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Quasi arrivati

TOPSHOT - In this aerial view Haitian migrants queue to receive food at a shelter in Ciudad Acuna, Coahuila State, Mexico, on September 23, 2021. - At least 50 police vehicles carrying more than a hundred agents are blocking the border crossing at the river that separates the Mexican city of Ciudad Acuña from the United States, AFP reported. (Photo by PEDRO PARDO / AFP) (Photo by PEDRO PARDO/AFP via Getty Images)

«Ho camminato per tre giorni senza sapere dove andare, poi ho finalmente raggiunto Roma». Masi è solo, è notte e non ha idea di dove si trovi quando scende dal camion dove si è nascosto. Sa solo di essere arrivato in Italia dopo quasi venti ore di viaggio nella stiva di un traghetto partito da Patrasso, in Grecia. Masi ha 19 anni e sono ormai tre anni che ha lasciato la sua città d’origine, Kabul. «Appena arrivato in Italia, ero felice. Però, quando sono uscito dal camion ho dovuto ricominciare a viaggiare. Mi sentivo morire, solo e infreddolito». È sporco di fuliggine, rischia di attirare l’attenzione. Ma Masi ha la famiglia in Inghilterra e vuole lasciare l’Italia il più velocemente possibile. Inosservato. E da invisibile arriva fino a Londra nel novembre 2021 ma sembra ancora affaticato mentre oggi, a distanza di oltre 8 mesi, rievoca le notti passate in strada in Italia. Mentre parliamo su Skype mi dice di avere i brividi nonostante la temperatura estiva, gli stessi brividi provati – ma quella volta per il freddo – quando arrivò a Roma in autunno inoltrato. «Diluviava – dice – e passai la mia prima notte sotto la pioggia».

Sono tantissimi gli invisibili che arrivano in Italia per dirigersi subito verso il confine francese o svizzero. Secondo le principali organizzazioni il nostro Paese è una meta temporanea per almeno il 70% delle persone migranti. In pratica è una delle ultime tappe prima dell’arrivo definitivo. Eppure, negli insediamenti informali lungo la Rotta balcanica l’Italia risuona come una parola mitologica nei discorsi dei migranti di diverse nazionalità. «Ora che è estate qui a Trieste arrivano attraverso la Rotta balcanica, passando per Serbia e Bosnia, almeno 20/30 persone al giorno» dice Nicola Franchini dell’associazione Linea d’ombra. Italia: la meta sognata anche da chi, da Patrasso o Igoumenitsa, si nasconde nei traghetti per Bari, Ancona o Venezia. Italia, il luogo sicuro dopo giorni di viaggio su un gommone dalla Turchia.

«Non arriverò mai in Italia. Pensavo a questo e piangevo tra le onde che entravano nel gommone e la paura». E invece, dopo cinque notti in mezzo al…

L’intervista prosegue su Left del 15-21 luglio 2022 

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Il lager (italiano) del tempo sospeso

Migrants who crossed the Mediterranean Sea by boat line up behind a fence in Lampedusa, Italy, Friday, Oct. 1, 2021, as they wait to board a ferry to Sicily. Despite the risks, many migrants and refugees say they'd rather die trying to cross to Europe than be returned to Libya where, upon disembarkation, they are placed in detention centers and often subjected to relentless abuse. (AP Photo/Renata Brito)

«I Cpr sono lager, luoghi disumani in cui esseri umani tengono segregati, in modo indegno, altri propri simili, senza colpa. Spesso sono giovani di vent’anni, in salute, venuti fin qui con la speranza di una vita migliore, di trovare un Paese capace di dar loro un futuro, perché la loro terra è distrutta dallo sfruttamento, dalla guerra, dalla siccità. Qui trovano invece confusione, segregazione, violenza psicologica, se non fisica, e si ammalano, si disperano fino a cercare la morte. E a volte muoiono». Paola Nugnes, senatrice di ManifestA, è entrata per la prima volta in un Centro permamente per i rimpatri, insieme alla collega deputata Doriana Sarli, della stessa componente parlamentare. In luoghi come questo vengono costrette in stato di reclusione persone extracomunitarie considerate da espellere dall’Italia, in quanto trovate prive di regolari documenti di soggiorno. Paola Nugnes non nasconde l’indignazione, anche quasi dopo un mese dall’esperienza vissuta nel Cpr. Il 17 giugno, senza clamore, le due parlamentari hanno raggiunto il Cpr di Gradisca d’Isonzo in provincia di Gorizia, per una lunga, attenta e doverosa ispezione, accompagnate da un legale, Martina Stefanile, e un mediatore culturale, Nagi Cheikh Ahmed.

Anche Doriana Sarli è provata da quanto ha visto: «Un luogo senza tempo – racconta – dove lo Stato di diritto scompare. Alcuni lo definiscono “luogo dal tempo sospeso”, perché privo di…

L’intervista prosegue su Left del 15-21 luglio 2022 

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Fabrizio Pregliasco: La variante eccezionale

BERLIN, GERMANY - MARCH 30: Graffiti of a woman wearing a protective face mask next to an image of the coronavirus is seen on March 30 in Berlin, Germany. The coronavirus and the disease it causes, COVID-19, are having a fundamental impact on society, government and the economy in Germany. Public life has been restricted to the essentials in an effort to slow the spread of infection. Hospitals are scrambling to increase their testing and care capacity. A recession seems likely as economic activity is slowed and many businesses are temporarily closed. Schools, daycare centers and universities remain shuttered. Both federal and state government seek to mobilize resources and find adequate policies to confront the virus and mitigate its impact. (Photo by Adam Berry/Getty Images)

La terza estate di convivenza con la pandemia è stata caratterizzata, con sorpresa di quasi tutti, da una drastica impennata dei contagi da Covid-19 la cui “responsabilità” è da imputarsi principalmente alla nuova variante chiamata Omicron 5. Secondo gli ultimi dati dell’Istituto superiore di Sanità, “ufficialmente” in Italia oggi i positivi sono quasi un milione, ma è ormai assodato che in molti non si dichiarino alle Asl o ai medici di base pertanto la stima parla di un numero superiore di tre volte. Per cercare di capire cosa dovremmo aspettarci nel prossimo futuro dal virus Sars-cov-2 abbiamo rivolto alcune domande al professor Fabrizio Pregliasco, virologo e direttore sanitario dell’Istituto Galeazzi di Milano.

Pensavamo che il peggio fosse passato, mentre adesso ci stiamo confrontando, in un periodo imprevisto come l’estate, con la Omicron 5. Cosa sta accadendo?
Stiamo vivendo una fase di riacutizzazione dei contagi per due motivi ben precisi. Il primo è l’allentamento fisiologico delle restrizioni e il maggior numero di occasioni sociali che l’estate porta con sé. Concerti, città turistiche affollate e locali pieni, aumentano il rischio di contrarre il virus. Il secondo è dovuto alla natura altamente infettiva della variante Omicron 5. Questa mutazione è molto più contagiosa del morbillo e della varicella che fino ad oggi erano i virus più infettivi conosciuti. Inoltre sembra avere la capacità di schivare, in una certa qual misura, la protezione data dai vaccini e dagli anticorpi acquisiti guarendo dall’infezione.

Secondo le stime, attualmente almeno il 10%  dei contagi sono casi di reinfezione…
È così. Per fare un esempio, se la versione originale del coronavirus, quella di Wuhan per intenderci, aveva un indice R0 – cioè il numero medio di persone che ogni malato può contagiare – di 2, la…

L’intervista prosegue su Left del 15-21 luglio 2022 

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I nemici del benessere collettivo

Come si studia in ogni corso di economia, il teorema fondamentale dello scambio dimostra che ciascun Paese, come anche ciascuna unità economica, dovrebbe produrre solo le merci per le quali è relativamente più efficiente. Per fare un esempio, anche se un Paese avanzato è più efficiente sia nell’agricoltura sia nell’industria rispetto ad un Paese povero, è bene per entrambi che il primo si dedichi all’industria, lasciando l’agricoltura a quello più povero. Lo stesso principio vale anche per la divisione del lavoro: un artigiano che fosse più bravo sia nel lavorare il legno sia i tessuti, si deve concentrare nella lavorazione dove è particolarmente efficiente, ad esempio del legno, lasciando i tessuti a chi è relativamente meno inefficiente.

Sebbene il principio illustri effettivamente i vantaggi della specializzazione produttiva, è dubbio che il mondo funzioni così. Il rischio, ad esempio, è che l’economia dei Paesi poveri possa rimanere legata a produzioni di minor valore, senza riuscir mai a colmare il divario con quelli più avanzati. Inoltre, minore è la diversificazione produttiva, maggiore è la dipendenza del Paese dai mercati internazionali, con la conseguente perdita di sovranità. Infine l’estrema specializzazione delle mansioni condanna il lavoratore a mansioni…

L’inchiesta prosegue su Left del 15-21 luglio 2022 

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«Così mi sono salvato da una setta religiosa»

«Sono nato nel 1958, ho fatto parte del Movimento dei Focolarini dal 1976 al 1996 prima come Gen (l’espressione giovanile del movimento) e poi come volontario (branca laica del movimento). Quando avevo 13 anni è venuto a mancare mio padre e quella perdita mi ha lasciato solo e alla ricerca. Cercavo una comunità, sicurezza, appartenenza, accoglienza ed a 17 anni (erano gli anni 70) ho conosciuto i Gen ed i focolarini. La mia famiglia era tradizionalmente cattolica, ma non approvava il mio coinvolgimento nel Movimento ed il suo messaggio. La loro percezione era che mi avevano perso. All’interno dei focolarini tali reazioni e perdite non erano un problema: un percorso del genere era più o meno implicitamente previsto. Ero pronto a lavorare sodo per il movimento, sentivo di fare qualcosa di importante, mi faceva sentire più vicino a Dio, ero ambizioso. In quel periodo ho perso non solo la mia famiglia ma anche i miei vecchi amici. Non avevo più tempo per loro, gli impegni per il movimento dovevano prevalere… Per vent’anni sono stato attivo nel movimento ma quando avevo 38 anni ho preso le distanze. Una notevole mancanza di trasparenza in materia finanziaria, un mancato riconoscimento all’interno del gruppo dei volontari e problemi nel mio matrimonio sono stati i motivi decisivi che mi hanno spinto ad allontanarmi».

William P. è un uomo irlandese e queste parole introducono il racconto di come entrò a far parte dei Focolarini, di come ha vissuto all’interno del movimento, di come ne è faticosamente uscito e di quali ferite gli ha lasciato quella esperienza. Lui è stato uno dei circa due milioni di focolarini sparsi per il mondo in 180 Paesi diversi, compresi i 7.160 che vivono in piccole comunità di laici, i cosiddetti focolari. Questi, come si legge sul sito ufficiale del movimento sono il «cuore di tutte le realtà di cui il movimento si compone; si impegnano a mantenere vivo il “fuoco” da cui deriva il nome focolare».

La fuga di William dai focolarini non è affatto un episodio isolato e la sua testimonianza inedita è arrivata al nostro Database sui casi di violenza all’interno della Chiesa cattolica attraverso l’Oref, una organizzazione internazionale di ex focolarini nata nell’aprile scorso con lo scopo di «combattere gli abusi di potere nel Movimento» fondato da Chiara Lubich nel 1943 a Trento. Avvalendosi della collaborazione di avvocati, teologi ed esperti di diritto canonico, i fondatori di Oref, oltre a raccogliere testimonianze come quella di William, forniscono a chi lo richiede tutto il supporto necessario per sostenere il trauma della separazione dal Movimento.

«Le richieste di aiuto – ci raccontano due di loro che chiedono l’anonimato – si sono moltiplicate in seguito alla recente pubblicazione del libro di Ferruccio Pinotti, La setta divina (Piemme), e ormai arrivano anche da “dentro”. In tanti vorrebbero seguire la strada di William ma si troverebbero da un giorno all’altro senza un lavoro e senza alcun sostegno economico». Questa serie di richieste di aiuto ha permesso all’Oref di “catalogare” il genere di abusi che avverrebbero all’interno della comunità dei focolarini. «Questi abusi – raccontano i due ex focolarini – vanno dalla manipolazione affettiva (compresi i matrimoni combinati, come è accaduto a William, e le separazioni combinate) all’uso di metodi settari di proselitismo (come la rivelazione progressiva dell’insegnamento interno, allo scopo di non spaventare i nuovi proseliti), l’obbligo di reprimere ogni manifestazione di sofferenza (forzando il volto al sorriso e trattenendo ogni lacrima), la patologizzazione di orientamenti sessuali ed espressioni di genere non conformi al modello eteropatriarcale, l’impiego non retribuito in lavori sfiancanti che a distanza di tempo ha lasciato alcuni di noi senza risparmi né copertura pensionistica. Infine – aggiungono i fondatori di Oref – tutti noi abbiamo visto in prima persona l’acuirsi di gravi disturbi mentali in molti membri a seguito della pressione, fisica e mentale, imposta dal Movimento; in alcuni casi, questi abusi psicologici hanno portato sull’orlo del suicidio».

William è uno di questi. «Guardando indietro – scrive – devo dire che lo sviluppo della mia persona si è fermato a 18 anni. Mi piaceva essere Gen, all’epoca ero felice, ma a un certo punto sono caduto in depressione e ho avuto sintomi fisici tangibili. Non sapevo chi ero e cosa volevo. Avevo 38 anni e mi sentivo come se non avessi personalità o identità. Il concetto di lasciare il passato era diventato distruttivo. Preghiere ripetute come “Dio, tu sei tutto, io sono niente” erano diventate come una “programmazione neurolinguistica”. Non potevo essere una personalità indipendente e infatti non lo ero più. Nel 1996 – prosegue William – mi ammalai di depressione e lasciai il Movimento dei Focolarini. Questa malattia è durata diversi anni. La causa era la mia mancanza di identità, non ero stato in grado di sviluppare una personalità indipendente e di avere una visione della vita matura e adulta. Per 20 anni ho dovuto “tagliare la testa”: non potevo pensare da solo, ma seguire le regole e le direttive del responsabile dei Gen, come un soldato dell’esercito. Ho tenuto segreta la mia malattia; solo il mio psicoterapeuta e la mia moglie attuale lo sapevano. La terapia è durata due anni e mi ha permesso di iniziare una nuova vita. Tuttavia, le esperienze di quel periodo mi perseguitano ancora oggi e rappresentano un peso. Oggi sono sposato per la seconda volta e sono felice con mia moglie… Il fatto che per me non ci sia stata la possibilità di uno sviluppo indipendente lo vivo ancora come un abuso psicologico».

«Noi crediamo – osservano i due fondatori di Oref – che tutti i comportamenti descritti fin qui si configurino anche come illeciti civili e penali e vorremmo presentare alle istituzioni civili e alla Chiesa un’analisi giuridica per evidenziare come gli abusi di coscienza limitino il diritto di autodeterminazione delle persone fino ad arrivare a crisi psicologiche o al suicidio». Pesa inoltre moltissimo l’impossibilità di gestire liberamente le proprie risorse, poiché gli stipendi e i beni devono essere donati al Movimento, senza possibilità di decisione autonoma e soprattutto senza possibilità di determinazione democratica della destinazione delle risorse raccolte. «Non viene retribuito il lavoro svolto per il Movimento, né garantita assistenza o previdenza sociale soprattutto se poi si esce dal cammino. Alcuni di noi si sono infatti trovati in stato di indigenza ed è stata negata la pensione perché nessuno aveva pagato i contributi. Crediamo – concludono – che il sistema del Movimento dei Focolarini, e di altri movimenti ecclesiali, presenti delle derive settarie che sono contrarie al bene delle persone, nonostante le dichiarazioni diffuse nelle loro comunicazioni ufficiali e all’opinione pubblica».

In Francia, nei mesi scorsi, un Report di Gcps consulting ha evidenziato la fondatezza delle denunce degli abusi sessuali da parte di un dirigente del Movimento in Francia, ma anche di altri tipi di abusi molto simili a quelli denunciati da Oref, che sono stati raccolti per l’indagine. E in Italia? Quali sono gli strumenti che gli ex focolarini hanno a disposizione per far valere i propri diritti e tutelare la propria salute? Lo abbiamo chiesto al magistrato della Procura di Roma Francesco Dall’Olio e allo psichiatra e psicoterapeuta Andrea Masini.

«Quello che penso avendo letto queste testimonianze e altre fonti aperte molto ben documentate, come il libro di Pinotti – osserva Dall’Olio – è che in certi casi si potrebbero configurare due tipi di reato: la truffa o la circonvenzione di incapace. Il confine è molto labile. Nella circonvenzione di incapace va dimostrata la fragilità del soggetto che viene danneggiato ad esempio “convincendolo” a lavorare per anni devolvendo lo stipendio al movimento. La truffa si configura per es. laddove mi hai fatto credere di essere mandato da Dio approfittando della mia fede più o meno cieca e questo lo hai fatto per poterti impossessare dei miei beni etc. In entrambi i casi – prosegue Dall’Olio – siamo in presenza di un abuso psicologico». Vale a dire? «Attraverso l’abuso psicologico si induce una persona a fare una cosa che è contro i suoi interessi e a favore dei propri. Si approfitta di una situazione di inferiorità psicologica di un’altra persona per ottenere un vantaggio personale. Per es. nel caso della truffa in gergo si dice che prima di farla ci vuole il soggetto. Prima di escogitare il meccanismo si va a cercare la persona che può “credere” a quello che gli viene raccontato. E questo è ciò che sembra essere il concetto fondante del Movimento dei Focolari».

C’è chi la definisce una setta. «Nella differenza tra movimento e setta c’è ovviamente il discrimine tra lecito e illecito» dice Dall’Olio. «Un “movimento” è un gruppo che si rivolge all’esterno, pensiamo alle Sardine o agli stessi 5Stelle. In una setta, questo scambio non c’è e non c’è dialogo interno, non c’è dibattito, c’è un annientamento dell’individuo all’interno del gruppo e c’è un’organizzazione estremamente verticistica che detta le regole agli altri che stanno “sotto” e le eseguono. Il Movimento dei focolarini sembra tendere più verso questa direzione, anche perché ho il sospetto che oltre all’aspetto economico, che pure non deve essere del tutto indifferente, c’è quello della prassi di soggiogare, di mettere in soggezione chi vi aderisce».

E qui entriamo ancor più nello specifico delle dinamiche di carattere psicologico descritte nelle testimonianze. «Ricordo – dice lo psichiatra Masini – che il presidente Napolitano quando nel 2008 morì Chiara Lubich inviò un messaggio di cordoglio a tutto il Movimento dei focolarini, a testimonianza del livello di rispettabilità che questo pubblicamente si è ritagliato. Ma tutto ciò nasconde una realtà che è molto diversa. E questo “gioco” di sembrare un movimento e invece essere una setta fa molto pensare». Una setta. Come altro definire un “movimento” che ai suoi aderenti fa compilare dei questionari – da consegnare ai loro referenti – nei quali devono essere elencate pedissequamente tutte le attività, non solo spirituali, quotidiane? “Con chi sei uscito, come ti sei vestita, qual è il tuo stato di salute etc” sono alcune delle domande imposte agli adepti; si tratta di palesi violazioni della privacy perpetrate impunemente per anni e decenni. Stiamo parlando dei famigerati “schemetti” ideati da Chiara Lubich, che nel 2020 persino il Vaticano ha dichiarato “illegali” (ma solo perché si sovrappongono al sacramento della confessione, il che peraltro rende ancor più l’idea del livello di violazione dell’intimità altrui).

«Quello che colpisce delle testimonianze degli adepti, compresa quella di William – prosegue Masini – è il racconto preciso di un periodo di smarrimento personale, che è stato colto, intercettato, da quella comunità religiosa. Il movimento li ha “accolti” facendoli sentire parte di un gruppo, dando loro un’identità, un ruolo. C’è però da dire che si tratta di una finta identità. Un’identità falsa che non corrispondeva e non corrisponde nemmeno alla realtà di quello che professa la comunità. Io penso – aggiunge lo psichiatra – che in questo abbia sempre avuto buon gioco e che si tratti di una violenza psicologica potentissima».

Come ci si può “difendere”? «La psicoterapia è la strada maestra. Però va considerato anche che intorno alla vittima c’è il vuoto. Non ha più amici, né soldi. Di suo non c’è più nulla, si è spogliato di tutto. È tutto dentro il mondo da cui si vuole separare». Anche la casa in cui vive è dentro la comunità ed è della comunità. «Esattamente. Qui emerge il “progetto” feroce della religione, e di questo tipo di religione in particolare, tutto basato sul sottrarre alla persona, all’individuo, le sue capacità di vivere e di leggere il mondo. Quindi per “liberarsi” si tratta di riconquistare questa sicurezza. Dentro ciascun essere umano – conclude Masini – c’è tutto quello che serve per vivere bene nel mondo e non c’è bisogno di qualcosa che dall’alto ti sostenga o ti valorizzi o ti dia un’identità. Questo vale per tutte le religioni ma in casi come quelli riportati dalle testimonianze di ex focolarini assume dei connotati particolarmente violenti, ci tengo a ribadirlo. C’è il palese tentativo di dimostrare e far credere all’essere umano che senza una forza superiore, una guida dall’alto, non ce la può fare».

L’inchiesta è tratta da Left del 15-21 luglio 2022 

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Che pena, quasi tutti

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse 12-07-2022 Roma, Italia Politica Chigi Governo - Conferenza stampa del Presidente del Consiglio Draghi con i ministri Orlando e Giorgetti Nella foto: Il Presidente del Consiglio Mario Draghi Photo Mauro Scrobogna/LaPresse July 12, 2022 Rome Italy Politics Chigi Government - Press conference by Prime Minister Draghi with Ministers Orlando and Giorgetti In the photo: The Prime Minister Mario Draghi

Ieri sera, dopo una giornata convulsa a seguire le tragicomiche acrobazie di un governo “autorevole sul piano internazionale” (è lo slogan vincente di queste ore) ma caduco qui a casa nostra, ero con un amico davanti a un bicchiere di vino. «E ora?», mi ha chiesto, contaminato dall’isteria collettiva di chi ha bisogno di un allarme al giorno per sentirsi partecipe alla realtà. Ho spiegato, con calma, che si tratta solo dell’ennesima crisi di governo di questa legislatura che ricorderemo come sempre gravida di leader che non hanno rinunciato al loro partitino di cittadinanza. Una legislatura, sembra che in molti se ne siano dimenticati, che arriva a fine corsa con schieramenti geneticamente modificati mai passati dalle urne, simboli e sigle che esistono sulla carta intestata del Parlamento con truppe di deputati e senatori che non potranno mai avere passando da una normale elezione politica.

Ricordavamo, aiutati dalla tranquillità del tavolino di un bar dove ci si presenta solitamente di persona, senza l’aiuto di infervorate truppe cammellate come avviene su Twitter, che l’ultima crisi di governo avvenne con centinaia di morti al giorno e una pandemia che ai tempi appariva insormontabile. Cadde il governo per il Mes. Sembra incredibile, vero? Fu “il Mes” la roncola usata in quell’occasione, roba perfino più triste del candelabro del maggiordomo. Ci spiegarono dopo che il Mes fu solo la leva per togliere di torno Conte da Palazzo Chigi. Fu definito un capolavoro. L’arrivo di Draghi rese ancora più fieri i fans del guastatore. Ci sta, la politica è un gioco – spesso sporco – che prevede anche l’azzoppamento dei nemici.  In quell’occasione qualcuno vide nel “conticidio” una manovra oscura di poteri esterni e piani alti. Trovai la teoria piuttosto bislacca: avevano semplicemente vinto coloro che volevano fare fuori Conte. A posto così.

Parimenti bislacca è la teoria che debbano esistere poteri forti (diametralmente opposti) in questo caso in cui Draghi ha perso la fiducia – politica – di un partito. È la ripetizione speculare di ciò che accadde solo che in questo caso, non si capisce bene il perché, il “capolavoro politico” che fu ora dovrebbe essere un “tradimento”. Anzi, per dirla meglio: conticidio, tradimento e tutte queste altre panzane buone per aumentare il coinvolgimento social sono furberie retoriche e emozionali che attengono al tifo. Non c’entrano nulla con la politica… Hanno a che fare piuttosto con bestie e bestioline – rondoliniane o morisiane, sono tutte della stessa pasta – che vivono la politica come una partita di calcio. Tifosi, semplicemente.

«Ma ora arriva la destra», mi ha detto quel mio amico seduto stanco, introiettando un altro tic che ciclicamente viene usato da chi aspira al massimo al meno peggio. Gli ho spiegato, spero di essere stato abbastanza convincente, che la “destra” sta già al governo, bella pasciuta, avendo piazzato un filotto di ministri che non avrebbero mai potuto sperare in una loro resurrezione politica senza il “capolavoro” dell’ultima crisi di governo. Salvini, per dirne uno, quel Salvini che si era ribaltato da solo in un parcheggio nell’estate del Papeete, oggi sta al governo. Brunetta, che sgomma con la sua auto da ministro, prima del governo Draghi era nascosto in un’ala polverosa del Parlamento. Giorgetti, che gioca a fare il Gianni Letta in queste ore, è stato riabilitato per un gioco di crisi e di rovesciamenti. Volendo vedere la stessa Giorgia Meloni è stata messa nella comoda posizione di poter cannoneggiare nella conveniente posizione dell’unica opposizione grazie alla crisi precedente a questa.

Se vincerà la destra, trainata da Giorgia Meloni, vorrà dire che questo “governo dei migliori” là fuori non ha voti. Di più: significherà che c’è un bacino elettorale ampio, ampissimo, che non si trova d’accordo con le politiche di Draghi. Mi pare lecito, in democrazia. O forse il tema vero è che questi leader di partito sono abilissimi guastatori delle politiche degli altri ma hanno una paura fottuta di sottoporre le proprie politiche ai loro elettori. Funziona così, la politica e la democrazia.

Buon venerdì.

Europa, Giano bifronte

Erdoğan è un «dittatore». Così l’aveva definito mesi fa il presidente del Consiglio Mario Draghi. Dopodiché, stringendogli la mano, parlando del soccorso e dell’accoglienza ai migranti che cercano di arrivare in Italia per entrare in Europa, il premier in vista ufficiale a Ankara ha detto che «siamo giunti al limite». Ma quale è questo limite?

Davvero le cose stanno così come ha affermato il Premier colloquiando amabilmente con il presidente turco? Non dimentichiamo che quest’ultimo, dopo aver ricevuto diversi miliardi di euro dalla Ue per impedire ai migranti di raggiungere il continente europeo, ne fa carne da macello lavorando di concerto con la sedicente Guardia costiera libica e con Frontex, l’agenzia Ue accusata di respingimenti illegali. Insieme, queste realtà concorrono allo stesso obiettivo: rispedire i migranti e i richiedenti asilo che fuggono da guerre e povertà nei lager (non solo quelli libici) dai quali potranno uscire solo o da morti o pagando un pizzo per tornare a rischiare la vita in una disperata traversata su un gommone. La domanda resta sempre la stessa: davvero l’Italia e l’Europa possono dirsi culla di diritti e al contempo pianificare questa disumana politica di esternalizzazione dei confini nel Nord Africa e in Turchia? Davvero possiamo chiudere uno o due occhi verso gli «utili dittatori» come Erdoğan, che mercanteggia sull’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato chiedendo in cambio di avere mano libera contro i curdi? Svezia e Finlandia si genuflettono al suo cospetto.

Lo fanno due donne premier che sono state e sono un punto di rifermento dei socialdemocratici. Per fortuna, sul piano concreto Erdoğan non ha ancora ottenuto nulla come ci informa puntualmente Mariano Giustino su Radio radicale. Ma la questione di una eventuale estradizione di rifugiati curdi non doveva neppure essere messa sul tavolo, per questioni umanitarie e di rispetto del diritto internazionale. Peraltro sappiamo bene che fine farebbero se fossero rimandati in Turchia dove in carcere viene praticata la tortura e avvengono costanti violazioni dei diritti umani. Lo scorso 11 luglio la Corte europea dei diritti umani ha condannato Ankara per non aver dato seguito alla richiesta del 2019, da parte della stessa Corte, di scarcerare immediatamente il prigioniero di coscienza Osman Kavala che Erdoğan ora ha fatto condannare all’ergastolo.

Qual è il vero volto della nostra amata Europa? Quello della Corte dei diritti dell’uomo o quello di Frontex? Quello della risoluzione 55 del 2001 che, finalmente applicata, ha permesso di accogliere immediatamente e giustamente milioni di profughi ucraini o quello della Fortezza Europa che alza muri altissimi e che sbarra la strada a chi fugge da conflitti, disastri e carestie che avvengono ad altre latitudini? L’Europa che amiamo, in cui crediamo, che vorremmo contribuire a costruire è quella democratica, attenta ai diritti umani, allo Stato di diritto, non questo Giano bifronte.

Lo stesso discorso vale per l’Italia che generosamente e giustamente ha accolto 150mila rifugiati ucraini ma nelle parole del capo del governo Draghi evoca spettri di invasione di fronte a un realtà di soli 31mila persone sbarcate in Italia da inizio anno. Per quanto riguarda migranti e richiedenti asilo africani, mediorientali, arabi, afgani – in altre parole dalla pelle scura e non cristiani – il “governo dei migliori” si muove sulla stessa scia del governo Gentiloni che stipulò i famigerati accordi con la Libia, sulla stessa linea del Codice Minniti, e dei feroci decreti Salvini che, per quanto siano stati modificati, restano in piedi nel loro impianto di fondo.

Il risultato sono porti chiusi, respingimenti illegali, violazioni di diritti umani. Lo denunciano su Left Ong, parlamentari di ManifestA che hanno visitato il Cpr di Gradisca d’Isonzo e soprattutto e in primis persone migranti che hanno accettato di raccontarci la loro storia.

L’editoriale è tratto da Left del 15-21 luglio 2022 

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I Migliori nel lasciar annegare

TOPSHOT - An aerial photo shows a boat carrying migrants stranded in the Strait of Gibraltar before being rescued by the Spanish Guardia Civil and the Salvamento Maritimo sea search and rescue agency that saw 157 migrants rescued on September 8, 2018. - While the overall number of migrants reaching Europe by sea is down from a peak in 2015, Spain has seen a steady increase in arrivals this year and has overtaken Italy as the preferred destination for people desperate to reach the continent. Over 33,000 migrants have arrived in Spain by sea and land so far this year, and 329 have died in the attempt, according to the International Organization for Migration. (Photo by Marcos Moreno / AFP) (Photo credit should read MARCOS MORENO/AFP via Getty Images)

Sopravvivere al deserto dell’Africa, ai ricatti dei trafficanti, alle estorsioni alla famiglia a cui spesso vengono chiesti altri soldi per proseguire il viaggio, agli stupri e alle violenze nei lager libici, alla roulette russa della traversata del Mediterraneo per arrivare in Italia e trovarsi in un centro sommerso dall’immondizia e dagli escrementi, dove ci si arrangia a dormire per terra, reclusi in quasi duemila in una struttura che potrebbe ospitare poco più di trecento persone. È stato questo il destino dei migranti sbarcati nelle scorse settimane a Lampedusa e “accolti” così nell’hotspot dell’isola. Una situazione inaccettabile, dovuta però non ad una particolare esplosione delle cifre dell’immigrazione, bensì all’assenza di una piano efficace per collocare chi arriva nel nostro Paese sommata alla recente dismissione delle navi quarantena. Da inizio anno, infatti, sono sbarcati in Italia circa 31mila migranti, 7mila in più rispetto allo stesso periodo del 2021. Meno della metà della capienza dell’Olimpico di Roma.

Siamo lontani dalle cifre (più consistenti, certo, ma ugualmente gestibili se ci fosse stata la volontà politica) pre “Codice Minniti”, con cui l’allora ministro dell’Interno dem vietava alle navi Ong di entrare nelle acque territoriali libiche mentre stringeva accordi con gli interlocutori di Tripoli per bloccare il flusso di migranti in partenza. Ciò nonostante, come prevedibile, il duo Salvini-Meloni non ha perso l’occasione di speculare sulle immagini desolanti di Lampedusa, tornando ad agitare lo spauracchio dell’invasione incontrollata. «Dire no all’immigrazione illegale di massa significa anche dire no a tutto ciò», è il commento che la leader di Fratelli d’Italia…

L’inchiesta prosegue su Left del 15-21 luglio 2022 

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Le violenze sulle donne aumentano, anche se non se ne parla

Elisa Xolalpa shows the burn marks on her hands and arms caused by an acid attack while tied to a post by her ex-partner 20 years ago when she was 18, during an interview at her greenhouse where she grows plants to sell at a market in Mexico City, Saturday, June 12, 2021. The acid dissolved the ropes, but also her clothes and her body as she ran half-naked for help. (AP Photo/Ginnette Riquelme)

13 luglio 2022.  L’Associazione nazionale D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza ha pubblicato il nuovo report sui dati riferiti al 2021. Da 15 anni, D.i.Re realizza la raccolta dati sulle attività delle organizzazioni socie, che consente di raggiungere tre obiettivi: illustrare le caratteristiche delle organizzazioni che ne fanno parte, dei servizi e delle risorse che offrono; raccogliere dati sulle donne accolte e sulle violenze subite; raccogliere informazioni sull’autore della violenza.

Attraverso questo lavoro di monitoraggio e analisi dei dati raccolti, è anche possibile mettere in evidenza le caratteristiche della violenza nelle sue diverse forme, anche decostruendo gli stereotipi che ancora caratterizzano l’idea di violenza di gran parte dell’opinione pubblica.

Nell’anno 2021 sono state accolte complessivamente 20.711 donne, con un incremento – rispetto al 2020 – del 3,5%. Le caratteristiche della donna che si rivolge a un Centro antiviolenza D.i.Re sono consolidate negli anni: per quanto riguarda l’età, anche nel 2021 quasi la metà (46%) delle donne accolte ha un’età compresa tra i 30 e i 49 anni.

I Centri della Rete accolgono prevalentemente donne italiane (solo il 26% hanno una diversa provenienza), un dato costante negli ultimi anni (26% nel 2020 e 26,5% nel 2019) e allineato con il dato nazionale Istat del 2020 (27,7%) e del 2019 (28%) (https://www.istat.it/it/violenza-sulle-donne)

L’autore della violenza è prevalentemente italiano (soltanto il 27% ha provenienza straniera) e questo dato, oramai consolidato negli anni (con scostamenti non significativi), mette in discussione lo stereotipo diffuso che vede il fenomeno della violenza maschile sulle donne ridotto a retaggio di universi culturali situati nell’“altrove” dei Paesi extraeuropei.

I Centri della Rete sono presenti in tutte le regioni italiane, tranne che nella Regione Molise, ma sono distribuiti non omogeneamente: nell’area del nord si trovano oltre la metà dei centri (58 pari al 55%) divisi non equamente tra Nord-Est e Nord-Ovest; in quella del centro 24 centri (pari al 23%) e tra sud (16) e isole (8) si arriva a 24 centri (pari al 23%).

Insieme al numero delle donne accolte, è aumentata anche la risposta che i Centri antiviolenza danno sul territorio. Le organizzazioni della Rete che hanno partecipato all’indagine (81 su 82), attraverso i loro 106 Centri antiviolenza, gestiscono 182 Sportelli antiviolenza con un incremento del 25% rispetto al 2020.

Oltre la metà dei Centri (58,5% dei casi) può contare su almeno una struttura di ospitalità (62 in totale), con un’offerta di 185 appartamenti e 1.023 posti letto

Le attività che i Centri garantiscono alle donne sono sempre varie: accoglienza e possibilità di consulenza legale nella quasi totalità dei casi, consulenza psicologica e percorsi di orientamento al lavoro in circa il 90% dei casi. Nella comparazione con il 2020 emerge un incremento per il servizio di orientamento al lavoro, che passa dall’88% al 94% dei Centri. Questo dato è particolarmente significativo se si pensa che una donna su tre (31,9% tra disoccupate, casalinghe e studentesse) è a reddito zero, in linea con il 2020 (32,9%) e il 2019 (33,8%). Solo il 37% (tra occupate e pensionate) può contare su un reddito sicuro.

Soltanto il 28% delle donne accolte decide di denunciare, percentuale che rimane sostanzialmente costante negli anni. Questo dato non stupisce: la vittimizzazione secondaria da parte delle istituzioni che entrano in contatto con le donne (servizi sociali, forze dell’ordine, tribunali ecc.) continua a frenare l’avvio di un rapporto di fiducia con le donne che intendono rivolgersi alla giustizia.

L’attività dei centri si sostiene per gran parte sul lavoro volontario delle attiviste, di cui solo il 33, 3% è retribuito, anche a causa della scarsità e non strutturalità dei fondi.

«20.711 donne nel 2021, il 3,5% di contatti in più rispetto al 2020, l’8,8% in più le donne che non avevano mai chiamato il Centro antiviolenza, sono numeri che confermano l’importanza dei centri della nostra Rete. Dietro ogni numero che leggete c’è una storia, la storia di ogni singola donna, che crede nella possibilità di uscire dalla violenza, dà fiducia ai nostri centri: l’aumento di donne che a noi si rivolgono lo leggiamo in questa luce» dichiara Antonella Veltri, Presidente D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza. «Sono numeri che danno la misura del lavoro che le 2.793 attiviste, di cui solo poco più del 30% retribuite, svolgono per dare forza alle donne. Non basta approvare un Piano antiviolenza se mancano le linee guida attuative: siamo in attesa di questo, dell’impegno concreto del governo sul tema della violenza maschile alle donne, per il 2021-2023» continua Veltri. «La fotografia annuale che presentiamo ci conferma che i nostri presidi territoriali sono baluardi imprescindibili nella prevenzione e nel contrasto della violenza alle donne. Lavoriamo per le donne e con le donne. Continueremo a farlo perché crediamo nel valore e nel potere che abbiamo di trasformare il modello culturale patriarcale da cui prende origine ogni forma di violenza alle donne» conclude la presidente.

Tutto bene, insomma.

Buon giovedì.

Nella foto: le mani e le braccia di una donna segnate dall’acido gettato da un ex partner

Se il clima fosse una banca l’avrebbero già salvato

Closeup of an open bank vault door with golden light peeking from inside. 3D Render

Il titolo sembra una battuta ma non lo è. La situazione è grave ma non è seria, la crisi energetica e la crisi ambientale sono argomenti buoni per accigliarsi. Se pensate che si stia facendo tutto quello che si può fare allora si potrebbe fare un salto per l’ennesima volta in Spagna dove, dopo avere fatto una riforma del lavoro per tutelare i diritti dei lavoratori e per ridurre sensibilmente la precarietà (e la legge funziona, anche) hanno deciso di muoversi per aiutare famiglie e imprese strozzati dalla crisi.

La Spagna imporrà una tassa straordinaria sulle banche come strumento per contribuire agli sforzi del paese di fronte all’inflazione e gli impatti economici della guerra in Ucraina. La tassa rimarrà in vigore per due anni e mira a raccogliere 1,5 miliardi di euro all’anno. Lo ha spiegato ieri il primo ministro Pedro Sanchez. Sanchez ha spiegato anche che l’imposta sugli extra profitti delle compagnie energetiche garantirà introiti per 2 miliardi l’anno per 10 anni. Inoltre saranno totalmente detraibili le spese per i trasporti.

«So che sta diventando sempre più difficile arrivare alla fine del mese. Capisco l’angoscia, la frustrazione e anche la rabbia di tutti perché è anche la mia», ha detto Sanchez presentando le misure. «Dobbiamo adottare misure di risparmio energetico», ha aggiunto, citando il telelavoro, la limitazione nell’uso di riscaldamento e dei condizionatori. «Possiamo farlo e lo faremo», ha assicurato. «Chiediamo alle grandi aziende di garantire che tutti i benefici eccezionali ottenuti grazie alle circostanze attuali vengano ritrasmessi ai lavoratori».

«Non tollereremo che qualcuno approfitti della situazione», ha detto lanciando poi una una frecciata alle società elettriche: «Quelli che vengono chiamati profitti altissimi non cadono dal cielo: escono dalle tasche dei cittadini».

Tra le misure in favore delle famiglie anche 100 euro mensili per i giovani dai 16 anni in su che stanno già ricevendo borse di studio, nell’ambito di misure tese a diminuire l’abbandono scolastico per motivi economici, una delle misure più applaudite in Aula durante il discorso durato ben un’ora e 25 minuti.

Non è difficile fare cose di sinistra.

Buon mercoledì.