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La crisi sociale e il Paese reale

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 20-07-2022 Roma (Italia) Politica Senato - Comunicazioni del Presidente del Consiglio Mario Draghi Nella foto Mario Draghi 20-07-2022 Rome (Italy) - Government crisis - Senate - Communications from the Prime Minister Mario Draghi In the pic Mario Draghi

Attraversiamo una fase straordinaria che riserva eventi che trasformano il quadro economico politico e sociale. Una crisi pandemica che va avanti ormai da oltre due anni, il conflitto in Ucraina che prosegue e sul quale non si intravede nessuna vera e forte iniziativa per raggiungere l’obiettivo della pace, la crisi climatica che sta accelerando i suoi effetti, come dimostra la siccità che sta mettendo a dura prova il nostro Paese. Una fase cioè dove, citando Bauman, l’unica certezza è l’incertezza. In questo quadro c’è invece qualcosa, purtroppo, di certo ed evidente ed è la crisi sociale, che certamente si aggraverà nei prossimi mesi, e le profonde disuguaglianze che attraversano il nostro Paese. E la cosiddetta questione sociale è evocata un po’ da tutti (partiti, media, opinionisti vari) soprattutto nelle ore di instabilità politica e istituzionale, quasi come vi fosse una improvvisa assunzione di consapevolezza collettiva della necessità e dell’urgenza di intervenire. Poiché da tempo la Cgil e il sindacato confederale tutto sottolineano la gravità della situazione verrebbe da dire… Benvenuti nella realtà! O meglio… Dove eravate?

La crisi sociale e l’aumento delle disuguaglianze infatti non sono eventi improvvisi. Si sono stratificati, aggravati dalla pandemia e oggi dagli effetti del conflitto. Frutto di scelte sbagliate, a partire dal lavoro, che sono la radice profonda dell’impoverimento dei salari, prima fra tutti la precarizzazione del lavoro, la sua mercificazione e la riduzione di diritti e tutele. Ma per contestualizzare meglio, vorrei fare alcuni esempi che mi inducono a dubitare della reale comprensione della drammaticità della situazione e soprattutto della reale volontà di affrontarla, almeno di una parte di coloro che strumentalmente la stanno usando nel dibattito pubblico e nel dibattito politico.

I dati ci indicano inesorabilmente mese dopo mese il disastro sul versante occupazionale: precarietà e lavoro povero che rompono tutti i record in particolare tra i giovani e le donne, un quadro ormai strutturato. Eppure nonostante tutte le evidenze, non si muove niente per cambiare le leggi sul lavoro che hanno favorito la precarietà nel nostro Paese (se ci fosse bisogno di qualche idea, ricordo che è depositata in Parlamento la Carta dei diritti, la legge di iniziativa popolare sulla quale la Cgil ha raccolto milioni di firme) o per mettere in campo un piano straordinario per l’occupazione, avendo come orizzonte la piena e buona occupazione. Anzi, al contrario, assistiamo a un dibattito sociologico sui giovani che non accettano lavori sottopagati e sfruttati (pay them more, verrebbe da dire), o alternativamente alla soluzione che i partiti di destra propongono a manetta negli ultimi mesi in qualunque provvedimento normativo passi dalle Camere, cioè il ritorno dei voucher, mercificazione ulteriore del lavoro, rispondendo così alla precarietà con la ultra precarietà. Manca a questa breve rassegna, la contrapposizione strumentale del reddito di cittadinanza al lavoro. Nel momento in cui tocchiamo anche il record di poveri assoluti, quasi il 10% della popolazione, c’è chi – una forza politica – decide di raccogliere le firme per cancellare il reddito di cittadinanza, quasi che la povertà sia una colpa, invece di correggerne le distorsioni e migliorarlo.    

Il secondo esempio riguarda l’impoverimento dei salari e delle pensioni. L’aumento dell’inflazione, a causa dei prezzi dei beni energetici schizzati per il conflitto in Ucraina, tocca l’8% a giugno e picchia duramente sui redditi bassi e medio bassi. Anche in questo caso dobbiamo ricordare che non è tema nuovo: sul versante salariale il quadro di progressivo impoverimento trova le sue cause da un lato nella precarietà e nella competizione svalutativa sul lavoro – determinata nel nostro Paese dalle leggi che l’hanno favorita- e dall’altro nella disuguaglianza fiscale e nella assenza di politiche fiscali di redistribuzione della ricchezza. Anche in questo caso i fatti vanno in direzione diversa rispetto alle intenzioni. Cgil e Uil a dicembre scorso hanno proclamato uno sciopero generale per rivendicare una riforma fiscale progressiva e per contrastare l’intervento fiscale previsto in legge di bilancio che, paradossalmente in una fase in cui l’inflazione stava già crescendo, dava di più a chi aveva redditi più alti. Ma se ciò non fosse sufficiente, la Camera, solo poche settimane fa ha licenziato la legge delega fiscale che congela e aggrava tutte le disuguaglianze in essere impedendo qualunque intervento progressivo e redistributivo.

Adesso in un quadro peggiorato dall’inflazione diventa necessario ed urgente rivedere questi interventi e accompagnarli con uno strumento che fin da subito sostenga e difenda sul versante fiscale il potere di acquisto di lavoratori e pensionati come chiesto dalla Cgil e aprire concretamente la discussione sul salario minimo e sulla legge sulla rappresentanza per mettere fuori gioco i contratti pirata. Infine più che di una rimozione, parlerei di negazione per quello che riguarda la riconversione verde e le politiche industriali che la devono accompagnare. Stiamo parlando di migliaia di posti di lavoro da difendere, da riconvertire e da creare. Questo tema non è proprio pervenuto nelle scelte economiche messe in campo dal governo ed è particolarmente grave in un quinquennio dove grazie alle risorse del Pnrr dovremmo trasformare la specializzazione produttiva del Paese. Anche in questo caso la guerra ha amplificato il problema sul versante energetico e oggi ci troviamo ad affrontare questa fase con alle spalle mesi di balbettii, ambiguità e inerzie dei due ministri che avrebbero avuto la responsabilità al contrario di gestirla con decisione. Questi temi non esaustivi ma prioritari nel perimetro della questione sociale – da aggiungere sicuramente la difesa e il potenziamento dell’istruzione e della sanità pubblica, la riforma delle pensioni, la vertenza sulla salute e sulla sicurezza sul lavoro – sono le richieste e le proposte che abbiamo fatto durante questi ultimi mesi.

Bisogna agire con urgenza, non solo evocare le questioni. Non sappiamo mentre scriviamo cosa accadrà in merito alle dimissioni del presidente del Consiglio e alla discussione parlamentare che seguirà. Possiamo invece affermare con certezza che non dare risposte concrete ai bisogni e alle esigenze e aspettative delle persone, non mettere al centro dell’agenda politica – qualunque sia la sua ampiezza temporale, pochi mesi o una legislatura – il lavoro e la questione sociale non può che allargare la distanza con le istituzioni, oltre che con le forze politiche di una parte consistente dei cittadini e delle cittadine. La nostra organizzazione non intende arretrare su questo merito, evocando pomposi quanto vacui contenitori. È la sostanza delle scelte che ci interessa. Quello che serve è assumere concretamente questi temi come strategici sia per l’emergenza delle condizioni materiali di lavoratori e pensionati, ma anche per la costruzione di un orizzonte diverso, un nuovo modello di sviluppo basato sul lavoro di qualità, sulla cura delle persone e dell’ambiente. Questo ci chiedono le persone che rappresentiamo. E la Cgil sta sempre dalla stessa parte: dalla parte dei lavoratori delle lavoratrici, dei giovani, le donne e i pensionati e le pensionate di questo Paese.

 

* L’autrice: Gianna Fracassi è vice segretaria generale della Cgil

L’articolo è tratto da Left del 22-28 luglio 2022 

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“Io sono Giorgia”, la nemica del popolo

Dapprima fu hit: «Io sono Giorgia: sono una donna, sono una madre, sono cristiana». Era il 19 ottobre 2019 quando la leader di Fratelli d’Italia pronunciò queste parole dal palco della manifestazione del centrodestra a Roma. Di lì a qualche giorno sarebbero state remixate, caricate sulle principali piattaforme social, con milioni e milioni di visualizzazioni. E Giorgia Meloni sarebbe diventata fenomeno pop. Tale fu il successo che la stessa Giorgia Meloni quel Io sono Giorgia l’ha scelto come titolo del libro autobiografico edito nel 2020 da Rizzoli.

Poi arrivò Marbella, Spagna. È il giugno 2022 e Meloni interviene a una manifestazione elettorale di Macarena Olona, candidata alla presidenza dell’Andalusia per Vox, partito dell’ultradestra spagnola. Anche qui urla: «No alla lobby Lgbt! No violenza islamista! No all’immigrazione! No alla grande finanza internazionale! Sì alla famiglia naturale, no alla lobby Lgbt, sì alla identità sessuale, no alla ideologia di genere, sì alla cultura della vita, no a quella della morte, sì ai valori universali cristiani!». Il video delle sue parole fa il giro dei social. Arriva sui media mainstream. Diventa parodia. Stavolta le critiche sono numerose. Meloni oscurantista, complottista, reazionaria. Ma il fatto chiave è la centralità mediatica e politica guadagnata dalla leader di Fratelli d’Italia..

E chi la sfida lo fa scendendo sul terreno scelto dall’ex ministra della Gioventù (2008-2011) del governo Berlusconi. Che è quello della identity politics, la politica delle identità. Il terreno su cui la destra, italiana e internazionale, si sente forte, attacca e poi passa all’incasso dei dividendi. Per farlo si spaccia per depositaria del senso comune, si vanta di una connessione sentimentale col popolo, a differenza della sinistra da Ztl, votata ormai solo dalla buona borghesia, dagli intellettuali e dai radical chic. Le stesse critiche piovute su Meloni dopo il discorso di Marbella non ne contestano la cornice discorsiva e politica, ma – anzi – la rafforzano. Prendiamo ad esempio le parole di Lia Quartapelle, responsabile Esteri del Pd: «Parole d’ordine fasciste e un passato che non è mai passato», così ha definito il comizio di Marbella. Attaccare Meloni perché “fascista” semplicemente non funziona: rafforza opinioni pregresse, non smuove nulla. C’è una parte di popolazione cui Meloni piace proprio per il richiamo più o meno implicito al fascismo e, un’altra, probabilmente oggi pezzo maggioritario del consenso a FdI, cui la questione del fascismo interessa zero. Additare Meloni come “fascista” serve solo a rafforzare la narrazione che ti vuole come forza antifascista. E qui siamo a un “frame” narrativo che il Partito democratico pone come aut-aut: o il fascismo di Meloni o l’argine antifascista del Pd.

Siamo tutti antifascisti ma rimanere sul terreno scelto dall’avversario è una strategia perdente. Bisogna muoversi su un altro campo. Come quello che ci offre l’intervista rilasciata il 12 luglio da Giorgia Meloni al Sole24ore. È lì, sul giornale degli industriali, che Meloni snocciola in poche frasi buona parte del programma economico del suo partito. Già l’apertura è cristallina: «Confindustria ha proposto un taglio del cuneo fiscale di 16 miliardi di cui due terzi ai lavoratori e un terzo alle imprese; è anche la nostra proposta».

Nel dibattito sui salari da fame, cioè sulla condizione di gran parte dei lavoratori e delle lavoratrici del nostro Paese, Meloni non fa nemmeno lo sforzo di elaborare un punto di vista autonomo. Copia direttamente il principale punto programmatico di Viale dell’Astronomia.

Ancora una volta la ricetta è quella dello sconto alle imprese, che risparmierebbero cifre notevoli con sommo gaudio di Carlo Bonomi & Co. Muta, invece, Meloni sul fronte dell’introduzione di un salario minimo e su quello di politiche che permettano di abbattere la precarietà. Una piaga che per Fratelli d’Italia non esiste, visto che non ne parlano mai. Eppure, sotto il governo Draghi, i lavoratori precari hanno raggiunto il record assoluto della storia repubblicana: oggi sono ben 3.175.000, numeri mai visti prima.

E come finanzierebbe Giorgia Meloni questa riduzione del cuneo fiscale? «Dall’inizio dell’emergenza Covid abbiamo speso 200 miliardi in deficit, crede davvero che non si potevano trovare 16 miliardi per il cuneo?». La soluzione è dunque un altro po’ di deficit, altro debito. Perché di politiche redistributive nel programma di Fratelli d’Italia e nei comizi di Meloni non c’è nemmeno l’ombra. Per loro anche i megaprofitti che stanno incamerando le aziende di settori in ottima salute – farmaceutica, energia, logistica, ecc. – sono sacri e inviolabili. Quel principio, previsto finanche dalla Costituzione repubblicana del 1948, secondo cui chi più ha più deve pagare per provare a rimuovere gli ostacoli all’eguaglianza sostanziale dei cittadini e delle cittadine, non è nel Dna dei fratelli tricolore.

E, in effetti, già dalla convention di Milano di qualche mese fa, Daniela Santanché sostenne la necessità di una flat tax, alla faccia della progressività della tassazione, e Meloni propose la detassazione delle «risorse che i nonni danno ai nipoti per sostenerli». Come se in Italia le eredità non fossero già state sostanzialmente detassate dai governi Berlusconi. Se Meloni fosse “amica del popolo” dovrebbe preoccuparsi meno di chi eredita patrimoni milionari e più di chi eredita poco o nulla. Siamo un Paese in cui la mobilità sociale è bloccata. In cui il sogno del figlio dell’operaio che diventa dottore va riposto nel cassetto, perché è sempre più una chimera. Invece propone una misura che mantiene i privilegi dei suoi veri riferimenti sociali: la minoranza di ricchi.

Nella stessa intervista al Sole24ore, Meloni non si lascia scappare l’occasione di un affondo contro il reddito di cittadinanza. Si sa, prendersela con una delle poche misure a sostegno delle fasce più povere è una moda che non conosce stagioni: «Si continuano a gettare miliardi su una misura fallimentare come il reddito di cittadinanza oltretutto fonte di abusi». Fratelli d’Italia assume così, ancora una volta, il punto di vista dell’imprenditoria italiana, sempre pronta a puntare il dito contro il reddito di cittadinanza come causa di ogni male del sistema produttivo. Ma Meloni & Co. vanno oltre: propongono di continuo di dare i fondi oggi usati per il Rdc direttamente alle imprese, ad esempio, per «dare una riduzione del carico fiscale a chi assume» – proposta del “prof. Antitasse” (Il Foglio dixit) Maurizio Leo, avanzata alla convention di FdI di fine aprile: in sintesi, alla nostra gente la “fame”; agli imprenditori ancora regali.

Da FdI mai una parola è invece arrivata per porre in dubbio l’effettiva utilità dei 22 diversi incentivi all’assunzione di lavoratori, costati ben 20 miliardi di euro nel solo 2021 e che hanno prodotto per lo più lavoro precario, part-time, pagato una fame. Quando i soldi vanno agli imprenditori non si discute; quando arrivano alle fasce popolari urlano e sbraitano. Così si comportano i cani da guardia dell’imprenditoria italiana.

FdI, alla pari dell’estrema destra in tutta Europa, è espressione degli interessi della minoranza ricca e privilegiata nelle nostre società. Farsi ingaggiare nella cosiddetta identity politics fa esattamente il loro gioco. Permette loro di occultare il carattere anti-popolare del loro progetto e gli permette di atteggiarsi a forze espressione della pancia dei nostri popoli. Dobbiamo fare tutto al contrario rispetto a come certa sinistra ha fatto finora. Inchiodarli. Ma evitando di giocare solo di rimessa. Costruendo al contrario campagne politiche realmente innervate nei bisogni ed esigenze popolari. A cominciare da quel salario minimo di almeno 10 euro l’ora che non è solo esigenza materiale, ma volontà di riconoscimento del proprio ruolo, del proprio valore e della propria dignità. Oltre che misura di speranza: quella di non dover essere costretti a emigrare; quella di poter cambiare il presente per pensare finalmente a un futuro di riscatto. Individuale e collettivo.

continua su Left

* L’autore: Giuliano Granato è portavoce nazionale di Potere al popolo

L’articolo prosegue su Left del 22-28 luglio 2022 

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Anche quest’anno abbiamo già bruciato tutte le risorse ecologiche che la Terra è in grado di generare in 12 mesi

Planet earth toy balloon deflated isolated on white background. Earth overshoot day, unsustainable resources consumption concept

I “potenti” della Terra, chi governa le principali nazioni, sono responsabili della conservazione dei capitali naturali e ambientali che permettono la vita sul pianeta. Sono le stesse persone che si incontrano, annualmente, nelle Cop (Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici). A novembre 2021 in Scozia (Cop26), tra pochi mesi in Egitto (Cop27). Le Cop fissano obiettivi climatici, puntualmente poi disattesi nella pratica. Con le drammatiche conseguenze che sono ormai sotto gli occhi di tutti. Ci si aspetterebbe quindi che questi “potenti” stiano lavorando alacremente e indefessamente per proteggere, conservare e implementare i nostri capitali, naturali e ambientali, e assicurare il mantenimento dell’equilibrio degli ecosistemi. Ma non è così.

L’azione dei “potenti” della Terra sta andando nella direzione opposta: consumare il capitale naturale e il capitale ambientale per trasformarlo in capitale finanziario nelle mani di pochi super ricchi. Nel 2022 l’Earth overshoot day cade il 28 luglio 2022. È il giorno in cui l’umanità avrà consumato tutte le risorse ecologiche che la terra è in grado di rigenerare nell’anno. Dal 28 luglio 2022 fino al 31 dicembre 2022 (circa il 43% del tempo) l’umanità consumerà il capitale naturale e ambientale delle future generazioni e quello delle altre forme di vita presenti sulla Terra. Altrimenti per 156 giorni dovremmo smettere di fare qualsiasi cosa, anche smettere di respirare, bere e mangiare.

Capitale naturale e capitale ambientale
Le “risorse ambientali”, così come le “risorse naturali”, rappresentano i nostri “capitali”. Il capitale naturale è lo stock mondiale di risorse naturali, che comprende geologia, suolo, aria, acqua, vegetazione e tutti gli organismi viventi. Il capitale naturale fornisce alle persone beni e servizi essenziali per la vita stessa (servizi ecosistemici). Senza il capitale naturale la specie umana non potrebbe nemmeno esistere.
Il capitale ambientale è un sistema complesso di fattori fisici, chimici e biologici, di elementi viventi e non viventi e di relazioni in cui sono immersi tutti gli organismi che abitano il pianeta; quindi, oltre al capitale naturale, comprende anche tutto ciò che permette di preservare e conservare la natura e le “relazioni ambientali”, quel complesso sistema di “cause-effetti” che determina l’equilibrio degli ecosistemi. Il capitale ambientale, come il capitale naturale, quindi è un bene comune a tutte le forme di vita, animali e vegetali, presenti sul nostro pianeta che vivono in ecosistemi il cui equilibrio non dovrebbe essere stravolto dall’azione dell’uomo (antropica).

Stiamo migliorando o peggiorando la nostra situazione?
Prendiamo due date paradigmatiche: la prima è quella del protocollo di Kyoto, 1997. È un accordo internazionale per contrastare il riscaldamento climatico. Il primo di una certa rilevanza. All’epoca l’Earth overshoot day cadeva l’1 ottobre. Nel 2022 cade, come abbiamo detto, il 28 luglio. Il peggior dato di sempre. Abbiamo perso 65 giorni, più di 2 mesi! Siamo passati da un deficit di 3 mesi a uno di oltre 5 mesi.
La seconda data è quella della conferenza di Parigi, 2015, che ha fissato l’obiettivo di contenere il riscaldamento climatico al di sotto di 1,5 gradi di aumento rispetto all’era pre-industriale. Nel 2015 l’Earth overshoot day cadeva il 5 agosto. In 7 anni abbiamo perso altri 8 giorni, nonostante la pandemia Covid-19 abbia portato a una riduzione temporanea delle emissioni climalteranti (nel 2020, per effetto dei lockdown, la data era arrivata al 20 agosto).

Perché parliamo di Earth overshoot day in relazione al riscaldamento climatico?
Perché la correlazione è evidente. Il riscaldamento climatico deriva essenzialmente dai gas serra immessi in atmosfera. Se noi riuscissimo a riassorbire, tramite vegetazione, i nostri gas serra avremmo fatto un bel passo verso la rigenerazione. Se calcolate il vostro Overshoot day o “impronta ecologica” (qui il calcolatore: https://www.footprintcalculator.org/home/it) vedrete che quello che peggiora di più il risultato è l’uso di auto a benzina e aerei, l’uso di energia non rinnovabile e la dieta a base di carne. Cioè i tre aspetti che ormai sappiamo essere i quelli che più contribuiscono all’emissione di gas climalteranti.
Ma in realtà la cosa è ancora più grave. Gli Stati Uniti e il Canada già il 13 marzo hanno terminato le loro risorse rigenerabili. Cioè solo nel 2022 camperanno sulle spalle delle altre forme di vita e sulle spalle delle future generazioni per 293 giorni su 365 (oltre l’80% del tempo, americani e canadesi dovrebbero bere e mangiare solo un giorno ogni 5). Solo il Lussemburgo (14.2.22) e il Qatar (10.2.22) fanno peggio. Vi aspettereste che gli Stati Uniti siano i leader mondiali per gli interventi per tutelare l’ambiente, combattere il riscaldamento climatico e salvare le risorse naturali. Invece no, sono quelli che usano la fratturazione idraulica per estrarre gas e petrolio, la pratica più devastante per l’ambiente. Vabbè direte, sicuramente gli Stati Uniti staranno facendo di tutto per eliminare dalla loro economia il gas e il petrolio, principali responsabili delle emissioni di gas climalteranti e del riscaldamento climatico. Invece no, le timide azioni dell’agenzia Usa per la protezione ambientale sul taglio delle emissioni climalteranti sono state annullate dalla sentenza dei giudici della Corte suprema del 30 giugno 2022! Sei persone che decidono sulla sorte di miliardi di esseri umani e migliaia di miliardi di altre forme di vita, animali e vegetali. E il gas statunitense estratto con la fratturazione idraulica lo trasportano per tutti gli oceani mantenendolo a -161 gradi per settimane per poi rigassificarlo. Con quali costi ambientali lo potete immaginare.

Cosa può fare l’Italia?
In seguito della recente tragedia della Marmolada, qualcosa di più di un campanello di allarme, i media ci stanno dicendo che dobbiamo risparmiare acqua, ridurre i consumi energetici, magari usare meno l’automobile… tutte cose sacrosante. Ma nessuno sta facendo la battaglia più importante: quella di pretendere dai nostri governanti azioni veramente utili a contrastare il riscaldamento climatico con azioni di vera mitigazione e ad aiutare la popolazione. Utilizzando bene le risorse che ci sono invece di usarle, seguendo il demone del profitto, per aumentare i profitti di qualcuno a danno della maggioranza. Qualche esempio?
Da poco, dal decreto “bollette”, è stata eliminata la tassa del 25% che si poteva mettere sugli extra-profitti, 1 miliardo al mese, di Eni dovuti ai prezzi impazziti del gas e del petrolio. La politica avrebbe dovuto destinare questi extra-profitti a investimenti in energie rinnovabili e/o a contenere il disagio sociale. Oppure si potevano investire per riparare gli acquedotti che perdono il 40% di acqua. E qui si dovrebbe aprire un tema sulle risorse comuni: possibile che i privati che gestiscono l’acqua (nonostante i referendum del 2011) distribuiscano profitti ai loro azionisti e non li investano per riparare le perdite degli acquedotti che gestiscono? Usano un bene comune per fare profitti privati.
Ogni anno oltre 35 miliardi pubblici, stima Legambiente, vengono usati per finanziare fonti fossili in modo diretto o indiretto. Sono soldi che devono essere immediatamente tolti alle fonti fossili e investiti in energia rinnovabile. L’avessimo fatto 10 anni fa ora staremmo parlando di un mondo diverso. Più pulito, più verde, meno caldo e più bello.

Oltre 33 miliardi sono stati investiti per il bonus 110%. Sono serviti essenzialmente per lavori destinati a villette… se si fossero investiti per risanare e ottimizzare i consumi energetici degli edifici pubblici (partendo dalle case popolari ma volendo anche scuole ed uffici) si sarebbe ottenuto maggior vantaggio ambientale, maggiore giustizia sociale (aiuto alle famiglie più povere) e aumento del valore dei beni pubblici (e non dei beni privati). Magari si sarebbero anche realizzate Comunità energetiche rinnovabili e solidali che contribuiscono a contenere la povertà energetica e non emettono gas climalteranti per produrre energia. I 30 centesimi al litro di benzina di “sconto” sulle accise costano circa 800 milioni di euro al mese. Dieci miliardi in un anno. Trasferiti dalle risorse pubbliche. Non era meglio investire in politiche di risparmio energetico? Ad esempio per incentivare l’uso del trasporto pubblico? La riduzione dell’Iva sulle bollette gas e luce? Certo, è giusto calmierare i costi delle bollette… ma forse invece di trasferire anche in questo caso risorse pubbliche (l’Iva) si sarebbe potuto intervenire sulla definizione del Pun (Prezzo unico nazionale) dell’energia elettrica ora basato su un meccanismo che premia in modo assurdo le imprese che producono energia. Intanto, ciliegina sulla torta, aumentiamo le spese militari portandole al 2% del Pil. Scordando che le spese militari e le guerre hanno drammatiche e inaccettabili conseguenze sociali e ambientali.
Rammentiamo tutti questi problemi al ministro Cingolani, che ricordiamo viene da Leonardo-Finmeccanica la principale industria militare italiana. Ha fatto esattamente l’opposto di quello che era giusto fare. Ne tragga le conseguenze.

Conclusioni
Potremmo proseguire. Ma crediamo che gli esempi sono più che sufficienti per esprimere quello che volevamo dire. E ribadire che i media, la televisione in particolare, deve iniziare a dare un’informazione completa ed esaustiva, esplicitando le responsabilità di chi ci governa e le azioni che sarebbe giusto mettesse in campo il governo, e non solo lanciare appelli ai comportamenti individuali.
Le conclusioni che traiamo sono semplici. È ora di definire una politica ambientale e sociale che sposti completamente il focus dalle fonti fossili a quelle rinnovabili e dal demone del profitto alla riduzione delle diseguaglianze e alla giustizia sociale.
I nostri giovani di Fridays for future e di altri movimenti ambientali ci dicono che “non c’è giustizia sociale senza giustizia ambientale”. Ebbene non è solo uno slogan. È un obiettivo concreto che va perseguito.

Come si uscirà (male) da questa “crisi” di governo

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse 27-03-2022 Roma, Italia Cronaca RAI - trasmissione 'Mezz’ora in più’ Nella foto: Giuseppe Conte M5S Photo Mauro Scrobogna /LaPresse March 27, 2022 Rome, Italy Politics RAI - 'Mezz’ora in più ' broadcast In the photo: Giuseppe Conte M5S

Vediamo un po’. Oggi finalmente si decide e sarà un bene per tutti, al di là di quello che potrebbe accadere. Con Mario Draghi al Senato i partiti dovranno smettere di giocare di rimessa lasciando in giro dichiarazioni a televisioni e ai giornali. Ora tocca decidere e essere costretti a scegliere: per questa masnada di partiti che ha come obiettivo principale quello della propria preservazione è sempre un bene.

Potrebbe accadere che la maggioranza continui così. Se fosse così qualcuno dovrebbe spiegarci quindi cos’è stata questa crisi che non è una crisi. Mario Draghi dovrebbe giustificare queste dimissioni isteriche – sempre sulla linea del “Draghi che mette il Parlamento con le spalle al muro” che piace tanto ai liberisti di casa nostra – e Giuseppe Conte dovrebbe spiegare perché le promesse di una settimana fa non erano abbastanza convincenti e ora sì. Come sempre accade in questo Paese sarà soprattutto un esercizio dialettico, temo.

Se il governo andrà avanti con il M5s qualcuno dovrà comunque dare delle spiegazioni: se prima era impensabile cambiare le coordinate del governo, se era “impossibile proseguire senza il Movimento 5 stelle” perché ora invece sì? C’è da leggere con attenzione la risposta. Il punto più interessante della giornata politica è leggere le parole delle giustificazioni, molto più di quello che accadrà nelle geometrie parlamentari.

Se alla fine Mario Draghi deciderà di andarsene (appare difficile) allora conviene leggere Cassese: «La circostanza che si sia operata una scissione in una delle forze politiche che appoggiano il governo non costituisce un grave motivo. Troppi altri governi avrebbero dovuto cadere, nella storia repubblicana».

Oppure potrebbe accadere l’ennesimo episodio di cosmesi politica. Non so se avete notato che Luigi Di Maio da giorni non chiama Movimento 5 stelle il Movimento 5 stelle. «Il partito di Conte», dice il ministro. Il gioco è semplice: si rivende la scissione di Di Maio invertendola. Si insiste nella narrazione che sia Conte ad essersi scisso da Di Maio. Così sarà facile dire che sostanzialmente il governo continua come prima (ci sono esimi giornalisti che da giorni usano questo trucco) e così tutti amici come prima. E così, c’è da ammetterlo, farebbe abbastanza schifo. Rimarrebbe anche un dubbio: davvero Di Maio avrebbe potuto escogitare una roba del genere?

Poi ci sarebbe la politica. In questa crisi Conte ha presentato un documento di richieste. Il centro e il centrodestra hanno come massimo obiettivo politico l’abolizione del Reddito di cittadinanza, poi la pace fiscale (altro cosmetico retorico: è un condono). Gli altri chiedono sostanzialmente di “continuare così” anche se non si capisce “così” come. Gli ambientalisti, al solito, sono inascoltati.

Non benissimo.

Buon mercoledì.

La scelta (dannosa) degli eco-furbetti

Il gas e il nucleare sono fonti energetiche verdi su cui investire denaro pubblico. Non è la pubblicità di questa o quella multinazionale fossile o nucleare, ma la solenne e pessima decisione del Parlamento europeo. La pacifica protesta per le ordinate strade di Strasburgo è arrivata fino al palazzo-fortezza, sede del Parlamento, ma non ha convinto 328 parlamentari che hanno così votato a favore della proposta della commissione europea sulla tassonomia, in 278 si sono espressi contro e 33 sono state le astensioni.

“No gas! No nuke!” hanno gridato migliaia di giovani, allegri e pieni di colori, ma anche molto arrabbiati perché sentivano che quel voto sottraeva loro il futuro. La loro protesta però non è stata sufficiente a convincere la maggioranza dei parlamentari europei che gas e nucleare sono invece energie da cui bisogna liberarsi il prima possibile, viste le indiscutibili e frequenti manifestazioni del cambiamento climatico. Il gas perché incendia la terra e la sua scarsità provoca guerre, il nucleare perché pericoloso e troppi sono gli esempi della sua ingovernabilità per dar retta a chi lo ripropone vendendo fumo su una nuova generazione di reattori che invece non esiste. Una volta per tutte va detto che l’atomo civile serve solo per abbattere i costi di quello militare.

La storia di questa incredibile operazione eco-furba, lungamente perseguita dalle lobby di gas e nucleare e accettata dalla Commissione europea, l’abbiamo…

L’articolo è tratto da Left del 15-21 luglio 2022 

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Il dovere di spiegare “come”

FILE --- A Uniper energy company coal-fired power plant and a BP refinery are seen beside a wind generator in Gelsenkirchen, Germany, Jan. 16, 2020. A senior German official predicted Tuesday that the war in Ukraine and its impact on fossil fuel prices worldwide will provide a “massive boost” for the means and measures needed to curb climate change. Patrick Graichen, Germany's deputy energy and climate minister, said rising global prices for oil, gas and coal will accelerate the uptake of low-emission technology that simultaneously reduce countries' reliance on imports from Russia. (AP Photo/Martin Meissner, file)

Nel Regno Unito l’Alta Corte ha “condannato” il governo a spiegare per filo e per segno come le sue politiche ambientali permetteranno di raggiungere gli obiettivi che si sono posti sulle emissioni.

La causa è stata intentata da alcuni gruppi ambientalisti (Friends of the Earth, ClientEarth e il Good Law Project) che hanno contestato la strategia del governo sui cambiamenti climatici sostenendo che non includesse le politiche che sarebbero servite per raggiungere l’obiettivo.

In una sentenza emessa lunedì sera, il giudice Holgate ha affermato che la strategia del governo manca di qualsiasi spiegazione o quantificazione di come i piani del governo avrebbero raggiunto l’obiettivo di emissioni e come tale non ha rispettato i suoi obblighi ai sensi del Climate change act (Cca) 2008. Il giudice ha anche scoperto che Greg Hands, il ministro dell’energia, ha firmato la strategia “net zero” nonostante non avesse le informazioni legalmente richieste su come sarebbero state abbattute le emissioni di combustibili fossili.

La sentenza è rivoluzionaria. Dice – al Regno Unito ma anche al resto del mondo – che la politica ha il dovere di spiegare “come” riuscirà a ottenere ciò che promette. Sancisce, finalmente, l’obbligo non solo morale di conoscere ciò di cui sta parlando ma anche l’obbligo legale di promettere solo dopo avere individuato una strategia fattibile e supportata dai numeri e dai fatti.

Sam Hunter Jones, avvocato di ClientEarth, ha dichiarato: «Questa decisione è un momento rivoluzionario nella lotta contro il ritardo climatico e l’inazione. Costringe il governo a mettere in atto piani climatici che affronteranno effettivamente la crisi».

Pensate, senza ricorrere ai tribunali, se anche i nostri politici (che con l’avvicinarsi delle elezioni sono prodighi come non mai di promesse) fossero incalzati su questo. Che poi, a ben vedere, la stampa dovrebbe fare anche questo. Dovrebbe.

Buon martedì.

Nella fucina viva delle riviste

Sono nato nel mondo della carta stampata e delle riviste, giovanissimo diffusore di Umanità nova, lettore assiduo di Re Nudo ma anche di Ciao 2001, Mucchio selvaggio, Frigidaire di Andrea Pazienza e Tanino Liberatore. Poi sedicenne ne ho fondata una ciclostilata, La scoglionatura, provinciale e underground, che scimmiottava quelle beat americane, di cui credo uscirono solo tre numeri. Ero direttore, redattore capo, tipografo e anche diffusore. La stampavo dopo aver battuto a macchina frenetico sulle matrici, grappettata a dovere, poi la vendevo brevi manu per strada, all’entrata degli istituti scolastici o durante le manifestazioni politiche. Era un modo per esprimersi senza censure, chiunque poteva pubblicare dentro quelle poche pagine poesie, pensieri, articoli sulla legalizzazione delle droghe leggere, sulla repressione politica in Germania e la storia del gruppo della Raf Baader-Meinhof, o su un cantante, oppure su un gruppo musicale nei confronti del quale provava ammirazione.

Erano gli anni Settanta e i nostri preferiti allora erano i Led Zeppelin, Deep Purple, ma più tardi anche John Lurie e i Lounge Lizards, i Tuxedomoon. Quello era il clima che avevamo intorno, molto ricco; non era ancora arrivato il piombo a insanguinare le piazze italiane. Le riviste erano specchio della militanza, ma anche del nostro mondo interiore, lo strumento auto-prodotto più politico e immediato in assoluto, ancora novecentesco. Io amavo più quelle libertarie come la bolognese A/Traverso, nata nel cuore di Radio Alice e del movimento, rispetto alle dottrinarie Critica marxista, Aut Aut o più tardi Metropoli, la rivista dell’Autonomia operaia, che comunque mi sforzavo di leggere, Ombre rosse, che si occupava di cinema, Lambda, che lottava per i diritti degli omosessuali, e non perdevo un numero de Il male, il settimanale satirico, di cui ricordo un numero indimenticabile con una foto di Ugo Tognazzi con le manette ai polsi trascinato da un gruppo di carabinieri, apostrofato falsamente come il grande vecchio delle Brigate Rosse, ovviamente una divertente messinscena, che però con la prima pagina appesa e in bella mostra fuori dalle edicole attirava parecchio l’attenzione.

Più tardi, cominciando a scrivere con una certa assiduità e convinzione, diventai lettore di Linea d’ombra, una delle tante riviste fondate da Goffredo Fofi, l’intellettuale che più di tutti ha creduto a questa forma espressiva, prima con i Quaderni piacentini e successivamente con Lo straniero e Gli asini, con le quali intercettava nuovi talenti e tendenze. Fondai insieme ad alcuni intellettuali di Fermo una rivista indipendente di scrittura, Alias, che prima ancora di diventare il nome dell’inserto culturale del Manifesto, fu il nostro piccolo laboratorio di resistenza culturale in una terra allora ancora molto periferica. L’idea ci venne dal sinonimo in altre parole, ma soprattutto perché era il nomignolo di Bob Dylan, attore non protagonista di quel capolavoro del cinema che è Pat Garret & Billy the Kid di Sam Peckinpah. Di tutti quanti i redattori ero il più giovane e meno attrezzato, forse l’unico veramente irregolare, con studi interrotti e poi ripresi dopo diverse bocciature in Chimica industriale, esperienze lavorative come operaio, venditore di cemento e poi di macchine per scrivere Olivetti, stagionale allo zuccherificio, ma lettore onnivoro e appassionato, e insieme al poeta Adelelmo Ruggieri forse anche l’unico che ha intrapreso più tardi una vera e propria carriera letteraria. La nostra era una rivista elitaria, piena di colti e anche un po’ sterili intellettualismi, di cui condividevo poco, quando chiuse per me fu una liberazione, ma nonostante questo resta comunque una esperienza importante per la mia formazione.

Per quelli della mia generazione le riviste erano i luoghi dell’apprendistato e dell’incontro, di confronto e di elaborazione intellettuale, pagine dove esporsi con le prime opere, ma anche fare gruppo ed elaborare collettivamente un’idea di letteratura e, insieme, un’idea del mondo, spesso marginale, spazi dove alcune minoranze potevano dare forma al loro pensiero. Perché il risultato di quei numeri trimestrali stampati in poche copie, 500, 1000 al massimo, era anche la sintesi di un dibattito che avveniva dentro una piccola comunità, il condensato di un ragionamento a più voci, di scelte estetiche sofferte, scontri anche vivaci su poetiche, proposte di traduzione, recupero di autori rimossi dall’editoria ufficiale, ci prendevamo talmente sul serio che una volta un vecchio professore disse che la nostra sembrava una rivista nata nella vecchia Mitteleuropa. Le Marche costituirono in quegli anni una esperienza anche molto studiata e prolifica, con riviste letterarie di assoluto livello come Lengua, diretta da Gianni D’Elia, Hortus da Enrico De Signoribus, ogni scrittore ne aveva una e intorno alla sua poetica aveva costruito una serie di relazioni complesse con altri scrittori, critici letterari, studiosi. Ne ricordo altre importanti come le romane Prato pagano e Braci, più tardi Scarto minimo, dove si formarono alcuni dei poeti e degli scrittori della generazione che ha preceduto la mia, Lodoli, Albinati, tra gli altri. Altre che mi vengono in mente la fiorentina Salvo imprevisti, quella dei poeti operai Abiti Lavoro dove pubblicava con regolarità Luigi Di Ruscio. Queste riviste erano assolutamente indipendenti e autofinanziate, non avevano quasi mai una regolare distribuzione, molte le trovavi nel circuito delle librerie Feltrinelli, che prima di diventare una catena di vendita commerciale senz’anima dedicavano un angolo ai periodici, oppure venivano vendute durante i reading in giro per l’Italia o spedite per posta agli abbonati.

Allora quelle più autorevoli erano Alfabeta, legata al Gruppo ’63, ancora molto influente nell’editoria italiana, e “Nuovi Argomenti”, romanocentrica e mondadoriana, con la quale più tardi ho collaborato a lungo quando era caporedattore Lorenzo Pavolini, ma queste erano riviste più istituzionali, anche un territorio dove si affermavano nuovi scrittori, che poi da quegli apprendistati arrivavano al libro d’esordio e successivamente iniziavano una vera e propria carriera letteraria.

Ho sempre visto nelle riviste un prezioso spazio di libertà, uno strumento dal basso indispensabile, minoritario ma proprio in virtù di questo portatore di un particolare e unico punto di vista, anche geografico, e tutte le volte che ho potuto ho collaborato con alcune di loro spesso a titolo gratuito, un’altra caratteristica fondamentale di quelle degli anni 70, la gratuità generosa della militanza. Negli anni ho continuato a scrivere parecchio su Diario, E, L’Indice, adesso Millennium del Fatto quotidiano, e quando le riviste si sono spostate sul web sono stato tra i primi promotori de Le parole e le cose, ho scritto saltuariamente su Nazione indiana, seguo minima et moralia e Doppiozero, spesso alcuni dei miei libri nascono da pezzi pensati per le riviste, dai racconti dal vero, come l’ultimo sul fine vita che ho affidato a Sotto il vulcano, la nuova rivista diretta da Marino Sinibaldi edita da Feltrinelli, un numero sui Confini curato da Andrea Bajani, o un pezzo per lo speciale Pasolini uscito su Achab. Forse dopo anni di rete, la carta sta tornando davvero.

L’articolo è tratto da Left del 15-21 luglio 2022 

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Lampedusa per tirare la volata a Salvini e Meloni

One group of migrants is transferred from the Lampedusa dock to a larger ship for transport to Sicily. Nearly 400 migrants of many nationalities were gathered on a Lampedusa dock on August 28, 2021 and then transferred by ship to mainland Sicily; the dayÕs arrivals of nearly 1,000 migrants overwhelmed the total capacity of LampedusaÕs ÒhotspotÓ of 250 persons. (Photo by John Rudoff/Sipa USA) Sipa Usa/LaPresse Only Italy 34751792

La situazione nell’hotspot di Lampedusa va oltre ogni immaginazione. In una struttura inadeguata e in condizioni igieniche inaccettabili sono state ammassate per giorni circa 2mila persone. Tra loro bambini e donne incinte. L’emergenza non sta negli sbarchi, diminuiti rispetto al 2021, ma nella mancanza di soccorso in mare e nella lentezza dei trasferimenti. Sembra la Libia ma è l’Italia, aveva commentato l’ex sindaca Giusi Nicolini (anche lei sventolata come vessillo dei diritti e poi dimenticata dal suo partito).

A chi serve Lampedusa? Yasmine Accardo, referente di LasciateCIEntrare a Melting Pot Europa spiega: «Ci sono anche casi di persone tornate in Italia per la seconda volta (oggetto quindi per la nostra normativa di reato di reingresso). La prima volta erano stati espulsi senza aver accesso nemmeno ad una informativa, molti speravano con la seconda di riuscire a riconquistare un diritto. Ma nulla cambia. Nemmeno stavolta ci sono riusciti».

«Le persone – prosegue l’attivista – sono trattenute nell’hotspot di Lampedusa senza accesso a legali di fiducia. Sanno che un giudice li giudicherà altrove, senza che possano essere presenti e soprattutto senza un difensore che ne conosca la storia, ricevendo così una veloce sentenza di condanna ed espulsione. Questa è la prassi oramai consolidata. Reato di reingresso che in realtà dovrebbe essere guardato come ricerca di giustizia negata ancora e ancora».

A chi serve Lampedusa? Il giornalista Riccardo Bottazzo abbozza un’ipotesi: «È incredibile che ogni estate a Lampedusa si ripeta lo stesso copione. La possibilità di organizzare dei veloci trasferimenti verso le altre regioni italiane e il sistema di accoglienza sarebbe nelle facoltà di uno Stato che ad oggi è riuscito ad accogliere oltre 145mila profughi ucraini. Ma lo stato di emergenza permanente serve a legittimare la politica del governo con le sue prassi d’urgenza e gli accordi bilaterali dalla dubbia legittimità, a stringere patti con dittatori costantemente riabilitati in quanto “necessari” fino a rifinanziare le milizie libiche, con l’ovvia conseguenza di riportarci ad un livello di dibattito pubblico sempre al punto di partenza e reso ancor più infimo dai facili slogan ed isterie della destra», scrive.

Non è un caso che con la crisi di governo in corso Salvini e Meloni si ributtano sugli slogan (falsi) contro l’immigrazione. Come se non esistesse la povertà, come se non esistesse la crisi, come se non esistessero gli italiani che non riusciranno a pagare le bollette, come se il pianeta non stesse soffrendo per la crisi climatica. Niente di niente. Si buttano sugli immigrati per racimolare qualche voto. Sono sovranisti ma l’unica loro Patria sono loro stessi, le loro tasche, i voti.

Buon lunedì.

Per approfondire, vedi Left del 15-21 luglio 2022

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Lo sguardo lungo di Anna Politkovskaja

USPECIFIED, RUSSIA - UNDATED: (FILE PHOTO) In this undated file photo, Independent Russian journalist Anna Politkovskaya, a highly respected and tireless investigative reporter and author is pictured at work. Politkovskaya, who was murdered in an execution-style slaying October 7, 2006, devoted much of her career to shining a light on human rights abuses and other atrocities of the war in Chechnya as well as the plight of Chechen refugees. (Photo by Novaya Gazeta/Epsilon/Getty Images)

Non è stata né la prima giornalista né l’ultima uccisa in nome di verità e libertà, eppure oggi si ricorda soprattutto lei come simbolo dei tanti (troppi) colleghi morti sul campo.
Non era bella, ma tutti abbiamo in mente il suo aspetto: i capelli grigi, gli occhialini in metallo, lo sguardo mobile.
Chi l’ha conosciuta non la ricorda come una presenza carismatica, ma nonostante ciò, quando parlava dei temi che le stavano a cuore, incarnava una passione difficile da dimenticare. In patria la chiamavano “la pazza di Mosca”, mentre all’estero era ricoperta di onori, premi, offerte di lavoro.
Nei suoi articoli pubblicati dal periodico Novaja gazeta raccontava gli orrori, i soprusi e gli eccidi di una guerra terribile ma, a cambiare “Cecenia” con “Ucraina”, la sostanza resta, dolorosamente, la stessa.

Nel 2001, Anna Politkovskaja viene arrestata e sfiora la morte. Nel 2004 tentano di avvelenarla. «Ogni volta che esce un articolo, vengo convocata in procura in mezzo ai delinquenti. Loro sono lì per rapine e stupri, io per… giornalismo!». Ogni settimana le arrivano 10-15 minacce di morte. Da un certo punto in poi, tutti iniziano a profetizzare: «Ti uccideranno». E lei a rispondere: «Lo so». Anna potrebbe andarsene e rifarsi una vita all’estero. E invece resta. Guarda in faccia il suo nemico. Affronta il suo destino.
Sono tanti i motivi per cui, a quasi 16 anni dal suo omicidio, Anna Politkovskaja è più attuale che mai.

La guerra (ehm, operazione speciale…) scatenata da Vladimir Putin contro l’Ucraina ha riportato di attualità le sue parole che, rilette oggi, appaiono drammaticamente profetiche. A marzo, Adelphi ha ripubblicato La Russia di Putin, subito diventato un bestseller. «Perché ce l’ho con Putin?» si (e ci) chiede Anna. «Per una faciloneria che è peggio del latrocinio. Per il cinismo. Per il razzismo. Per una guerra che non ha fine. Per i cadaveri dei morti innocenti».
Più di recente, sono tornati in libreria sempre per Adelphi Diario russo e Per questo, altre raccolte degli articoli di Anna. Va detto che i suoi libri sono usciti solo all’estero, dove le sono valsi premi e plausi, ma mai in patria. Anche in questo caso, le sue parole ci appaiono illuminanti: «Mi dicono spesso che sono pessimista, che non credo nella forza della gente, che ce l’ho con Putin e non vedo altro. Vedo tutto, io. È questo il mio problema».
Mi sono avvicinata a lei nel 2016, nel decennale della sua uccisione. L’ho raccontata ai lettori più giovani nel romanzo Il sogno di Anna (Feltrinelli), esplorando soprattutto la…

L’intervista prosegue su Left del 15-21 luglio 2022 

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Zoja Svetova: Essere giornalisti nell’impero di Putin

«Il giornalismo indipendente è un concetto proibito in Russia». Non mostra tentennamenti né reticenze la giornalista russa di Novaja gazeta Zoja Svetova, figlia di dissidenti e prigionieri politici ai tempi dell’Unione Sovietica, nell’affrontare le problematiche nodali che investono la sua professione nell’odierna Russia.

Svetova, c’è ancora qualche minimo spazio per fare informazione in Russia?
Il potere russo ha ucciso definitivamente il giornalismo indipendente nel 2022. La propaganda di Stato è presente nei media ufficiali, in televisione e sulla stampa. Più di cento giornalisti sono stati etichettati come “agenti stranieri”, il che rende praticamente impossibile il loro lavoro in territorio russo. Ogni volta, non solo nelle pubblicazioni ma anche nei social network, i giornalisti riconosciuti come agenti stranieri devono precisare di essere considerati tali. Inoltre, devono occuparsi della contabilità speciale. Se non applicano la legge, rischiano sanzioni che possono arrivare fino alla condanna penale.

Il vostro giornale, la Novaja gazeta, ha dovuto sospendere le pubblicazioni. Che strategie avete messo in campo per continuare la vostra attività?
Il 28 marzo il nostro giornale ha sospeso le pubblicazioni, ma si continua a lavorare per il futuro. Prepariamo ampi fascicoli, inchieste che dovrebbero essere pronte quando la testata riprenderà a uscire. Da parte mia, lavoro a un podcast in cui racconto le storie dei russi che hanno lasciato il Paese, paventando repressioni e arresti: storie di giovani che temevano di essere costretti a partecipare alla cosiddetta «operazione militare speciale», ossia il modo in cui la legge russa ci impone di definire ciò che accade in Ucraina.

Il giornalista e Premio Nobel Dmitry Muratov, direttore di Novaja gazeta, è stato attaccato da uno sconosciuto a bordo di un treno tra Mosca e Samara. Altri giornalisti hanno subito indimidazioni e minacce. È preoccupata?
So bene come in tutto il mondo, e soprattutto nei Paesi autoritari o totalitari, la professione di giornalista sia rischiosa, ma io continuo a lavorare e a dedicare il mio tempo libero a scrivere libri, dove vorrei provare a sviluppare alcuni argomenti che…

L’intervista prosegue su Left del 15-21 luglio 2022 

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