le politiche all’interno di una coalizione composta da Partito comunista (la formazione di Marco Rizzo), Patria socialista, Ancora Italia, Riconquistare l’Italia e molti altri soggetti cosiddetti antisistema. Il contenitore si chiamerà “Italia sovrana e popolare” e unisce lotte diverse tra loro, da quella contro l’Euro a quella contro il green pass e l’obbligo vaccinale. Trait d’union, una lettura rossobruna del mondo, che unisce elementi di “sinistra” ad altri di destra anche estrema. A loro potrebbero unirsi forse i transfughi dal 5S di Alternativa e Italexit di Gianluigi Paragone, quotata intorno al 2,8%. Tra i sostenitori della lista anche Francesca Donato, ex leghista nota per le sue sparate contro i migranti, contro la “dittatura sanitaria” e contro le sanzioni a Vladimir Putin.

Il Senegal al voto, ma quanti diritti negati soprattutto alle donne

Le Monde l’ha chiamata “diplomazia dei montoni”. Prima la tregua che Ousmane Sonko, leader senegalese del partito di opposizione ha annunciato alla stampa il 30 giugno scorso, in virtù della festa religiosa della Tabaski e dello svolgimento degli esami scolastici, poi il regalo dei tre animali di razza che la Francia ha fatto recapitare il 6 luglio scorso al Ministro senegalese dell’allevamento. La festa del sacrificio è una delle più importanti ricorrenze della religione islamica e quest’anno è stata celebrata tra il 9 e il 10 luglio. In Senegal questa festa prende il nome di Tabaski. Le famiglie si riuniscono dopo la preghiera, il Paese si ferma per giorni.

Le manifestazioni rischiavano di rovinare una delle feste più sentite dell’anno, così come gli affari a essa collegati, vendita dei montoni in primis. Le tensioni però restano, il Paese è diviso. Le discussioni in strada e sui taxi sono ovunque animate e accese, in vista delle elezioni legislative del 31 luglio.

La coalizione di opposizione Yewwi askan wi, guidata dal leader del partito Pastef, Ousmane Sonko, ha indetto già diverse manifestazioni dopo che a maggio si è vista rigettare la richiesta di partecipare con la propria lista al turno elettorale, per non aver rispettato la legge sulla parità di genere negli organi elettivi e semi elettivi del 2010.
Il Paese, considerato un’isola di stabilità in Africa occidentale, aveva già conosciuto gravi tensioni nel marzo del 2021 quando, dopo l’arresto dello stesso Sonko per “disturbo dell’ordine pubblico” mentre si recava in tribunale per rispondere delle accuse di stupro, mosse contro di lui da una dipendente di un salone di bellezza, si sono contati quattro morti negli scontri con le forze di polizia.

«Se il governo deciderà di eliminare la lista di Yewwi askan wi dalle elezioni legislative, allora in Senegal non ci saranno elezioni» aveva tuonato Sonko durante la prima manifestazione del 8 giugno, a cui ne è seguita un’altra il 17 giugno, ancora più affollata. Molto rumorosa e partecipata anche l’iniziativa delle casseroles (“pentolata”), annunciata per tutti i mercoledì alle 20. Ci ritroviamo nelle vie di una delle periferie di Dakar più dense e problematiche, Guédiawaye, mentre è in corso la prima protesta. Moltissimi giovani scendono in strada, urlando e agitando coperchi e battendo con mestoli di legno su pentole. Per lo più maschi, alcuni giovanissimi, bloccano il traffico, accerchiano le auto e quando ci vedono riprendere si avvicinano per gridare la loro rabbia e determinazione urlando «siamo stanchi, vogliamo un cambiamento subito!».

Un ragazzo su un motorino arriva apparentemente non contento delle foto e delle riprese, ma poi ci ferma e intona rappando in wolof un canto di protesta. Yewwi askan wi, il nome scelto per la lista di coalizione significa “liberare il popolo” in wolof, ed è composta oltre che dal partito di Sonko anche da Wallu Sénégal, dell’ex presidente Abdoulaye Wade. Il malcontento è generale e, nonostante il Paese sia apparentemente in forte espansione (dal 2014 ha conosciuto tassi di crescita del 6%), le disuguaglianze aumentano e il livello dei servizi peggiora di anno in anno. La scuola e la sanità pubblica soffrono di una cronica mancanza di risorse, il personale è scarso e sottopagato e il settore privato in questi ambiti è invece in forte espansione.

Già prima dell’inizio della guerra in Ucraina, i prezzi del carburante così come di alcuni generi alimentari stavano aumentando. La pandemia, il conflitto in Mali e le infiltrazioni jihadiste nell’intera regione del Sahel stanno incidendo sulla situazione socio economica del Senegal. Le proteste si innescano quindi in risposta a una condizione di precarietà che colpisce soprattutto la popolazione giovanile. In Senegal due terzi della popolazione ha meno di 30 anni.

«La decisione di sospendere le manifestazioni non è dovuta ai divieti dei prefetti» ha dichiarato Sondò, che aveva annunciato che le manifestazioni si sarebbero tenute indipendentemente dal parere delle autorità. Numerosi gli appelli della società civile che denunciano i toni violenti del dibattito politico e chiedono al governo di «porre fine alle gravi violazioni del diritto di riunione pacifica».

Una società civile però messa sotto accusa da Hamidou Anne, opinionista e saggista, che nelle pagine di SenePlus ha parlato di «società civile delle elezioni» attiva soprattutto sui social e ha allertato del pericolo di estremismo. «Ogni schieramento ha i propri rampolli sul web, che sputano il loro veleno in barba alla decenza e alla legge. Poiché la maggior parte di loro non ha né istruzione né progetti, i politici senegalesi vogliono trasmettere la loro mediocrità ai giovani e alle prossime generazioni» denuncia l’intellettuale. Certo è che le accuse e contraccuse, le polemiche delle due parti, hanno messo in secondo piano la questione della parità di genere nelle liste, così come è accaduto per le accuse di stupro a carico di Sonko a suo tempo.

Se a questo si aggiunge che, sempre il leader dell’opposizione, si è messo alla testa della manifestazione per la criminalizzazione dell’omosessualità a febbraio 2022 e che non ha condannato l’aggressione omofoba ai danni di un cittadino statunitense avvenuta nei giorni della polemica tra Senegal e Francia sul calciatore del Paris Saint-Germain, il senegalese Idrissa Gana Gueye, accusato di essersi rifiutato di indossare una maglia arcobaleno durante una partita in Francia e di unirsi quindi unirsi alla lotta contro l’omofobia, capiamo come la parità di genere, i diritti civili e le istanze più progressiste restino fuori dal dibattito politico. Permane una visione molto maschile e patriarcale della politica e della società, mentre sui territori si fanno sempre più strada istanze femminili e femministe.

Il collettivo Dafa Doy che si è formato dopo lo stupro e l’omicidio, nel 2019, di Binta Camara, 23 anni, e di altri casi di violenza sessuale, ha organizzato proteste, sit-in, manifestazioni e insieme ad altre associazioni si è battuto per la legge che inasprisce le pene per i reati di stupro e pedofilia. «Dovremmo essere tutti femministi», affermava il Dottor Abdoulaye Diop, ginecologo senegalese e influencer, ospitato nella rubrica Adelphité, lanciata dall’Agenzia Italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics), ufficio di Dakar. Discutere di salute sessuale è un tabù nelle famiglie e il tasso di utilizzo dei servizi di salute sessuale e riproduttiva è ovunque molto basso, attorno al 30% nelle aree rurali. Il dottor Diop utilizza i social network per informare e sensibilizzare proprio sulla salute delle donne e per combattere le pratiche nefaste come le mutilazioni dei genitali femminili.

«C’è un grosso lavoro da fare in tema di conoscenza dei propri diritti e noi siamo qui per questo» afferma Josephine Ndao, avvocata della Boutique de droit di Sédhiou. L’Associazione delle giuriste senegalesi (Ajs) ha aperto cinque sportelli di ascolto e assistenza legale in tutto il Senegal. Sédhiou si estende tra l’enclave del Gambia e della Guinea Bissau ed è una delle regioni “rosse” e non per orientamento politico, ma rispetto al tasso di povertà, violenza sulla donne e basso tasso di scolarizzazione. Sono proprio la povertà, la mancanza di educazione sessuale e la promiscuità alcuni dei fattori che Josephine Ndao attribuisce all’alto tasso di gravidanze e matrimoni precoci e l’estensione della pratica delle mutilazioni genitali femminili nell’area. Insieme all’Associazione delle giuriste, Cospe lavora nella regione grazie al contributo dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo, e insieme alla Region médical e al Centro salute globale della regione Toscana, proprio sui diritti sessuali e riproduttivi delle donne dell’area. Tre i distretti interessati, più di 120 le donne già coinvolte in un processo di individuazione dei principali problemi legati alla riproduzione e ai diritti della salute delle donne, come la questione della pianificazione familiare, i parti a casa, la mancanza di autonomia decisionale e le violenze.

Le boutiques, così come le riunioni tra donne, facilitate dal progetto, sono luoghi protetti dove potersi confidare e apprendere dallo scambio. Le attiviste e i collettivi femministi che agiscono sul web sanno bene l’importanza di esprimersi in confidenza e talvolta nell’anonimato, in una società dove vige la sutura (discrezione). Un lavoro prezioso e costante quello di Josephine e delle altre avvocate dell’Ajs, che prendono in carico i casi fin dalle prime segnalazioni, valutano se sia meglio una mediazione familiare, nei casi meno gravi, mentre in quelli violenti procedono d’ufficio alla segnalazione al procuratore, oltre ad accompagnare all’ospedale e attivare la rete di sostegno psico sociale per le vittime. Certo in quest’area c’è un deficit sia d’infrastrutture che di attrezzature e di personale qualificato rispetto a quanto stabilito dalle norme nazionali e dell’OMS. Il personale medico non è numericamente sufficiente e alcune qualifiche non sono disponibili. Il deficit riguarda principalmente i profili specializzati, soprattutto in ambito pediatrico e ginecologico. Il sistema sanitario ha enorme difficoltà ad attirare a Sédhiou personale qualificato a causa dell’isolamento della regione e delle deboli opportunità economiche.

A maggio scorso le ostetriche sono scese in strada per protestare rispetto alle condizioni di lavoro dopo la morte in un ospedale pubblico di Louga di una donna incinta che aveva atteso invano con grande dolore un parto cesareo e la cui tragica sorte ha sconvolto il Paese. Tre ostetriche sono state condannate per negligenza e questo ha scatenato la protesta della categoria, che ha messo in luce tutte le carenze del sistema sanitario pubblico in Senegal. La salute delle donne sembra quindi essere la cartina di tornasole per capire lo stato di salute dell’intero Paese, attraversato da sempre maggiori contraddizioni, diseguaglianze, economiche e sociali, dove la rappresentanza femminile negli organi elettivi – diventata legge – fa fatica a diventare un diritto sostanziale oltre che formale. Nelle elezioni locali del 2014, le prime dopo l’adozione della legge sulla parità, la percentuale di donne elette è passata dal 15,9% del 2009 al 47% del 2015, ovvero 14.000 donne su 29.787 eletti. La legge sulla parità ha suscitato molte speranze quando è stata adottata nel 2010. A più di 10 anni dalla sua adozione, la legge fatica a essere applicata efficacemente.

Permangono forti disparità nella rappresentanza delle donne nei comitati dell’Assemblea nazionale, a livello regionale e di governo locale, e in altre sezioni della funzione pubblica e del sistema politico e amministrativo in generale. Secondo il Women’s leadership caucus (Wlc), fino a ottobre 2021 il 98% dei sindaci del Paese era guidato da uomini. Le elezioni amministrative di gennaio 2022 non hanno modificato sostanzialmente il quadro ma alcune novità importanti si sono registrate. Sempre nella regione di Sédhiou dai gruppi di donne con cui lavora COSPE ben due vice sindache sono state elette a riprova del riconoscimento del radicamento sul territorio di questi soggetti non formali. «Da quando ho iniziato a impegnarmi nei gruppi giovanili a quando ho guidato i groupement di donne della mia zona, mi sono sempre occupata dei bisogni delle persone. Non è questo far politica?» afferma la vice sindaca di Tanaff, villaggio al confine con la Guinea Bissau. La parità di genere è un imperativo economico oltre a un diritto fondamentale, scrivono sui social, i collettivi femministi. Purtroppo, dopo la tregua della Tabaski, e negli ultimi giorni prima delle elezioni del 31 luglio, la propaganda urlata è tornata a prevalere rispetto a un dibattito necessario sui cambiamenti profondi che sta vivendo il Paese e rispetto alle istanze portate dai movimenti femministi, dai collettivi contro la precarietà, dalle associazioni culturali, oscurati e invisibili costruttori di futuro.

*L’autrice: Anna Meli è cooperante di Cospe onlus e vice presidente della Carta di Roma

Un governo in carica solo per gli affari ricorrenti

20-07-2022 Roma (Italia) Politica Senato - Comunicazioni del Presidente del Consiglio Mario Draghi Nella foto Luigi Di Maio, Mario Draghi, Lorenzo Guerini 20-07-2022 Rome (Italy) - Government crisis - Senate - Communications from the Prime Minister Mario Draghi In the pic Luigi Di Maio, Mario Draghi, Lorenzo Guerini

Figurarsi se il ministro della guerra non rientra nell’ordinaria amministrazione di un governo che formalmente dovrebbe limitarsi solo agli “affari correnti”. O forse è una confessione: che Guerini aumenti le spese militari è una scena già vista così tante volte che ormai dalle parti del Parlamento (e della stampa) non ci fa più caso nessuno.

Così tra gli affari ricorrenti rientra anche un miliardo e duecento milioni in più che l’Italia spenderà per le sue Forze armate. Il Documento programmatico triennale firmato dal ministro Lorenzo Guerini porta la spesa per il 2022 a 18 miliardi, contro i 16,8 dello scorso anno. Come racconta Floriana Bulfon su Repubblica «la lista della spesa vede imporsi il futuro caccia Tempest, realizzato con la Gran Bretagna e la Svezia: un velivolo chiamato di sesta generazione a cui vengono destinati subito 200 milioni in più. C’è poi il piano per una serie di veicoli corazzati che vede crescere la dote di oltre un miliardo e mezzo: si prevede un investimento di 3,74 miliardi in tredici anni. Questo programma è presentato in chiave di collaborazione europea e influenzerà le trattative per la vendita di Oto Melara: nel Documento si specifica che le risorse serviranno pure per gli studi del nuovo “carro armato europeo”. Un altro elemento chiave è la task force navale per gli interventi dei “marines” italiani: la brigata San Marco della Marina e i Lagunari dell’Esercito. C’è uno stanziamento di 1.200 milioni per costruire due navi anfibie per le operazioni di sbarco. Le altre voci più rilevanti riguardano le quote annuali per i sottomarini U-212 (510 milioni), gli intercettori Eurofighter (1,4 miliardi) e i caccia invisibili F35 (1.270 milioni)».

Ma nel pieno della crisi climatica e di una guerra finanziata dai proventi di gas e petrolio, il governo italiano ha aumentato la spesa per le missioni militari a protezione delle fonti fossili. Lo denuncia Greenpeace: in un nuovo rapporto pubblicato ieri, Greenpeace Italia svela che nel 2022 la militarizzazione della nostra “sicurezza energetica” ci costerà 870 milioni di euro, il 9% in più rispetto al 2021 e ben il 65% in più  rispetto al 2019. Nel complesso, si tratta di una cifra pari al 71% dell’intero budget per le missioni militari del 2022.

La relazione governativa sulle missioni in corso, approvata ieri dalle commissioni Esteri e Difesa della Camera e ancora all’esame del Senato insieme alla delibera sulle nuove missioni, rimanda ripetutamente alla sicurezza dei nostri approvvigionamenti di fonti fossili. Anche i due ministri competenti, Lorenzo Guerini (Difesa) e Luigi Di Maio (Esteri), nella loro audizione davanti alle commissioni riunite del 26 luglio hanno citato più volte la questione energetica. In particolare, Guerini ha dichiarato che «l’impiego delle Forze armate nelle missioni internazionali» punta anche a prevenire e gestire «scenari di crisi conseguenti tanto alle minacce convenzionali, quanto a quelle ibride», come «le restrizioni all’approvvigionamento energetico».

Che l’Italia intendesse rispondere alla guerra in Ucraina puntando su una militarizzazione della diversificazione energetica era già stato anticipato da Guerini in occasione della sua comunicazione sul conflitto del 5 maggio: «Il dovere di rimodulare una situazione di dipendenza dalle forniture russe non può prescindere dal consolidamento delle condizioni di stabilità di quelle regioni che rappresentano una valida alternativa per l’approvvigionamento delle risorse energetiche a tutela della sicurezza energetica nazionale ed europea».

Oltre alle missioni militari che Greenpeace aveva già etichettato come “fossili” in un rapporto diffuso a dicembre (dallo Stretto di Hormuz all’Iraq, dalla Libia al Golfo di Guinea, fino al Mediterraneo orientale e al Corno d’Africa), quest’anno il governo ne ha aggiunte tre nuove, di cui due legate allo sfruttamento di fonti fossili: la missione bilaterale di supporto alle Forze armate del Qatar in occasione dei “Mondiali di calcio 2022” e la missione Eu in Mozambico. In audizione, Di Maio e Guerini hanno ricordato «gli importanti accordi in ambito energetico» stretti di recente con il Qatar. Già nel luglio scorso, inoltre, il ministro della Difesa aveva sottolineato che le violenze in corso nella provincia nord del Mozambico avevano causato «le interruzioni dell’attività estrattiva». Inoltre, le operazioni Gabinia nel Golfo di Guinea e Mare sicuro al largo della costa libica continuano ad avere come primo compito la «sorveglianza e protezione delle piattaforme ENI».

Mentre sempre più studi internazionali, compresi quelli dell’Onu e dell’Unione europea, segnalano che le disuguaglianze economiche e il deterioramento ambientale connessi all’attività estrattive sono tra le cause profonde di molte crisi che la comunità internazionale e l’Italia stanno tentando di risolvere con le loro missioni militari (dalla pirateria nel Golfo di Guinea all’instabilità dell’Iraq) il nostro governo continua a difendere asset fossili che alimentano quelle stesse crisi in un drammatico circolo vizioso che Greenpeace chiede di interrompere al più presto.

«Il nostro Paese deve smettere di proteggere militarmente gli asset e gli interessi dell’industria dei combustibili fossili, puntando con decisione sulle fonti rinnovabili e sul risparmio energetico. Solo così potremo assicurarci una maggiore indipendenza energetica e tutelare davvero l’ambiente e la pace», dichiara Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia.

Buon venerdì.

Nella foto: il ministro degli Esteri Di Maio, il presidente del Consiglio Draghi e il ministro della Difesa Guerini, Roma, 20 luglio 2022

Covid, se 1000 morti in una settimana vi sembran pochi

A metà estate Omicron5 abbassa solo parzialmente la guardia. Nella settimana 20-26 luglio, rispetto alla precedente, continuano a diminuire i nuovi casi (473.820 vs 631.693) a fronte di un aumento dei decessi (1.019 vs 823), calano i casi attualmente positivi (1.395.433 vs 1.452.941) e le persone in isolamento domiciliare (1.383.875 vs 1.441.553), mentre sono ancora in crescita i ricoveri con sintomi (11.124 vs 10.975) e le terapie intensive (434 vs 413). Sono questi i numeri più significativi del monitoraggio settimanale indipendente della Fondazione Gimbe, elaborato su dati del ministero della Salute e reso noto oggi, 28 luglio 2022.

 

In dettaglio, rispetto alla settimana precedente, Gimbe segnala le seguenti variazioni:

Decessi: 1.019 (+23,8%), di cui 75 riferiti a periodi precedenti
Terapia intensiva: +21 (+5,1%)
Ricoverati con sintomi: +149 (+1,4%)
Isolamento domiciliare: -57.678 (-4%)
Nuovi casi: 473.820 (-25%)
Casi attualmente positivi: -57.508 (-4%)

La diminuzione percentuale dei nuovi casi si segnala in tutte le Regioni (dal -11,1% della Calabria al -31,2% della Campania) ma l’incidenza supera i 500 casi per 100.000 abitanti in tutte le Province tranne Sondrio (495) e Cuneo (480), mentre in 16 Province si registrano oltre 1.000 casi per 100.000 abitanti.

Reinfezioni. Secondo l’ultimo report dell’Istituto Superiore di Sanità, nel periodo 24 agosto 2021-20 luglio 2022 sono state registrate in Italia oltre 813 mila reinfezioni, pari al 5,2% del totale dei casi. La loro incidenza nella settimana 13-20 luglio si è attestata al 12% (n. 75.060 reinfezioni), in leggero aumento rispetto alla settimana precedente (11,7%).
Testing. Gimbe segnala inoltre che si registra un calo del numero dei tamponi totali (-11,4%): da 2.560.557 della settimana 13-19 luglio a 2.269.242 della settimana 20-26 luglio. In particolare i tamponi rapidi sono diminuiti del 12,5% (-275.780), e quelli molecolari del 4,4% (-15.535). La media mobile a 7 giorni del tasso di positività si riduce dal 20,8% al 16,4% per i tamponi molecolari e dal 25,9% al 21,5% per gli antigenici rapidi.

Ospedalizzazioni. «Sul fronte degli ospedali – afferma Marco Mosti, direttore operativo della Fondazione – frena l’aumento dei ricoveri sia in area medica (+1,4%) che in terapia intensiva (+5,1%)». Complessivamente in sei settimane i ricoveri sono più che raddoppiati in area critica (da 183 il 12 giugno a 434 il 26 luglio) e quasi triplicati in area medica (da 4.076 il 11 giugno a 11.124 il 26 luglio). Al 24 luglio, ultimo aggiornamento disponibile sul sito Agenas, il tasso nazionale di occupazione da parte di pazienti Covid è del 17% in area medica (dal 9,2% del Piemonte al 42,4% dell’Umbria) e del 4,4% in area critica (dallo 0% di Molise e Valle D’Aosta all’8,5% della Calabria). «In lieve riduzione gli ingressi in terapia intensiva – puntualizza Mosti – con una media mobile a 7 giorni di 44 ingressi/die rispetto ai 49 della settimana precedente».

Decessi. Continua a crescere il numero dei decessi: 1.019 negli ultimi 7 giorni (di cui 75 riferiti a periodi precedenti), con una media di 146 al giorno rispetto ai 118 della settimana precedente.

Vaccini: somministrazioni. Al 27 luglio stando al monitoraggio Gimbe l’88,1% della platea (50.814.495 di persone) ha ricevuto almeno una dose di vaccino (+763 rispetto alla settimana precedente) e l’86,6% (n. 49.944.956) ha completato il ciclo vaccinale (+1.744 rispetto alla settimana precedente).
Vaccini: nuovi vaccinati. Nella settimana 20-26 luglio torna a scendere il numero dei nuovi vaccinati: 3.045 rispetto ai 3.640 della settimana precedente (-16,3%). Di questi il 27,6% è rappresentato dalla fascia 5-11: 841, con una riduzione del 26,7% rispetto alla settimana precedente. Sostanzialmente stabile tra gli over 50, più a rischio di malattia grave, il numero di nuovi vaccinati che si attesta a quota 1.159 (-2,4% rispetto alla settimana precedente).

Vaccini: persone non vaccinate. Al 27 luglio (aggiornamento ore 06.19) sono 6,84 milioni le persone di età superiore a 5 anni che non hanno ricevuto nemmeno una dose di vaccino (figure 11 e 12), di cui:
4,67 milioni attualmente vaccinabili, pari all’8,1% della platea con nette differenze regionali (dal 5,3% del Lazio all’11,6% della Valle D’Aosta);
2,17 milioni temporaneamente protette in quanto guarite da Covid-19 da meno di 180 giorni, pari al 3,8% della platea con nette differenze regionali (dal 2,6% della Lombardia al 7,5% della Provincia autonoma di Bolzano).
Vaccini: fascia 5-11 anni. Al 27 luglio, nella fascia 5-11 anni sono state somministrate 2.590.471 dosi: 1.399.530 hanno ricevuto almeno 1 dose di vaccino (di cui 1.278.745 hanno completato il ciclo vaccinale), con un tasso di copertura nazionale al 38,3% con nette differenze regionali: dal 20,9% della Provincia Autonoma di Bolzano al 53,8% della Puglia.

Vaccini: terza dose. Al 27 luglio sono state somministrate 39.943.311 terze dosi con una media mobile a 7 giorni di 8.461 somministrazioni al giorno. In base alla platea ufficiale (n. 47.703.593), aggiornata al 20 maggio, il tasso di copertura nazionale per le terze dosi è dell’83,7%: dal 78% della Provincia Autonoma di Bolzano all’87,6% della Valle D’Aosta. Sono 7,76 milioni le persone che non hanno ancora ricevuto la dose booster, di cui:
5,05 milioni possono riceverla subito, pari al 10,6% della platea con nette differenze regionali (dal 7,7% della Basilicata al 16,3% della Sicilia);
2,71 milioni non possono riceverla nell’immediato in quanto guarite da meno di 120 giorni, pari al 5,7% della platea con nette differenze regionali (dal 2,6% della Valle D’Aosta all’8,5% dell’Umbria).

Vaccini: quarta dose. Secondo quanto disposto dalla Circolare del Ministero della Salute dell’11 luglio 2022 la platea di persone candidate a ricevere il secondo richiamo (quarta dose) – da effettuare dopo almeno 120 giorni dalla terza dose (primo richiamo) o dall’infezione post terza dose – è di oltre 16,5 milioni di persone.
Al 27 luglio, segnala ancora Gimbe, sono state somministrate 2.139.397 quarte dosi, con una media mobile di 51.815 somministrazioni al giorno, in lieve aumento rispetto alle 44.169 della scorsa settimana (+17,3%), ma la campagna non decolla e rimane ancora molto lontano il target di 100 mila somministrazioni fissato dalle linee di indirizzo dell’Unità per il completamento della campagna vaccinale. In base alla platea ufficiale (n. 16.538.230 di cui 6.148.340 della fascia 60-69 anni, 5.053.186 della fascia 70-79 anni, 2.918.641 di over 80, 2.329.964 di pazienti fragili e persone immunocompromesse e 88.099 di ospiti delle Rsa che non ricadono nelle categorie precedenti), aggiornata al 13 luglio, il tasso di copertura nazionale per le quarte dosi è del 12,9% con nette differenze regionali: dal 5,9% della Calabria al 27,3% del Piemonte.


«Mentre la discesa dei nuovi casi prosegue sostenuta – osserva Nino Cartabellotta – i ricoveri in area medica e in terapia intensiva non hanno ancora raggiunto il picco e soprattutto i decessi continuano ad aumentare, documentando, indirettamente, che il numero reale di casi è molto più elevato di quelli noti alle statistiche ufficiali. Se da un lato è difficile prevedere gli scenari futuri, dall’altro è possibile definire alcune ragionevoli certezze».

Innanzitutto, prosegue il presidente della Fondazione Gimbe, con l’arrivo della stagione autunno-inverno assisteremo verosimilmente ad un nuovo aumento della circolazione virale che, in assenza di investimenti sui sistemi di aerazione e ventilazione nei locali al chiuso, potrà essere ridotta solo attraverso l’utilizzo di mascherine FFP2; in secondo luogo, la popolazione a rischio di malattia grave è molto numerosa e va aumentando man mano che ci si allontana dalla data di somministrazione della terza dose: al 27 luglio, prendendo in considerazione over 60 e fragili, si contano 896 mila non vaccinati, 1,94 milioni senza la terza dose, 14,4 milioni senza quarta dose; ancora, i trattamenti antivirali rimangono sotto-utilizzati rispetto alle indicazioni.

Ecco perché, secondo Cartabellotta, «è indispensabile predisporre adesso il piano di preparedness per l’autunno-inverno, perché la strumentalizzazione elettorale della gestione pandemica può compromettere la salute delle persone più fragili. In tal senso l’Oms Europa propone di puntare su 5 “stabilizzatori” della pandemia: aumentare le coperture vaccinali (con tre dosi) nella popolazione generale; offrire la quarta dose alle persone a rischio dopo 120 dalla somministrazione della terza; promuovere l’utilizzo delle mascherine al chiuso e sui mezzi pubblici; areare gli spazi pubblici affollati, quali scuole, uffici, bar e ristoranti, mezzi di trasporto pubblico; applicare rigorosi protocolli terapeutici per le persone a rischio di malattia grave».

In un tweet pubblicato questa mattina Nino Cartabellotta ha scritto: «Abbiamo superato i mille decessi settimanali. Qualche forza politica vuole sbilanciarsi a fissare una soglia di accettabilità?». Facciamo nostra questa domanda.

100 giorni d’arte a Pristina, è Manifesta14

Con Luz Broto, artista di Barcellona, che ti propone lo scambio delle chiavi che porti con te da casa con quelle degli abitanti della città di Pristina. È il primo scontrino di Manifesta 14 arrivata nel nuovo Kosovo per 100 giorni (dal 22 luglio al 30 ottobre).
Un souvenir radicale da conservare per sempre, fiducia reciproca nel prossimo smantellamento dei confini che ancora isolano, segno di un auspicabile impegno futuro. Fa parte di una delle tante performances disseminate nel luogo e nel tempo di questi giorni destinati all’arte. Simbolica e onirica, semantica e prossemica, come tutto in questo vecchio/nuovo mondo. Vera politica dell’arte. Proviamo a metterci l’uno al posto dell’altro, ad entrare nelle rispettive vite e aprire porte altre. E tu così, visitatore o turista che sei, prenotando il tuo scambio di chiavi anche tramite http://swapkeys.site/ potrai entrare anche idealmente nelle case distrutte e ricostruite, sui vecchi tram Iveco, penetrare persino nel piccolo quartiere finanziario della città con i suoi distonanti palazzi di vetro; perché tutto si svolge nell’arco di poche strade.

Ma loro, i pristinesi non potranno per il momento usare le tue chiavi a loro volta per farti visita. Perché fanno parte di quella gente che sta recuperando il tempo perduto e interrotto da una guerra sanguinaria e fratricida. Aspiranti d’Europa. E lo stanno portando avanti questo discorso in modo generoso e pieno di fiducia, attanti e spettatori al tempo stesso, in parte reinterpretando anche un retaggio del nostro recente passato di oltre un lustro fa; mettendoti a disposizione una città, la loro, a raggiera, come un asincronico gioco dell’oca, tra edifici incerti realizzati senza alcun canone e altri ancora abbandonati, ma anche consapevoli che il tempo moderno non sono più quei filari apparsi di bancarelle da paese, con dolciumi, popcorn e zucchero filato come una visione virata seppia. Popolazione che si tuffa con fiducia dentro un finto consumismo per sfruttare la ventata turistica di questi cento giorni di arte privata, ma in fondo pubblica. Arte che ha invaso la città come un polline di prima estate. Vendono le loro mercanzie di una civiltà azzoppata. E sono generosi e gentili. E nel mentre una folla di gente si riversa nelle strade, in cerca quasi di un nuovo consumo indisciplinato che arriva però come un’onda refrattaria di ritorno. Quel ritorno alle antiche radici ottomane che te lo ricorda ad ogni alba della città il canto del muezzin diffuso a raggiera come suono di campane di paese. Pristina quasi una città del sud Italia di trenta anni fa. Un cinema Paradiso che batte il primo ciak.

Ed è la festa che si tiene, a guisa di cerimonia ufficiale di apertura, presso il Palazzo dello sport e della gioventù, già Boro Ramirez, simbolo di identità e singolare esperimento di edilizia dove incubare talenti, edificato a furore di pubblico referendum in quel 1977, con le sue Red Hall e Atelier Hall e che oggi ospita nel suo plateau eventi moderni musicali e classici.

Come la performance di Astrit Ismaili, artista kosovaro, e quella che si presenta con la maschera di una Jungle by night; sorta di Pristina all stars, regalo della città di Amsterdam dove Manifesta nasce dopotutto nel 1990 con questo spirito di cambiare location ogni due anni in cerca delle vere e nuove pulsazioni, come modernissima manifestazione d’arte, che mira a trasformarsi in uno strumento di impegno civico ed estetico, desiderosa di intercettare i dna cangianti dei territori in nuovi imperativi etici ed estetici e che in questa occasione mira anche a definire il suono della città di Pristina, ricostruendo in poche ore 40 anni ed oltre di canzoni kosovare.

È tutto, dicono, un “being as becoming”, un essere e divenire. Restiamo così avvolti negli alter ego, nelle estensioni corporali e gli strumenti da indossare inventati da Ismaili che creano suoni e cercano nuovi contatti, che si espandono e forse anche eccedono. Le live performances dell’artista detto LYNX che inventa portali di trasformazione e lunghi e nuovi fili che uniscono gli esecutori a sculture di metallo e depositi di suoni: i frammenti di una memoria che sa di arte, cultura popolare, politica. Canzoni o lacerti delle stesse indagano temi di tradizione, ma anche la violenza; come poterne starne alla larga nel ricordo e nel presente della memoria. E così la restrizione, la resistenza, la paura, la tanto abusata resilienza. Gli artisti ed i performer tirano fili con i loro corpi, usano voci. E sanno perfettamente che dopo la performance quegli stessi strumenti e suoni prodotti si trasformeranno in permanente installazione. Resta in bocca quel sapore tipicamente berlinese di un rave asincronico, in un edificio ex brutalista, diroccato, nel bel mezzo di un campo che fu da gioco. Per questo underground eccellente, preciso, puntuale.

E mentre nella notte del Palazzo dello sport si libra sopra le teste il pallone ellissoide fluttuante di diciassette metri di Lee Bull, a ricordarci quello di Hinderburg che nel 1937 prese fuoco sotto la bandiera nazionalsocialista, ma anche a dirci che i sogni sono vulnerabili ed è tutto ancora da vedere quello che potremmo salvare dal passato e portare nel futuro, qualcosa spinge forsennatamente al moto. E non è per forza o a causa di questa grande rilucente installazione in volo se ci troviamo a passare per Korriku Street, dove emerge l’intervento di Carlo Ratti e del suo studio torinese che a Pristina ha lavorato interrogandosi sul senso comune della gente, così come anche riqualificando il Green Corridor, parte di un tracciato ferroviario già di fughe e disperazione nel remoto 1999, in un camminamento verde e di auspicabile piantumazione.

Manifesta 14 ovvero la scalata verso il Grand Hotel Pristhina, con le sue 350 camere distribuite in 13 piani. E tutto trasformato in decine di installazioni d’arte. Dove la fa da padrone l’arte kosovara e dei Balcani che occupa oltre i due terzi dell’intera manifestazione. Nessuna accusa di nazionalismo, ma comprensione piena per l’occasione irripetibile che si stanno giocando. Nel Grand Hotel ogni direzione è buona ed ognuno si gioca la sua partita dei destini incrociati dove puoi ritrovarti nell’intricato interrogatorio sul modernismo di Genti Korini, sul realismo e l’astrazione, sull’uomo nuovo socialista e la borghese controparte. Il labirinto del modernismo di Alfred Uci guida il passo. L’artista ragno, tessitore di illusioni. Ma chi la preda e chi il ragno? Lungo il corso di questa domanda continua il passo e il dubbio non ci molla mai, fino alla fine, mentre, di stanza in stanza, ogni tanto gli occhi si rivolgono alla sommità dell’Hotel Pristina per osservare il contributo di Petrit Halilaj che ha trasformato l’antica insegna gigantesca ed oscurata in un appello poetico alla cittadinanza che suona più o meno “quando il sole va via, dipingiamo il cielo”.

Ed è il vero slogan di questa Manifesta 14 che ambisce a creare una nuova costellazione di stelle proprie. Fatta anche di suoni, come nella singolare installazione di Lawrence Abu Handan, una sorta di orecchio privato che indaga sui modi in cui i suoni si sentono affidati alla memoria e sulle modalità in cui le memorie acustiche vengono strumentalizzate e così politicizzate. Testimonianze acustiche, atti di violenza: manchiamo, vuole dirci l’artista, di un vocabolario adeguato per descrivere i suoni. Oggetti che diventano straordinari surrogati di un linguaggio sonoro che non parliamo ancora. Ogni stanza, ogni installazione è un deposito di storia del Kosovo e dunque un microcosmo della stessa società. Vuole dirci l’artista Majilinda Hoxa in The Suite e con lei anche Emily Jacir, Šejla Kamerić, Argjirë Krasniqi, Luljeta Lleshanaku, Hana Miletić, Natasha Nedelkova, Tuan Andrew Nguyen, Lala Raščić, Abi Shehu, Vangjush Vellahu, Hana Zeqa…

Oltre il Palace colpisce la Brick Factory, ex manifattura di laterizi, il più importante sito post industriale di Pristina. Oggi restituito al pubblico come nuovo spazio per la città. Un eco urban learning center capace di rinvigorire la scena culturale del territorio e dove infatti cucina piselli Giulia Ficcarazzo, studentessa, progettista culturale, facente parte di una summer school e attiva oggi con il collettivo berlinese Room Labor che ci racconta «di una grossa cultura in essere di print making. In molti a Pristina sanno costruire mattoni. Hanno dovuto impararlo per ricostruire. Questo è uno spazio ridato alla municipalità quando fu creata la Repubblica del Kossovo. Noi lavoriamo a stretto contatto con il sindaco della città che è un ex architetto. Veniamo dai Balcani, dal Montenegro, da Milano».
E sono queste solo le prime giornate di un viaggio sulla carta lungo 100 giorni. Un viaggio nel quale l’arte sembra essere come salita al potere, per governargli accanto. Se possiamo davvero credere alle parole inaugurali rubate al discorso del primo Ministro Albim Kurti e della presidente Vjosa Osmani.

(un vivo ringraziamento per il supporto va ad Alessandro Fusco)

Foto di apertura: Objectification of senses, 2022, © Ilir Dalipi and Radio International, 2022, Susan Philipsz with Radio International Collective Photo at Zahir Pajaziti Square Photo © Manifesta 14 Prishtina, Majlinda Hoxha.JPG

Foto nel testo, dall’alto: performance di Astrit Ismaili; When the sun goes away we paint the sky, 2022, © Petrit Halilaj. Photo © Arton Krasniqi.png; Tell me your Story, 2022 , © Chiharu Shiota. Photo © Manifesta 14 Prishtina, Majlinda Hoxha.JPG

Manca la terra sotto i piedi

Foto Francesco Bozzo- LaPresse 30-06-2019 Milano ( Italia ) 11.00 Cantieri abbandonati Nella foto: cantiere abbandonato di Via Crispi a fianco della Feltrinelli

Tra il 2006 e il 2020 nell’Area metropolitana di Milano sono stati consumati 2153,2 ettari di territorio, mentre nell’area del Comune di Roma, il consumo di suolo ha riguardato 2023,66 ettari. Si tratta di una differenza di poco meno di 130 ettari quella che separa la capitale d’Italia dall’Area metropolitana di Milano. Sono i dati raccolti dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) nell’ambito del progetto europeo Soil4life che vede coinvolti Legambiente, come capofila, Cia, Ccivs, Crea, Ersaf, Politecnico di Milano, Roma Capitale e Zelena Istra con l’obiettivo di promuovere l’uso sostenibile del suolo in quanto risorsa strategica e non rinnovabile.

In questi 14 anni, in cui il tema del consumo di suolo ha cominciato ad assumere una notevole importanza non solo sotto il profilo scientifico e ambientale, ma anche e soprattutto, sociale e politico, gli ettari di suolo consumati per far posto alla crescita delle aree edificate delle due principali città italiane non si è mai fermato, neanche con l’emergenza Covid. Oltre 123 gli ettari consumati nella Capitale tra il 2019 e il 2020, mentre nell’Area Metropolitana di Milano, nello stesso periodo, sono stati impermeabilizzati 93,54 ettari di suolo. Complessivamente la percentuale di suolo ormai perso nel Comune di Roma è pari al 24 per cento del totale con un consumo procapite di 108 metri quadrati per abitante. Nella Città Metropolitana di Milano la percentuale scende al 32%

Nel periodo 2012-2020 l’incremento di consumo di suolo a Roma è stato di 697 ettari. A Milano salgono a 978.

La scelta del confronto tra Comune di Roma e Area metropolitana nasce da due considerazioni di fondo: Roma e Milano sono due città molto diverse tra loro con una storia diversa e con confini amministrativi differenti. Il Comune di Milano è molto più piccolo di quello di Roma, sia in termini di superficie che di popolazione. Per avere un aggregato simile a quello del Comune di Roma, almeno in termini di dimensioni, occorre guardare all’Area Metropolitana di Milano, almeno così come è definita all’interno dei confini dell’ex Provincia di Milano. C’è poi un’altra considerazione da fare come spiega Michele Munafò, dirigente di ricerca e responsabile scientifico per Ispra del progetto Soil4Life: «Guardando i dati emerge chiaramente come la gran parte del consumo di suolo degli ultimi 15 anni si concentri, nel caso della Città metropolitana di Roma, all’interno dei limiti del comune centrale (quasi la metà, con una tendenza alla crescita negli ultimi anni), mentre la situazione opposta si verifica a Milano, dove il 90% del consumo dello stesso periodo avviene nei comuni di cintura e non nel comune capoluogo (che negli ultimi due anni ha un consumo di suolo bassissimo, con un’evidente tendenza alla riduzione). Nei due comuni le percentuali di superfici già consumate sono molto diverse (Milano 58%, Roma 23,5%). Per questo a Milano (Comune) il poco suolo naturale rimasto andrebbe tutelato con molta attenzione. Basti pensare che nella città lombarda ogni residente ha oggi a disposizione poco più di 50 mq di aree non consumate, a fronte dei 350 mq per abitante disponibili invece nella capitale».

«La legge contro il consumo di suolo è una riforma non rinviabile, prevista anche dal Pnrr – ha dichiarato Stefano Ciafani, presidente di Legambiente che è capofila del progetto Soil4Life – e l’Italia la aspetta da troppi anni. Ora occorre impedire che la ripresa post-pandemica inneschi dina-miche speculative ai danni dei suoli liberi, cosa che stiamo già osservando nelle nostre campagne con la proliferazione di capannoni per la logistica e l’e-commerce. Il suolo è centrale per la transizione ecologica: occorre introdurre una speciale tutela per i suoli intatti, siano essi di foresta, di pascolo o zone umide, perché oggi sappiamo che questi sono i più preziosi giacimenti di carbonio organico e biodiversità del nostro Paese».

È un costo complessivo compreso tra gli 81 e i 99 miliardi di euro, in pratica la metà del Piano nazionale di ripresa e resilienza, quello che l’Italia potrebbe essere costretta a sostenere a causa della perdita dei servizi ecosistemici dovuta al consumo di suolo tra il 2012 e il 2030. Se la velocità di copertura artificiale rimanesse quella di 2 mq al secondo registrata nel 2020 i danni costerebbero cari e non solo in termini economici. Dal 2012 ad oggi il suolo non ha potuto garantire la fornitura di 4 milioni e 155 mila quintali di prodotti agricoli, l’infiltrazione di oltre 360 milioni di metri cubi di acqua piovana (che ora scorrono in superficie aumentando la pericolosità idraulica dei nostri territori) e lo stoccaggio di quasi tre milioni di tonnellate di carbonio, l’equivalente di oltre un milione di macchine in più circolanti nello stesso periodo per un totale di più di 90 miliardi di km. In altre parole due milioni di volte il giro della terra.

È la situazione attuale e quella futura analizzata dal Sistema nazionale per la protezione dell’Ambiente nell’edizione 2021 del Rapporto sul “Consumo di suolo in Italia”.

A livello nazionale le colate di cemento non rallentano neanche nel 2020, nonostante i mesi di blocco di gran parte delle attività durante il lockdown, e ricoprono quasi 60 chilometri quadrati, impermeabilizzando ormai il 7,11% del territorio nazionale. Ogni italiano ha a disposizione circa 360 mq di cemento (erano 160 negli anni 50).

L’incremento maggiore quest’anno è in Lombardia, che torna al primo posto tra le regioni con 765 ettari in più in 12 mesi, seguita da Veneto (+682 ettari), Puglia (+493), Piemonte (+439) e Lazio (+431).

Nelle aree a pericolosità idraulica la percentuale supera al 9% per quelle a pericolosità media e il 6 % per quelle a pericolosità elevata. Il confronto tra i dati 2019 e 2020 mostra che 767 ettari del consumo di suolo annuale si sono concentrati all’interno delle aree a pericolosità idraulica media e 285 in quelle a pericolosità da frana, di cui 20 ettari in aree a pericolosità molto elevata (P4) e 62 a pericolosità elevata. Le percentuali si confermano alte anche nei territori a pericolosità sismica alta dove il 7% del suolo risulta ormai cementificato.

Consumo di suolo e isole di calore. A livello nazionale superano i 2300 gli ettari consumati all’interno delle città e nelle aree produttive (il 46% del totale) negli ultimi 12 mesi. Per questo le nostre città sono sempre più calde, con temperature estive, già più alte di 2°C, che possono arrivare anche a 6°C in più rispetto alle aree limitrofe non urbanizzate.

Transizione ecologica e fotovoltaico, meglio sui tetti che a terra: solo in Sardegna ricoperti più di un milione di mq di suolo, il 58% del totale nazionale dell’ultimo anno. E si prevede un aumento al 2030 compreso tra i 200 e i 400 kmq di nuove installazioni a terra che invece potrebbero essere realizzate su edifici esistenti. Il suolo perso in un anno a causa dell’installazione di questa tipologia di impianti sfiora i 180 ettari. Dopo la Sardegna è la Puglia la regione italiana che consuma di più con tale modalità, con 66 ettari (circa il 37%).

E con la logistica l’Italia perde ancora più terreno. Invece di rigenerare e riqualificare spazi già edificati, sono stati consumati in sette anni 700 ettari di suolo agricolo e il trend è in crescita. In Veneto le maggiori trasformazioni (181 ettari dal 2012 al 2019, di cui il 95% negli ultimi 3 anni) dovute alla logistica, seguita da Lombardia (131 ettari) ed Emilia- Romagna (119).

Buon giovedì.

Sul consumo di suolo e la politica europea in materia, vedi articolo di Roberto Musacchio, su Left del 3 luglio 2020