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Shirin Neshat e il sogno di Simin

Videoartista, regista, fotografa, talento poliedrico, Shirin Neshat da anni porta avanti una sua originalissima ricerca visiva sui temi dell’esilio, dello sradicamento, dell’identità femminile, creando immagini poetiche di «una bellezza che non lascia scampo».

Basta pensare al potente bianco e nero e ai versi della poetessa iraniana Forough Farrokhzad, scritti a mano sulla pelle che contrassegnano il progetto Le donne di Allah (1993-1997) che l’ha fatta conoscere in tutto il mondo.

Pensiamo anche a film visionari come Uomini senza donne e, soprattutto, al recente The land of dreams – capolavoro cinematografico scritto con Jean-Claude Carrière e Shoja Azari – in cui racconta di una giovane donna, come lei di origini iraniane, che il Census spedisce a casa della gente per registrare i loro sogni come forma di controllo sociale; compito che Simin svolge in maniera silenziosamente eversiva.

Ma prima di parlare di questa affascinante protagonista dell’ultimo lungometraggio di Shirin Neshat, che abbiamo raggiunto per telefono a Strasburgo dove sta ultimando le prove di Aida, parliamo di un’altra importante figura femminile: quella della protagonista dell’omonima opera di Giuseppe Verdi.

Aida è un’opera che parla di guerra, di esilio. Shirin Neshat, lei ha approfondito molto questi aspetti nell’allestimento che ha debuttato nel 2017 con Muti sul podio. Possiamo dire che la sua è una lettura fortemente politica di questo classico verdiano?
Aida è un’opera molto interessante e complicata. In un certo senso è una celebrazione delle guerre, della brutalità. Ma al tempo stesso è un’opera che parla di amore. Mi colpiscono molto il dilemma dei protagonisti, le questioni esistenziali sottese alla trama, ma anche il peso della religione, della dittatura, delle armi, dell’invasione e la sofferenza che genera. Nel mio lavoro mi sono spesso occupata di tematiche simili. Specialmente da un punto di vista femminile. E Aida ci parla di una donna intrappolata in più mondi. Sì, è vero, la mia lettura è molto politica. Si parla di un tema purtroppo attuale, la guerra, ma è molto importante per me leggere tutto questo dal punto di vista della vita delle persone. Aida è un’opera che ci interroga anche su questo. Come possiamo sopravvivere in tempo di guerra e violenza come esseri umani?

Si rivede in Aida in un certo modo?
Tutti i protagonisti qui sono importanti e davvero tragici. Aida è una donna costretta all’esilio, è dilaniata, divisa fra l’amore per uomo che ha invaso il suo Paese e l’amore per la terra natia. Ovviamente io non mi trovo in quella situazione. Però sono una donna che vive in esilio, divisa fra l’appartenenza al mio Paese di nascita, l’Iran, e un nuovo Paese, gli Usa, che mi ha dato una possibilità, ma che è anche ingabbiato nelle contraddizioni del suo presente e del suo passato, indelebilmente segnato dall’aggressione dei coloni ai nativi americani.

Veniamo a Simin, l’esile e magnetica protagonista di The land of dreams, (presentato a Firenze da Lo schermo dell’arte 2021). Nel film la ragazza dice di essere nata a Cincinnati, ma è un’immigrata. Come molti immigrati in America è il sangue della nazione, ma non viene riconosciuta. Colpisce che negli States gli immigrati siano chiamati dreamers, ma poi…

Il mio film è un po’ una parodia, una satira proprio di tutto questo, fin dal titolo, Land of dreams, terra dei sogni.  In un certo senso l’identità degli Stati Uniti è sempre stata quella di dare una chance a tutti i dreamers per un nuovo inizio. Io stessa ne sono stata un esempio tipico. Sono un “prodotto” della rivoluzione iraniana, ho tagliato i ponti con il mio Paese, con i miei familiari, per sfuggire alla dittatura. Ho dovuto cercare di farmi strada come giovane donna in un Paese straniero. Ti puoi realizzare come individuo, questo gli Usa lo permettono. Simin è un po’ come Aida combattuta internamente fra passato e presente. Il suo passato e la violenza la inseguono.

Il padre di Simin che vediamo all’inizio del film in una terra desolata, è stato giustiziato.

Il passato di Simin è molto duro e pesante, lei è come disconnessa dal presente. Vive in un Paese adottivo ma fa fatica a integrarsi nella vita americana. Per molti versi vive solo nella sua immaginazione. Quando ti trovi a crescere fra due culture hai il vantaggio di svilupparne una terza. Simin, come molti di noi, non è “pura”, è un ibrido, così appare agli occhi degli altri. Lei stessa si sente divisa fra memorie del passato e la realtà presente in cui vive, ma a cui non riesce del tutto a rapportarsi.

Ma proprio per questo suo vivere di spigolo riesce a gettare uno sguardo nuovo sugli Stati Uniti denunciando uno Stato paranoico che attraverso un censimento cerca di controllare i sogni dei suoi cittadini. Perché lo Stato americano ha così paura delle minoranze, delle donne, degli artisti?

Come nel caso di Aida, anche questo personaggio deve affrontare un intero mondo di istituzioni politiche e religiose soverchianti. The land of dreams racconta la storia di Simin, ma anche una storia molto più grande che va al di là di lei. Il film è ovviamente una favola distopica, ma illumina un’America che diventa sempre più sospettosa verso i cittadini, che si sente minacciata dal loro inconscio, dalla loro immaginazione. Per questo impone un regime di sorveglianza e controllo. Certo non ce lo saremmo aspettati dagli Usa, che nell’immaginario sono sempre stati il Paese della democrazia. Ma gli States si stanno trasformando in uno Stato autoritario, governato da dittatori. Lo racconto come licenza artistica. Ma non possiamo non pensare a quanto è successo con Trump. Non possiamo non pensare a quanto deliberato dalla Corte suprema contro l’aborto e sul climate change in chiave negazionista. In questa prospettiva, le persone hanno sempre meno potere sulla propria vita e l’istituzione ne ha sempre di più. The land of dreams è una black comedy ma ci racconta cosa potrebbe accadere in futuro in America.

Con Women of Allah lei ha espresso una forte critica al fondamentalismo religioso che è diventato di Stato dopo la rivoluzione in Iran, cancellando l’identità delle donne. Qualcosa di simile rischia di accadere negli Usa, con l’avanzata delle Chiese evangeliche? Uno spezzone di The land of dreams mostra giovani donne asservite a un grottesco predicatore.

Si è vero, ai miei esordi con Le donne di Allah volevo raccontare l’oppressione religiosa che d’un tratto incombeva sulla società iraniana. Raccontavo come il regime degli ayatollah controllasse i cittadini cercando di forzarli ad essere religiosi osservanti, spazzando via i valori laici della società persiana, opprimendo le persone. Ciò che oggi dovrebbe spaventare è che gli Usa assomigliano sempre di più all’Iran. Mi sembra ogni giorno più chiaro. Il fondamentalismo è arrivato fino alla Corte suprema. La sentenza che rende illegale l’aborto a livello federale è frutto di una ideologia religiosa molto pervasiva negli Usa. Dopo molti anni di vita negli Usa, penso di aver acquisito il diritto di poter esprimere una critica, anche perché ho passato più anni della mia vita negli Usa che in Iran. Penso che sia importante vedere gli Stati Uniti per quello che sono, non solo attraverso il filtro del mito che li rappresenta come regno della libertà, della democrazia, dell’autodeterminazione. Come in Iran, purtroppo le persone non hanno più la possibilità di scelta e questo è spaventoso.

«I sogni sono innocenti», dice Mark nel film. Tutti gli esseri umani sognano. Il linguaggio per immagini dei sogni è universale. È questa capacità di immaginare e di sognare che ci rende uguali dalla nascita?

È molto interessante questa prospettiva. Quello che penso è che di notte riusciamo ad esprimere ciò che ci muove più nel profondo, anche ciò che ci mette in ansia, ciò che ci agita, ciò che temiamo. Le persone hanno paura della violenza, della morte, della separazione, dell’abbandono, e non importa se sei italiano, iraniano, statunitense, ucraino, quando dormiamo affiorano anche le nostre ansie, le preoccupazioni a cui cerchiamo di non pensare durante il giorno. Raramente faccio bei sogni! Ma il bello dei sogni è che rappresentano dimensioni umane universali, non specifiche di una cultura o di una determinata epoca. Io sono una iraniana che lavora in Occidente e cerco di comunicare sia all’Oriente che all’Occidente. Quando tocco il tema del sogni mi accorgo che è un tema che valica le barriere, i confini. I sogni non hanno bisogno di traduzione, attraversano il tempo.

Nel libro Il terzo Reich dei sogni (Mimesis) Charlotte Beradt narra che persone rinchiuse in un lager si raccontavano sogni per restare vivi, per non perdere la propria identità umana. Su Left ne ha scritto lo psichiatra Domenico Fargnoli, che ha studiato a fondo questo tema.

È meraviglioso, non sapevo nulla di questa storia, cercherò il libro di Beradt!

Ancor più l’arte è un linguaggio universale fatto di immagini che superano le barriere?

Esattamente! E il vantaggio che ho come artista nomade fra varie culture è che io non parlo solo a un certo tipo di persone. Parlo dell’Iran, ma parlo del mondo. Questa è la differenza fra un artista nomade come me e persone che vivono sempre nel loro Paese, che non si spostano mai da lì non solo fisicamente, ma neanche mentalmente.

L’arte può svolgere un ruolo nel superare la crisi che stiamo vivendo?

Viviamo in tempi molti difficili, la pandemia, la guerra, il dramma dei rifugiati, la fame e la carestia che incombono nei Paesi africani. Penso che l’arte sia più importante di sempre, comunica e dà un significato alla nostra lotta. Come artista penso che non abbia senso pensare l’arte oggi come un fatto meramente estetico. Le persone cercano contenuti. È un momento duro, carico di pessimismo, io penso che l’arte possa offrire una visione, una apertura “ottimista”. Penso che sia un momento importante per esprimersi come artista. Cerco di dare il mio contributo, non sempre riesco a raggiungere il massimo dell’espressione, but I dream my best.


*
In foto, un fotogramma del film “The land of dreams” di Shirin Neshat

L’intervista prosegue su Left del 22-28 luglio 2022 

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Brasile, la carica delle candidate di sinistra

Indigenous women of the Xingu tribe sing ritual songs during the big march of the annual three-day campout protest known as The Free Land Encampment, to protest what they see as rollbacks of indigenous rights under President Jair Bolsonaro, in Brasilia, Brazil, Friday, April 26, 2019. Before becoming president, Bolsonaro promised that if he were elected, "not one more centimeter" of land would be given to indigenous groups and likened indigenous people living in reserves to caged animals in zoos. (AP Photo/Eraldo Peres)

Secondo l’Istituto brasiliano di geografia e statistica (Ibge), più della metà della popolazione brasiliana (51,13%) è costituita da donne che rappresentano il 53% dell’elettorato ma che, tuttavia, oggi occupano meno del 15% delle cariche elettive. Per trovare il Brasile nel Global gender gap report 2021 (rapporto del World economic forum), si devono scorrere 107 paesi su 156, a dimostrazione di un retrocesso storico che impedì, stroncò o sminuì la traiettoria politica di donne brillanti. 

Gran parte di questa arretratezza si deve al rifiuto e all’incapacità dei partiti di schierare o sostenere le candidature femminili. La politica ha messo in campo modalità a volte fantasiose nel tentivo di minare ogni sforzo istituzionale volto a colmare il divario tra uomini e donne nella rappresentanza politica.

Per legge i partiti dovrebbero schierare almeno il 30% di candidature femminili e a loro destinare un’identica proporzione di finanziamento pubblico (Fundo eleitoral). Ad esempio, se una sigla di uno schieramento candida il 50% di donne, queste avranno diritto a 50% del finanziamento statale per promuovere la loro piattaforma politica. Benché questo meccanismo sia regolato dalla legge, secondo i dati pubblicati dal Tribunal superior eleitoral (Tse), nelle presidenziali del 2018, in cui l’intero parlamento venne rinnovato, oltre la metà dei partiti del Paese erogò…

L’articolo è tratto da Left del 22-28 luglio 2022 

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Umano, non umano e disumano

Senza alcuna intenzione didattica, un film degli anni Cinquanta del secolo scorso, La fontana della vergine di Ingmar Bergman, presenta una specie di compendio sul tema dell’umano-troppo umano-disumano. Ci porta nel primo Medioevo scandinavo, semi pagano, e nel podere di un signorotto feudale che ha una bella figlia adolescente. Umanissima e toccante è la gioia di vivere di questa ragazza spensierata; “troppo umana” forse la sua insensibilità nel descrivere il proprio futuro radioso alla giovane serva, per nulla fortunata e presa da una invidia feroce che il film racconta in modo magistrale. Lasciamo definitivamente l’ambito del “troppo umano” per entrare in quello del disumano quando la ragazza, viaggiando da sola nel bosco, s’imbatte in un gruppetto di delinquenti. Essi la uccideranno dopo averla stuprata e il loro fratello più piccolo, ancora un bambino, assisterà sconvolto e terrorizzato al crimine.

Nel secondo atto del racconto domina il padre della ragazza che per circostanze fortuite si trova con gli assassini della figlia in casa. La vendetta, come forma arcaica di giustizia, prenderà il suo corso ritualizzato: il padre li ucciderà nel sonno. Ma anche lui arriverà alla disumanità manifesta quando, nel suo furore gelido, non risparmierà neppure il fratellino innocente. Un’umanità conservata invece dalla moglie che invano implora il marito di risparmiare il bambino.

Prima di cercare di circoscrivere meglio questi termini intuitivi ma vaghi – umanità, negatività umana, disumanità – vorrei riassumere un’obiezione avanzata qualche tempo fa da uno studente liceale. In una discussione a scuola, con notevole acume egli rilevò la natura paradossale del termine “disumano” aggiungendo che il concetto non aveva alcun senso. Come si può chiamare un’azione dis-umana, disse, se è stata compiuta da un essere umano? Quando un cavallo si comporta in modo strano, lo consideriamo un animale difficile, pazzo, pericoloso, quello che volete, ma mai come un cavallo disequino! In analogia, per quanto atroce possa essere quel che una persona ha fatto, sarà sempre un’azione umana, appartiene alle possibilità comportamentali della nostra specie. Perciò, concluse lo studente, parlare di disumano è solo una manovra difensiva di noialtri per sentirci al riparo da crimini terribili – perché essi non sarebbero proprio nelle nostre corde.
Eccoci serviti, con una logica cristallina. Tuttavia forse c’è qualche possibilità di replica. Le lingue hanno una loro saggezza e difficilmente è un caso che molte lingue europee – non posso parlare delle altre – differenzino tra non-umano e disumano. Un cane o un gatto sono non-umani, ma solo un essere umano può essere disumano. Può mettere in atto qualcosa che esprime quella stortura grave, quel fallimento nell’essere veramente essere umani che…

*L’autrice: Annelore Homberg è psichiatra e psicoterapeuta, presidente del Network europeo per la psichiatria psicodinamica Netforpp Europa-Ets.

L’articolo è tratto da Left del 22-28 luglio 2022 

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Non sono fascisti ma

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 18-02-2014 Roma Politica Camera dei Deputati - Consultazioni del Presidente del Consiglio incaricato Matteo Renzi Nella foto Ignazio La Russa, Giorgia Meloni, Guido Crosetto Photo Roberto Monaldo / LaPresse 18-02-2014 Rome (Italy) Chamber of Deputies - Matteo Renzi start the consultations to form a government In the photo Ignazio La Russa, Giorgia Meloni, Guido Crosetto

Da quando si è costituito, nel 2012 – potremmo dunque dire fin dall’inizio – il partito Fratelli d’Italia, fondato da Giorgia Meloni, Ignazio La Russa e Guido Crosetto, in uscita dal Popolo della libertà guidato da Silvio Berlusconi, ha intrattenuto rapporti non occasionali e alla luce del sole con formazioni neofasciste. Si pensi ad alcuni eventi nei suoi primi anni di vita, pressoché ignorati, anche visti i modesti risultati elettorali che la nuova formazione conseguiva. Nelle elezioni politiche del 2018 FdI poteva contare sul 4,3% delle preferenze alla Camera e sul 4,26% al Senato, ben lontano dai fasti attuali e dai sondaggi di questi giorni che ormai lo indicano stabilmente come il primo partito nelle preferenze degli italiani. Durante la festa del partito che si è tenuta nell’ottobre dello stesso 2018, a Milano, furono invitati come relatori il segretario nazionale di Forza nuova, Roberto Fiore, e un esponente dell’associazione Memento, impegnata nel far rivivere il ricordo degli squadristi fascisti degli anni Venti, nonché quello dei caduti repubblichini nel Secondo conflitto mondiale. Un’associazione legata a Lealtà azione, il raggruppamento nato da una costola del circuito neonazista degli Hammerskins, che tra i propri riferimenti “ideali” annovera Léon Degrelle, ex generale delle Waffen-Ss, giudicato nel dopoguerra come criminale di guerra, e Corneliu Codreanu, il fondatore della Guardia di ferro rumena, distintasi tra gli anni Trenta e Quaranta per i suoi spaventosi pogrom antiebraici e la sua collaborazione con i nazisti. 

Nelle viscere del partito

Da allora è stato un continuo crescendo, fino ai giorni nostri, non solo di relazioni intrattenute con esponenti della destra neofascista, su cui torneremo, ma di episodi in cui a manifestare il proprio credo estremista sono stati gli stessi dirigenti e militanti del partito. Ne citiamo tre emblematici assai recenti: l’omaggio pubblico a Verona (marzo 2021) da parte di Gioventù nazionale, ovvero i giovani di FdI, proprio a Léon Degrelle; la presentazione da parte della sezione locale di FdI a Civitavecchia (novembre 2021) di un libro apologetico in favore di Rodolfo Graziani, il generale italiano massacratore di migliaia di etiopi nel 1937, poi comandante dell’esercito di Salò; il voto decisivo in Consiglio comunale a Carpi, in provincia di Modena (aprile 2022), per impedire la revoca della cittadinanza onoraria a Benito Mussolini. Fatto in verità non unico e isolato. Ma soprattutto sono state le esternazioni di diversi candidati nelle elezioni parziali amministrative del 2021 ad aver mostrato ciò che vive nelle file di questo partito in termini di nostalgia del Ventennio. Candidati, come hanno riportato le cronache dei giornali, che…

L’articolo è tratto da Left del 22-28 luglio 2022 

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Il governo dei Migliori non è stato il migliore dei governi

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse 23-03-2022 Roma, Italy Politica Camera Deputati - Comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri in vista della riunione del Consiglio europeo del 24 e del 25 marzo 2022 Nella foto: Il Presidente del Consiglio Mario Draghi Photo Mauro Scrobogna / LaPresse March 23, 2022 Rome, Italy Politics Chamber of Deputies - Communications from the President of the Council of Ministers in view of the European Council meeting on 24 and 25 March 2022. In the photo: Prime Minister Mario Draghi

Qualunque sia l’esito della crisi dell’esecutivo, non ancora definita mentre scriviamo, credo che non ci sia migliore occasione di questa per una riflessione non superficiale sul presidente Mario Draghi e il suo governo. Ma prima di entrare nel merito delle scelte dell’esecutivo, non si può sfuggire a una considerazione di carattere generale. L’ex presidente della Bce alla guida del Paese mostra una tendenza allarmante di subordinazione diretta della democrazia ai poteri della grande finanza. L’Italia, il più fragile degli Stati europei sul piano degli assetti politici, è da sempre un laboratorio sperimentale delle degenerazioni istituzionali delle società capitalistiche. Con Berlusconi abbiamo assistito, primo caso al mondo, al governo diretto dell’esecutivo da parte di un imprenditore mediatico. Con Mario Monti il potere finanziario è venuto a imporci le condizioni della politica di austerità di Bruxelles e ora, con esemplare tempismo, appena ottenuto dal governo Conte l’ingente finanziamento del Pnrr, lo stesso e più autorevole potere – con l’aiuto interno di Matteo Renzi e del presidente della Repubblica – lo strappa a quello legittimo per assicurarlo nelle mani che, secondo gli interessi egemoni, devono dominarlo.

La rappresentanza politica, il governo, il Parlamento, il volere dei cittadini italiani vengono umiliati da una manovra di palazzo e in tanti plaudono, attenti alla loro borsa e senza un’ombra di perplessità per ciò che accade alla democrazia, alle istituzioni della Repubblica.
Credo che non ci sia viatico migliore per un bilancio dei 516 giorni del governo di Mario Draghi (dall’insediamento alle dimissioni respinte, ndr) del saggio di Tomaso Montanari, Eclissi di Costituzione. Il governo Draghi e la democrazia, pubblicato di recente da Chiarelettere. Un libretto di analisi circostanziata, tersa, implacabile, una vera lezione di pensiero critico, che mostra errori e miserie dove la grande massa dei commentatori vede mirabilia e ragioni di fervoroso giubilo. Montanari prende in considerazione gran parte delle scelte effettuate dal presidente del Consiglio e sottopone ad esame le varie riforme varate dal governo in questi mesi.

Per brevità non mi soffermo sulle scelte di fedeltà atlantica espresse da Draghi, in merito all’invasione dell’Ucraina da parte di Putin. Posture belliciste che mostrano un finanziere così pronto alla guerra da svelare con quale sollecitudine il potere dei soldi è disposto a trasformarsi in potere bellico per difendere gli interessi che incarna e che rappresenta. Sono invece rilevanti e da rammentare le critiche che l’autore mostra alle varie riforme. Esaminiamo i prodigi realizzati dal governo dei Migliori nel campo della sanità, il settore più debole e travagliato, sconvolto da due anni da una pandemia nel cui vortice stiamo di nuovo rientrando. Ebbene, tutti ci saremmo aspettati, considerate le imponenti risorse messe a disposizione dal Pnrr, un…

L’articolo è tratto da Left del 22-28 luglio 2022 

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Quell’inaccettabile silenzio mediatico sulla sorte del popolo curdo, tradito dall’Ue in nome della Nato

NATO Secretary General Jens Stoltenberg, right, welcomes Turkish President Recep Tayyip Erdogan at the official arrivals for the NATO summit in Madrid, Spain, on Wednesday, June 29, 2022. North Atlantic Treaty Organization heads of state will meet for a NATO summit in Madrid from Tuesday through Thursday. (AP Photo/Bernat Armangue)

Da alcune settimane il sistema politico e gli organi di stampa fingono di dimenticare l’esistenza stessa delle curde e dei curdi. Noi di Left, che abbiamo sempre dato voce alla loro aspirazione di liberazione e autodeterminazione, non a caso ne parliamo, continueremo a seguirne le complesse vicende. Soprattutto ora, perché è a rischio la straordinaria esperienza di lotta e governo del Rojava, perché la rete del confederalismo democratico rischia di essere spazzata via, dopo l’infame memorandum tra Erdoğan, Nato, Svezia, Finlandia. In questi giorni, nel Medio Oriente, in quanto incide profondamente sugli assetti di potere e militari, il tema è centrale. Mentre in Europa è rimosso, anche per vergognosa ipocrisia.

Della situazione ha parlato, qualche giorno fa, Hisyar Ozsoy, vice copresidente e importante portavoce di Hdp, il partito turco di opposizione, represso brutalmente da Erdoğan, rappresentante di centinaia di comuni turchi, con altissime percentuali di voti in alcune zone. Il pensiero di Ozsoy è che Erdoğan sta cercando di «militarizzare ulteriormente la questione curda, facendone, ipocritamente, una questione Nato» (cioè anche europea e italiana). Ora anche Svezia e Finlandia hanno il loro “problema curdo”, dopo aver firmato il Memorandum trilaterale con la Turchia al vertice Nato, a Madrid il 28 giugno. Non sottovalutiamo un tema fondamentale: l’adesione di Svezia e Finlandia alla Nato sarà ancora un lungo processo. Tutti gli Stati membri della Nato, infatti, dovranno votare nei propri Parlamenti per approvare l’ammissione. Noi di Left saremo, ovviamente, in prima fila, con la nostra informazione e formazione, per favorire, nel Parlamento italiano, l’aggregazione di una opposizione al Memorandum/ricatto di Erdogan e Stoltenberg, che sacrifica il popolo curdo per motivi di potenza, di accumulazione finanziaria, per interessi geopolitici.

È fondamentale, in questo quadro, continuare la lotta, anche giuridica, presso la Corte del Lussemburgo, affinchè il Pkk sia cancellato dall’elenco delle organizzazioni terroristiche. Così come è decisivo continuare a sostenere la resistenza delle Ypg e del Pyd, eroici e, soprattutto, eroiche combattenti che stanno contrastando la conquista, da parte dell’esercito turco, di intere regioni dell’Iraq e della Siria. Il portavoce dell’Hdp assegna un ruolo fondamentale alla solidarietà internazionale: «Dovrà continuare a fornire supporto attraverso strutture civili, organizzazioni umanitarie, appoggi, anche materiali e finanziari, all’Amministrazione autonoma eroica del Rojava e alle forze democratiche siriane (Sdf)». Insomma, tenta di farci capire Ozsoy, la situazione è complessa, ma occorre impegnarsi da subito perché non tutto è perduto.

«La Turchia, come sappiamo, non ha una separazione dei poteri; ma la Svezia sì. Il governo svedese non può semplicemente dire ad un tribunale di estradare questa o quella persona. I tribunali non possono lavorare per ordine del governo. Ad esempio, se due membri del governo svedese tentassero di estradare Ragip Zarakolu, il governo cadrebbe. Con gravi ripercussioni. Non è così semplice». Ozsoy sottolinea anche che diverse persone per le quali la Turchia chiede l’estradizione hanno completato le procedure di asilo ed ora sono cittadini svedesi completamente naturalizzati. La loro estradizione non è più possibile. «La Svezia ha una piccola ma vivace comunità curda di circa centomila persone, molte delle quali sono da Erdoğan politicamente perseguitate. Ma diversi cittadini svedesi di origine curda sono attivi in politica a vari livelli». Richiama noi europei, noi italiani all’impegno ed al controllo democratico.

“L’agenda Draghi” è fuffa

Ci si accorge che è iniziata la campagna elettorale perché con molta scioltezza si possono pronunciare mastodontiche sciocchezze riuscendo a restare seri e ambendo a essere riconosciuti come i più seri del gruppo. Dalle parti del centrosinistra qualche astuto stratega deve avere pensato che visto il tempo ridotto di campagna elettorale da qui al 25 settembre convenga impostare come leitmotiv di queste settimane il lutto per la caduta di Draghi e il suo logo come mantello di credibilità. Così già nella giornata di ieri abbiamo potuto ascoltare “l’agenda Draghi” come bussola dell’agire politico, questa è la promessa buttata come amo agli elettori ancora storditi dagli ultimi eventi.

Di “agenda Draghi” parla da sempre Carlo Calenda – che con il suo partito Azione ha già spiattellato una ventina di punti programmatici riassumibili in uno solo: smantellamento dello Stato sociale – e “agenda Draghi” ripete pappagallescamente Luigi Di Maio, abituato a pochi concetti da ripetere con furore nella speranza che prima o poi arrivino. Inutile dire che “l’agenda Draghi” sia la bussola anche di Gelmini e Brunetta – incoronati nuovi leader per la profondissima teoria “del nemico del mio nemico che quindi diventa mio amico” – e, sarà un caso, di tutti quelli che hanno avuto un ruolo di governo all’ultimo giro.

Ieri sera ospite a La7 il segretario del Partito democratico Enrico Letta ha ripetuto con forza il concetto: «Ci proporremo agli italiani per proseguire il lavoro politico del governo Draghi irresponsabilmente fatto cadere da forze populiste contro il volere degli italiani». La frase è interessante per diversi motivi. C’è dentro, ad esempio, il consapevole svilimento del Parlamento con la solita formula del “gli italiani sono con noi” – la stessa che giustamente abbiamo contestato a Salvini e Berlusconi per anni – che punta su una legittimazione che non passi dalle urne (questo Parlamento, nonostante sia orribile, è l’unica espressione degli italiani, secondo la Costituzione) e che risulta sempre pericolosa, soprattutto in mano agli altri. C’è dentro soprattutto “l’agenda Draghi” come se fosse un progetto politico.

Qui sorge il dubbio. Ma come? Ma non si era detto che il governo Draghi fosse un governo “tecnico” di “unità nazionale”? Come può essere faro politico un governo che – giustamente – non prendeva mai nessuna posizione sui diritti perché non era compito suo? Se Draghi era stato chiamato per mettere a terra i conti del Pnrr e uscire dalla pandemia – compiti importantissimi ma non politici – significa che questo è il timone per i prossimi 5 anni? L’aspirazione politica è quella di mettere in piedi un governo che sappia far di conto?

Ma il cortocircuito più evidente è che un pezzo del centrosinistra ripetendo allo stremo questa favola (che è fuffa) dell’agenda Draghi sta confessando che per i prossimi 5 anni ha come slancio politico l’amministrazione da banchiere centrale dello Stato. Sicuri che funzioni? Oppure l’agenda Draghi non è un modo ma è un luogo e allora diventa tutto più chiaro. Dire “agenda Draghi” è la scorciatoia per non essere troppo impudichi e parlare di “area Draghi” ovvero mettere insieme tutti i partiti che hanno sostenuto quel governo tranne – come ripetono Letta e Di Maio – quelli che l’hanno fatto cadere. Allora diventa facilissimo interpretare le contorte dichiarazioni: un governo con dentro il Pd, con Calenda, con Renzi, con Fratoianni e Bersani (ma davvero?), con Di Maio e immancabilmente con Brunetta, Gelmini e berlusconiani e leghisti pentiti e contriti.

Vedete, basta mettere in fila i nomi per immaginare il sapore che avrebbe. Sicuri di voler apparecchiare una roba del genere?

Buon venerdì.

Giù le mani dall’acqua pubblica del “modello Napoli”

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 26-03-2011 Roma Interni Manifestazione per l'acqua pubblica, contro la guerra e contro il nucleare Nella foto Un momento della manifestazione Photo Roberto Monaldo / LaPresse 26-03-2011 Rome Demonstration for the public water, against the war and the nuclear In the photo A moment of demonstration

Da mesi procede “la guerra dell’acqua”: un tentativo mal celato di eliminare definitivamente l’anomalia meridionale della gestione pubblica dell’acqua a cominciare da Napoli, che grazie all’azione incisiva dell’ex sindaco de Magistris ha dato forza all’Azienda speciale Abc (Acqua bene comune), facendo così di Napoli l’unica metropoli italiana a rispettare ed applicare il risultato del referendum popolare del 2011 e funzionando anche come stimolo ed esempio per tanti piccoli Comuni che ancora oggi gestiscono “in house” le loro reti idriche nell’interesse dei loro cittadini.
Non a caso la mappa del tipo di gestione di questo preziosissimo bene comune, si riflette in una ben precisa distribuzione territoriale. Infatti, per ora, la cessione delle fonti pubbliche alle multiutility nazionali e internazionali non è riuscita a attecchire con forza oltre il Sud pontino.

La guerra dell’acqua però resta in corso e in Campania da 7 anni i sostenitori principali delle privatizzazioni sono il presidente della Regione De Luca e il suo alter ego Bonavitacola.
La scelta sull’acqua fra pubblico o privato, è quindi diventata un vero e proprio valore qualificante tra chi ha una visione della società volta alla valorizzazione e difesa dei beni comuni e chi invece vuole tornare indietro, con sistemi di privatizzazione che sono ormai riconosciuti come dannosi in mezza Europa.

Ora dietro le quinte la pressione politica e istituzionale a favore delle privatizzazioni sta diventando sempre più insistente. Il sopravvenuto rischio siccità in Pianura padana, con lo svuotamento del letto del Po ha spinto verso un’accelerazione nel picconamento del “sistema Napoli”. Dato che l’acqua è vista come un nodo strategico anche dell’infrastruttura energetica nazionale interconnessa e la sua privatizzazione o meno diventa simbolo di uno scontro tra visioni contrapposte dell’Italia di domani.
Smantellata l’Abc che serve una quota significativa della popolazione meridionale, la prossima privatizzazione di tutte le reti idriche locali al Sud avverrebbe con un veloce effetto domino. Nel momento in cui player come Acea, Hera, Gori, A2A, Veolia, Suez ecc. riuscissero ad avere il totale controllo della rete, da Nord a Sud, nessuna istituzione pubblica avrebbe più alcun potere contrattuale e forza per calmierare il mercato per gli anni a venire.

L’approccio diventa ancor più inaccettabile laddove nelle classi dirigenti si sta facendo strada una soluzione strumentale, ancora una volta ai danni del Sud.
Se la crisi siccità al Nord dovesse protrarsi, la soluzione verrebbe individuata nel travaso dalle falde acquifere meridionali, che almeno per ora non risentono del problema dell’inaridimento dei corsi fluviali e della salinizzazione delle acque dolci, come purtroppo sta avvenendo in forme drammatiche sul delta del Po e anche in altri fiumi del Nord.
L’unica soluzione per tamponare questo fenomeno ormai inarrestabile sarebbe progettare degli impianti di desalinizzazione, per trasformare l’acqua marina in acqua dolce. Una prospettiva non più rinviabile, necessaria per la sopravvivenza dell’industria primaria e secondaria. Tuttavia, come sempre, l’Italia sul tema si è fatta trovare impreparata, dato che per costruire un impianto adatto e collegarlo alla rete idrica servono tra i 3 e i 5 anni, un tempo d’attesa che con la situazione attuale non abbiamo.

Sfruttare le sorgenti meridionali per approvvigionare le regioni settentrionali è un’operazione tecnicamente possibile e anzi, altamente remunerativa per un gestore privato chiamato in soccorso di territori in stato d’emergenza.
Ovviamente in condizioni di emergenza nessuno potrebbe negare una mano tesa ai territori settentrionali in difficoltà, nel rispetto del principio di solidarietà costituzionale.
Tuttavia c’è un “però” grande come una casa.

L’acqua prima che un bene comune è anche una fonte di energia. È possibile approfittare di risorse strategiche per i singoli territori continuando volutamente a dimenticare di definire i Lep (Livelli essenziali di prestazione), che sono ormai l’unica seppur parziale misura di equilibrio e pari opportunità tra regioni? Se prescindiamo dall’aspetto dell’accesso all’acqua, diritto inalienabile di qualsiasi essere umano che non dovrebbe in alcun modo essere subalterno al libero mercato e alle speculazioni, e ci focalizziamo sull’acqua come risorsa energetica e quindi economica, per un Paese e per un territorio, senza i Lep in vigore e con l’Autonomia differenziata in dirittura d’arrivo, qualsiasi forma di solidarietà si trasformerebbe immediatamente in un saccheggio dissimulato. In una nuova forma di colonialismo con condizioni predatorie come sempre unidirezionali.

I Lep nel disegno federalista che ormai i leghisti e la lobby del Nord hanno imposto al Paese grazie all’azione del governo Draghi e in modo del tutto trasversale alle forze parlamentari (non si spiegherebbe diversamente come il progetto Autonomia differenziata sia sopravvissuto indenne a ben 7 governi diversi ), sono la bussola su cui saranno misurate tutte le forme di finanziamento dello Stato centrale e guarda caso sono stati “messi in soffitta” da anni, non essendo nemmeno mai stati definiti, e ancora per anni vorrebbero tenerli in soffitta. Ragionare di crisi climatica ed energetica in un Paese profondamente diviso e diseguale come l’Italia non può più essere fatto se prima non sono chiare le regole del gioco.

Lo strumento per gestire queste ed altre future crisi e calamità naturali imposte dal cambiamento climatico esiste: è il Piano energetico nazionale (Pen), che l’Italia avrebbe dovuto redigere subito dopo i referendum contro il nucleare. Un Pen sostenuto dal basso da 21 Piani energetici regionali (Per), per le peculiarità territoriali.
È stato creato addirittura un ministero della Transizione ecologica, ma colui che lo gestisce ha iniziato a negare l’urgenza del l’innalzamento delle temperature, fa la guerra agli ambientalisti e ha proposto soluzioni vecchie di 40 anni, come il ritorno al nucleare e al fossile, mentre tutto tace subdolamente sulla “questione acqua”.
Il cambiamento climatico ci impone un cambio di paradigma, organizzativo, politico ed economico. Bisogna unirsi e lottare perché al più presto vengano abbandonate le tentazioni suprematiste regionali. Per il Mezzogiorno è quindi urgente avere una rappresentanza politica a schiena dritta. Solo così possiamo allontanarci dalla vocazione colonialista e predatoria tipica di una certa classe dirigente nord centrica.
Se non evolviamo presto verso una riscrittura delle priorità, i prenditori privati hanno individuato un nuovo bene da saccheggiare a danno delle classi più deboli del Sud come del Nord: l’acqua.

Nella foto: manifestazione per l’acqua pubblica, Roma, 26 marzo 2011

No, ora non arriverà il diluvio

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 20-07-2022 Roma (Italia) Politica Senato - Comunicazioni del Presidente del Consiglio Mario Draghi Nella foto Mario Draghi lascia l’aula prima della chiama 20-07-2022 Rome (Italy) - Government crisis - Senate - Communications from the Prime Minister Mario Draghi In the pic Mario Draghi

La peggiore legislatura di sempre ci regala un’altra giornata di schianti e di schiantati, preparando il terreno – per fortuna – per rinnovare un Parlamento che in cinque anni raramente si è dimostrato all’altezza del proprio compito, fuori e dentro dall’Aula.

Ma non arriverà il diluvio, no. Questo Paese, nonostante molti ce l’abbiano messa tutta per convincerci, non si salva per una persona sola e non dipende in tutto e per tutto dal “salvatore della patria” eletto davanti al caminetto di questa o quella corporazione. Rendere Draghi il testimonial dell’autorevolezza italiana è stato il primo errore dei presunti “amici” di Draghi che hanno contribuito non poco al suo declino. Il trucco di fare passare per “tecnico” un uomo in un apicale ruolo politico ha contribuito ancora di più allo scollamento tra il presidente del Consiglio e il Parlamento. Questa distanza è un difetto, non una virtù. I vari Calenda e Renzi, solo per citarne alcuni, che nei giorni scorsi invitavano Draghi a presentarsi in Senato per prendere a sberle il Parlamento devono capirne poco di come funziona la politica: «o così o ciccia!», sbraitava Calenda. Quelli hanno scelto Ciccia. Del resto un presidente del Consiglio rimane in carica perché ha la fiducia del Parlamento, perché siamo una repubblica parlamentare e perché i partiti reggono il gioco.

Ma il disastro di ieri ha molti padri e molte madri. Da oggi partirà il gioco di scaricare il barile sul partito avversario, additandosi come l’un l’altro per provare a uscire più puliti. C’è la responsabilità di chi ha creduto che questo centrodestra fosse un centrodestra potabile solo perché gli serve per fare pressione sul centrosinistra. Non c’era bisogno del voto di ieri per conoscere la natura della Lega e di Forza Italia. Se stanno insieme ci sarà un perché, recitava quella famosa canzone, e abboccare agli Zaia o ai Giorgetti per ammantare di serietà la Lega è una stolta strategia che è arrivata al capolinea. A proposito, complimenti anche a quelli che hanno riabilitato Silvio Berlusconi.

Come fa notare Nicola Carella su twitter «stando ai sondaggi elettorali, comunque, a ottobre, esattamente 100 anni dopo la marcia su Roma gli eredi politici del partito fascista potrebbero essere il primo partito italiano (peraltro con una percentuale più alta di quella che prese l’anno prima lo stesso Mussolini)…». Si badi bene: qualche mese in più di governo Draghi non avrebbe cambiato le cose. Mentre la politica appariva “sospesa” con questo governo e mentre il centrosinistra si preoccupava di “dover proteggere Draghi” (cit. Enrico Letta) le istanze del Paese sono diventate terribilmente più urgenti. Sentire che “con la caduta di Draghi sfuma l’agenda sociale” significa non avere nessuna contezza della realtà qui fuori. Non è un caso che le prime reazioni siano scomposte e sfortunate: Letta dice che il Parlamento “ha votato contro gli italiani” (frase molto pericolosa), Calenda se la prende con i populisti e poi da consumato populista dice che vanno “cancellati”, e via così, in una catena di insulti che solleticano solo gli amichetti su Twitter.

No, non arriverà il diluvio. Com’è sempre accaduto in questa martoriata Repubblica si voterà ancora – le elezioni non sono mai una cattiva notizia – e ancora una volta, l’ennesima, i numeri delle elezioni mostreranno chiaramente che l’apnea di questa legislatura ci ha fatto scambiare per statisti degli inetti, ha nascosto bisogni reali del Paese e ha escluso una fetta di gente che, ahiloro, vota come tutti gli altri.

Adesso aspettiamoci il solito peggio: il voto utile, l’arrivo delle destre (con cui questi hanno governato e che hanno leccato), l’autorevolezza (con cui non si pagano le bollette) e tutta la solita retorica. Preparandosi ancora a dover scegliere tra una destra che ha intrattenuto relazioni con formazioni neofasciste e una destra liberista che vorrebbe fingere di essere centrosinistra.

Buon giovedì.

Libertà, eguaglianza, fraternità e trasformazione

Care lettrici e cari lettori,

questo è l’ultimo numero di Left in formato settimanale. Torniamo prossimamente con un progetto editoriale più ricco e innovativo, con un mensile cartaceo, i libri di Left, le newsletter, e un nuovo piano digital first.

Questa trasformazione è stata ideata dall’editore Matteo Fago per costruire una collettività sempre più estesa di persone che leggono Left «come strumento per trovare nuovi spunti di ricerca e di pensiero», per comprendere il senso profondo della realtà e «riuscire a costruire nessi che permettano di avere una visione del mondo nuova e diversa». In questo modo Left sarà ancor di più il luogo di incontro delle idee innovative per una ricostruzione della sinistra.

Grazie per averci sostenuto e accompagnato in questi primi, meravigliosi, 16 anni di storia del giornale. Siamo certi che vorrete continuare a farlo seguendoci in questa importante scelta di rinnovamento e rilancio.

“Libertà, eguaglianza, fraternità e trasformazione” saranno le nostre parole guida.

Viva Left!

L’articolo è tratto da Left del 22-28 luglio 2022 

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