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Milano dai due volti

Nella città di Milano si fa sempre più veloce e drammatica l’espulsione delle classi popolari, ma anche quella di una parte del ceto medio. Una Milano esclusiva, dove i contrasti tra la città del lusso e delle cosiddette eccellenze da una parte e la città delle periferie dall’altra continuano a inasprirsi. Alcune settimane fa si è chiusa la Design week, la manifestazione, insieme ad Expo, su cui Milano ha modellato la sua identità di città internazionale e attrattiva. Una manifestazione che non ammette critiche, espressione per eccellenza del “modello Milano”: eventi, affari, turisti. Ma anche dj set e aperitivi, che per l’occasione hanno colonizzato l’area dell’ex macello pubblico, zona della città dalla storia emblematica: per anni abbandonata, poi, in parte, rivitalizzata culturalmente da un’occupazione, oggi di nuovo vuota, ma oggetto di un prossimo imponente progetto di rigenerazione urbana.

La simbiosi perfetta tra le due anime più distintive della città e della sua politica, cioè eventi e sviluppi immobiliari, vedi Olimpiadi 2026. In quest’ultimo ambito possiamo individuare due strategie, una già ampiamente battuta e l’altra in via di consolidamento. La prima è costituita dai grandi progetti privati che – approfittando della deregolamentazione in ambito urbanistico, del favorevole regime fiscale e del costante aumento degli indici edificatori – costruiscono edilizia residenziale, commerciale o turistica di lusso in una corsa senza fine al rialzo dei valori immobiliari. La seconda è invece …

L’articolo prosegue su Left del 22-28 luglio 2022 

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SOMMARIO

Lascia stare i santi (ovvero, vietato fare inchieste sulla pedofilia nel mondo cattolico)

Prologo. Succede che Federica Tourn, una bravissima giornalista (non a caso collaboratrice anche di Left), pubblica sul quotidiano Domani un’inchiesta su alcuni sconcertanti casi di pedofilia all’interno del Movimento dei focolarini. Casi documentati che restituiscono un’immagine molto diversa da quella luccicante proposta dalla Rai all’inizio dello scorso anno nella fiction in prima serata sulla figura di Chiara Lubich, la fondatrice di questa controversa comunità ecclesiale di laici cattolici.

Trama. «Nessuna ombra, neanche una nota dissonante» nella fiction della Rai, scrive Tourn. Eppure in quegli stessi giorni di gennaio 2021 la Gcps Consulting, incaricata dai vertici del movimento, cominciava a investigare sulle denunce di violenza sessuale «a carico di Jean-Michel Merlin, un membro con ruoli apicali in Francia e che, con 37 vittime accertate, verrà definito un “abusatore seriale di minori” che ha goduto della copertura del movimento». Merlin non è l’unico, prosegue l’articolo: «Pur avendo il mandato di occuparsi solo del caso specifico, la Gcps Consulting ha ricevuto in meno di un anno molte segnalazioni, tanto da evidenziare, si legge nel report, “situazioni di abuso sistematiche note ai responsabili fin dai primi tempi del movimento, ma che non sono state affrontate e che è probabile continuino tuttora”».

Ed è molto probabile anche che riguardino pure l’Italia. «Un ex focolarino – riporta Tourn – ha denunciato nel 2020 al cardinale Kevin Farrell, prefetto responsabile per le comunità ecclesiali, la presenza di un “predatore” pedofilo in un centro del movimento, che però non è stato rimosso o denunciato ma soltanto spostato, sempre a contatto con i minori». Come i lettori di Left sanno bene, la prassi di affrontare il crimine pedofilo in questo modo è una sorta di marchio di fabbrica all’interno della Chiesa cattolica. Pur di evitare lo scandalo pubblico si evita di denunciare il presunto violentatore di bambini alla magistratura e non si esita nemmeno un istante di fronte al rischio che il pedofilo faccia nuove vittime altrove, spostandolo da un luogo all’altro quando le “voci” sul suo conto non possono più essere controllate. Rischio probabilissimo poiché si tratta di un crimine seriale. Tuttavia l’apposita commissione interna dei focolarini minimizza. «Dal 2014 abbiamo ricevuto circa 40 segnalazioni in tutto il mondo, di cui 12 in Italia. La commissione ha accertato la verosimiglianza dei fatti segnalati in 6 casi».

Insomma stando alle testimonianze riportate da Tourn, il Movimento dei focolari (così come la Conferenza episcopale italiana, v. Left del 10 giugno 2022) preferisce lavare i panni sporchi in famiglia. Cosa che agli occhi di chi scrive, e non solo di chi scrive, equivale a non affrontare il “problema”, diversamente da quello che è accaduto nei Paesi in cui la Chiesa ha deciso di dare a una vera commissione indipendente l’incarico di indagare su «situazioni di abuso sistematiche note ai vertici» identiche a quelle che hanno riguardato il Movimento in Francia. E cosa comporta non affrontare alla radice un “problema” di questo tipo? Cosa comporta negare, minimizzare, tentare di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica? Le vittime lo sanno molto bene, e queste domande non sono rivolte a loro.

Le girerei infatti al professor Luigino Bruni, economista della Lumsa ed editorialista dell’Avvenire (nonché, mi dicono, adepto dei focolarini, ma se così non fosse rettificherei immediatamente), che ha avuto il “buon senso” (si fa per dire) di attaccare pubblicamente Federica Tourn, mettendone in dubbio la professionalità, rea – secondo Bruni (e il manipolo di persone che gli sono andate appresso nei commenti al suo post su Facebook) di aver ricostruito alcune vicende di pedofilia e pedopornografia “interne” al Movimento e di aver dato voce a una ex focolarina, Renata Patti, che di storie come queste ne ha denunciate diverse, inascoltata.

Ma il “peccato” più grave di Tourn, secondo Bruni – che accusa la giornalista di aver «calunniato il Movimento» – consiste nell’aver raccontato anche un’altra verità: «Continuano ad uscire articoli su giornali che dovrebbero essere seri che, nella sostanza, calunniano il movimento dei focolari con frasi del genere: “Immaginate di vivere in piccole comuni dove non ci sono giornali e tv, dove la visione dei film è purgata da ogni riferimento al sesso, dove ogni azione quotidiana viene monitorata ed è vietato leggere libri che non siano quelli della fondatrice, seguaci bambini che hanno annullato la propria personalità per riconoscersi totalmente in lei”». Il riferimento indiretto di Federica Tourn è soprattutto agli “schemetti” inventati da Chiara Lubich per controllare che la vita degli adepti corrispondesse a dettami prestabiliti.

Ricordate? Di questi schemetti (dategli un’occhiata qui) e di certe dinamiche interne al Movimento dei focolari ne abbiamo parlato su Left lo scorso 15 luglio con il magistrato Francesco dall’Olio e con lo psichiatra e psicoterapeuta Andrea Masini nel commentare una testimonianza di un uomo irlandese rimasto «prigioniero» per 20 anni di questo Movimento.

Ecco cosa ci avevano detto Dall’Olio e Masini: «Quello che penso avendo letto queste testimonianze e altre fonti aperte molto ben documentate, come il libro di Ferruccio Pinotti “La setta divina” – osserva Dall’Olio – è che in certi casi si potrebbero configurare due tipi di reato: la truffa o la circonvenzione di incapace. Il confine è molto labile. Nella circonvenzione di incapace va dimostrata la fragilità del soggetto che viene danneggiato ad esempio “convincendolo” a lavorare per anni devolvendo lo stipendio al movimento. La truffa si configura per es. laddove mi hai fatto credere di essere mandato da Dio approfittando della mia fede più o meno cieca e questo lo hai fatto per poterti impossessare dei miei beni etc. In entrambi i casi – prosegue Dall’Olio – siamo in presenza di un abuso psicologico». (Si legga a tal proposito la circostanziata testimonianza di Renata Patti nell’articolo di Federica Tourn, ndr)

Vale a dire? «Attraverso l’abuso psicologico si induce una persona a fare una cosa che è contro i suoi interessi e a favore dei propri. Si approfitta di una situazione di inferiorità psicologica di un’altra persona per ottenere un vantaggio personale. Per es. nel caso della truffa in gergo si dice che prima di farla ci vuole il soggetto. Prima di escogitare il meccanismo si va a cercare la persona che può “credere” a quello che gli viene raccontato. E questo è ciò che sembra essere il concetto fondante del Movimento dei Focolari». C’è chi la definisce una setta. «Nella differenza tra movimento e setta c’è ovviamente il discrimine tra lecito e illecito» dice Dall’Olio. «Un “movimento” è un gruppo che si rivolge all’esterno, pensiamo alle Sardine o agli stessi 5Stelle. In una setta, questo scambio non c’è e non c’è dialogo interno, non c’è dibattito, c’è un annientamento dell’individuo all’interno del gruppo e c’è un’organizzazione estremamente verticistica che detta le regole agli altri che stanno “sotto” e le eseguono. Il Movimento dei focolarini sembra tendere più verso questa direzione, anche perché ho il sospetto che oltre all’aspetto economico, che pure non deve essere del tutto indifferente, c’è quello della prassi di soggiogare, di mettere in soggezione chi vi aderisce».

E qui entriamo ancor più nello specifico delle dinamiche di carattere psicologico descritte nelle testimonianze. «Ricordo – dice lo psichiatra Masini – che il presidente Napolitano quando nel 2008 morì Chiara Lubich inviò un messaggio di cordoglio a tutto il Movimento dei focolarini, a testimonianza del livello di rispettabilità che questo pubblicamente si è ritagliato. Ma tutto ciò nasconde una realtà che è molto diversa. E questo “gioco” di sembrare un movimento e invece essere una setta fa molto pensare». Una setta. Come altro definire un “movimento” che ai suoi aderenti fa compilare dei questionari – da consegnare ai loro referenti – nei quali devono essere elencate pedissequamente tutte le attività, non solo spirituali, quotidiane? “Con chi sei uscito, come ti sei vestita, qual è il tuo stato di salute etc” sono alcune delle domande imposte agli adepti; si tratta di palesi violazioni della privacy perpetrate impunemente per anni e decenni. Stiamo parlando dei famigerati “schemetti” ideati da Chiara Lubich, che nel 2020 persino il Vaticano ha dichiarato “illegali” (ma solo perché si sovrappongono al sacramento della confessione, il che peraltro rende ancor più l’idea del livello di violazione dell’intimità altrui).

«Quello che colpisce delle testimonianze degli adepti, compresa quella di William – prosegue Masini – è il racconto preciso di un periodo di smarrimento personale, che è stato colto, intercettato, da quella comunità religiosa. Il movimento li ha “accolti” facendoli sentire parte di un gruppo, dando loro un’identità, un ruolo. C’è però da dire che si tratta di una finta identità. Un’identità falsa che non corrispondeva e non corrisponde nemmeno alla realtà di quello che professa la comunità. Io penso – aggiunge lo psichiatra – che in questo abbia sempre avuto buon gioco e che si tratti di una violenza psicologica potentissima».

Come ci si può “difendere”? «La psicoterapia è la strada maestra. Però va considerato anche che intorno alla vittima c’è il vuoto. Non ha più amici, né soldi. Di suo non c’è più nulla, si è spogliato di tutto. È tutto dentro il mondo da cui si vuole separare». Anche la casa in cui vive è dentro la comunità ed è della comunità. «Esattamente. Qui emerge il “progetto” feroce della religione, e di questo tipo di religione in particolare, tutto basato sul sottrarre alla persona, all’individuo, le sue capacità di vivere e di leggere il mondo. Quindi per “liberarsi” si tratta di riconquistare questa sicurezza. Dentro ciascun essere umano – conclude Masini – c’è tutto quello che serve per vivere bene nel mondo e non c’è bisogno di qualcosa che dall’alto ti sostenga o ti valorizzi o ti dia un’identità. Questo vale per tutte le religioni ma in casi come quelli riportati dalle testimonianze di ex focolarini assume dei connotati particolarmente violenti, ci tengo a ribadirlo. C’è il palese tentativo di dimostrare e far credere all’essere umano che senza una forza superiore, una guida dall’alto, non ce la può fare».

Epilogo. Esimio prof. Bruni, disse una volta uno che di inchieste giornalistiche se ne intendeva: «Il problema non è lo specchio ma chi ci sta davanti». Le risparmio il disturbo di cercare su google: la frase è di Enzo Biagi, “vittima” di un epuratore.

Il punto di questa bislacca campagna elettorale

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 26-07-2022 Roma (Italia) Politica Direzione nazionale del Partito Democratico Nella foto Enrico Letta durante l’intervento che ha aperto i lavori 26-07-2022 Rome (Italy) Meeting of the National directory of the Democratic Party In the pic Enrico Letta

Questa legge elettorale è un disastro. Questa cosa va chiarita subito perché non è ben chiara: un partito deve avere almeno il 3% dei voti oppure presentarsi in una coalizione di partiti che ottengono insieme il 10% per eleggere i suoi in Parlamento. Ecco perché ieri Enrico Letta ha parlato di “alleanza elettorale” e non di “coalizione” ed ecco perché ha puntualizzato che gli eletti del Partito Democratico risponderanno al programma del Pd e non a un indefinito programma di coalizione.

Chiarito questo ieri il segretario del Pd ha illustrato la sua strategia: fingersi di centrodestra per prendere i voti del centrodestra e riuscire a battere la destra. Qualcuno dei suoi giustamente ha posto il tema dei voti che così si perderebbero a sinistra (quella che Calenda chiama amichevolmente “frattaglie”) ma il tema non sembra per ora molto sentito. Così sembra davvero probabile (a oggi, ma sono giorni convulsi in cui potrebbe cambiare il quadro) che Letta miri a una coalizione con Fratoianni e Bonelli a sinistra e Calenda a destra, compresi Gelmini e Brunetta e compagnia cantante. Fratoianni e Calenda si faranno la guerra fino all’ultimo ma poi in nome della “responsabilità” potrebbero decidere di andare fino in fondo, questa è la sensazione diffusa. Renzi, per ora, è fuori. Ma nei prossimi giorni ci sarà da preparare le liste e gli animi si scalderanno.

A sinistra Luigi De Magistris, Potere al Popolo e Rifondazione si avvicinano all’assemblea che darà il via a “Unione Popolare”. De Magistris vorrebbe coinvolgere il M5S (i contatti sono continui) ma Potere al Popolo non vede di buon occhio l’ingresso del partito che firmò i decreti sicurezza con Salvini (solo per citare uno dei tanti punti critici). Anche in questo caso la sensazione, a oggi, è che l’alleanza elettorale dovrebbe rimanere così. In attesa degli eventi.

Si fa strada l’ipotesi che il Movimento 5 Stelle corra da solo. L’idea è di far rientrare Di Battista, Raggi e Appendino. Tra le condizioni poste c’è quella di “tornare alle origini” e non allearsi con nessuno.

A destra invece si stanno scornando per la leadership. Giorgia Meloni sa di avere più voti ma teme l’asse Berlusconi-Salvini (immaginatevi tra l’altro lo scorno di essere comandati da una donna). Meloni ha chiesto che si chiarissero le modalità con cui il centrodestra sceglie il presidente del Consiglio. Berlusconi ha risposto senza rispondere. Tra l’altro da quelle parti c’è già profumo di festa e champagne. Ed è una leggerezza che potrebbero pagare cara.

Non male come inizio.

Buon mercoledì.

L’Italia perde il treno della sostenibilità ambientale

Il periodo delle vacanze estive e dei viaggi è ormai arrivato e secondo un’indagine dell’Istituto Demoskopika in Italia si conteranno 343 milioni di presenze e 92 milioni di arrivi. Una moltitudine di turisti che utilizzerà ogni tipo di mezzo di locomozione per muoversi fra le nostre mete turistiche: macchine, aerei, navi, treni. Ma quale tra questi vettori è il più ecologico per affrontare una vacanza sostenibile? Presto detto: secondo un report del 2021 dell’Agenzia europea dell’ambiente (Aea), il treno emette, per passeggero ospitato, quasi cinque volte meno CO2 rispetto al trasporto aereo, 4,3 volte meno rispetto a un’autovettura privata e 2,4 meno volte rispetto agli autobus. Stando al dossier Transport and environment 2020, sempre pubblicato da Aea, nel 2018 i trasporti hanno rappresentato 25% delle emissioni di gas a effetto serra dell’Unione europea. Di questo 25% poco meno di tre quarti è causato dal trasporto su strada, mentre il restante quarto viene diviso tra il trasporto marittimo e aereo con rispettivamente la quota del 14% e del 13% delle emissioni di CO2. Quello su rotaia invece copre solo lo 0,4% del totale della CO2 emessa da tutti i trasporti.

Potenziando la locomotiva ai danni dei restanti mezzi di trasporto, dunque, il guadagno ecologico sarebbe notevole. In questa direzione si sta muovendo già da un anno un Paese europeo a noi vicino, la Francia, che ha presentato e approvato un disegno di legge per abolire alcuni collegamenti aerei sulle rotte domestiche brevi, a favore dei collegamenti ferroviari. Mentre la Spagna rimborserà il 100% dell’importo degli abbonamenti ferroviari relativi a linee controllate dallo Stato acquistati fino a dicembre 2022 e la Germania ha calmierato i prezzi degli abbonamenti per i treni a 9 euro mensili fino ad agosto. Una scelta pragmatica visto i costi dell’energia causati dalle speculazioni e dall’invasione russa ai danni dell’Ucraina e gli evidenti effetti del cambiamento climatico sui territori dell’Unione europea.

E l’Italia? A che punto è in questa transizione verso un trasporto più sostenibile? Per Edoardo Zanchini, curatore per Legambiente di Pendolaria, la storica campagna della associazione ambientalista dedicata ai treni, siamo a un punto di svolta anche grazie ai soldi messi in campo dall’Europa. Nell’ultimo report annuale di Pendolaria si sviscerano gli investimenti proposti.

L’Europa, con il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) e la Terza missione del suo statuto “Infrastrutture per una mobilità sostenibile” impegna risorse pari a circa 26 miliardi di euro nel rafforzamento e nell’ammodernamento della nostra rete ferroviaria. Di questi soldi, 13 miliardi sono destinati all’apertura di nuovi collegamenti ad alta velocità, quasi un miliardo per il potenziamento di alcune linee regionali, 2,4 miliardi per il potenziamento e l’elettrificazione delle linee ferroviarie al Sud e un miliardo per la sperimentazione dei treni ad idrogeno e la sostituzione dei treni diesel con treni ad emissioni zero.

Il problema per Zanchini però non è il futuro, ma il passato. «Tra il 2011 e 2012 c’è stato un taglio del 40% delle risorse per le tratte ferroviarie. Oggi, e parlo soprattutto dei treni intercity e regionali nel sud Italia, i treni sono meno di dieci anni fa. Questo è un grosso problema non solo per i cittadini, ma anche per il turismo di queste zone».

Nel report si denuncia il drammatico divario fra Nord e Sud e isole del nostro Paese (con l’unica eccezione della regione Puglia) in fatto di trasporti su rotaia. Per dare un’idea delle differenze che esistono, le corse dei treni regionali in tutta la Sicilia sono, ogni giorno, 494 contro le 2.150 della Lombardia. Muoversi al Sud con un treno da una città all’altra, su percorsi sia brevi che lunghi, può portare a viaggi di ore, in vagoni carichi come carri bestiame e all’interno di treni vecchi e soggetti a guasti frequenti.

Una condizione di progressivo abbandono che determina gravi conseguenze sull’economia e il turismo. All’interno del report Pendolaria si fanno anche alcuni esempi: la tratta Napoli-Bari che ancora non possiede un collegamento diretto, o la Cosenza-Crotone dove si impiegano 2 ore 39 minuti per percorrere soli 115 chilometri. In Sicilia la situazione pare ancora più critica con solo tre collegamenti al giorno garantiti sulla tratta Ragusa-Palermo con 4 ore e 23 minuti di percorrenza media. È evidente che un qualsiasi turista, anche il più accorto in termini di sostenibilità ambientale, viene scoraggiato da simili difficoltà di movimento. Proprio per questo, la maggior parte dei viaggiatori stranieri prediligono come mete le città d’arte o le regioni come il Veneto, iper collegate con treni, aeroporti e tranvie.

Che impatto potrebbero avere, in questo scenario, gli investimenti del Pnrr, anche nell’ottica di dare una spinta al turismo nel Sud Italia? Secondo Zanchini potrebbero non bastare. «Per valorizzare le ricchezze turistiche del nostro meridione non serve solo colmare il vuoto infrastrutturale, ma serve un’offerta di servizio. Si ragiona sulle ferrovie solo come cantieri e infrastrutture, ma si deve pensare più in grande. Ci vorrebbe un piano ragionato per collegare le varie mete tra loro. Quanti treni mettere, come collegare le stazioni alle spiagge e ai siti archeologici, o aggiungere delle piste ciclabili per facilitare gli spostamenti».

Questa scarsa attenzione nella progettazione denunciata da Zanchini ha portato dal 2009 ad una diminuzione del 47% dei passeggeri dei treni intercity, nonostante l’incremento complessivo dei passeggeri sulle tratte nazionali. Nel frattempo aumentavano invece gli investimenti su strade e autostrade, tanto da intercettare, secondo il Conto nazionale dei trasporti (redatto dal governo, ndr) il 60% del totale speso per le infrastrutture. Nelle regioni meridionali economicamente dissestate i treni intercity e regionali, che sono finanziati in larga parte dallo Stato, hanno infatti finora pagato lo scotto della spending review e di una cultura del mercato che ha reso la gomma e l’alta velocità le uniche pratiche di movimento possibili.

Un’idea sbagliata per Anna Donati, esperta di tutela del territorio e dei sistemi urbani di mobilità: «Esiste tutta una gamma di fruitori dei mezzi su rotaia che si spalma, qualora messa in condizione, su tutte le tipologie di treni esistenti. I nostri cittadini e i nostri turisti per vari motivi possono prediligere la velocità, la convenienza o la bellezza del paesaggio che il viaggio in treno propone. Basterebbe fare delle politiche tariffarie e dei servizi adeguati e automaticamente l’utente si muoverebbe in quella direzione».

Una fotografia di questa situazione ce la possono dare i dati estrapolati dal rapporto Pendolaria, che certificano una sostanziale diminuzione (registrata nel periodo dal 2011 al 2019) dei passeggeri nei treni nelle regioni fuori dalle grandi rotte dell’alta velocità e con redditi procapite inferiori, come la Campania (-43,9%), il Molise (-11%), l’Abruzzo (-19%), la Calabria (quasi -25%) e la Basilicata (-35%). Questo perché, dopo i tagli delle risorse alle regioni per il servizio di trasporto, le aziende che lo erogano hanno deciso di ridurre gli investimenti o rinviarli.

Secondo Anna Donati il nostro Paese non paga solo un ritardo negli investimenti rispetto agli altri Stati europei, ma anche un’arretratezza di pensiero. «In Italia non si è mai superato il concetto di grande opera con un grande investimento e un colossale impatto sulla popolazione. La verità è che queste opere, senza una rete infrastrutturale fatta da tutta una serie di piccoli interventi, sono cattedrali nel deserto».

Kwestan Akram: «Contro noi curdi, ieri le bombe di Saddam Hussein oggi quelle di Erdoğan»

Nonostante siano passati 34 anni da quel massacro, il ricordo è ancora molto vivo nel popolo curdo. Per noi il Nord dell’Iraq si chiama Basur, ed è Kurdistan in tutto e per tutto, curda è la sua popolazione, come la lingua parlata. Durante la dittatura sanguinaria e tirannica di Saddam Hussein, era già capitato di subire attacchi ma il 16 marzo 1988, durante la guerra Iraq-Iran, intorno a mezzogiorno, la cittadina di Halabja, 70mila abitanti, nella provincia di Sulaymaniyya, a circa 15 km dal confine con l’Iran, venne improvvisamente avvolta in un velo verde. I bombardieri iracheni di fabbricazione francese invasero il cielo con un attacco mediante armi chimiche illegali.

Il giorno prima i partigiani dell’Unione patriottica del Kurdistan di Jalal Talabani avevano liberato la città. Abituata alle alterne offensive e controffensive nel conflitto Iraq-Iran che devastavano la regione dal settembre del 1980, la popolazione credette sulle prime che si trattasse di una classica operazione di rappresaglia. Un odore nauseante di mele imputridite riempì Halabja. Al calar della notte le incursioni aeree cessarono e cominciò a piovere. Poiché le truppe irachene avevano distrutto la centrale elettrica, gli abitanti partirono alla ricerca dei loro morti nel fango, alla luce delle torce. L’indomani si trovarono di fronte a uno spettacolo spaventoso: strade lastricate di cadaveri, persone sorprese dalla morte chimica nei loro gesti quotidiani: bambini tenuti per mano dal padre, neonati ancora attaccati al seno materno, gli anziani che pensavano di passare una giornata serena e i malati che speravano di guarire. In poche ore si contarono 5mila morti di cui 3.200 vennero tumulati in una fossa comune perché nessuno poté reclamarli.

La città di Halabja vive ancora oggi con i terribili ricordi di quella tragedia, nel suo territorio e in quello circostante non cresce più un filo di erba, le donne che erano state colpite dai gas non riescono avere più i figli e se possono averne, nascono deformi. Ora la speranza di migliaia dei parenti delle vittime di quella tragedia in particolare e del popolo curdo tutto è che, quanto accaduto non debba più ripetersi. Incontriamo l’attuale sindaca di Halabja, Kwestan Akram, durante un tour di incontri e visite in Italia. Femminista, esponente del Partito dell’Unione patriottica, è figlia di quella città martire.

 Nel 1988 lei aveva 21 anni e conserva un ricordo di quei giorni molto lucido: «Il giorno prima dell’attacco avevo sentito che i partigiani curdi erano entrati in città, ma gli aerei del regime continuavano a circolare sopra di noi. Avevamo in casa un rifugio sotterraneo. Appena si avvertirono i primi bombardamenti, mia madre lasciò il cibo che cucinava, gridò per chiamare noi figli e ci rifugiammo nel sotterraneo. Il giorno dopo ci fu una calma incredibile, l’unico rumore che sentimmo fu quello del trattore del nostro vicino di casa. Mio padre usci, ci caricò sul rimorchio del trattore e ci avviammo verso l’Iran. Durante il viaggio mio padre ci diceva di tenere gli occhi chiusi ma io non ci riuscivo. In quel momento ho visto i morti per le strade e i feriti. Raggiungemmo poi il confine dell’Iran. Dopo l’amnistia dichiarata dal regime, tornammo in Iraq verso le montagne di Qandil. Provammo ad andare a Sulaymaniyya. Al controllo di un checkpoint i soldati iracheni ci trattarono bene, noi pensavamo che tutto fosse finito. Invece ci fecero salire su una macchina e ci portarono nel grande carcere di Sulaymaniyya dove gli uomini e le donne furono separati. Poco tempo dopo fummo trasferiti nel carcere di Kirkuk dove fummo di nuovo divisi e lì ho conosciuto la fame, i bambini morivano per malnutrizione. Dopo mesi venne dichiarata una nuova amnistia e fummo liberati. Uscì anche quello che sarebbe divenuto mio marito e che era stato condannato all’ergastolo».

Qui il racconto di Kwestan Akram si fa doloroso e intenso: «L’anno successivo ci sposammo. Abbiamo avuto una figlia e un figlio, ma purtroppo mio marito morì per una malattia aggravata dalle torture subite. Oggi sono la sindaca di questa città, e sebbene l’uguaglianza possa essere una realtà lontana per molte donne in Iraq, ad Halabja le donne hanno raggiunto i vertici del governo locale. Un cambio radicale che ha segnato quasi una ripartenza nel Kurdistan iracheno, dove gli affari pubblici sono stati a lungo dominati dal potere di una manciata di uomini. Quando si è donna i sacrifici sono molti di più. Quanto alla città, Halabja sta cercando di riprendersi anche dopo la pandemia mondiale che oggi è sotto controllo, ma le difficoltà sono tante, dalla guerra permanente alla mancanza di budget».

La sindaca è estremamente preoccupata di quanto sta accadendo in questi mesi, a partire dall’attacco turco del 18 aprile: «In questi mesi il governo della repubblica turca attacca il Kurdistan dell’Iraq dove la guerriglia curda sta rappresentando una forte resistenza. Abbiamo avuto un incontro e siamo in dialogo con il sindaco di Qandil, città sotto bombardamenti turchi, abbiamo ricevuto notizie relative a nuovi attacchi con armi chimiche. Nessuno vuole che ci sia un Kurdistan, la Turchia, con la scusante del terrorismo, sta occupando e attaccando il Kurdistan iracheno (è di pochi giorni fa l’attacco aereo turco nell’area turistica di Barakh ndr). Ormai sono sempre più convinta che gli unici amici su cui i curdi possono contare sono le nostre montagne che ci proteggono, e che i curdi devono riuscire ad unire le loro forze». Il suo è un appello accorato all’unità mentre si preparano momenti bui, anche se, pensandoci bene, sono stati ben pochi nella storia curda gli sprazzi di luce: «Sappiamo che le grandi potenze del Medio Oriente sono spietate nei confronti delle altre etnie, che saranno massacrate oppure arabizzate o turchizzate, come accaduto per gli antenati dei loro nemici. Dico e scrivo queste parole mentre una brezza fredda mi avvolge le dita e un destino ignoto mi attende. Vivo attraverso i sogni di una terra libera».

L’autrice: Hazal Koyuncuer è attivista, sindacalista Cub e rappresentante della comunità curda milanese

Nelle foto: nel testo Kwestan Akram (frame dell’intervista  a Radio Mir a cura di Fabio Sebastiani e Lucia Vastano) e in apertura donne curde vicino alle rovine di Halabja dopo l’attacco iracheno

La distopia elettorale

Salvini e Meloni ieri non hanno parlato. Hanno capito probabilmente che con un campo di centrosinistra così convulso conviene quasi stare zitti, visto che ogni volta che aprono bocca infilano qualche figura barbina. Silvio Berlusconi, rintanato nel suo berlusconissimo silenzio, fa la conta dell’emorragia di parlamentari che ora lo dipingono come un despota. Del resto non c’è niente di peggio dell’acredine di un servitore che ha trovato un padrone più conveniente.

Dall’altra parte succede di tutto. Gli uomini di centrodestra che ora magicamente verranno rivenduti sul banco del centrosinistra si presentano subito magnificamente. Andrea Cangini (uno dei nuovi idoli del centrosinistra dopo avere mollato Berlusconi) dice: «Carfagna, Brunetta o Gelmini potrebbero essere i candidati premier del centrosinistra». Sembra uno scherzo ma non lo è: il campo largo di Enrico Letta rischia serenamente di essere l’incubatore del prossimo centrodestra. Quando accadrà molti fingeranno di non essersene accorti.

A proposito di candidato presidente del Consiglio, Carlo Calenda (ormai ufficialmente nel campo del Pd) appena arrivato detta già le sue regole e propone Draghi come presidente del Consiglio. Ci sono due piccoli particolari non trascurabili: Draghi non è disponibile (ma per Calenda l’importante è l’effetto che fa, come tutti i populisti che si rispettino) e lo statuto del Pd all’articolo 5 dice: «Il Segretario nazionale rappresenta il partito, ne esprime la leadership elettorale ed istituzionale, l’indirizzo politico sulla base della piattaforma approvata al momento della sua elezione ed è proposto dal partito come candidato all’incarico di presidente del Consiglio dei ministri».

Renzi è sempre più solo. Avrà avuto una nottata difficile leggendo che Di Maio vale più della sua creatura politica. Il leader di Italia viva continua a ripetere “noi corriamo da soli” e intanto bussa a tutte le porte, come un vero e proprio stalker di Enrico Letta. Intanto Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli cominciano ad avere più di un problema con i loro elettori non proprio entusiasti della prospettiva di correre in coalizione con Calenda (che è per la distruzione dello Stato sociale e per le centrali nucleari) e con Brunetta, Gelmini e compagnia. Calenda intanto ieri ha proposto di risolvere il tema dell’immigrazione «aumentando i rimpatri»: un’ottima soluzione di destra (politicamente è la stessa posizione di Meloni e Salvini) tra l’altro inattuabile, come un vero populista.

La cosa più incredibile sono i veti che stanno per cadere. Ne ha fatto un riassunto perfetto il giornalista di Repubblica Matteo Pucciarelli: «Il #vetometro del 25 luglio. Calenda: mai con M5s, rossoverdi e Di Maio. Di Maio: mai con M5s. Rossoverdi: mai con Calenda e Renzi. M5s: non ci vogliono più, cattivi! Pd: tutti insieme tranne che con il M5s. Renzi: candidatemi. La destra naturalmente trema».

Siamo in piena distopia.

Buon martedì.

Omicidio della piccola Diana: perché non è stata richiesta la perizia psichiatrica?

«La morte della piccola Diana ci ha lasciati tutti attoniti, scioccati ed increduli per la “ferocia” del comportamento della madre Alessia, 37 anni. Virgolo la parola ferocia perché in realtà non si può parlare di un gesto efferato o di un omicidio violento a livello di agito fisico. Ma è feroce la lucidità e la freddezza con la quale questa donna ha agito». Con Marzia Fabi, psicologa e psicoterapeuta, coautrice di diversi saggi per la collana di psichiatria e psicoterapia  Bios Psychè de L’Asino d’oro edizioni, torniamo a parlare del caso di Milano. Per tentare di capire.

È un omicidio molto diverso dagli altri figlicidi accaduti in Italia negli ultimi decenni» aggiunge Fabi. «Penso al delitto di Cogne oppure alla mamma che anni fa aveva messo la bambina nella lavatrice. Quello che è avvenuto la scorsa settimana – lasciare sola in casa per 6 giorni una bimba di 18 mesi, sola, senza cibo (se non con un biberon di latte accanto) per raggiungere il compagno a Bergamo – è di gran lunga molto più grave a livello psicopatologico e più inquietante a livello umano, anche di molti casi che più hanno scosso l’opinione pubblica negli ultimi anni».  

Non a caso questo fatto, a distanza di diversi giorni, è ancora molto presente sulle pagine dei principali giornali e, dice Fabi: è difficile districarsi tra i numerosi articoli di giornale pieni di notizie e di ipotesi tra le più varie. «Difficile è ancora farsi un’idea chiara su chi sia Alessia Pifferi o anche tentare di delineare un profilo psicologico di questa donna descritta come schiva, irascibile, bugiarda, solitaria, da tre anni disoccupata. Quello che secondo me è stato riportato in maniera molto chiara sono, invece, le dichiarazioni della madre nell’ambito dell’interrogatorio avvenuto in carcere. Sicuramente la frase che colpisce di più è: “Sapevo che poteva andare così” cioè la donna sapeva che sarebbe potuta accadere qualsiasi cosa lasciando Diana sola: poteva cadere dal lettino, poteva avere sete, fame, poteva sentirsi male, poteva avere il terrore di ritrovarsi sola giorno e notte, poteva piangere a squarciagola senza che ci fosse nessuno ad ascoltarla…poteva morire!!! E alla donna non è servito neanche questo pensiero per non andare, per fermarsi lì con sua figlia. Ha chiuso la porta ed è andata via, dal suo compagno con il quale voleva a tutti costi portare avanti una relazione già difficile».

E, da quanto raccontato dalla donna stessa durante l’interrogatorio, negli ultimi week end di giugno e di luglio, l’aveva  sempre lasciata sola per due/tre giorni… raccontando a tutti tante, troppe bugie, alla madre, alla sorella, al compagno da cui si recava. «Avrebbe potuto lasciarla davvero a qualcuno ma aveva paura del giudizio, del compagno e della sorella». Un’altra cosa che ci colpisce è anche come i suoi familiari e il compagno non si siano mai stupiti quantomeno del fatto che, lasciare tutti i week end una bambina di 18 mesi con qualcun altro (secondo quanto lei raccontava) può sembrare quantomeno prematuro e forse eccessivo. A quell’età, come chiunque sa, i bambini sono ancora molto piccoli per stare troppo lontani dalla mamma, troppo spesso.

«Tornando alla frase  “sapevo che poteva succedere”,  a livello umano, ma anche psicologico e psichiatrico, è una frase agghiacciante che ci deve far pensare» osserva la psicologa e psicoterapeuta. «Dietro questa lucidità – riconosciuta anche dal gip – si nasconde un orrore che rende questo caso diverso da tanti altri. L’orrore di una freddezza emotiva, di una assenza di emozioni, di assenza di preoccupazione e, soprattutto di rapporto con la realtà. La realtà di una bambina di 18 mesi che dipende totalmente dalla madre. Lei è andata via  pur sapendo che avrebbe rischiato di farla morire». La madre si è assunta consapevolmente questo rischio perché? Non le importava? Voleva che Diana morisse? «Quello che sappiamo è che tutti i gesti fatti dalla madre sono stati dettati da lucidità e consapevolezza, la lucidità che le viene imputata dal giudice: omicidio volontario aggravato da futili motivi». Tutto ciò, prosegue Marzia Fabi, rende il quadro in cui è maturata la morte di Diana diverso per esempio da quello in cui un genitore “dimentica” il bambino in auto sotto il sole.

«Quanti casi abbiamo sentito di questo genere? Il genitore scende dall’auto e non “ricorda” che sul sedile posteriore, nel seggiolino c’è suo figlio. Anche qui usiamo le virgolette perché in realtà non è una dimenticanza ma un sintomo gravissimo di malattia, una pulsione di annullamento che scatta, in maniera del tutto inconsapevole solo in persone con una determinata realtà psichica. La persona non “vede” più il bambino come se lì non ci fosse e non ci fosse mai stato. La pulsione di annullamento, teorizzata dallo psichiatra Massimo Fagioli già 50 anni fa nel libro Istinto di morte e conoscenza, fa sparire l’altro e il rapporto con l’altro». Di cosa si tratta? È una pulsione inconscia che, potremmo dire, arriva ad intaccare la coscienza per cui il genitore non “sa” più che con lui c’è il bambino».

Di conseguenza lo lascia in macchina e va a lavorare, va a fare le sue cose e quando torna, dopo ore, lo trova morto e improvvisamente realizza quello che è successo. «Questi genitori, poi, sono disperati – precisa Fabi – perché si rendono conto di aver avuto una sorta di black out: il bambino sparisce, non esiste più nella loro mente. Mentre nel caso di Milano la bambina c’è. La madre racconta che Diana è da sua sorella al mare, è perfettamente lucida, c’è un’intenzione di lasciarla a casa da sola, sapendo perfettamente cosa sta facendo o comunque sapendo di andare incontro a questo rischio».

L’altra cosa che colpisce nei racconti riportati dai giornali è che lei dice di non essersi accorta di essere incinta, se ne è accorta solo quando ha partorito, in casa del compagno, in bagno! Come è possibile? «O è una bugia oppure è vero – dice Fabi -. Se davvero non se ne è accorta (e non se ne è accorto nessuno intorno a lei) sarebbe una sorta di annullamento della gravidanza simile a quello fatto da chi abbandona il bambino in auto? Ma poi dal momento in cui la bambina nasce, stando a quello che riportano i giornali, lei ha sempre cercato di far finta che la figlia non esistesse…». E il compagno? Possibile che anche lui non si sia accorto che la donna era incinta?

Su alcuni giornali si è parlato di un forte stato depressivo, lei cosa ne pensa?

«In base agli elementi che emergono dico con certezza che non si tratta di depressione, assolutamente, ma di un quadro clinico molto diverso e più grave. Ed è difficile fare un’ipotesi diagnostica e forse è anche fuori luogo in questo contesto. Questi sono discorsi e confronti da fare tra colleghi non sui giornali. Anche perché non conosciamo direttamente la signora e la sua storia». Forse nelle prossime settimane emergeranno altri elementi su cui poter discutere. «Ho letto però un articolo molto interessante – prosegue Fabi – in cui la ginecologa Alessandra Kustermann, che lavora da anni in un centro antiviolenza, parla di “impermeabilità emotiva”. Mi ha colpito molto questa definizione. Noi psicoterapeuti fagioliani, parliamo di anaffettività, di freddezza, di lucidità razionale, calcolatrice, dietro cui si cela il totale disinteresse per le sorti della  bambina; dove prevale solo la necessità di soddisfare le sue esigenze o i suoi bisogni. E dentro questa anaffettività, in questa intenzionalità esplicita di “cercare di far finta che la bambina non esista” (come lei stessa ha dichiarato), possiamo dire che c’è in fondo la volontà di liberarsene? Di lasciarla morire. Questa per noi psicoterapeuti è chiaramente e palesemente malattia mentale». Ma il giudice non ha richiesto la perizia psichiatrica. «Dobbiamo chiederci perché, questa cosa è inquietante».

Possiamo pensare che un bambino piccolo possa resistere un giorno da solo? «Certo che no ma neanche un’ora. Non esiste! Non è una cosa “normale, sana”, non si lascia un bambino solo neanche per cinque minuti. Non è possibile che un giudice pensi che questo sia normale. Che vorrebbe dire? Che tutte le donne potrebbero avere rapporti simili con i bambini? Mettere davanti al neonato altre priorità…con il rischio che muoia? Questa non è sanità mentale, anche se la signora appare capace di intendere e di volere. C’è qualcos’altro dietro la razionalità, ci deve essere un amore, un affetto, un interesse profondo e se non c’è, è malattia, malattia della mente non cosciente, il cui sintomo più grave è proprio l’impermeabilità emotiva descritta dalla ginecologa Kusterman parlando di queste madri che, sembrando normali nei comportamenti quotidiani, non vengono segnalate ai servizi territoriali o comunque non arrivano a chiedere aiuto. E questa anaffettività è ciò che l’ha portata a lasciare che la figlia morisse di stenti».

In altri casi di figlicidi, quello che è emerso dalle cronache dei giornali era l’angoscia, un delirio più o meno franco, l’odio, la rabbia del genitore omicida. «Qui – torno a dire – non sembra esserci nessuna emozione. Chi l’ha interrogata ha riferito che la donna non ha pianto, non si è angosciata, non ha avuto reazioni. L’ha lasciata morire senza toccarla, senza “sporcarsi le mani”, a testimonianza, forse, di un’assenza totale di coinvolgimento sia fisico che psichico. E qui mi chiedo – conclude Fabi-,ho letto sui giornali le dichiarazioni di vicini, ho ascoltato la loro angoscia e il senso di colpa che dicono di provare per “non essersi accorti” di nulla. Ma il compagno, la sorella, la madre, il pediatra della bambina o chi, ad esempio le ha dato il flacone di Benzodiazepine (potente ansiolitico che necessita di prescrizione medica), possibile che non abbia avuto un po’ di amore in più per rendersi conto che questa donna non stava bene e andava aiutata? Credo e ribadisco che una perizia psichiatrica andrebbe assolutamente chiesta».

Cristina Zavalloni: «Mi sono immersa nella melodia di Nino Rota, poesia pura»

L’arte cinematografica, fin dai suoi esordi, ha esercitato un grande fascino su artisti e compositori e così è stato per Nino Rota che, a dispetto della sua solida formazione accademica, si è pienamente espresso nella composizione di colonne sonore, collaborando con alcuni dei più grandi registi contemporanei nella realizzazione di veri e propri capolavori del cinema, in particolare con Federico Fellini e Francis Ford Coppola. Grazie alla sua apparente semplicità e alla grande vena melodica, la musica di Rota ha ispirato, e continua a farlo, tanti musicisti dalle estrazioni più disparate, sia in Italia che all’estero. Tra coloro che hanno dedicato al compositore un intero album ricordiamo Enrico Pieranunzi, Fabrizio Bosso con la London Symphony Orchestra, Salvatore Bonafede, Gianluca Petrella, Richard Galliano, Ekkehard Wölk, i Sex Mob e gli Avion Travel. A questa produzione discografica, da qualche mese, si è aggiunto il bel lavoro di Cristina Zavalloni & ClaraEnsemble, Parlami di me – Le canzoni di Nino Rota, prodotto da Egea Records. Cantante e compositrice bolognese, Zavalloni è un’artista affermata a livello internazionale che si è espressa nella danza, nel grande teatro contemporaneo, nella pura sperimentazione e nel jazz. Per oltre venti anni ha ispirato il compositore olandese Louis Andriessen e si è dedicata con amore ai repertori di Berio, Schönberg e Poulenc. In questo ultimo cd, realizzato insieme ai ClaraEnsemble, Cristina ha scelto il colore e i brani che lo compongono mentre Cristiano Arcelli ne ha scritto gli arrangiamenti.

Cristina Zavalloni, cosa ti ha spinto a dedicarti a questo lavoro? Condividi l’affermazione che la musica di Rota sia “non catalogabile”, ragion per cui sarebbe un autore sempre attuale?
Meno male che non possiamo incasellare alcuni musicisti: Rota è talmente “non catalogabile” che io non ci avevo mai pensato, a un certo punto mi è risuonata una fascinazione per una musica semplicemente bella. Se poi vogliamo fare un’analisi razionale e ci chiediamo il perché di questa bellezza oggettiva, possiamo dire che la ragione si trova nella felicità della sua intuizione melodica, poesia pura direi, accompagnata come nel nostro caso, da testi geniali che vanno dritti al cuore, mai banali, che infatti sono il frutto della penna di grandi menti. Più le menti sono grandi, io penso, e più riescono a mettersi al servizio della semplicità più assoluta. Il segreto di una bella canzone che resta immutato nel tempo risiede in poche note felici e poche parole che toccano il cuore, che la rendono di conseguenza facilmente traducibile in moltissime lingue, che diventa un ponte tra le diverse culture, come è successo per Rota. Andando più in profondità nell’analisi musicale, si può dire che ci troviamo davanti a un vero compositore che ha una grande scuola alle spalle, con basi accademiche profonde ma anche con tanto mestiere.

Possiamo dire che Rota sia stato un musicista che ha introdotto molte novità nelle sue orchestrazioni in ambito cinematografico, soprattutto nelle timbriche e tipologie strumentali, come chi è avanti rispetto ai suoi tempi?
Sì, certamente, è stato uno dei primi compositori a portare tutta questa sapienza classica, accademica, al servizio di un’arte popolarissima. Direi una persona risolta, che non aveva bisogno di dimostrare niente. Non si sentiva certo depauperato nel mettersi al servizio dell’immagine, non ha avuto un ego che interferisse ed è stato forse questo il segreto del lungo rapporto con il grande Federico Fellini, che in quanto ad ego…

Il mio amico magico, come amava dire Fellini…
Sì (ride) Nino Rota, l’amico magico, come tra l’altro è intitolato l’omaggio degli Avion Travel a Rota, uno dei miei riferimenti nella preparazione di questo lavoro.

Ascoltando il tuo disco, stupisce il passo lieve che conduce, un movimento rispettoso e onesto, sobrio.
Mi sono tenuta un passo indietro? In effetti l’ho sentito molto naturale, così come quando mi rapporto, come interprete, alla musica di un grande compositore, vivente o no, a differenza di quando sono leader di un mio progetto jazz, terreno in cui mi do carta bianca. In questi casi mi sbizzarrisco a introdurre colori diversi, anche teatrali ed emotivi. Ma negli ultimi tre lavori discografici realizzati a partire dal 2020, un periodo speciale e molto raccolto per tutta l’umanità, si può dire che il mio atteggiamento sia stato lo stesso. Parlo di For the Living con Jan Bang, Parlami di me dedicato a Rota e di PopOFF!, il lavoro con Paolo Fresu dedicato alle canzoni dello Zecchino d’Oro. Tre lavori in ambiti molto diversi in cui ho cantato mettendomi al servizio della musica di altri, con la stessa onestà espressiva. E mantengo questo atteggiamento sacrale anche nel mio brano “Prova tu”, perché questo è il mio tempo, più intimo che estroverso.

Il brano “Prova tu” è l’unica composizione originale contenuta nell’omaggio a Rota. Molto intenso e ispirato, si mescola con gli altri brani senza soluzione di continuità, sia per ricerca melodica che per poesia, affiancandosi a testi come quelli di Lina Wertmüller, Elsa Morante, Antonio Amurri, Michele Galdieri.
Senza falsa modestia o finta umiltà, sono d’accordo. Non che sia un capolavoro, ma sento anch’io questa fusione di tutto il lavoro, il mio rapporto con la scrittura è sempre stato buono, ma questo parto è stato proprio naturale e felice, tanto che sono tornata a casa da una breve passeggiata scoprendo di aver scritto un ottimo brano.

Ti sei fatta delle domande?
Certo, e ho trovate le risposte nella semplicità del contesto in cui mi andavo a inserire, questa chiarezza melodica, armonica e testuale in cui ero immersa. Forse una delle difficoltà in cui invece ci troviamo oggi noi musicisti jazz o di musica contemporanea è di vivere una fase di frammentazione, non essendoci una direzione, una comunità di riferimento o una grande scuola. Pensiamo agli artisti fiamminghi o ai movimenti artistici dell’Ottocento; quando ci sono le grandi scuole è più facile che si affermi il grande genio, che non viene mai dal nulla ma che si situa nel solco di una scuola di pensiero, dalla quale prende stimolo e dalla quale si separa criticamente.

In assenza di un simile contesto tutto diventa più difficile?
Sì, perché l’essere umano ha bisogno di sentirsi parte di un tutto. Per ritornare a “Prova tu”, avevo molto chiaro il contesto in cui dovevo collocare il mio brano, una musica tanto bella e così ben congegnata da farmi sentire guidata. Mi sono lasciata andare, sfruttando la corrente e non cercando di contrastarla, risalendo il fiume come il salmone.

La tua è una ricerca sull’identità umana prima che artistica? Come se gli stili o i progetti che crei per poterti esprimere partissero da un nucleo originario di cui ti prendi cura e che difendi?
Sì, certo, e la cura e la difesa di noi donne non finirà mai. Forse oggi sento addosso il peso di un vissuto passato a dover dimostrare, convincere che ciò che facevo non era una scelta, ma l’unica possibilità di essere. Il trascorrere del tempo, poi, ha rafforzato la mia identità umana e artistica e non mi sfiorano più questi pensieri, ma a vent’anni, alle audizioni, sentirsi dire spesso “tu non riuscirai, non sei la moglie di Berio” richiedeva tanta resistenza. E poi Cathy Berberian, la moglie di Berio, è stata il faro della mia vita… Non è stato facile, ogni tanto mi sono dovuta fermare a riflettere, mi sono messa in ascolto e ho capito che quella ero io, sono io, con quel modo curioso di incedere ma sempre onesta, con la mia anima che a volte può essere dolente (e allora ho realizzato un disco come For the Living), ma che è stata per anni anche esplosiva e quindi ha dato vita a sperimentazioni estreme, oppure come in questa fase della vita in cui mi sento più pacificata, mi scopro felice a cantare belle canzoni in italiano. Non riesco ad ascoltare niente che non sia nella mia lingua, non mi interessa nessun mascheramento, niente che non mi parli di quello che sono e dove sono. Forse la maternità ha cambiato le mie esigenze, ma non la libertà dell’espressione artistica.

Come si realizza nelle scelte artistiche questa libertà?
Io vado avanti dritta, se sento che una cosa è giusta non mi fermo davanti a niente. E perché sia giusta mi deve emozionare, la devo sentire nel profondo, qualcosa mi deve commuovere perché io accetti un lavoro. In caso contrario sarei un disastro, non riuscirei.

Interpreti, componi musica, sei autrice di testi, improvvisi, qual è il peso della scrittura in tutto ciò e come hai vissuto la formazione teorica fatta a suo tempo?
Il peso della scrittura è enorme per me, soprattutto oggi. Ho studiato composizione ed è stato un percorso bellissimo, poi mi sono fermata, ho lasciato il conservatorio perché mi si è aperta la possibilità di fare esperienza sul campo con Andriessen e non era un treno che potevo perdere e quindi sono partita.

Un lungo sodalizio artistico quello con il compositore olandese Louis Andriessen, che ha scritto per te dei veri capolavori.
Si, ho lavorato per più di venti anni con uno dei più grandi maestri, sono stata la sua musa, come lui mi diceva, che è una cosa molto lusinghiera ma la verità è che, come musa, sono stata un po’ una schiava, di lusso, ma una schiava. Sì, perché ero totalmente al servizio della sua creatività, del suo estro. Riuscivo a liberarmi dalla sua gabbia di platino proprio attraverso i miei progetti di musica jazz che mi proiettavano in una dimensione diametralmente opposta. La gabbia non era solo interpretativa, dell’esecutore di musica classica, ma anche data dalla particolare vocalità che mi richiedeva e che mi costringeva a un colore solo. Dopo qualche anno dalla nascita di mia figlia è stato chiaro a tutti e due, d’amore e d’accordo, che il nostro rapporto sarebbe diventato altro, una grande trasformazione che richiedeva una fase nuova. Ritengo comunque di aver avuto una fortuna sfacciata per aver potuto vivere questa enorme esperienza.

Non più un colore solo della voce, ma la libertà di poter cercare, di volta in volta, dentro di sé.
Ora non ho più bisogno di urlare per farmi sentire o di agitarmi per farmi vedere. Sono cambiate le mie motivazioni del fare musica e viene fuori quello che c’è, quando c’è… è tutto più naturale. Lavoro tantissimo sul respiro, cerco il fluire libero e mi godo anche il silenzio.

Cosa ci racconti del nuovo duo con il tubista Michel Godard?
Stiamo lavorando ad un nuovo disco che sarà pubblicato con calma. Il nostro rapporto è emblematico, ci siamo conosciuti quando avevo diciotto anni ed è stato il primo ospite del mio primo disco di jazz. Ci siamo frequentati e poi persi negli anni, poi un incontro di una sera e una improvvisazione insieme… dapprima mi sono schernita ma poi lui ha insistito e da quel momento il filo si è tenuto ben saldo. Ho capito che sto bene solo quando improvviso in totale libertà, dire “free” non vuole dire niente di questi tempi se non un esercizio di stile, mi riferisco alla libertà da qualsiasi costrizione armonica, che è invece la prerogativa di tanto jazz. Insegno ai miei studenti tutte le regole per poter improvvisare jazz ma poi io la pratico fuori da ogni schema, come ricerca di un colore, di un’espressività teatrale, di effetti. L’improvvisazione per me è l’estemporaneità del vissuto sul palco, è l’avventura con gli altri musicisti con cui ci si intende al volo, è riuscire a stupire con qualcosa di insolito, non programmato. Con Michel ci vogliamo bene, sai è una cosa seria volersi bene e se non sento questa cosa qui io non riesco a fare più la musica, anzi non mi interessa più farla. In poche parole… ci deve essere amore.

In apertura Cristina Zavalloni nella foto di Marcella Fierro. Nel testo la cover dell’album

In tour

5 agosto: Cristina Zavalloni “For the Living + Eivind Aarset” (Valsamoggia) https://www.frb.valsamoggia.bo.it/cortichiesecortili/eventi/ccc36-18/

6 settembre: Cristina Zavalloni – Manuel Magrini “Parlami di me”(Legnago)

 

Dei punti da cui partire

Anche io come molti altri – Fabrizio Barca l’ha spiegato benissimo in un’intervista ieri su La Stampa – sono rimasto più che disorientato nel vedere che la campagna elettorale di quel campo che dovrebbe essere il centrosinistra sia partita dalla cosiddetta “agenda Draghi”. Al di là del fatto che usare l’agenda di un governo tecnico come bussola politica è una cretinata enorme sono abbastanza vecchio per ricordare che con l’agenda Monti finì male, malissimo.

Quando poi ho cominciato a vedere i nuovi ingressi nel “campo largo” ho avuto ancora più dubbi: l’agenda Draghi ha tutta l’aria di essere un perimetro politico, ovviamente spostato a destra. Anche perché per l’ennesima volta assisteremo alla truffa del “voto utile”, del “meno peggio”, e della “destra da battere” con cui poi questi hanno governato per tutti questi anni.

C’è un documento, che è di un’associazione quindi non ne avranno male i partiti, che mentre tutti parlano di alleanze mette nero su bianco un’idea che forse sarebbe la pena percorrere. L’ha scritto la rete di attivisti Up – Su la testa!:

«Una delle più strane crisi di governo che si sia mai vista, apertasi nonostante la maggioranza bulgara di cui godeva il governo Draghi in Parlamento, si è chiusa col colpo di grazia finale delle destre di governo. Si tornerà alle urne dunque, le cittadine e i cittadini italiani sono chiamati al voto il prossimo 25 settembre.

Draghi e una parte dell’establishment hanno provato a spaccare sia la destra sia il centrosinistra per costruire un blocco di centro neoliberista che portasse avanti l’agenda del governo (privatizzazioni, smantellamento del reddito di cittadinanza, riforma fiscale a vantaggio dei redditi alti, politica di riarmo, investimento sulle fonti fossili) anche dopo le elezioni.

La destra, come sempre accade quando c’è l’obiettivo della conquista del potere, si è mantenuta unita ed è ora in pole position verso le elezioni. Il centrosinistra, invece, si è diviso, con il Pd che ha deciso di rompere con il Movimento Cinque Stelle e di presentarsi alle elezioni come l’erede della continuità con “l’agenda Draghi”, magari abbracciando il centro liberista di Renzi, Calenda, del neo arrivato Di Maio e addirittura dei fuoriusciti da Forza Italia come Mariastella Gelmini e Renato Brunetta, tra i principali responsabili dello smantellamento della scuola e dell’università pubblica e dei diritti di lavoratori e lavoratrici dei servizi pubblici.

Il rischio è che le elezioni di settembre si riducano allo scontro tra una destra reazionaria, razzista e omofoba, guidata da Giorgia Meloni, e un centro liberista e tecnocratico guidato da Enrico Letta, se non da Draghi stesso. Un quadro che porterebbe con ogni probabilità all’insediamento di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi: il ritorno della stessa destra berlusconiana di sempre, che già troppi danni ha fatto al nostro paese, per di più ora guidata da una persona e da un partito eredi diretti del fascismo ed espressione della destra più radicale e pericolosa.

La scelta del Pd di rincorrere Draghi rischia di regalare tutti i collegi uninominali alla destra: l’unico modo per impedire questo scenario, dati alla mano, è che il blocco centrista non sia l’unico ad opporsi alla destra ottenendo un risultato significativo.

In questo scenario di campagna elettorale scomparirebbero completamente — o peggio ancora verrebbero assorbite da una destra che in campagna elettorale è sempre pronta a definirsi “sociale” — le questioni che stanno a cuore alla maggioranza degli italiani: salari insufficienti a reggere l’aumento dell’inflazione, un sistema di welfare sotto attacco, la povertà energetica crescente, il riscaldamento globale che minaccia la stessa esistenza della nostra specie.

Eppure non partiamo da zero: questi anni hanno visto emergere nella società proposte utili e unificanti: un salario minimo che assicuri una retribuzione dignitosa a tutti i lavoratori; la difesa e il potenziamento del reddito di cittadinanza come strumento di lotta alla povertà e di liberazione dal ricatto del lavoro sottopagato; una transizione ecologica giusta che metta al centro le energie rinnovabili e la trasformazione della nostra economia, facendone pagare i costi a chi inquina. Chi porterà avanti questi temi? Due liste di sinistra contrapposte? Il Movimento Cinque Stelle?

Le forze politiche che condividono queste proposte hanno la responsabilità di portarle avanti, e di costruire a partire da esse un fronte comune di alternativa, come avviene del resto in tutti i paesi europei.

Ci rivolgiamo alla alleanza tra Sinistra Italiana e Verdi, al Movimento Cinque Stelle, all’Unione Popolare lanciata da Luigi De Magistris a tutte le forze di sinistra, civiche, ecologiste: serve un’alleanza per il salario minimo, un vero reddito di cittadinanza, la pace, il disarmo e la transizione ecologica: un’alleanza per la pace, il pane, il pianeta.

Una proposta politica che abbia l’ambizione di rappresentare la maggioranza delle persone alle prossime elezioni, e che poi in Parlamento si misuri alla luce del sole con la capacità di costruire accordi programmatici chiari per avere finalmente un governo che lavori nell’interesse della maggioranza sociale del Paese.

In questi giorni abbiamo sentito parlare troppo a sproposito di “responsabilità”, come fattore che avrebbe dovuto unire tutti intorno all’agenda Draghi.

Crediamo invece che la responsabilità di tutti e tutte, oggi, sia di rivolgersi alla maggioranza delle persone, prendersi carico dei temi che stanno loro a cuore e farne proposta politica e di governo. Non c’è alternativa al discredito della politica, all’astensione, al rifugiarsi nella peggiore destra da parte delle classi popolari, se non in una politica che metta al centro gli interessi concreti delle persone. Salario, reddito, clima, pace: ripartiamo da qui».

Non sembra così difficile.

Buon lunedì.

Nella foto dalla pagina fb di Up-Su la testa, sciopero del 16 dicembre 2021

Figlicidio, perché “lucidità” non può mai essere sinonimo di “normalità”

In vent’anni – dal “delitto di Cogne”, 30 gennaio 2002 – oltre 480 bambini in Italia sono stati uccisi dai genitori, in sei casi su dieci dalla madre. In pratica mediamente due volte al mese le cronache ci riportano la notizia agghiacciante di un figlicidio. Tra giugno e luglio questo andamento sembra essere stato tristemente rispettato. Non si era ancora spento l’eco della morte della piccola Elena Del Pozzo assassinata a Catania dalla madre, Martina Patti, che da Milano è arrivata la notizia della morte di Diana una bimba di appena 16 mesi abbandonata da sola per 6 giorni dalla madre, Alessia Pifferi.

Diana probabilmente è morta di sete ma mentre scriviamo c’è attesa per gli esami tossicologici sul sangue della piccola e sui residui di latte nel biberon. Si vuole capire se sia stata sedata per evitare che piangesse e se l’eventuale dose di benzodiazepine abbia in qualche modo inciso sul decesso. Si fa molta fatica a scrivere queste cose ma è necessario farlo perché come tutti vogliamo capire quali possono essere le cause di azioni così efferate e cosa può e deve fare la società per arginare o prevenire tragedie del genere. Per orientarci abbiamo rivolto alcune domande alla psichiatra e psicoterapeuta Barbara Pelletti (nella foto), presidente dell’associazione Cassandra impegnata nella difesa delle vittime di violenza e stalking. 

Dottoressa Pelletti quali riflessioni si possono ricavare da quello che riportano i giornali in questi giorni sul caso di Milano? Colpiscono alcune delle frasi della madre: «Sono una buona mamma, non sono una delinquente»; «Sapevo che poteva andare così»…
Una prima riflessione che si può fare è che la “matrice” di quello che è successo non è sicuramente rara – sto parlando dell’anaffettività, ed è questo il problema centrale – mentre casi simili a questo di Diana, così atroci, sono davvero rari. Negli ultimi anni ne sono accaduti alcuni negli Stati Uniti, in Giappone, e speriamo che restino così rari. Leggendo le frasi che la madre avrebbe pronunciato dopo l’arresto, la prima cosa che balza agli occhi è la contraddizione tra l’affermazione di essere “una buona madre” e il fatto di essere consapevole che il suo comportamento avrebbe potuto provocare la morte della bimba. Questo dovrebbe far pensare a chiunque che c’è una dissociazione, che manca completamente il rapporto con la realtà.

Secondo lei è corretto parlare di “premeditazione” come si legge nel capo d’imputazione?
La procura dovrebbe aver ipotizzato il reato di omicidio volontario pluriaggravato con premeditazione, per futili motivi. Da un certo punto di vista sono d’accordo, c’è premeditazione. Lo afferma lei stessa dicendo di essere stata consapevole che abbandonando sola in casa la figlia questa sarebbe potuta morire di stenti. Qui la donna sta dicendo la verità perché chiunque sa che una bimba così piccola non avrebbe potuto resistere. Ma c’è un confine sottile tra la premeditazione – cioè un pensiero cosciente – e quello che è stato notato su un articolo del quotidiano Avvenire.

Vale a dire?
Che questa donna si è comportata sempre come se la bambina non fosse mai esistita. E precisamente questo è l’effetto della “pulsione di annullamento” teorizzata da Massimo Fagioli, al tempo stesso origine e conseguenza della anaffettività in una sorta di circolo vizioso. 

C’è chi ha scritto che parlare di “anaffettività totale” è un generoso alibi.
Ecco, su questo dissento. Il punto è che nella maggior parte dei casi – compreso quello recentissimo di Catania – emergono motivazioni coscienti, ovviamente agghiaccianti, che fanno pensare alla vendetta. Questo caso è diverso. Quando il gip parla di “Premeditazione per futili motivi” per la moderna psichiatria questo “significa” assenza di rapporto con la realtà, fatuità, anaffettività. Tutto ciò si ricava dalla ripetitività dei comportamenti di abbandono da parte della donna come pure dalle sue parole pubblicate su tanti giornali praticamente allo stesso modo. Quindi verosimilmente si tratta di virgolettati corretti.

Il gip ha parlato di “lucidità” della mamma di Diana nel compiere le azioni che hanno portato alla sua morte, e per questo ha deciso che non dovesse essere eseguita una perizia psichiatrica. Cosa si può dire su questo?
La freddezza che ha colto il gip corrisponde a quella che è stata riferita da tutti i conoscenti intervistati in questi giorni. “Non giocava mai con la bimba”, “la teneva sempre nel passeggino” e altre cose. Ma qui mi chiedo: Come fanno a stare insieme la lucidità – cioè l’assenza di disturbo del pensiero – e un’affermazione palesemente in contrasto? Dovrebbe venire quanto meno un sospetto…

Come se ne esce da questo loop?
Bisogna fare un passo avanti e considerare che questo elemento di freddezza emerge sempre in omicidi del genere, che ovviamente sconvolgono tutti. Alla radice di questi fatti, occorre ribadirlo, c’è sempre l’anaffettività e cioè la malattia mentale. Non si può pensare che uccidere un bambino con freddezza non sia malattia mentale e che ci sia la malattia solo laddove per es. il delitto avviene con un certo impeto. Quando si arriva a uccidere un bambino dietro c’è sempre una grave patologia mentale. La freddezza non deve essere considerata prova del contrario, cioè di sanità. Non è solo la moderna psichiatria ad affermarlo e ad averlo dimostrato sulla base della Teoria della nascita di Fagioli. Va recuperata la storia della psichiatria che considerava l’anaffettività la base delle psicosi più gravi.

Anche sui giornali è stato scritto che Alessia Pifferi non soffriva di problemi psichici.
Ma questo chi lo dice? Proprio in base a quello che riportano i giornali sappiamo che c’erano tanti segni di patologia. Evidentemente anche nei media prevale l’idea che la freddezza totale – e in questo caso lo è – escluda la malattia mentale e che questa sia presente solo negli affetti manifestamente violenti. Questa idea va ribaltata. Va ribaltata la convinzione che la freddezza sia “normalità”. E questo spiega anche perché solo a posteriori ci si allarma, solo a tragedia già avvenuta. Perché a livello di cultura dominante la freddezza non è considerata malattia e solo quando la violenza è manifesta si pensa a un problema psichico. Va peraltro detto che la percezione dell’opinione pubblica è diversa da quella proposta dai mezzi di informazione o del giudice. Basta leggere i commenti sui social. Che ci sia malattia mentale in casi del genere è evidente a tanti. 

Forse uno degli elementi più inquietanti è che probabilmente l’aveva già lasciata sola altre volte…
Ecco, a questo proposito mi ha colpito un articolo in cui si scrive giustamente che  bisogna aspettare l’autopsia per capire realmente come è morta la bimba. Si ipotizza che sia morta di stenti, ma visto che accanto a lei c’era una boccetta di sedativo è doveroso approfondire. Questo mi porta a ribadire che dietro l’intenzionalità cosciente c’è una intenzionalità non cosciente di eliminare questa bambina. E questa è l’anaffettività. 

La madre, i vicini, la sorella, il compagno, l’ex marito che vive nello stesso palazzo… possibile che nessuno si sia accorto di questi abbandoni ripetuti e della gravità di quello che stava accadendo?
Oltre a quello che abbiamo già detto, una donna che partorisce in casa, che , come riferiscono molti giornali, non si accorge di essere incinta fino al settimo mese di gravidanza, oggi come oggi è impensabile. Anche questo è inquietante e sintomatico di assenza di rapporto con la realtà e dunque di malattia. Spero che casi come questo almeno “servano” per alzare il livello di attenzione diffusa nella società.

Sì ma come è possibile che nessuno abbia mai colto i problemi di questa donna? Certamente non sono emersi all’improvviso. C’è modo di prevenire fatti del genere?
Va detto che l’Italia da questo punto di vista è ancora molto indietro. Ci sono Paesi europei che affidano una nurse alla donna che ha partorito, fornendo per giorni o settimane un servizio di assistenza a carico dello Stato. Qui da noi ancora non si accetta l’idea che l’istinto materno non esiste e che la maternità, la nascita di un figlio per l’essere umano, sia una situazione complessa sulla quale va alzato il livello massimo di attenzione sia nei confronti della madre che del contesto familiare e sociale. Dobbiamo aspettare che casi del genere diventino sempre più frequenti per farlo? Io spero di no. 

Peraltro due figlicidi al mese non è che siano pochi…
Le statistiche che si leggono probabilmente sono anche al ribasso perché chissà quanti casi di morti in culla rientrano nell’ambito dei figlicidi. All’estero le morti da soffocamento dei neonati sono oggetto di studio in diverse università e non c’è ancora certezza che non siano conseguenza di un omicidio. 

Quello che traspare dalle sue parole è che si tratti di un problema di ordine culturale. Quale considerazione si ha in Italia nei confronti della realtà umana del bambino?
Per farsi un’idea basti pensare che lo ius corrigendi – cioè il diritto del padre di usare mezzi di correzione e di limitare in vario modo la libertà dei figli anche ricorrendo alla forza fisica – è ancora in vigore per i figli fino alla maggiore età. Cioè è stato abolito per la moglie ma non per i figli minori. E nel caso in cui ci si trovi di fronte a incidenti, il reato che viene riconosciuto è molto spesso l’eccesso di mezzi correttivi. E questo è assurdo. Si giustifica la violenza nei confronti del bambino. C’è da fare un grande lavoro soprattutto culturale è impressionante quanto siano poco tutelati.